Il “laùru”, ovvero diaboliche etimologie …

di Armando Polito

Immagine tratta da http://www.unigalatina.it/attachments/article/584/melanton%201609%20(16).jpg
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Il laùru1 era un dispettoso folletto che imperversava nei racconti popolari con qualche testimonianza di esperienza diretta fino alla metà del secolo scorso. Invito chi voglia saperne di più sulle sue gesta a leggere il contributo di Rino Duma, pubblicato su Il filo di Aracne2, anno III n. 1, gennaio-febbraio 2008, pp. 15-17, dal titolo Il fantastico mondo del Lauri, ove l’autore mette a confronto questi ultimi, evidenziandone analogie e differenze, con i Lari e i Lemuri.

Immagine tratta da http://silos.ville-chaumont.fr/flora/jsp/index_view_direct_anonymous.jsp?record=default:UNIMARC:80314 (è la copertina del primo numero dell’album, uscito per i tipi di Edoardo Perino a Roma nel 1889)
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http://silos.ville-chaumont.fr/flora/jsp/index_view_direct_anonymous.jsp?record=default:UNIMARC:80314
(è la copertina del primo numero dell’album, uscito per i tipi di Edoardo Perino a Roma nel 1889)

Debbo, però, muovere al lavoro un appunto di fondo perché Lauro e Lauri sono scritti costantemente senza accento, il che autorizzerebbe a leggere, rispettivamente, Làuro e Làuri. Ora, solo sulle parole piane non c’è bisogno, per convenzione, di segnare l’accento e la sua assenza può essere tollerata anche in casi in cui l’equivoco è impossibile a verificarsi per via del contesto: per esempio, il caso di àncora e ancòra. Con le parole dialettali si può fare a meno di segnare l’accento solo nel caso di parole piane, ma, forse, per quanto dirò, per evitare equivoci e conclusioni arbitrarie e catastrofiche, sarebbe opportuno segnarlo sempre. Nel caso di Lauro/Lauri, infatti, non vedendo, come avviene nel contributo del Duma, alcun accento, io sono autorizzato a leggere Làuro/Làuri considerando au dittongo. In realtà la voce dialettale ad indicare il nostro folletto è laùru che è parola di tre sillabe (au non è dittongo) e che, quindi, potrei anche scrivere lauru perché, in fondo, al pari dell’altra, è piana. Insomma, l’assenza di accento rende impossibile ad uno che non sia di madre lingua dialettale essere sicuro della reale pronuncia; da qui il mio suggerimento di segnare sempre l’accento tonico.3

L’importanza di questo accorgimento emergerà prepotentemente da quanto ora dirò. Il Duma, a proposito dell’etimo di Lauro/Lauri, così scrive: La connessione dei nostri Lauri con i Lari è dovuta più che altro alla somiglianza dei nomi. Infatti, se per sincope, si elimina dalla parola italiana la lettera “u”, si ottiene quella in uso nel mondo degli antichi romani. Ma vi è un altro aspetto, non meno importante, che unisce i due termini. Si tratta dell’alloro (o lauro), pianta sempreverde sacra al dio Apollo, molto venerato dai Latini e, probabilmente, legato alle feste Lemularia. I nostri Lauri, o anche Auri, sono spiritelli, a volte dispettosi, a volte benevoli, che amano vivere in campagna e trovano rifugio tra le fronde dell’alloro, prendendo da quest’alberello il nome. Con il trascorrere dei secoli, però, l’identità dei Lari andò via via scontornandosi, acquisendo caratteristiche ben diverse da quelle originarie di “numi tutelari”. Quasi certamente, con l’avvento del Cristianesimo, la loro sacra figura fu messa al bando, venendo definitivamente soppiantata da immagini sacre di madonne, di santi ed angeli. Furono, invece, mantenute in vita le “energie negative”dell’antica tradizione latina, le larvae. Anche queste, nel tempo e presso le varie genti, subirono continue manipolazioni ed alterazioni sia nella funzione sia nell’aspetto. Fu così che le Larvae si trasformarono da spiriti inquieti (Phantasmata) in entità corporee, sino ad assumere una conformazione umana, molto vicina a quella di un piccolo nano.   

