Il Tarantismo e il Vanini

di Pietro De Florio

 

Premessa

Ernesto De Martino nel suo celebre e importante libro sul tarantismo, La Terra del Rimorso del 1961, non faceva alcun riferimento a Giulio Cesare Vanini il quale, proprio in virtù della propria, per così dire, “salentinità” scrisse qualcosa da non trascurare, riguardo al tarantismo, difatti Andrzej Nowicki, uno dei massimi studiosi del filosofo taurisanese, nel 1964 rimproverava bonariamente al De Martino tale mancanza1. Tuttavia, a distanza di tanti anni, ancora oggi, nell’imponente mole di studi folklorici e antropologici sul tarantismo, sovente (soprattutto nella guidistica) si trascura di menzionare il Vanini, perdendo o rinunciando a un particolare punto di vista storico sull’argomento.

 

busto di G.C. Vanini (1886) di Eugenio Maccagnani. Lecce Villa Garibaldi, particolare (ph Pietro de Florio)

 

Il Filosofo

Lucilio Vanini, filosofo libertino e pre-illuminsta, nacque a Taurisano nel 1585, nei suoi scritti, firmandosi Giulio Cesare, teorizzava un mondo meccanicisticamente strutturato e senza provvidenza, nel continuo ed eterno fluire dei fenomeni naturali. Alle soglie della rivoluzione scientifica, per il Vanini tutto l’universo è costituito di corpi, non vi sono quintessenze, esistono solo le coordinante logiche di causa – effetto, esperienza ed osservazione (sebbene ancora entro schemi concettuali tomisto-aristotelici). A causa di queste idee, accusato di ateismo e blasfemia, fu arso vivo a Tolosa nel 16162. Ma oltre alle speculazioni teoretiche, il Vanini si occupò anche di vari e comuni argomenti, tra i quali il tarantismo o tarantolismo salentino. Del filosofo si conoscono solo due opere scritte in latino: l’Anfiteatro dell’eterna Provvidenza (del 1615) e il dialogo IMeravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali (del 1616).

 

Il Tarantismo

I protagonisti del dialogo 57 IV 3 dei Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali sono lo stesso Giulio Cesare, in veste di sapiente divulgatore della conoscenza e l’interlocutore di fantasia Alessandro. Il Vanini, con un approccio critico e causalistico, pone la questione del tarantismo, indagando la  ragione del fenomeno, per quelli che erano i criteri epistemologici dei primi anni del Seicento. Generalmente, come altrove, lo stile narrativo si fonda su ciò che il protagonista apprende da sconosciuti o da quello che gli viene riferito “da alcuni amici” tutti non identificati, un espediente cautelativo, giusto per evitare possibili procedure inquisitorie.

Domanda Alessandro: – “Perché coloro che sono morsi dal falangio (animale che dalla città di Taranto è detto tarantola) sono incitati dalla musica a saltare tanto da stancare gli occhi degli spettatori? G.C: – forse perché (per non parlare del furore di Saul che fu chetato dal dolce suono della cetra di Davide) nel frattempo in dolore si attenua”. Con il movimento, prosegue Giulio Cesare, il veleno si allontana dal cuore, fluisce altrove, si diluisce e la mente si distrae, tuttavia la sensazione di malessere si ripresenta gradualmente quando la musica cessa e pertanto occorre ricominciare 4.  In questo passaggio il Vanini accenna al celebre episodio biblico in cui si narra che “lo spirito del Signore si era ritirato da Saul e uno spirito malvagio da parte del Signore lo colmava di terrore, tanto che i servi di Saul gli dissero: «Ecco dunque uno spirito maligno da parte del Signore che ti agita»”. Davide entrato nelle grazie di Saul divenne suo scudiero e “quando lo spirito divino infieriva sopra Saul, Davide prendeva la cetra e suonava con le sue mani; ciò sollevava Saul e gli faceva bene, poichè lo spirito malvagio si allontanava da lui” 5.

