La raccolta del letame

di Giorgio Cretì

Sì, un tempo si raccoglieva il letame che le bestie abbandonavano lungo le strade e anche nelle vie dei centri abitati. Come altre poche cose, allora, il letame era considerato res nullius e quindi disponibile per chiunque lo trovasse per primo, nonché, qualche volta, fonte di lite tra poveraccci. Chi non ricorda la zuffa del racconto “Questione d’interessi” di Renato Fucini nella campagna toscana. Qui da noi non mi risulta che qualcuno si sia azzuffato per lo sterco di un cavallo o di una mucca trovato sulla pubblica via. Sappiamo, però, che il letame, tutto, era ritenuto bene di grande valore nelle pratiche agricole sin dai tempi antichi e il grande Columella nel libro primo della monumentale opera De re rustica dedica un capitolo intero all’agomento.

Emblematica, e direi di ispirazione georgica, a Ortelle è ancora ogggi la figura di Ntoni Tappu che torna a casa dalla non tanto vicina contrada Chianu con sulla zappa una cacata di vacca e in collo una fascina di rovi. Lo sterco gli serviva per concimare il piccolo giardino domestico ed i rovi servivano alla moglie per far cuocere le foje(1)  giornaliere.

Cynara Scolymus (ph Giorgio Cretì)

Per lo più la raccolta del letame era affidata ai bambini, se non altro per tenerli occupati e per abituarli a dare il giusto valore anche alle cose più infime.

Quello che segue è il racconto di una giornata  in cui un bambino di  sette anni, di nome Ciccio, che è il diminutivo di Francesco, riceve l’incarico di andare a raccogliere il letame e si distrae a tal punto che torna a casa con il paniere vuoto ch’è già notte ed il genitore è preoccupato e furioso.

Facciamo parlare il protagonista e rccontare la storia proprio come l’aveva raccontata a me una trentina di anni fa.

Quando io ero bambino, di sei o sett’anni, non so se ve ne ricordate, si raccoglieva il letame sulle vie. Ora noi ci lamentiamo dei figli, ma noi siamo stati peggio di loro, ché il senno non ci soccorreva molto.

Un giorno mio padre mi disse: “Senti, vagnone, [che vuol dire bambino o anche ragazzo], vai a riempire questo panie­re di letame”.

Ho preso il paniere, l’ho infilato al braccio e sono uscito di casa.

Ho incontrato subito Antonio Scodella, un altro lazzarone tagliato, con gli acini in bocca, come i maiali lazzaroni(2).

Mi ha detto: “Dove vai Ciccio?”

“A raccogliere letame”, gli ho risposto.

“E se ce ne andiamo al mare?”, lui ha proposto.

“Sì”, gli ho detto senza nemmeno riflettere un istante, “andiamocene al mare”.

Detto fatto, abbiamo cambiato programma e quando siamo giunti vicino alla casa di Filandro, dove c’era fuori sua moglie Concetta, ho detto: “Nunna Concetta, guarda che lascio qui questo paniere. Poi tor­no a prenderlo. Va bene?”

“Lascialo”, mi ha detto la povera donna.

E ce ne siamo andati a Castro con la più grande tranquillità di questo monndo. Sulla piazzetta del porto c’erano un paio di vetture con i relativi cavalli che masticavano rumorosamente la biada che tenevano appesa alla capezza. In terra avevano già lasciato una certa quantità di letame che fumava ancora e ci fece ricordare il paniere che non avevamo. C’era anche un paio di bambini della nostra età che tiravano sassi sulla culacchia delle bestie e stavano ad osservare la loro reazione. E anche noi stavamo a guardare. Poi decisero quale dei due era più mansueto, gli si avvicinaro circospetti e gli strapparono un mazzettino di peli della coda. Con una certa pratica, li attorcigliarono e li legarono ad un pezzo di cordicella. Li munirono di un amo e si avviarono verso il Porto dei Ciucci(3).Noi ormai facevamo parte del loro gruppo e li seguimmo. Avevano una sppecie di retino ed iniziarono ad infilarlo sotto gli scogli e ritirarlo subito con dentro qualche carita(4) viva che gli servi subito da esca per l’unico amo che possedevano.

