Sternatia: un indovinello in griko

di Armando Polito

Sull’origine del griko rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/, dove il lettore troverà pure notizie su Giuseppe Morosi (1844-1891), il grecista milanese che raccolse leggende, canti, proverbi e indovinelli in griko nella prima sezione della sua pubblicazione Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 18701.

Il nostro indovinello, proveniente da Sternatia, è a p. 80, da cui lo riproduco in formato immagine.

Ho pensato di ricostruire il testo come sarebbe stato se scritto in greco classico. Tutto scorrevolissimo, (tant’è che non c’è stato neppure bisogno di consultare il relativo vocabolario), meno una parola: icaturi. Nessun aiuto mi ha fornito il Vocabolario dei dialetti salentini (Congedo, Galatina, 1976) di Gerard Rohlfs e nemmeno il Vocabolario griko-italiano di Mauro Cassoni (Argo, Lecce, 1999). Dirò di più: la voce è assente pure nel repertorio lessicale che nel volume del Morosi occupa la seconda parte. A quel punto mi è venuto il sospettoche fossero due parole, trascritte come se si trattasse di una parola composta. Icaturi, perciò, andrebbe diviso in i e caturi. La prima parola (i) corrisponderebbe al greco classico attico εἷ, mentre la seconda (caturi) è voce del verbo griko caturò, questo sì registrato dal Morosi a p. 177, dal Cassoni a p. 120 e dal Rholfs a p. 916 del terzo volume).

Ἒχω μίαν μάνδραν πρόβατα· εἷ κατουρεῖ μία, εἷ κατουροῦσιν ὅλα.

(leggi: Echo mian mandran pròbata: ei caturuei mia, ei caturusin ola; traduzione letterale della trascrizione in greco classico: ho una sola mandria; pecore; dove orina una, dove orinano tutte).

Il dubbio sollevato da icaturi pone il problema dell’attendibilità della fonte orale e della fedeltà della registrazione grafica; quest’ultima oggi è superabile dalle moderne tecniche di registrazione, mentre l’attendibilità della fonte dev’essere oggetto di attento studio da parte del ricercatore che, direttamente, o servendosi di informatori all’altezza,  deve anche saper mettere a suo agio il soggetto-fonte perché non risulti incrinata in un modo o nell’altro la sua spontaneità.

Molto probabilmente anche i pochi che a Sternatia ancora parlano il griko non conoscono questo indovinello; tuttavia sarebbe interessantissimo avere un riscontro positivo e negativo. A distanza di due anni dal volume del Morosi Giuseppe Pitrè pubblicava Studi di poesia popolare, Pedone-Lauriel, Palermo2, dove, a p. 343, citando il Morosi e il testo in griko dell’indovinello, ne riportava la variante siciliana.

Risulta aggiunto un particolare determinante per tentare di risolvere l’indovinello: l’inusitato colore rosso delle pecore. Debbo essere onesto: la mia fervida fantasia, che spesso mi porta a creare ardite metafore (ma capire quelle degli altri è più complicato …), probabilmente non sarebbe bastata a risolvere esattamente l’indovinello e probabilmente mi sarei tormentato invano per più giorni, se l’occhio nel leggere il testo non fosse stato obbligato quasi a leggere pure la soluzione, che nell’immagine precedente ho volontariamente tagliato per non togliere pure a voi il gusto. Niente da fare= Allora eccovi l’immagine prexcedente col dettaglio che avevo omesso.

