Aldo Moro, una tragedia italiana

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di Francesco Greco
 
Un secolo fa, il 23 settembre 1916, nasceva a Maglie (Lecce) lo statista Aldo Moro. Questo è dunque un anno di celebrazioni: incombe il recupero della complessa figura politica, la fervida azione dispiegata a tutto campo, delle sue “visioni” perseguite con tenacia tutta magno-greca, nel difficile transito storico del dopoguerra, la ricostruzione materiale e morale del Paese, il Novecento delle ideologie contrapposte, i blocchi e la Guerra Fredda, gli armamenti che svuotavano i granai, l’incubo nucleare.
Mentre si parla di una prossima beatificazione, si potrà rendere giustizia a un politico con la “p” maiuscola, un “gigante” della Storia se rapportato a quelli di seconda e terza Repubblica oggi sulla scena con performance al limite del tragicomico, enfatizzate da media embedded.
Moro è stato docente di Diritto all’Università di Bari. Nel 1948, a 32 anni, fu sottosegretario agli Esteri del quinto governo De Gasperi. Segretario nazionale della Dc (1959-1964), premier (1963-1968) e ministro degli Esteri (1969-1974, ma con brevi interruzioni).
Nel “secolo breve” e tragico segnato dagli “ismi” e “la fine della Storia”, tuttavia, ha avuto due disgrazie: ha vissuto in un momento storico marcato dalla supremazia della sinistra sull’establishment culturale: atenei, case editrici, mass media ne hanno derubricato la grandezza leggendolo come statista figlio di un dio minore.
E non annusò l’aria fetida del complotto attorno a lui quando – seconda metà anni ’70 – le convergenze parallele stavano sfociando nel compromesso storico. I due partiti di massa uniti nel combattere il salto nel buio dell’opzione terrorista. Com’era possibile che il rapimento (16 marzo 1978, via Fani, 38 anni fa) non fosse predisposto da tempo, se avvenne in tempi così rapidi, senza connivenze nel suo stesso partito e nello Stato? I processi lo hanno adombrato, le responsabilità restano vaghe e sfuggenti, anche se qualche sentore c’era stato: Moro era preoccupato, ma non ci aveva dato importanza.
Forse le Br furono solo la manu militari, uno dei soggetti in campo (ora è spuntata anche la camorra), ognuno ansioso, con le sue connivenze, di realizzare interessi politici, storici, personali.
A illuminare un politico che col martirio, quasi un eroe da tragedia greca, pagò con la vita la coerenza, il senso “sacro” dello Stato e delle istituzioni, due saggi pregnanti del giovane storico pugliese Federico Imperato, “Aldo Moro e la pace nella sicurezza” (La politica estera del centro-sinistra, 1963-1968), Progedit, Bari 2011, pp. 236, euro 25,00 (Collana Storia e Memoria diretta da Ennio Corvaglia, Vito Antonio Leuzzi e Luigi Masella) e “Aldo Moro, l’Italia e la diplomazia multilaterale. Momenti e problemi”, Besa, Nardò 2013, pp. 247, euro 17,00 (Collana Entropie).
Dottore di ricerca in Storia delle relazioni e delle organizzazioni internazionali, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bari, Imperato ricostruisce con rigore analitico la parabola, i passaggi di un protagonismo dispiegato sul fronte interno ed estero, nella Dc, il centro-sinistra, sino all’unità nazionale stroncata in embrione, mentre lo Stato stava per essere abbattuto dal maglio delle Br.
Moro visse dunque di “visioni” dettate da una concezione “universalista” della politica e della Storia, in un mondo dove lo scontro ideologico era violento. Su questa trincea si rivelò un fine diplomatico nell’Italia “ventre molle della Nato”, al crocevia di paesi, etnie, interessi, conflitti. Italia ombelico del mondo: snodo fra est e ovest, porta sul sud del mondo, cuore antico dell’Europa continentale.
Cosciente di una mission complessa, ispida, la visse con grande coinvolgimento e anche stile, si caratterizzò per la rapidità analitica, l’autorevolezza dell’azione, l’eloquio barocco che aveva nel dna. Il suo pensiero è di straordinaria modernità, oggi che l’Italia ha perduto carisma e rispetto. Politico che elabora e che poi si muove, annusa i tempi e agisce di riflesso. Nel 1964 inventa il centro-sinistra aprendo al Psi (dopo il rude Tambroni e i fatti di Genova), ma l’anima conservatrice della Dc, i dorotei, lo ostacola, mentre Nenni spinge verso le riforme necessarie per ammodernare il Paese. Nel 1978 l’Italia è allo sbando, le Br fanno scorrere il sangue. Moro teorizza il compromesso storico anche per salvare lo Stato di diritto.
Imperato spiega con dovizia di documenti (consultati in giro per gli archivi) il protagonismo sulla scena interna e mondiale. Moro capisce, per esempio, che la Cina sta cambiando, evolvendo dal sistema comunista verso un liberismo originale, e non può essere lasciata fuori dal gioco. Così l’Italia si fa parte diligente di un suo seggio all’Onu, anche per scoraggiarne le “attività aggressive”. Siamo alla fine dei ’60 (Mao morirà nel 1975). Altro contesto in cui lo statista spende il suo acume politico: il Medio Oriente, dove l’Italia recita un ruolo di incessante mediazione fra i conflitti dell’area.
Per tre lustri l’Italia assume dunque un ruolo centrale. E se, 38 anni fa, non fosse intervenuta la barbarie terrorista, che finì col surrogare un groviglio di interessi di cui quello dello Stato che non riconosce le Br è solo quello più evidente e ne nasconde altri inconfessati e forse illegittimi, oggi la sua figura sarebbe ancora più “alta”.
Il martirio, l’assassinio (9 maggio 1978, via Caetani, a due passi da Botteghe Oscure e Piazza del Gesù) finisce così col riconoscerne oggettivamente la grandezza e col dichiararlo un “gigante” della Storia. Rievocarne la parabola (mentre l’ateneo barese si appresta a commemorarlo), la lucidità analitica, come ha fatto con grande nitidezza e passione Imperato, ridimensiona i nani che oggi intorbidano le acque con slogan vuoti che chiamano comunicazione. Chissà come sarebbe cambiata la Storia patria e del mondo se Moro fosse riuscito a portare a termine il suo disegno politico? I carnefici fuori e dentro le istituzioni, e nel suo stesso partito, hanno sulla coscienza anche questa virata della storia pregna di sangue e di tragedie.
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2 Commenti a Aldo Moro, una tragedia italiana