Dopo aver corso il pericolo di affermare che i Lari sarebbero dei Lauri dimagriti o che, più probabilmente, questi ultimi sono dei Lari ingrassati, il Duma, per far derivare lauru da alloro, s’inventa la storiella dell’albero tra le cui fronde questi esseri troverebbero riparo e formula l’ipotesi (basata su quale fonte?) che Apollo fosse legato alle feste Lemularia, facendo capire, anche se non lo dice espressamente, che, secondo lui dopo il rapporto anoressico-bulimico tra Lari e Lauri ce ne sia uno, non si sa di che tipo, tra questi e i Lemuri. Per completare, poi, l’orgia di queste entità inquietanti mette in campo pure le Larvae come se alcuni fonemi in comune e generici  contatti semantici bastassero a rivendicare collegamenti arbitrari tutti figli della semplicistica, strumentale osservazione iniziale “Se per sincope si elimina dalla parola italiana [làuro] la lettera u si ottiene si ottiene quella in uso nel mondo degli antichi romani [Lari]”4.   L’articolo del Duma risale al gennaio-febbraio 2008 (legittimo ipotizzare che sia stato preparato con largo anticipo) ma comincia a dare i suoi frutti perché in un articolo sullo stesso tema a firma di Angelo Nacci del 2/4/2011 all’indirizzo

http://archivio.grottaglieinrete.it/public/post/li-vurtagghie-lu-lauru-lo-spiritello-dispettoso-delle-notti-grottagliesi-4300.asp

leggo: … Lu laùru [a conferma, bisogna riconoscerlo, della corretta pronuncia] è uno spiritello dispettoso che agisce esclusivamente di notte mentre di giorno vive nascosto tra le foglie del làuro, dal quale appunto deriva il nome.

In data 20/10/2013 Tania Pagliara, poi, in  http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=24641 riprende il dettaglio della derivazione di laùru da lauro o alloro per risolvere a modo suo un paradosso che l’angustiava da anni e per fare, sempre a modo suo (il lettore può giudicare leggendo l’intero contributo all’indirizzo che poco prima ho citato), un fritto misto del nostro folletto, del papavero e della papagna con la botta finale dell’immancabile grande madre.

Ma è possibile che nessuno abbia fatto caso al fatto che il folletto nel dialetto salentino è laùru, l’alloro làuru? Certo, chi si avventura in percorsi etimologici che seguono i crismi della paretimologia (in ultima analisi, senza che da parte mia ci sia intento offensivo, della suggestionabilità e dell’ignoranza popolare) e non della filologia (in ultima analisi della scienza) non può credere che la posizione di un accento sia un dettaglio di estrema importanza; perciò per lui è facile (per giunta è convinto che le cose stiano veramente così e, di conseguenza, si guarda bene dall’usare il modo condizionale o avverbi come forse e probabilmente) affermare che laùru e làuru hanno lo stesso etimo.

Così il Duma s’inventa la storiella dell’alloro-rifugio, il Nacci la riprende e la Pagliara pensa bene, dopo la pestifera pozione confezionata con la papagna in un altro suo contributo, di rincarare la dose associandoli, insieme con l’alloro, al laùru.

Se certe conclusioni restassero limitate all’ambito di appunti personali non farebbero alcun danno (o lo farebbero solo se il loro autore o, dopo la sua morte, qualche erede decidesse di pubblicare siffatte scoperte); oggi, però, c’è la rete che ha moltiplicato in maniera esponenziale le possibilità di ampliare la conoscenza ma anche il rischio di imbattersi in mastodontiche bestialità, per giunta  spacciate come verità, da sedicenti studiosi e il copia-incolla, poi, simbolo della passività cerebrale dei nostri tempi, provvederà alla loro diffusione.

Se si dovesse applicare il metodo adottato nei due esempi sopra riportati (che trova l’apice della sua vergognosa celebrazione in quel santuario di banalità (quando va bene!) che è questo o quel  social network, dove il mancato rispetto dell’ortografia e della grammatica, la superficialità e il pressappochismo sono elementi assolutamente fondanti,  dovremmo giungere alla conclusione, riprendendo l’esempio già fatto,  che àncora e ancòra hanno la stessa etimologia.

E allora? Ritengo che in ogni ricerca non si possa prescindere dalle proposte avanzate precedentemente da studiosi qualificati, e non, eventualmente, da dilettanti e ciarlatani (non è detto, poi, che i primi siano in totale buona fede …).

