La rinascita della stupenda valle del fiume Asso

asso
ph Maurizio Calò

di Oreste Caroppo
Un sogno comune da materializzare tutti insieme e al più presto, nella nostra Apulia Salentina!

Dopo il processo virtuosissimo ed in corso in tutto il cuore del basso Salento, volto alla partecipatissima rinascita del grande Parco naturale dei Paduli e della sua antica e magica Foresta Belvedere, è giunto il tempo di seminare nei cuori e nelle menti di noi tutti quei semi di speranza e di impegno per la rinascita e la massima valorizzazione, tutela e innanzitutto massimo restauro paesaggistico e di biodiversità, del nostro più grande fiume Salentino e della sua intera valle, il Fiume Asso!
Fiume che nasce proprio nei Paduli, tra Collepasso e Cutrofiano, due città del Parco della foresta Belvedere, e da lì si snoda verso settentrione attraversando i feudi di Galatina, Galatone e Nardò, dirigendosi in direzione di Leverano e Copertino, per affossarsi nel sottosuolo, prima di questi paesi, in una grande voragine, chiamata la Vora del Parlatano, in agro di Nardò, dove le sue acque, come alcuni dei più sacri fiumi endoreici dell’antica Grecia, si inabissano nelle viscere della terra, scorrendo nella falda freatica profonda, per poi riaffiorare, sostengono alcuni, nelle polle sorgive nelle “spunnulate” della Palude del Capitano sulla costa neretina prossima a Sant’Isidoro, nel Golfo di Taranto, e da qui sfociando in mare!
Nei suoi tratti iniziali il fiume attraverserebbe anche delle profonde caratteristiche gole, mi dicono alcuni dei locali, ma io non l’ho ancora completamente esplorato questo nostro fiume lungo tutto il suo corso, e credo che sarà un’ avventura emozionante percorrerlo, scoprendone la ricchezza di natura, storia e suggestioni, e sognando ad ogni passo quali interventi dolci e aggiuntivi dobbiamo noi tutti realizzare per ridare a lui e a noi massima dignità!
Un fiume da riscoprire, Sacro, come sacro era ogni fiume per gli antichi, ma cancellatoci dalla memoria da indefinibili consorzi di bonifica, che continuano a farne vilipendio speculativo da fermare assolutamente invertendone il logorante andazzo!

Lungo il suo corso dobbiamo aggiungere vegetazione alla vegetazione esistente, specie autoctone e originarie a specie, non depauperarlo di quanto di naturale già accoglie e conserva come in uno scrigno del tempo, come in un’ Arca di Noe!

Dobbiamo pulirlo da ogni rifiuto antropico che lo inquina lungo il suo corso e sui suoi margini! Come oggi lungo i 200m di corso in feudo di di Galatina, da una stupidissima rete plastica, più una soffocante pellicola plastica, che andrebbe se non rimossa oggi subito, ad inquinare tutto il corso del fiume, non solo il tratto oggi così palesemente e orribilmente vilipeso, quando iniziarà a sfaldarsi. E’ stata
lì deposta dopo aver tagliato irresponsabilmente i canneti, sugli argini a soffocamento biocida della vegetazione. Va rimossa subito o rischia di assassinare anche le preziose presenze dei narcisi che decorano gli argini del fiume! Interventi speculativi e deliranti, definiti “sperimentali”, in un tratto persino tutelato paesaggisticamente nel nuovo PPTR (il virtuoso Piano Paesaggistico Territoriale della Regione Puglia)! Ed invece con quella plastica nera si è reso quel tratto di fiume, nell’aspetto, quello di un canale da fogna o da stabilimento industriale!
A quell’ orrore che è sotto gli occhi di tutti da alcune settimane, han dato il mistificatorio nome di “geostuoia”! Era un esperimento!? Ok, è fallito rimuovetela subito la vostra geostuoia sacrilega perché l’argine terroso torni e vivere, verdeggiare e respirare! Non pensate di estendere con altra speculazioine altrove il fallimentare esperimento!
Dobbiamo decementificarlo quel nostro fiume nei suoi tratti più belli, i margini terrosi devono esser trattenuti dalla flora, e dalle radici degli alberi igrofili da piantarvi massimamente! Decementificazione che includa la voragine in cui sfocia nel suo corso endoreico, voragine da valorizzare invece massimamente con muretti (e massicciate al più) in pietra a secco, non certo con il cemento e con oscene reti metalliche!
Interventi di ingegneria naturalistica vera, e non obbrobri e cementificazione di argini ed inghiottitoi carsici con la scusa speculativa della prevenzione del dissesto idrogeologico, per la quale dei folli avevano tentato strumentalmente di proporre, persino, in Italia, di piantare mostruose brevettate piante, alberi anche, ogm mutate artificialmente con ingegneria genetica! Siamo al delirio da conoscere e fermare!