Una forma più arguta e gentile per sottolineare la presunta dabbenaggine della pecora rispetto al proverbio salentino: Ci la prima pecura si mena intra ‘llu puzzu, totte l’addhe la sècutanu (Se la prima pecora si butta nel pozzo, tutte le altre la seguono), usato metaforicamente, per fortuna, per stigmatizzare il spirito di emulazione, purtroppo solo della peggiore umanità …

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=J_EGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

2 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=sDD0ljFaHjoC&pg=PA343&dq=Giuseppe+Morosdi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj93JDaocnbAhXFjiwKHYaOCPsQ6AEIPjAE#v=onepage&q=Giuseppe%20Morosdi&f=false

La Grecìa salentina nell’atlante del Pacelli (1803)

di Armando Polito

Dopo essermi occupato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/26/lalbania-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803-posseduto-suo-tempo-giuseppe-gigli-giallo-nota/) dell’isola alloglotta albanese così come appare nell’atlante dell’erudito di Manduria Giuseppe Pacelli, la stessa operazione farò oggi con la Grecìa salentina enucleando la parte relativa dal manoscritto i cui estremi il lettore troverà nel link prima segnalato.

carta 49r    

Descrizione della Grecia Sallentina

Come nella Diocesi di Taranto visono delle Popolazioni, che parlano un linguaggio straniero al comune di tutta la Provincia: così ce ne sono ancora alcun’altre nella Diocesi di Otranto. Quelle di Taranto sono di lingua Albanese, e queste di Otranto di Lingua Greca. Ivi nella Mappa deòò’Albania Sallentina ne osservammo i Paesi, e donde mai avessero potuto un tal linguaggio imparare: qui nella Mappa della Grecia Sallentina faremo l’istesso.  Tredici sono i Paesi, che attualmente parlano il Greco, e sono Soleto, Sogliano, Cutrofiano, Corigliano, Zollino, Sternatia, Martignano, Calimera, Martano, Castrignano (detto perciò Castrignano de’ Greci, a differenza di Castrignano del Capo in diocesi d’Alessano), Mepignano, Cursi, e Cannole. Ma in Soleto, ed in Martano si mantiene maggiormente in vigore, ove al cuni del Popolo né parlano, né intendono altro, che il solo greco; mentre negli altri Paesi va di giorno in giorno degenerandoo la lingua, e più frequentemente del greco parlano l’italiano. L’origine però di tal linguaggio in questi Paesi non lo dobbiamo mica ripetere da tempi della nostra Magna Grecia. Poiché sebbene per la vicinanza a tal Regione ne avesse tutto il Sallento imitato il linguaggio; coll’esser però insieme colla Magna Grecia anche tutta questa Provincia caduta in poter de’ Romani, ne adottò col tempo, lasciata la propria, insieme col costume, e colle leggi, anche la lingua de’ Vincitori. Io assegno per epoca, e credo di non ingannarmi, il tempo, in cui passò ad esser Capitale dello Impero e del Mondo la città di Costantinopoli, per essere divenuta la residenza de’ Cesari. L’invasione, che i Greci Orientali allora fecero della nostra Provincia, fece ritornare fra noi la lingua Greca. Nella nostra Biobiblografia Sallentina ci occuperemo alla lunga di tal punto: e qui solamente osserviamo, che essendo cominciati nella nostra Provincia, a divenir promiscui i due riti latino e greco nella sagra Liturgia; e tanto più che alcune Scuole di Greca letteratura fra noi facevano dello strepito, e ne fomentavano la coltura, fu duopo1 alla fine, che tutte le Chiese del Sallento adottassero totalmente il rito greco, in vigor dell’Editto dell’Imperador Niceforo Foca dell’anno 968, con cui si ordinò che in tutta la Puglia, e nella Calabria in greco i divini uffici si recitassero. Allora fummo tutti di un sol linguaggio, perché era uniforme tanto a quel del Governo, che della Chiesa. Le note vicende quindi accadute, e le invasioni, che fecero in seguito delle Provincie dìItalia straniere selvagge Nazioni, sebbene linguaggio mutar facessero all’Italia tutta, dentro di cui uno particolr ne nacque, qual si fu l’Italiana favella, pur tuttavia serbassi nella nostra Provincia pe ‘l rito Chiesastico il Greco. E ne abbiamo veridiche notizie specialmente della Chiesa di Soleto (antichissima Città per l’origine, e di gloriosa ricordanza, per aver dato il nome di Sallenzia a questa parte di Provincia), in cui da Padre in Figlio per più di un secolo la Famiglia Arcudi occupò la carica di Arciprete Greco nella Chiesa Soletana. Or l’ultimo di tali Arcipreti di rito greco, e primo di rito latino fu il dotto Antonio Arcudi, che morì nel principio del secolo XVI dopo aver pubblicato in Roma per ordine di Papa Clemente VIII il suo Breviario Greco.

