Nardò. San Giuseppe e la fera ti li cumitati

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo il campo, senza perdere tempo, da ogni possibile equivoco; i cumitàti, cioè gli oggetti di creta (dai vasi ai fischietti alle statuine del presepe), protagonisti, insieme con il santo, di una fiera un tempo attesissima da ogni famiglia per rinnovare soprattutto il corredo di stoviglie, non hanno niente a che fare con  comitati, voce alla quale il pensiero subito vola in un paese (e ci riferiamo all’Italia) che prolifera di delegazioni, commissioni e chi più ne ha più ne metta, le quali, dopo aver proliferato, prolificano poco, anzi, il più delle volte abortiscono (e forse è un bene, visti, quando ci sono, i risultati…).

Cumitàti è una di quelle parole che nel corso del tempo hanno subito un vero e proprio terremoto; e questo fenomeno, si sa, colpisce più violentemente le zone vicine all’epicentro, nel nostro caso Nardò.

Se paragoniamo la nostra voce ad un edificio lo troveremo perciò meno malridotto man mano che ce ne allontaniamo. Fuor di metafora, lo studio

Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò

faenze nardò

Si svolgerà a Cutrofiano, p.zza Municipio, sabato 17 agosto 2013, h. 20.00, nella colorata cornice della 41 edizione della Festa della Ceramica, la presentazione del volume “Per uso della sua professione di lavorar faenze. Storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche a Nardò tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo” di Riccardo Viganò, con cui Edizioni Esperidi inaugura la collana “Biblioteca delle Esperidi” destinata soprattutto a studi sul Salento.

 

Intervengono: Oriele Rosario Rolli (sindaco di Cutrofiano), Tommaso Campa (ass. attività produttive), Nicola Masciullo (ass. cultura), Salvatore Matteo (Museo della ceramica di Cutrofiano), Claudio Martino (Edizioni Esperidi), Riccardo Viganò (Autore).

 

Si ringraziano i comuni di NARDÒ e GALATONE per il patrocinio morale sul volume. Si ringraziano per il patrocinio economico e morale: GRUPPO SPELEOLOGICO NERETINO e MUSEO della CERAMICA DI CUTROFIANO. Si ringraziano gli SPONSOR: CB-BOTTAZZO (Galatone), SIPRE (Cutrofiano), ITO (Galatone), LA MADRUGADA (Otranto).

 

IL LIBRO: “Per uso della sua professione di lavorar Faenze”: titolo preso in prestito dai manoscritti dove questa locuzione indica un’abitazione destinata ad ospitare la bottega di un ceramista. È proprio dai manoscritti che l’Autore inizia la sua ricerca, il cui scopo è quello di dare a Nardò il giusto peso e ruolo nella storia delle fornaci e delle manifatture ceramiche tra la seconda metà del XVI e gli inizi del XIX secolo. Il tutto senza avere la presunzione di realizzare uno studio esaustivo bensì con l’intenzione di aggiungere un importante tassello allo straordinario patrimonio storico della città neretina, rivelando un sorprendente ed inedito passato fatto di storie stratificate di intere famiglie di figuli la cui operosità di gente comune ha contribuito alla fortuna storiografica di questo luogo.

 

L’AUTORE: Riccardo Viganò, brianzolo di nascita (Giussano, 1969) ma salentino di radici lontane, vive a Galatone e opera come tecnico per la conservazione dei beni culturali. Dal 1998 è Ispettore Onorario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia ed è impegnato nella tutela e nella valorizzazione dei beni culturali del suo territorio occupandosi dello studio delle aree di produzione della ceramica post medievale e moderna. È autore di numerosi articoli apparsi su riviste, giornali locali e siti web. Ha pubblicato: Le ceramiche dal palazzo Marchesale di Galatone (2003), Ceramica post medievale da Galatone (2002), Le ceramiche post medievali della chiesa di S. Giorgio in Racale (2004), Primi dati sulla ceramica di Nardò (2008), Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo (2009).

