Per un recupero della pietà popolare

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di Nicola Morrone

L’importanza di una festa religiosa è duplice. Sul piano spirituale, permette alla comunità di ritrovarsi periodicamente per rinnovare, soprattutto al Sud, un atto di fede (cioè di fiducia) nei confronti del Santo, ponendo sotto la sua benigna protezione il vivere quotidiano, nella buona e nella cattiva sorte.

Da secoli, però, la festa permette anche di recuperare la bellezza dello stare insieme, fungendo tra l’altro da periodica valvola di sfogo delle tensioni quotidiane e, come ad esempio nella ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo, come lieto preludio alla stagione estiva.

Non c’è bisogno di scomodare gli antropologi per riconoscere il valore delle feste religiose, che anche sotto l’aspetto estetico sono patrimonio prezioso e, come dice , “identitario” della cultura, non solo meridionale. Ma soprattutto quello della festa religiosa è un tempo lento, il tempo della sosta, rivoluzionario rispetto a quello delle nostre giornate, segnate dalla fretta.

E’ un tempo “umano”, anche per la sua valenza conviviale. Si sa che viviamo un momento di difficoltà economiche, a tutti i livelli, e solennizzare una ricorrenza religiosa in grande stile può apparire (e probabilmente è) fuori luogo.

Suggeriamo di optare dunque, se del caso, per un profilo più basso, ma che salvi comunque i segni della devozione, spesso secolare, che un valore ce l’hanno.

Un valore ribadito dalla stessa CEI in una serie di documenti, che tutti i parroci ben conoscono. La Chiesa tende oggi, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, a valorizzare questo patrimonio di pietà popolare, che non va condannato moralisticamente, ma semmai inquadrato nella giusta prospettiva, al di là di sprechi e inutili ostentazioni.

Difficoltà economiche impedirebbero di recente lo svolgimento di alcune tradizionali feste religiose: si svolgano esse comunque, anche se con un profilo più basso, poiché il tempo della sosta collettiva, un tempo sottratto all’edonismo e alla competizione, sarà l’unico che metterà in salvo l’uomo moderno.

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Libri| Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie

Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie, Edizioni Grifo, pp. 504, Lecce 2016

 

Il 28 dicembre 2016 nella Sala Consiliare del Comune di Taurisano è stato presentato il volume “Poesie” di Ugo Orlando (Mastro Scarpa), a cura di Antonio Di Seclì e di Antonio Resta, uscito per i tipi delle Edizioni Grifo di Lecce.

Il volume raccoglie tutti i testi di poesia del nostro editati e ospitati ora in riviste ora in pubblicazioni “senza pretese” a spese dell’autore.

Ugo Orlando è stato anche autore di prose e di alcuni drammi rappresentati in diverse occasioni nel teatro di Taurisano; ma è noto al pubblico soprattutto dei suoi concittadini per le brillanti, ironiche, sorridenti, cronachistiche, talora, intime ed elegiache poesie in dialetto taurisanese.

Aveva cominciato a comporre versi in italiano intorno ai quindicii anni, era nato nel 1910, ma con scarsi risultati. Presto però, nei primissimi Anni Trenta, ripose cuore all’ ascolto delle intriganti ispirazioni della Musa, e questa volta in dialetto taurisanese che non verrà mai più abbandonato se non in tarda età, quando per motivi tutti suoi si mise, quasi con vanità e lieve risultato, a comporre versi in copia per omaggiare donne e uomini del suo piccolo mondo. Allora, però, l’ora ultima stava per scoccare e Mastro Scarpa pensava forse, così operando, di poter creare intorno alle due ultime piccole figlie, nate dal secondo matrimonio dopo la morte di Antonia, un cordone di solidarietà e di affetti.

Ugo Orlando smise di vivere nel novembre del 1996 e, per non dimenticarlo, l’Associazione Culturale “Pietre Vive” di Taurisano ha pensato, con l’aiuto di vari sostenitori, a vent’anni dalla morte, di racchiudere in un unico volume l’opera poetica per consegnarla al pubblico degli studiosi e degli innamorati dei suoi versi.

Il volume è stato presto esaurito e di nuovo ristampato, nel mese di maggio 2017, con alcune correzioni e un indice dei nomi.

Gli interessati possono richiedere copia, scrivendo a: antonio.disecly@gmail.com oppure a vittoriocrudo@virgilio.it –

Storie lampanti. McBetter di Mattia De Pascali

Mattia De Pascali (ph Alessandro Stajano)

 

UNA STORIA A SORPRESA: IL “MCBETTER” DI MATTIA DE PASCALI

di   Maria Antonietta Bondanese

E una mattina, destandomi, scoprii che quel giorno era giunto. E lo accettai senza troppe remore, perché da quando ho memoria ho sempre saputo che sarebbe arrivato.(…) Non c’è nulla da drammatizzare nella fine. E’ il punto d’arrivo, l’assoluta certezza”. Inizia così il racconto di Mattia De Pascali, contenuto nel volume Storie lampanti, che raccoglie le storie più belle proposte nel concorso letterario del 2013 “Raccontare i Paduli”.

Una scrittura incisiva, efficace, per un narrare a metà strada tra fantastico e reale, tra enigma e verità, che coinvolge il lettore e lascia intuire lo stile di De Pascali sceneggiatore e regista.

Il cineasta supersanese, al di là della giovane età, ha già all’attivo un interessante curriculum costruito con competenza, studio e passione. “Sono stato abituato – dice Mattia – a guardare film fin dalla tenera età. Eppure da bambino volevo fare altro, un mestiere che mi permettesse di essere più a contatto con la natura. Almeno fino a tredici anni, quando ho scoperto le opere di Stanley Kubrick e ho compreso il potenziale infinito del mezzo cinematografico”.

Dal regista statunitense, il cui genio ha spaziato dal thriller alla satira politica, dalla storia e fantascienza al dramma psicologico, Mattia ha mutuato la pluralità degli interessi.

(ph Alessandro Stajano)
(ph Alessandro Stajano)

 

Oggi – aggiunge – non ho un regista, un film o un genere preferito. Tendo a non mitizzare niente e nessuno ma sono aperto a tutto.” La sua stanza di lavoro, adorna di libri, fotografie e manifesti descrive, infatti, un percorso personale ricco di curiosità. Una capacità di guardarsi intorno e rappresentare la quotidianità attraverso il filtro dell’inventiva.

Anche il set del suo recente lungometraggio “McBetter”, allestito nel B&B Luxury a Lecce e quindi ad Arnesano presso Villa Maresca, è lontano dal tipico Salento assolato, intrappolato in una ‘controra’ senza fine. Il contesto salentino è reinventato, invece, come sfondo per un intreccio che potrebbe snodarsi ovunque, perché il “messaggio, le idee politiche o la visione sociale del regista – Mattia ne è convinto – emergeranno comunque attraverso alcuni dettagli per occhi attenti”.

Tutti i film – prosegue – raccontano la società in cui nascono ed un ‘messaggio’ arriva meglio se non viene veicolato in modo diretto”. Ma, ad esempio, sotto la specie accattivante del thriller o della commedia “nera” dai toni grotteschi qual è “McBetter”. Una storia in cui il gioco perverso del Potere viene smascherato con scanzonata ironia e i rapporti di forza, motore dell’esistenza, sono tracciati mediante la tensione dell’intrigo. Non a caso, la vicenda di “McBetter” è ispirata al dramma shakespeariano di Macbeth, dove ambizione e avidità sfrenata portano a totale distruzione il protagonista che, ucciso il proprio re, si avvita in una spirale di delitti fino al tragico epilogo.

McBetter family
McBetter family

 

In “McBetter” il re da usurpare è l’attempato imprenditore Joe McBetter, proprietario di una ricca catena di fast food mentre il nuovo Macbeth è Malcom, suo genero. Entra così in primo piano il mercato del fast food, del cibo veloce, industria tra le più potenti del mondo dove le ragioni del profitto impongono lo sfruttamento dei lavoratori e la seduzione dei consumatori, specie dei bambini, mediante una pubblicità ingannevole. Una realtà che corre lungo il filo della trama con sorprese e colpi di scena, come nel più classico dei polizieschi. Singolari i personaggi di questa storia, per i quali De Pascali ha selezionato gli interpreti secondo il criterio dell’originalità e della bravura. “Durante il ‘casting’ – ci tiene a sottolineare – ho cercato attori che fossero personaggi particolari, non belle presenze.   E così è stato, compreso per il più giovane dei protagonisti, Oscar Stajano, cinque anni appena e pronipote di Giò Stajano, famosa nella ‘dolce vita’ di felliniana memoria”.

ph Silvia Cappello
ph Silvia Cappello

 

Il gruppo degli attori – Nik Manzi, Donatella Reverchon, Serena Toma e Andrea Cananiello – è affiancato da tecnici esperti come Giulio Ciancamerla, l’aiuto regista; Lucio Massa, l’organizzatore generale; Islam Mohamed detto ‘Ismo’, il direttore della fotografia; Silvia Cappello, l’assistente di fotografia; Cristina Panarese, per gli effetti speciali; Jonathan Imperiale, il segretario di edizione; Sofia Volpe e Giorgia De Carlo, per trucco & parrucco. Spiccano nella troupe due giovani talenti di Supersano, Arianna Alfarano e Valentino Galati. Arianna , brillante attrice nel teatro amatoriale ed allieva presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si è cimentata nell’impresa in qualità di abile scenografa. Valentino, noto dj, ha preso parte come addetto all’audio e compositore della colonna sonora. Dall’estro di Valentino, che opera in campo musicale nel duo “Monotron”, è nata anche la musica originale che esalta le immagini di Candy School, il cortometraggio realizzato nel 2103 da Mattia De Pascali con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “E. Frascaro”di Supersano, nel laboratorio di cinema da lui tenuto sul tema del bullismo.

