di Armando Polito

Confesso, è il caso di dire senza pudore, che l’immagine di testa, pur assolutamente in linea, come quelle di coda, con il titolo, ha la furbesca finalità di suscitare interesse nel proseguire la lettura, anche se mi rendo conto che, dopo lo sdoganamento ormai antico di Raffaella Carrà, ci vorrebbe ben altro, ma non è detto che, con la scusa del dialetto salentino, prima o poi non ci provi …
Iddhicu è l’esatto corrispondente dell’italiano ombelico ed entrambi hanno come antenato il latino umbilicu(m), che, dal significato anatomico ne aveva assunti altri figurati: oltre a quello di centro (riconsacrato nella locuzione L’ombelico del mondo, titolo di una canzone di Jovanotti del 19951), designava anche il bottone del bastoncino attorno al quale si avvolgeva il manoscritto (volumen, da vòlvere=avvolgere) e, per estensione, tutto il bastoncino2, lo gnomone (lancetta dell’orologio solare)3, il cerchietto e in zoologia una conchiglia 4.
Umbilicus, a sua volta, è derivato da umbo (con aggiunta alla sua radice di un duplice suffisso aggettivale: *umb–ilis>umb–il–icus), che designava la protuberanza centrale dello scudo, a triste conferma della prioritaria funzione militare di quasi tutte le innovazioni tecnologiche di ogni tempo.
Ma come mai iddhcu rispetto ad ombelico appare come l’effetto di una cura dimagrante operata su un addome di dimensioni oltre la media? In realtà quel dimagrimento si era già manifestato agli albori della lingua italiana, in cui, oltre ad ombelico e umbilico, era in uso anche bellico:
Cecco d’Ascoli (1269-1327′, L’Acerba: capitolo VI: E l’ombelico e li lombi con l’anche
Dante Alighieri, Commedia (Inferno, XXXI, 31-33):
Sappi che non son torri, ma giganti, e so⟨n⟩ nel pozzo intorno dalla ripa/e dall’umbilico in giù son tutti quanti
Jacopo Alighieri, Chiose all’Inferno, scritte nel 1322, cioè un anno dopo la morte del padre:
1) Nel chiosare i versi 61-63 del canto XXXI (sì che la ripa, ch’era perizoma/dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto/di sovra, che di giugnere a la chioma) così si esprime: Izoma anticamente si chiamava alcuna veste di panno, che spamente dal mezzo in giù, cioè dal bellico infino alle gambe copriva, la qual è cinta e increspata in queste parti, come nelle meridionali s’usava.
2) Nel chiosare i versi 85-86 del canto XXV, (E quella parte onde prima è preso/nostro alimento, l’un di lor trafisse) così si esprime: Procedendo alle sopradette due qualità di ladroni, della terza e dell’ultima, qui così si contiene, cioè di coloro che, non essendo naturalmente abituati, per caso d’alcuna cupidità con diterminato volere a tale operazione si producono, figurandogli da certi serpenti esser trafitti nel luogo prima disposto al vitale nutrimento, cioè nel bellico e alterando lor forme, come qui chiaramente nel libro si legge. Per la figura, allegoricamente considerar si dee che, sì come principalmente nella criatura umana l’accidentale nudrimento per lo bellico si porge, così l’accidentale appetito ad operazione qui trafiggendo gli punga …
Questo bellìco (così va letto) non ha nulla da spartire, se non, per pura coincidenza tutti i fonemi disposti nella medesima sequenza, con bèllico, anche se la maledizione della guerra, che prima ho stigmatizzato con l’umbone dello scudo sembra in agguato dietro un semplice accento.
A partire poi dal XVI secolo è in uso pure la variante billìco, da cui, attraverso il significato traslato di centro, lo scempiamento di –ll– e l’arretramento dell’accento (sistole), è nata la locuzione essere in bilico, cioè in precario equilibrio finché il peso grava sul centro dell’appoggio.
Ma come si è giunti quasi subito (considerando che Cecco e Dante appartengono alla stessa generazione) dal loro ombelico/umbilico al bellìco di Cecco, partendo dal latino umbilicu(m)?
La fedeltà di una parola alla forma originaria dipende anzitutto dalla cronologia, ma nel nostro caso la palma va a Dante che, pur essendo contemporaneo di Cecco, mantiene il vocalismo latino, scelta alla quale potrebbe non essere stata estranea l’esigenza di mantenere alto lo stile della Commedia. Il bellìco di suo figlio Jacopo appare come adozione di una forma poco letteraria, direi popolare, giustificata dal fatto che lo scolio per definizione pretende un linguaggio comprensibile a tutti coloro che sapeva almeno legere. Così la trafila più plausibile sembra essere: ombelico>*obbelico (assimilazionemb>bb)>*l’obbelico>lo bellico (errata discrezione di o– inteso come parte del presunto articolo, conseguente scempiamento –bb->-b– e contemporanea geminazione –l->-ll-.
Analoga trafila per idhhicu, che rispetto al toscano bellìco mostra prima un passaggio b->-v– (presente nelle varianrti, sempre salentine, vuddhìcu/viddhìcu), fenomeno ricorrente con b non solo in posizione iniziale (battezzare>vattisciare) ma anche intervocalica (erba>erva), poi, altro fenomeno usuale, la caduta (aferesi) di v– e infine il consueto passaggio –ll->-ddh-.
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È l’auspicio di una convivenza imperniata sul rispetto e sulla tolleranza. In fondo è la rivisitazione in chiave laica ed universalistica (perciò libera da ogni definita collocazione geografica, il che fatalmente introdurrebbe il concetto di supremazia tipico, per definizione, degli imperi di ogni tempo) dell’umbilicus terrarum o, per i Greci, ὀμφαλός τῆς γῆς (leggi òmfalos tes ghes), com’era definita Delfi per la sua posizione centrale nelle terre allora conosciute secondo l’opinione concorde degli autori antichi, ma non è difficile immaginare per la riconosciuta importanza del suo santuario e relativo oracolo. Molto più modesto, naturalmente, l’umbilicus Italiae come Varrone (II-I secolo a. C.) citato da Plinio (I secolo d. C.), Naturais histiria, III, 10, 95. chiama il lago di Paterno o di Cotilia in provincia di Rieti: In agro Reatino Cutiiliae lacunm, in quo fluctuat insula, Italiae umbilicum esse Marcus Varro tradit (Marco Varrone tramanda che il lago di Cutiliam in cui galleggia un’isola, è l’ombelico d’Italia).
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3 Plauto (III-II secolo a. C.), Menaechmi, a, I, s. II, v. 43: Dies quidem iam ad umbilicum est dimidiatus mortus (Il giono senza dubbio è ormai dimezzato, morto presso lo gnomone).

Orologio solare, da Pompei
4 Di difficile identificazione per la somiglianza che parecchie conchiglie hanno tra loro. Si può ipotizzare che appartenga al genere patella (prima foto). Per passare ai nostri tempi e con la botanica, va ricordato l’Ombelico di Venere, nome comune dell’Umbilicus ruprestris (Salisb.) Dandy (seconda foto).

