Un post che avrei fatto volentieri a meno di scrivere

di Armando Polito

Mi è successo già altre volte di non poter condensare nel breve spazio di un commento la mia modesta integrazione a qualche contributo. Oggi succede per Eternit, Nord e Sud uniti nella lotta all’amianto apparso di recente su questo sito (https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/19/eternit-nord-e-sud-uniti-nella-lotta-allamianto/).

Condivido dalla prima all’ultima parola quanto nel post è scritto e mi soffermo solo a fare qualche riflessione su questa proposizione: Dicono che il minerale era noto al tempo di Cesare e anche nell’Impero si crepava al suo contatto.

Chi conosce la mia quasi maniacale attenzione per le fonti può immaginare cosa ho provato di fronte a quel dicono che

Ciò che segue è il risultato dell’iniziale moto di stizza subito seguito da un umile, anche se ispirato dalla diffidenza …, tentativo di saperne di più.

AMIANTO dal latino amiantu(m) e questo dall’aggettivo greco ἀμίαντος/ἀμίαντον (leggi amìantos/amìanton)=incontaminato, incorruttibile; la voce greca, poi, è composta da – (con valore privativo) e dal tema del verbo μιαίνω (leggi miàino)=macchiare. In greco amianto è ἀμίαντος λίθος1 (leggi amìantos lithos)=pietra incorruttibile. Ecco la testimonianza di Dioscoride (I secolo d. C.), De materia medica, V, 156: Λίθος ἀμίαντος γεννᾶται μὲν ἐν Κύπρῳ, στυπτηρίᾳ σχιστῇ ἐοικὼς ὃν ἐργαζόμενοι ὑφάσματα ποιοῦσιν ἐξ αὺτοῦ, ὄντος ἰμαντώδους πρὸς θέαν·ἃ βληθέντα εἰς πῦρ ϕλογοῦνται μὲν λαμπρότερα δὲ ἐξέρχονται, μἡ κατακαιόμενα (L’amianto nasce a Cipro, simile all’allume fissile; quelli che lo lavorano ne fanno tele essendo filamentoso alla vista. Esse gettate nel fuoco s’infiammano ma ne escono più splendenti senza essere bruciate); segue Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XXXVI, 33: Amiantus, alumini similis, nihil igni deperdit. Hic veneficiis resistit omnibus, privatim Magorum (L’amianto, simile all’allume, resiste perfettamente al fuoco. Esso resiste a tutti gli incantesimi, specialmente a quelli dei maghi).

ASBESTO dal latino  asbèsto(n) trascrizione del greco  ἄσβεστον=cosa inestinguibile, neutro dell’aggettivo  ἄσβεστονς/ἄσβεστον e questo composto da – (con valore privativo) e dal tema del verbo σβέννυμι (leggi sbénnumi)=spegnere. Come vedremo, in Plinio è àsbestos.

Varrone (I secolo a. C.), De lingua latina, V, 131:  Multa post luxuria attulit, quorum vocabula apparet esse Graeca, ut asbeston (Poi il lusso introdusse molte vesti i cui nomi sembra che siano greci, come l’asbesto).

