Libri| Giovan Battista Della Porta e i segreti della natura

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LOGICA E MAGIA. GIOVAN BATTISTA DELLA PORTA E I SEGRETI DELLA NATURA, COLLANA “DELLAPORTIANA. STUDI E TESTI DI FILOSOFIA NATURALE”, AGORÀ & co, Lugano 2017, 174 pp.

 

Primo volume di una nuova collana dedicata a Della Porta e al naturalismo mediterraneo tra Rinascimento ed età moderna, Il libro fornisce un compiuto profilo filosofico di Giovan Battista Della Porta (1535-1615), inserendo la sua opera nei dibattiti scientifici napoletani del Rinascimento. Pensatore ‘più famoso che noto’ – secondo la celebre espressione di Giuseppe Gabrieli – Della Porta è uno dei protagonisti più rappresentativi della cultura filosofica e scientifica del suo tempo. Nato a Vico Equense (per alcuni a Napoli) è il primo ascritto all’Accademia dei Lincei. Si distingue ben presto per i suoi studi di ottica, di fisiognomica e di magia naturale, raggiungendo risultati di gran pregio anche sul versante del teatro.

In un passo del Del senso delle cose e della magia, rievocando i termini di una pubblica disputa con Della Porta, Tommaso Campanella (1568-1639) rivolge al filosofo campano una critica assai dura, accusandolo di essersi approcciato al mondo naturale e ai suoi ‘segreti’ con metodo meramente descrittivo.

Stanno veramente così le cose? Prendendo le mosse da questo celeberrimo episodio della biografia dei due pensatori, il libro ricostruisce l’effettiva posizione di Della Porta circa il tema degli ‘occulti segreti della natura’, approfondendo i rapporti che essa intrattiene con le riflessioni coeve sulla logica e l’astrologia.

In particolare, è preso in esame l’apporto alla formazione dellaportiana delle proposte di pensatori più o meno noti al lettore moderno (ma fondamentali nel dibattito napoletano del tempo) quali Francesco Storella di Alessano, Matteo Tafuri da Soleto, Giovanni Abioso da Bagnolo e Giovanni Pontano.

Se l’opera del salentino Storella – al tempo professore di logica a Napoli – risulta utile alla formulazione dellaportiana di una scienza dei segreti della natura non del tutto estranea all’aristotelismo, le proposte di Giovanni Abioso e di Pontano forniscono a Della Porta le coordinate astrologiche nelle quali inserire la propria riflessione sulla ricerca naturale.

Pur non negando, ma anzi ribadendo, il ruolo di Tafuri nel dibattito astrologico napoletano, il libro mostra come la visione dell’astrologia proposta dal mago di Soleto sia invece alquanto distante da quella poi formulata da Della Porta. In questa prospettiva si inserisce lo studio di un manoscritto astrologico di Tafuri, il Pronostico del nascimento di Hemilio del Tufo (1571), dove sono presenti elementi riconducibili a tradizioni di pensiero messe ai margini da Della Porta.

Per il filosofo campano – che in questo sembra collocarsi nell’ambito dell’albertinismo medievale e del Rinascimento – il mago naturale è colui che, dotato dal cielo di nascita di particolari capacità, mette in relazione, anche tramite un’adeguata preparazione teorica, gli astri e il mondo corruttibile della materia sublunare. A distinguerlo dal filosofo naturale, troppo impegnato nelle ricerca delle ‘ragioni delle cose’, è la consapevolezza che lo sforzo ermeneutico della magia naturale si misura soprattutto nel quadro della comprensione empirica, ma non per questo esente da una doverosa giustificazione logica, delle qualità occulte dei segreti della natura.

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Donato Verardi, dottore di ricerca in Storia (Parigi) e in Filosofia (Pisa), vive attualmente in Francia ed è tra i più accreditati studiosi dell’opera di Giovan Battista Della Porta.

Specialista in storia del pensiero tardo medievale e rinascimentale, la sua riflessione critica è indirizzata soprattutto verso problematiche inerenti l’astronomia, l’astrologia, l’ottica e la meteorologia.

Al pensiero di Della Porta e di molti altri filosofi salentini e meridionali (Cesare Rao, Antonio Galateo, Francesco Storella, Matteo Tafuri, Girolamo Balduino) ha dedicato numerosi saggi, voci enciclopediche e diverse conferenze, in Italia e all’estero.

Antonio De Ferrariis Galateo. Convegno di Studi

Convegno di studi

Antonio De Ferrariis Galateo
L’Erasmo di Terra d’Otranto
a cinquecento anni dalla morte
(1517-2017)
 
che si terrà a Lecce presso l’ex Monastero degli Olivetani nella Sala Chirico.
I lavori inizieranno giovedì 31 maggio prossimo alle ore 16,30 con l’indirizzo di saluto del Magnifico Rettore dell’Università del Salento Vincenzo Zara e proseguiranno come da programma allegato suddiviso in tre sessioni fino al 1 giugno.
Scarica qui il programma:

Alimini: appunti per una storia del toponimo

di Armando Polito

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg

 

 

Per la serie quandoque bonus dormitat Homerus, dopo quanto ebbi occasione di rilevare a proposito di una proposta etimologica del grande Rohlfs (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/23/quando-il-rohlfs-inciampo-in-un-sassolino-del-salento/), mi permetto oggi, per quanto indegno di Omero, del Rohlfs e di chi sto per nominare,  di ricordare la proposta etimologica che di Alimini fece Giacomo Arditi (1815-1891) nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1879-1885. Riproduco  da p. 301 la parte di testo che ci interessa e la relativa nota.

L’Arditi sembra mettere in campo un Λιμυις. Visto che non c’è ombra d’accento debbo rinunciare alla mia consueta lettura/trascrizione per chi non conosce il greco. Tuttavia, qualsiasi accento si ipotizzi, la voce in greco non esiste. Ipotizzando, invece, un errore di stampa (-υ– per –ο-) potremmo pensare in teoria ad una lettura Λίμοις (Lìmois) o Λιμοῖς ( Limòis). Ho detto in teoria perché in pratica Λίμοις non esiste e Λιμοῖς potrebbe essere solo dativo plurale del nome comune λιμός (leggi limòs), che significa fame. Ora, a parte il fatto che non si capisce che origine abbiano la A–  e il –ni– di Alimini, nemmeno λιμός potrebbe essere messo in campo perché in questo caso non si capisce come un dativo, per giunta plurale, per giunta di un nome astratto (anche se i suoi sintomi sono, eccome, concreti …), possa aver dato vita ad un toponimo. D’altra parte neppure l’ipotesi di uno scambio, sempre per errore di stampa, di -ν- con -u- porterebbe a nulla perché anche Λιμvις (qualunque sia l’accento) in greco non esiste.

Tuttavia, prima di prendercela con l’Arditi, non trascuriamo la nota 1, anche se tutto lascerebbe presagire il gioco dello scaricabarile o della fiducia cieca …

Galat. cit. oper. si riferisce al De situ Iapygiae di Antonio de Ferrariis alias Galateo (circa metà del XV secolo-1517), opera uscita postuma per la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558.

Marciano, cit. oper. si riferisce a Descrizione, origine e successi della Provincia d’Otranto, di Girolamo Marciano (1571-1628), uscita postuma con le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855.

Procedo al controllo e riproduco di seguito dall’edizione citata del Galateo il brano che ci interessa; per facilitare la comprensione di quanto dirò, prima della traduzione fornirò la trascrizione.

 

 

 

 

 

In ora Ionii, quarto ab urbe lapide lacus est piscosus, cymbis tantum piscatoriis nabilis, quem incolae afhuc Graecè λίμνην nominant; seu ut Galenus ait, Limnothalassan (ita enim ille appellat lacus qui in mare fluunt,  refluunt).

Lungo la riva dello Ionio a quattro miglia dalla città vi è un lago pescoso, navigabile solo da barche da pesca, che gli abitanti ora chiamano con nome greco λίμνην, oppure, come dice Galeno, Limnotalassan (così infatti egli chiama i laghi che affluiscono in mare e ne rifluiscono).

Intanto c’è da dire che nel Galateo non si trova Λιμοις ma λίμνην, accusativo di λίμνη, che significa acqua stagnante, palude, lago. La voce è legata al verbo λείβω (leggi lèibo), che significa stillare, versare, spandere , con cui è connesso a sua volta il latino libare che significa versare o spargere a terra o su un altare latte, vino e simili in onore degli dei o dei defunti oppure assaggiare oppure sfiorare leggermente, oppure, per traslato, conoscere superficialmente, oppure diminuire, intaccare. L’originaria valenza religiosa di libare, già traballante in latino, è scomparsa completamente nell’analoga voce italiana sinonimo di brindare, per non parlare del significato assunto da libagioni e da illibata, che oggi potrebbe definirre la donna che ha avuto contemporaneamente una decina di relazioni … Parenti stretti  di λίμνη sono λείμαξ (leggi lèimax), che significa prato, e λειμών (leggi leimòn)=luogo irriguo, prateria, con cui è connesso il latino limum=fanghiglia, da cui l’italiano limo , mentre limaccioso è da limaccio, a sua volta dal latino tardo limaceu(m), forma aggettivale dal citato limum. Per completare il commento aggiungo che Limnothalassan è trascrizione del greco  λιμνοθάλασσαv (leggi limnothàlassa), accusativo di λιμνοθάλασσα, composto dal già noto λίμνη+θάλασσα che significa mare.