Numerose le opere di Mattia selezionate in vari festival, come il Festival del Cinema Europeo a Lecce, il Castro Film Festival e il Puglia in corto a Brindisi. Intensa anche la sua collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male e quella con altri registi come Alberto Genovese, per il quale sta ultimando la sceneggiatura del film “Resurrection Corporation”.

Risultati sorretti da una solida formazione e cultura professionale. Alla laurea triennale al DAMS di Bologna, hanno fatto seguito infatti la laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita a pieni voti al DAMS di Roma Tre e la frequenza di vari corsi per ampliare la sua specializzazione. “Il cinema – dice Mattia – è diventato la mia ragione di vita”.

Più che le parole, il tono della voce e lo sguardo lasciano trapelare quanto entusiasmo, coraggio e determinazione siano necessari ad affrontare gli ostacoli che un’attività così complessa comporta. Dalla fine degli anni Ottanta, il cinema “made” in Puglia ha fatto un salto di qualità, grazie anche al supporto della Regione ma serve “qualcuno che investa cifre vere e non si appoggi solo ai limitati fondi pubblici per promuovere un’industria in grado di crescere su delle basi solide e non essere alla mercè di tagli e crisi economiche”. E’ quanto annotava Mattia De Pascali nel suo libro Multisala Salento, che reca l’eloquente sottotitolo “Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento”. Era il 2012 quando appunto osservava che mancano programmazione e infrastrutture, mancano teatri di posa e una scuola di cinema. Manca il sostegno economico  a chi è agli inizi.

Un regista emergente come Mattia De Pascali deve perciò auto produrre il suo film. Senza cedere a facili vittimismi, Mattia lavora adesso con impegno al montaggio del “McBetter”, finito di girare lo scorso aprile, per poterlo ultimare quest’anno e proporlo nel 2018 entro i circuiti di distribuzione. Anche questo è un grosso problema perché il mercato tende in genere a premiare i nomi già noti più che gli esordienti, la cassetta più che la qualità.

Ma il cinema che da sempre racconta bellissime storie, potrà forse regalarci ancora una volta sorprese ed emozioni con la ‘storia’ di Mattia De Pascali.

Per sapere di più su personaggi e interpreti della black commedy McBetter”, conoscere particolari gustosi e momenti del set, si può visitare la pagina Facebook: www.facebook.com/McBetterMovie.

 

Gli affreschi della cripta di S. Maria degli Angeli a Poggiardo (Le)

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‘Gli affreschi della cripta di S. Maria degli Angeli a Poggiardo (Le). Un ponte di arte e di spiritualità tra Oriente e Occidente’, al convegno di giovedì 8 giugno

di Paolo Rausa

La Cripta di Santa Maria degli Angeli fu utilizzata come luogo di culto dagli inizi dell’XI fino al XV secolo. Fu rinvenuta nel 1929 al centro del paese, presso l’attuale Chiesa Matrice. I culti che si sovrappongono. I meravigliosi affreschi, recuperati nel 1975 ed esposti nel Museo ipogeo della Villa Comunale, testimoniano vicende artistiche e spirituali fra le due sponde adriatiche, quella salentina e quella greca. Dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476, il Salento rimase ancorato alla parte orientale dell’Impero. Traffici e idee giungono in Salento da Oriente. Si afferma il fenomeno dell’eremitismo monastico, la cui regola fu codificata nel IV secolo da S. Basilio il Grande (330-379). A partire dal 725 per iniziativa di Leone III l’Isaurico e sino a Teofilo I (829-842), si diffonde l’iconoclastia contro il culto delle immagini sacre con la conseguente persecuzione che produsse fenomeni di culto ‘nascosto’ e di migrazioni spirituali dei monaci che trovarono nel Salento un approdo ideale. Lo scisma d’Oriente nel 1054, con la bilaterale scomunica tra Papa Leone IX ed il Patriarca di Costantinopoli, sancisce la separazione della Chiesa. Il modello greco perdura fino all’assedio di Otranto nel 1480, la cui curia aveva aderito allo scisma con il vescovo Pietro III. Altra frattura interreligiosa produce il Concilio di Trento del 1545.

Nel 1583 il sinodo diocesano, presieduto dall’arcivescovo di Otranto Pietro Corderos, sancì l’ufficiale abbandono del rito greco nel Salento, il quale perdurò sino al XVIII secolo. In questo variegato e sconvolgente quadro spirituale si realizzano nel territorio di Poggiardo e Vaste due grandi capolavori dell’arte basiliana: la chiesa rupestre dei S.S. Stefani, decorata da affreschi di diverse epoche dal X al XVI secolo, e la cripta di S. Maria degli Angeli. Al momento del rinvenimento lo stato della cripta si trovava in condizioni penose. Si decise perciò di salvare gli affreschi, separandoli dalla parete per il loro restauro e ricollocandoli in una struttura museo ipogea, montati su pannelli nella posizione originaria.

Il ciclo degli affreschi raffigura immagini di santi del culto orientale: un santo vescovo (forse San Nicola), San Giorgio nell’atto di trafiggere il drago, San Gregorio Nazianzeno e San Giovanni Teologo, Sant’Anastasio e Cristo con ai piedi la Maddalena, San Demetrio e San Nicola, San Giovanni Battista, una Vergine con Bambino, San Michele e San Giuliano, un Arcangelo Michele, Santo Stefano, San Lorenzo e i Santi Cosma e Damiano. Cristo è rappresentato in posizione benedicente alla maniera greca con solo due dita della mano, anziché tre. Il convegno si svolgerà giovedì 8 giugno, alle ore 20.00, in piazza Episcopo a Poggiardo (Le). Il suo scopo è di ‘mettere in luce gli aspetti storico, culturali, religiosi e sociali degli affreschi’ – chiarisce Massimo Gravante, assessore comunale al Turismo.

Per illustrare ‘il ruolo di ponte tra mondi, culture e religioni diverse’ interverranno Fratel Sabino Chialà, monaco di Bose, esperto di patristica orientale, e Gavriil Pentzikis, scrittore del Monte Athos (Grecia) che relazionerà su “L’affresco, mediatore multimediale di religione e cultura tra i popoli”. Anacleto Vilei, storico locale, illustrerà il suo volume “Poggiardo – Cripta S. Maria Degli Angeli. Storia e Restauri”.

Infine il convegno terminerà con l’intervento del parroco di Poggiardo, Don Maurizio Tarantino. ‘Un patrimonio di grande significato – sottolinea il sindaco Giuseppe Colafati – inserito nel ricco Sistema Museale di Vaste e Poggiardo, che comprende anche il Museo di Vaste e il Parco archeologico con l’Antiquarium, che a forma di torre messapica invita i turisti a varcare il mondo magico della storia e dell’immaginario di questo stupendo lembo di terra estrema dell’Italia, che è il Salento’.

Per i dettagli sulla cripta vedi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/20/la-cripta-e-gli-affreschi-di-santa-maria-degli-angeli-in-poggiardo/

 

L’itinerario seguito da Federico II salpato da Brindisi il 28 giugno 1228

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Giugno, lunedì 05, h. 09.00. Accoglienza ore 8.45

Brindisi. Palazzo Granafei-Nervegna (g.c.)

Sulla rotta della Francigena del Mare

 

Quando le luci della notte si rifletteranno immobili sulle acque verdi di Brindisi

Lascerai il molo confuso dove si agitano parole passi remi e macchinari

L’allegria starà dentro di te accesa come un frutto

Andrai a prua fra i negrumi della notte

Senza alcun vento senza alcuna brezza solo un sussurrare di conchiglia nel silenzio

Ma dall’improvviso rollio presentirai le cime

Quando la nave rotolerà nell’oscurità serrata

Ti troverai spersa all’interno della notte nel respirare del mare

Perché questa è la vigilia di una seconda nascita

(Sophia de Mello Breyner Andresen, Itaca)

 

Lunedì 5 giugno 2017, in occasione della XXXII Regata velica Internazionale Brindisi – Corfù, la Società di Storia Patria per la Puglia, in collaborazione con  il Circolo della Vela e il Comune di Brindisi, organizza un incontro di studi per la presentazione della Via Francigena del Mare, rotta storica sulla quale si attesta la Regata.