Plinio, op. cit., XXXVII, 54: Asbestos in Arcadiae montibus nascitur, coloris ferrei (L’asbesto nasce sui monti di Arcadia e ha il colore del ferro); XIX, 4: Inventum iam est etiam quod ignibus non absumeretur. Vivum id vocant ardentesque in focis conviviorum ex eo vidimus mappas, sordibus exustis, splendescentes igni magis, quam possent aquis. Regum inde funebres tunicae, corporis favillam ab reliquo separant cinere. Nascitur in desertis adustisque sole Indiae, ubi non cadunt imbres, inter diras serpentes:  adsuescitque vivere ardendo, rarum inventu, difficile textu propter brevitatem. Rufus de cetero color, splendescit igni. Quum inventum est, aequat pretia excellentium margaritarum. Vocatur autem a Graecibus asbestinum ex argumento naturae. Anaxilaus auctor est linteo eo circumdatam arborem, surdis ictibus, et qui non exaudiantur, caedi. Ergo huic lino principatus in toto orbe (Si è trovato già pure un tipo di lino che resiste al fuoco. Lo chiamano vivo e in occasione di convivi ho visto tovaglie fatte con questo che ardevano splendenti al fuoco, dopo che le macchie erano state bruciate, più che se fossero state messe al bucato. Le vesti funebri dei re fatte con questo lino separano la fiamma del corpo dalla restante cenere. Nasce nei luoghi deserti e assolati dell’India, dove non cadono piogge, tra terribili serpenti e ardendo si abitua a vivere, raro a trovarsi, difficile a tessersi perché molto corto. Per il resto il colore è rossiccio, lucido al fuoco. Quando è stato trovato eguaglia il valore delle gemme eccellenti. Dai Greci poi è chiamato asbestino per la sua naturale proprietà [di resistere al fuoco]. Anassilao scrive che un albero circondato da questo lino viene tagliato con colpi sordi e che non si sentono. Dunque questo lino detiene il primato in tutto il mondo).

Le fonti che ho citato confermano la conoscenza dell’amianto ed il suo sfruttamento ai tempi di Cesare (I secolo a. C.). Rimane il dubbio che Plinio quando scrive dell’asbesto abbia confuso la fibra minerale con quella vegetale di cui parla il contemporaneo Dioscoride, mentre la testimonianza di Varrone è ambigua perché dal contesto è impossibile capire se asbeston è il nome della fibra o della veste confezionata.

Una soluzione di compromesso al dubbio potrebbe essere trovata ipotizzando la tessitura mista di fibre vegetali e minerali (il che spiegherebbe la eccellente resistenza al fuoco che delle tele viene messa particolarmente in luce). Ad ogni buon conto va ricordato che a Pompei nel settembre 1874 fu portato alla luce  un frammento di tessuto d’amianto (Giuseppe Fiorelli, Giornale degli scavi di Pompei, v. III, Tipografia nel Liceo V. Emanuele, Napoli, 1874 pag. 253); sarebbe interessante sapere che fine ha fatto.

Quanto alla pericolosità del minerale: si può pretendere che ne fossero al corrente in quell’epoca, considerando che per collegare con l’amianto quella che sarà chiamata asbestosi (il dizionario De Mauro reca il 1933 come data di nascita della voce insieme con silicosi) dovrà passare quasi un millennio e forse secoli, purtroppo, dovranno trascorrere per la bonifica dell’intero pianeta? Eppure non è che i Romani non applicassero misure di protezione. Ecco, per esempio, cosa ci ha tramandato il solito Plinio a proposito di coloro che avevano a che fare con il minio, all’epoca utilizzato anche come pigmento pittorico: (Naturalis historia,  XXXIII, XL: Qui minium in officinis poliunt, faciem laxis vesicis inligant, ne in respirando pernicialem  pulverem trahant et tamen super illas spectent (Coloro che lucidano il minio nelle botteghe legano al viso larghe vesciche1 perché nel respirare non aspirino la pericolosa  polvere e tuttavia possano vedere).

Se un analogo strumento di protezione non venne adottato per chi stava a contatto con l’amianto, significa che all’epoca non si aveva la minima consapevolezza della sua, peraltro subdola, pericolosità.

Sicuramente ci furono pure allora innumerevoli morti per asbestosi, ma, per quanto ho detto prima, le fonti non ce ne forniscono notizia alcuna. Per evitare, infine, ogni equivoco: il rimpianto del titolo non è per nulla connesso con una criminale voglia di tacere ma solo con la profonda amarezza che certe situazioni provocano e con lo sdegno nei confronti di coloro che tante morti avrebbero potuto evitare e che, invece,  in ossequio al dio profitto, non hanno mosso un dito;  e di coloro che ancora oggi di fronte al problema della bonifica non si fanno carico di nulla e ritengono più importante destinare il pubblico denaro a manifestazioni pseudo culturali che alla salvaguardia della salute pubblica.