Passo ora al Marciano col dettaglio di p. 198; lo riproduco più estesamente di quanto sarebbe necessario perché contiene una notizia interessante anche nel riferimento storico che la correda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora è chiaro che dal punto di vista etimologico fa testo il Galateo, travisato, non riesco a capire per quale motivo, dall’Arditi; tuttavia il della Limini del Marciano è prezioso per l’Alimini attuale, perché costituisce la fase intermedia, come vedremo. Limini, infatti è da λίμνη con epentesi di una –i– per ragioni eufoniche. Ancora più vicino a λίμνη per la terminazione in –e si presenta il toponimo Lìmene (nel dettaglio che segue evidenziato in rosso) della carta del Mercatore del 1589.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sorta di italianizzazione nella desinenza, invece, si nota nel Lìmina che si legge nella carta aragonese della quale mi sono occupato in diverse puntate (per la nostra zona vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle carte del secolo XVII si legge: la limine nel Bulifon

 

 

 

 

La Limina nell’Hondius e nel Magini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Limmene nel Castaldi

 

 

 

 

Andando avanti nel tempo: La Limana nel De Rossi (1714)

 

 

 

 

Gli Alimeni nell’atlante di Rizzi-Zannone (1789-1808)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto, col frettoloso processo di ricostruzione cui ho dato vita, non mi è stato possibile stabilire, per l’esiguità del materiale esaminato, la data di nascita precisa dell’attuale Alimini, anche se essa è presumibilmente da collocarsi verso la metà del XVIII secolo.

Ma dirà il lettore, come si è passati dal limne del Galateo ad Alimini?

Ecco la trafila completa: limne>lìmene (la già nominata epentesi di –e– per motivi eufonici)>la Lìmene>l’Alìmene (agglutinazione della –a dell’articolo1). A questo punto il nome è diventato Alimene e, siccome i laghi che compongono lo specchio d’acqua sono due, l’Alìmine è diventato prima Gli Alìmeni e poi gli attuali (ma il processo, come dimostra la storia, non è destinato ad interrompersi) Alìmini o Laghi Alìmini.

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1 Fenomeni del genere appaiono di origine popolare, perché nascono da un fraintendimento che conduce ad un’errata grafia, la quale poi finisce per imporsi con l’uso, che nella lingua è sovrano, forse troppo sovrano per i miei gusti . Un esempio simile ad Alimini è quello di la radio>l’aradaio>aradio. Tuttavia non mancano casi in cui, al contrario,  la forma corretta si è conservata nella voce dialettale e la scorretta si è imposta nella lingua nazionale, sia pure con la complicità, forse, nell’esempio che farò, di un incrocio con altra parola. All’italiano lastrico corrisponde il salentino àstricu, che è dal latino medievale astracu(m), a sua volta dal greco ὄστρακον (leggi òstracon) che significa coccio, conchiglia (il pensiero corre, giustamente, al cocciopesto). Lastrico nasce proprio dall’incorporazione dell’articolo (l’astrico>lastrico) con lo zampino, forse, di lastra.

Antonio de Ferrariis, detto il Galateo, l’antico proverbio e la propaganda augustea

di Nazareno Valente

Degli altri colleghi storici Tucidide faceva di tutta un’erba un fascio considerandoli dei semplici logografi («λογογράφοι»), vale a dire narratori che miravano al diletto degli ascoltatori e non certo alla verità1 con l’unico intento, pertanto, di produrre belle storie da declamare in pubblico, senza preoccuparsi della loro fondatezza. Sebbene non l’affermasse esplicitamente, egli ci metteva nel mucchio persino Erodoto, che pure aveva limitato al massimo i facili abbellimenti dovuti a fantasiosi interventi divini, ma che probabilmente non s’era emancipato dalla consuetudine di leggere le proprie storie nelle pubbliche piazze. E, che così fosse, se ne ha una prova evidente in un passo in cui lo storico di Alicarnasso parla della Scizia.

Ce lo possiamo infatti immaginare a Thurii, sua città d’adozione2, che s’affacciava sulla costa occidentale del golfo di Taranto, mentre cerca di spiegare ai suoi concittadini una particolarità dell’estrema propaggine della Scizia e che, per semplificare, utilizza come esempio l’Attica. Poi, temendo che quest’ultima contrada non sia molto conosciuta a chi l’ascolta, ritiene utile ricorrere ad un altro esempio («δὲ ἄλλως δηλώσω») che ha il pregio di non porre problemi interpretativi ai Turini, ovverosia la terra della Iapigia in cui abitano a stretto contatto di gomito i loro più acerrimi nemici (i Tarantini) ed i loro tradizionali alleati (i Brindisini). O, per dirla con le stesse parole di Erodoto, la penisola che inizia dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος3»).

Un passo stringato che non necessitava di ulteriori specificazioni, perché i Turini conoscevano perfettamente le due città ma al tempo stesso denso di significati, meritevoli di una descrizione a sé stante, se il nostro scopo non fosse circoscritto a decifrare un antico proverbio. In questa sede pare pertanto utile soffermarsi solo sugli aspetti funzionali alla nostra specifica trattazione.

Si può così rilevare che, quantunque entrambe le cittadine abbiano un porto rinomato, la sola Brindisi ne risulta di fatto caratterizzata, quasi che il porto fosse un’entità distinta dalla città. Erodoto specifica poi che si tratta di λιμήν che, in senso tecnico, è il termine portuale corrispondente al portus latino, con cui è definibile «uno specchio d’acqua chiuso naturalmente o artificialmente, accessibile dal mare, dove le navi possano rimanere sicure in caso di traversia4» e quindi con il requisito essenziale di costituire un sicuro ricovero nei momenti più tempestosi o di inattività invernali. Aspetto quest’ultimo di apprezzabile rilievo, considerato che a quel tempo si navigava quasi esclusivamente nelle belle stagioni.

In definitiva un porto d’eccellenza sin dal periodo classico dell’antichità greca e, pur tuttavia, nulla in confronto alla fama che acquisirà successivamente quando, a seguito della conquista romana, nella seconda metà del III secolo a.C. Brindisi diverrà colonia di diritto latino. Una fama che rivivrà negli scritti successivi pure nelle fasi di declino della città, così come avvenne nel De situ Iapygiae del Galateo.

Siamo all’inizio del XVI secolo, negli anni in cui l’impero ottomano, pur rivolgendo le sue attenzioni ad oriente, fa comunque sentire la propria nefasta presenza ad occidente, con rapide e feroci scorrerie che mettono in un stato di continua soggezione le città costiere. In assenza d’un governo forte, per i porti del basso adriatico l’unica difesa possibile è quella di precludere gli accessi alle rade, ed è per questo che il canale di collegamento al porto interno di Brindisi viene più volte ostruito, tanto che gli storici discutendo tra di loro lo qualificano «volgarmente… ciccato5». Eppure il Galateo6 giudica Brindisi città insigne «inclyta urbs» ed il suo porto famosissimo in tutto il mondo («toto terrarum orbe notissimus») tant’è che dà per coniato il proverbio: «tres esse in orbe portus: Iunii, Iulii et Brundusii», all’apparenza facile da tradurre ma dal significato alquanto oscuro (figura n. 1).

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Letteralmente potremmo tradurlo così: “tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi” e non ci sarebbero problemi, qualora ai tre nomi corrispondessero altrettanti porti noti dell’antichità; cosa che, invece, sicuramente non è nel caso di Giunio. Osservato però che Iunius e Iulius sono anche i nomi dei mesi rispettivamente di giugno e di luglio, potremmo adottare quest’altra traduzione: “tre sono i porti al mondo: giugno, luglio e Brindisi”, che mostra l’ulteriore difetto di comparare entità tra loro inconfrontabili.

A tutta prima, quest’ultima soluzione pare la meno soddisfacente, ciò malgrado, i principali cronisti brindisini del XVII secolo la danno per sicura.

Secondo il Moricino, il porto di Brindisi viene comparato ai mesi di giugno e luglio «quasi che a dispetto della natura del mare tale sia quel Porto in ogni stagione, quale suol essere in tutto nelle Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio7».

E, sulla stessa lunghezza d’onda, gli fa eco il Della Monaca: «Quasi ch’à dispetto della naturalezza del mare tal sia quel Porto in ogni staggione, qual essere suole in tutto il tempo il Mare nelle bonaccie di quei mesi Giugno e, Luglio8».

In definitiva, come a dire che nel porto di Brindisi le navi sono sempre al sicuro, al pari di quando solcano il mare nelle bonacce dei mesi di giugno e luglio.

Un’interpretazione già di per sé in contrasto con la mentalità pratica degli antichi romani, poco inclini a fantasticherie così ardite in cui si confrontano i periodi migliori per navigare con i luoghi più idonei ad ospitare i navigli, e che in aggiunta non tiene conto di agosto, vale a dire del mese più favorevole per affrontare il mare. Vanno poi ricordate le consuetudini di quei tempi, che erano strettamente coerenti con le possibilità tecniche dell’epoca.