Per il Rohlfs5 laùru è da un latino volgare agurium=augurium. Tra le varianti non letterarie risultano riportati un laùre per Carosino (TA) ed il nesso laùru di notte col significato di pipistrello per Mesagne (BR), nesso su cui tornerò fra poco. Ora debbo aggiungere che agurium è voce attestata nel latino medievale6 e la trafila dovrebbe essere stata aguriu(m)>l’aguriu>l’aùriu (lenizione di g)>l’aùru (scomparsa della i forse per influsso di aucurare)>laùru (agglutinazione dell’articolo). La difficoltà della scomparsa della i può essere superata ipotizzando che laùru sia derivato direttamente da acurare attraverso la seguente trafila: acurare>acùru7>l’acùru>l’auru>laùru.

Torno alla locuzione laùru di notte per dire che essa fa il paio con un’altra: ceddhu ti male aucùriu o ceddhu ti morte (uccello del cattivo augurio o uccello di morte) riservata al cuccumìu8 (barbagianni). E mi piace chiudere col ricordo di questo grazioso uccello vittima, insieme col lupo e tanti altri animali, della nostra stupidità.

_________

1 Riporto qui gli etimi delle varianti ricordate nella vignetta:

a) SCIACUDDHI per il Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976, pag. 609, lemma sciaguddi) è da un greco*σκιαούλιον (leggi schiaùlion]=piccolo spettro, diminutivo del greco σκιά  [leggi schià]=ombra, fantasma, con influsso di agurium (augurium). La proposta mi sembra un po’ macchinosa, anche se non ho da farne una mia.

b) MONACEDDHU (come MUNACEDDHU, che è la variante di Nardò) è diminitivo di monaco.

c) SCAZZAMURRIEDDHU è composto da s– intensiva+cazzare=schiacciare+il diminutivo del germanico mahr=incubo.

d) CARCAGNULU è diminutivo di carcagnu=calcagno, con evidente riferimento, già semanticamente contenuto nella voce precedente, all’abitudine del folletto di sedersi e premere o calcare coi talloni sullo stomaco del malcapitato di turno (reo, secondo il mio punto di vista, di aver fatto fuori un piattone di peperonata o simili prima di andare a letto …).

2 Periodico bimestrale di cultura, storia e vita salentina edito dal Circolo Cittadino Athena di Galatina. Esemplare l’iniziativa di digitalizzare la rivista, i cui numeri sono integralmente leggibili all’indirizzo  http://www.circoloathena.com/rivista-il-filo-di-aracne/

3 Che la pronuncia esatta comporti la grafia laùri lo conferma Giuseppe Gigli, Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’ Otranto, Tipografia salentina, Lecce, 1889 dal quale ho tratto l’immagine sottostante. Oltretutto il Gigli fa derivare laùru da Lar (senza minimamente porsi scrupoli filologici di carattere fonetico), operazione che, come vedremo, farà anche il Duma.

 

La grafia laùru sarà ripetuta dal Gigli un anno dopo in un articolo sul tema apparso su L’illustrazione popolare, del quale riproduco (v. XXVI, E.Treves, Torino, 1890) di seguito la parte iniziale.

4 Se questa metodologia fosse corretta si sarebbe potuto invocare a supporto quanto si legge nel glossario del Du Cange (op. cit., tomo V, pag. 32) al lemma LARVAE, che, corredato della mia traduzione, riproduco di seguito fotograficamente per fare più presto.

5 Op. cit., pag. 288, lemma laùru.

6 Du Cange, op. cit., tomo I, pag. 150, lemma agurium.

7 Augùro è attestato nella letteratura del XIV secolo (Jacopo della Lana, Commento alla Divina Commedia, passim; Niccolò De Rossi, Canzoniere, 317, 2) e del XV (Giovanni de Mantelli di Canobbio, Versi d’amore, 28a, 14).

8 La voce, di indiscussa origine onomatopeica, nella paretimologia viene interpretata, umanizzandola, come tutto mio! (con chiara allusione all’idea della morte da sempre associata agli uccelli notturni).