Atti e testimonianze evidenziano come nell’età normanno-sveva l’imbarco dei pellegrini da Brindisi alla volta di Gerusalemme, ad faciendum passagium yransmarinum, proseguisse facendo generalmente tappa a Corfù, Cerigo,  Creta, Rodi, Cipro, per poi approdare a San Giovanni d’Acri. Si tratta dell’itinerario seguito da Federico II  salpato da Brindisi il 28 giugno 1228 per la sua expeditio seu transfretatio in Terram sanctam.  Il I maggio 1229 l’imperatore s’imbarcò ad Acri  per fare rotta verso Brindisi ove giunge il 10 giugno dello stesso anno. Per il viaggio di ritorno sono noti soltanto due scali intermedi, Tiro e Limassol,  ma sembra molto probabile che il tragitto abbia ricalcato quello di andata, che a sua volta aveva seguito il classico itinerario per mare da Occidente verso Levante. Ogni popolo del Mediterraneo è unito dal mare più di quanto non lo sia dalle vie di terra; Platone fa affermare a  Socrate nel Fedone: “ritengo che la terra sia grandissima e che noi, dal Fasi alle colonne d’Ercole, non ne abitiamo che una ben piccola parte, solo quella in prossimità del mare, come formiche o rane intorno a uno stagno”.

La Regata Internazionale Brindisi Corfù ripercorre a vela, oggi come allora, un tratto di quella rotta con l’obiettivo di unire e diventare un punto d’incontro tra i popoli grazie a quello spirito sportivo e agonistico da sempre linguaggio universale capace di creare le più salde e costruttive sinergie tra gli uomini. Sulla stregua di questo ideale, nelle edizioni comprese tra il 2000 ed il 2002, la regata fu rinominata “Regata per i Diritti Umani“, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il Convegno, che vede anche il patrocinio del consolato di Grecia a Brindisi, prevede la partecipazione di storici e studiosi che presenteranno le evidenze e le testimonianze storiche legate alla Via Francigena del Mare, con l’obiettivo di raccogliere materiale storico-scientifico di supporto alla candidatura della rotta all’Associazione Europea delle vie Francigene e al Consiglio d’Europa per il suo riconoscimento ufficiale.

Nella circostanza sarà avanzata la candidatura  del Sistema difensivo territoriale brindisino quale sito da inserire nella World Heritage List, della Convenzione sul patrimonio mondiale.

 

Comitato Scientifico:

Pasquale Corsi – Università di Bari

Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Pasquale Cordasco – Università di Bari

Direttore del Centro Studi Normanno-Svevi dell’Università di Bari

 

Hubert  Houben – Università del Salento

Professore I Fascia. Ordinario di Storia Medievale, Presidente del Centro Interdipartimentale di Ricerca sull’Ordine Teutonico nel Mediterraneo

 

Luciana Petracca – Università del Salento

Professore aggregato di Storia Medievale; Professore aggregato di Archivistica

 

Giancarlo Vallone – Università del Salento 

Preside Facoltà di Giurisprudenza. Professore I Fascia.  Ordinario di Storia delle istituzioni politiche

 

Maria Stella Calò Mariani –  Università di Bari

Docente emerito di storia dell’arte.

 

 

Programma

Lunedì 5 giugno 2017

ore 08.45 Registrazione dei partecipanti

 

ore 09.00

Saluti degli organizzatori e delle autorità

 

ore 9.30.

Sulla rotta di levante. da Brindisi a corfù verso gerusalemme

 

Interventi introduttivi

Francesco Rutelli

Coordinatore del Gruppo per le Antiche Vie Culturali e Religiose, in primis la via Francigena, presso il Pontificio Consiglio della Cultura

 

Massimo Tedeschi

Presidente dell’Associazione Europea delle Vie Francigene

 

Relazioni

Giuseppe Maddalena Capiferro

Società di Storia Patria per la Puglia

Brindisi e la crociata di Federico II

 

Marco Leo Imperiale

Archeologo medievista – Università del Salento

Diari di pellegrinaggio tardo medievali

 

Giuseppe Marella

Viator Studies Centre  dell’Università del Salento

Da Brindisi a Corfù verso Gerusalemme nel medioevo

 

Luici Oliva

Viator Studies Centre  dell’Università del Salento

Il viaggio petrino dalla Terrasanta a Roma

 

Cristian Guzzo

Società di Storia Patria per la Puglia

I Normanni e le vie di comunicazione nel meridione d’Italia

 

Giacomo Carito

Vice Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia

Sulla rotta Brindisi Corfù tra reale e immaginario

ore 11.30

Sulla rotta da levante a ponente.

Presentazione della candidatura  del Sistema difensivo territoriale brindisino quale  sito da inserire nella World Heritage List, della Convenzione sul patrimonio mondiale

 

ore 11.45

Tavola rotonda sulla proposta di candidatura

 

ore 12.30 Coffee break

 

Moderano: Francesca Mandese del Corriere del Mezzogiorno e Giuseppe Rollo della  Società di Storia Patria per la Puglia

Locandina

Museo diocesano di Nardò. Si inaugura il 7 giugno

DIOCESI DI NARDO’-GALLIPOLI

 

INAUGURAZIONE DEL MUSEO DIOCESANO

SEZIONE DI NARDO’ “Mons. Aldo Garzia”

Nardò, Basilica Cattedrale

7 giugno 2017

Ore 18

Concelebrazione Eucaristica presieduta da  S.E.Mons. Rino FISICHELLA

Ore 19

Introduzione

Mons. Giuliano SANTANTONIO, direttore dell’Ufficio Beni Culturali e del Museo

Saluti

Dott. Michele EMILIANO, presidente della Regione Puglia

Arch. Maria PICCARRETA, soprintendente ABAP per le province di Lecce-Brindisi-Taranto

Avv. Giuseppe MELLONE, sindaco della Città di Nardò

Intervento di

S.E.Mons. Rino FISICHELLA, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova  Evangelizzazione

Conclude

S.E.Mons. Fernando FILOGRANA, vescovo di Nardò-Gallipoli

 

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Il Museo del Bosco a Supersano

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di Paolo Vincenti

A Supersano, nel dicembre 2011, è nato il MUBO, ossia il Museo del Bosco. E’ un progetto che viene da lontano e nasce dalla acquisita consapevolezza da parte dei supersanesi della eccezionale portata storica di cui il proprio comune è depositario.

Un progetto che inizia moltissimi anni fa quando gli studiosi locali pubblicavano le ricognizioni storiche sull’antico Bosco di Belvedere, di cui Supersano era parte integrante, sul sito archeologico della zona Scorpo, dove sorgeva un villaggio bizantino, sulla Specchia Torricella e sulla chiesa rupestre della Coelimanna. Un progetto che prende il via a seguito di una importante campagna di scavi eseguiti in località Scorpo dal Laboratorio di Archeologia Medievale dell’Università del Salento, guidato dal prof. Paul Arthur. Si è così scoperto che le origini di Supersano risalgono addirittura al Paleolitico e questa zona era frequentata fin dalla notte dei tempi. Il Bosco del Belvedere si può definire un enorme polmone verde dove, fino a poco più di cento anni fa, si estendeva un’area boschiva che interessava l’agro di ben quindici comuni. Il Mubo, realizzato con fondi regionali PIS 14, nasce proprio per raccontare la storia di queste eccezionali scoperte e dello specifico ecosistema del Belvedere.

Nelle intenzioni dei proponenti, “il Museo vuole porsi come punto di riferimento per un vasto territorio al di là dei limiti comunali di Supersano. L’allestimento coniuga le esigenze didattiche con una attenta ricostruzione ambientale, archeologica e storica, garantita dalla partecipazione al progetto di docenti dell’Università del Salento sotto la direzione scientifica del prof. Paul Arthur. Le diverse sale espositive, le ricostruzioni grafiche realizzate dallo studio Inklink di Firenze, i reperti archeologici, la riproduzione di manufatti ceramici e degli strumenti litici atti alla loro lavorazione, consentono al visitatore di fruire di un percorso informativo di particolare interesse e suggestione.” Questo progetto è costato molti sforzi ai suoi ideatori e realizzatori.