Come già in parte riportato, tranne rare eccezioni, si prendeva il mare solo nelle belle stagioni mentre in quelle cattive si trovava un buon porto dove ricoverare le navi. Le difese naturali o artificiali del portus erano infatti essenziali per proteggerle da eventuali mareggiate che potevano avere effetti devastanti su imbarcazioni la cui stazza era contenuta. A scanso di equivoci, esse venivano tirate a secco ed a volte protette pure da palizzate e fossati, per cui la bonaccia o la buona stagione non erano condizioni strettamente essenziali per la loro salvaguardia. Al contrario erano proprio le burrasche dei mesi estivi ad essere potenzialmente pericolose in quanto, sopraggiungendo improvvise e inaspettate, potevano comportare effetti disastrosi sulle galee ferme in rade non sufficientemente protette, tant’è che Svetonio9 riferisce come la flotta di Augusto fosse stata distrutta per ben due volte dalla tempesta, e non durante la brutta stagione ma per l’appunto nel bel mezzo dell’estate.

L’ingegnoso collegamento tra mesi dell’anno e porti fornisce perciò una chiave di lettura suggestiva – probabilmente conveniente a stimolare la fantasia e l’adattabilità dei social, dove in effetti impazza sino a trovare ospitalità in un godibile sketch satirico in cui un’analoga esegesi è fornita nientemeno che da Cesare Ottaviano Augusto10 – ma al tempo stesso improbabile. Certo è che essa non trova accoglimento al di fuori del ristretto ambito locale e, di conseguenza, conviene piuttosto considerare l’ipotesi più scontata, vale a dire che Iunius e Iulius siano molto più banalmente dei porti che non si è stati in grado di individuare.

Il Galateo scrisse il De situ Iapygiae in un periodo imprecisato tra il 1508 ed il 1511 ma non era più in vita quando il suo manoscritto fu stampato nel 1558, grazie al marchese di Oria, Giovanni Bernardino Bonifacio che se ne accollò le spese. In quegli anni non esistevano porti con il nome di Giunio e di Giulio però, ai patiti di antichità romane quest’ultimo toponimo avrebbe potuto dire qualcosa. Del porto Giulio aveva infatti riferito Svetonio nella parte dedicata a Cesare Ottaviano Augusto della sua “Vita dei Cesari”, quando menziona l’inaugurazione presso Baia di un «portum Iulium» creato artificialmente facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno («inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari11»). La struttura portuale rendeva infatti comunicanti tra loro i laghi d’Averno e Lucrino, e quest’ultimo lago con il mare, previo taglio del cordone di sabbia che li separava (figura n. 2).

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Voluto da Vipsanio Agrippa, amico e fedele collaboratore di Augusto, per contrastare le scorrerie sul Tirreno della flotta di Sesto Pompeo, il portus Iulius (o portus Iulii) iniziò ad operare nel 37 a.C. nei pressi del vecchio e rinomato porto di Puteoli, nell’ampia area dei Campi Flegrei, che venne così soppiantato da questo nuovo doppio bacino portuale. Si ipotizza che inizialmente avesse prevalenti funzioni militari, essendo stato preventivato l’allestimento d’un arsenale e di strutture idonee per addestrare gli schiavi liberati per inquadrarli tra i rematori, ma che in seguito divenne però scalo commerciale d’una certa importanza. In ogni caso, ricoprì un ruolo strategico di rilievo, se Agrippa decise di intitolarlo al futuro Augusto che, come conseguenza dell’adozione da parte di Cesare, aveva appunto modificato il proprio nome da Octavius a Iulius, e se altri storici lo citarono diffusamente nei loro scritti. Il porto meritò anche una menzione poetica da parte di Virgilio12 che l’elenca («Iulia… unda») tra le laboriose opere («operumque laborem») compiute dalla mano dell’uomo.

Come il porto di Brindisi, anche quello Giulio visse i suoi anni di gloria in concomitanza con l’impero romano e declinò con esso; solo che non si riprese mai più. Anzi scomparve addirittura dalla faccia della terra, a causa dei fenomeni naturali che investirono la regione flegrea modificandone la struttura morfologica. Dapprima, tra l’VIII ed il X secolo, fenomeni bradisismici fecero sì che il mare sommergesse il Lucrino che poi finì quasi per sparire nel 1538, a seguito dei movimenti tellurici che crearono in quel sito il Monte Nuovo.

Al tempo di Moricino e Della Monaca, il porto Giulio non esisteva pertanto più, e non ne era rimasta traccia, se non nelle fonti letterarie antiche. Solo i ritrovamenti archeologici del secolo scorso lo posero nuovamente in luce.

Non c’è quindi dubbio alcuno che lo “Iulii” del Galateo identifichi il porto Giulio, e non il mese di luglio come ipotizzato dai cronisti brindisini; di conseguenza anche Iunii è di sicuro un porto, e non un mese del nostro calendario. Il problema però in questo caso è che non c’è indizio, né possibile accenno nelle fonti letterarie, che diano modo di individuare una città portuale con un tale nome. Il che appare strano, se esso era così famoso da diventare proverbiale.

L’unica ipotesi formulabile appare a questo punto che il passo sia errato; cosa plausibile, considerate le lamentele espresse a volte «ai lettori» dai curatori delle opere del Galateo per le «grandissime difficoltà» incontrate nella traduzione «per la scorrezione dei testi13».

Partendo pertanto dal presupposto che il Galateo (o qualche copista) ne abbia riportato in maniera imprecisa il nome, occorre cercare la città portuale, a quel tempo rinomata, la cui denominazione abbia maggiore assonanza con Iunii. Essendo le località di tal genere in numero limitato, la ricerca riconduce inequivocabilmente al portus Lunae che, tenendosi alla sinistra dell’allora ampia foce del fiume Magra, si affacciava ad est dell’attuale golfo di La Spezia, e che, in antichità aveva goduto di buona fama meritando pure le attenzioni del grande Ennio14 che invitava a visitarlo, perché ne valeva la pena («Lunai portus, est operae. cognoscite, cives»).

Naturale come quello brindisino, il porto di Luna fu probabilmente motivo di contesa tra gli Etruschi ed i Liguri, prima di giustificare le mire dei romani che, con questo scalo, ritennero di poter controllare le rotte dell’alto Tirreno.

La deduzione nel 177 a.C. d’una colonia di diritto romano (civium romanorum) nella città di Luna fu perciò un passo del tutto conseguente (figura n. 3). Tuttavia, il successivo declino della potenza cartaginese creò una situazione di diffusa tranquillità nella zona, che finì per limitare l’importanza della base militare lunense. Solo in periodo augusteo il porto riacquisì rinomanza, quando fu potenziato e trasformato a scalo commerciale per sfruttare appieno le potenzialità delle vicine cave di marmo il cui candore affascinava Roma e tutte le città italiane. Ed è proprio di questo periodo la descrizione più particolareggiata che le fonti letterarie ci hanno conservato.

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Strabone15 ci informa infatti che la città di Luna non è grande mentre il porto è parecchio grande e assai bello, comprendendo più rade, tutte profonde («ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὑτῷ περιέχων πλείους λιμένας ἀγχιβαθεῖς πάντας»), circondate da alte montagne dove ci sono cave di marmo bianco («μέταλλα δὲ λίθου λευκοῦ») utilizzato per gli edifici più insigni costruiti a Roma e nelle altre città.

Durante la stesura del De situ Iapygiae, il porto di Luna era però da secoli scomparso: il graduale interrimento, causato dai frammenti depositati dal Magra, l’avevano infatti reso paludoso e malarico, sino a costringere i suoi abitanti ad abbandonarlo per spostarsi nell’entroterra. Così non c’è da stupirsi troppo se, tra una copia e l’altra del passo implicato, la del tutto sconosciuta Lunae possa essere stata sostituita da Iunii, magari proprio perché termine ritenuto più in armonia con Iulii, anch’esso non più riconosciuto come scalo portuale.

Comunque siano andate le cose, la stesura originale del proverbio doveva essere la seguente: «tres esse in orbe portus: Lunae, Iulii et Brundusii» stabilendo in definitiva che i porti di Luna, di Giulio e di Brindisi erano gli unici al mondo degni d’essere considerati tali.

Questo almeno nella forma; nella sostanza il messaggio che si voleva veicolare era però forse ben altro.

La citazione del prezioso marmo bianco lunense riportata da Strabone fa infatti venire alla mente il noto passo in cui Svetonio16 riferisce che Augusto si vantava senza sottintesi di lasciare di marmo la città di Roma che aveva ricevuto di mattoni («marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset»), facendoci così comprendere che la riorganizzazione del porto di Luna, e la conseguente notevole attività commerciale che vi era confluita, rientrava a pieno titolo nelle politiche economiche di ampio respiro che il princeps andava attuando. Lo stesso può dirsi a maggior ragione per il porto Giulio, creato praticamente dal nulla e che, come già riportato, Agrippa gli aveva persino intitolato perché ne rimanesse perenne memoria. Queste due imponenti iniziative rientravano pertanto, a dirla come il già citato verso di Virgilio, tra le «operumque laborem», vale a dire tra le opere esemplari che Augusto aveva compiuto per creare consenso. Il che fa sorgere il fondato sospetto che il proverbio facesse parte della minuziosa propaganda avviata da Mecenate, una specie di ministro della cultura e dell’informazione del governo augusteo, e che sia stato pertanto coniato ad arte per valorizzare i progetti portuali avviati in quel periodo.

In questa ottica anche la presenza nell’adagio del porto di Brindisi assume un significato diverso e ben più caratterizzante della sua del tutto ovvia notorietà.

