di Pietro De Florio
Nardò fu la “città dalle molte vite e dai molti popoli”. L’antica Neretum era “di origine mediterranea all’età della Pietra, successivamente ausonica o protolatina all’età del bronzo, illirica (japigia) nella prima età del ferro, indi romana, greca, neolatina, neogreca”; è ciò che scriveva anni fa il grande linguista e archeologo Francesco Ribezzo [Ribezzo 1952, p. 69].
Studi più sistematici sul distretto preistorico di Nardò iniziarono negli anni Sessanta da Borzatti Von Löwenstern [1963 – 1970] e Palma di Cesnola [1961, pp. 58 -83; 1979, pp. 27-41] che collocarono, a pieno titolo, la specificità paleolitica locale nel quadro degli studi preistorici internazionali.
I reperti “uluzziani” risalenti tra i 45 e 40 mila anni, scoperti nelle grotte della baia di Uluzzo e dintorni, sono tra i più antichi di Homo sapiens in Europa [De Matteis, 2023, p. 35; cfr. “Quotidiano di Puglia” del 03.11.2011] e, in particolare, riguardo alla Grotta del Cavallo. è stato possibile documentare la transizione dall’Homo neandertaliano all’Homo sapiens tra il Paleolitico medio e superiore. In sostanza si potrebbe dire che tra i sapiens europei bisogna tener conto dei primi nativi salentini [ibidem].
Per quanto riguarda il Neolitico importanti sono i ritrovamenti e sepolture del Quinto millennio a.C. di Serra Cicora, non distante da Uluzzo [Ingravallo 2004; Ingravallo – Tiberi, 2008]; gli accertamenti al Pizzo dell’Aspide dove sono emersi un piano di argilla per la cottura di cibi, cocci ceramici e frammenti di intonaci di capanne preistoriche [Inguscio – Rossi 2001, p. 14; Guaitoli 2005, pp. 59 – 60] e i siti archeologici di Santa Maria al Bagno e Santa Caterina (Torre dell’Alto). Quindi si potrebbe pensare a una certa continuità di popolamento dal Paleolitico al Neolitico fino all’Età del Bronzo e al periodo Greco – Romano (Capelvenere) che interessa il litorale neretino da Santa Maria al Bagno (Grotta del Fico, tombe romano – messapiche), Uluzzo, fino al Frascone [Mastronuzzi – Melissano 2023, pp. 98 – 99].
Il Neolitico
Il cacciatore del Paleolitico Superiore seguiva gli spostamenti degli animali, ne comprendeva le abitudini, riuscendo anche a ridurre in cattività qualche specie, avviando quel processo di domesticamento e allevamento che lo affrancava dalle precarietà materiali ed esistenziali. Queste genti capivano, durante la raccolta dei molluschi e specie vegetali spontanee, che una radice o un tubero si riproducevano periodicamente e, quindi, osservandone la crescita potevano sradicare o raccogliere. Insomma già nelle fasi finali del Paleolitico maturavano quelle attività propedeutiche, affinché potesse nascere l’agricoltura, grazie anche a un clima migliore per l’affievolirsi delle glaciazioni.
Le comunità neolitiche abbandonavano pian piano il nomadismo venatorio, preferendo una certa stabilità entro nuclei abitativi, condivisa con alcuni animali quali il cane, la capra – pecora, il bue, la gallina i suini e altre varietà [Biancofiore 1987, pp. 38 – 44].
Nasce la cosiddetta rivoluzione culturale (ed economica) neolitica. D’ora in avanti le genti vivranno prevalentemente in aggregati capanne fatte di fango, canne, tronchi, pietre e vimini intonacati con argilla [Childe 1963, pp. 54 – 55]. È l’inizio del villaggio.
Per quanto riguarda il Salento la diffusione neolitica pare che sia avvenuta intorno alla metà del quinto millennio a. C., quando agricoltori provenienti dai Balcani (attraverso passaggi facilitati tra le Tremiti e le coste dalmate), si insediarono sul litorale salentino, espandendosi successivamente nell’entroterra [Cremonesi 1979, p.97]. Ciò trova riscontro, sebbene frammentario, negli insediamenti delimitatati da muri a secco di Serra Cicora (Nardò), Torre Sabea (Gallipoli) e in altre stazioni archeologiche dove sono state rilevate tracce di capanne, con articolazioni funzionali degli spazi per le riserve alimentari, la cottura dei cibi e per il lavoro [Ingravallo – Tiberi, cit.].
