Dialetti salentini: pìpitu, ovvero dalla Campania al Salento sull’aria di una metaforica tromba

di Armando Polito

Il dettaglio anatomico protagonista cui l’intero post farà riferimento è, purtroppo solo nel suo significato letterale, appannaggio di tutti e questo dovrebbe da solo bastare a fare in modo che quanto seguirà non crei scandalo. Non facci appello all’immunità della quale giustamente dovrebbero godere gli artisti (quelli veri …), perché artista non sono, nemmeno fasullo e, comunque, dopo il dantesco ed elli avea del cul fatto trombetta (Inferno, ultimo verso del XXI canto) qualsiasi altra metafora sarebbe destinata al fallimento, come, per guadagnarsi il pane. qualsiasi tentativo di emulare Joseph Pujoli (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/11/il-lampascione-in-quattro-puntate-3/).

Però, anche se mi considero tutt’altro che mondo, non è vero che omnia munda mundis (tutto è puro per i puri)? Inoltre va detto che la scienza ancor più dell’arte è in grado di neutralizzare qualsiasi rischio di maliziosi fraintendimenti, proprio, paradossalmente, analizzandoli spietatamente. Al motto latino appena citato segue la pietra, anzi il proverbio dell’eventuale scandalo: TROMBA TI CULU, SANITATE TI CUERPU;/CI NO TTINÌA CULU ERA GGIÀ MMUERTU (Tromba di culo, salute del corpo. Se non avessi culo sarei già morto).

Un distico di dodecasillabi che qui ho riportato nella variante in dialetto salentino, ma che è attestato, integralmente o parzialmente, negli altri di tutta la penisola, a riprova dell’universalità dell’appannaggio di cui sopra. Molto probabilmente il secondo dodecasillabo, non presente, come ho detto, in tutti i dialetti, è nato dopo, frutto dell’arguzia popolare che a questo secondo culu ha attribuito un doppio significato, quello letterale del primo, cui si è aggiunto quello metaforico, appannaggio, purtroppo, non di tutti.

Non sempre la saggezza popolare trova nella scienza la conferma di certi suoi asserti e lo steso inevitabile cambiamento (ho evitato consapevolmente di dire evoluzione o involuzione …) dei costumi rende obsoleti molti detti e proverbi. Il nostro, però, sembra destinato a restare attuale grazie alla concordanza diacronica della conoscenza medica in questo campo.

La flatulenza, infatti, per non dire la scorreggia, ha oggi come sintomo la stessa valutazione attribuitale secoli fa, al di là della sua limitata libertà di esprimersi in pubblico sancita dalle convenzioni sociali. E proprio su questo, prima di passare al nocciolo della questione, voglio aprire una breve parentesi. Non sono un etologo e perciò non so, pur avendo modo di convivere con altri appartenenti, come me, al mondo animale, se le cosiddette bestie scorreggiano solo quando sono da sole, come secoli di cosiddetta civiltà hanno insegnato a fare a noi umani, non solo con la scorreggia ma anche con il rutto, lo starnuto, lo sbadiglio, la tosse, il singhiozzo.

Tra  queste reazioni in fondo naturali la più disdicevole è considerata la scorreggia, la tromba di culu del proverbio, solo perché il suo solo rumore o il suo solo olezzo o, ancor più, entrambi turbano quella nostra raffinata sensibilità che dalla notte dei tempi non ha nemmeno un sussulto di fronte ai tanti orrori dei quali continua ad essere responsabile la nostra umanità. Se la natura ci avesse progettati in modo tale da far uscire la scorreggia, mettiamo, dalle orecchie, essa probabilmente non avrebbe occupato il primo posto nell’elenco che prima ho fatto in climax discendente. È vero che lo smaltimento, salvo tappi di cerume, sarebbe stato più ben ripartito, ma il percorso sarebbe stato più lungo e difficoltoso per la sua ascendenza. Così la scorreggia ha fatto la stessa fine degli organi sessuali che, troppo vicini a quelli deputati allo smaltimento di ben altre sostanze di rifiuto, sono stati assunti come metafore negative, complice la religione con la sua identificazione del sesso col peccato. Così cazzo e coglione, indispensabili, insieme con i contributori femminili, alla nostra stessa esistenza, hanno fatto la metaforica fine che conosciamo. E, se per l’universo femminile, fica non ha mai assunto significato dispregiativo (a parte il riferimento al frutto in non valere un fico secco) e, anzi, ha propiziato il passaggio a fico aggettivo, sinonimo di bello, elegante e alla moda, fessa (dal latino fissa, participio passato di fìndere=spaccare, da cui pure fendere e fessura) dai dialetti meridionali, in cui era voce eufemistica per vulva, è passato all’italiano fesso, col significato corrente. Il ricordo di tutto ciò è infatti nei nostri ‘ddhu fessa ti sìrita/‘ddha fessa ti màmmata (quello stupido di tuo padre/quella stupida di tua madre) e non ‘ddhu fessu ti sìrita).