Occorre infatti ricordare che il portus Brundusii rappresentava soprattutto una mirabile dimostrazione di opera compiuta dalla natura, come emerge ad esempio nei passi di Strabone17, quando lo qualifica porto spontaneo di grande pregio («εὐλίμενον»), oppure di Lucano18, quando lo descrive dotato di tutte quelle caratteristiche genuine che lo rendono approdo talmente sicuro che le imbarcazioni possono essere assicurate anche con una semplice tremula fune («ut tremulo starent contentae fune carinae»).

Nel proverbio il porto brindisino pare quindi piuttosto utilizzato come modello con cui confrontare i porti realizzati per mano dell’uomo.

A questo punto sembra evidente che, se nella forma il testo del proverbio stabiliva una semplice elencazione di porti importanti, nella sostanza intendeva far percepire che le attività promosse da Augusto sugli approdi portuali erano equiparabili alle migliori opere create dalla natura. In pratica, gli interventi compiuti per fare di Luna lo scalo commerciale che consentiva di sostituire nelle città al mattone il marmo e quelli eseguiti per realizzare dal nulla un bacino artificiale di sicuro ricovero, come avvenuto con il porto Giulio, erano paragonati all’approdo brindisino, ritenuto per l’appunto il portus per eccellenza.

Nella realtà, quindi, un riconoscimento di gran lunga superiore al banale accostamento alle «Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio» celebrato con convinta immaginazione dai cronisti brindisini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Tucidide (V secolo a.C. – IV secolo a.C.), La guerra del Peloponneso, I 21, 1.

2 Erodoto era nato ad Alicarnasso ma, avendo partecipato alla fondazione della colonia panellenica di Thurii, ne acquisì la cittadinanza.

3 Erodoto (V secolo a.C.), Storie, IV 99, 5.

4 G. Uggeri, La terminologia portuale e la documentazione dell’itinerarium Antonini, in Studi Italiani di Filologia Classica, N.S. XL, 1-2, pp. 225-254, Felice Le Monnier, Firenze, 1968, p. 241.

5 G. Antonini, La Lucania, Forni Editore, Sala Bolognese, 1984, ristampa dell’edizione Tomberli, 1794, p. 188.

6 Galateo, De Situ Iapygiae, per Petrum Pernam, Basileae, 1558, p. 63.

7 G.M. moricino, Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi, manoscritto ms_D12, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo”, Brindisi, 14v.

8 A. della monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, p. 30.

9 Svetonio (I secolo a.C.), Vita dei Cesari – Augusto, II 16, 1.

10 Tindilo: satira brindisina, Cesare Augusto imperatore, Brindisi, 2016.

11 Svetonio, cit., II 16, 2.

12 Virgilio (I secolo a.C.), Georgiche, II 154-163.

13 La Iapigia e varii opuscoli di Antonio de Ferrariis detto il Galateo, (collana diretta da Salvatore Grande), Tipografia Garibaldi, Lecce 1867, vol. I, p. I.

14 Ennio (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Annali I, in persio (I secolo d.C.), Satire VI 9.

15 Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, V 2, 5.

16 Svetonio, cit., II 28,5.

17 Strabone, cit., VI 3, 6.

18 Lucano (I secolo d.C.), Farsaglia, II 608-621.

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: TORRE DI SAN CATALDO (5/6)

di Armando Polito

25r

 

 

 

 

In Mariangela Sammarco, Silvia Marchi e Stefano Margiotta, Tra terra e mare: ricerche lungo la costa di S. Cataldo (Lecce)1,  in Rivista di topografia antica diretta da Giovanni Uggeri, XXII, Congedo, 2012, nella nota 61 di p. 128 si legge: Risulta erronea la notizia, perdurata a lungo negli scritti sul porto antico [di S. Cataldo], di un intervento edilizio promosso dalla regina angioina Maria d’Enghien per la realizzazione di una “ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere” che avrebbe inglobato la struttura romana. Nella documentazione d’archivio a noi nota non compare alcuna menzione della costruzione di un nuovo molo né esistono riferimenti relativi ad una possibile sistemazione di quello preesistente, operazione che avrebbe comportato una ingente spesa di denaro di cui sarebbe sicuramente rimasta traccia nei registri angioini. L’impresa di Maria d’Enghien non deve dunque aver riguardato la costruzione di un molo bensì il restauro del “castello guarnito di monitioni”, con cui si indicava la torre costiera preesistente distrutta da una mina inglese agli inizi del XIX secolo.

Credo che gli autori avrebbero fatto bene a citare la fonte da cui hanno tratto la notizia sulla distruzione della torre ad opera di una mina inglese. Non avendo avuto il tempo per fare un’indagine in tal senso sono costretto a credere sulla fiducia. Per quanto riguarda, invece, l’intervento edilizio di Maria d’Enghien mi piace (non per capriccio ma perché lo ritengo indispensabile) riportare il passo del Galateo che costituisce il contesto della citazione in latino presente nell’estratto.

Dal De situ Yapygiae, Perna, Basilea, 1553, X, 12-13: Inde exeuntibus ad X milia passuum occurrit castellum quod a divo Cataldo, antiquissimo Tarentinorum archiepiscopo, nomen accepit, eo quod  ille ex oriente proficiscens, haec  primum loca attigit, ubi et pusillum templum illi dicatum extat. Hoc quoque castellum Gualterius condidit pro emporio Lupiensium urbi propinquiori, ubi Maria eiusdem haeres ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere construxit. Nunc incuria principum et Lupiensium rebus, post mortem Ioannis Antonii principis et ob continua bella, defectis atque afflictis, pene exaggerata est.

TraduzioneChi procede da lì [da Roca Vecchia] per 10 miglia s’imbatte nel castello che prese il nome da san Cataldo, antichissimo arcivescovo dei Tarantini, per il fatto che egli provenendo dall’oriente toccò dapprima questi luoghi, dove c’è anche un piccolissimo tempio a lui dedicato. Gualtiero fondò anche questo castello per emporio dei Leccesi più vicino alla città, dove Maria sua erede fece costruire con arte meravigliosa un grande molo messo insieme dall’unione di lunghe pietre. Ora per l’incuria dei principi e per la situazione dei Leccesi, deteriorata e duramente provata dopo la morte del principe Giovanni Antonio e per le continue guerre, è quasi in rovina.

Quando si ha a che fare con un umanista del calibro del Galateo bisogna fare attenzione alle parole che usiamo ma soprattutto a quelle da lui usate, anche se come etimologo qualche volta suscita perplessità2.

Il verbo usato per castellum è condidit, per moles è construxit. Da un punto di vista etimologico il primo (da cum+dare) esprime l’atto primario della fondazione (da qui l’importanza dell’eroe-eponimo), il secondo (da cum+struere) privilegia l’esecuzione in sé, il mettere un pezzo su un altro. Detta così la cosa sembrerebbe una distinzione forse troppo sottile. Ma le parole, anche quelle che a prima vista possono apparire come sinonimi, acquistano un’identità più precisa, che spesso dirada le nebbie dell’equivoco sempre in agguato in indagini di questo tipo, grazie al contesto. Così moles in latino può significare massa, edificio gigantesco, molo, diga, sforzo, difficoltà, pericolo. Escludendo il primo significato e gli ultimi tre dall’evidente valore traslato, mi rimangono edificio gigantesco, molo, diga. Credo che con nessuno di essi possa accordarsi un semplice restauro di un castellum (fortino), quale sarebbe stato quello operato da Maria secondo gli autori del testo citato all’inizio. M c’è di più. Il concetto di moles che già di per sé, come abbiamo visto, è legato a qualcosa fuori dall’ordinario, qui è ribadito, ove ce ne fosse stato bisogno, dall’attributo ingens (smisurato): segue il particolare descrittivo di longis iunctam lapidibus e una lapis longa (pietra lunga) mi pare più ragionevolmente identificabile con i blocchi regolari di un molo più che con un concio o, meno ancora, con le pietre, per quanto lunghe e piatte, che sarebbero state usate anche in seguito nella costruzione delle torri costiere. Miro opere (con arte meravigliosa), poi, mi pare esagerato per un semplice lavoro di restauro. Tornando, infine, a construxit il verbo potrebbe, dunque, ricordare un ampliamento e probabile contemporaneo restauro, dell’antico porto romano.

Per tornare, infine, alla nostra torre mi pare opportuno soffermarmi su alcuni dati cartografici.

Iacopo Castaldo, Apuliae, quae olim Iapygia, nova chorographia (1595)3:

Johannes Janssonius Itala, nam tellus Graecia maior4 (1640 circa):

 

Invito il lettore a soffermare la sua attenzione sulla rappresentazione del Lupiarum navale (base navale di Lecce).

Henricus Hondius, Terra di Otranto olim Salentina & Iapigia5 (1650 circa):

Antonio Bulifon, Terra d’Otranto6, in Carte de’ regni di Napoli e di Sicilia, loro provincie ed isole adiacenti, s. n. s. l. s. d. (ma sicuramente da collocare nel primo decennio del XVIII secolo).

6

 

Chiara la sua derivazione dalla carta dell’Hondius. Le torri qui sono indicate con lo stesso simbolo riservato alle città. Da notare pure  T. Specchio di Rugiero contro il T. Specchia di Rugiero dell’Hondius.