 

carta 50v

 

Sul finire dunque del secolo XV dovettero le nostre Chiese abbandonare a poco a poco il greco, adottare il rito latino, e cessare un tale linguaggio in Provincia. Que’ luoghi però, che oggi formano la Grecia Sallentina, sebbene per uniformarsi a tutti i Paesi vicini, usassero anche per la Chiesa il Latino, ritennero però per lor linguaggio il greco, ed insieme coll’Italiano lo serbano tuttora, comecché molto allontanato dalla natia purezza.    
carta 51r                                                                                                                                                                     (per un’agevole lettura della mappa cliccare di sinistro e una seconda volta quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento)

 

Mi congedo dal lettore con le stesse amare considerazioni con cui chiudevo il post sull’Albania salentina; anche il griko, nonostante le lodevoli iniziative locali di sensibilizzazione e conservazione, è destinato a morire, sopraffatto inesorabilmente dall’assalto dei nuovi (ma non tanto …) media, tv in primis, dal pregiudizio imperante secondo cui piccolo non è bello (belle le multinazionali!…) e dalla globalizzazione. Tuttavia debbo rivendicare al Pacelli un primato. La sua ipotesi sull’origine del griko precede di parecchi anni una corposa bibliografia che annovera Griechische volkslieder in Suden von Italien pubblicato nel 1821 da K. Witte sulla rivista  Geselischalter (articolo, però, dedicato al grecanico, cioè al greco di Calabria) e poi, via via,  i contributi di Domenico Comparetti (Saggi dei dialetti greci dell’Italia meridionale, Nistri, Pisa, 1866), Giuseppe Morosi (Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1870). Si può dire che gli studi del Morosi costituiscono lo spartiacque  tra due scuole si pensiero che negli anni successivi si sarebbero affrontate non senza virulenza. Per il Morosi l’origine del griko era bizantina. Poi venne Gerard Rohlfs (Scavi linguistici nella Magna Grecia, Collezione meridionale editrice, Roma, 1933)  a ribaltare la teoria del Morosi (che nel frattempo era stata ripresa da Clemente Merlo, Carlo Battisti e Giovanni Alessio e che dopo la guerra sarà ripresa da Oronzo Parlangeli) sostenendo che il griko avesse un’origine molto più antica di quella bizantina, che fosse, cioè, il residuo della colonizzazione della Magna Grecia. La diatriba sulle due teorie si è via via congelata (anche per la morte  dei protagonisti) fino al 1996, anno in cui Franco Fanciullo pubblicò Fra Oriente e Occidente. Per una storia linguistica dell’Italia meridionale, ETS, Pisa, ETS. Il Fanciullo, originario di Cellino San Marco (questa nota che può sembrare campanilistica vuole essere una sorta di compensazione del fatto che un fenomeno di casa nostra è stato oggetto di indagine da parte di studiosi non locali, se si esclude il Parlangeli, o, addirittura, come nel caso del Rohlfs, stranieri), sulla base anche di principi tratti dalla moderna sociolinguistica, avanza un’ipotesi che rappresenta, in un certo senso,  un compromesso tra i due blocchi precedentemente descritti, giunge, cioè, alla conclusione che l’origine del griko non risale né alla Magna Grecia, né al periodo bizantino, ma al tardo-antico, cioè  imperiale perché, secondo il Fanciullo,  quando i Romani sconfissero definitivamente i Messapi, nel nostro Salento sarebbero arrivati sì i soldati di Roma, ma anche moltissimi greci.