LÀURI, SCIACUDDHI & MUNACIELLI

munaceddhu4
il folletto salentino, visto da Daniele Bianco

LÀURI, SCIACUDDHI & MUNACIELLI

Viaggio nella letteratura d’autore

alla scoperta del mondo fantastico delle leggende del Sud,

tra gnomi, folletti e altre meraviglie

di Antonio Mele ‘Melanton’

 

Di Làuri e Sciacuddhi o Laurieddhi, Monaceddhi, Scazzamurrieddhi, Tiaulicchi, Carcagnuli, Uri e simili, come nelle diverse geografie di Terra d’Otranto vengono chiamati gli gnomi e i folletti che abitano le nostre case (spesso maliziosi, dispettosi e burloni, ma sostanzialmente simpatici e benigni) – questa rivista si è già interessata con un bell’articolo a firma di Rino Duma (vedi n. 1 del 2008), ricco peraltro di preziosi elementi storico-antropologici.

Avendo scorso di recente la storia singolare del ‘cugino’ napoletano di questi piccoli amici, e cioè il famoso (o famigerato) Munaciello, mi piace ritornare sull’argomento, fornendo, con questa ed altre fascinose testimonianze d’autore, un contributo essenzialmente ‘letterario’, che riguarda da vicino l’universo, sempre fecondo di suggestioni, delle leggende popolari del nostro Sud.

Questo viaggio speciale nella letteratura parte appunto da Napoli e da Matilde Serao (1856-1927), che a proposito delle origini de ’o Munaciello scrive: «Nell’anno 1445, regnando Alfonso d’Aragona, una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un mercante di panni, si innamorò di un garzone di bottega, Stefano Mariconda. E com’è usanza d’amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto, e di rado fu vista coppia d’amanti egualmente innamorata e fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Frezza contro Stefano. Fu così che in una notte profonda, mani traditrici afferrarono Stefano alle spalle, e dalla ferriata lo precipitarono a sfracellarsi nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s’aggrappava ai panni degli assassini.

[…] La Catarinella fuggì di casa, pazza di dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monache dov’ella dette prematuramente alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna perché al piccolo desse una fiorente salute; ed ella votossi e vestì il bimbo d’un abito nero e bianco da piccolo monaco. Ma altro aveva disposto il Signore, e la Catarinella non s’ebbe la grazia: il figliuoletto suo, negli anni, non crebbe che pochissimo, e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Ma ella continuò a fargli indossare il saio da piccolo monaco; ond’è che la gente, in suo volgare, chiamava il bambino: ‘o Munaciello.

Le monache lo amavano, ma i bottegai, e i paesani, e la gente della via si mostravano a dito quel bambino troppo piccolo, con la testa troppo grande e quasi mostruosa, e talvolta lo ingiuriavano, come fa spesso la plebe contro persona debole ed inerme. […] Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando ‘o Munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora era cattivo augurio. E siccome il cappuccio rosso compariva assai raramente, ‘o Munaciello era bestemmiato e maledetto. Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che faceva imputridire l’acqua nei pozzi, lui che portava la mala fortuna…

[…] Finché una sera ‘o Munaciello scomparve. Non mancò chi disse che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Dove è stato vivo, ora s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, lì ricompare nella medesima parvenza. Dove lo hanno fatto soffrire, là egli ritorna, malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga e insaziabile vendetta. Di tutto è capace il Munaciello, che nella sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, è rispettato, temuto ed amato…».

Questa la ‘triste istoria’ del Munaciello napoletano. Il quale, oltre ad avere un posto di riguardo nella smorfia e cabala del lotto (al numero 37), da molti secoli è personaggio di fortissima influenza nel vivere quotidiano del popolo partenopeo, tanto che nel Pragmatica de locato et conducto (la raccolta delleleggi e consuetudini che dal 1588 regolavano gli affitti delle case in tutta Napoli), una precisa norma, tradotta qui in italiano corrente, evidenziava che: “…qualora il locatario abbia a subire nella propria abitazione visibili turbamenti dagli spiritelli maligni volgarmente denominati ‘Munacielli’, gli è permesso di abbandonare la dimora affittata senza pagare alcuna pigione”. Incredibile, se non fossimo a Napoli!

il folletto salentino, visto da Daniele Bianco
il folletto salentino, visto da Daniele Bianco

Molto simili nel nome al folletto napoletano, ma vicinissimi nella sostanza agli Sciacuddhi salentini, sono i Monachicchi della Basilicata, dei quali si è interessato nientemeno che il più ‘meridionale’ degli scrittori del Nord, Carlo Levi (1902-1975), il cui nome è fatalmente legato al suo mitico Cristo si è fermato a Eboli, capolavoro letterario e sentimentale che più e meglio d’ogni altro rende ‘nudo e crudo’ il senso della cultura e della civiltà dimenticate del nostro Mezzogiorno (e particolarmente della disperante realtà lucana negli anni ‘30 del secolo scorso, da Levi direttamente conosciuta durante il confino patito per il suo ardimentoso antifascismo). Così egli descrive i Monachicchi di Grassano: “…sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di procurare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solleticosotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono le sedie di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, ronzano e pungono come zanzare, e di notte prendono di mira le code e le criniere dei cavalli, che amano intrecciare inestricabilmente”.