La Grotta del Fico
La cavità è ubicata sulla destra orografica del canalone carsico (del complesso collinare “Monte della Croce”) a est di Santa Maria al Bagno. Si tratta di un antro naturale con ingresso orizzontale presentandosi nel tratto iniziale come una galleria orientata SE – NO, interrotta nel fondo da una frana. La galleria, tra le varie diramazioni, raggiunge la lunghezza di circa 35 m. [Sammarco ICCD, 2024], risulta abbastanza larga (2 o 3 m.) e alta (meno di 2 m.) nel tratto iniziale, poi va via via restringendosi e abbassandosi notevolmente verso il fondo [Palma Di Cesnola 1961, p.57].


A causa del percorso accidentato del canalone di risalita, l’accesso al sito non risulta agevole (“grado di difficoltà media” come riportano le guide) e, peraltro, l’entrata è nascosta da un albero di fico [Fig. 1 il riquadro rosso indica l’imboccatura].
Durante il periodo bellico la grotta fu frequentata più assiduamente dalla gente del posto, causando un certo abbassamento del suolo (nei pressi dell’entrata); poi vandalismi e depredazioni completarono il dissesto, stravolgendo l’assetto stratigrafico.
Comunque lo scavo del 1961 compiuto da Palma di Cesnola, il cui studio [pp. 57- 83] è fonte sostanziale per questo scritto: mise ordine alla stratigrafia evidenziando 4 livelli, dove il primo corrispondeva al piano di calpestio e la relativa frequentazione umana paletnologica e protostorica veniva datata dal Neolitico medio e recente (5300 – 4500 a.C.), fino all’Età del Rame (4000 – 2000 a.C.).

A circa tre metri dall’entrata fu scoperto un notevole focolare di età neolitica e nei pressi varie offerte in onore di qualche divinità. Dopotutto era un fatto abbastanza usuale che le grotte a partire dal Paleolitico superiore venissero frequentate principalmente nei pressi dell’imboccatura [Leroi – Gourham 1976, p. 136].
Proseguendo nell’anfratto, in uno slargo più ampio si incontra una specie di camera funeraria, dove furono trovate ossa umane. Spesso nel Salento le cavità naturali venivano adibite dalle popolazioni protostoriche a ossari o luoghi di sepoltura [Cremonesi 1985, p. 46; Trump 1978, p. 39] in correlazione a qualche forma di culto.
All’esterno nello sbocco vallivo verso il mare si potrebbe immaginare un insediamento di genti dedite principalmente alla raccolta dei molluschi marini e alla pesca [Delli Ponti 1990, p.86], dimoranti in capanne a fondazione circolare, copertura conica costruite con arbusti e pareti tirate su con tronchi, argilla e fango, in altre parole una protospecie di furnieddhu (figg. 2 e 3, interno Grotta del Fico, foto ICCD).
La Ceramica (dal Museo Sigismondo Castromediano di Lecce)
In generale nel passaggio dall’economia della raccolta a quella agro – pastorale, a quanto pare, un ruolo importante ebbe la donna. Capace di generare e proteggere la prole, si dimostrava psicologicamente più incline a osservare i cicli della natura. Pertanto era lei che selezionava semi e piante, comprendendone la riproduzione e la crescita e sceglieva quelle commestibili, trasformando le specie vegetali selvatiche in varietà alimentari. Inoltre fu la donna, presumibilmente, a intrecciare canestri di vimini o di altre fibre vegetali utili per la conservazione dei cibi e, successivamente, modellare i primi recipienti in terracotta [Mumford 1977, pp.22 – 23]. Gli strumenti dell’uomo cacciatore paleolitico avevano a che fare, invece, con la durezza, la forza per scavare, perforare, spaccare, scheggiare ecc. in una sorta di attività aggressiva. “Le ossa e i muscoli del maschio determinano i suoi contributi tecnici: persino il suo pene è inutile, sessualmente parlando, finché, per usare un detto popolare, non è duro come una pietra” [Ivi, p.27]. Per la donna sono importanti i suoi delicati organi sessuali interni e in genere gli orifizi, mentre le braccia servono per abbracciare (un bimbo o un amante) [Ibidem]. Ecco allora che nella nuova economia neolitica prevale il recipiente, ovvero l’accoglienza, il riporre, analogamente al sesso femminile, assimilabile a una giara, a un vaso o granaio, insomma un posto per ciò che dev’essere conservato, mantenuto e amato [Ivi, pp. 27 – 28].