Così Beli, ch’era il nome di uno dei due pescatori, iniziò a fissare l’amo sommerso e strattonarlo ogni tanto finché non tirò fuori dall’acqua un sciuriulu(5) coloratissimo che staccò dall’amo e conservò in un barattolo vuoto con un po’ d’acqua. Noi due forestieri volemmo osservarlo bene da vicino e il pescatore ce lo permise, anche se con un po’ di boria.

Presero altri pesciolini e il tempo passò molto velocemente. Poi il sole scese molto velocemente sulle serre di Tricase e noi, con un po’ di apprensione questa volta, dovettimo scappare verso casa. Senza letame, naturalmente.

Quando siamo giunti proprio davanti a Vignaraggia, che è una contrada tra Ortelle e Vignacastrisi, abbiamo incontrato il nonno di Giorgio scaparo, di maestro Giu­seppe, ché suo padre si chiamava Giuseppe. Ci ha detto il buonuomo: “Da dove venite?”

“Dal mare”.

“E soli siete andati?”

“Eh sì”, io gli ho detto io con una certa fierezza.

Visto ch’era già notte, mio padre è uscito di casa. Diceva: “E il ragazzo dov’è?”.

Rocco Scodella, il padre di Antonio, pure non trovava il figlio: “E il ragazzo?”.

Così girando per il paese si sono incontrati.

“Dove vai Fedele?”

“Dove vado, Rocco? Ho perduto il ragazzo! A quest’ora non è ancora tornato a casa”.

“E anche il mio.

Quando siamo giunti alle Puzze(4) li abbiamo incontrati e la loro faccia non prometteva niente di buono.

Ah! Ci siamo subiito svegliati rendendoci improvvisamente conto di quello che sarebbe successo. E chi tornava a casa? Ma ormai eravamo in trappola e non potevamo tornare indietro. Mio padre, quando ti prendeva, ti conciava bene per le feste.

Sono giunto a casa e mi sono nascosto sotto il letto. Era quello un buon rifugio per nascondersi.

Entra mio padre in casa. Cerca di qua, cerca di là e mi prende dov’ero nascosto. Si slaccia la cintura dei calzoni e mi concia per le feste. Altro che mare e per giunta avevo una gran fame.

Mia madre cucinava sagne(7). Non lo dimentico mai. Mai. Sagne! E allora, data la fame, le sagne erano sagne, non come adesso. Mentre mia madre portava il piatto in tavola, ho visto mio padre avvicinarsi con una corda. Nella stanza davanti, là dentro, c’era il telaio, il telaio per tessere, vi ricordate?, e mi ha legato mani e piedi al cavalletto del telaio. Per terra. Stavo come un agnellino che si porta al mercato legato mani e piedi.

Si sono seduti intorno alla tavola, poi ho visto mio padre alzarsi, prende­re una forchettata di sagne e mettermela davanti, per terra come a un gatto.

“Mangia”, ha detto. Eh, mangia? Come, mangia! Che se le mani le avevo legate!

“Mangia”, ha detto ancora. Mi ha mollato un calcio nel sedere e mi ha fatto scivolare in mezzo alla stanza. Le sagne mi si sono attaccate tutte in faccia.

Io lì legato e gli altri tutti seduti a tavola che mangiavano. Guardavo le sagne con gli occhi e per la fame non ci vedevo. Ho udito mia madre che par­lava sottovoce.

Ha detto: “Lasciamogliene un po’“. “Oh”, ho pensato, “è probabile che le assaggi”.

Hanno finito di mangiare.

“Non usciamo un po’ fuori al fresco, Fedele?”, ha detto mia madre. “Sì, usciamo un po’”, mio padre ha detto. Anche se mi aveva picchiato per bene, mio padre non voleva che andassi a letto digiuno.

“Appena siamo usciti”, ha detto mia madre a mia sorella Nzina sottovoce: slegalo e fallo mangiare”.

Come loro due sono usciti, mia sorella si è avvicinata a me e mi ha sle­gato.

“Sbrigati”, ha detto, “alzati e mangia”.

“Non voglio mangiare”, ho detto, “non voglio”.