Dobbiamo fare nascere invece progetti virtuosi e scientifici di reitroduzione e ripiatumazione, in collaborazione con l’Univesità del Salento (Orto Botanico, Disteba Dipartimento Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali), il Museo di Storia Naturale di Calimera, cooperative di giovani laureati volenterosi e ispirati che coinvolgano altri giovani ed i territori, ecc. ecc.
Era il fiume che congiungeva la Foresta Belvedere del cuore del basso Salento, con le aree paludose e macchiose dell’ Arneo, e da qui, attraverso queste con le foresta lucane ripariali e costiere delle valli alluvionali, e con quella oritana e quindi con le aree naturali murgiane delle gravine e quindi appenniniche!
Dobbiamo guardare alla flora e alla fauna di queste aree prossime per ricostruire la flora e la fauna, e dunque il paesaggio del nostro Fiume Asso! Far sì che nelle sue acque tornino i Granchi di fiume (Potamon fluviatile, che ancora vivono nelle gravine delle Murge tarantine), che vi siano introdotti sperimentalmente i Gamberi di fiume italici (Austropotamobius pallipes, e non invasive specie aliene!), la permanenza delle acque lì tutto l’anno, lungo il suo corso, è un fiume perenne, permette questi interventi ricostruttivi fluviali seri!
Dobbiamo immaginare la creazione di laghetti naturali lungo il suo corso dove la natura geologica e orografica lo permette, per la massima diversificazione della biodiversità, per creare aree rifugio per la fauna e flora acquatica nel caso di periodi di estiva siccità. Aree di naturale impaludamento lungo il suo corso!
Ricostruire la fauna malacologica, studiando quella già esistente.
Introdurre i mitili, cozze d’acqua dolce, come l’ Anodonta cygnea, già ritrovabili nei più vicini fiumi lucani, e che svolgono un’ importante azione di filtraggio delle acque, importante insieme a quella fitodepurativa delle tife (Typha latifolia, Typha angustifolia) e di altre piante palustri.
Diversi paesi nel corso dell’ Asso sversano in esso le loro acque pluviali, che si aggiungi ungono alle acque del suo bacino idrografico naturale, più quelle del depuratore consortile di Maglie che convoglia innumerevoli paesi del basso Salento. Fermo restando che i depuratori dovrebbero funzionare sempre al meglio, è proprio la presenza della vegetazione spontanea che garantisce una azione di importantissima fitodepurazione, motivo per cui questa va massimamente conservata e gestita con massima oculatezza!

Reintrodurre la Castagna d’Acqua (Trapa natans, dai siti europei più prossimi in cui vegeta, segnalata nel recente passato nel Salento, nel Canale dei Samari a Gallipoli)

Reintrodurre l’ Ululone dal ventre giallo appenninico (Bombina pachypus, che ancora vive nelle gravine delle Murge tarantine, ed in passato segnalato nelle aree umide di Ugento), ad arricchimento della fauna anfibia, insieme al Tritone italico (Triturus italicus, forse già presente, poichè presente nei rivi dei Paduli), e al Tritone crestato (Triturus cristatus carnifex, segnalato nel salentino Parco naturale umido costiero delle Cesine); progetti virtuosi di incremento della biodiversità e rinaturalizzazione che vedono simili interventi già avviati con succeso nella zona di Matera, ma che stentano ad essere avviati anche nel basso Salento! E quale luogo migliore del rinascente Fiume Asso, volgarizzato in canale, da rivo, fiume che era e che deve ornare ad essere!