Questa è l’epoca dei recipienti, indispensabili per la conservazione e diponibilità dei cibi, ma l’utilità del riporre non si disgiunge dal fattore ornamentale. Infatti le terrecotte di questo periodo sono perlopiù decorate con motivi geometrici, come quelli della Grotta del Fico.
Anche il cacciatore paleolitico produceva arte, ma in un modo diverso: raffigurava naturalisticamente scene di caccia, sperando probabilmente di accrescere il proprio potere sulla preda, in altre parole l’animale vero doveva subire magicamente (o analogicamente) la stessa facile uccisione come in quello raffigurato [Hauser 1964, p. 26].
Se il pensiero dell’uomo paleolitico era rivolto al reale e agli espedienti suggestivi per risolvere problemi, nell’uomo neolitico cominciava a prevalere un certo pensiero animistico, un qualcosa di vagamente soprannaturale. Di ciò si faceva interprete il ceramista decoratore che contrapponeva alla realtà un mondo superiore o, in qualche maniera idealizzato; la figura non era più qualcosa di mimetico, ma un’idea o concetto non sensoriale. Al contadino neolitico a poco serve la percezione pratica diretta e acuta del cacciatore, egli è più interessato all’astrazione, oltre l’apparenza delle cose [Ivi, p.35].
Quindi se l’economia paletnologica e protostorica tendeva a conservare, consolidare e assicurare le risorse per la sopravvivenza, risultava statica da parte delle genti la congruente visione del mondo; infatti nelle raffigurazioni vascolari le forme venivano dipinte in piano, rigide e astratte [Ivi, p.36].
Tornando alla Grotta del Fico (Fig. 4) la testimonianza fittile (il frammento più grande misura circa 20 cm. in altezza) recuperata segna l’inizio della piena affermazione della ceramica dipinta, decorata a bande rosse e linee perlopiù regolari e brune [Cremonesi cit, p.104]. Sono frammenti di recipienti globulari, olle, ollette, ciotole e scodelloni, conservati presso il Museo Castromediano di Lecce.
Al livello 3 delle quattro stratigrafie messe in luce dallo scavo di Palma Di Cesnola del 1961 fu rinvenuto un grande coccio di scodellone figulino decorato a larghe fasce semplici di colore rosso, marginate con linee brune (Fig.4 – a); al livello 2 (il più ricco di testimonianze), che corrispondeva al focolare, abbondavano frammenti di recipienti di notevoli dimensioni a collo troncoconico e, in particolare, fu rinvenuto un frammento a linee angolari (Fig. 4 – b) dove la decorazione appariva semplice e lineare. Il disegno si complica nel reperto a fasce (Fig. 4 – c), con reticolo o graticcio in alto e banda rossa terminale in basso, esemplare confrontabile con i modelli di Serra d’Alto (Matera) (Fig.5 – c, e, tavola di comparazione, reperto Università del Salento).
Tipico di Serra d’Alto e Diana (Lipari) è l’ansa accartocciata recuperata nella grotta. Ciò che era formalmente una semplice ansa a nastro, qui si piega fino ad assumere una conformazione plastica di maggior saldezza aderente alla spalla del vaso [Trump 1978, p. 64] (Fig. 4 – d).
In altri frammenti la decorazione lineare segue uno svolgimento, per così dire, serpentinato (Fig. 4 – e, f): entro due linee brune parallele scorre una spessa fascia ondulata, anche nella variante a zig – zag, più o meno addolcita o a tremolo, una maniera equiparabile con lo stile Serra d’Alto, come in alcuni esemplari del Museo Archeologico di Taranto (Fig. 5 – e, f). Anche il frammento con motivo a reticolo rientra nella sintassi geometrizzante tipologica Serra d’Alto (Fig. 4 – g, c), ancora comparabile con quello dell’Istituto di Archeologia di dell’Università del Salento (Fig. 5 – c) e affine al prototipo materano del Museo di Taranto (Fig. 5 – d).
