Il Mosè di Rossini e le processioni del Salento

di Fabio Cavallo

In questi giorni d’agosto, le feste patronali animano ogni angolo del Salento, dove la Madonna e i numerosi santi – con San Rocco in primis – vengono celebrati con grande solennità e partecipazione popolare.

Processione nel Salento con banda al seguito

 

Le caratteristiche peculiari di una festa patronale salentina possono essere ricondotte a quattro elementi fondamentali: la processione, il concerto bandistico, le luminarie e i fuochi pirotecnici. Si tratta di componenti profondamente radicate nella tradizione e nell’identità delle comunità locali, tanto che è difficile immaginare una vera festa patronale in loro assenza. Un ruolo di particolare rilievo è svolto dalla musica bandistica.

Il concerto della banda non si limita ad essere un semplice momento di intrattenimento ma accompagna e scandisce i momenti più significativi delle celebrazioni religiose. In questo contesto si colloca una consuetudine musicale particolarmente diffusa in numerosi centri del Salento, ma in genere in tutta la Puglia: l’esecuzione, all’inizio e al termine delle processioni, della cosiddetta “Marcia di Mosè”, brano bandistico tratto dalla celebre opera “Mosè in Egitto” di Gioachino Rossini, composta a cavallo fra il 1818 e il 1819.

Frontespizio della partitura del “Mose in Egitto” di Rossini

 

La composizione è parte integrante del repertorio delle bande pugliesi e del Sud Italia, grazie alla sua popolarità ma anche per il particolare significato che essa ha assunto nello svolgimento delle processioni. Il brano eseguito risponde ad una sorta di “codice musicale” ormai riconoscibilissimo da tutti.

Interessante la sua genesi: la marcia è tratta da due temi musicali del Mosè rossiniano, il primo, più solenne e conosciuto, tratto dal coro finale del terzo atto dell’opera, intitolato “Faraon, cedi alfine”; il secondo, invece, elaborazione dell’aria intitolata “Ah, se puoi così lasciarmi” presente nel primo atto dell’opera.

Della rielaborazione bandistica, si conoscono due versioni, la prima sviluppata dal Maestro Alessandro Vessella (1860 – 1929), direttore di banda e compositore, innovatore degli organici dei concerti bandistici militari e civili, una sorta di riforma nata nel 1901 che porta, appunto, il nome di “riforma Vessella” e la seconda versione, meno conosciuta, a firma del Maestro Rocco Cristiano (1884 – 1967) più fedele all’originale rossiniano.

parte del 1° clarinetto soprano della trascrizione del Vessella

 

partitura completa per banda della trascrizione del Cristiano

 

Foto del Maestro Alessandro Vessella

 

Foto del Maestro Rocco Cristiano

 

Ad onor del vero esiste una terza versione, entrata di recente in repertorio presso alcune bande, curata nel 2000 dal sacerdote casaranese, Mons. Tommaso Sabato. Essa riprende l’impostazione vesselliana e ne accentua la pienezza sonora con un finale più ampio, solenne e fortemente adatto alla funzione processionale.

Foto di Mons. Tommaso Sabato

 

La Marcia del Mosè ha progressivamente sostituito la Marcia Reale del torinese Gabetti, un tempo eseguita durante le processioni. La sua ideazione non sembra casuale, ma risponde a un preciso significato simbolico: il “passaggio” rievocato nell’opera di Rossini, con Mosè alla guida del suo popolo nel cammino verso l’affrancamento della schiavitù trova una corrispondenza nel procedere dei fedeli in processione. Il cammino esodale, narrato nel melodramma diventa così, nella festa patronale, un cammino reale e la musica di Rossini in una sorta di colonna sonora del camminare.

L’esecuzione del pezzo si pone in una sorta di rituale consolidato mirabilmente spiegato da Sergio Pignatelli, già priore della Confraternita di Sant’Antonio di Molfetta:

”La croce astile e lo stendardo processionale hanno aperto il corteo già da qualche minuto. Il brusio della folla comincia lentamente a dissolversi lasciando spazio alle prime disordinate note eseguite da qualche bandista che comincia a “scaldare” labbro e strumento. Il cerimoniere dispone le ultime direttive affinché tutto si svolga come da protocollo e nel rispetto della tradizione. Gli astanti cominciano a percepire che il momento topico sta per arrivare quando il sacrista dà il via al rintocco delle campane che irruentemente monopolizzano l’attesa acustica dei convenuti. Quando il simulacro […] si avvicina all’uscio della Chiesa […] il cassista esegue la “bussata” (due colpi di grancassa per richiamare tutti i membri della banda dell’imminenza dell’esecuzione). Gli applausi della folla rompono il silenzio venutosi a creare: è il momento. Il capobanda proferisce l’inconfondibile “Pronti! Un-due!” e la magia si concretizza dando vita ad un mix di emozioni, speranze e ricordi”.

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