La permanenza delle acque tutto l’anno e la natura perenne di questo corso d’acqua fanno si che vi si peschino pesci d’acqua dolce, non so se vi siano pesci rossi e carpe, come in molti bacini del Salento, (e data la loro origine asiatica nel nostro continente euro-asiatico, e data la loro ampia diffusione in natura in Italia da tantissimo tempo, ritengo che non dovremmo ormai tacciarli quali specie alloctone da combattere, ma anzi, specie da apprezzare massimamente)!
Ma c’è anche chi mi ha giurato d’aver pescato lì dei cavedani alcuni anni fa, (una specie d’acqua dolce italica), e chi mi ha confermato comunque come sia un fiume pescoso ancora oggi, tanto più grazie ai continui apporti di acqua dei depuratori!

Ed immagino che vi vivano anche le anguille, che percorrono anche le cavità carsiche, e che da questo fiume, anche, forse raggiungevano le aree umide dei Paduli in passato, ed il grande Lago Sombrino di Supersano (che attende di rinascere anch’esso nel Parco dei Paduli, e dall’ ‘800, quando dall’ uomo fu prosciugato!), come dal mare sempre le anguille raggiungono attraverso corsi d’acque, paludi, prati umidi e forse anche percorsi d’acqua sotterranei il Lago Trasimento in Umbria, pur non avendo questo grande lago interno continentale, del centro italia, fiumi emissari superficiali!

Importante pertanto in un fiume con pesci, la paludi sui margini, da straripamento del corso d’acqua per la biodiversità dei crostacei e degli anfibi.

Ecc. ecc. per le reintroduzioni di piante ed animali guardando alla fauna e alla flora del Salento, della intera Puglia e della Lucania. E guardando ai progetti già di Rinascita della umida in parte antica Foresta Belvedere, dove erano le sue sorgenti!

E’ un fiume vivo, con presenza di aironi, cavalieri d’Italia, cicogne nere persino pare, bianche, ecc. ecc. ecc. in merito alle ricchezze avifaunistiche!
Un Fiume e la sua valle dalle grandi potenzialità, anche per la introduzione di pesci fluviali tipici del sud e centro Italia, e comunque europei!

Lungo le sue sponde dobbiamo farvi tornare una foresta igrofila a galleria, con piantumazione di Salici bianchi (Salix alba), Pioppi bianchi (Populus alba), (e neri, Populus nigra, ma in purezza! Non ibridi!), Farnie ed altre querce, Ontani neri (Alnus glutinosa, come presenti lungo il corso del fiume Sinni nella vicina Policoro, nel Bosco Pantano), e poi Platani orientali (Platanus orientalis, in purezza! Non ibridi! Come presenti lungo le fiumare del Bruzio e delle prossime terre Greche ed Albanesi). Tutti alberi del sud Italia, amanti dell’ acqua dolce, tipici delle foreste planiziali e igrofile!

Basta assolutamente a piante ibride commerciali diffuse da vivai ed enti di falsa ricerca a fini speculativi!

Immagino il restauro dei vecchi ponti in pietra lungo il suo percorso, nella filosofia dov’erano e com’erano! Il rivestimento in pietra di quelli in cemento, se non sostituibili, la costruzione di ponti in legno di valenza paesaggistica, ma anche funzionale, staccionate in legno lungo alcuni tratti!
Tutto nella filosofia di un Parco fluviale, da collegare a fondere al Parco dei Paduli, sua propaggine settentrionale, corridoio ecologico importantissimo!

E lì, lungo una valle talmente rinata, tutto riassumerebbe dalla bellezza del paesaggio, massima e nuova luce!
Lì, un’ Agricoltura delle tipicità, anche riscoperte, e fondata sulla massima filosofia della salubrità agroecologica, che acquista marchio e valore aggiunto dal luogo pittoresco!

Il restauro delle masserie e degli abituri rurali, dov’erano e com’erano, e mi raccontano persino di un villaggio rupestre in una gravina attraversata dal nostro fiume!

Tutto senza cemento, senza altro asfalto, senza architontiche trovate offensive di land art, tutto nella riscoperta e massima esaltazione del “Genius Loci”, senza hi-tech interventi di illuminazione offensiva.

Tutto questo meraviglioso e comune sogno territoriale del Salento attraversato dall’ Asso, il suo più lungo fiume, i salentini lo possono fare materializzare! C’è l’acqua, e l’acqua è vita; se la sappiamo gestire bene, trattare e rispettare, questo sogno diventerà presto virtuosa rilassante piacevole realtà da cui lasciarsi fieri pervadere!