“Sbrigati, alzati e mangia”, ha detto: che poi doveva legarmi nuovamente. Mi sono alzato e in poche forchettate ho mangiato. Ho leccato anche il piatto con le dita.

Così ho mangiato. Poi mi ha legato, senza stringere troppo però. Dopo un po’ sono ritornati in casa. “Bene”, ha detto mio padre, “andiamo a letto”.

Speriamo che mi sleghi, io dicevo, che non mi lasci dormire qui per terra.

Così, mi è venuto vicino, mi ha suonato qualche altro scappaccione, mi ha slegato e ho potuto andarmene a letto.

Brassica nigra – senape (ph Giorgio Cretì)

(1) Foje. Il termine sta ad indicare tutte le verdure a foglia, sia coltivate che spontanee.

(2) E’ un gioco di parole, perché “lazzuru” (o “lazzaru”) vuol dire sia lazzarone, fannullone, sia animale affetto da panicatura (una volta detta “grandine del porco”), infezione delle carni suine e ovine da parte di larve di tenie, visibili ad occhio nudo e simili a granelli di panico (cisticerchi). Il “porcu lazzuru” è, quindi, un maiale affetto da panicatura con i cisticerchi (acine) visibili sulla lingua. Gorgoni (p. 366): gragnuolo; (394): Porcu lazzaru = majale affetto da gragnuolo.

Acine = cisticerchi (larve della tenia) nei muscoli e nel tessuto connettivo. Nel nostro caso sulla lingua.

(1)   Era il vecchio porticciolo dove, in estate la gente portava a lavare le bestie.

(2)   Carita. Specie di gamberetto.

(3)     Sciurìulu. E’ la coloratissima donzella detta anche, volgarmente, cazzu de ‘re.

(4)     Erano i pozzi a stillicidio, importante risorsa idrica del paese nei mesi estivi quando si seccavano le cisterne, e anche luogo di incontro furtivo tra giovani innamorati. Furono chiusi dagli spiriti innovatori del dopoguerra.

(5)     Sagne. Sfoglia sottilissima di pasta di farina di grano duro, preparata in casa e tagliata a fettuccine; tradizionalmente condita con tanto sugo di pomodoro.

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2 Commenti a La raccolta del letame

  1. Anticamente nel Salento, ed a Nardò in particolare, il letame non era usato solo come fertilizzante agricolo ma, in particolare lo sterco equino, si prestava benissimo come un perfetto collante e cementificante.
    Lo sterco equino fresco (prima che iniziasse il processo di fermentazione) veniva impastato con acqua, calce viva e tufo; quell’impasto, una volta essiccato, diventava durissimo e impermeabile, molto efficace per cementificare qualsiasi lavoro edilizio. Veniva usato per l’impasto della malta, per collegare i conci di tufo, per riempire i fori sui muri dove venivano inseriti i grossi chiodi (cintruni) che dovevano ben reggere e sopportatre le assi delle porte (li stàntuli) ed altri usi cementificanti.
    In enologia, quando il fasciame delle botti vuote si restringeva e il mosto che veniva immesso colava dalle unioni, i nostrI saggi nonni prendevano dello sterco fresco, lo impastavano con della polvere di calce o di gesso; quell’impasto veniva spalmato tra le fessure, che ripiene di quell’impasto venivano provvisoriamente tamponate con delle sottili lamiere di zinco attaccate alla botte con dei chiodini (siminzelle). Dopo qualche giorno, quando l’impasto sigillante si era indurito, si levavano le lamierine e il fasciame delle botti tornava ad essere ben assemblato senza perdita alcuna. Quel sigillante resisteva e durava in eterno

  2. Da bambino mi ricordo quando io, i miei genitori e mia sorella raccogliemmo il letame. Sul nostro terreno mio padre faceva pascolare i cavalli dei vicini proprio per poi passare a prendere il loro sterco per fertilizzare le piante. Con una grande bagnarola azzurra e dei guanti iniziammo la raccolta. Mi ricordo quei grossi mucchi formati da tante pallottole che prendevamo con le mani e buttavamo nella bagnarola. Alcuni erano mucchi di letame fresco e scuro altri erano secchi. Dopo aver raccolto tutto lo sterco versammo acqua nella bagnarola e lo mettemmo alla base delle piante.

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