Emilio Rubino| LI PILI TI LI MAMME

di Emilio Rubino

Nel passato l’analfabetismo nelle nostre zone era assai noto tanto da costituire una piaga nazionale (e non c’è da meravigliarsi se ancora oggi si trovano degli anziani che non sanno nè leggere, nè scrivere, pur se qualcuno – come si è celiato – ha imparato la propria firma per scrivere… cambiali.

Certo, progressi, nel campo, se ne son fatti ed ogni avvenimento, ogni fatto che, di per sè, sia idoneo ad avvicinare, nella fortuna come nella sfortuna, nel bene e nel male, gli uomini e a far loro intrecciare rapporti di ogni genere, ogni comunanza di vita, insomma, porta sempre con sè degli interessi, anche di natura culturale, che si trasmettono dall’uno all’altro individuo sino a creare, per osmosi, un patrimonio comune in una nuova civiltà.

Ciò vale sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi. Strano a dirsi, anche le guerre provocano di questi fenomeni. Basti pensare ai contatti umani fra le genti più varie dagli usi, dalle abitudini più disparate, per cui si deve concludere che anche i fatti bellici son capaci di per sè a portare, con le rovine conseguenziali, anche del bene.

Il campo culturale non è pertanto estraneo a questo fenomeno di] osmosi. Anche il soldato analfabeta è capace, fra una sortita e l’altra, nella trincea o nella baracca, di sorbire il modo di essere degli altri suoi commilitoni.

L’episodio che stiamo qui per narrare ebbe a verificarsi, appunto, sul Carso, durante la Prima Guerra Mondiale del 1915-18.

Un certo Tore di Nardò era un analfabeta ed analfabeta era anche la mamma che lo aveva creato. Ma, nel mentre quest’ultima poteva pure vivere nella propria ignoranza e contentarsi di conoscere gli avvenimenti che si verificavano nel “pittaci” o nelle vicinanze della propria abitazione, il figlio che, dalla sua povera ed umile casetta era stato, un giorno, sbattuto sugli altipiani del Nord in una umida trincea, tra il fragore delle cannonate, il crepitar delle mitraglie, fra i morti che gli cadevano addosso ed il sangue e le grida dei feriti che lo circondavano, non potendo comunicare col Padreterno per chiedergli la grazia della salvezza, fu costretto allora ad imparare i primi rudimenti del nostro alfabeto, per cui, tra una battaglia e l’altra, cominciò a strampellare, con l’aiuto di altri volenterosi, su di un foglietto alcune poche parole che scrisse alla propria madre, la quale, dopo che le avevano portato via il figlio, tutto ignorava della guerra e di esso, ricevendone della guerra soltanto imprecise notizie, dei disastri, dei lutti e delle rovine che essa produceva. Ma erano notizie vaghe, portate qui da qualche sopravvissuto e che si trasmettevano di bocca in bocca, da vicolo a vicolo, come un racconto di mondi lontani.

E il nostro Tore, preso dal turbine infuocato della guerra, ritornato dal vortice delle battaglie, stordito dal rumore dei cannoni, intimorito dalle morti che in ogni minuto lo accasciavano, non potendo direttamente parlare a Dio o ai santi, che, terrorizzati, anch’essi si tenevano lontani dai campi di battaglia, con quei primi rudimentali elementi di cultura che aveva appreso, non potendone più, un giorno, ebbe a scrivere alla propria mamma lontana e ad invocarla perchè intercedesse presso qualche Santo.

“Prea Sandandoni – egli scrisse – cu scanza tutti li pili ti li mamme]”. Ed egli voleva dire alla propria mamma lontana che pregasse il Santo di Padova perchè tenesse lontani dal dolore e dalla sfortuna tutti i figli di mamma.

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