Rocco De Vitis negli anni '80, ritratto alla sua scrivania nell' "esotico" studio da lui stesso arredato
Rocco De Vitis negli anni ’80, ritratto alla sua scrivania nell’ “esotico” studio da lui stesso arredato

 

E a descrivere il frutto del pluriennale lavoro, è stato pubblicato, a cura di Maria Antonietta Bondanese, il Catalogo: “Supersano. Arte e Tradizione, scoperta e conoscenza. Mubo Museo del Bosco”, con il patrocinio del Comune di Supersano, della Provincia di Lecce e dell’Università del Salento. Con i testi di Maria Bondanese e la grafica di Simone Massafra, è un utile strumento di conoscenza (ha anche un sito: www.museodelbosco.it) a vantaggio dei tanti turisti che soprattutto d’estate affollano le nostre contrade ma anche dei salentini che vogliano conoscere le meravigliose ricchezze custodite da questo territorio. Perché di quanto fatto rimanga traccia, perché il comune supersanese venga maggiormente conosciuto ed apprezzato, perché il museo del bosco non sia una cattedrale nel deserto.

Del bosco di Supersano, delle Vore e del Lago Sombrino, si è occupato anche il nostro Rocco De Vitis in “Soste lungo il cammino”(Taviano, Grafiche Aesse, 1991). Con una “breve panoramica geologica” descrive la nascita delle Vore o Ore di Supersano, delle quali la più consistente è quella a sud del Cimitero, accanto al Santuario della Madonna della Coelimanna, detta “Fago” o “Fao”. Questa vora, spiega De Vitis, non riuscendo a contenere l’enorme getto di acqua proveniente a seguito delle ingenti piogge dai paesi circonvicini, produceva estesi allagamenti. La vora, il cui carico d’acqua diventava insostenibile, ben presto sprofondò in una voragine che creò un vero e proprio lago, di ben 100 ettari, il Lago Sombrino. Successivamente, venne creato artificialmente un altro lago che potesse contenere parte delle acque del Sombrino e ad esso collegato tramite un canale di comunicazione, sicché questo fu il lago della Padula, mentre il Sombrino, ormai prosciugato, scomparve del tutto. De Vitis dedica alle Vore e al Lago Sombrino anche una significativa poesia: “Allor che tu ancora / non eri, venata / da mille canali / fenduta travolta / da mille torrenti, / d’intorno ti stava / la giovine Terra: / e tu Supersano / ancora non eri /”.

Il rapporto fra De Vitis e il Bosco di Supersano viene ripreso da Cristina Martinelli proprio nel recentissimo libro “Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista” (Soc. Storia Patria sez. Lecce, Grifo 2017). Nel suo contributo ,“Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, la Martinelli sottolinea come De Vitis, “da vero patriarca per l’intera comunità della sua amata Supersano”, avesse compreso “la bellezza dei luoghi, la ricchezza di Storia che custodivano” ed analizza la suddetta poesia, fra interesse documentaristico e afflato poetico.

Tornando al Mubo, dobbiamo dire che un museo non deve essere solo deposito di conservazione di oggetti del passato ma centro di ricerca attivo, di produzione ed elaborazione di documenti. Del pari, un museo non dovrebbe fare solo una esposizione di materiali e oggetti vari, ma incoraggiare anche una loro riproposizione, non essere solo un museo didattico, luogo di confronto teorico, ma anche didascalico, e svolgere quelle funzioni tecniche che sono date dalla natura stessa degli oggetti musealizzati. Un museo, ogni museo pubblico, è vincolato alla sua funzione sociale ma anche alle scelte di politica culturale operate da chi deve governarlo. E dunque, se sulla serietà del lavoro condotto fin qui garantisce la direzione scientifica del Prof. Paul Arthur (la cui prestigiosa firma compare in calce alla presentazione del libro), alle diverse amministrazioni comunali che si succederanno spetterà il compito di gestire il Mubo.

ll Museo del Bosco è ospitato nello storico Castello Manfredi, sede del Comune, nel cuore del centro abitato. L’iter espositivo si snoda attraverso sette sale, su due piani, un book shop e la torre medievale. Davvero consigliabile una visita. Il libro che lo documenta è diviso in quattro sezioni tematiche. Nella prima sezione, dopo la Presentazione del Prof. Paul Arthur ed i Saluti dei passati Sindaco e Consigliera alla Cultura del Comune di Supersano, Dott. Roberto De Vitis e Prof.ssa Maria Bondanese, vengono offerte delle tracce sul territorio di Supersano e sulla sua storia, sul Castello Manfredi e sulla Torre Medievale.

Nella seconda sezione, si entra nel vivo della trattazione, con la descrizione particolareggiata del Museo, delle sue Sale e della collezione in esse contenuta. Nella terza sezione tematica, vengono trattati i luoghi di interesse del territorio e segnatamente “La cripta della Madonna della Coelimanna”, a cura di Stefano Cortese, “Il santuario della Vergine di Coelimanna”, a cura di Stefano Tanisi, “L’albero della manna”, a cura di Francesco Tarantino, i Menhir, le Masserie, “ I percorsi naturalistici”, a cura di Michela Ippolito, e la Chiesa Matrice.

La quarta sezione raccoglie le Informazioni utili, ricettività, gastronomia, numeri d’emergenza, insomma tutto ciò che il turista che viene a Supersano deve sapere. Al libro, che per essere un opuscolo reca un apparato bibliografico davvero poderoso, si affiancano alcune brochure, anch’esse molto curate dal punto di vista grafico, che offrono uno strumento di più agile consultazione. Chiaro che il museo, per sua stessa definizione, è un contenitore di reperti del passato, di oggetti che non hanno più vita nel presente. Dunque, per il suo status semiologico, esso non può parlare il linguaggio della vita ma un meta- linguaggio, cioè il linguaggio della riflessione sulla vita. Resta fermo però che, se non “vitalmente”, certo “museograficamente”, un museo debba essere “vivo” e parlare ad un pubblico quanto più vasto possibile.

Scrive ancora Rocco De Vitis: “Da lungi venivan / le acque trascinando / e tronchi e ciottoli / ed ossa di mostri, / cercando la quiete / a pie’ de l’altura / che cinge i tuoi campi / e tu Supersano / ancora non eri /.

 

Libri| Quando Ippocrate corteggia la Musa

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QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA

                                            A ROCCO DE VITIS MEDICO E UMANISTA

di Paolo Vincenti

Il 4 maggio 2017, nella Sala Chirico degli Olivetani dell’Università del Salento, è stato presentato il volume “QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA” dedicato al Dott. Rocco DE VITIS, medico e umanista, per i vent’anni della sua scomparsa. Ha coordinato il Prof. Mario Spedicato, Presidente della sezione di Lecce della Società di Storia Patria; sono intervenuti i proff. Luigi Montonato, Alessandro Laporta, Eugenio Imbriani; ha concluso la prof.ssa Maria Antonietta Bondanese.

Un titolo molto suggestivo che coniuga, in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis: la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente.

“QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA – A ROCCO DE VITIS MEDICO E UMANISTA”, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017).

Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo una bella testimonianza di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall’Eneide), carica di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP. Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che emergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione queste figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, come scrive il prof. Spedicato, “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”.

Rocco De Vitis, “don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo “Pietro Colonna” di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico e Ufficiale Sanitario nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ Eneide di Virgilio nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi nel 1988 un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani: le Bucoliche e le Georgiche, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore.

Rocco de Vitis nel 1941 in veste di tenente medico sul fronte greco-albanese
Rocco de Vitis nel 1941 in veste di tenente medico sul fronte greco-albanese

 

L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali, e a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano che aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus. Successivamente pubblicò Soste lungo il cammino, nel 1990, e Naufragio a Milano, nel 1994. Morì nel 1997 ad 86 anni.

Di lui, prima della presente opera, si sono interessati, solo per citarne alcuni, Enzo Panareo, che ha scritto la Prefazione della traduzione dell’ Eneide, Antonio Errico, Giorgio Barba, Florio Santini, Paolo Vincenti, Gino De Vitis, Direttore de “Il Nostro Giornale”, il quale, insieme a Maria Bondanese, si è speso moltissimo in questi anni per tramandare la memoria del medico umanista, ed altri.

Il libro si apre con una citazione che viene dalla letteratura latina: Homo sum, nihil humanum mihi alienum puto, tratto da una commedia di Terenzio. Il primo contributo è di Paolo Vincenti, “Il medico dalla scorza dura. Profilo bio bibliografico di Rocco De Vitis”, che riporta appunto la bibliografia degli scritti del medico umanista. Segue il contributo di Aldo de Bernart, storico e scrittore parabitano ruffanese, scomparso nel 2013, che fu molto amico del dottor De Vitis. Il contributo di de Bernart è tratto da una manifestazione tenutasi a Supersano nel 2007 in occasione del decennale della scomparsa del medico. Lo scritto di Maria Bondanese, “Il dottore: una vita, una storia che parla di noi”, è il più carico di sentimento e non potrebbe essere altrimenti essendo la Bondanese, non soltanto nuora di De Vitis, ma la più fervente ammiratrice del medico umanista, la più gelosa custode delle sue memorie. In effetti, in questi anni, se è stata tenuta viva la memoria del De Vitis, ciò si ascrive a merito della dinamica Bondanese, e a maggior gloria del dottore. Lo scritto di Maria, con il titolo “Rocco De Vitis, dottore” era già apparso in “Apulia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese” (Martano editrice), nel dicembre 2007, così come da “Apulia”, stesso numero, proviene anche l’accorato scritto di Aldo Bello (“Il tarlo dell’umanesimo”), che della rivista matinese era Direttore e la cui prematura scomparsa costituisce un’altra dolorosa perdita per la cultura salentina.