Ritornando allo Sciacuddhi di casa nostra, parimenti gradevole è la minuziosa descrizione che ci offre al riguardo l’illustre studioso Sigismondo Castromediano (1811-1895): “…Irritante ed irritabile, danneggia e benefica, secondo capriccio. È il dio Lare di quei tuguri che sceglie a dimora, e dei quali suole impossessarsi scendendo dai tubi fumaioli d’un camino. […] Le cento e più volte l’ho sentito dipingerlo basso, anzi piccin piccino, gobbetto, peloso di tutta la persona, ma d’un pelo morbido e raso. Copregli il capo un piccolo cappelletto a cono e indossa una corta tunica affibbiata alla cintola.

[…] Bazzica volentieri nelle stalle, dove ospitatosi una volta difficilmente ne esce: ed anzi, tosto s’innamora della cavalla o dell’asina che meglio gli garba, e l’assiste e carezza di preferenza, nutrendola della biada sottratta alle compagne, o altrove rubata… e gode inoltre l’alto onore d’essere da lui stesso strigliata, lisciato il pelo ed intrecciati graziosamente i crini del collo e della testa.Di giorno non appare giammai, esercitando di notte le sue trappolerie… Eccolo infatti a metter sossopra masserizie ed annessi, a sparecchiar gomitoli e tele del telaio o a svegliar le persone, rompendo piatti, bottiglie, bicchieri.Guai se è in collera col suo ospite. Se questi dorme i suoi sogni dorati, allora improvviso gli cavalca il petto e glielo calca fino a fargli perdere il respiro”.

Un diavoletto pestifero, insomma! Che ne combina una dietro l’altra…

Ma non è sempre così. A me (nonostante di dispetti me n’abbia fatti d’ogni sorta, e ancora non la smette…), confesso che fa quasi tenerezza. In fin dei conti, può ben considerarsi un giocherellone. Quel che si dice una simpatica canaglia. Chissà che prima o poi non ricambi la simpatia che ho per lui facendomi trovare l’Acchiatura – mitico tesoro di cui dalle nostre parti ancora si favoleggia – o basterebbe che porti bene e mi conservi in allegria.

A tale proposito, va appunto considerato che gli Sciacuddhi si affezionano non tanto alla casa, ma alla famiglia e alla gente che la abita. Per cui, se avviene un trasloco, è sicuro che traslocano anche loro. Mia nonna Anna mi raccontava sempre divertita che un certo Cosimo Sasà e la di lei moglie Concetta, contadini di un paese del Capo, spazientiti dello Sciacuddhi che gliene combinava di tutti i colori, pur di toglierselo dai piedi, avevano deciso di cambiar casa. Caricarono quindi le masserizie su un carretto a mano e si avviarono di buon passo verso la nuova abitazione. Durante il tragitto, la moglie si accorse che aveva scordato di prendere la scopa, che gli sarebbe stata indispensabile per le pulizie: “Nah, Cosiminu – esclamò verso il marito – La scupa mi rescurdai!”. “…Nu te preoccupare! – le fece eco una vocina da dietro – L’aggiu pigghiata ieu!”. Era, manco a dirlo, il loro ineffabile e fedele Sciacuddhi, che li seguiva placido con la scopa sulle spalle…

Al perenne conflitto tra gli Sciacuddhi e le donne di casa rende sorridente testimonianza questa bella filastrocca, raccolta nella Grecìa Salentina: Cu la còppula scattusa / zzumpa ssu lla panza cu tte ncusa. / Uru, Uru malitettu, / a ddhù hai scusu lu scarfaliettu /cu li ori te la sciara? / Nu nc’è cceddhi cu te para…? / Ma se te rrubbu lu scursettu / me l’hai dare lu scarfaliettu!(Col berretto sgargiante / salta sulla pancia per accusarti. / Uru, Uru maledetto, / dove hai nascosto lo scaldaletto / con gli ori della strega? / Non c’è nessuno che possa competere con te – che t’insegni l’educazione? / Ma se ti rubo il berretto / devi darmelo lo scaldaletto!).

