Dialetti salentini: Fernando Manno di San Cesario di Lecce e un dizionario mai nato

di Armando Polito

Chi per motivi di studio, interesse da dilettante o  semplice curiosità ha dimestichezza con il vocabolario, ormai consacrato con l’acronimo VDS1 sa bene che per ogni lemma tutte le varianti recano una sigla corrispondente all’abbreviazione del nome del luogo di diffusione (per esempio: le per Lecce); non è dato sapere quanti dati così indicati siano frutto delle amorevoli e benefiche incursioni annuali dell’autore nel Salento e quanti, invece, della collaborazione di informatori locali. Quando, invece, una varuante risulta seguito da una lettera in maiuscolo accompagnata da un numero, il riferimento è all’opera a stampa o manoscritta in cui la voce è registrata, indipendentemente dal suo rilevamento fisico in situ.

Così L si riferisce a voce di questo tipo riguardante la provincia di Lecce e il numero l’autore, come nel dettaglio che riproduco dalla parte introduttiva del VDS e che mi consente di entrare in argomento senza ulteriori indugi.

Il preziosa che vi si legge è il coronamento di un giudizio estremamente positivo (con altre fonti, per esempio il neritino Francesco Castrignanò2, il Rohlfs non ebbe peli sulla lingua) anticipato nel citato rimando a p. 6, dove i lemmi raccolti negli undici quaderni erano stati definiti materiali ricchissimi.

Quando incontro il riferimento ad un manoscritto senza che la descrizione, magari accuratissima sia accompagnata da informazioni sul luogo di custodia, pubblico o privato che sia, in me scatta una metodologica diffidenza, non poche volte rivelatasi fondata, col controllo, reso possibile dalla rete e non disgiunto da fortuna, che ha messo in luce invenzioni o dell’ignoranza o, cosa ancor più grave, della malafede. Mi son così chiesto che fine abbiano fatto quei quaderni che, sempre a p. 6, sono inclusi tra i materiali per i quali il Rohlfs usa l’espressione messi a nostra disposizione.

Di fronte a questa espressione mi sono chiesto anzitutto se quei quaderni fossero autografi e la risposta, per quanto provvisoria, che ora posso dare è che certamente non solo lo erano ma erano pure l’unico esemplare esistente. Mi è difficile, infatti, immaginare che l’autore si sia sobbarcato ad una fatica immane, per quanto l’amore per il proprio lavoro potesse spingerlo a fare personalmente o a commissionare a persona di fiducia (anche a livello di preparazione culturale) ciò per il quale oggi basta un semplice clic. Nell’impossibilità di un esame autoptico, l’unico che in un sol colpo avrebbe risoisto alle due domande, bisognava industriarsi a cercare un’altra via, sperando che dalla rete con un po’ di fortuna potesse essere catturato un pesce di un certo pregio; e così è stato.

Digitando in OPAC3 Manno Fernando,  vengono fuori ben 52 schede. Una riguarda Secoli tra gli ulivi pubblicato per i tipi di Pajano a Galatina nel 19584. È questa la pubblicazione per la quale il Manno è solitamente citato, ma non la sola ed i motivi sono molteplici. Ad esempio  i suoi contributi etimologici pubblicati sul settimanale Voce del Sud, dei quali dirò più avanti, in OPAC non sono catalogati, come normalmente avviene per questo tipo di pubblicazioni in assenza di estratti. Le altre 46 schede si riferiscono ad altrettante lettere inviate dal Manno a Giulio Bertoni, il famoso filologo del quale era stato allievo, prima e dopo la laurea. Fanno parte di un fondo custodito nella Moderna Biblioteca Estense Universitaria di Modena (Carteggio Bertoni, fascicolo Manno).

Esse consentono di ricostruire biografie e in particolare vicende che hanno scandito la gestazione di un’opera e, magari, causato il suo aborto. L’ideale sarebbe stato, nel rispetto di una corretta metodologia, consultare gli originali, ma, non  potendolo fare per una serie di motivi che non dico perché non interesserebbero a nessuno, mi sono dovuto accontentare dei regesti riportati nelle schede OPAC (in fondo siamo sicuri che pure gli storici di vaglia, e io non lo sono nemmeno di quello postale, si prendano la briga di leggere il manoscritto originale o la sua trascrizione pubblicata piuttosto che il riassuntino che di solito la precede? …).

