Dialetti salentini: canuscìre, ovvero un contributo tutto meridionale?

di Armando Polito

Il corrispondente italiano di canuscìre è senza ombra di dubbio, conoscere, che è dal latino cognòscere, composto dalla preposizione, in funzione rafforzativa, cum=insieme e gnòscere (variante di nòscere)=accorgersi. In canuscire, rispetto all’italiano conòscere e al latino cognòscere, assolutamente normale è l’esito in –ìre come, per fare solo due esempi tra gli innumerevoli, in critìre rispetto a crèdere (tal quale in latino) e incìre rispetto a vìncere (tal quale in latino). I conti sembrano, invece, non tornare con quell’iniziale ca– contro co-. A questo punto sento già fischiarmi nelle orecchie l’obiezione: – E il famoso fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza dove lo metti?

Intanto dico che quel ca– non è invenzione dantesca ma della Scuola siciliana, che proprio Dante celebrerà nel suo poema (Purgatorio, XIV, 5) insieme con quello che ne era stato uno dei maggiori rappresentanti, cioè Jacopo da Lentini1.

Per questo tutti i vocabolari registrano canoscenza come variante antica di conoscenza e non ho nulla da eccepire. Per molto tempo, però, sono rimasto con la curiosità di sapere la ragione di quel ca– più antico, a quanto pare, di co-. Ben sapendo che in un vocabolario non avrei trovato soddisfazione, ho volto direttamente la ricerca a studi specialistici di tutte le epoche. Si direbbe che nessuno si sia posto il problema, altrimenti, con tutti gli studi linguistici  consultati, avrei dovuto trovare una risposta, se non definitiva, almeno plausibile. Niente, nemmeno uno straccio di ipotesi magari fantasiosa. Quella che sto per formulare forse lo è, ma, talora, la fantasia fallace di uno può ispirare quella inaspettatamente fruttuosa di un altro, ragion per cui sarò grato al lettore di qualsiasi sua osservazione. Che potevo fare, se non andare a caccia di altre voci salentine in cui il ca– aveva chiaramente soppiantato il co- sia italiano che latino? La caccia ha fruttato una sola ma, secondo me, significativa preda: caniàtu. Il suo esatto corrispondente italiano è cognato, che è dal latino cognàtu(m)=consanguineo, composto da cum+gnatus, quest’ultimo variante di natus. Dal significato originario di nato con lo stesso sangue la voce, poi, è passata ad indicare il parente acquisito.

Come ho precisato all’inizio, il latino cognòscere deriva da cum+gnòscere (variante di nòscere) e, come si è appena detto, cognatus è da cum+gnatus (variante di natus). Facendo un bilancio, diciamo che canuscire e caniatu, pur  registrando un secondo componente diverso (gnosco/nosco per il primo e gnatus/natus per il secondo) sono accomunati da ca– davanti a –n– variante di –gn-.

Credo che il passaggio co->-ca da cui eravamo partiti, possa trovare spiegazione nel supporre che ca– sia composto da cum+ad e che per canuscire valga la scomposizione in cum=con+agnòscere (composto da ad+gnòscere)=individuare; analogamente per caniàtu varrà la scomposizione cum=con +adnatus (composto da ad+natus)=spuntato sopra o accanto. Da notare che non ho fatto precedere nessuna delle componenti da asterisco, perché si tratta di voci latine più che attestate, cioè di uso corrente. In tutti i composti latini in cui come primo componente entra la preposizione cum, questa si si presenta come co–  e –o– si conserva sempre, anche quando il secondo componente inizia per vocale (coadiuvare=aiutare; coaptare=adattare; cooptare=associare, etc. etc.). Dal latino Il co- si conserva sempre pure in italiano, dove sembrerebbe fare eccezione caglio (in salentino quàgghiu). Sembrerebbe, perché è la classica eccezione che conferma la regola. Caglio, infatti, è dal latino coàgulum (da cui pure l’italiano coagulo), a sua volta da cum+la radice del verbo àgere=muiovere. La trafila che da coagulum ha portato a caglio è pertanto: coagulum>*càgulum (in cui –a– è quella di àgere, che non poteva essere sacrificata perché legata al concetto principale espresso dal verbo, a differenza della –o– di co– (da cum, preposicione)>*caglo>caglio. Proprio come è successo in caniàtu.             

La conclusione finale, dopo le osservazioni di natura etimologica e le attestazioni della Scuola siciliana e il contributo tutto salentino di caniàtu, è che canoscenza è sì variante antica di conoscenza, ma dal punto di vista etimologico, con lo zampino in più della preposizione ad, oltre che origini chiaramente meridionali. E, se così è, perché nel dialetto salentino non esiste cagnome? Non esiste semplicemente perché sono delle circonlocuzioni ad esprimerne i concetti anagrafici ad esso connessi, per cui al’italiano qual è il tuo cognome? corrisponde comu ti tieni o, con riferimento deduttivo ti ci  sȋ ffigghiu?, mentre per il nome la domanda è comu tichiami? oppure comu ti tieni?. E per il soprannome? Questo in salentino è ‘ngiura, che è dal latino iniuria(m) per aferesi e, nonostante questa decurtazione e l’attenuazione della valenza offensiva a favore di quella identificativa (tant’è che spesso il soprannome, nei casi meno appariscenti semplice deformazione popolare del cognome, appare registrato negli atti notarili2) non si chiede certo al diretto interessato qual è la ‘ngiura?

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1 A titolo d’esempio solo alcune ricorrenze presenti nella sua produzione: guardate a Pisa di gran canoscenza (dalla canzono che inizia con Ben m’è venuto prima cordoglienza); come nochier c’à falsa canoscenza (dal sonetto che inizia con Donna, vostri sembianti mi mostraro). La compresenza di canoscenza e conoscenza in ambito toscano è attestata da Ruggieri Apuliese, senese, di pochi decenni posteriore a Jacopo:

… tant’aggio ardire e conoscenza

… i savi canosce [nti] lo dritto ogne istagione … …

 

Canoscenza tra i contemporanei di Dante è nel fiorentino Guido Cavalcanti e, a loro anteriore di non più di venti anni, il bolognese Guido Guinizelli (sono i due Guido della vignetta).

2 Un esempio per Nardò: Sciogli, deformazione con passaggio tutto popolare al plurale di Giulio (vedi Marcello Gaballo, La masseria Sciogli in territorio di Nardò. Dalle famiglie Giulio e Basta al monastero di Santa Teresa di Nardò, in Un palazzo, un monastero: i baroni Sambiasi e le Teresiane a Nardò, Congedo, Galatina, 2018, p. 70).

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