Comunque siano andate le cose e per chiudere con un ulteriore briciolo di campanilismo (so benissimo che questo sentimento non va d’accordo con la neutralità della scienza, ma tant’è: ogni tanto bisogna pur cedere a qualche debolezza …), va almeno riconosciuto che il padre della teoria dell’origine bizantina non fu il lombardo, milanese Morosi ma il salentino, manduriano  Pacelli.

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1 Sic, per d’uopo.

 

 

Cultura e religione nella Grecìa salentina dal Medioevo a oggi

giannachi

Cultura e religione nella Grecìa salentina dal Medioevo a oggi.

Domenica 4 Maggio alle ore 11,00 Biblioteca “Maniglio”, Palazzo Raho, Zollino

Sarà inaugurata domenica 4 maggio alle ore 11.00, la mostra permanente “Cultura e religione nella Grecìa salentina dal Medioevo a oggi. Zollino” allestita presso la biblioteca “Maniglio” a Palazzo Raho. L’installazione voluta dall’amministrazione c…omunale, rientra nell’ambito del progetto Interreg “Pilgrim Tourism Routes in Ioannina and Lecce” (acronimo PILTOUR), Programma di Cooperazione Territoriale Europea, Grecia – Italia 2007-2013, finalizzato all’incremento del turismo religioso tra la Grecìa Salentina, ed in particolare i comuni di Zollino, Calimera, e Carpignano Salentino e Ioànnina, importante città della Grecia situata nella periferia dell’Epiro.
La mostra, seguendo il filo conduttore della religione, raccoglie nelle sette sezioni che la compongono le principali testimonianze e tradizioni che caratterizzano il territorio comunale e la cultura grica; spaziando dal territorio della Grecìa Salentina e le origini del griko, alla fine del rito greco a Zollino, dalla figura del dotto umanista Sergio Stiso alla I Passiuna tu Christù, dall’opera di Domenicano Tondi al villaggio bizantino di Apigliano.
L’installazione vuole essere, quindi, in linea con le azioni previste dal progetto PILTOUR, uno strumento di salvaguardia e valorizzazione del carattere identitario, fortemente influenzato dalla civiltà greco-bizantina. L’isola linguistica ellenofona rappresenta un attrattore turistico importante, soprattutto per i profili legati al culto e ai riti religiosi che nel corso dei secoli hanno legato e messo in relazione la Terra d’Otranto coni vicini paesi della costa orientale dell’Adriatico.
Ai saluti iniziali del vice Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Zollino, Antonio Chiga e del Direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, Alessandro Laporta, seguirà l’intervento del Dr. Francesco G. Giannachi dell’Università del Salento che insieme alla antropologa Manuela Pellegrino, ha curato i contenuti della mostra.

Le “pozzelle” della Grecìa salentina

di Antonio Bruno

Il contadino salentino ha instaurato, sin dall’antichità, un rapporto sostenibile con l’ambiente naturale, realizzando una serie di manufatti rurali in grado sia di alleviargli il lavoro che di produrre profonde trasformazioni sociali e produttive ed elaborato sistemi ingegnosi ed ecocompatibili non solo di raccolta, conservazione e utilizzazione dell’acqua piovana, ma altresì di delimitazione delle proprietà agricole (muretti a secco) e di allestimento di un’ampia gamma tipologica di manufatti, tra cui trulli, masserie, frantoi e case a corte, come quelle ammirate a Martano.

Le “pozzelle” di Martignano e Castrignano dei Greci (riprodotte, rispettivamente, nelle foto) sono serbatoi ipogei scavati nelle depressioni di origine carsica (su cui le precipitazioni meteoriche ristagnavano), realizzati per soddisfare le esigenze vitali e affrontare i lunghi periodi siccitosi (da luglio a settembre, proprio quando le coltivazioni richiedono maggiori volumi d’acqua).