Ma a differenza dell’episodio di Saul che mitiga la propria sofferenza solo con l’ascolto della cetra, Giulio Cesare osserva che la “malattia velenosa” può essere attenuata grazie all’eccitamento degli spiriti6, causato dalla musica, ma “ Forse più correttamente dirò che la cura è data non dalla musica, ma dalla faticosa danza stimolata dalla musica ed affermerò fiducioso che tale veleno, certamente freddissimo è vinto ed espulso dal sudore”7, quasi a voler dare una spiegazione fisica, ipotesi, peraltro, già sostenuta da Giulio Cesare Scaligero (1484-1588)8. Quindi il filosofo arriva ad una comprensione ragionevole del fenomeno tossico e, a conferma della tesi movimento/sudore, cita il Fedone di Platone nel dialogo9 in cui a Socrate fu vietato qualsiasi movimento dopo aver bevuto la cicuta, per non sminuire l’efficacia del veleno10.

Serafino Elmo, “Il trionfo di David” (1740), chiesa Sant’Angelo Lecce. Da notare la strumentazione da “pizzica” (ph Pietro de Florio)

 

Si potrebbe aggiungere tra gli scritti di Platone, l’Eutidemo dove si parla degli speciali canti per debellare il veleno dei ragni e qualcosa di simile si trova nei versi di Euripide che riguardano il mito di Demetra nella delirante e disperata corsa alla ricerca della figlia Persefone.

La casistica comportamentale dei tarantati pugliesi è varia: “taluni piangono”, “altri ridono”, “alcuni corrono”, “c’è chi suda”, c’è chi si abbandona nel torpore o vomita, altri impazziscono ed Alessandro pensa che questa varietà di comportamenti, sia superstiziosamente in rapporto al succedersi dei giorni della settimana, mentre per Giulio Cesare è la specificità della tarantola che genera effetti molteplici, a seconda delle caratteristiche degli individui un po’, come accade per gli ubriachi, ognuno reagisce in maniera diversa al vino 11 o, per meglio dire all’ubriachezza: si ride, qualcuno piange o blatera, altri dormono ecc.12, in sostanza dall’indagine induttiva vaniniana risulta che gli effetti del morso velenoso dipendono perlopiù dal grado di predisposizione psicofisica dell’individuo.

Molti, apparentemente guariti dal veleno della tarantola, puntualmente a distanza di un anno ricadono nello stesso malessere, analogamente ci sono piante che fioriscono nello stesso giorno ogni anno o, come  osserva, Girolamo Cardano (1501-1576, citato dal Vanini)13, alcuni alberi di noci mettono il fogliame sempre il 24 giugno (proprio in concomitanza con il convegno di streghe sotto il noce di Benevento14). Questo accade anche per le febbri coleriche e atrabiche15  che hanno ricadute puntuali, sempre nello stesso periodo, tutto ciò farebbe pensare, agli influssi astrali, considerata la regolarità del fenomeno. Inoltre, bisogna considerare che la sofferenza del tarantato dura finchè vive il “falangio” e guarisce quando questo muore, perché probabilmente i due eventi sono correlati e influenzati dalla stessa costellazione (stando al determinismo aristotelico – averroistico da motori immobili sul mondo sub-lunare). E come vanno “vociferando i contadini pugliesi diremmo che è una proprietà del falangio che la sua vita e i suoi morsi abbiano la stessa durata, perché sono prodotti dalla stessa costellazione” 16, riprendendo il Vanini la tesi del filosofo rinascimentale Pietro Pomponazzi (1462-1525)17.

Il protagonista del dialogo Giulio Cesare non trascura, sicuro delle proprie analisi induttive, a suo modo scientifiche, ironicamente di segnalare quali potrebbero essere i rimedi e gli intrugli popolari contro il veleno del falangio, quindi riferendosi ad Alessandro soggiunge ironicamente: “perdonate, o canoni pontifici, ad un prete che scrive di medicina!”, proponendo poi uno strano elenco di erbe e terre rare, mosche che si nutrono di insolite piante  ecc.18, tutta roba ripresa dallo Scaligero (vedi nota 7).

