Dam un bes. Antonio Ligabue e Mario Perrotta

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di Gianni Ferraris

 

Antonio (Toni) Ligabue nacque in Svizzera nel 1899, da Elisabetta Costa e da padre ignoto, nel 1919 si dovette trasferire a Gualtieri (Reggio Emilia), paese del marito di sua madre, Bonfiglio Laccabue, perché indesiderato nel paese Elvetico. Là solo i sani di mente, solo chi profuma di denaro e cioccolato ha diritto ad avere patria, il genio lo cacciano via, in particolare quando è ritenuto folle.  In Italia, nella bassa reggiana, diventa “el matt” o “El tedesc” per via del suo forte accento, e del fatto che entra ed esce da case di cura (manicomi). Ligabue preferisce gli animali alla vita da osteria. Si arrabatta tra mille lavoretti e impasta la creta per fare statuette che scambia con cibo. Un lavoro fisso non l’ha mai avuto, aveva però una Guzzi rossa con la quale scorazzava per le campagne, dormiva nei capanni in riva al Po e parlava poco e male l’italiano. Durante la seconda guerra, leggo, fece anche da interprete per i tedeschi, nel 44 però, dicono le cronache, spaccò una bottiglia in testa ad uno di loro e fu nuovamente in manicomio. Ogni tanto si faceva del male anche, tentava di raddrizzare a sassate il suo naso immenso e storto. Intanto, verso la fine degli anni ’20,  l’incontro con il pittore Marino Renato Mazzacurati lo cambia, gli vengono regalati colori e tele. Il dopoguerra lo consacra “pittore naif” “artista pazzo” autodidatta. Famose le sue belve, gli animali che ama dipingere perché li conosce senza averli mai visti,  prendendo spunto da illustrazioni su libri. Quegli stessi animali di cui diceva: “so come sono fatti anche dentro”. Un Van Gogh delle nostre terre, un genio che sapeva dire con l’arte le sue emozioni. Morì nel 1965.

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Una storia che non è sfuggita a Mario Perrotta, che sta portando in giro per l’Italia “Un bes – Antonio Ligabue” (Un bès in dialetto emiliano significa: un bacio)

Ne abbiamo parlato con l’autore attore.

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“Intanto, come mai Ligabue?”

Tutto è iniziato così. Durante una replica del mio spettacolo Odissea a Gualtieri – il paese d’origine di Ligabue – ho visto una sua gigantografia e un busto a lui dedicato ed è stata una strana epifania: per quelli della mia generazione tra i 40 e i 45 anni, Ligabue era ed è lo sguardo ad occhi sgranati e smarriti di Flavio Bucci nello sceneggiato Rai degli anni ’70. Uno sguardo terrifico per chi, come me, aveva otto anni e subiva l’apparizione del “diverso”, del bambino indifeso che diventa una bestia. Il ricordo di quel terrore e quella fascinazione infantile, unito alla vista dei luoghi dove aveva vissuto, hanno scatenato un nuovo innamoramento per questo personaggio. Ma questo non sarebbe bastato per impostare un intero progetto teatrale su di lui, ma di questo dirò tra in seguito.

 

“Dam un bes è un titolo drammatico, per una vita come la sua un bacio, in fondo, è poca cosa, però pare vitale”

E sì! Si tratta del bacio mancato, quello della madre biologica, e poi quello della madre adottiva, e poi ancora quello della donna che non ha mia avuto e, infine, il bacio di chiunque pur di sentire una qualunque vicinanza umana. Ma niente. Per Ligabue tutto questo non fu dato e la sua è una vita di assenza di affetti. Intorno a questa assenza, a questa castrazione continua, ho costruito tutta la vicenda teatrale e il rapporto che il personaggio ha con il pubblico presente in sala, un rapporto che si basa sulla coscienza che neanche loro, gli spettatori, saranno disposti a donargli quel “momento di bene” che lo farebbe sentire finalmente accettato.

 

“Nella presentazione dici che Ligabue artista sapeva di meritarlo quel bacio, il pazzo invece doveva elemosinarlo”.

Certamente. Ligabue aveva una perfetta coscienza di sé e del suo valore artistico. Amava ripetere: “quando sarò morto i miei quadri varranno un sacco di soldi”. Non era assolutamente lo scemo del paese, come amavano pensare i suoi compaesani, semmai lo faceva perché gli tornava comodo. Sapeva che, in quanto artista, avrebbe meritato attenzione e sperava che quell’attenzione si concretizzasse anche in affetto da parte di qualcuno, in modo particolare di una donna. Ma questo, come detto, non avvenne mai neanche dopo quel poco di fama che arrivò negli ultimi anni della sua vita. Semmai, tentarono di sfruttarlo, anche le donne, ma lui questo lo sapeva e a volte si vendicava in modo feroce, facendosi pagare dei quadri in anticipo e poi realizzando delle opere brutte (a suo stesso dire!).

 

“Le ultime parole delle righe che hai messo nel tuo sito, parlando dello spettacolo, sono: Voglio stare anch’io a guardare gli altri. E sempre sul confine, chiedermi qual è il dentro e quale il fuori. Mi ricorda un amico, Adriano Sofri, che capitò in una sventura giudiziaria e ci salutava dal carcere di Pisa dicendo: “Ciao da noi chiusi dentro a voi chiusi fuori”. 