Generalmente per questo tipo di decorazione insieme alla linea zig – zag, si potrebbe pensare ad una tradizione grafica proveniente dalla tecnica dell’intreccio di fibre vegetali, arbusti, rami o altro e, successivamente, con filati di origine animale da cui sarebbe nata la tessitura vera e propria [Semper 1887, pp. 213 e segg.].
Una tesi messa in discussione da Riegl, in quanto questo tipo di ornato reticolare, sarebbe invece qualcosa di spontaneo derivato solo dal fantasioso gusto del ritmo. Dopotutto chi sa allineare i denti di un animale per una collana, tiene conto delle partizioni ritmiche e della distribuzione simmetrica degli elementi in base alle loro caratteristiche. Insomma l’uomo neolitico avrebbe creato delle cadenze ritmiche che trasferite graficamente in piano sarebbero diventate espressioni astratte geometriche [Riegl 1963, pp.33- 34].

Il reticolo generato dall’incrocio obliquo di linee verticali e orizzontali, forse simboleggiava un certo senso di equilibrio e stabilità dinamica, oppure una relazione illimitata che sempre si ripropone, ma che trova, infine, unità nell’intreccio [Cooper 1988, alla voce].
Il frammento a banda rossa non marginata e caratterizzato da linee brune a tremolo ondulato irregolare (Fig. 4 – h), richiamerebbe idealmente alle curvature organiche del corpo umano e, a livello significante, farebbe pensare allo scorrere dell’acqua, oppure dell’effusione solare [Ivi]. Il reperto a fasci paralleli di linee spezzate a zig – zag (Fig. 4 – i), rammenta motivi ornamentali di tipologia materana, confrontandolo con i pezzi presso il Museo di Napoli e il Museo Università Sapienza Roma (Fig. 5 – l, g). Si tratta di linee zig – zag parallele che seguono un proprio sviluppo ritmico simmetrico, in grado di generare delle losanghe. Un rombo / losanga (Fig. 4 – i) sarebbe la metafora della vulva e in un senso più esteso un auspicio di fertilità [ivi] e i possibili movimenti di sviluppo a meandro di origine danubiano – balcanica [Pallottino 1977, p. 70] (Fig. 5- n, o) che ne derivano sembrerebbero richiamare i mulinelli d’acqua (Fig. 5 – g, n),
La sintassi ornamentale dei cocci del “Fico” si potrebbe definire significante, in quanto esprime contenuti di forza intuitiva, di azione (senza le mediazione del segno – significato), stasi, distensione, moti, tensioni e distensioni, come se l’impulso astrattivo di una necessità inconscia volesse mettere ordine nella natura, addomesticandola [Worringer 2008, p.22].
Nel primo livello della grotta durante lo scavo del 1961 vennero rinvenuti due vasetti interi o tazze “a carena piuttosto bassa” [Palma di Cesnola] (Fig. 5 – a, b) dell’Età del Rame (4000 – 2000 a.C.), assimilabili alla cultura di Cellino San Marco, con qualche richiamo alla tipologia Lagozza [Cremonesi, cit. p. 117], (Fig. 5 – h, i). In linea di massima le soluzioni ornamentali della ceramica protostorica, pare provenissero dalla grammatica descrittiva rettilinea e a zig – zag della Civiltà di Sesklo in Tessaglia [Peroni 1958 – 1987, vol. III, pp.287 – 288] che, attraverso la ceramica impressa siciliana di Stentinello e Matrensa (Fig. 5 – m) e la cultura apulo – materana, giunsero nella stazione neolitica di Santa Maria al Bagno, nel quadro del “circuito di scambi internazionali” di relazioni tra civiltà fin dal IV millennio a.C. [Tiberi cit. p. 72].
Gli utensili (dal Museo Sigismondo Castromediano di Lecce)
Nello scavo del 1961, dal terzo al secondo strato emersero reperti che poco avevano a che fare con l’utilità, in quanto parure (Fig. 6 – a), cioè due rotelle e una placca forate di conchiglia, con residui di pigmento ocra per essere appariscenti, probabili ornamenti prevalentemente femminili (o almeno si suppone).