Quando Giulio Cesare era a Lione, qualcuno gli raccontò di un “lacchè” o “fannullone” alloggiato presso un albergo e, nonostante l’ottimo trattamento ricevuto, ritenne a torto, esoso il conto da pagare. Andando via, questo fannullone, lasciò la propria stanza piena di fumi, provocati da qualcosa disciolto in un vaso d’argilla. I camerieri che vi entravano, subito dopo ne uscivano saltellando e ballando. “Tutti, non solo i cattolici, ma anche gli Ugonotti attribuirono la causa di ciò ad un artifizio diabolico. Giulio Cesare, invece, si fece beffe di tali simile storielle ed ascriveva ogni cosa alla causa naturale”19 (sottolineando con la garanzia del proprio nome l’assurdità dell’episodio).

Evidentemente il lacchè versò polvere di falangio nel vino e, chi saliva in camera, bevendo qualche sorso, ne usciva saltellando. Anche i fumi sparsi nella stanza erano stati prodotti dalla polvere di falangio combusta e chi vi entrava inalando il miasma, cominciava a ballare e saltellare, anche senza aver bevuto il vino. “Così tutti in quella sorta di sala da ballo erano indotti a danzare. Perfino una cagnetta si era data alle danze”20. Quindi il veleno della tarantola e la sua esalazione prodotta dalla combustione provocano malessere e, su scala più vasta, è ciò che accade quando si inalano i vapori di “un corpo appestato” e con la peste “non solo vanno in rovina intere famiglie, ma addirittura grandissime città”21.

Insomma dal fenomeno raccontato con un certo brio popolaresco e spiegato in maniera logicamente verosimile, si hanno di fatto drastiche e nefaste conseguenze che generano anche manie o fissazioni esagerate. A tal proposito, “In Germania – racconta Giulio Cesare – ho conosciuto un cattolico che nella settimana santa non visitava le pubbliche chiese, ma assisteva alle cerimonie sacre in una cappella privata” per non infettarsi “dai vapori molesti” e nocivi emessi dai cristiani proprio in quel periodo di particolare mestizia che predispone alle melanconia22 (secondo la medicina ippocratica a cui il Vanini fa riferimento)23.

Ricapitolando: Cardano e Pomponazzi sostenevano, per il tarantismo il determinismo astrologico e lo Scaligero attribuiva al movimento e al sudore l’espulsione del veleno dell’aracnide, ma tutti sono d’accordo, compreso il Vanini che si tratti oggettivamente di una “malattia velenosa” dovuta al morso del ragno o falangio. La danza dei tarantolati è prodotta  da qualche sostanza insita nel falangio, come conferma la storiella dello sfaccendato di Lione, secondo l’elementare schema esplicativo vaniniano e, proprio nel raccontare in modo ironico e popolaresco:“così tutti in quella sorta di sala da ballo erano indotti a danzare” o della fobia del tedesco24, sta a dimostrare che per questi fatti apparentemente inspiegabili, non vi sono cause sovrannaturali o qualcosa di demoniaco, come pensavano cattolici e ugonotti. Si tratta solo di cause materiali che hanno una spiegazione logica e fisica, come accade, secondo quanto raccontano gli storici, nella diffusione della peste, cioè basta qualche esalazione di un corpo infetto a mandare in rovina intere comunità25. Ovviamente dal Vanini non ci si può aspettare una moderna analisi socio – antropologica di difesa magica della personalità (a quei tempi gli studi etnografici e folklorici erano agli inizi), ma una condanna a quelle che erano le superstizioni o gli errori dell’intelletto umano, la ragione dovrebbe essere la guida dell’agire umano in cui ogni cosa viene pensata e appresa direttamente per ciò che è, mentre la verità o la conoscenza sostanziale  si sviluppa attraverso la riflessione26.Tuttavia l’uomo non è Dio, né possiede verità eterne, noi dice il Vanini conosciamo in modo indeterminato perché siamo “circoscritti e definiti dai limiti del tempo e dello spazio”, delle cause che si presentano volta per volta “possiamo fare una congettura […]. Perciò ora siamo incerti e dubbiosi, ora certi”27. Le cose perdono la loro valenza essenzialistica e aristotelico – metafisica28, per assumere un significato logico di comprensione graduale, ma non definitiva della realtà. E quando ciò non si verifica, l’errore o la superstizione e l’ignoranza prendono il sopravvento. All’uomo appartiene la capacità di decifrare le molteplici cose mondo e comprenderle con la logica dell’intelletto.

