Aradeo. Hanno rubato la croce di San Nicola!

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di Alessio Palumbo

Il 6 dicembre 1881, la giornata non si presenta come delle migliori: il cielo è grigio, piove a tratti. Per gli aradeini è tuttavia un giorno speciale, ricorrendo la festa del Patrono, S. Nicola. Molti residenti e alcuni fedeli dei paesi circostanti prendono parte ai tradizionali festeggiamenti, a cominciare dalle funzioni sacre previste per il mattino e celebrate da don Francesco Stifani, trentenne sacerdote del posto. Per le strade c’è un via vai di gente che si ferma nelle taverne a bere un bicchiere di vino, a sorseggiare un caffè e a giocare a carte.

Nel pomeriggio, verso le quattro, le funzioni riprendono con la processione che percorre le strade del paese. Al rientro, intorno alle sei, don Francesco, come da tradizione, spoglia la statua del santo dagli addobbi e paramenti per consegnarli al capo deputato della festa, il signor Giovanni Blago. Quest’ultimo, intascati i preziosi ed afferrati a due mani il pastorale e la mitra, esce dalla chiesa attraversando la folla che ancora staziona nel tempio a causa della pioggia.

Giunto a casa depone mitra e pastorale su una panca, estrae l’anello dal gilet e, infilando la mano nella tasca della giacca, si accorge di non avere più la croce d’oro tempestata di pietre. Realizza immediatamente di essere stato derubato. In particolar modo ricorda che, subito dopo la svestizione della statua, due forestieri gli si sono affiancati e gli hanno chiesto se il pastorale fosse d’argento. Giunto poi vicino al portone, dovendosi fermare perché una certa Filomena Scalone si era chinata per raccogliere il berretto del figlio, ha sentito una botta all’altezza della tasca sinistra, ma non vi ha dato importanza.

Blago ritorna repentinamente in chiesa, accompagnato dal contadino Nicola Bomba e da Mariano Muscato, membro del comitato festa. Qui trova altri due compagni del comitato: il giovane possidente Felice Anghelè e il suo amico Angelo Cagia. I due hanno appena finito di raccogliere la cera delle tante candele usate nel corso della funzione e stanno per andar via. Messi a conoscenza del fatto, Anghelè e Cagia perlustrano la chiesa, nel caso la croce fosse caduta nella confusione. Non trovandola decidono, assieme a Muscato e Bomba, di mettersi sulle tracce degli sconosciuti.

Nel frattempo Blago denuncia il furto al Brigadiere dei Reali Carabinieri, Fabrizio Palazzoli, che per servizio si trova nei paraggi della chiesa. Anche gli uomini dell’Arma iniziano così a battere le strade del paese e le vie che portano ai comuni limitrofi. A sera, Anghelè e gli altri tre, percorsa la stramurale, imboccano la via per Noha e, a circa un chilometro dal paese, sentono delle voci discorrere fittamente. Fattisi incontro agli sconosciuti, questi si danno alla fuga calandosi in un canale e cercando di svignarsela per le campagne. Pur essendo una notte di luna piena, il cielo è completamente coperto e quindi la ricerca si svolge al buio. Il gruppo di inseguitori riesce tuttavia a scovare due individui che cercano di nascondersi, uno nel cavo di un albero d’olivo, l’altro tra le radici di un fico. Presi di forza, li portano in paese, consegnandoli al brigadiere. Intanto la voce del furto è corsa per le strade di Aradeo, la gente si accalca sulla piazza del Municipio. Tra la folla, una donna riconosce i fermati. Si chiama Domenica Giuri, ha 28 anni e gestisce una bettola. Al mattino i due giovani, che al brigadiere hanno detto essere ‘del basso di Bari’, sono andati a desinare da lei in compagnia di un terzo. Dopo aver ‘mangiato oltre il consueto’ i tre sono andati via senza pagare. Il brigadiere rivolta le tasche del meno giovane dei fermati, un tipo con uno sfregio sulla guancia destra, e trovate tre lire le restituisce alla Giuri. Intascati i soldi, la locandiera fa presente che i baresi ed il terzo forestiero erano stati condotti nella sua taverna da un tal Luigi Pedone, venditore ambulante di dolci. Palazzoli trattiene i due sospettati nella rivendita di caffè di Blago e, con lo stesso capo deputato, va in cerca di Pedone, trovandolo nei pressi della sua bancarella di confetture. Interrogato, Pedone dice di aver conosciuto i tre venendo ad Aradeo per la festa, di aver condiviso con loro la stalla di un certo De Tuglie e la bettola della Giuri, ma di non avere nessuna relazione con loro. Il brigadiere gli chiede di riconoscere i fermati e Pedone, recatosi al caffè di Blago, conferma la loro identità, facendo anche il nome del terzo ricercato: un certo Gaetano Spagnolo, tipografo di Lecce. Il sottoufficiale lascia andare il commerciante e porta in caserma i presunti colpevoli, per perquisirli ed interrogarli: sono Francesco Puglio e Gennaro Giacomantonio, originari di Terlizzi. Addosso non hanno tuttavia la croce.

