Libri| Noi speravamo. La costruzione dello Stato unitario tra forme di ribellismo e crisi delle certezze. Il caso Salento (1861-1870)

di Mario Spedicato

La ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stata segnata da una ricca produzione storiografica che ha interessato anche la provincia salentina. Un bilancio definitivo ancora non si è potuto fare perché si attendono le pubblicazioni di atti di convegno e di monografie, nate spesso sulla scia di ricerche di settore che non hanno trovato posto in volumi miscellanei e/o dell’acceso dibattito multidisciplinare che hanno alimentato. Certamente si è vissuta una stagione intensa e proficua sul piano delle conoscenze e degli approfondimenti storici, soprattutto nel campo delle indagini periferiche, quelle che hanno affrontato il processo dell’unificazione nazionale con particolare riguardo alle ricadute politiche, sociali, economiche sulle popolazioni meridionali e, nel nostro caso, specificatamente salentine.

Tra queste ultime, le ricerche di Salvatore Coppola sono tornate di grande utilità non solo perché focalizzate tra il prima e dopo l’Unità, ma anche perché orientate a verificare l’impatto dello Stato nazionale nel primo decennio post-unitario, quando cioè si passa rapidamente dall’illusione alla delusione popolare, dagli slanci idealistici di tanti patrioti ai maneggi di basso conio e alla rassegnazione politica.

In questo volume si raccolgono alcuni saggi di Salvatore Coppola meritori di aver aggredito con indagini di largo respiro, costruite cioè su una pluralità di archivi centrali e periferici, il tema dell’Unità nel Salento, in una provincia periferica del Mezzogiorno anticamente denominata Terra d’Otranto. Pochi altri studiosi hanno avuto la sensibilità di compulsare una documentazione così diversa e così vasta, amalgamandola in un ordito in cui il racconto storico non perde certamente la sua inevitabile complessità, ma si arricchisce anche di dettagli non trascurabili e di dense riflessioni storiografiche che le sole carte conservate nell’archivio di Stato di Lecce non avrebbero aiutato a fare emergere e ad elaborare. Coppola si è avvalso della sua instancabile e collaudata esperienza di ricercatore per allargare in maniera mirata l’orizzonte delle sue indagini, scegliendo di seguire e di interrogare anche le tracce documentarie superstiti conservate nell’Archivio del Museo Centrale del Risorgimento di Roma, nella Biblioteca della Camera dei Deputati, nell’Archivio Feltrinelli di Milano (Fondo Macchi) fino ad arrivare alle carte dell’Archivo Histórico del Ministerio de Asuntos Exteriores di Madrid, una novità inimmaginabile per gli studi disponibili, ma che, letta in un contesto più ampio, lega la storia del Salento a quella dell’Europa. Basterebbero queste poche ed essenziali segnalazioni archivistiche per qualificare le ricerche del Coppola, studioso che unisce al rigore scientifico una indubbia passione civile che ne esalta la statura umana. Dentro questo quadro di riferimenti documentari si snoda l’analisi del Coppola, che non a caso sceglie di aggrapparla al percorso biografico-politico di noti ed eminenti uomini del Risorgimento salentino, come Sigismondo Castromediano, Liborio e Giuseppe Romano, Giuseppe Libertini, Giuseppe Pisanelli, Bonaventura Mazza-rella, Oronzio De Donno ed altri, per declinare il difficile e contrastato processo di unificazione nazionale. Proprio attra-verso l’attività parlamentare svolta da alcuni di essi nel primo decennio post-unitario si riesce a comprendere il paradosso che sorregge il consolidamento dello Stato unitario, avvenuto a danno del Mezzogiorno, emarginato dai processi produttivi, incapace di far decollare la sua economia troppo esposta alla concorrenza interna ed estera, deluso dai mancati sostegni governativi, segnato da un disagio sociale diffuso e spinto verso forme di violenza alimentate dal clero e dalle forze più retrive legate al passato regime borbonico.

Un dato appare oramai accertato sul piano scientifico, al di là dei revisionismi di maniera che favoleggiano un regno delle Due Sicilie all’avanguardia in Europa (per porti, infrastrutture, ferrovie, fabbriche, ecc.) di una Napoli capitale al passo con Parigi, Londra, Vienna, ecc. Forse si può pure convenire che la città di Napoli al momento dell’Unità offriva un quadro in superficie “moderno” per i suoi lampioni, per il lungomare abbastanza curato e per qualche fabbrica tecnologicamente avanzata. Ma restano esempi isolati che nascondono la miseria e l’indigenza sociale delle classi meno abbienti. Se si volge poi lo sguardo al resto del regno rimane la triste realtà di un paese al collasso dal punto di vista sociale ed economico con strade di grande comunicazione pressoché inesistenti, ferrovie limitate ai 15 Km della Napoli-Portici (costruita per le passeggiate domenicali della famiglia reale), mentre in Toscana, Piemonte, Lombardia e persino nello Stato pontificio i Km ​di strade ferrate risultano, alla vigilia dell’Unità, molti di più. L’Unità andava costruita diversamente per ridurre il diverso sviluppo tra Nord e Sud d’Italia e di questo si mostrano fermamente convinti i parlamentari salentini che tuttavia scontano una certa impotenza se il loro impegno non va oltre la denuncia. Il fatto che tutti provano delusione e scoramento ne é una attendibile prova. Lo provano sia gli uomini schierati a Destra come Castromediano e De Donno, sia quelli della Sinistra moderata come Giuseppe e Liborio Romano, senza escludere quelli della Sinistra estrema e radicale come Libertini.