Furono rinvenuti anche vari pendagli decorativi di conchiglia forati e denti di animale (Fig. 6 – a, b, c, d) [Museo di Lecce] la cui funzione sarebbe stata perlopiù sociale e personale, in quanto esponevano alla comunità chi li indossava per distinguersi. Probabilmente un modo di piacere al proprio entourage locale compiacendo l’occhio altrui, con un effetto di ritorno sull’individuo portatore in termini di autostima. Quindi in generale la parure corrispondeva, anche in tempi remotissimi, all’irradiarsi dell’essere umano nello spazio, oltre la propria configurazione geometrica [Simmel 2020, pp. 99 – 101] e sociale. E, alla valenza sociale, si abbinerebbe in termini magico – apotropaici, la necessità da parte dell’ornamento di difendere l’apertura del collo, cioè la parte più significativa del corpo (tra la testa che osserva il mondo e il corpo che agisce), dalle forze oscure o negative [Burgelin 1977, p. 83].
Nello strato più in basso si collocavano reperti in pietra levigati che avevano a che fare con l’agricoltura, cioè un’accetta, uno scalpello, un lisciatoio e un pestello, con evidenti tracce d’uso (Fig. 6 – e, f, x, y). Gli scalpelli paletnologici servivano per incidere, scavare e tagliare legno e rami, mentre il lisciatoio era utilizzato per levigare (strofinandolo energicamente sulle superfici) e distendere le pelli degli animali. Furono rinvenuti inoltre un grosso macinello ovoidale, abbastanza usurato e un corposo ciottolo ovale concavo adoperato come macina (Fig. 6 – g). Il pestello (citato da Palma di Cesnola) serviva a schiacciare e frantumare erbe, granaglie, cibi e altro battendo dall’alto, come una specie di martello. Più abrasivo era il macinello [Museo di Lecce] che attraverso un movimento circolare veniva usato per produrre farine nella superficie concava del blocco di pietra.
In particolare la manifattura litica emersa, con qualche somiglianza con la cultura di Ripoli [cfr. Dantoni 1995, p.25], è composta perlopiù da lame, bulini, grattatoi, punteruoli, geometrici, semilunari e altre schegge (Fig. 6, disegni tratti dal testo di Palma di Cesnola). Tra le diverse lame (lunghe pressappoco 10 cm.) si segnala la lamella ben ritoccata con intacco all’estremità (Fig. 6 – h), individuata al terzo strato; al secondo si segnalano altre due lame esemplari, di cui una con ritocco erto e un’altra con troncatura obliqua (Fig. 6 – l). Nel primo strato è presente una lama completa “con bel ritocco marginale erto” (cioè perpendicolare) [Di Cesnola cit. p. 75], elegante e affusolata (Fig.6 – m) e un’altra lama con ritocchi marginali paralleli opposti (Fig. 6 – n). Si tratta di utensili ricavati da schegge allungate di roccia o selce; servivano per tagliare e pulire pelli o costruire altri attrezzi (Calvelli, antiqui.it]. Al terzo strato si segnalano un bulino (Fig. 6 – o), usato per lavorare ossa e, probabilmente anche per incidere materiali duri [Bordes 1968, p. 241]; un dischetto litico (Fig. 6 – q), per probabile funzione ornamentale; un punteruolo (Fig. 6 – t) adatto per incidere pelli, segnare l’argilla prima della cottura o lavorare e scavare il legno e altri materiali relativamente duttili [Calvelli, antiqui.it] e un esemplare di cuspide di freccia, ottimamente sfaccettato (Fig. 6 – u). Un grattatoio su estremità di lama compare nel primo strato (Fig. 6 – p), con ritocco ad una estremità, serviva, come altri strumenti simili, per asportare il grasso e grumi di impurità dalle carni, pelli e ossa degli animali [Bordes, p. 243], rendendo le superfici morbide e lavorabili per realizzare coperte, vestiti e altri strumenti [Calvelli, antiqui.it]. Al secondo livello si segnalano i cosiddetti “geometrici” (Fig. 6 – r) e un “semilunare” (Fig. 6 – s). Si tratta di piccoli strumenti o microliti, spesso a forma di mezzaluna usati come lame taglienti, fissate su fusto ligneo oppure osseo [Rellini 1930].