Dai regesti delle lettere apprendiamo così che alla data del 8/6/1930 risultano già iniziate la compilazione del dizionario e la raccolta delle canzoni popolari; alla data del 8/6/1931 il Manno comunica che il lavoro sul dizionario è ripreso (il che significa che nel corso di un anno non era stato continuativo), che si sta servendo dei suoi consigli e che gli invierà qualche scheda-tipo affinché possa visionarla e gli chiede di inviargli un elenco dei segni convenzionali per la trascrizione delle parole; alla data del 7/9/1931 comunica di aver ripreso la compilazione del dizionario e lamenta di avergli scritto e di non aver ricevuto risposta (è la seconda a noi nota interruzione del lavoro, ma forse anche la prima avvisaglia di un rapporto professionale che so stava deterirando); il 13/7/1932 fa sapere di aver ripreso il lavoro di compilazione del dizionario (e come interruzione saremmo alla terza) che sta per portare a termine; il 26/8/1932, però, fa sapere che ci vorrà almeno un altro anno di lavoro per l’approfondimento etimologico comparativo e l’ordinamento generale; il 9/2/1934 comunica che il lavoro procede molto bene. Tutte queste lettere risultano spedite da S. Cesario di Lecce. La successiva del 10/6/1934 risulta inviata da Galati (Romania), dove il Manno, abbandonata ogni aspirazione alla carriera accademica, ha già iniziato l’attività presso istituti culturali non italiani, che lo porterà in Romania, Spagna, Portogallo e Guatemala) chiede informazioni riguardo la trascrizione diacritica delle parole contenute nel suo dizionario; il 2/4/1937 ancora da Galati comunica che ha iniziato a dattilografare le bozze del dizionario e chiede al suo maestro di suggerirgli un metodo per trascrivere foneticamente alcuni suoni, affinché anche il non studioso possa accedervi (è una richiesta parallela a quella fatta nella lettera precedente); il 14/4/1938, questa volta da Coimbra (Portogallo) comunica che Il lavoro sul dizionario sta procedendo.

Il Bertoni morirà nel 1942 e il vuoto epistolare dopo il 1938 probabilmente è legato ad un raffreddamento del loro rapporto, anche se nel 1936 era stato uscito un suo lavoro (vedi nota n. 6), con la prefazione del maestro al quale ripetutamente, in modo quasi petulante, si era raccomandato perché, grazie al suo prestigio, ne accelerasse la pubblicazione, come emerge chiaramente da altre lettere dello stessi fondo.

Se queste lettere ci hanno permesso di conoscere quanto tormentata sia stata la gestazione di questo dizionario dialettale mai nato, un’altra completerà il quadro, dando la risposta definitiva almeno alla prima delle due domande iniziali. Essa fa parte del lascito che delle sue carte, e non solo di quelle, Oreste Macri fece a favore dell’Archivio Bonsanti del Gabinetto G. P. Vieusseux di Firenze. Di queste carte fa parte anche un cospicuo numero di lettere, oggetto di una pubblicazione piuttosto recente5. Una di queste lettere fu inviata da Roma proprio dal Manno il 20/4/1959 (dunque poco più di un mese prima di morire). Scrive di aver saputo tramite il comune amico Vittorio Bodini dell’interesse in lui suscitato dai suoi contributi etimologici pubblicati sul settimanale Voce del sud. Ricorda poi la sua formazione di dialettologo sotto la guida del Bertoni, come tendeva alla carriera universitaria e come invece avesse trascorso tutto il seguito della sua vita all’estero presso vari istituti culturali, per tornare in Italia durante la guerra. Confida di aver abbandonato gli studi e di aver donato tutto il suo materiale manoscritto al Rohlfs per la stesura del suo vocabolario e dichiara che lo ha fatto per omaggio alla sua scienza e che gli piacerebbe conoscerlo.

Aggiungo che, oltre alla stima del Macrì, è documentata anche quella non solo amicale e parentale ma anche professionale del Bodini, che di Secoli tra gli ulivi fece la recensione, dal titolo Bestiario salentìno, apparsa  sulla rivista trimestrale La zagaglia (a. I, n. 2, giugno 1959), con particolare riferimento alla sezione Fauna del cuore, per affinità con un argomento molto presente ne La luna dei Borboni (Edizioni della Meridiana, Milano, 1952).

Ora il materiali ricchissimi e il prezioso, usati dal Rohlfs nei riguardi quello  che ormai sappiamo essere stato un dono e non un prestito o affidamento temporaneo, acquistano maggior peso, pensando che molto probabilmente da quei più di 5600 vocaboli dei suoi undici quaderni il Manno aveva estratto i 674 lemmi pubblicati, come ho anticipato, sulla Voce del Sud dal 16/7/1955 al 1/9/1956. Dopo questa data la pubblicazione del settimanale, iniziata nel 1954, continuerà, ma non è dato conoscere i motivi dell’interrotta collaborazione del Manno.