Mi pare di sentirli ribattere in un insospettabile rigurgito di spessore culturale abbastanza strano in chi, bene che vada, di solito mostra di non capire nulla di quello che riesce a leggere …:  – Lo dice o non lo dice la stessa etimologia che l’amianto o asbesto è indistruttibile, praticamente eterno? -.  E poi, imitando il Maurizio Ferrini di Quelli della notte: – Eternit, lo dice la parola stessa! -.

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1 Le vesciche animali avevano una vasta gamma di applicazioni. Oltre a fungere da mascherine protettive, venivano utilizzate pure come parte semitrasparente di lanterne di qualità meno elevata rispetto a quelle in corno, o come cuffia per tenere a posto i capelli: Marziale (I secolo d. C.), Epigrammi, XIV, 62: Cornea si non sum, numquid sum fuscior? aut me/vesicam, contra qui venit, esse putat? (Se non sono di corno, forse sono meno luminosa? O chi mi viene incontro pensa che sia una vescica?); VIII, 33, 19: Fortior et tortos servat vesica capillos/et mutat Latias spuma Batava comas (Più energica la vescica tiene a posto i capelli ritorti e la schiuma batava tinge le chiome romane). Nello stesso autore vesica è usato in senso metaforico:  Epigrammi, IV, 49, 7-8: A nostris procul est omnis vesica libellis,/Musa nec insano syrmate nostra tumet (Ogni ampollosità è lontana dai miei libriccini e la mia poesia non si pavoneggia in una pazza veste a strascico).

Ancora: la vescica veniva utilizzata in medicina:  Celso (I secolo d. C.) , De medicina, III, 21: Auctoresque multi sunt inflatis vesicis pulsandos tumores esse (E molti scrivono che i gonfiori [da idropisia] debbono essere premuti con vesciche gonfie); III, 27: Cucurbitulae quoque saepe dolenti parti admovendae sunt, pulsandusque leviter inflatis vesicis bubulis  locus est (Spesso alla parte dolente vanno pure applicate ventose e la parte va leggermente premuta con vesciche di bue gonfiate); IV, 6: Utilius igitur est cerato primum liquido cervicem perunguere; deinde admovere vesicas bubulas vel utriculos oleo calido repletos, vel ex farina calidum cataplasma, vel piper rotundum cum ficu contusum (È alquanto utile dunque dapprima ungere il collo di liquido incerato, poi applicare vesciche di bue o uteripieni di olio caldo o un cataplasma caldo di farina o pepe rotondo con fico pestato)

Varrone (I secolo a. C.) in un frammento delle Satire menippee mediante un gioco di parola ci fa capire che la voce vesica veniva usata anche nel senso traslato di borsello,  di qualità più scadente rispetto a quello di cuoio:  In quo nobis utilius est philippeum quod accipimus quam quod bibimus, cum alterum addamus in bulgam, alterum in vesicam (In questo per noi è più utile la moneta di Filippi che mettiamo da parte che quella che spendiamo in bevute poiché l’una la mettiamo nel borsello di cuoio, l’altra nella vescica).

Il compassatissimo Seneca (I secolo a.. C.-I secolo d. C.), Naturales quaestiones, II, 27), poi, ce ne tramanda anche un uso che potremmo definire ludico (a Nardò si chiama scattalòra e consiste nel far scoppiare una busta, un tempo di carta oggi di plastica …)  per ricordare il rumore di certi tuoni:  Aliud genus est acre, quod crepitum magis dixerim quam sonum: qualem audire solemus cum super caput alicuius dirupta vesica est (Un altro tipo è acuto, lo definirei più crepito che suono, quale siamo soliti sentire quando una vescica è stata fatta scoppiare sulla testa di uno).

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Un commento a Un post che avrei fatto volentieri a meno di scrivere

  1. A differenza delle allergie e delle intossicazioni, che sopravvengono in pratica al contatto o dopo brevissimo periodo con la sostanza tossica, la malattia indotta dalle fibre di amianto ha tempi di latenza molto lunghi, anche di un decennio. L’associazione amianto-malattia è quindi più difficile da cogliere.

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