Il Salento e le sue architetture a secco

Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)
Complesso di pajare con forno (foto Nicola Febbraro)

 

di Felicita Cordella

Sono significative e affascinanti testimonianze della storia poverissima di uomini ricchi di forza interiore e di solidi valori, avvezzi alla fatica, nonché storia di una terra di prodotti genuini e sapori veraci. Muretti a secco, canali, “chisure”, “curti”, “paiare”, sono opere dei contadini salentini che, dissodando la brulla terra rossa, estraevano pietre e le accumulavano.

Poi queste divenivano muretti di confine ed anche costruzioni, come depositi per attrezzi come ripari per gli uomini o, come dicono gli specialisti, primitiva opera di antropizzazione degli spazi rurali. I muretti erano praticamente una frontiera fortificata per delimitare o per proteggere proprietà e attraversano millenni di stortia. Già in era messapica se ne faceva uso, sebbene avessero una struttura a blocchi poggiati orizzontalmente.

Durante la dominazione bizantina segnavano i confini tra Salento e i restanti territori.

I muretti hanno altresì funzione di sostegno per terrazzamenti, rallentano le sferzate del vento sulle colture, sfruttano il calore del sole, frenano lo scorrere delle acque piovane, mantenendo umido il terreno. In Salento dunque si sviluppò un’arte che, da padre in figlio, si tramanda da secoli e oggi rischia di scomparire: “lu paritaru”. Il muro a secco è costituito da due file parallele di grosse pietre, su cui si costruisce il vero e proprio muro, incastrando le pietre in modo da lasciare tra loro il minor spazio possibile; gli interstizi vengono poi riempiti con materiali fini.

Non si usa malta, né cemento, né calce. Alla fine si posa un cordolo con grosse pietre piatte, “li cappeddhi”. Ogni zona di una masseria o di un podere veniva recintata con muretti, per es. l’allevamento del bestiame era custodito da “lu ncurtaturu” o “lu curtale”.

I “furnieddhi” o “truddhi” o “caseddhe” o “pagghiare sono costruzioni circolari o quadrate (troncoconiche o troncopiramidali) che, ancora negli anni sessanta, costituivano l’abitazione dei contadini, soprattutto in estate. Furnieddhu deriva dalla prima funzione di forni per i fichi, abbondanti nelle campagne circostanti. Fichi che si erano essiccati sulle “littere”o sulle “lliame”, terrazze dove si lasciavano al sole anche ortaggi e legumi. Quando il sole brucia “li cuti”, gli ortaggi, il pomodoro in primis, divenivano concentrati di gusto per l’inverno. E su quelle pietre grige si cuoceva l’eccezionale pane contadino, anch’esso grigio perché a base d’orzo e cereali integrali, che condito col pomodoro, magari di “pendula”, era cibo adatto agli dei. La bruschetta salentina di pane, olio e pomodoro, dice Vasquez de Montalban, è un meraviglioso “paesaggio”, fondamentale nell’alimentazione umana.

Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari

Libri/ Rossella Barletta, Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari, Capone Editore

 

Pietra su pietra

di Maurizio Nocera

Perché interessarsi ancora (e sempre) dell’architettura rurale pugliese? Perché attraverso lo studio ed il recupero di questa realtà noi possiamo conoscere le origini, i costumi, le tradizioni di chi ci ha preceduto, di chi ha segnato questo territorio con il lavoro e con la speranza di lasciare testimonianze vive e utili alle generazioni che sarebbero venute. Ma anche per tentare, dopo decenni e decenni di abbandono, di progettare per dette aree un loro riutilizzo attraverso una riqualificazione ambientale, e così poter ritornare a rivivere e ad essere utili per i nuovi orizzonti turistico-culturali. Per fare tutto ciò, però, occorre avviare progetti e studi che identifichino e descrivano dettagliatamente le aree rurali, per le quali occorre poi tracciare le necessarie linee di intervento per la riqualificazione ed il loro recupero funzionale.