 

Nardò. San Giuseppe e la fera ti li cumitati

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo il campo, senza perdere tempo, da ogni possibile equivoco; i cumitàti, cioè gli oggetti di creta (dai vasi ai fischietti alle statuine del presepe), protagonisti, insieme con il santo, di una fiera un tempo attesissima da ogni famiglia per rinnovare soprattutto il corredo di stoviglie, non hanno niente a che fare con  comitati, voce alla quale il pensiero subito vola in un paese (e ci riferiamo all’Italia) che prolifera di delegazioni, commissioni e chi più ne ha più ne metta, le quali, dopo aver proliferato, prolificano poco, anzi, il più delle volte abortiscono (e forse è un bene, visti, quando ci sono, i risultati…).

Cumitàti è una di quelle parole che nel corso del tempo hanno subito un vero e proprio terremoto; e questo fenomeno, si sa, colpisce più violentemente le zone vicine all’epicentro, nel nostro caso Nardò.

Se paragoniamo la nostra voce ad un edificio lo troveremo perciò meno malridotto man mano che ce ne allontaniamo. Fuor di metafora, lo studio

Ecco la terracotta salentina

di Marcello Gaballo e Armando Polito

È tempo di passare agli oggetti più comuni messi in vendita ricordando che parecchi di loro sono riusciti a sopravvivere per l’indubbio pregio artistico (così da diventare oggetto d’arredamento, tanto più ricercato quanto più antico) ma anche per una reinvenzione del loro utilizzo e, in qualche caso, della loro forma, soprattutto nei dettagli decorativi.

 

CÀNTARU


Antenato del water (nella foto a sinistra due modelli “d’epoca” in quella a destra uno molto raffinato, di fattura moderna), fino agli anni cinquanta è stato il sanitario principale, se non unico, della stragrande maggioranza dei servizi igienici familiari ed etimologicamente appartiene a quella serie di vocaboli che son passati dalle stelle alle stalle, se si pensa che esso è dal latino càntharu(m), vaso da bere a larga apertura e larghe anse a forma d’orecchie, superanti, talora, l’orlo, a sua volta dal greco kàntharos.

 

CAPÁSA, CAPASÓNE e CAPASIÉDDHU


Vedi il post Capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio su questo sito.

 

CÒFANU


Se il càntaru è l’antenato del water, il còfanu (usato anche nel senso metonimico di bucato nel nesso fare lu còfanu) lo può essere della lavatrice, almeno per quanto riguarda l’aspetto strettamente igienico del risultato finale e non certo l’impegno fisico che era notevole, tanto da coinvolgere l’intera famiglia che periodicamente era impegnata in un’attività quasi rituale, scandita da gesti attenti e rigorosi che durava almeno due giorni, sicché la foto a destra dell’archivio Alinari, a differenza della prima, del 1920 ne restituisce un’idea oleograficamente edulcorata. La voce è dal latino medioevale còphanu(m)5, dal classico còphinu(m)=cesta, dal greco kòfinos=cesta6.

E, dopo avere sistemato la questione etimologica, accenniamo rapidamente alle sequenze del “rito”: posto il còfanu su uno sgabello, se ne otturava il foro di scolo, si provvedeva a sistemare i panni da lavare avendo l’accortezza di mettere nello strato più basso quelli colorati, si copriva tutto con un panno bianco di tessuto rustico (lu cinniratùru7) avente la funzione di filtro, dal momento che su di esso si poneva uno strato di cenere8 (da qui il nome del panno) setacciata mista, talora, a gusci di uova; a questo punto si versava  l’acqua bollente riscaldata nel quatarottu (in italiano calderotto), una pentola di rame preventivamente messa sul fuoco. L’operazione di versamento e di scolatura dell’acqua bollente era ripetuta fino a quando dal foro posto in basso al cofanu non fuoriusciva pulita;  essa era raccolta nel limbu. Le ultime acque reflue, la lissìa9, erano riutilizzate per lavare gli abiti più scuri e, solo dalle donne, in acconcia diluizione, i capelli.

 

FURÒNE


Vedi il post Il furòne, ovvero quando un deposito di risparmio non costava nulla u questo sito.