Bondanese ricostruisce le drammatiche tappe dell’esperienza fatta al fronte dal dottor De Vitis, rileggendo il suo diario di guerra. Questa intensa testimonianza della Seconda Guerra Mondiale, vissuta in prima persona dal protagonista, servì poi da spunto al medico per l’opera Soste lungo il cammino. Nel suo scritto Bondanese si sofferma anche sulle opere maggiori di De Vitis, le traduzioni di Eneide, Georgiche e Bucoliche, e sono anche riportate belle foto in bianco e nero con gli autografi di De Vitis, gli scenari di guerra che egli toccò nella sua esperienza di soldato, e anche dei manoscritti della traduzione dell’Eneide. Inoltre vengono da lei ricostruiti i momenti salienti dell’attività sociale e politica del medico nell’immediato secondo dopoguerra, sullo sfondo storico di quell’epoca di ricostruzione e grandi mutamenti. Alla fine del pezzo, troviamo delle foto del Dottore in occasioni pubbliche e in occasione della inaugurazione della chiesetta eretta per devozione a San Giuseppe, nel 1984, sulla Serra supersanese.

Molto significativo, anche per l’alta carica ricoperta dal suo autore, è il testo di Don Gerardo Antonazzo, originario di Supersano e Vescovo di Sora-Cassino-Aquino Pontecorvo: “Nella sapienza del cuore la vera saggezza”. Ma c’è un altro prelato che contribuisce al volume ed è Don Oronzo Cosi ( con “Una specie in via di estinzione”), non meno caro ai supersanesi, in quanto Parroco del paese. Viene poi ripubblicato un testo di Mario Marti, “Io e Il Nostro Giornale”, indirizzato alla rivista supersanese, appunto “Il Nostro Giornale” ( una delle più longeve esperienze editoriali del Salento), nel maggio del 1997. Interessante anche il contributo di Carla Addolorata Longo, “Un mirabile lascito di pensiero e di vita”, che si sofferma sulle pubblicazioni di De Vitis trovando spunto nelle tematiche da esse affrontate per occuparsi anche della nostra attualità più stringente. Matteo Greco, nel suo “Sprofondamenti metropolitani e orizzonti meridionali”, analizza in particolare l’opera “Naufragio a Milano”.

“Un’esperienza indimenticabile”, definisce lo scultore Antonio Elia la realizzazione, per conto del dottor De Vitis, di alcune opere nella Chiesa di San Giuseppe, adornata anche dalle pitture di Ezio Sanapo, sulla collina supersanese. Elia illustra le varie fasi di lavorazione fino alla perfetta conclusione del tutto. Nella seconda sezione del libro, “L’humus dell’humanitas”, troviamo alcuni contributi che legano l’omaggio a Rocco De Vitis con la conoscenza del suo territorio, Supersano e il basso Salento.

Il primo contributo è “Breve profilo socio-economico del Salento negli anni ’50” di Gianfranco Esposito; poi “La decorazione nella cripta della Madonna Coelimanna”, di Stefano Cortese e “Il Santuario della Vergine di Coelimanna in Supersano” di Stefano Tanisi; seguono “Supersano Torrepaduli Ruffano” di Vincenzo Vetruccio e “Il dialetto di Supersano” di Antonio Romano. In particolare, i contributi di Cortese e Tanisi erano apparsi, in forma sintetica, nella guida del MUBO-Museo del Bosco di Supersano, lo scrigno che contiene la memoria storica dell’antico Bosco di Belvedere, ricordato anche da Cristina Martinelli nel suo scritto “Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, in cui analizza una poesia del De Vitis, tratta dal libro Soste lungo il cammino, dedicata al “Lago Sombrino”, un tempo preziosa risorsa del Bosco.

Molto interessante e documentato l’intervento di Giuseppe Caramuscio, “La memoria della Scuola come scuola della memoria: Galatina e il suo Liceo Classico”, una storia del prestigioso Liceo Colonna di Galatina frequentato da Rocco De Vitis e dal grande Mario Marti. Parimenti interessante il contributo di Alessandro Laporta, “Se è lecito al medico esser poeta (Galateo, Meninni, De Giorgi, De Vitis)”, il quale fa una carrellata di dotti ed eruditi del passato che alla medicina erano legati per interesse o professione dimostrando magistralmente come l’arte ippocratica e quella poetica, scienza e humanitas, come dicevamo all’inizio, rappresentino un forte connubio esemplato dall’amore riversato dal Nostro verso entrambe le discipline. Remigio Morelli si occupa della dolorosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale “Un anno sul fronte greco-albanese”, che vide impegnato Rocco De Vitis, come già ricordato.

Quello di De Vitis va ad unirsi a tanti altri ritratti di salentini illustri che in questi anni la Società di Storia Patria Sezione Lecce ha tracciato nelle sue tre collane. Emerge un amore incondizionato nei confronti della piccola patria da parte di questi suoi figli devoti, non solo studiosi e specialisti delle humanae litterae, ma anche esponenti delle professioni più disparate che a vario titolo si sono confrontati con la letteratura, la poesia, il romanzo, i racconti, la memorialistica, ecc.. Questo, il caso del Nostro, che per tutta la vita ha coltivato, proprio come la sua campagna, l’amore per la letteratura latina e per Virgilio e che con l’opus magnum del “savio gentil che tutto seppe” ha intessuto un lungo dialogo. Sembra quasi di vederlo, De Vitis che, spogliatosi dei panni rustici di ritorno dalla campagna, e indossato l’abito buono, novello Machiavelli de “Le lettere familiari”, penetra “nelle antique corti delli antiqui uomini”, interrogando filosofi, storici e poeti del passato, e “da loro amorevolmente ricevuto”, gli domanda le ragioni delle loro azioni e quelli gli rispondono.

Con la terza sezione del libro, “Vergiliana”, si entra nel vivo dell’opera maggiore di De Vitis, la traduzione dell’Eneide. Questa sezione è una antologia di saggi critici a cura di latinisti che sviscerano l’opera devitisiana entrando nel merito di contenuto, stile, traduzione, metodologia, con approccio specialistico. Gli studiosi, che danno a questa sezione del libro un taglio tecnico scientifico sono: Giovanni Laudizi, con “La traduzione dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche”; Maria Elvira Consoli, con “Dell’Eneide di Rocco De Vitis”; Paola Bray, con “ Quali doni, quali a te mai darò per tale carme?”; Antonio Errico, con “Il traduttore, il suo poema, i segreti del verso”; Maria Francesca Giordano con “Un segmento di lettura didattica sfogliando le pagine dell’Eneide”; Angela Maria Silvestre, con “La missione di Enea e la traduzione di Rocco De Vitis”; Paolo Agostino Vetrugno, con “Le traduzioni devitisiane di Virgilio tra espressività ed armonia”; Giuseppina Patrizia Morciano, con “L’epicità di Virgilio. Tradizione e traduzione nella lettura di un classico”.

La quarta sezione, “Tra storia e Letteratura”, riserva spazio a contributi di storia e conoscenza del territorio, in linea con la vocazione di questa collana editoriale. Troviamo allora Alessandra Maglie, con “Conflitti e narrazioni nella Terra del Rimorso. Tarantismo ed esperienza mitica secondo Ernesto De Martino”; Maria Antonietta Epifani, con “Maria Manca: la santa di Squinzano”; Sergio Fracasso, con “Il progetto ‘fallito’ dell’Orfanotrofio San Francesco (poi Istituto ‘Margherita di Savoia’) e il problema dell’infanzia abbandonata alle soglie del decennio francese”; Antonio Cataldi, con “ Contributo per una storia dei missionari lazzaristi italiani in Etiopia ed in Eritrea nel periodo coloniale”; Michele Mainardi, con “L’Istituto tecnico di Lecce e l’Orto Agrario”; Arcangelo Salinaro, con “Il letterato Alfredo Mori in Puglia: una caso”; Luigi Scorrano, con “ Con un vescovo di fronte alla guerra e nell’Inferno di Dante”.

Con l’Indice dei volumi pubblicati si conclude questo libro. Un’opera imponente, per qualità e mole dei contributi presenti, per la quale dobbiamo essere grati al medico umanista De Vitis.

 

Giuseppe Palmieri sull’agricoltura e la pastorizia del Tavoliere del Settecento

di Michele Eugenio Di Carlo*

Il salentino Giuseppe Palmieri (Martignano, 5 maggio 1721 – Napoli, 30 gennaio 1793), illustre membro della nobiltà del Regno, è chiamato nel 1787 da Acton a far parte del Supremo Consiglio delle Finanze, dove ha modo di proporre incisivamente le sue idee a supporto di un’agricoltura libera da «ostacoli e intralci alla produzione e alla distribuzione dei beni», mediante leggi riformatrici che «eliminino monopoli e abusi, migliorino l’istruzione dei proprietari stessi»[1].