L’industria su ossidiana è presente nel terzo e secondo strato. Consiste di un piccolo nucleo di materia prima, un corredo di varie lamelle ritoccate ai bordi e altri frammenti (Fig. 6 -v). Tutto ciò attesta, come già evidenziato, i rapporti commerciali tra le varie comunità neolitiche meridionali, considerato che l’ossidiana è un materiale vetroso estremamente tagliente di origine vulcanica proveniente dalla Sicilia.
I manufatti su osso riguardano una zagaglia (o corta lancia scagliata con l’ausilio di un propulsore a mano) e altre punte aguzze ben lavorate (Fig. 6 – z). Importante è la presenza di due fuseruole per la filatura di fibre (Fig. 6 – k) dell’Età del Rame (4000 – 2000 a.C.) [Museo di Lecce] in cui il movimento rotatorio del fuso, appesantito dalla fuseruola, torceva la fibre (per esempio di lana grezza), producendo un filo resistente [Forbes 1960, p. 34].
L’esito dello scavo attestò il passaggio da un’economia fondata sulla raccolta di molluschi (valve, conchiglie e simili) a quella agropastorale (con un ruolo probabilmente significativo della donna), testimoniata dalle evidenze dei reperti e, come si evinse e dalla presenza di ossa di animali domestici in grotta [Delli Ponti, cit. p. 86]. Dall’elenco redatto Borzatti Von Löwenstern [Palma di Cesnola, cit. p. 78] le ossa appartenevano al cervo, lepre, riccio, talpa, tartaruga, cavallo e alle specie suine, ovine e caprine
I Petroglifi di Santa Maria al Bagno
Durante la campagna di scavo del 1961 furono scoperte da Francesca Minellono delle incisioni rupestri [1961, pp. 85 – 93] ubicate più in basso sullo stesso versante collinare della Grotta del Fico, su un banco di calcare di circa 67 mq. (dove sono in maggior numero) e ad una quota di circa 30 metri sul livello del mare [Ivi, pp. 85 – 86]. Probabilmente furono opera degli antichi frequentatori della grotta (Figg. 7, 8 tratte ed elaborate dal testo della Minellono) che adoperarono, a quanto pare, strumenti metallici per incidere la roccia.
Le incisioni raffigurano concavità circolari a forma di “coppelle” collegate da “canalicoli”, differenziandosi per complessità e assetto configurativo. La coppella presenta spesso all’interno un cerchio o una specie di corona circolare in rilievo curvo da cui si origina un “canalicolo”, oppure genera più canaletti in articolazioni più complesse e biforcate. La profondità dei cerchi all’interno della coppella e canaletti varia da 2 a 0,5 cm. e la larghezza da 1, 5 a 4 cm. Le coppelle, raggiungono un fondo massimo tra i 4 e i 5 cm. con un diametro tra i 10 e 5 cm. [Ivi, p.87] (Fig. 8 rilievo di Borzatti Von Löwenstern, in Minellono, cit.).

Il sistema dei canalicoli presenta un’inclinazione costante, forse per far scorrere dei liquidi verso il basso, nella direzione ideale del mare. Sono incisioni tipiche dell’età neolitica che, in qualche modo, somigliano con quelle della Valcamonica, si trovano anche in Valle d’Aosta [Santacroce 1968 – 1969, pp. 122 – 168], in altre valli alpine del Nord d’Italia e in alcune regioni europee.
Si tratta di raffigurazioni che potrebbero aver a che fare con culti solari [Minellono, cit. p.92] o a rituali particolari purificatori attraverso la raccolta dell’acqua piovana. Tuttavia la tipologia incisoria di Santa Maria al Bagno appare alquanto originale, per l’associazione sistematica di cerchio – corona/coppella e contiguità ramificata di canalicoli di collegamento, un disegno d’insieme che non trova riscontro altrove e appare per la prima volta nel Meridione [Ivi, p.92].

Le ipotesi sulla funzione sono molteplici: le coppelle potevano servire per contenere offerte alimentari per il nume [Anati 2000, p.8] o rappresentare un ipotetico culto della fertilità, quindi avrebbero simboleggiato la vulva e i canaletti il sesso maschile. Inoltre non è da escludere che l’artefice (o gli artefici) volesse dialogare attraverso i segni incisi, con gli spiriti all’interno della madre roccia [Ivi, p.1].
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