Di fronte alle domande di Palazzoli, i due negano di essere mai stati in chiesa, non fanno il nome di Spagnolo ed iniziano a contraddirsi. Il brigadiere non può che convalidare l’arresto per avviare le indagini. Intanto i carabinieri ed alcuni aradeini sono ritornati nelle campagne sulla via di Noha per cercare con maggiore cura la croce d’oro: è tutto inutile, il gioiello è sparito.

L’indomani, 7 dicembre, i due arrestati sono portati a Galatone per essere interrogati in pretura.

Puglio è un ebanista di 23 anni, originario di Terlizzi ma da fine novembre dimorante a Lecce, dove si è trasferito in cerca di lavoro. Il giorno 5 dicembre, passando per Galatina, ha incontrato Gaetano Spagnolo e Gennaro Giacomantonio che chiacchieravano in piazza e con loro ha deciso di andare ad Aradeo per divertirsi in occasione della festa del santo patrono. Giunti in paese, hanno trovato da dormire in una locanda e il mattino seguente, dopo aver assistito alle sacre funzioni, sono andati girovagando. A mezzogiorno hanno quindi mangiato nella taverna della Giuri e poi hanno ripreso il giro fino al rientro della processione in chiesa. Qui hanno assistito alle ultime funzioni e usciti dall’edificio sono stati avvicinati dallo Spagnolo, che si sarebbe rivolto a loro dicendo: ‘Partiamo che qui non stiamo più bene’.

La versione di Giacomantonio, anch’egli ebanista di cinque anni più giovane, differisce in parte da quella del compaesano. Il ragazzo dichiara di aver conosciuto Puglio e Spagnolo in una taverna di Galatina e non in piazza, inoltre non ricorda la frase pronunciata dal tipografo all’uscita della chiesa, dopo la processione. Comunque, entrambi si dichiarano innocenti, cercando di stornare i sospetti sul terzo compagno. Interrogati sul perché della fuga nelle campagne, la motivano con la paura di qualche sinistro da parte di sconosciuti del posto.

Nonostante i tentativi di discolparsi, le testimonianze contro di loro sono tuttavia incontrovertibili. In tanti li hanno visti affiancarsi al capo deputato della festa ed inoltre, il 6 dicembre, ad alcuni non è sfuggito il loro fare sospetto. Pantaleone De Tuglie, ad esempio, novantenne proprietario della stalla dove hanno alloggiato, dichiara di averli visti la mattina della festa nel bar Santoro: Giacomantonio faceva finta di giocare a carte con un terzo, probabilmente Spagnolo, mentre Puglio si guardava attorno lisciandosi i baffi. Per Giovanni Blago anche i due leccesi sono complici: mentre infatti i giovani falegnami di Terlizzi lo affiancavano, il commerciante Luigi Pedone ed il tipografo Gaetano Spagnolo complottavano in disparte. Per il capo deputato la croce, appena rubata, ‘passò tosto di mano in mano, e i primi a fuggire furono lo Spagnolo ed il Pedone‘.

Blago vuole assolutamente trovare un colpevole, per questo probabilmente accusa tutti e quattro. È lui la parte lesa di questa faccenda in quanto, come capo deputato della festa, è obbligato a rispondere del valore della croce, stimata per 229,50 lire [circa 850 euro dei nostri giorni, n.d.A.].

