
di Marcello Gaballo
L’agronomo Ferdinando Vallese dedica un’approfondita analisi alla natura dei terreni della penisola salentina, individuando proprio nella loro straordinaria varietà una delle ragioni fondamentali del successo della fichicoltura.
A suo giudizio, infatti, il fico possiede una capacità di adattamento eccezionale, tanto da prosperare nella quasi totalità dei suoli presenti in Terra d’Otranto.
Egli distingue i terreni derivati dalla disgregazione dei calcari compatti, quelli originati dai calcari teneri magnesiferi e tufacei – tra cui la celebre pietra leccese – e quelli a maggiore componente argillosa, rilevando come tutti possano offrire condizioni favorevoli alla coltivazione, purché non soggetti a ristagni idrici prolungati.
Una particolare attenzione viene riservata ai suoli tipici del Salento, modellati nel corso dei millenni dall’azione del mare e degli agenti atmosferici.
Le vaste distese calcaree, caratterizzate da rocce fessurate e permeabili, consentono alle robuste radici del fico di insinuarsi in profondità fino a raggiungere gli strati più umidi del sottosuolo, garantendo alla pianta una notevole resistenza alle lunghe siccità estive che caratterizzano il clima mediterraneo. Questa peculiarità rende il fico assai meno vulnerabile rispetto ad altre colture arboree nei periodi di prolungata assenza di precipitazioni.
Vallese prende inoltre in esame i terreni siliceo-sabbiosi e siliceo-argilloso-ferruginosi, conosciuti localmente come rinazzòli e terre bolose. Pur osservando che in tali suoli gli alberi tendono a sviluppare una vegetazione meno vigorosa, sottolinea come essi siano comunque capaci di produrre frutti di eccellente qualità, particolarmente apprezzati per le caratteristiche organolettiche. Analogamente, egli considera favorevoli anche i terreni più profondi, siliceo-argillosi, argilloso-calcarei e persino quelli decisamente argillosi, purché ben drenati, poiché il fico mal sopporta i ristagni d’acqua che compromettono l’apparato radicale.
In definitiva, la grande varietà pedologica del Salento – dalle distese di roccia affiorante alle fertili terre rosse ricche di ossidi di ferro, dai banchi di pietra leccese ai terreni calcareo-argillosi dell’entroterra – costituiva un ambiente ideale per questa specie fruttifera. Era proprio questa straordinaria adattabilità a fare del fico una presenza quasi universale nel paesaggio rurale salentino, tanto da competere, come osservava lo stesso Vallese, con le colture simbolo della regione, l’olivo e la vite. Non si trattava dunque di una coltivazione marginale o di complemento, bensì di una vera risorsa economica, favorita da condizioni pedologiche e climatiche che poche altre aree del Mediterraneo potevano offrire con la stessa continuità.
Vallese arriva ad una conclusione molto significativa:
“Date queste condizioni di clima e di suolo… è facile comprendere come questa pianta non poteva restare confinata fra le colture secondarie della nostra regione, ma doveva assumere, come ha assunto, tale importanza da gareggiare con quelle dell’ulivo e della vite.”
Questa frase fotografa perfettamente la situazione economica del Salento agli inizi del Novecento.
Oggi siamo abituati a considerare il paesaggio salentino dominato dagli ulivi; allora, invece, vaste superfici erano occupate anche dai fichi, spesso coltivati in veri e propri impianti specializzati destinati alla produzione industriale dei fichi secchi.