Saverio Russo spiega chiaramente i passaggi attraverso i quali Palmieri giunge a concludere che l’arretratezza agricola del Tavoliere sia da attribuire al sistema della Regia Dogana, estraendo dai Pensieri economici, pubblicati nel 1789, il seguente passo: «L’agricoltura non può migliorare del suo stato durante il sistema del Tavoliere. Non può eseguire la coltivazione al tempo che conviene […] ma deve aspettare il termine prescritto»[2], e dal testo Della ricchezza nazionale, pubblicato più tardi nel 1792, la seguente locuzione che, ponendo fine a riflessioni ed incertezze, non ammette più ripensamenti:

«… è fuor di ogni dubbio, che la pastorizia Pugliese offendi l’agricoltura; anche se non si vuole rinunciare all’uso della ragione, ed all’aumento della ricchezza nazionale, bisogna sbandire questa barbara pratica intieramente dal Regno[3]».

Le drastiche conclusioni a cui giunge Palmieri sono abbondantemente spiegate nel capo III del testo citato, dedicato al tema della ricchezza derivante dalla pastorizia. Per l’economista la pastorizia transumante del Tavoliere è una «pastorizia barbara», praticata da «popoli rozzi», che ha reso un «delitto il coltivar la terra», che ha «dichiarato la guerra all’agricoltura», che può esistere solo dove vi siano vaste aree desertiche o laddove «non si vogliono né uomini, né agricoltura, e si desidera convertire in un deserto il paese».

E tale è il Tavoliere sul finire del Settecento: un deserto privo di alberi con corsi d’acqua non regolamentati che finiscono per produrre paludi e stagni, cagione di malattie malariche che deprimono una già scarsa popolazione.

Per avvalorare le proprie tesi Palmieri ricorre ad esempi di «nazioni culte» in cui pastorizia e agricoltura non sono in antinomia, l’una contrapposta all’altra. Solo per rimanere nella penisola italica, l’autore cita le lane prodotte a Padova – nettamente superiori per qualità e prezzo a quelle pugliesi, prodotte da pecore che vivono in maniera stanziale in campi coltivati –, a dimostrazione che «dove non si cerca, che l’utile, il privare un terreno delle ricche produzioni dell’agricoltura per ottenere le più scarse della pastorizia, rappresenta una condotta strana, in cui non si ravvisa segno alcuno di ragione».

Se si vuole che la pastorizia diventi nel regno di Napoli un settore economico vitale occorre «distruggere Tavoliere, Doganelle e Stucchi», liberandola da vincoli, divieti, impedimenti: «Sia libero a chiunque il vivere da Tartaro: non s’impedisca, non si vieti; ma non si ajuti, non s’inviti, non si comandi».

Tra l’altro, anche in Puglia, nella provincia di Bari e in Terra d’ Otranto, le pecore vivono all’occorrenza al coperto in ricoveri. A Palmieri sembra inutile continuare a sprecare tempo ed energie per dimostrare una verità così evidente: «la pastorizia barbara non può recare che danno, e minorare la ricchezza di una nazione culta»[4].

Per Di Cicco «il profilo della Dogana e del Tavoliere», che balza fuori dalle pagine della sua meritatamente famosa Memoria[5], è icasticamente conforme al vero. Lo stesso Di Cicco, ne Il problema della Dogana delle pecore nella seconda metà del XVIII secolo, sintetizzerà perfettamente le riflessioni e i quesiti posti da Palmieri:

«Perché difendere la pastorizia del Tavoliere, quando essa, conti alla mano, rende meno di quella esercitata altrove? Perché ritenere aprioristicamente che nel Tavoliere niente altro che il gregge possa trovare mezzi di sussistenza, quando tutto il sistema della Dogana congiura contro ogni tentativo innovatore? Perché, infine, allo scopo di giustificare il favore concesso alla transumanza sul demanio armentizio, chiamare in causa la pretesa necessità di provvedere ai bisogni degli abruzzesi, quando è noto che questi, se fossero liberi di poter scegliere, dirigerebbero i loro animali ad altri pascoli, e scendono nel Tavoliere solo perché costretti dalla legge?»[6].

  • Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia

 

1 F. DIAZ, Politici e ideologi, in Letteratura italiana, cit., pp. 300-301.

2 G. PALMIERI, Pensieri economici relativi al Regno di Napoli, Napoli, 1789, p. 108; cit. tratta da S. RUSSO, Abruzzesi e pugliesi: la ragion pastorale e la ragione agricola, in «Mélange de l’école française de Rome, Moyen age – Temps modernes», tome 100, 1988, n. 2, p. 932.

3 G. PALMIERI, Della ricchezza nazionale, Napoli, 1792, p. 107; cit. tratta da S. RUSSO, ibidem.

4 Cfr. G. PALMIERI, Della ricchezza nazionale, cit., pp. 101-107.

5 G. PALMIERI, Memoria sul Tavoliere di Puglia, in Raccolta di memorie e di ragionamenti sul Tavoliere di Puglia, Napoli 1831, pp. 89-119.

[6] P. DI CICCO, Il problema della Dogana delle pecore nella seconda metà del XVIII secolo, cit., pp. 67-68.

I comizi in piazza di una volta, con correlate razzie e abbuffate di nespole

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di Rocco Boccadamo

Ieri sera, mi sono messo ad assistere, arrivando a trattenermi solamente sino a un certo punto, allo spettacolo, propinato come interessante e, però, più che altro triste e avvilente, del talk show di turno, in onda nel palinsesto di una nota ed estesa rete televisiva privata.

Fra gli argomenti proposti, a spiccare maggiormente, è stata la vicenda, invero affatto nuova e/o originale, della diffusione, anzi pubblicazione, di alcune intercettazioni telefoniche, dal contenuto, se non clamoroso, indubbiamente ad alto effetto in seno alla pubblica opinione, aventi per protagonisti un padre e un figlio, o viceversa.

Con la speciale peculiarità, che uno degli interlocutori s’identifica con il più importante esponente politico e, fino a poco tempo fa, anche governativo, del nostro Paese.

Di fronte al conduttore della trasmissione, un esperto e affermato giornalista (l’autore, diciamo così, dello scoop) e un parimenti conosciuto personaggio politico dello schieramento del dianzi richiamato leader, chiaramente lì mandato come panzer contraddittore e negatore all’estremo delle evidenze, o per lo meno verosimili evidenze, emerse dalla faccenda, che, forse, doveva rimanere segreta.

Tra le parti sono sprizzate scintille e, addirittura, volati insulti a ripetizione, eccessi certamente non cancellati, alla fine, dalla stretta di mano di pura maniera.

Segno e conferma, cotanta scena, della campagna elettorale che, dalle nostre parti, si svolge e sussegue ormai in permanenza.

Esausto, anche perché erano suonate le ventitré, ho pigiato sul tasto stop del telecomando, non senza, tuttavia, in quell’attimo, ricondurre alla memoria, nitide e fresche, le immagini di stagioni elettorali lontane, circoscritte in archi di due/tre mesi, vere, autentiche e animate, con la medesima intensità, dai protagonisti, o candidati come meglio dir si voglia, da una banda e dalla gente, dall’altra.

Sia che fossero elezioni politiche, sia che si trattasse di consultazioni amministrative, l’impostazione e il clima erano quasi identici e, soprattutto, non esistevano, allora, distanze o distacchi fra le popolazioni e il cosiddetto palazzo.

Anche se, di là dalle procedure ufficiali e dalle regole burocratiche, gli eventi si tenevano alla buona, con veicoli di comunicazione consistenti appena in immaginette propagandistiche (santini) degli aspiranti consiglieri o onorevoli e manifesti, con o senza l’effige della persona in lista, che ricoprivano i muri delle case e degli edifici in genere.

E poi, ovviamente, i comizi all’aperto, tenuti dai gareggianti locali o dai potenziali parlamentari.

A comprova della sopra ricordata vicinanza fra la gente e il potere politico, a queste ultime manifestazioni in piazza partecipava l’intera comunità paesana; chi amava assistervi, in piedi o accomodato su una seggiola portata da casa, nelle prime file rispetto al palco dell’oratore, arrivava sul posto anche due ore prima dell’evento, già annunciato per le vie del paese anche per opera del pubblico banditore, che girava in bicicletta, con tanto di suoni di tromba per richiamo.

Pure noi piccoli marittimesi, con riferimento al periodo dal 1948 al 1958, eravamo coinvolti nell’atmosfera delle tornate elettorali e nella relativa “macchina” organizzativa, in ciò agevolati dalla circostanza che coincidevano con la fase finale dell’anno scolastico, le verifiche erano terminate e si attendevano solamente gli scrutini.