Tali manufatti, in larga parte scomparsi sia per l’ampliamento degli insediamenti urbani e della viabilità, sia per l’aggressione prodotta dalla vegetazione spontanea e dalle radici degli alberi , sono ricordati spesso dalla toponomastica di vie, piazzette, contrade e rioni, dalla memoria popolare locale e, ancora oggi, presenti nella maggior parte dei centri abitati della Grecìa Salentina, attualmente costituita da dieci comuni (Calimera, Martano, Carpignano Salentino, Castrignano dei Greci, Melpignano, Corigliano d’Otranto, Soleto, Sternatia, Martignano e Zollino), mentre, nel periodo della massima estensione (secoli XIV e XV), occupava una superficie tre volte superiore e raggiungeva il litorale gallipolino.

La Grecìa è l’unica isola ellenofona della provincia di Lecce (la più orientale d’Italia) – ricca di toponimi, tradizioni, elementi linguistici, gastronomici, architettonici e religiosi greci –, che, protesa nel Mediterraneo, tra lo Ionio e l’Adriatico, verso la Penisola Balcanica, ha costituito un ponte non solo per scambi commerciali e culturali, ma altresì per viandanti (greci, slavi, albanesi), militari, pellegrini e religiosi, i quali, integrandosi nel corso dei secoli con i gruppi umani locali, hanno influito ora sulla lingua, ora sulle vicende abitative, edilizia domestica, usi e costumi, ora sull’organizzazione socioeconomia e trasformazione dell’ambiente con la bonifica dei terreni, la diffusione di nuove colture grazie allo sfruttamento dell’acqua, soprattutto di quella piovana depositata naturalmente negli avvallamenti del terreno.

Tralasciando in questa sede la secolare querelle, ancora in piedi tra filologi e glottologi, sull’origine del dialetto greco-salentino, si può ragionevolmente ritenere che elementi bizantini si siano inseriti in una preesistente matrice magnogreca, attingendo dall’adstrato salentino (volgare romanzo parlato dal proletariato e, pertanto, diverso dal latino usato dagli ecclesiastici e dall’aristocrazia terriera e commerciale), anche se altri studiosi ipotizzano un’immigrazione dalle colonie grecofone calabresi e siciliane attraverso il porto di Gallipoli. Il griko ha subito un processo di evoluzione del tutto
indipendente lasciando, nel corso dei secoli – malgrado la soppressione del rito religioso greco, l’introduzione di quello latino, la scolarizzazione di massa, i matrimoni misti, la diffusione della lingua italiana, ecc. –, ampie tracce nel costume locale e sopravvivendo ancora presso gli anziani (prevalentemente in ambito domestico) e soprattutto nei nomi di vie e contrade, poesie, canti popolari (d’amore, di lavoro e di dolore), racconti, leggende, indovinelli, proverbi e nenie (Biumbò, biumbò, pame na fèrome lio nerò a to frea tu Ja Marcu cino pu lene ka è pleo kalò = Biumbò, biumbò, andiamo a prendere un poco d’acqua presso il pozzo di San Marco quello che dicono sia il migliore).

Le “pozzelle”, profonde mediamente da 3 a 6 m (a seconda della posizione dell’interstrato argilloso che impediva la dispersione del prezioso liquido nella circolazione sotterranea) e dalla tipica forma a campana, generalmente presentavano le pareti “incamiciate” con materiale semipermeabile, costituito in tempi più recenti da tufi e in quelli più antichi da pietre informi disposte a secco in cerchi concentrici – per evitare l’eventuale smottamento delle rocce friabili e consentire la compenetrazione dell’acqua che, in questo modo, si arricchiva di minerali – fino all’imboccatura (vukkali in griko, coincidente con il piano di campagna), protetta abitualmente da un blocco calcareo (dalla forma circolare o quadrangolare) forato al centro (vera) per rendere possibile l’emungimento e inciso a volte con croci a testimonianza della fervente religiosità di cui era permeata la vita quotidiana della società contadina. Ricadenti in genere nei pressi delle vie di comunicazione, potevano essere sia private e contrassegnate perciò dalle iniziali delle famiglie che non solo ne vantavano il possesso, ma curavano anche la manutenzione e la pulitura della
pareti interne, asportando il terriccio che altrimenti avrebbe ostacolato l’infiltrazione per osmosi dell’acqua – il cui livello risultava sempre costante in tutti i manufatti per il principio dei vasi comunicanti –, sia di proprietà demaniale. In tal caso erano utilizzati persino dagli abitanti dei paesi vicini, garantivano il prelievo anche ai più poveri, rappresentavano un luogo d’incontro (pame na piàkume nerò a’ to frea = andiamo a prendere acqua dal pozzo) e offrivano spesso, a numerosi cittadini, nelle calde giornate estive, l’unica possibilità di dissetarsi e rinfrescarsi (pame sta Scilò na piame nerò frisco = andiamo all’Ascilò per un sorso d’acqua fresca).