Carta geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli disegnata da Antonio Rizzi Zannoni e fatta incidere per ordine del Rè delle Due Sicilie a Parigi nel 17697:

Da notare i due gruppi di tre quadrati (simbolo in comune con le altre torri) a presidiare i lati opposti del porto che ha la stessa conformazione già vista nella carta di Janssonius.

Lo stesso Rizzi Zannoni procederà poi alla revisione della carta del 1769 nell’Atlante geografico del Regno di Napoli in 32 fogli, completato nel 18128. Dal foglio 31 è tratto il dato che segue:

Qui la rappresentazione della fortificazione ha perso completamente il carattere strano che mostrava nella mappa precedente. Molto importante, mi pare, comunque, che essa dimostra la sua esistenza a tale data e la dicitura Castello di San Cataldo spiega eloquentemente l’es algo mas grande de las demas (è un po’ più grande delle altre [torri] e il no siendo mas que torre (non essendo più che torre) del documento.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/30/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-otranto-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/05/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-lecce-46/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

_____________

1 http://www.academia.edu/6576080/Tra_terra_e_mare_ricerche_lungo_la_costa_di_San_Cataldo_Lecce_._Con_un_Appendice_litostratigrafica_di_S._Margiotta

2 Per esempio: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è grasso e ferace di ogni frutto, da cui forse si chiamò Lupiae [Lecce], per il fatto che è LIPARON [in greco significa  grasso], cioè pingue). Meno male che il fortasse (forse) tradisce i dubbi derivanti dalle difficoltà di natura fonetica che tale proposta etimologica comporta.

3 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530428848/f1.zoom.r=APULIA.langEN

4 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84464435/f1.zoom.r=janssonius.langEN

5 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8490349t.r=hondius.langEN

6 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530425649.r=terre+d%27otrante.langEN

7 Visibile in alta definizione in http://www.mapsandimages.it/eMaps/autore.htm?idAut=470 (è la terza).

8 Visibile in alta definizione in http://www.davidrumsey.com/luna/servlet/detail/RUMSEY~8~1~246514~5515020

 

La specchia del cavolo*

di Armando Polito

 

* Ringrazio Paolo Cavone per avermi dato l’opportunità di occuparmi qui dell’argomento, dato che la questione non poteva essere liquidata in poche battute, con l’invito rivoltomi in https://www.facebook.com/203849783159662/photos/a.223441477867159.1073741852.203849783159662/244758789068761/?type=1&comment_id=244810595730247&notif_t=comment_mention

 

Mio caro lettore, ti autorizzo fin da ora ad attribuire al cavolo del titolo il noto uso eufemistico se quanto sto per dire dovesse  sembrarti, sia pure alla fine, completamente campato in aria.

Ma cominciamo da specchia, della quale riporto la definizione fornita dalla Treccani on line:  nella penisola salentina, termine usato per indicare cumuli artificiali di pietre in forma di grandi coni, alti fino a 18 m, circondati da un muro, interpretati come torri di vedetta, e di altri di minore altezza, racchiudenti tombe a cassa e corredo di tradizione appenninica misto a forme della prima età del ferro.

Aggiungo che, a parte Specchia, il comune in provincia di Lecce con lo stesso etimo che fra poco vedremo, come nome comune la voce, oltre che accompagnare come apposizione vari toponimi, tende ad entrare ufficialmente nel linguaggio scientifico come già è avvenuto, per esempio, per uluzziano da Uluzzu (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/)

Il suo etimo è collegato al concetto di sopraelevazione insito nel cumulo: spècula in latino significa osservatorio, altura, vigilanza. Il concetto di base è quello del verbo spècere=guardare, per cui spècula ha come primo significato quello di osservatorio; poi, siccome si guarda meglio stando in posizione elevata, si è passati ai concetti di altura e vigilanza; da spècula, per sincope di –u– si è avuto specla, attestato, insieme con speccla, da parecchi diplomi normanni, e di cui è rimasta traccia nelle varianti sflega (Soleto) e sfleca (Calimera , Sternatia e Zollino), da cui specchia in virtù di un’evoluzione fonetica normalissima (come in màcula>*macla>macchia). La voce specchia oggi indica qualsiasi mucchio di pietre, anche di formazione recente, qual è quello residuale del dissodamento dei campi.

Per il cavolo debbo scomodare una mappa antica e più precisamente quella, dedicata al Regno di Napoli, facente parte  del Theatrum orbis terrarum di Abraham Ortelius pubblicato ad Anversa da Gilles Coppens de Diest  nel 1570. L’opera è visibile e scaricabile in https://archive.org/details/theatrumorbister00orte, link dal quale ho tratto il frontespizio

e la tavola che ci interessa, dalla quale con zoomate progressive ci avvicineremo ora al toponimo sul quale ci soffermeremo.

Siamo arrivati a destinazione, cioè a Torre del caulo. Ci troviamo esattamente nella zona in cui fino a qualche decennio fa erano visibili i pochi resti della Specchia Caulone (nell’immagine di testa in una foto di G. Palumbo tratta dal contributo di Nicola Vacca Noterelle galateane, per i cui estremi bibliografici rinvio alla nota)1.

Che il degrado della specchia fosse già in stadio avanzato da parecchi secoli ce lo prova la testimonianza del Galateo (1444-1517) che nel De situ Iapygiae, uscito postumo a Basilea per i tipi di Pietro Perna nel 1558, scriveva: A castello divi Cataldi  sex millibus passuum abest castellum in Lupiensi agro, cui nomen Caulon; distat a Monasterio Ceratensi, quod videmus, duobus millibus passuum; videtur ingens structura fuisse, nunc nihil est nisi acervus lapidum, qui exusti videntur, deinde tempore exesi; vix duobus a mari distat stadiis, vestigia quae ad mare procedunt adhuc cernuntur. Nescio si fuerit Caulon, quem, remota C litera, Horatius Aulonem dixit: incolae speculam Caulonis  appellant. In huius peninsulae editioribus locis frequentes sunt cumuli lapidum quos incolae speculas nominant:  has numquam me vidisse memini, praeterquam in hoc tractu. Has congeries non nisi magna numerosae multitudinis manu coacervatas fuisse credibile est. Paucis in locis ubi lapides non sunt (omnes enim colles asperi et lapidosi) ex terra facti sunt cumuli tantae magnitudinis ut aspicientibus montes videantur; quamvis tempus et hominum manus et pecus omne non parvam partem decacuminavit.  Monumenta haec fuisse illustrium virorum existimo; mos enim erat vetustissimorum Graecorum et ante illos forte Iapygum super cadavera clarorum virorum ingentem lapidum, aut arenarum molem accumulare; unde fortasse cumuli, aut tumuli sepulchra dicuntur (Dal castello di S. Cataldo dista sei miglia in agro di Lecce un castello chiamato Caulone; dista dal monastero di Cerrate, che vediamo, due miglia; sembra che sia stato di ragguardevole struttura, ora non c’è nulla se non un cumulo di pietre che appaiono bruciate; dista dal mare appena due stadi. Non so se Caulone sia stato quello che, eliminata la lettera C, Orazio chiamò Aulone: gli abitanti lo chiamano Specchia di Caulone. Nei luoghi alquanto elevati di questa penisola sono frequenti i cumuli di pietre che gli abitanti chiamano specchie: ricordo di non averne mai visti se non in questo tratto. C’è da credere che questi cumuli siano stati ammassati non senza la grande fatica di parecchia gente. In pochi luoghi dove non ci sono pietre ( tutti i colli infatti sono aspri e sassosi) sono realizzati con la terra cumuli di tanta grandezza che a chi li guarda sembrano monti, sebbene il tempo e la mano degli uomini e ogni tipo di bestiame ne abbia privato della sommità buona parte. Credo che questi fossero monumenti di uomini illustri; infatti era costume degli antichissimi Greci e prima di loro forse degli Iapigi di accumulare di accumulare sopra i cadaveri degli uomini illustri una grande massa di pietre o di sabbia; perciò forse i sepolcri son detti cumuli o tumuli).

Intanto il nome latino tramandatoci dal Galateo è Caulon, dal cui accusativo (Caulonem) è l’italiano Caulone. Il Galateo suggerisce pure una prima etimologia ipotizzando che il nome del monte Aulon (in italiano Aulone) ricordato da Orazio derivi, per la perdita della consonante iniziale, proprio da Caulon e corrisponda, quindi, alla nostra specchia.

Vediamo cosa dice esattamente Orazio (Odi, II, 6, 5-21): Tibur Argeo positum colono/sit meae sedes utinam senectae,/sit modus lasso maris et viarum/militiaeque./Unde si Parcae prohibent iniquae,/dulce pellitis ovibus Galaesi/flumen et regnata petam Laconi/rura Phalantho./Ille terrarum mihi praeter omnis/angulus ridet, ubi non Hymetto/mella decedunt viridique certat/baca Venafro,/ver ubi longum tepidasque praebet/Iuppiter brumas et amicus Aulon/fertili Baccho minimum Falernis/invidet uvis (Volesse il cielo che Tivoli  fondata dal colono argivo fosse la sede della mia vecchiaia,  il limite, per me stanco, del mare e dei viaggi e della guerra. Se le Parche ingiuste mi tengono lontano da lì possa io raggiungere la corrente del Galeso dolce per le lanose pecore e i campi su cui regnò lo spartano Falanto. Quell’angolo di terra mi sorride più di ogni altro, dove il miele non è inferiore a quello dell’Imetto e l’ulivo gareggia con quello verdeggiante di Venafro, dove Giove offre una lunga primavera e un tiepido inverno e l’amico Aulone dalla fertile vite per nulla invidia  le uve del Falerno).