 

LIMBA


Per il Rohlfs la voce è dal greco moderno limpa. L’appartenenza, però, dell’oggetto ad una categoria che annovera nella sua schiera altri dal nome molto antico ci fa sospettare che a questo non si sottragga limba.

E ci vengono in mente  alcune forme epigrafiche leggibili su alcune anfore pompeiane (LYMPAE10, LUMPAE11) e fuori d’Italia (LUMPHAE12 , LYMPHAE13, LYMFAE14). Al di là del probabile contenuto delle anfore resta il fatto che la dicitura si riferiva, comunque, a qualcosa di liquido o in cui la componente acqua15 non doveva essere irrilevante (laddove, nell’iscrizione, il nostro nome si accompagna all’aggettivo vetus=vecchio di certo l’anfora non conteneva acqua pura invecchiata, per cui limpha va interpretato come estratto, succo, con probabile riferimento o al vino o all’olio o al garum). Non ci sembra azzardato supporre, perciò, che questo nome possa essere passato a significare  per metonimia (dal contenuto al contenente) la nostra limba rispetto alla quale presenta, oltretutto, assoluta coerenza fonologica. Purtroppo, l’impossibilità di stabilire se la variante limma (usata in alcune zone del Leccese, del Tarantino e del Brindisino) deve –mm– ad assimilazione da –mb– (in tal caso sarebbe figlia di limba) oppure se, con assimilazione –mn->-mm–  deriva dal greco lìmne=stagno, lago, non escluderebbe, teoricamente, che proprio da quest’ultimo possa derivare pure il nostro limba per successiva dissimilazione –mm->-mb-; tuttavia, c’è da dire che si tratta di una probabilità piuttosto remota, dal momento che di regola il nesso –mm– di alcune varianti nasce sempre per assimilazione di –mb– (palummàru<palumbàru, palùmbu(m); mmile<mbile<(bo)mbýlion, etc, etc.).

 

LIMBU


Ha la stessa etimologia di limba, ma con cambio di genere in funzione di differenziazione dimensionale (in fondo il limbu è come una limba dalle pareti più alte). E come non ricordare la figura dello  cconzalìmbure16, artigiano ambulante  come il seggiàru (riparatore di sedie), lo mmulafuèrbici (arrotino) e l’umbrillàru (riparatore di ombrelli), che rimetteva in sesto i recipienti di terracotta17?

 

MBILE


Vedi il post Quella bizzarra terracotta dal collo stretto… su questo sito.

 

OZZA


Etimologia incerta, come quella delle voci corrispondenti italiane boccia e bozza, forse da un latino *bòccia(m) o bòttia(m), parenti, forse, del latino tardo butte(m), da cui botte.

 

PIGNÀTA


La voce, come la corrispondente italiana pignatta, è forse da un latino pineàta(m)=a forma di pigna. Curioso, poi, l’uso del maschile per indicare il tipo di cottura: purpu a pignàtu (polpo cotto nella pignatta); probabilmente è un ricalco su stufàtu (in italiano stufato) da stufàre, a sua volta da stufa, senza, però il passaggio intermedio pignatàre.

 

RINÀLE


Come il corrispondente italiano orinale è da orina, dal latino urìna(m), a sua volta dal greco uron; la voce dialettale, in più, presenta la deglutinazione della u di urina intesa come componente dell’articolo (l’urinale>lu rinàle).

 

UCÀLA

Ha la stessa etimologia del successivo ucàlu, ma con cambio di genere in funzione di differenziazione dimensionale, come abbiamo visto essere avvenuto in limba/limbu.

 

UCÀLU

Dal latino tardo baucàle(m)=vaso di terracotta per tenere fresco il vino, a sua volta dal greco baukàlion; l’italiano boccale deve –cc– ad incrocio con bocca.

 

URSÙLU


Come il corrispondente italiano orciolo dal latino urcèolu(m), diminutivo di ùrceus, che è dal greco urche= giara.