Ad esempio, collaboravamo con gli adulti nell’affissione dei manifesti e nella distribuzione dei santini.

Ma, con la furberia propria della fanciullezza e dell’adolescenza, la sera, in concomitanza con i comizi, compivamo spesso un’altra azione.

In sostanza, sicuri di aver spazio libero e di non essere scoperti, anziché trattenerci in piazza dove si raccoglieva la totalità della popolazione, sciamavamo in direzione di giardini e campi in zone periferiche della località. Lì, varcando agevolmente muretti di recinzione o dischiudendo precari portoncini, ci portavamo ai piedi o sui rami di alberi di nespole, piante di cui possedevamo un vero e proprio inventario logistico, cogliendone e mangiando a più non posso i succosi frutti, che giungevano a maturazione giusto in quel tempo.

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Da notare che, per via delle cene frugali appena consumate in famiglia e, quindi, dello stomaco ancora capiente, tali scorpacciate clandestine si protraevano a lungo, all’incirca per tutta la durata dei comizi.

Le nostre missioni per incette di nespole iniziavano, di solito, dal fondo “Monticelli” del mio nonno paterno Cosimo e, dopo, proseguivano in vari altri appezzamenti di parenti o semplici conoscenti, dove sapevamo perfettamente che ci fossero piante della specie.

Ad agevolare la nostra opera, rispetto al manto del buio, timido nella prima sera e via via più fitto, il brillio delle stelle e, quando c’era, il raggio delicato della luna, mentre, qua e là, grilli, lucciole delicate e civette stanziali davano l’impressione di non accorgersi o non curarsi delle nostre invasioni, seguitando, invece, a manifestare le loro abituali voci e lucine color verde azzurro.

Tutto si compiva, alla fine, con il rientro nelle nostre abitazioni, abbinato o confuso con il ritorno dei nostri genitori e parenti che avevano partecipato ai comizi.

Morale, vuoi mettere quelle antiche esperienze di campagne elettorali con le manifestazioni e caratteristiche che hanno luogo adesso?

Anti-aging naturale grazie al melograno

melagrane

Già noto nell’antichità per le sue proprietà nutraceutiche ora si scopre che la urolithine, prodotta dal nostro microbiota intestinale a partire da un composto naturale del melograno, avrebbe la capacità di ripristinare la piena attività dei mitocondri, mantenendo vive più a lungo le cellule…

Leggi l’articolo:

http://www.teatronaturale.it/tracce/salute/24214-antiaging-naturale-grazie-al-melograno.htm

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

di Marcello Buttazzo

L’amicizia è un giacimento di calie preziose, un tesoro di sole, uno dei beni immateriali di più inesausto sapore, che armonizza il mondo, che salva la vita. Ho conosciuto Rocco Boccadamo nel settembre 2012, a Lucugnano, a Palazzo Comi. Con Vito Antonio Conte e con Giuliana Coppola presentavamo il mio libretto di poesie, “E ancora vieni dal mare”, nella Casa di rose del preclaro poeta. A Rocco, di cui in passato avevo già letto alcune sue lettere sulle rubriche de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e de “Il Corriere del Mezzogiorno”, donai la mia silloge. Su quell’incontro Rocco scrisse amorevolmente sul sito della Fondazione Terra d’Otranto. Prima del trascorso Natale, Rocco s’è recato nel mio paese, Lequile, e mi ha donato il suo ultimo lavoro “Luca e li bancario” (pubblicato da Spagine – Fondo Verri Edizioni). Rocco ha avuto, finora, varie e intense esistenze. Agli albori delle primavere, sboccia la sua vita fanciulla, bambina, di arguto adolescente, di giovinetto diligente e studioso. Una esistenza giocata e bordeggiata a Marittima, nei paesi vicini, con il riverbero del mare negli occhi, confortato dalla Natura e dagli affetti più cari. Dopo il diploma, conseguito in modo brillante, Rocco ha iniziato, quasi subito, per una serie di motivi, l’attività lavorativa di bancario. Che lo ha portato in giro per l’Italia. Un lavoro denso di soddisfazioni, di abnegazione, di alacre operosità. Nel libro “Luca e il bancario”, mi colpisce, tra le tante cose, la descrizione emozionale e vibratile di Rocco nel ricevere il suo primo stipendio. Nella fase adulta, lui ha traversato e traversa il tempo e respira il suo giardino più intricato di sogno e di sperimentazione: quello della scrittura. Da grande Rocco ha deciso che la scrittura dovesse essere la sua ineludibile compagna di viaggio, la panacea universale, la sua musa prediletta e preferita, campo immenso di rossi papaveri e d’esplorazione del vivente. Dal 2004, pubblica sistematicamente i suoi volumetti di storie vivide d’amore e di paesaggi incontaminati. Scrive su Internet, per diversi periodici, con puntualità e parsimonia, con uno stile sobrio e pulito. Da tempo, seguo con interesse i deliziosi bozzetti del nostro prolifico Autore sul periodico Spagine del Fondo Verri. Il Fondo Verri, per noi anime indocili, vagolanti come la luna, è una fucina di arte e di cultura. Forse, questa fase matura della vita di Rocco si può sostanziare come quella più articolata, da certi punti di vista più ricca di placide, serafiche albe nuove e inedite. Lui è padre, è marito accorto, è nonno premuroso di alcuni bellissimi ragazzi e dolcissime fanciulle. È una persona umile e perbene, integrata nel connettivo sociale, è un uomo rispettoso e contegnoso. È un narrastorie leggiadro ed elegante. Semplice e diretto nell’incedere e nel procedere scritturali, ma con una visione allargata e ad ampio spettro, conscio che la sua prosa lineare sia quella più benaccetta e fruibile. Lui mediante la scrittura, tramite la prosa e il racconto, recupera la capacità di paziente rabdomante, che va alla ricerca delle venule più chiare, che scandaglia con passione i vissuti. Avverto tutto ciò anche e preminentemente in “Luca e il bancario”: il nostro narrastorie tramite il medium della scrittura s’abbandona sovente sulle ali del ricordo, della pacificatoria reminiscenza. Rivive gli anni passati, quando la vita era un primordiale virgulto di primavera e di sogno. Rocco sa far rivivere con movenze umanissime e palpabili tutto un universo di uomini e di donne, di gente della sua Marittima, di Castro, della sua terra natia rosso sangue di zolle marroni. La scrittura, si sa, può diventare uno strumento pacifico e non violento per interrogare a fondo il proprio sé e per gettare un ponte conoscitivo e creativo con l’altro da sé. È una medicina benedetta che terapeuticamente ci fa affrontare il tempo gaio e quello triste, il pianto e la gioia, il sole e la tempesta, la caduta repentina, la salita vertiginosa. Rocco narra le storie, descrive di sé, ma soprattutto degli altri. Lui, da anni, conferma la sua dote precipua di narrastorie, legato alla memoria che è carne viva. La sua è narrazione del ricordo, sovente tratteggiata con vivida nostalgia: sa scavare a fondo nei vissuti bambini e giovanili. La sua è narrazione del paesaggio, perché le località cristalline, di adamantina purezza, di Marittima, di Castro, di Acquaviva, campeggiano spesso, con storie umanissime e pulsanti di passione. Racconto di luoghi, perché nelle pagine di “Luca e il bancario” i campi d’ulivo, i boschi di virente colore, compaiono con veste anche lirica. Descrizioni davvero dettagliate e felici del paesaggio e, soprattutto, della gente d’intorno. I protagonisti veri sono contadini, allevatori, lavoratori, calzolai, ciabattini, insomma quel popolo multiforme e silenzioso, che solitamente ha fatto e fa la Storia. La gente che la vulgata comune dipinge come marginale, ma che per Rocco ha una centralità assoluta. “Luca e il bancario” è, altresì, un diario di viaggio, che percorre gli spostamenti dell’Autore bancario per varie città d’Italia. Ho potuto notare, fra le altre cose, la sincera devozione di Rocco, che è sia laica, che religiosa e spirituale. In lui vibra potente l’amore per l’umanità, per la gente umile. Lui sa anche celebrare doverosamente festività come l’Assunzione, sa dare la sua carezza a figure come Sant’Antonio da Padova, alla Madonna, a San Francesco, anima folle stremata d’amore. Quella di Rocco è narrativa degli affetti: Il padre è una figura sempre viva di fulgente luce. L’universo immaginifico e reale del nostro Autore si vivacizza di tanti protagonisti del popolo: il novantenne Orlando intento con il suo coltellino a raccogliere bacche e fichidindia, Vicenzu ‘u cuzzune e il suo asinello dalla lenta andatura. Il contadino compare Vitale. Ed ancora Consiglio, nachiro (capo ciurma nei frantoi oleari in autunno), Teodoro avvezzo a far bagni a pelo d’acqua.  Come non ricordare il cugino Luca sempre pronto alla battuta e al sorriso. Ed ancora l’anziano contadino Luca. La vita è un continuum, si susseguono le varie fasi in un collante di relazioni. È quello che succede anche al nostro Autore che, pur peregrinando per l’Italia, deliberatamente non recide mai i propri legami, rinnovellando sempre di nuova linfa vitale le sue radici. La sua villetta fiorita alla “Pasturizza”, è una sorta di buon ritiro, un posto d’elezione, uno specchio d’anima. L’Acquaviva (insenatura prossima a Castro Marina) è un porto di bellezza adamantina. Marittima brilla in tutto il suo lucore, di aurore frementi d’amore, di sole assetato di visioni, di crepuscoli screziati e aranciati, di notte fruscio di stelle silenziose e assorte. In “Luca e il bancario”, Rocco con dolcezza e con delicatezza ci conduce attraverso questi Frammenti di vita salentina. In essi traspare un amore sviscerato per la sua terra, utero di mare, madre accogliente, culla d’eterno. C’è davvero un filo conduttore che anima “Luca e il bancario” e tutti gli scritti di Rocco Boccadamo: è la soavità amaranto dell’amicizia, che ci lega e ci cattura al lume d’un’idea. Infine, vorrei dire che nelle opere di Rocco c’è un anelito francescano, una manifesta esortazione a vivere una esistenza di piccoli passi quotidiani e ordinari. E la sua cifra poetica più sentita risiede proprio nella tendenza di voler tratteggiare con occhio giustamente benevolo quella umanità silenziosa e umile, che fa la Storia.