 

Attualità della questione

Alla fine degli anni ’50 il De Martino studiò la magia meridionale29 come fatto storico -culturale, interessandosi della prassi terapeutica musicale e cromatica connessa al tarantismo, ad iniziare da Pitagora, Ippocrate, Platone, proseguendo nella letteratura greca antica, nella mitologia di Dioniso30, Orfeo, Demetra ecc., via via, fino alla vicenda di San Paolo a Malta31 e alle varie interpretazioni di epoca medievale e moderna. Riguardo al Santo il Vanini accenna al suo potere terapeutico e dice che “ci sono tra noi quelli che si vantano di essere muniti della grazia paolina; infatti, curano rapidamente coloro che sono morsi da serpenti. Tale facoltà donò ad essi la natura generatrice di tutte le genti e talvolta ho scorto sotto la loro lingua una minuscola immagine di serpente impressa dalla stessa natura”32 (con un tono un po’ canzonatorio).

Egidio Presicce, “Tarantata” (1979), collez. privata (per gentile concessione della famiglia) (ph Pietro de Florio)-dell’artista.

 

Nel tarantismo il magico svolge una funzione protettiva (risalente al  mito di Aracne), di soccorso psicologico dell’individuo proprio nei periodi precarietà e sofferenza esistenziale. La tarantolata (e sono perlopiù donne, chiara dunque la significato erotico), vittima presunta di un morso di tarantola, simula con una frenetica danza la lotta contro il veleno dell’animale che, chiamato con vari nomi di persona, viene identificato con il negativo da esorcizzare.

La donna, in questo rituale, si libera, dalla soffocante oppressione quotidiana contadino – patriarcale e, al ritmo incalzante dei musicanti33 con violino tamburello, fisarmonica e chitarra si lascia inconsciamente trasportare nell’arcaico menadismo coreutico, ora pizzica.

La donna agita convulsamente nastri e fazzoletti colorati, perché vuole eliminare con la danza dal proprio corpo il veleno, identificato con un colore particolare, cioè quello della tarantola (terapia coreutica-musicale e cromatica), riconosciuto tra i vari fazzoletti o nastrini colorati o panni esibiti dai presenti (o chissà nel vestito di un giovane che da lei viene fissato e ammiccato) e, per il momento, il male scompare34.

Il tarantato o, più spesso la tarantata, secondo una fonte secentesca del De Martino si agitano“come se fossero travagliati da follia amorosa, la bocca spalancata, le braccia aperte, gli occhi lacrimosi, il petto ansante, stringono infine in amoroso amplesso il panno colorato e sembrano fingere una ardentissima unione, per così dire una identificazione con esso”35. Quindi i colori acquistano una valenza simbolica durante l’esorcismo coreutico in correlazione all’inclinazione della tarantata verso un determinato colore. Il De Martino, pone la questione “se sia pensabile una connessione fra simbolismo cromatico del tarantismo e simbolismo cromatico medievale” e se fosse vero che “il verde sia da interpretare come il colore dell’amore nuovo […] e il rosso […] dell’aggressività e del furor, della passione ardente armata”36.