E va infine aggiunto, per chi non lo sapesse, che lo Sciacuddhi fu celebrato, nel 1954, perfino dal grande Domenico Modugno (1928-1994) in una delle sue prime incisioni discografiche, intitolata Lu Scarcagnulu, com’è appunto chiamato il prode folletto in tutto il Brindisino.

Nativo di Polignano a Mare, il grande Mimmo (destinato a diventare ben presto famoso in tutto il mondo come Mister “Volare”), visse infatti la propria giovinezza a San Pietro Vernotico, e le sue iniziali produzioni musicali – da Ventu de scirocco a La donna riccia, Lu pisce spada, Sirinata a na dispettusa e altre – ispirate in gran parte ai vecchi “cunti” delle nostre contrade, furono create quasi tutte in dialetto salentino, all’epoca erroneamente scambiato (o forse volutamente strumentalizzato) per siciliano.

Onore quindi a Làuri e Sciacuddhi. Saranno (forse) creature del mondo della fantasia, ma senza fantasia che mondo sarebbe?

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Sull’argomento si veda anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/02/27/fatti-e-misfatti-dello-spiritello-domestico-salentino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/02/23/i-dispetti-del-folletto-domestico-salentino/

 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/10/spauracchi-di-ieri-e-di-oggi/

 

 

 

Il fantastico mondo dei nostri nonni

di Marcello Gaballo

 

Molti di coloro che ci leggono avranno perlomeno sentito parlare talvolta del termine salentino acchiatura, un termine derivato dal verbo acchiare (ital. trovare), ovvero un tesoretto di discreto valore nascosto in caverne, grotte e soprattutto sotto i pavimenti delle chiese.

In particolare era stato riposto non si sa mai da chi e quando nelle chiesette rurali, in un anfratto della sua muratura o ai piedi dell’altare. Nei paesi salentini che conservano menhir o dolmen, sempre secondo la tradizione popolare, essi erano nascosti nelle immediate vicinanze del megalita.

Tali false convinzioni, purtroppo, hanno portato allo sfacelo di intere costruzioni, spesso sventrando pavimenti, demolendo altari, svellendo porte ed infissi di cappelle e oratori privati, per lo più extra moenia, perché non custoditi e privi di guardianìa. Danni incalcolabili per le strutture e, una volta tanto, bisogna essere lieti che simili credenze siano scomparse (anche se, a dire il vero, sono scomparse anche tali architetture minori).
Non credo che l’opinione sia prerogativa del Salento, perché ho trovato scempi similari anche in altre regioni, in Sardegna in particolare.

Trovare uno di questi tesori significava vivere agiatamente il resto della propria vita e mai nessuno ha rivelato ad altri la consistenza della fortuna, tantomeno alla moglie o al marito, nel caso fosse stato il coniuge a rinvenirlo. Insomma, un segreto da portare con sé nella tomba.

Per il nostro popolo custodi di questi tesori erano i folletti, tanto che potevano essere loro a riverlarne il luogo, nelle rare occasioni in cui avrebbero conosciuto una persona particolarmente simpatica e meritevole. A meno che qualcuno particolarmente sveglio non fosse riuscito a strappare il cappuccio dal suo capo, costringendolo così alla confessione. Il folletto in genere custodiva pentole colme di monete d’oro, così come si accadeva per i loro cugini sparsi nelle diverse regioni d’Italia, in Irlanda e in numerose altre nazioni europee.

A dire il vero, ma non per dissacrare radicate leggende, l’evento in più di qualche occasione veniva preso in prestito per giustificare somme introitate in maniera truffaldina o, più spesso, per spiegare denari estorti o elargiti dall’amante.

Ricchezze improvvise in un ambiente in cui si conosceva davvero tutto dei vicini e dei parenti, perfino l’ora della sveglia, oggi sarebbero giustificate da un generoso 13 o da una vincita al lotto o, meglio ancora, da un Grattaevinci. Allora concludevano:
cu tre cose si rricchesce:
cu l’acchiatura, cu la ncurnatura e cu la manica ti tiraturu

(letteralmente: con tre cose ci si arricchisce:
con l’acchiatura, le corna e un cassetto aperto)

ovvero con il tesoro svelato, le corna o un furto.

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