A me sembra che l’angolo di terra di cui parla Orazio sia caratterizzato dalla presenza dominante e accentratrice del fiume Galeso, che è ben lontano dalla nostra specchia (di seguito evidenziati entrambi nella mappa antica), in territorio tarentino.

E me lo conferma Marziale, Epigrammi, XIII, 125, che a distanza di poco più di un secolo sembra riecheggiare Orazio:  Tarentinum. Nobilis et lanis et felix vitibus Aulon/ Det pretiosa tibi vellera, vina mihi (Il territorio tarentino. L’Aulone famoso per le lane e fertile di viti dia a te lane, a me vini preziosi).

Molto probabilmente la proposta di identificazione/derivazione di Aulon con/da Caulon nasce nel Galateo anche per suggestione del commento di Pomponio Porfirione (II-III secolo d. C.) ai versi di Orazio appena riportati: Aulon locus est contra Tarentinam regionem ferax boni vini (Aulone è un luogo, di fronte alla regione tarentina, che produce buon vino). Torneremo a breve su quel contra=di fronte.

Non aiuta certo a far chiarezza Servio (IV-V secolo d. C.) che nel suo commento al verso 533 del libro III dell’Eneide virgiliana scrive: CAULONISQUE ARCES. Aulon mons est Calabriae, ut Horatius “et amicus Aulon fertilis Baccho”, in quo oppidum fuit a Locris conditum, quod secundum Hyginum, qui scripsit de situ urbium Italicarum, olim non est. Alii a Caulo, Clitae Amazonis filio, conditum tradunt (Le rocche di Caulone. Aulone è un monte di Calabria, come dice Orazio “e l’amico Aulone fertile di vite”, sul quale fu fondata dai Locresi una città che secondo Igino, che scrisse sul sito delle città italiche, da molto tempo non c’è più. Altri tramandano che fu fondata da Caulo, figlio dell’amazzone Clita).

Al di là del passaggio fatto quasi di soppiatto da Caulonis (genitivo che suppone un nominativo Caulon) ad Aulon, quel Calabriae (già da secoli Calabria era il nome dell’attuale Terra d’Otranto, mentre Brutium era quello dell’attuale Calabria), collocherebbe il monte nel nostro territorio ed escluderebbe Caulonia calabrese, nonostante si dica che su di esso venne fondata una città dai Locresi.

Come abbiamo fatto prima con Orazio, leggiamo ora l’originale virgiliano (Eneide, III, 551-553): Hinc sinus Herculei, si vera est fama, Tarenti/cernitur; attollit se diva Lacinia contra/Caulonisque arces et navifragum Scylaceum (Da qui si vede il golfo dell’erculea, se ciò che si dice è vero, Taranto; di fronte si levano la dea Lacinia e le rocche di Caulone e Squillace famosa per i naufragi). Il contra virgiliano consente di capire meglio il contra Tarentinam regionem di Porfirione, in cui avevo lasciato in sospeso quel contra che, dunque, indica una posizione frontale, anche se un po’ defilata, rispetto a Taranto ma non certo rispetto ad un punto ancor più frontale e lontano, addirittura, sulla costa adriatica.

La testimonianza di Virgilio non lascia adito a dubbi. Le rocche di Caulone si trovano di fronte a Taranto insieme con (il tempio del) la dea Lacinia (da cui Capo Lacinio, oggi Capo Colonna) e Squillace; dunque, siamo nell’attuale Calabria e le rocche di Caulone non sono altro che l’odierna Caulonia in provincia di Reggio Calabria.

E, ove ce ne fosse stato bisogno, ecco la conferma di Ovidio (Metamorfosi, XV, 703-706: Linquit Iapygiam laevisque Amphrisia remis/saxa fugit, dextra praerupta Celennia parte,/Romethiumque legit Caulonaque Nariyciamque/evincitque fretum Siculique angusta Pelori (Lascia la Iapigia, evita virando a sinistra le rocce amfrisie [non identificate] e a destra le scogliere Celennie [non identificate] e tocca Romezio [non identificata] e Caulona [l’originale Caulona per Caulonem è un accusativo alla greca) e Naricia [Locri] e supera lo stretto e le insidie del siculo Peloro).

Insomma il padre dell’ipotesi  di Aulone derivante per aferesi da Caulone sembra, per il momento, essere stato Servio che, a complicare ulteriormente le cose, mette in campo anche Caulo il figlio dell’amazzone. Il Caulo del testo originale serviano è un caso ablativo che suppone un nominativo Caulus e un accusativo Caulum da cui dovrebbe derivare in italiano Caulo; e infatti, nella mappa, per non fare torto a nessuno, compare Torre del caulo, con la preposizione articolata e con l’iniziale minuscola, come se fosse un nome comune, quasi italianizzazione del dialettale càulu=cavolo.

A questo punto, con tutto il rispetto per gli autori antichi e per il Galateo (che, pur non citandolo, mostra di conoscere Servio), esibisco troppa e perversa fantasia se mi viene in mente, anche in base alla descrizione data all’inizio della specchia, che quest’ultima nella forma ricorda tutt’altro che vagamente una testa di cavolo e se dico che, quindi, il toponimo potrebbe essere il frutto di una similitudine popolare  (e non solo, come vedremo, in riferimento all’ortaggio …)?

Al cavolo, in un certo senso mostra di credere pure Girolamo Marciano (1571-1628) che in Descrizione, origine e successi della provincia di Otranto,  uscito postumo nel 1855 a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride, a pag. 397 così si esprimeva: Tra queste due torri [Rinalda e Spiecchiolla (sic, poco prima)] alquanto infra terra si vedono le rovine di un antichissimo castello detto dal volgo la Specchia di Caulone, dove si vede un grandissimo tumulo di pietre guaste, e corrose dal tempo, e le reliquie di una grossa muraglia, che incominciava da questa parte orientale della marina, e passando per il castello trascorreva sino all’altra occidentale, terminando al porto piccolo di Taranto per ispazio di miglia quaranta, come in molti luoghi tra questo spazio se ne vedono molti antichi vestigi, fatto per quanto si dice dai Japigii, nel tempo che debellarono i Messapi, e si divisero la regione tra di loro. Perciocché i Messapi possedevano la parte boreale della provincia, e gli Japigi l’australe, ed il castello da questa parte posero per termine e guardia del mare orientale, perciocché dalla parte occidentale si guardava dalla città di Taranto, chiamandolo Caulone quasichè estremo capo della divisione, e della lunga muraglia, denotando la voce Καυλός (leggi Caulòs) appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza. Strabone dice che Caulonia nella Magna Grecia, edificata dai Greci, fu prima detta Aulona, quasi Vallonia, dalla vicina valle; perciocchè la voce Αὺλόν (leggi Aulòn) oltre che dinota valle, significa parimente il tratto di un lungo e stretto mare, come il Jonio che si stringe come un canale tra il capo d’Otranto e i monti Cerauni, nella riva occidentale del quale fu edificato questo castello e nell’orientale la città oggi detta Aulona. Si vedono oltre di questo in molti luoghi della provincia grandissimi cumuli, e montetti di pietre misti con terra, che gli abitatori del paese chiamano Specchie, le quali paiono opere di grandissima potenza, e di numerose mani, con tutto che il tempo le abbia in gran parte spianate. Il Galateo stima essere state queste Specchie sepolture di uomini illustri; il che non è credibile, perchè sebbene quegli antichi Greci facevano simili sepolcri e grandi tumuli agli uomini insigni, non per questo è da credere, che le specchie che si vedono in questa regione siano stati sepolcri. Imperciocchè il nome Specchia, derivante dal verbo latino speculor, non significa altro che luogo eminente, donde è solito farsi le guardie, e le spie a’ nemici.  

Pure per il Marciano tutto si riduce ad un’aferesi di C-, ma all’Aulone oraziano egli sostituisce, con un ragionamento arzigogolato e che mi sembra troppo al servizio di una pur sacrosanta ipotesi di lavoro, nientemeno che la città oggi detta Aulona, cioè l’odierna Valona in Albania. Tutto questo con due pezze giustificative.

La prima è di natura filologica ed è basata su Αὺλόν da una parte e Καυλός dall’altra. Su Αὺλόν debbo preliminarmente dire che in greco esiste αὐλός, di genere maschile, con i significati di flauto, tubo, canale, zampillo, sfiatatoio, imbuto. Il Morciano s’inventa un neutro Αὺλόν senza rendersi conto che Aulona è spiegata meglio dalla voce derivata αὐλών/αὐλῶνος (leggi aulòn/aulònos)=gola montana, canale. Quanto a Καυλός quel denotando la voce Καυλός appresso dei Greci l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza mi pare una definizione anch’essa strumentale, tirata per i capelli. Basta, infatti, considerare che Καυλός negli autori greci è usato con i significati di estremità della lancia, fusto di pianta arbustacea o di candelabro, cavolfiore, dotto del pene, collo della vescica, gambo di amo. Perciò l’estremo capo di qualsivoglia lunghezza può andare d’accordo  stentatamente solo con il primo significato che ho riportato, che, essendo di evidente derivazione analogica, non è quello nativo.