Studi più recenti sul tarantismo pongono l’accento sul concetto di possessione o di trance37, sulla modifica della coscienza, tratto comune con i riti mediterranei della Grecia antica, un criterio d’indagine che deborda nel culto orfico – dionisiaco, fino a risalire alla civiltà protostorica dell’Italia meridionale38. Tuttavia le nuove prospettive di studio pur integrando la speculazione demartiniana, ne riconoscono la validità dell’impianto epistemologico di fondo.

 

Note   

1 Andrzej Nowicki, Curiosità vaniniane. Vanini e le tarante, “La Zagaglia”, n. 42, Giugno 1969, p. 163.

2  Mario Carparelli, Il Più Bello e il più maligno spirito che io abbia mai conosciuto. Giulio Cesare Vanini nei   documenti e nelle testimonianze, I Cento Talleri Prato, 2013.

3 Cfr. Giovanni Papuli, Francesco Paolo Raimondi, Giulio Cesare Vanini, Opere, Congedo Galatina, 1990, pp. 108-110.

4  Giulio Cesare Vanini, I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali (1616) IV, 57, p. 444, in Giulio Cesare Vanini, Tutte le Opere, Monografia introduttiva, Testo critico e Note di Francesco Paolo Raimondi; traduzione di Francesco Paolo Raimondi e Luigi Crudo, appendici di Mario Carparelli, Bompiani Milano, 2010. D’ora in avanti tutti passi citati, sia da I Meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali (1616), sia dall’Anfiteatro dell’eterna provvidenza (1615), sono tratti dall’opera citata e i titoli abbreviati in Meravigliosi e Anfiteatro.

5 I Libro di Samuele, XVI, 14-23.

6 Si tratta di particelle, secondo l’antica medicina galenica che regolano meccanicamente la fisiologia dell’individuo. Quindi si ha uno spirito naturale nel fegato che regola il metabolismo e l’alimentazione, quello vitale nel cuore che soprintende alla circolazione del sangue e quello animale nel cervello che controlla la percezione e i sensi (Cfr. Galeno, Opere scelte, a cura di I. Garofani, M. Vegetti, Torino, 1968). Si tratta di  una metodologia medica, al pari di quella ippocratica che sopravvive fino in epoca moderna, trattata da Telesio, Bacone e Cartesio. Secondo quest’ultimo, gli spiriti vitali (dotati di estensione e movimento) sono entità fisiche che fanno d’unione tra intelletto e le azioni del corpo e realizzano l’unità psicofisica dell’essere vivente. Questi spiriti (parti più sottili del sangue), attraverso i nervi causano nell’anima le passioni (sentimenti, emozioni, percezioni ecc.) che possono essere soppresse, rigettate, accolte (quelle giuste) o moderate (Renè Descartes, Discorso del Metodo(1637), prefaz. Di Giovanni Reale, traduz. di Monica Barsi e Alessandra Preda, Rcs Milano 2010, p. 53 e, Renè Descartes, Le passioni dell’anima (1639) a cura di Salvatore Obinu, Bompiani Milano, 2003, art. XXXVI)

7 Meravigliosi, IV, 57, p.445

8 Nota 399 a cura di F.P. Raimondi p.1803, in G.C.Vanini, Tutte le Opere, cit.

9  Critone rivolgendosi a Socrate dice: “ bisogna che io ti avvisi di parlare pochissimo; perché, dice egli (cioè il carnefice che somministrerà il veleno), quelli che parlano, si riscaldano di troppo, e ciò non è bene avendo a bere il veleno; se no, ci è caso di averlo a bere due e anco tre volte. E Socrate: – lascialo andare; digli che badi a sé, che s’apparecchi a darmelo due volte, se bisogna; e anco tre” Platone, Fedone, in Dialoghi, (I Classici del Pensiero), a cura Carlo Carena, traduz. Francesco Acri, Appendice Mari Vegetti, Einaudi – Mondadori  Milano, 2008, VIII.