Le complesse regole di funzionamento del sistema parlamentare limitano invero la portata di alcune coraggiose iniziative promosse in particolare dal Castromediano e dai fratelli Romano (tra cui la liberalizzazione della coltivazione del tabacco, la cancellazione delle decime residuali, l’ampliamento della rete ferroviaria, la creazione di infrastrutture stradali e portuali efficienti, la concessione delle terre demaniali ai contadini, ecc.) che non trovano un positivo approdo per la resistenza delle potenti oligarchie politiche e finanziarie delle Deputazioni piemontese, lombarda e toscana. Non solo le innovative battaglie parlamentari dei politici moderati (di Destra e di Sinistra), ma anche quelle portate avanti dalla Sinistra estrema e radicale non producono risultati certi e significativi. Lo stesso Giuseppe Libertini, rappre-sentante autorevole di questo schieramento, pur ripetutamente eletto, rinuncia al protagonismo istituzionale, rifiutando di utilizzare il Parlamento come tribuna per portare avanti le battaglie per il riscatto del Mezzogiorno. Il suo radicalismo lo spinge persino a negarsi al giuramento in nome del re Vittorio Emanuele e, di fatto, a non partecipare alla vita del Parlamento, nonostante gli appelli di un altro mazziniano di primo piano (Agostino Bertani) a rivedere la sua posizione al fine di utilizzare l’aula parlamentare per far sentire le istanze delle popolazioni meridionali. L’azione politica del Libertini dentro queste contraddizioni si riduce a ben poca cosa e non sempre appare encomiabile, se si limita dopo il 1861 a “favorire” l’elezione di amici della Sinistra estrema, cercando con questo escamotage di emanciparsi dalle sue pregresse responsabilità e lasciando ad altri di realizzare “la rivoluzione interrotta”.

Sono queste alcune sommarie riflessioni suggerite da una rapida lettura dei saggi raccolti in questo volume. Ma Coppola offre un’analisi molto più articolata e complessa di quanto si è potuto brevemente richiamare. Per questa ragione siamo con-vinti della bontà di questa operazione scientifico-editoriale, le cui positive ricadute continueranno non solo ad alimentare il dibattito storiografico sul Risorgimento italiano, ma anche a suggerire approfondi-menti che riguardano il personale politico che ha rappresentato il Salento nel primo decennio post-unitario (ed oltre).

 

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Un commento a Libri| Noi speravamo. La costruzione dello Stato unitario tra forme di ribellismo e crisi delle certezze. Il caso Salento (1861-1870)

  1. Buongiorno,
    concordo con l’articolo: gli stessi Patrioti Risorgimentali Salentini erano uniti più dalle loro linee di sangue altamente aristocratico che dalle ideologie politiche.il LIBERTINI – per esempio- era di Estrema Sinistra ….Libero ROMANO ( Potenza di un Nome ) era di Destra, cosi come il DE DONNO. Inviso era il BORBONE all’Aristocrazia Risorgimentale Salentina ma anche i SAVOIA delusero potentemente ed In Primis “con la Tassa sul Macinato”.
    Ma l’allontamento del Salento, la vera Grande Divisione, dal Potere Centrale avvenne già prima del Calendario Gregoriano: Quando il Salento era chiamato Messapia ( e guardavamo ad Atene più che a Roma) e quando Roma Imperiale attaccò e distrusse Taras (Taranto) per l’ offesa di Filonide ad un Console Romano – ( quest’ultimo si era recato a Taranto per affrancare il passaggio delle galere romane … Filonide ubriaco derise il Console – anche perchè l ‘ emissario di Roma non parlava bene il greco – e gli urinò addosso !) ..Taras venne completamente rasa al suolo dalle Centurie Romane, vennero sradicati persino I marmi dalle strade e venne ridotta a “granaio dell’ Impero” . Stessa sorte politica tocco’ al Basso Salento. ( Solo Brindisium giurò fedeltà a Roma). È da allora che il Salento orbita come Stella Impazzita nel Cosmo politico ,cercando una sua Identità. Atene, nel 1960, donò a Calimera una stele…nelle lettere scolpite ” La Formula” della nostra esistenza di Salentini:
    ZENI ESU’ EN ISE ETTU’ ‘S TI KALIMERA” che significa “Straniera tu non sei qui a Calimera”.
    Grazie.
    A.R.

    Post Scriptum:
    Klama tu Emigrantu.

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