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1 La stessa trasposizione concettuale tra testa, cranio  e recipiente, ma in senso inverso, è avvenuto nel latino testa, da cui, poi, l’italiano testa e l’obsoleto testo=vaso o oggetto di terracotta (tièstu nel dialetto neretino ad indicare un tegame). Derivati poi da kottìs/kotìs sono kotuledòn=cavità in cui si inserisce il femore, ventosa  sul tentacolo del polpo, lobi della superficie della placenta, coppa (da esso l’italiano cotiledone voce botanica e anatomica) e kòttabos= gioco augurale che si svolgeva durante i simposi, consistente nel lanciare il vino rimasto in una coppa contro un bersaglio.

2 Còtile in italiano è anche termine anatomico sinonimo di acetabolo (cioè la cavità dell’osso iliaco in cui ruota la testa del femore; e l’immagine del contenitore continua, dal momento che pure acetabolo è dal latino acetàbulum=vasetto per l’aceto); lo spostamento d’accento rispetto al greco è assolutamente normale perché la voce italiana deriva dalla trascrizione  latina còtula (o còtyla o còtila) in cui l’accento sulla terzultima sillaba è indotta dalla quantità breve dell’originario ipsilon greco.

3 Continuante in latino con –mus/-ma/-mum; per esempio almus/a/um=che dà vita, dalla radice al– del verbo àlere=nutrire+il nostro suffisso.

4 Per esempio: ètumon=etimo è dalla radice eteo– di eteòs=vero+il nostro suffisso.

5 Da cui l’italiano cofano nei suoi molteplici significati per i quali si rinvia ai comuni vocabolari.

6 L’italiano cuffia vien fatta derivare dal latino tardo cùfia(m) considerato di probabile origine germanica e coffa dallo spagnolo cofa, a sua volta dall’arabo kuffa=cesta. Crediamo, però, per motivi semantici e fonetici che il padre di tutti sia da ravvisarsi nell’aggettivo greco kufos (da cui con l’aggiunta del suffisso è nato kòfinos) che significa leggero, vuoto, ma che al neutro sostantivato significa vaso, boccale: è il frutto della contrapposizione concettuale tra il contenuto, generalmente più pesante, e il recipiente che lo contiene più leggero (che senso avrebbe, infatti, trasportare acqua o vino in un contenitore di piombo?). L’aggettivo kufos, poi, continua nel dialettale kufu (a Lecce, a Nardò cùfiu) che designa il frutto che non ha avuto la possibilità di svilupparsi e, per traslato, il maschio infertile. Alla stessa radice ci paiono infine ricollegabili l’italiano coppa [dal latino cuppa(m), dal classico cupa] e il suo diminutivo coppino (voce settentrionale indicante la nuca) nonché il neretino cuppìnu designante il mestolo.

7 Da cènnire [come l’italiano cenere dal latino cìnere(m), con geminazione di n, forse di natura espressiva, come in scènnuma=mio genero, in cui, tuttavia, il raddoppiamento di n potrebbe essere dovuto pure alla seguente trafila (escludiamo l’enclitico possessivo –ma): gèneru(m)>genru(m) (sincope di –e-)>gennu (assimilazione –nr->-nn-)>scennu]+l’abituale suffisso indicante strumento, come in stricatùru=asse scanalato di legno su cui si strofinavano i panni per lavarli, ‘mbucciatùru=coperchio, tappo, etc, etc.

8 Quella che, ricavata dalla combustione della legna nel camino per cucinare o per riscaldarsi, era stata messa per tempo da parte.

9 Stessa etimologia dell’taliano lisciva o liscivia: dal latino lixìva(m), sottinteso cìnere(m)= (cenere) trattata con acqua bollente, con sincope di –v– e conservazione dell’accento originario, cosa non avvenuta nello stesso latino classico nella variante lìxia (attestata da Columella) dove la i, divenuta breve per posizione, ha dato vita ad una parola sdrucciola.

10 CIL, IV, 5611, 5612, 5613, 5616 e 5617.

11 CIL, IV, 5605, 5627 e 5628.

12 CIL, IX, 466

13 CIL, III, 6373; X, 6791.

14 CIL, V, 5648.

15 In latino lympha o lympha, nonché lumpa del “salentino” Pacuvio (II° secolo a. C.), hanno tutti  come significato fondamentale quello di acqua, in particolare di fonte o di fiume.