Sicuramente lo “stare al margine” è una condizione che mi affascina molto, sin dal progetto dedicato ai nostri emigranti degli anni ’50 e ’60. E’ una condizione limite, appunto, che trova rispondenza ancora una volta in un’esperienza profondamente mia legata all’infanzia. Da figlio di genitori separati nel sud di 40 anni fa, il rischio di essere messo al margine per questa condizione era forte e ho dovuto sempre lottare per restare invece “all’interno della cerchia”, tanto che spesso, finivo per ritrovarmi al centro della stessa, troppo al centro, esattamente come se stessi in scena a teatro (ecco che non mi è stato difficile il passaggio da un “palcoscenico” all’altro).

Nel mio caso poi, questa paura di veleggiare sul limite si è andata dissolvendo con il passare del tempo ed è diventata solo un ricordo mentre, per quanto concerne la condizione di “malato di mente”, è connaturata ad essa anzi, è il suo superamento perché il limite sono i cancelli e le mura del manicomio o i muri invisibili che le persone ergono tra loro e te. E una volta che i muri sono saliti, tu malato di mente ti trovi oltre essi e quindi sei “fuori”. Fuori dal consesso umano che ti ha rigettato. Ma, al contempo, gli stessi uomini che si autodefiniscono “sani”, guardando le mura di un manicomio si definiscono “fuori”, mentre i malati sono “dentro”. E allora? Qual è il dentro e qual è il fuori? Esattamente come nella condizione carceraria e in qualunque condizione di diversità sancita da un confine: esso stesso determina un dentro e un fuori differente secondo il lato su cui ci si trova. Mi viene in mente una parola leccese – ‘ppoppeti – che i cittadini di Lecce usano per indicare in modo irriverente “quelli di provincia”. Il suo etimo è latino e cioè: post oppidum, oltre le mura della città.

Il guaio è che anche “quelli di provincia” usano la stessa espressione per indicare con la stessa irriverenza “quelli della città” perché, dal loro lato del confine, noi cittadini siamo effettivamente ‘ppoppeti, ossia oltre le mura. Ecco che, ancora una volta, un confine determina una discriminazione bilaterale e a furia di annotare situazioni del genere, mi viene da pensare che è il concetto stesso di confine ad essere sbagliato.

 

 

“E’ un pezzo unico o ci racconterai ancora Ligabue?”

Come ho detto l’incontro di Gualtieri con Ligabue ha messo in moto un intero progetto e non solo per le ragioni dette sopra, che sarebbero insufficienti. Provo a spiegare.

Anche questa nuova avventura, come tutti i miei spettacoli, ho dovuto attendere che si presentasse per una sua urgenza intima. Inizialmente fai difficoltà a coglierla ma, come sempre, procedendo con il lavoro, scrivendo, cancellando, intervistando persone, salta agli occhi all’improvviso quella connessione segreta con la tua vita, con gli affanni, le preoccupazioni di quella fase della tua esistenza e allora capisci il perché profondo di ciò che stai mettendo in atto sulla scena.

Infatti, avevo iniziato a lavorare con un punto di domanda ancora aperto sulle ragioni intime della mia scelta poi, un giorno, senza alcuna causa apparente c’è stata la “rivelazione”. La spiego così: nelle prossime settimane diventerò finalmente padre di un bimbo meraviglioso che arriva dall’Etiopia. Io e mia moglie, come tutte le coppie adottive, abbiamo percorso un lungo cammino, dovuto ai tempi di legge, per arrivare a concludere l’adozione. E in questi anni molte sono state le domande e i dubbi su cui abbiamo ragionato. Tra questi, uno dei più impellenti era il seguente: mio figlio arriva dall’Africa e porta con sé tutti i segni distintivi della sua origine, compreso il colore della pelle; noi, ovviamente, non porremo la minima attenzione a questo ma qualcuno, nel tempo e nei luoghi che frequenteremo, potrà, invece, puntualizzare questa “diversità” (in aggiunta all’altra diversità altrettanto evidente che è un bambino adottato); bene: sapremo dare a nostro figlio gli strumenti critici per accettare e comprendere questa puntualizzazione che, per quanto inopportuna e stupida, in alcuni casi accadrà inevitabilmente?

E’ chiaro che, nel tempo, abbiamo trovato risposte razionali e di buon senso a questo dubbio ma dal punto di visto emotivo avevo ancora bisogno di “tirar fuori” e allora, ecco che l’incontro con il “diverso” per eccellenza – Antonio Ligabue il pazzo, il genio, lo straniero, il reietto –  ha scatenato il corto circuito che ha dato vita all’intero progetto. Attraverso la sua figura potrò dissolvere anche le ultime tracce di quei dubbi e quelle domande di cui ho appena scritto.

Infine: è proprio l’urgenza della domanda che determina la forma e la durata del progetto. Trovo riduttivo fermarsi a un solo spettacolo per esaurire un argomento così profondo. Ho bisogno, invece, di respirare lungo, di indagare diversi aspetti della vicenda di Ligabue, partendo dall’uomo, lo scemo del paese, che è l’oggetto del primo spettacolo Un bès – Antonio Ligabue, per poi occuparmi dei suoi quadri e delle sue sculture fino ad arrivare al rapporto tra il suo paesaggio interiore, la Svizzera mitica della sua infanzia, e quello esteriore, la pianura padana con il grande fiume Po.

 

“Progetti futuri?”

Ancora due anni, appunto, dietro al Toni Ligabue, con una marea di iniziative satellite tutte da scoprire ma che rimando al sito del progetto che è www.progettoligabue.it

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