Colgo l’occasione per far notare come direttamente da questa voce greca deriva il latino tardo càulus che in Vindiciano, (IV secolo d. C.), Epitome Altera, XXVIII, assume il significato di glande (quasi un parente del quarto registrato per il greco): De veretro. Veretrum est oblungum, natura nervosum, forinsecus venosum, membrano coopertum fortissimo, habens fistolam rectam in medio ab inizio usque ad summum. Cacumen eius dicitur caulus sive dartus2 (Il pene. Il pene è lungo, nervoso di natura, all’esterno venoso, coperto da una membrana resistentissima, ha al centro un condotto diritto dall’inizio fino alla sommità. La sua parte terminale si chiama caulus o dartus3).

Dalla voce del latino tardo, poi, è derivato per epentesi eufonica di –v– l’italiano cavolo (che ha conservato pure il significato traslato che, come abbiamo appena visto, è piuttosto datato; nasce dunque per similitudine e, perciò, in italiano secondo me cavolo per cazzo non ha origini, come si potrebbe pensare, eufemistiche, legate, cioè, alla sostituzione della parola “sporca” con un’altra “pulita” avente in comune con la prima la sillaba iniziale) ed il dialettale càulu (usato per indicare solo l’ortaggio, il che corroborerebbe il mio dubbio precedente sul valore eufemistico fin dall’origine di cavolo per cazzo; infatti, almeno nel dialetto di Nardò, è usato a tal fine non càulu ma cagnu=cane; curioso, poi, è il fatto che cagnu sia usato solo a questo scopo e che per indicare l’animale si usi, come in italiano, cane, nonostante cagnu sia il padre di cagnùlu, a Nardò canicèddhu,=cagnolino). Nel latino classico, invece, sempre connesso con la voce greca, è attestato caulis (anche nelle varianti colis e coles) nel significato generico di fusto ed in quello specifico di cavolo. Dall’accusativo di caulis (caulem), infine, è derivato l’italiano caule.

La seconda pezza giustificativa è di natura letteraria, cioè è utilizzata la fonte Strabone (I secolo a. C. – I secolo d. C. ). Ecco le parole originali del geografo greco (Geographia, VI, 1, 10): Μετὰ δὲ Λοκροὺς Σάγρα, ὃν θηλυκῶς ὀνομάζουσιν, ἐφ᾽ οὗ βωμοὶ Διοσκούρων, περὶ οὓς Λοκροὶ μύριοι μετὰ Ῥηγίνων πρὸς δεκατρεῖς μυριάδας Κροτωνιατῶν συμβαλόντες ἐνίκησαν.  Ἀφ᾽ οὗ τὴν παροιμίαν πρὸς τοὺς ἀπιστοῦντας ἐκπεσεῖν φασιν ‘ἀληθέστερα τῶν ἐπὶ Σάγρᾳ.’ Προσμεμυθεύκασι δ᾽ ἔνιοι καὶ διότι αὐθημερὸν τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος Ὀλυμπίασιν ἀπαγγελθείη τοῖς ἐκεῖ τὸ συμβάν, καὶ εὑρεθείη τὸ τάχος τῆς ἀγγελίας ἀληθές. Ταύτην δὲ τὴν συμφορὰν αἰτίαν τοῖς Κροτωνιάταις φασὶ τοῦ μὴ πολὺν ἔτι συμμεῖναι χρόνον διὰ τὸ πλῆθος τῶν τότε πεσόντων ἀνδρῶν. Μετὰ δὲ τὴν Σάγραν Ἀχαιῶν κτίσμα Καυλωνία, πρότερον δ᾽ Αὐλωνία λεγομένη διὰ τὸν προκείμενον αὐλῶνα. Ἔστι δ᾽ ἔρημος· οἱ γὰρ ἔχοντες εἰς Σικελίαν ὑπὸ τῶν βαρβάρων ἐξέπεσον καὶ τὴν ἐκεῖ Καυλωνίαν ἔκτισαν (Dopo Locri il Sagra che ha un nome femminile, sulle cui sponde ci sono gli altari dei Dioscuri, presso i quali 10000 Locresi insieme con Reggini, scontratisi con 130000 Crotoniati, vinsero. Dicono che da questo fatto derivi il proverbio riferito agli increduli “Più vero di ciò che successe sulla Sagra”. Alcuni aggiungono la leggenda che nello stesso giorno, mentre ad Olimpia si svolgevano i giochi, pure lì fu annunziato l’accaduto e la velocità di diffusione ne consacrò la veridicità. Dicono che la disfatta fu la causa per i crotoniati di non poter durare ancora per molto tempo per il gran numero di caduti. Dopo il Sagra c’è Caulonia fondata dagli Achei, prima detta Aulonia per la valle che le giace di fronte. È deserta: gli abitanti infatti furono scacciati dai barbari in Sicilia  e lì fondarono Caulonia).

A questo punto è chiaro che il Caulonisque arces/Aulon di Servio è figlio dell’alternanza Aulonia/Caulonia di Strabone, ma rimane il mistero dell’aggiunta di C- (per la quale il Marciano mette in campo l’incrocio tra Αὺλόν e Καυλός) e la presenza della Caulonia siciliana ultima arrivata; comunque, possiamo affermare che tanto con lei quanto con quella tarentina la nostra specchia non ha nulla a che fare. E poi c’è da mettere in conto il fenomeno antico dell’omonimia di tanti toponimi e, con riferimento alla mappa, la loro deformazione o italianizzazione con effetti spesso esilaranti (per non parlare di errori macroscopici come, sottolineato dallo stesso Paolo nel link indicato, un Aletium collocato pari pari nel posto allora come ora occupato da Lecce), tra cui, tutto è probabile, anche quanto ho avuto occasione di dire sulla possibile responsabilità del càulu, per cui Specchia del caulo potrebbe essere italianizzazione di Specchia ti lu càulu.

E, per chiudere, ora, mio caro lettore, cominci a sospettare che il titolo sia stato particolarmente azzeccato? Continua a sospettare, ma auguriamoci che qualche ricercatore della domenica (e pure degli altri giorni della settimana …), suggestionato da quanto ho scritto, non avanzi l’ipotesi che, dopo il menhir, anche la specchia (e a maggior ragione Specchia Caulone, in cui il secondo componente ha tutta l’aria di essere un accrescitivo …) avrebbe il diritto di vedersi riconosciuto il titolo di simbolo fallico …

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1 Caulone e Calone in Cesare Teofilato, Di alcuni Megaliti Sallentini, in Rinascenza salentina, anno I, n. 3 (maggio 1933), XI-XII, pp. 140-150, solo Calone nei pionieri di storia locale: Sigismondo Castromediano, Sulle Specchie di Terra d’Otranto, Lecce, Tipografia Salentina, 1873-74; G. Nicolucci, Brevi note sui monumenti megalitici e sulle così dette Specchie di Terra d’Otranto, Atti dell’Accademia Pontaniana, v. XXIII, Tipografia della Regia Università di Napoli, Napoli, 1893; Charles Lenormant, I truddhi e le Specchie di Terra d’Otranto, in Gazzette archeologique, VII (1881), Parigi, p. 82; L. De Simone, La specchia Calone e L. De Giorgi, Le specchie di Terra d’Otranto in Rivista storica salentina, Lecce, anno II (1904-1905), pp. 313-334 e 481-513; Paolo Dovara, Le specchie della penisola salentina in Corriere meridionale, XXI (1910), Lecce, p. 34; P. Maggiulli, Specchie e trulli in Terra d’Otranto, Tipografia editrice leccese, Lecce, 1909; Calone in altri storici locali  (tutti i contributi di seguito citati sono leggibili in http://www.emerotecadigitalesalentina.it/): Luigi Scoditti, Specchie e Paretoni nel Salento, in La zagaglia, anno II, (1960), v. VIII, pp. 52-56; Nicola Vacca, Noterelle galateane, in Rinascenza salentina, anno XI, 1943, pp. 65-96; Marcellino Leone, Terra d’Otranto dall’origine alla colonizzazione romana, in La zagaglia, anno VII (1965), pp. 308-320; Antonio Franco, Sopravvivenza delle opere d’arte nel Salento, in La zagaglia, anno XVI, n. 56 (dicembre 1972), pp. 292-301; Aldo Caputo, Nella terra dei Titani, in Idomeneo, n. 6, pp. 225-231.

Calone compare in documenti medioevali come nome di un feudo brindisino, ma non so (e vale anche per il Calone del saggio di Primaldo Coco che non ho potuto consultare: Vestigi di vita canonicale in Brindisi sulla fine del secolo XIII e vicende del casale di Calone (presso Mesagne), Tipografia Giurdignano, Lecce, 1913) se corrisponda topograficamente al nostro.

2 Cito  il testo latino da Valentino Rose, Theodori Prisciani Euporiston libri III cum physicorum fragmento et additamentis Pseudo-Theodoreis; accedunt Vindiciani Afri quae feruntur reliquiae, Teubner, Lipsia, 1894, pag. 479.