16 Parola composta da cconza (terza persona singolare del presente indicativo di ccunzàre, come l’italiano acconciare da un latino *adcomptiàre, composto dalla preposizione ad e da una forma verbale iterativa del classico  comptus, participio passato di còmere=unire, acconciare, composto da cum=insieme e èmere=comprare; il concetto originario di  unione tra proprietario e proprietà è poi passato a quello generico di cose messe insieme) e lìmbure, plurale collettivo  di limbu, che qui assume un significato estensivo ad indicare qualsiasi recipiente di terracotta.

17 La sua attrezzatura era costituita da un trapano (naturalmente, a mano) con il quale praticava nei pezzi da unire dei forellini attraverso cui faceva passare un sottile fil di ferro che poi stringeva con la tenaglia (pizzicalòra); alla fine le linee di sutura venivano cicatrizzate con stucco bianco in polvere opportunamente miscelato con acqua. Quest’artigiano trova la sua celebrazione artistica più famosa nel pirandelliano zi’ Dima de La giara, ma suggestivo è anche il racconto autobiografico contemporaneo di Francesco Aulizio leggibile all’indirizzo http://www.nelracconto.it/pdf/33_3.pdf


Mestieri che furono: “U conza limmi! U ‘ggiusta còfini!”… e non solo

di Rocco Boccadamo

         

“U conza limmi!, U ‘ggiusta cofini!”. Non sono parole o frasi misteriose, astruse e stravaganti, si tratta semplicemente dell’annuncio con cui un artigiano ambulante  del Capo di Leuca si  presentava agli abitanti del paese natio dello scrivente.

L’anzidetto lavoratore, con giri periodici, faceva su e giù per tutta la zona, mettendo a frutto la propria abilità manuale, in virtù della quale pensava in cuor suo di poter utilmente corrispondere alle usanze, alle attese e al regime di gestione vigente in seno alle famiglie.

“U conzalimmi!, U ‘ggiusta cofini!”, gridava. Traducendo, il personaggio incitava i residenti ad approfittare del suo passaggio e li invitava a portargli gli eventuali accessori o attrezzi domestici in terracotta che avevano subito qualche deterioramento e, perciò, bisognosi di riparazione.

Praticamente, ciascuna famiglia aveva in casa limmi e cofini, contenitori, tipo tinozze, in terracotta, utilizzati per il bucato. I primi, di dimensioni medie, erano adoperati pressoché quotidianamente: si riempivano d’acqua, dopo di che, i vari capi da lavare s’insaponavano con i mitici panetti di marca “Scala” o “Asborno” e sfregandoli lungamente a forza di mani, braccia e gomiti lungo un’asse di legno dentata che si teneva immersa, appunto, nel limmu pieno d’acqua, aggeggio detto lavaturu, si rigeneravano a completo, naturale lindore.

Il limmune o cofinu era un recipiente di struttura analoga, però di dimensioni ben più grandi, utilizzato periodicamente, ogni 15 – 20 giorni, per il grande bucato, ovvero lenzuola, asciugamani, tovaglie e via dicendo, in dialetto si

Grottaglie/ Santi in terracotta tra Ottocento e Novecento

In margine a una mostra

“SACRALITÀ DOMESTICA. SANTI IN TERRACOTTA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO”

Una piccola corte celeste a Casa Vestita nel Quartiere delle Ceramiche a Grottaglie in uno scenario da favola dove si incrociano storia arte e religiosità

 

di Rosario Quaranta

“Sacralità domestica. Santi in terracotta tra Ottocento e Novecento”: questo il titolo di una mostra  inaugurata il 29 marzo scorso a “Casa Vestita” nel quartiere delle ceramiche a Grottaglie e che sta suscitando interesse e successo straordinari.  Un vero e proprio evento che, oltre a richiamare un buon numero di visitatori, ha solleticato l’attenzione massiccia dei “media” e in particolare del Web veicolando così questa intelligente operazione culturale ben oltre gli stretti confini provinciali e regionali.  Perché tutto questo non sembri inutile esagerazione, suggerisco al cortese Lettore di digitare, magari sul più classico canale di ricerca telematico, le parole  “sacralità domestica a Grottaglie” per verificare on line (è il caso di dirlo) l’impressionante numero di links e di servizi correlati.