Se il Rohlfs non restituì il manoscritto, quest’ultimo ora (il grande filologo è morto nel 1986) dove si trova? Non si può certo rimproverare al Macrì (1913-1998) il fatto che l’iniziale interesse per i contributi sulla Voce del Sud non lo abbiano spinto a tentare di dare una risposta a questa domanda: i suoi interessi non erano incentrati sull’etimologia, anche se sicuramente (essendo, pur sempre, un salentino) avrà almeno una volta consultato il VDS. Un rimprovero simile, per motivi paralleli, non meritano gli altri rappresentanti della linguistica salentina di quel tempo, a partire da Oronzo Parlangeli (1923-1969), autore della prima severa critica al tedesco5, per continuare con Mario D’Elia (1920-2001) e Carlo Pratola (1920-2004), dei quali alla edizione italiana del 1976 fu aggiunta, rispettivamente, una prefazione e una premessa.

Va da sé che l’approfondimento di un dato contenuto in un volume di 377 pagine (tante sono quelle del primo, nel quale il dato è riportato) può avvenire per una o più circostanze legate alla casualità, com’è successo a me nel corso di una ricerca su un lemma del quale tratterò nel prossimo post (mi scuso fin da ora per quanti nell’attesa passeranno notti insonni …) . So di non lasciare sulle spine l’unico lettore che potrebbe avermi seguito e che m’immagino esclamare gongolando: ” Ma in questo momento questo manoscritto è ancora esistente e, se lo è, dove sta?“. Esattamente la stessa seconda domanda, rimasta inevasa, che mi ero posto io prima di scoprire che sicuramente e in maniera stabile era passato per le mani del Rohlfs8. Io ho aggiunto un tassello e gettato un sassolino in quel mare immenso che è la rete e spero che almeno uno dei famosi cerchi lambisca la giusta sponda (quella tedesca, senza imboccare lo Stretto di Gibilterra?). Lui intanto, il gongolante (sia qualcuno o, come me, nessuno) getti il suo sassolino, se è capace, altrimenti si tenga in saccoccia l’altrettanto famosa ma tutt’altro che fanciullesca prima pietra …

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1 Gerhard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Bayerische Akademie der Wissenschaften, Munchen 1956-1959-1961 (in 3 volumi); a questa prima edizione (tedesca, di un testo in salentino e in italiano! …) seguì quella italiana (Congedo, Galatina, 1976, ristampata dallo stesso editore nel 2007.

2 https://www.fondazioneterradotranto.it/2023/05/09/due-solenni-tirate-dorecchi-la-prima-di-quasi-un-secolo-fa-al-letterato-neritino-francesco-castrignano-1857-1938/

3 Acronimo di Online Public Access Catalog.

4 L’autore, che era nato a S. Cesario di Lecce il 6/12/1906, morirà a Roma il 31/5/1959. Secoli fra gli ulivi sarà ripubblicato per i tipi di Manni a S. Cesario di Lecce nel 2007.

5 Dario Collini (a cura di), Lettere a Oreste Macrì. Schedatura e regesto di un fondo, University Pess, Firenze, 2018)

6 Oronzo Parlangeli, Postille e giunte al Vocabolario dei dialetti salentini in Rendiconti dell’Istututo lombardo Classe di Lettere, n. 92 del 1958

7 La pubblicazione, corredata di venticinque disegni di Lino Suppressa (Lecce 1915-Lecce 2003) è quella per cui viene ricordato ma, oltre ai contributi della Voce del Sud, sua è anche la traduzione di Păstoritul la popolarele romanice. Însemnătatea lui lingvistică și etnografică, București, 1913 col titolo La vita pastorale nella poesia popolare romena Ovid Densusianu, Roma, Istituto per l’Europa orientale, 1936 (con prefazione del suo maestro Giulio Bertoni), nonché la prefazione a Franco Marenga, Un paese coi baffi, Gemma, Roma 1958 ed a Giuseppe Trecca, Quinto Ennio. Dramma storico In tre atti, Pajano & C., Galatina, 1958. Il libro è corredato dei disegni di Giovanni Consolazione (Gravina di Puglia, 1908-Roma, 1964) e Pippi Starace (Lecce 1904-Rpma 1977) e probabilmente la prefazione del Manno legata a questo dettaglio che, insieme con l’affinità del tema, instaurava una sorta di gemellaggio col Secoli fra gli ulivi.

8 Sotto questo punto di vista al meno un passo in avanti sono rimasto rispetto ad un altro manoscritto riguardante Nardò e per il quale si poneva, addirittura, anche il problema dell’autenticità8 (vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2024/09/01/nardo-laccademia-del-lauro-e-un-manoscritto-allasta/).

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