 

Nota foto:
Fiume Asso, da una foto diffusa su facebook di Maurizio Calò il 20 ott. 2013, un tratto in feudo di Galatina

Nardò e Venezia: un gemellaggio a modo mio

di Armando Polito

Questo post è la naturale integrazione del precedente sull’Asso del 19 agosto u. s. Nel primo atto del 31 dicembre 1427 ivi citato compare la locuzione in loco nominato de Ponte, la quale, in concomitanza di rivum ricorrente poco dopo, fa pensare all’esistenza di un ponte, a meno che Ponte non contenga un riferimento ad altro, come, per esempio, il nome del proprietario di quel tempo o di tempi addirittura anteriori. Tuttavia, che si tratti effettivamente di un ponte, con funzioni molto simili a quelle che a Venezia hanno le passerelle in caso di acqua alta (con la differenza che queste sono mobili, mentre quello era fisso), sembrerebbe confermarlo quanto scrive Giovanni Bernardino Tafuri1: Tiene ella (la porta di S. Paolo) avanti a se (sic!) un largo, e spazioso atrio con proporzionata strada dirimpetto, che conduce ad un’antica Cappella detta la Madonna del Ponte, così detta per alcuni ponti quivi vicini fatti fabbricare dal pubblico per comodità non men de’ cittadini, che de’ forestieri viandanti per l’acque, che ne’ tempi piovosi quivi soglionsi fermare.

Stando al Tafuri, dunque, i ponti (con funzioni di passerella) sarebbero più di uno. Ho già avuto occasione di parlare della nota scarsa attendibilità storica del Tafuri noto  confezionatore, insieme col Pollidori, di documenti falsi; nella fattispecie, però, lo ritengo attendibile perché non vedo quale elemento di esaltazione truffaldina delle memorie patrie possa essere ravvisato nell’attestazione fasulla dell’esistenza di uno o più ponti.

Lascia inizialmente perplessi, piuttosto, il fatto che un ponte risulta raffigurato solo in una delle due tavole2 che corredano lo scritto prima riportato, che di seguito riproduco.

La perplessità iniziale, però, si ridimensiona considerando che nella seconda tavola, che è una vera e propria mappa, tutta l’attenzione è dedicata agli edifici e, d’altra parte, la rappresentazione di un ponte sarebbe stata inusuale oltre che difficile.

Già, mi si potrebbe far osservare, ma egli parla di ponti . Non credo neppure, a tal proposito, che il plurale abbia un valore enfatico perché la presenza di una passerella di tal fatta, totalmente staccata dalle mura e, addirittura, al loro interno sarebbe attestata dalla cartografia del Blaeu datata 1663 (nelle foto sottostanti l’insieme e il dettaglio).

La didascalia al numero 4 che contraddistingue il nostro dettaglio recita, infatti, Altra porta falsa e quella relativa alla lettera z (visibile nel dettaglio sottostante) Porta falsa, donde esce l’acqua che piglia la città per le pilogge (sic!); è chiaramente visibile, questa volta all’esterno della cinta muraria, un ponte.

A poco più di cinquanta anni dalla tavola del libro del Tafuri il ponte appare con una conformazione assolutamente uguale nell’acquerello dI J. L. Desprez datato 1785, di seguito riprodotto.

Riassumendo: il nostro ponte è presente nella prima tavola del Tafuri ma assente in quella del Blaeu. Il plurale ponti usato dal Tafuri potrebbe anche essere inteso come la sommatoria diacronica di un unico ponte  (o di un sistema di ponti) più volte ricostruito e il rifacimento e l’ampliamento commissionati dall’Università di Nardò al maestro Nicola Pugliese, di cui è testimonianza un atto del 2 settembre 1594 redatto dal notaio Giovanni Francesco Nociglia3, non sarebbero altro che un anello di una lunga storia iniziata probabilmente molto prima del 1427.4