È importante quindi avere come obiettivo immediato il recupero dei trulli dell’area della Murgia brindisina, barese e tarantina, il recupero delle “pajare” e delle “caseddhe” del Salento, di quelle del foggiano e della Bat, infine occorre recuperare il vasto patrimonio dei muretti a secco che, per migliaia di chilometri, insistono in tutta la regione. Studiare le aree rurali pugliesi significa narrare la loro secolare storia; significa descrivere le loro caratteristiche costruttive; significa conoscere la differenza tra trullo primordiale e trullo evoluto, tra trullo e “pajara” o “furneddhu”, e tra questi e le “caseddhe”. Ciò è per noi importante per capire l’evoluzione della caratteristica struttura abitativa rurale dei pugliesi.

Muretti a secco. Ancora una volta penalizzato il Salento!

di Antonio Bruno

La Regione Puglia ha emanato il bando per la presentazione delle domande per la concessione degli aiuti previsti dalla Misura 216 – Azione 1- “Ripristino muretti a secco” del Programma di Sviluppo Rurale.

L’Azione è finalizzata a salvaguardare e migliorare il paesaggio agrario e a conservare elementi naturali e seminaturali in grado di promuovere il mantenimento delle capacità di autoregolazione degli agroecosistemi regionali, quali i muretti a secco, ossia elementi in grado di filtrare, tamponare e conservare la qualità dell’ambiente e, più nel dettaglio, a salvaguardare l’attività degli organismi vegetali e animali che vivono negli agroecosistemi dei muretti a secco, in quanto “aree rifugio” per i nemici naturali dei parassiti delle colture.

L’argomento è così sentito tanto che quando l’Unione Europea, nel 2009 stanziò 38 milioni di euro per finanziare le attività di risistemazione dei muretti, negli uffici dell’assessorato all’Agricoltura arrivarono oltre 30.000 domande. Allora le risorse andarono quasi tutte agli agricoltori della Provincia di Bari perché erano favoriti nel punteggio i Siti di interesse Comunitario (Sic) http://it.wikipedia.org/wiki/Siti_di_interesse_comunitario_della_Puglia e le zone di protezione speciale o ZPS, sono zone di protezione poste lungo le rotte di migrazione dell’avifauna.

A Settembre del 2011 è seguito un altro bando che questa volta ha privilegiato nell’individuazione dei progetti beneficiari della risorsa le campagne con uliveti secolari o vigneti ad alberello. Tale privilegio doveva toccare finalmente al Salentom che come sappiamo è caratterizzato proprio dai Paesaggi della Vite e dell’Olivo.

La procedura, che prevedeva un finanziamento di 26,5 milioni di euro provenienti dai fondi del Programma di sviluppo rurale 2007/2013 Misura 216 – Azione 1, è a “bando aperto – stop and go” per cui era possibile presentare domanda sino al completo utilizzo delle risorse finanziarie disponibili.

Capite che siccome le esigenze sono tante era importante presentare le domande entro la prima scadenza (STOP) che era il 28 ottobre 2011.

Potete leggere di seguito come nonostante tutto, il Salento è stato penalizzato dalla Regione Puglia.

Le domande devono essere fatte da un tecnico agricolo che per prima cosa doveva farsi abilitare dalla Regione Puglia per l’accesso al portale “PSA” dopo

Muretti a secco e serpi nel Salento di fine Ottocento

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO 

A TU PER TU CON I SIPALI 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

   (…) Se nella zona arida delle masserie e in quella marginale degli oliveti la sacàra  (serpe) nidificava intr’a lli scrasciàli (muretti a secco rivestiti di scrasce [rovi]), nella campagna pienamente vissuta, ossia quella coltivata a ficheti, vigne e ortaggi in genere, trovava rifugio nei sipàli, essendo pressoché uguali le caratteristiche di asilo che le due strutture di recinzione offrivano. Per scrasciàli – come già detto – si intendevano i muretti a secco appositamente costruiti, livellati nell’altezza e intenzionalmente ricoperti di rovi; i sipàli invece, di solito situati ai confini interni del fondo come linea di demarcazione fra due proprietà diverse o come prode ai canali di scolo,  erano stati elevati man mano nel tempo con elementi casuali, ossia attraverso un progressivo accumularsi di detriti, originariamente costituiti da risulte di spietramento e via via incrementati dallo scarico dei rifiuti casalinghi e da pietre occasionali.    All’epoca, se si escludeva la sparuta presenza di uno o due spazzini, incaricati solo di scopare le vie centrali del paese, non esisteva servizio di nettezza urbana che assicurasse lo smaltimento dei rifiuti; e se li rumàte, ossia  i rifiuti trasformabili in concime (rumàtu), avevano facile deflusso nella foggia* e li mmunnàzze t’ampa (le immondizie da fuoco) venivano utilizzate come mpizzicatùru (esca) nel camino, li scigghe toste (le scorie dure) nonché li cupérchi e lli itri rutti (i cocci e i vetri rotti) non trovavano altra destinazione se non proprio quella di…sobbra’a llu sipàle.