Lo stesso metodo di raccolta delle acque piovane era usato a Sternatia, dove, fra i vari invasi pubblici, ne viene menzionato uno per le sue dimensioni, detto volgarmente la Matria (la madre di tutti), che denomina la via in cui era ubicata e da cui è nato il proverbio «Chi beve l’acqua della Matria non se ne va da Sternatia» («Tis pinni to nnerò à tti mmatria e ssiete pleo apu Sternatia»).

Una grande cisterna nell’ex convento dei Domenicani del 1709 (attualmente sede del Comune), era alimentata delle precipitazioni meteoriche cadute sul tetto e piano calpestio (lastricato con materiale lapideo), attraverso un reticolo di canalizzazioni e una serie di piccole vasche di decantazione, disposte ad altezze diverse.

Gli echi della Magna Grecia e di Bisanzio nell’antologia dedicata al più antico dialetto del Salento

Recensione pubblicata sul Sole 24 ore del lavoro di Brizio Montinaro, Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento, Bompiani, Milano 1994-2001.

Un eroico lamento cuore della <gricità>

di Dario Del Corno

A Calimera, un’amena cittadina della Terra d’Otranto che porta nel suo stesso nome il gentile augurio di una “buona giornata”, l’alloro è detto dafni. Così, secondo il mito, si chiamava la ninfa amata da Apollo, che per sfuggire al dio si tramutò nella pianta che incorona i poeti. Per entrambi i nomi, non si tratta di un prestito isolato dall’idioma greco. A Calimera, come in alcuni paesi circostanti ed in altri della Calabria, sopravvive un’isola linguistica dove si parla il <<grico>>, un dialetto che presenta una sostanziale affinità con la lingua della vicina Grecia.

Le tracce di questa derivazione si perdono addietro nel tempo: il Salento fu uno degli approdi privilegiati dagli antichissimi colonizzatori, che tradussero nel nome stesso di Magna Grecia la nostalgia della patria abbandonata e l’ammirazione per il nuovo territorio della loro vita.

Ma la penisola salentina fu anche uno degli epicentri più tenaci della dominazione di Bisanzio in Italia; e ancora nel XIII secolo D. C. i poeti bizantini di Terra d’Otranto, raccolti in una bella antologia da Marcello Gigante (Galatina, 1985), testimoniano la vitalità di una letteratura, che di fronte all’espansione della lingua romanza intendeva rimanere fedele ai modi di una lunga tradizione.
Si discute fra i dotti se il <<grico>> risalga a quei lontani albori della Grecità italica, o se le sue origini vadano piuttosto accostate all’epoca di Bisanzio e alla sua lingua. Per entrambe le ipotesi militano buoni argomenti; ma forse non è necessario ricorrere a una tanto drastica alternativa.

I bizantini sovrapposero un nuovo impulso a una cultura che non aveva mai smarrito il senso della remota ascendenza ellenica, e che proprio per tale

Nella magia del Salento: il viaggio di ricerca di Brizio Montinaro nelle tradizioni arcaiche di Terra d’Otranto