10 Meravigliosi, IV, 57, p.445

11 Come nel veleno (naturale) del falangio non vi è alcuna manifestazione diabolica, così anche riguardo al vino il Vanini ne smitizza la valenza cristiano-dionisiaca, facendone una bevanda dagli affetti naturali positivi, una specie di toccasana fisico-morale (Mario Carparelli, Giulio Cesare Vanini: il Filosofo del Vino, in “Alceo Salentino” del 01.11.2005 www.alceosalentino.it/giulio-cesare-vanini-filosofo-del-vino.html)

12 Meravigliosi, IV, 57, p.445

13 Ivi, IV, 57, p.446

14 Intorno a un grande albero di noce (già sradicato in epoca medievale) nei pressi di Benevento si davano convegno in determinati periodi (es. San Giovanni) tutte le streghe o janare (Alfredo Cattabiani, Calendario, Rusconi Cde Milano, 1988, pp. 242 – 246).

La cosiddetta Janara nel Beneventano e nell’area campana (forse da sacerdotessa di Diana, oppure Ianua da Giano bifronte, effige del nume posto sugli ingressi dei fabbricati) sarebbe una delle tante specie di streghe appartenenti al folklore agreste (cfr. Benevento le Janare attorno al Noce, in Palumbo Murizio Ponticello, Misteri Segreti e Storie Insolite di Napoli, Newton Compton Roma, 2015 e Maria Pia Selvaggio, L’Arcistea. Bellezza Orsini e la sua Janara, Spring Caserta, 2008)

15 La febbre atrabiliare, secondo la medicina umorale di Ippocrate, deriva dall’umore della bile nera posta nella milza, il soggetto è debole, pallido, triste e avaro  (Nicola Ubaldo, Atlante Illustrato di Filosofia, voce Umori, Giunti Firenze, 2000; cfr. Walter Bernardi, Fisiologia e Mondo della Vita, in Storia della Scienza, a cura di Paolo Rossi, vol. I Utet /Espresso, 2006, pp. 375 – 377

16 Meravigliosi, IV,57, p. 446

17 C’è una zona della Puglia dove abbondano i falangi, un tipo di ragno che noi chiamiamo tarantola. Chi viene morso da questo ragno, si agita al punto da non riuscire a star fermo e sembra quasi che balli” e ciò dipende dagli influssi delle costellazioni  (a conferma di  ciò che dicono i contadini pugliesi) e la terapia musicale, in questo caso, non serve nulla, il soggetto morso soffrirà finché il ragno sarà in vita. Quindi “dalla proprietà naturale del falangio deriva che tanto l’animale, quanto l’efficacia del suo morso durino lo stesso tempo, perché entrambi sono sostenuti dalla stessa costellazione […]: pertanto muoino insieme”. Insomma per il filosofo mantovano ogni evento può essere compreso il proprio svolgimento, perché condizionato dagli astri, identica cosa accade come nel tarantismo (Pietro Pomponazzi, Il Fato, Il Libero Arbitrio e la Predestinazione, saggio introduttivo, traduz. e note di V. Perrone Compagni, Nino Aragno, Torino, 2004 II, 7, p. 441-445, in Maurizio Cambi, Tommaso Campanella, Il Morso della Tarantola e la Magia Naturale, in Antropologia e Scienze Sociali a Napoli in Età Moderna, a cura di Roberto Mazzola, Aracne Editrice Roma, 2013, p. 16 – 17)