È tempo di tornare alla scorreggia, per ricordare, anzitutto, che la sua considerazione negativa ha fatto della sua imitazione artificiale, la pernacchia, uno strumento di dileggio con un’immediatezza ed efficacia espressiva che nessuna parola può vantare, come magistrale rimane su di essa la lezione di un grandissimo del teatro (https://www.youtube.com/watch?v=bTI92AmFU8s). E poteva la parola stessa non avere fin dalla nascita una patente, se non di volgarità, almeno di inferiorità, rilasciata da qualche raffinato un po’ razzista? Pernacchia, infatti, è variante del napoletano vernacchia, che è dall’aggettivo latino femminile (res) verncula=(cosa) umile, popolare, a sua volta da verna=schiavo nato in casa, indigeno.  Dal neutro vernaculum (=cosa da servo, cosa indigena), poi, è nato vernacolo, sinonimo di dialetto, che si porta appresso il doppio, pregiudiziale, stigma negativo di una lingua di uso non colto e di limitata diffusione. A completare, però, quella sorta di sua rivalutazione fatta all’inizio con considerazioni che a più di uno saranno sembrate farneticante sproloquio, il cerchio si chiude con un tutt’altro che imprevedibile, almeno per me, ritorno al passato.

In attesa che qualcuna delle ricerche oggi tanto in voga per dimostrare spesso lo scontato e il banale getti luce sull’opportunità della scorreggia libera anche in pubblico, riporto quanto già  affermava in alcumi esametri del suo Regimen sanitatis la Scuola medica salernitana: Antiquo more mingens pedit absque pudore:/ mingere cum bombis res est saluberrima lombis;/non  ventrem stringens retine bombum veteratum,/nam ventum retinens nutris morbum veterum (Secondo un’antica abitudine chi orina scorreggia senza ritegno: orinare con le scorregge è cosa estremamente salutare per i lombi; non trattenere una ricorrente scorreggia stringendo il ventre, perché, trattenendo l’aria, alimenti un vecchio morbo).

Insomma, se la scorreggia non è sintomo di buona salute, darle libero sfogo previene l’aggravarsi di qualche disfunzione, non esclusa, magari, proprio quella che ne è stata la causa. E oggi? La flatulenza dopo un intervento chirurgico è clinicamente considerata come un indizio di recuperato allineamento degli organi, ma, al di fuori di questa circostanza, resta sintomo di un’affezione.

E a chi, non salentino, fosse rimasto scandalizzato da questo post e,  pur giustamente, facesse appello alle ricordate convenzioni sociali ed alla cosiddetta buona educazione, consiglio, se dovesse per qualsiasi motivo trovarsi in Salento, di fare a meno di mangiare i lampascioni (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/05/il-lampascione-in-quattro-puntate-1-4/), per non mettere a repentaglio la solidità delle mura che lo ospitano o, se proprio non sa rinunciare a tal piatto e non vuol morire di naturale deflagrazione, di provvedersi di una piritera (voce napoletana, da pìreto che è dal latino pèditum, da cui, per sincope, l’italiano peto e il suo derivato petardo; il peto in salentino è pìpitu, di chiara origine onomatopeica) o di una vanvera (voce onomatopeica veneziana dal più antico fànfera; non è da escludere una connessione col francese fanfàre, da cui l’italiano fanfara, nella quale, non a caso, sono prevalenti, se non esclusivi, gli strumenti a fiato, e fanfarone.

 

E, se ho parlato a vanvera, chiamatemi pure fanfarone e spernacchiatemi liberamente con i vostri commenti …

 

 

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