  1. Ovviamente ogni iniziativa volta a ricordare, studiare ed approfondire la figura di Aldo Moro non può essere che ben accetta e auspicabile.
    A mio modo di vedere, tuttavia, proprio a causa della sua terribile fine, su questa figura l’agiografia ha prevalso sulla reale ricerca storica. Ciò ha comportato un’esaltazione spesso a-critica del politico Aldo Moro come statista (una qualifica attribuita soprattutto dagli italiani e meno dagli stranieri, come emerge dai giudizi della storiografia e dall’opinione pubblica estera). Un’esaltazione che forse potrebbe essere rivista e rielaborata ad esempio andando a recuperare le biografie coeve allo stesso Moro o scritti come l’Affaire Moro di Sciascia.
    In sintesi, non di una beatificazione ha bisogno, a mio parere, Aldo Moro, ma di studi accurati per approfondire il suo complesso pensiero sullo stato, il suo ruolo nelle dinamiche politiche e nel parziale immobilismo parlamentare degli anni ’70, ecc. ecc.

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    La Dc nel caos. La paura per il Pci al governo. Le gole profonde di Kissinger. Nei nuovi cablo di Assange, la strategia dei vertici della diplomazia degli Stati Uniti contro il patto Moro-Berlinguer negli anni Settanta
    di Paolo Forcellini e Stefania Maurizi

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    Gli Usa: No al compromesso storico
    La stretta di mano tra il segretario del Pci Berlinguer e il presidente della Dc Aldo Moro il 28 giugno 1977
    Lo scorso 8 aprile, parlando della necessità di «larghe intese» per uscire dallo stallo politico, Giorgio Napolitano ha rievocato la strategia berlingueriana del compromesso storico tra Partito comunista e Democrazia cristiana negli anni Settanta. È una delle ironie della storia vedere come il tempo ha rovesciato le carte della politica italiana in una sorta di gioco di specchi.

    Napolitano, il comunista a cui oltre trent’anni fa gli americani negarono il visto di ingresso negli Usa, per evitare di dare «un attestato di rispettabilità» al Pci, oggi non solo è l’italiano più amato dalla Casa Bianca, ma è anche il grande sponsor di un possibile compromesso, simile a quello inviso agli americani ai tempi di Richard Nixon, Gerald Ford e del potente segretario di Stato Henry Kissinger.

    A confermare l’opposizione netta a un accordo tra la Dc e il partito di Berlinguer, rivelando anche i retroscena delle mosse diplomatiche americane, sono i “Kissinger Cables” di WikiLeaks , appena pubblicati dall’organizzazione di Julian Assange e ai quali “l’Espresso” ha avuto accesso esclusivo per l’Italia in collaborazione con “Repubblica”.
    rilevatore Ersilio Teifreto blog ToriNovoli http://www.torinovoli.it

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