Brizio Montinaro e Massimo Ranieri

Una breve e insufficiente premessa

Sono tante, troppe e spesso immotivate le presentazioni che iniziano con una formula retorica e stereotipa del tipo: «è difficile raccontare, per gli svariati interessi e i tanti meriti, una personalità come…». Non avremmo mai voluto, pertanto, ricorrere a questo logoro topos della scrittura, eppure stavolta vi siamo davvero costretti. È infatti impossibile qui evitare un simile incipit, come francamente impossibile è tratteggiare adeguatamente la personalità di Brizio Montinaro in poche righe che siano, anche minimamente, sufficienti a cogliere la ricchezza che si riflette nei suoi contributi in campi e contesti così diversi, così fortemente eterogenei, al punto che – come si legge nel suo sito web – non sono stati pochi quelli che, prendendo un comprensibile abbaglio, hanno spesso creduto all’esistenza di più omonimi a cui attribuire le tante attività del medesimo individuo. Attore impegnato di cinema e televisione a livello internazionale, artista, uomo di teatro e di spettacolo in tutte le sue forme oltre che scrittore, etnografo ed antropologo raffinatissimo, tutto ciò è contemporaneamente e brillantemente questo salentino. Rinunciando allora, in coerenza, ad aggiungere altro a quanto ogni Spigolatore interessato non possa scoprire direttamente e liberamente dal suo ricco ed esaustivo sito personale  – www.briziomontinaro.it -, in questa sede ci limiteremo soltanto ad indicare, d’ulteriore, un unico tratto umano che abbiamo personalmente riscontrato in Montinaro e che teniamo dunque a testimoniare: la sua completa e generosa disponibilità, qualità alla quale dobbiamo la condivisione senza indugi dei suoi sforzi e delle sue affascinanti – quanto metodologicamente impeccabili – ricerche antropologiche in Terra d’Otranto a beneficio di tutti gli Spigolatori.
Proprio per invitare e approcciare questi ultimi a tali studi – di sicuro interesse per loro-, proponiamo di seguito un pezzo introduttivo al lavoro di ricerca più che quarantennale di Montinaro, un brano originariamente pubblicato su “Quotidiano” dallo studioso Ennio Bonea e qui riportato su gentile concessione del nostro nuovo, prezioso, compagno di spigolature, al quale offriamo così – a modo nostro – il più cordiale e sincero benvenuto.

Pier Paolo Tarsi


Dal tarantismo ai lamenti funebri della Grecìa (morolòja) fino al libro “San Paolo dei Serpenti

di Ennio Bonea

Il “viaggio di ricerca” di Brizio Montinaro, sulla realtà arcaica del Salento immutato per secoli e che oggi sta scomparendo, quello contadino, è iniziato negli anni Sessanta-Settanta da Calimera, suo paese natale, per toccare l’area della cosiddetta “Grecìa Salentina”, comprendente i paesi dove si parlava il dialetto indigeno, detto “grico”, una volta undici poi ridottisi a nove quindi a sette ed attualmente, con rari dialettofoni sopravvissuti alla cancellazione per

Ricci i tuoi capelli. Arie e canti popolari di Cannole

a cura di Stefano Donno

Esiste un altro Salento, diverso da quello da cartolina. È il Salento più autentico e vero, quello della quotidianità, fatto di storie, di gente, di paesi arsi dal sole che vivono all’ombra delle chiese e delle masserie in pietra leccese. Dopo aver apprezzato la forma, la curiosità richiede, necessita che venga svelata anche la sostanza, l’anima, il cuore di questa terra. Lontane o solo lambite dai circuiti turistici sopravvivono, infatti, tante piccole realtà piene di fascino dove la memoria dell’antico resiste al lento scorrere del tempo e all’incessante galoppare della modernità. Incorniciati da teorie di ulivi che procedono senza soluzioni di continuità, i paesi del Salento nascondono e custodiscono piccoli grandi tesori, e tocca alla curiosità del turista o del ricercatore scoprirne la bellezza più profonda, quella che riannoda i fili del tempo.

Uno di questi è senza dubbio Cannole, piccolo paese situato nella zona centro-orientale del Salento, noto ai più per la famosa sagra della Municeddha (lumaca), oltre che per lo splendido parco Torcito, che conserva una meravigliosa masseria fortificata del XVII secolo. Qualche altro, tra i

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