Alla luce delle dichiarazioni di testimoni e parte lesa, per il pretore non ci sono dubbi. Del resto gli incartamenti pervenuti da Terlizzi parlano chiaro: nonostante la giovane età, Puglio e Giacomantonio sono già considerati di ‘pessima condotta’ e sono stati più volte in galera per furto. Puglio inoltre è ammonito come ozioso, vagabondo e presunto ladro e quindi non si sarebbe potuto allontanare da Terlizzi senza il permesso delle autorità. Per i due si aprono le porte del carcere, mentre restano da chiarire le posizioni di Pedone e Spagnolo. Per la Camera di Consiglio gli elementi raccolti non sono infatti sufficienti per definire la dinamica dei fatti: viene quindi dato incarico al Giudice Istruttore di redigere un nuovo rapporto e soprattutto di prendere in considerazione le posizioni di Pedone e Spagnolo. I due vengono convocati per il 3 di gennaio presso il Tribunale di Lecce. Dalle deposizioni del commerciante e del tipografo e da accurate indagini, il giudice deduce chePedone è un onesto lavoratore, che non ha nulla a che vedere con gli altri tre. Ha avuto solo la sfortuna di imbattersi in loro recandosi ad Aradeo. Spagnolo, invece, è sicuramente coinvolto nella sparizione della croce. Anche lui, nonostante abbia appena 25 anni, ha numerosi precedenti penali per furto: la prima condanna risale al 1869, quando cioè aveva appena 13 anni, mentre gli ultimi quaranta giorni di carcere li ha scontati a giugno. La sua complicità con i due arrestati, il sue essersi dato alla fuga, come da lui stesso ammesso, sentendo arrivare gli aradeini sulla via per Noha, non depongono in suo favore. Per il giudice non ci sono dubbi e così, dopo averli rinviati a giudizio, il 3 marzo 1882 il Tribunale di Lecce condanna Gennaro Giacomantonio ad un anno di carcere, Gaetano Spagnolo a tre e Francesco Puglio a tre anni e quattro mesi(aggiungendosi la violazione dell’ammonizione). Spagnolo e Puglio ricorrono in appello.

La mattina del 6 marzo, Nicola Carallo, piccolo proprietario cinquantaseienne, si reca nel suo fondo, denominato Sciaccarea, per lavorare. Mentre sta zappando vicino ad un grosso ulivo, qualcosa si impiglia nella zappa. All’inizio pensa sia un serpente, ma tirando vede che si tratta di un laccio con appesa una croce. Immediatamente chiama il suo giovane amico Francesco Manco, che sta badando ai lavori di altri contadini in un fondo limitrofo. Manco identifica immediatamente la croce: è quella di San Nicola.

I due vanno di filato dal sindaco, Francesco Resta, per consegnare l’oggetto. Anche il primo cittadino la riconosce: ‘è d’oro, ha sette pietre, delle quali una grande e due piccole, tutte verdi nel lato maggiore, tre verdi grandi negli altri tre lati, ed un’altra pure grande, di color mele, nel centro. Questa croce è unita ad un laccio d’oro della lunghezza di un metro e centimetri sessanta circa, al quale laccio va unito un fiocco pure d’oro, e nel laccio stesso v’è un passante d’oro anche’.

Il sindaco prende quindi in custodia il monile e avvisa immediatamente il pretore, cosa che fanno anche i carabinieri con un secondo verbale. La notizia intanto passa di bocca in bocca; alcuni vanno a vedere il luogo del ritrovamento: l’albero sotto il quale è stato disseppellito il gioiello del santo è quello dove, la notte del sei dicembre, Anghelè ed i suoi avevano catturato Giacomantonio. Il caso si potrebbe dunque dire risolto, almeno per gli aradeini. Tuttavia un altro giallo si intreccia alla sparizione della croce.

Come detto, tre giorni prima del fortuito ritrovamento, Puglio e Spagnolo sono ricorsi in appello. Puglio lo ha fatto senza addurre novità alla sua posizione, sperando più che altro in uno sconto di pena. Spagnolo invece, per mezzo dell’avvocato Nicola Forleo Casalini di Lecce, ribadisce la propria estraneità al furto. A suo parere la corte ha pregiudizi nei suoi confronti a causa dei precedenti penali, ma con la sparizione della croce lui non c’entra. Ed infatti ha dei testimoni che possono dimostrare come, sin dalle tre del pomeriggio del giorno della festa (quindi molto prima dello scippo) lui abbia cercato un mezzo di trasporto per ritornare a Lecce; lo stesso Puglio, inoltre, che inizialmente gli ha attribuito la frase ‘Partiamo che qui non stiamo più bene’, in un secondo interrogatorio ha ritrattato; anche il frettoloso allontanamento da Aradeo era legato ad un’istintiva paura e non a correità; infine, se fosse stato veramente coinvolto nel furto, avrebbe potuto approfittare del suo essere a piede libero per recuperare la croce, cosa che invece non ha fatto, visto che il monile è stato ritrovato. Le argomentazioni di Spagnolo sono rigettate dal Corte d’appello di Trani: la condanna è confermata per lui e per Puglio. Anche la richiesta di libertà provvisoria avanzata dal tipografo viene respinta. Non gli resta che ricorrere in Cassazione. La pronuncia del tribunale di Napoli arriva nel luglio e ribadisce la condanna a tre anni stabilita nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza, tuttavia, non può essere notificata al tipografo ‘attesoché il ricorrente non è in carcere né legalmente in istato di libertà provvisoria’ .

Che fine ha fatto dunque Gaetano Spagnolo?

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