E oggi? Recentemente è stato approvato un piano che prevede la deviazione del canale dell’Asso5 per scongiurare le esondazioni tutt’altro che rare,  proprio come secoli fa, in caso di pioggie abbondanti. Anche se non dovesse esserci nessun errore di progettazione, la normale manutenzione fosse regolarmente condotta  e l’Asso non dovesse più procurare paura e danni, rimarrà, purtroppo, attuale il mio gemellaggio (totalmente gratuito, questo,  per il contribuente…) con Venezia, dal momento che questa zona del territorio neretino di cui mi sono occupato non è la sola a rischio allagamenti (e solo indirettamente per cause naturali, nel senso che se l’antropizzazione non rispetta le pendenze o ostacola in qualsiasi modo il deflusso delle acque anche un semplice, in altri tempi innocuo, acquazzone può provocare disastri ). Ma, almeno fino a quando le casse comunali manderanno eco di vuoto, non vedremo mai, come a Venezia, installate passerelle mobili.

Meglio così, perché quasi sicuramente la gestione di un simile servizio costerebbe molto più che dotare di uno yacht di medie dimensioni le persone  interessate all’attraversamento…

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1 Cito dalla prima edizione parziale (primi sei capitoli del primo libro) di Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò di Gio. Bernardino Tafuri, pubblicata nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici dedicati da Angiolo Calogierà (così è scritto nella dedica, Calogerà è la grafia abituale) al benedettino Bernard Pez, tomo uscito a Venezia per i tipi di Cristoforo Zane nel 1735, pag. 41. L’opera integrale uscì in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò a cura di Michele Tafuri a Napoli per i tipi della Stamperia dell’iride nel 1848.

2 Entrambe con l’indicazione tomo XI pag. 34 e presenti solo nella prima delle due edizioni di cui si è detto nella nota 1.

3 Giovanni Cosi, Il notaio e la pandetta, Congedo, Galatina, 1992 pag. 79.

4 Si riferirebbero proprio al ponte del 1594 (ad onor del vero questa è la data del conferimento dell’appalto; si sa poi che Nicola Pugliese morì prima della fine dei lavori e che i due figli s’impegnarono con un atto redatto dal notaio Fontò il 29 luglio 1595 a completare l’opera del padre) le strutture rinvenute nel corso degli scavi per la fornitura del gas secondo quanto riportato dal quotidiano locale on line Il tacco d’Italia in un articolo del 16 gennaio 2007 (http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=5424) a firma di null (sic!).

5 Non sapremo mai, forse, se il nostro ponte scavalcasse o meno l’Asso (nome che non compare in nessuno dei documenti ricordati), ma è incontrovertibile che il fiume, vicinissimo, alimentato dalle piogge, fosse soggetto ad esondare, tanto che, per ovviare agli allagamenti dovuti alle piogge e ai concomitanti straripamenti del fiume, venne realizzato più che un ponte un sistema di ponti, come chiaramente si evince dal testo dell’atto del 1594  dove, fra l’altro, si legge: “…s’havria da revestire il detto ponte da dove sta oggi per larghezza et correrà per lo ponte de le Rene che hoggi si trova fatto a così il brazzo del primo ponte seno alla Tufara…”.

Sulle tracce dell'Asso

Ecco la "bocca" della vora delle Colucce in cui si riversa il torrente Asso

 

di Armando Polito

Nel suo intervento al mio post sulla naca del 17 agosto u. s. l’amico Marcello citava alcuni idronimi ricordando nel contempo il torrente Asso. Oltre a Naca, Nelu, Ngonga e Patùli anche Asso molto probabilmente è un idronimo, neppure tanto originale, visto che Asso si chiama pure un affluente dell’Orcia, a sua volta affluente dell’Ombrone nella Toscana meridionale e che Auser era l’antico nome del Serchio, sempre per restare in Toscana. Non è finita: per andare più indietro nel tempo scomodando il mondo greco, un fiume Assos nella Troade è citato due volte da Plutarco (Vite parallele: Silla, XVI, 12 e XVII, 5) e, per andare ancora più a ritroso, apsu in accadico significa acqua profonda. I più antichi riferimenti al nostro torrente che son riuscito a trovare sono contenuti in due atti.

Il primo risale al 31 dicembre 1427 (incredibile, allora i notai lavoravano pure nell’ultimo giorno dell’anno…): “…item in pertinenciis Neritoni in loco nominato de Ponte terrarum ortos quatuor, iuxta terras Philippi de Epifanio,

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