3 Chiara trascrizione del greco δαρτός (leggi dartòs)=scorticato, scuoiato (fimosi e circoncisione a parte …).

 

 

 

Spigolature gallipoline e noterelle galateane

Gallipoli (ph Vincenzo Gaballo)

di Paolo Vincenti

Sulla contrada che da Gallipoli porta a Chiesanuova si trova il complesso Magettaro, un insediamento rupestre medievale.  Per quanto riguarda Torre Pizzo, un’antica masseria, così denominata dal luogo in cui essa sorge, nei pressi della torre d’avvistamento cinquecentesca, sono stati individuati dei resti di un insediamento risalente all’età romana.

Testimonianze preistoriche ha dato anche Torre Sabea, presso Rivabella, e per l’esattezza testimonianze dell’età neolitica quando questo luogo era frequentato da gente che svolgeva un’attività prevalentemente pastorale.

Un notevole complesso di importanza artistica e storica è San Pietro dei Samari, risalente al Medioevo.

La Chiesa del Sacro Cuore  risale agli inizi del Novecento.Nel 1912, il vescovo Gaetano Muller decise di elevare a parrocchia la chiesa di Santa Maria del Canneto e Monsignor Sebastiano Natali, nominato dal vescovo parroco di questa chiesa, volle edificare nel Borgo un grande centro di accoglienza per i giovani che erano a rischio di devianza ed assicurare a loro un avvenire certo. Il progetto venne elaborato dall’Ing. Luigi Pastore,  e venne approvato dalla Commissione edilizia comunale nel gennaio del 1922. I lavori per erigere la chiesa procedevano a singhiozzo in quanto, nel frattempo, era stato anche progettato l’annesso Istituto Michele Bianchi, che venne inaugurato nel 1930. Anche a causa delle indisposizioni dell’Arch. Napoleone Pagliarulo, che doveva seguire i lavori, la chiesa fu terminata e aperta al culto nel 1943. Il Vescovo trasferì la sede parrocchiale di Santa Maria del Canneto alla chiesa del Sacro Cuore di Gesù, che risulta costruita a pianta basilicale, suddivisa in tre navate, culminanti in tre absidi, da due file di colonne su cui poggiano quattro arcate a tutto sesto. Don Sebastiano Natali, principale promotore della costruzione della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, nel 1938 pubblicò un raro volume dal titolo “Una storia di un’opera della divina Provvidenza e di una vita di apostolato”, in cui ricordava le sue disavventure con il regime fascista che gli causarono anche il confino a Cefalonia.

Nella Chiesa del Rosario, si trova la tela del patriarca San Domenico di Guzman, recentemente restaurata, che si trova al centro del coro, opera di Giandomenico Catalano (1560-1626). In questo dipinto, San Domenico, in atto benedicente, stringe con la mano destra il Crocefisso e recita il Salmo penitenziale quaresimale “Parce Domine parce populo tuo”, mentre con la sinistra indica la città di Gallipoli chiedendone il perdono e la benedizione. Molto interessante la veduta di Gallipoli nel Seicento. Con lo stesso soggetto, il Catalano realizzò anche due tele nel Santuario dell’Alizza di Alezio, ovvero San Pancrazio e San Carlo Borromeo e un’altra tela raffigurante i Santi Eligio e Menna, un tempo nell’omonima cappella ed oggi nella sacrestia della Cattedrale gallipolina.

Queste le antiche mura fortificate della città di Gallipoli: il torrione trapezoidale nei pressi della chiesa di San Francesco di  Paola; il fortino di San Giorgio, adiacente ad una chiesetta dedicata a San Giorgio, ora distrutta; fortino di San Benedetto; torrione di San Guglielmo, anche detto delle Ghizzene o della Purità, perché situato nei pressi della chiesa della Madonna della Purità; fortino di San Francesco d’Assisi, il più importante Forte di tutta la cinta muraria, adiacente alla chiesa di San Francesco d’Assisi e attiguo convento.Questo Forte venne restaurato nel 1684 e notevolmente ampliato. Vennero apposte le armi della casa regnante e all’interno una statua raffigurante San Fausto, uno dei protettori della città, con una lapide, ora distrutta. La tradizione vuole che la chiesa sia stata fondata per volere di San Francesco che, nel XIII secolo, sbarcò nel Salento di ritorno dalla Terra Santa. Accanto a questa fortezza esisteva anche una  antichissima chiesetta dedicata a Santa Maria del Cassopo, distrutta, assieme alla costruzione fortificata, nel 1819; questa chiesetta era stata costruita in epoca bizantina sui resti di un distrutto tempio pagano e il suo nome, Cassopo, riportava all’origine bizantina del culto e ricordava Corfù con cui Gallipoli intratteneva lucrosi rapporti commerciali; in questa chiesetta era venerata un’antichissima immagine della Vergine che, secondo la leggenda, riferita da Ettore Vergole, in “Il Castello di Gallipoli” del 1933, era miracolosa. Infatti la sacra immagine era riposta in un angolo molto buio e stretto dell’edificio sacro e chiunque volesse conoscere la sorte di qualche familiare che era andato per mare e non era più tornato, si inoltrava nell’angusto passaggio per pregarela Vergine del Cassopo e chiederle se il congiunto fosse vivo o morto; dopo aver rivolto innumerevoli preghiere, sempre senza muovere la bocca ma con contrizione e raccoglimento,  il fedele si affacciava su una finestrella che dava sul mare e gridava il nome del proprio parente di cui voleva conoscere la sorte; angeli o demoni, allora, rispondevano se il parente fosse vivo, morto o gravemente ferito, ecc. ; questo era udito anche da tutti quelli che erano presenti; Torre del Ceraro, così chiamata dai lavoratorio della cera che la frequentavano nel Settecento quando fu costruita; il Forte di forma pentagonale di San Domenico o del Rosario, così chiamato dalla attigua Chiesa del Rosario o di San Domenico con l’annesso convento dei Domenicani; anticamente questo bastione era chiamato Baluardo di Santa Maria delle Servine, per un antico monastero bizantino esistente nelle vicinanze, e poi fu chiamato Torre degli Arsi, a causa di un incendio che, nel 1595, divampò in una fabbrica di polvere da sparo.

Il grande Galateo si occupò di Gallipoli nella “Descriptio urbis Callipolis”, un trattato dedicato all’amico Pietro Summonte in cui descrive Gallipoli del Cinquecento con tutte le sue bellezze ed arriva a definire Gallipoli un angolo di Paradiso, per il suo clima salutare e mite, per i suoi usi e costumi, per le sue bellissime tradizioni popolari. Galateo, medico alla corte aragonese, usava trascorrere a Gallipoli le sue vacanze estive, quando ritornava in patria da Napoli. Accenna a Gallipoli anche nella sua opera maggiore, il “De situ Japygiae”.  Inoltre il Galateo ha anche lasciato un epigramma, dedicato a Nifi, una giovane amata dal poeta, in cui canta la bellezza delle donne gallipoline.

Numerosi i contributi sul Galateo apparsi su Anxa News, rivista di storia e cultura gallipolina, arrivata al quinto anno di vita: “Il Galateo a Gallipoli”, di Vittorio Basile, marzo 2003; “Nifia, la bella gallipolina amata dal Galateo”, con una traduzione dell’epigramma galateano dedicato alla bella Nifia, fatta dall’illustre poeta gallipolino Luigi Sansò ed un’altra fatta dal prof. Gino Pisanò dell’Università di Lecce, settembre 2003; nel novembre 2003, in occasione del 490° anniversario della “Callipolis descriptio” (12-12-1513), Anxa ricorda il grande amore perla Città bella di Antonio De Ferrariis, galatonese di nascita ma gallipolino di adozione, con “Ancora su Gallipoli e sul Galateo” di Vittorio Basile e “Nifi, vamp gallipolina di 500 anni fa”, di Vittorio Zacchino; “Nifi, la bella gallipolina amata dal Galateo”, del gennaio 2004, con  traduzioni dell’epigramma latino del Galateo, da parte di alcuni alunni del Liceo Classico Quinto Ennio di Gallipoli; “Emanuele Barba per Antonio Galateo”, di Vittorio Zacchino, marzo 2004; “La presa di Gallipoli del 1484 nelle testimonianze letterarie di Antonio Galateo” di Vittorio Zacchino, maggio 2004; nel numero del luglio 2004, viene pubblicata parte dell’Introduzione curata da Vittorio Zacchino alla sua recente edizione del De situ Iapygiae, dal titolo “Orgoglio Iapigio”: si tratta di una nuova edizione del capolavoro dell’umanista salentino “Antonio Galateo De Ferrariis, Lecce e Terra d’Otranto – De Situ Iapygiae” (Edi pan 2004),  con prefazione appunto dello Zacchino e traduzione italiana a cura del prof. Nicola Biffi, dell’Università di Bari. L’opera, che presenta anche traduzioni in inglese e tedesco, è un prodotto editoriale di taglio veloce e moderno, rivolto anche ai non addetti ai lavori;  “Il De neophitis del Galateo e Benedetto Croce”, di Vittorio Zacchino, marzo 2005; inoltre Vittorio Zacchino ha recentemente raccolto insieme alcuni suoi contributi sul Galateo apparsi su vari fogli salentini, fra cui anche Anxa News, e li ha pubblicati in una miscellanea dal titolo “Noterelle galateane”, per la collana “I quaderni del Brogliaccio” , diretta da Gigi Montonato. Questo fascicolo è stato allegato come omaggio al numero del dicembre 2005 di Presenza Taurisanese, mensile di politica cultura attualità, diretto dallo stesso Montonato.

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