18 Meravigliosi, IV,57, p. 446

19 Meravigliosi, IV, 57, pp. 446 – 447

20 Ivi, p. 447

21 Ivi, pp. 447- 448

22 Ivi, p. 448

23 Ippocrate concepisce la salute come l’equilibrio tra freddo, caldo, asciutto e umido e ai quattro umori corporei, il terzo di questi è flegma che ha a che fare con l’acqua e la sua sede è nella testa, il carattere è malinconico, vale a dire magro, emaciato, debole, scarno, avaro, triste. Lo squilibrio fisiologico avviene quando un agente esterno per ingestione o per caldo o per il freddo o per una malattia altera gli umori. Al medico spetta il compito di ristabilire gli equilibri assecondando la natura. Questa teoria, attraverso Galeno arriva al Rinascimento ed era ancora di moda nel Seicento (Giorgio De Santillana, Le origini del pensiero scientifico, traduz. Giulio de Angelis, Sansoni Firenze, 1966, pp. 140 – 142. cfr. Ludovico Geymonat, Gianni Micheli, Corrado Mangione, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. I Garzanti, 1970, pp. 380 – 381.

24 Meravigliosi, IV, 57, p. 447-488

25 Ibidem

26 Anfiteatro, XXIX,  pp.. 192-193

27 Ivi, XXIII, pp.138-139.

28 Cfr. Pietro De Florio Razionalismo Pre – Illuminsta e La Nascita dell’Uomo in Giulio Cesare Vanini, “Pensiero  Mediterraneo” del 13.11.2022. riv. online https://www.ilpensieromediterraneo.it/razionalismo-pre-illuminista-e-la-nascita-delluomo-in-giulio-cesare-vanini/

29 Ernesto De Martino, La Terra del Rimorso Contributo a una storia religiosa del sud (1961), presentaz. di Clara Gallini Il Saggiatore, Milano, 2015. E. De Martino, Sud e Magia (1959), Feltrinelli Milano, 1979, pp. 140-144.

30 Cfr. Paolo Pellegrino, Il Ritorno di Dioniso, Il Dio dell’Ebbrezza  nella Storia della Civiltà Occidentale, Congedo Galatina, 2003 pp.109-134,

31  Luca (Atti degli Apostoli 28) racconta durante il viaggio verso Roma l’apostolo Paolo fece naufragio a Malta . Su quell’isola neutralizzò una vipera velenosa tra lo stupore generale di chi gli stava intorno. Da quell’episodio nacque la tradizione popolare legata alla figura del Santo vincitore degli animali velenosi. Leggenda vuole che San Paolo in questo viaggio fece tappa a Galatina durante la sua opera di evangelizzazione, da qui il culto di San Paolo nella città salentina, zona franca per i tarantolati, area, per dirla eufemisticamente, esorcisticamente protetta, benché questa tradizione, come osservano alcuni, risale al secolo XVIII. Nelle tarantate non manca mai l’immaginetta di San Paolo e le relative invocazioni.

32 Meravigliosi,  IV, 57, pp. 432 – 433

33 Cfr. Pierpaolo De Giorgi, L’Estetica della Tarantella, Pizzica, Mito e Ritmo, Congedo Galatina, 2004, pp. 34 e sgg. La musica diviene uno strumento terapeutico e nel rituale del tarantismo, come sostiene il De Martino, sono le tarantate a imporre il ritmo della danza vitale su mondo oscuro e negativo della taranta, così la guarigione può avvenire e la malattia essere sconfitta (Ernesto De Martino, La Terra del Rimorso, (1961) Il Saggiatore Milano, 1968, in P. De Giorgi, op. cit. p. 43)

34 Giuseppe Gigli, Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto (1893), A. Forni Edizioni Bologna, 1970, p. 71

35 E. De Martino, La Terra, cit. p. 172

36 Ivi, 174

37 Gilbert Rouget, Musica e trance. I rapporti tra musica e i fenomeni di possessione traduz. e cura di G. Mongelli, Einaudi, Torino, 1986; Georges Lapassade, Saggio sulla trance, traduz. e cura di G. De Martino, Feltrinelli, Milano 1980; G. Lapassade, Intervista sul tarantismo, Madona Oriente Maglie 1994  in P. De Giorgi, op. cit. p. 37

38 P. De Giorgi, op. cit. p. 39.

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