   Qui però occorre intendersi, cioè non visualizzare i sipàli come dei grandi immondezzai partendo dalla connotazione del consumistico getta-getta odierno, che se perpetrato all’epoca li avrebbe resi sì altrettante scale di Giacobbe alte sino al cielo: la vita correva sui binari dell’essenzialità e l’alimentazione stessa assumeva in pieno il concetto dell’indispensabile, basata com’era, da un anno all’altro, sulla pietanza unica di legumi e verdure, inframmezzata dal domenicale piàttu ti mmaccarrùni e solo rallegrata dalle purpètte ti ciùcciu (polpette d’asino)  in occasione delle grandi festività. Se sui sipàli arrivavano valve di mitili erano quasi sempre di provenienza padronale,

Paesaggi di pietra e paesaggi di tufo

PARCO COSTA SANTA MARIA DI LEUCA – OTRANTO E PORTO DI TRICASE.  “PAESAGGI DI PIETRA” E “PAESAGGI DI TUFO”.

 

di Marco Cavalera

 

Lo storico Vincenzo Cazzato, nel saggio “Paesaggi di pietra: viaggiatori nel Salento fra sette e novecento”, riassume in modo sintetico la più intima essenza di Salento: “paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura”.

Uno dei luoghi del Salento, maggiormente interessato dalla presenza di strutture in pietra a secco, è il tratto di costa compreso tra la località Ciolo (Gagliano del Capo) e Punta Ristola (Santa Maria di Leuca), incluso nell’area del Parco Naturale Regionale “Otranto – Santa Maria di Leuca”.

L’area presenta un’interminabile rete di tratturi, muretti a secco – alcuni dei quali realizzati con particolari tecniche costruttive per proteggere le colture dalle forti raffiche di grecale e scirocco provenienti dal mare – e numerosi ripari trulli formi. Si tratta di evidenze legate alla civiltà agropastorale del Salento.

La zona è raggiungibile dalla Strada Provinciale 358, con non poche difficoltà dovute ai repentini dislivelli del banco di roccia, ai continui salti di quota e alla presenza di Macchia Mediterranea.

Meno caratteristiche delle strutture in pietra a secco, ma ugualmente eloquenti testimoni dell’inciviltà di una parte della gente salentina, sono le costruzioni abusive realizzate in uno dei punti più inaccessibili e impervi di questo tratto di costa. Si tratta – nello specifico – di due abitazioni, risalenti

Muretti a secco, ecco le indicazioni tecniche per gli interventi di ripristino

Con la deliberazione n° 1554/2010 la Giunta regionale pugliese ha approvato le indicazioni tecniche per gli interventi di ripristino dei muretti a secco nelle aree naturali protette e nei Siti Natura 2000 in relazione al bando per i contributi previsti dall’azione 1, misura 216 del Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013.

La delibera è stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia – n. 120 del 14-07-2010, il cui link è riportato in calce a questa nota.

Tra le motivazioni, che stralciamo dalla delibera in oggetto, ci piace riportare le seguenti:

CONSIDERATA l’importanza dei muretti a secco dal punto di vista della conservazione della natura e la loro importanza sotto l’aspetto idrogeologico, nel mantenimento delle connessioni biotiche
e nell’aumento della biodiversità;

CONSIDERATO che tali interventi sono assimilabili a quelli necessari al mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente delle specie e degli habitat presenti nel sito;

CONSIDERATO che l’art. 5, lett. c del bando pubblicato sul BURP n. 71 del 4-05-2009 prevede che il beneficiario del finanziamento dell’intervento
si impegna a “rispettare l’originale tipologia costruttiva del muretto a secco senza apportare elementi estranei come reti, malta cementizia, ecc.”.

http://www.regione.puglia.it/web/files/agricoltura/indicazionimuretti1554_2010.pdf

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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