C’è da chiedersi come mai una mostra di carattere religioso e popolaresco possa suscitare tanto interesse in un mondo così complesso e sempre meno

Quella bizzarra terracotta dal collo stretto…

Lu mbile

di Armando Polito

Insieme con la capàsa, il capasòne e il capasièddhu anche lo mbile appartiene alla categoria di contenitori di origine ed uso contadini divenuti, quelli di realizzazione moderna,  oggetto di arredamento e, i più antichi, di antiquariato. Si tratta di un recipiente di terracotta per acqua, dalla bocca molto stretta, corredo fondamentale del contadino che si recava al lavoro, perché la creta, trasudando, consentiva all’acqua all’interno di conservare la sua temperatura più bassa rispetto a quella esterna. Sembrerà incredibile, ma il nostro oggetto ha in comune l’etimologia con la voce comparsa in italiano nel XVII secolo ad indicare un vaso per liquidi di vetro o metallo, lungo e senza collo; questa accezione è ormai obsoleta ma la voce in questione, bombola, ha successivamente vissuto una seconda giovinezza ad indicare un contenitore metallico di forma cilindrica per fluidi compressi, dando vita anche all’accrescitivo bombolone. Fra qualche decennio, molto probabilmente, anche questi contenitori saranno obsoleti e a ricordarne l’etimologia sopravviverà, paradossalmente, solo mbile, anche perché bombole e bomboloni non sembrano avere canoni estetici tali da farne oggetto di arredamento o di antiquariato.

Ma chi è il padre delle voci fin qui messe in campo? Altrettanto incredibilmente, si tratta di un insetto. Vero è, infatti, che quelle voci derivano tutte dal greco bombiùle=boccetta, ma quest’ultima deriva da bombos, voce onomatopeica che può significare rumore sordo, rimbombo, sibilo, ronzio delle orecchie, borborigmo  (gorgoglio dello stomaco o dell’intestino) e, addirittura, canto. Parallelamente a bombiùle in greco era nato pure bombiùlios=insetto ronzante, calabrone, ape, larva di baco da seta, vaso gorgogliante. Tra i tanti significati solo quello di bozzolo è legato ad un rapporto di somiglianza formale con la boccetta ma è chiaramente posteriore a tutti gli altri (boccetta compresa) legati alla primitiva valenza onomatopeica. Il collo stretto, infatti, quando si versa il liquido, crea un gorgoglio, che nel caso dello mbile è tutto particolare. Per quanto riguarda la fedeltà alla parola originaria la partita tra l’italiano e il neretino questa volta si chiude in parità: partendo, infatti, da bombiùle, bombola presenta il mantenimento della sillaba iniziale ma la regolarizzazione della desinenza (-e>-a), mbile la perdita di bo– ma la conservazione della desinenza antica. In mbile, infine, la conservazione della m mi fa pensare ad una forma intermedia *ombìle (da *bombìle con aferesi di b-, fenomeno frequentissimo), dalla quale per errata discrezione  dell’articolo (*l’ombile>lo mbile>lu mbile), altro fenomeno molto frequente non solo nel dialetto, è nata la nostra voce.

capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio

UNA SIMPATICA FAMIGLIA

CON UN RAGAZZINO PIUTTOSTO PRECOCE…

La capàsa, lu capasòne e lu capasièddhu.

 

di Armando Polito

Chi avrebbe potuto immaginare appena cinquanta anni fa che un oggetto molto diffuso soprattutto nel mondo contadino e per questo poco pregiato sarebbe diventato un cult, proprio come un film di Totò o, forse meno meritatamente, di Alvaro Vitali, il mitico Pierino?

