Dialetti salentini: “spilu” e la sua travagliata storia etimologica

di Armando Polito

Nessuna acquisizione scientifica può essere considerato definitivo e perfino un dato ritenuto incontrovertibile è passibile di revisione e, in non pochi casi, di confutazione, col risultato di sconfessare l’ipotesi in base ad esso formulata. A questa debolezza è forse proprio l’etimologia fra tutte le discipline a pagare il conto più salato, tant’è che ancora oggi innumerevoli sono le voci per le quali l’etimo rimane incerto o, addirittura, ignoto. Sotto questo punto di vista spilu rappresenta, come vedremo, un caso emblematico, con il quale si sono confrontati nel tempo non pochi, avanzando proposte che saranno passate in rassegna,  analizzate e discusse con osservazioni fatte da un dilettante come il sottoiscritto, che, però, gradirebbe il riscontro, soprattutto se negativo, di chi è più competente di lui.

A quanto ne so, prima di Gerhard Rohfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976,  nessuno si era occupato di questa voce. La partenza da lui, perciò, autorevolezza dello studioso a parte, risulta obbligatoria. Di seguito il trattamento dei lemmi interessati.

 

Sostanzialmente il Rohlfs propone come comune denominatore la voce primitiva filo, connesso con filare, da millenni attività esclusivamente femminile e di enorme importanza non solo in ambito domestico. Da filare nasce sfilare (con s– intensiva) e spilu (bambagia filata) del penultimo lemma.

Emergerebbe cosi la suggestiva metafora del desiderio che strugge incessantemente come fa il fuso con la bambagia e non c’è bisogno di arrivare alle estreme conseguenze con sfilacciare. Ma un maestro come lo studioso tedesco non poteva correre il rischio di restare avviluppato da questo gomitolo, illudendosi di aver trovato il bandolo della matassa … e di tutto ciò è dimostrazione il punto interrogativo che accompagna sfilu del primo lemma. Questo commento vuole essere un omaggio all’umiltà che solo i veramente grandi hanno, a differenza della tracotante sicurezza di tanti che ignorano tra i segni di interpunzione il punto interrogativo, tra gli avverbi forse e tra i modi verbali il condizionale.

E dopo il Rohlfs? In ordine cronologico passerò in rassegna le altre proposte etimologiche delle quali sono a conoscenza. Commenterò anche queste, riservando ad un altro post la disamina delle risposte che la troppo osannata e poco demonizzata IA appare in grado di dare, almeno per il momento, ad essere, sempre secondo la mia modestissima opinione, generosi e ottimisti.

Giuseppe Presicce, Dizionario di dialetto e civiltà salentina, s. n., s. l., 2023. Segue la scheda tratta dalla versione digitalizzata disponibile in rete (https://www.dialettosalentino.it/a_1.html).

L’autore conosceva l’opera del Rohlfs che spesso cita nel trattare altri lemmi. Stranamente qui non lo fa, anche se, in base alle premesse metodologiche che ho espresso poco sopra, apprezzo quell’ipotizziamo, anche se l’etimo proposto non mi pare inattaccabile. A preliminare beneficio di chi non ha sufficiente dimestichezza con siffatta disciplina ricordo che un etimo per essere almeno attendibile deve mostrare congruenza semantica e fonetica. Spiculu(m) è sul piano semantico ineccepibile, su quello fonetico totalmente incompatibile per il motivo che segue.

La sincope di regola coinvolge una vocale atona (latino dòmina>*domna>italiano, per assimilazione, donna), mai un’intera sillaba. Apparente eccezione, fra le altre, è il salentino caddhu<italiano cavallo<latino caballu(m), dove la lenizione prima e la caduta poi hanno coinvolto non una vocale ma la consonante v, che nel salentino è soggetta a farsi molto male nella caduta … fino a morire, anche in posizione iniziale, cioè per aferesi (latino valere>italiano valere>salentino alire). In spiculu(m) per sincope poteva cadere solo la u, non l’intera sillaba cu. Ciò avrebbe comportato la trafila spìculu(m)>*spiclum>italiano spicchio>salentino spicchiu, come in auris>aurìcula>*aurìcla>italiano orecchio>salentino ‘recchia. Se, dunque, spilu non può essere figlio di spiculu(m) per il fatto che dopo la sincope di –u- l’esito del restante –clu– è –cchiu-, quale diversa paternità va individuata? Mi pare di intravvederlo nel latino medioevale spìnulu(m), accusativo di spìnulus1, variante maschile del classico spìnula, che a sua volta è diminutivo di spina.

La trafila perciò sarebbe: spìnulu(m)>*spinlu>spilu

Questa sequenza, per mediare il linguaggio della genetica,  di dna filologico intravvisto, però, mostra una compatibilità molto elevata ma non al 100% e questo per colpa di una –l– in meno. Il gruppo –nl-, infatti, sarebbe dovuto passare a –ll– per assimilazione, com’è avvenuto nell’italiano spillo e nel salentino spillu. Sarebbe gratuito, in quanto indocumentabile con altri casi, supporre che –nl– sia passato a –l– per facilitare la pronuncia ed altrettanto lo sarebbe ipotizzare un successivo scempiamento –ll->-l– giustificandolo come dovuto ad esigenze di differenziazione e, dunque, di specializzazione semantica col doppio passaggio metonimico dal concreto/causa (spina) all’astratto/effetto (voglia pungente). A volte  una variane o, addirittura, un sinonimo, anche di altri dialetti, può gettare luce o, al contrario, rendere ancor più consistenti le ombre che avvolgono certi etimi. A tal proposito, prima di continuare la rassegna, non posso trascurare spinnu, che nel siciliano e nel calabrese è l’esatto corrispondente del salentino spilu, come attesta quanto di seguito riproduco e commento volta per volta.

Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, Reale stamperia, Palermo, 1795 ai lemmi spinnu e spinnari.

A parte le parole e locuzioni latine (percupere=desiderare molto, desideerio flagrare=ardere dal desiderio, exoptare=desiderare oltre misura, pene contabescere prae nimio desiderio=languire per un eccessivo desiderio) funzionali al titolo del vocabolario e in linea con l’uso erudito settecentesco, sul piano  strettamente etimologico viene citato un P. M. S. che nel’elenco delle abbreviazioni relative agli autori utilizzati è sciolto in Francesco Pasqualino Manuscritto. Non so se Vincenzo abbia citato Francesco per fare piacere ad un suo probabile parente o per non assumersi la responsabilità di un lemma che, tradotto dal latino suona: “Spinnari, quasi venir meno per l’eccessivo desiderio di mangiare qualcosa etc. È proprio il verbo greco πινάω pinao, sono affamato o meglio desidero, bramo, composto con la preposizione ex  le cui veci fa la s iniziale, così da significare chiaramente morire dal desiderio”.

Faccio notare anzitutto che il buon Vincenzo dal manoscritto ha letto malamete e trascritto πινάω pinao (che significa sono sudicio) per il corretto πεινάω, peinao (che significa sono affamato e, per traslato, ho vivo desiderio di qualcosa). Quanto alle componenti, poi, individuate dal buon Francesco, va detto che appare come insolita fusione quella di  una preposizione latina con un nome greco.

Luigi Accattatis, Vocabolario calabrese-italiano, Patitucci, Castrovillari, 1895

 

Spes (che in latino significa speranza) ha una labile giustificazione sul piano semantico (si spera sempre di ottenere ciò che si desidera ardentemente), nessuna su quello fonetico. Nonostante la pessima qualità di stampa proprio in quel punto, l’alternativa greca sarebbe da decifrare in πεῖνα (leggi pèina) che significa fame. Viene quindi ripreso l’etimo del Pasqualino espresso nella forma verbale (πεινάω, peinao) e perciò valgono le osservazioni prima fatte su di esso.

Giacomo De Gregorio, Contributi all’etimologia e lessicografia romanxa con ispeciale considerazione ai vernacoli siciliani, in  Studi glottiligici italiani, Loescher,Torino,1899, v. I, p.139.

Qui, dopo la contestazione della voce greca del precedente autore, si collega spinnu con penare, giustificando –nn- come avente funzione di distinzione rispetto a spinari. Proprio quest’ultimo, a mio avviso, mette in gioco non pena ma spina. E penso al latino medioevale spìnulus. Di seguito il lemma come riportato dal Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis,Favre, Niort, 1886.

((SPINULUS, lo stesso che Spinula. Bernardo Scolastico di Angers in Miracoli di Santa Fidi anno 1500 circa tra gli approvati tomo 2 della nuova Storia Occitanica colonna 6: La medesima santa (Fide) sembrava cercare insistentemente in silenzio una fibbia di oro artisticamente realizzata che come in latino è chiamata sphinx, volgarmente spinulus)

Una trafila più lineare rispetto al coinvolgimento di pena sarebbe:   spìnulu(m)>per sincope spinlu(m)>per assimilazione progressiva>spinnu.

Riprendo la carrellata su spilu, interrotta dalla parentesi dedicata a spinnu, con i concittadini Enrico Carmine Ciarfera e Mario Mennonna, Il vulgare neritino. Vocabolario etimologico del dialetto di Nardò, Congedo, Galatina, 2020.

Speudo è trascrizione del verbo greco σπεύδω (leggi spèudo)=darsi da fare. Bisognerebbe spiegare non tanto come un verbo greco avrebbe generato nel dialetto salentino un sostantivo mancante nella lingua d’origine, quanto il pasaggio d->-l-.

Mi permetto di derogare all’ordine cronologico fin qui seguito con Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990.

Non vi è proposta etimologica, ma spilu, metafora di voglia cutanea, mi evoca la credenza popolare secondo la quale nel neonato essa sarebbe l’effetto di una voglia alimentare non soddisfatta dalla madre durante la gestazione. Ciò mi obbliga a riesumare, con beneficio di autoinventario, una proposta che avanzai più di dieci anni fa (https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/27/lu-spilu-la-voglia/).

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ma quella rohlfsiana rimane la più limpida. E, se la risposta più semplice spesso non è quella corretta e il caso può ingenerare suggestioni nella cui trappola è umano cadere, il greco σπίλος (leggi spilos)=macchia, allora da me messo in campo, non ha certo la pretesa di costituire la risposta definitiva, nonostante l’impressionante congruenza fonetica, pur se quella semantica appare tirata per i capelli.

 

N.B. A chi mi ha seguito fin qui chiedo scusa per averlo costretto a sorbirsi la lettura integrale del testo per comprendere il senso delle tre immagini di testa. È un miserabile, ormai trito espediente per attirare l’attenzione, ma, se lo fanno i divulgatori di vaglia e ancor più quelli di solo grido, non vedo perché non dovrebbe farlo una schiappa.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: cognome, email e nome
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com

error: Contenuto protetto!