Il miracolo operato dalla famiglia dell’oggetto del quale tra poco parlerò è ancora più sensazionale perché il valore artistico di Totò, anche se snobbato lungamente dalla critica, c’era già all’origine ed era fatale che prima o poi venisse riconosciuto; il nostro oggetto, invece, non ha mai avuto velleità artistiche ed era nato per assolvere ad una funzione esclusivamente pratica, quella della conservazione di alcune derrate alimentari: olio o vino o fichi secchi o altro sotto sale o sotto aceto, in ordine progressivo di dimensione e, correlativamente, almeno in parte, di forma.

Poco prima ho usato la parola famiglia perché mi sembrava la più appropriata per esprimere quel rapporto affettivo che in passato si instaurava con gli oggetti, ancora ravvisabile nei loro nomi, ma che oggi, nell’era dell’usa (più spesso non usa) e getta, appare come pura follia ripristinare.

Passo alla presentazione: capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio (il maschilismo imperante anche in campo linguistico relegava capasèddha ad un ruolo marginale, per lo più sostituita dal fratello). Spesso, però il maschilismo linguistico deve fare i conti con l’etimologia ed è il nostro caso: è evidente che il nome primitivo è capàsa, mentre capasòne e capasièddhu sono derivati, rispettivamente accrescitivo e diminutivo.

Basterà, perciò cercare solo l’etimo di capàsa. Il Rholfs invita solo ad un confronto con l’analoga voce calabrese e con il neogreco kapàsa. Antonio Garrisi4 lo fa derivare dal latino càpax/capàcis, aggettivo che significa capace. In Wikipedia leggo “ dall’aggettivo dialettale capase (capace)”. Procederò con ordine obiettando al Garrisi che, siccome tutte le voci, comprese quelle dialettali, di origine latina derivano dall’accusativo e che capax è un aggettivo ad una sola uscita, dobbiamo partire dall’accusativo maschile e femminile (capàcem) o neutro (capax): nel primo caso, ipotizzando la consueta caduta della consonante finale, l’esito sarebbe stato capàce (proprio come in italiano); nel secondo dovremmo immaginare, oltre alla regolarizzazione della desinenza (aggiunta di -a) il passaggio -x>-s invece del normale -x->-ss (luxus>lussu) o -x->-sc- (molto più raro e sostanzialmente limitato allo sviluppo di un ex- iniziale: exclamàre>scamàre)5. Quanto al capase di Wikipedia sarei curioso di sapere da quale dialetto è stato preso. E allora? Giacché ci sono me la prendo pure col Rohlfs, anche se a qualcuno il mio potrà sembrare un lancio senza paracadute. L’obiezione che rivolgo all’insigne studioso è che l’oggetto di cui stiamo parlando è troppo antico perché sia stato mediato dal neogreco e non dal greco antico. Infatti il greco antico registra un kàbasa o Kabàsas che compare in alcune iscrizioni5 relative ad inventari di templi e che indicano un oggetto non identificato. La kabàsas potrebbe, sottolineo potrebbe, essere l’antenata della neogreca kapàsa e della nostra capasa, dal momento che è notorio come nei templi le offerte venissero custodite in appositi contenitori.

Dopo il parziale fallimento del tentato miracolo etimologico (ne è spia il condizionale “potrebbe”),  chiudo con quello ricordato all’inizio: la nostra brava famigliola è diventata un pezzo di antiquariato (naturalmente mi riferisco agli esemplari antichi, che hanno un notevole valore di mercato), ma anche la nuova generazione se la spassa abbastanza bene, visto che è diventata un oggetto quasi privilegiato dell’arredo di ville anche di un certo prestigio.

__________

1 Mi sono stancata a stare sempre piena di olive.

2 Io, se devo essere sincero, col vino mi trovo bene…

3 Ma meglio di tutti sto io, sempre pieno di fichi…

4 Dizionario leccese-italiano, Capone, Lecce, 1990; è doveroso ringraziare l’Autore e l’Editore che hanno immesso in rete per la libera ed integrale consultazione, tra le altre, anche quest’opera.

5 Inscriptiones Graecae, Berlino, 1902-1957, passim.

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