 

“Luca e il bancario” di Rocco Boccadamo, Spagine Fondo Verri Edizioni, dicembre 2016

La battaglia navale del Canale d’Otranto (14-15 maggio 1917)

Giovedì 11 maggio 2017. Ore 18.00.

Sala Convegni Hotel Palazzo Virgilio, Brindisi.

XI Convegno Nazionale di Studi e Ricerca Storica

La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra

VII sessione. La battaglia navale del Canale d’Otranto (14-15 maggio 1917)

 

Le frontiere, materiali o mentali, di calce e mattoni o simboliche, sono a volte dei campi di battaglia, ma sono anche dei workshop creativi dell’arte del vivere insieme, dei terreni in cui vengono gettati e germogliano (consapevolmente o meno) i semi di forme future di umanità.

Zygmunt Bauman

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Organizzazione:  Rotary Club Brindisi (ospitante); Società di Storia Patria per la Puglia (Sezione di Brindisi); Società Storica di Terra d’Otranto;  AssoArma Brindisi

 

Lo sbarramento del Canale d’Otranto fu al centro, nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1917,  della più grande battaglia navale avvenuta in Adriatico nel corso nella Grande Guerra.  Fu essa originata dal tentativo austroungarico  di forzare il blocco che impediva alla Imperial Regia Marina di uscire dall’Adriatico per accedere al Mediterraneo.

La marina dell’Intesa cercò quasi subito di chiudere l’Adriatico creando, fin dal 1915, uno sbarramento di pescherecci armati, drifters,  dotati di reti d’acciaio a strascico, per pattugliare la strettoia del canale di Otranto; lo scopo era quello d’ impedire ai sottomarini austroungarici di uscire nel Mediterraneo a caccia di bersagli. Questa barriera, di una cinquantina di imbarcazioni, era appoggiata dalla ricognizione aerea e da flottiglie di cacciatorpediniere pronte a intervenire al minimo allarme. Si trattava di un deterrente piuttosto efficace che, in pratica, paralizzò l’attività della marina austroungarica, tanto che essa tentò numerose volte di intaccarlo con incursioni a sorpresa, effettuate di notte a più riprese: 5 volte nel 1915, 9 nel 1916 e 10 nel 1917. L’operazione principale fu condotta nella notte del 14-15 maggio 1917; essa assunse il carattere di scontro navale vero e proprio e prese il nome di “battaglia del canale di Otranto”.

Al termine della battaglia navale di sicuro più importante dell’Adriatico le unità dell’Intesa colpite gravemente furono il Borea, l’Aquila, il Dartmouth, il Bristol con un bilancio di 7 morti sull’Aquila, 8 morti e 7 feriti sul Dartmouth, 11 morti e 12 feriti sul Borea mentre gli austriaci contarono 14 morti e 33 feriti sul Novara, 1 morto e 18 feriti sull’Hegoland, 3 feriti sul Saida. L’azione della squadra austroungarica ottenne un evidente successo, almeno a breve termine. Nello scenario generale, viceversa, questa bruciante sconfitta ebbe per conseguenza un fortissimo aumento dell’impegno navale degli alleati nel basso Adriatico, con lo schieramento permanente di una flotta di ben 35 cacciatorpediniere, tra cui anche unità australiane e statunitensi, 52 pescherecci e più di cento navi da guerra di vario genere, finché, nel corso del 1918, il canale venne sbarrato con una struttura permanente che chiuse la questione. In definitiva, anche questo scontro navale conferma che per quanto brillanti potessero apparire le iniziative degli imperi centrali, alla fine emergeva  la decisiva supremazia materiale dell’Intesa, che era in grado, all’occorrenza di schierare imponenti forze per fronteggiare le necessità contingenti della guerra. Cosa che, un poco alla volta, Germania ed Austria – Ungheria non potevano più fare. Il Materialschlacht imponeva le sue ferree regole anche tra le due sponde del mare Adriatico.

Nel giugno del 1918 l’Austria-Ungheria pianificò una grande offensiva sul Piave per fiaccare definitivamente le truppe italiane. Allo stesso tempo la flotta imperiale, al comando del neo-ammiraglio von Horty de Nagy-Banya, decise di supportare indirettamente tale offensiva con una grande azione navale: il forzamento del canale di Otranto. Horty, convinto del successo dell’operazione, aveva fatto approntare alcuni apparecchi cinematografici per immortalare l’affondamento delle navi italiane. Le unità austroungariche furono tuttavia avvistate dai MAS 15 e  21; il comandante Luigi Rizzo, individuata la “Santo Stefano”,  la silurò affondandola. Il MAS 21, del Guardiamarina Aonzo, lanciò sulla Teghetoff entrambi i suoi siluri, che colpirono ma non esplosero. L’azione ebbe il risultato tattico di fare rientrare il gruppo navale, senza procedere con la missione di forzamento del blocco,

Articolazione dei lavori:

Coordina e introduce i lavori

Antonio Mario Caputo, Società di Storia Patria per la Puglia

 

Indirizzi di saluto

Salvatore Munafò, Presidente Rotary Club, Brindisi

Giuseppe Genghi, Presidente AssoArma, Brindisi

 

Interventi

Amm. (Ris.) Stephan  Jules Buchet, Esperto di storia della marineria

Gli sbarramenti del Canale d’Otranto durante il primo conflitto mondiale

F. CLAUDIO RIZZA, Capo Sezione Archivi – Ufficio Storico della Marina Militare – Roma.

L’azione navale del 15 maggio 1917 – Lo svolgimento dei fatti

Giuseppe Maddalena Capiferro, Società di Storia Patria per la Puglia

Umberto Maddalena, Brindisi e la difesa del Canale d’Otranto

 

Conclusioni

Domenico Urgesi, Società Storica di Terra d’Otranto

Il tuo 5 per mille alla Fondazione Terra d’Otranto

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Gentile Lettore,

anche per il 2017 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie, al mantenimento di questo sito e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”.

Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

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e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

Non costa nulla!

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

Scadenza per limitare la Xylella

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

a cura del Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della Provincia di Lecce

Il Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della provincia di Lecce ricorda che entro e non oltre il 30 aprile 2017 bisogna aver effettuato le lavorazioni meccaniche superficiali (aratura, trinciatura, fresatura) di tutti i terreni ed alla pulizia dalle erbe spontanee al suolo (compresi i bordi strada e le aree di competenza di Comuni e Province) per ridurre la popolazione degli adulti di Philaenus spumarius, vettore della Xylella.

Il Collegio dei Periti Agrari rende noto che questi interventi riescono a ridurre la popolazione della sputacchina perché colpiscono l’insetto negli stadi giovanili quando sono ancora poco mobili e non infettivi.

Inoltre siccome questi interventi SONO OBBLIGATORI così come stabilito dalla delibera della giunta regionale 1999  “Misure Fitosanitarie per l’eradicazione e il contenimento della diffusione della Xylella fastidiosa”, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia 148/2016 CHI NON AVRA’ EFFETTUATO TALE LOTTA AL VETTORE POTRA’ ESSERE SOTTOPOSTO A SANZIONI comminate dal 1 maggio al 15 giugno 2017, giorni nei quali verranno effettuati i controlli su tutto il territorio.

 

Abbazia di S. Maria di Cerrate, commenda dell’ospedale degli Incurabili di Napoli

Facciata dell'abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)
Facciata dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

 

di Marcello Gaballo

Si propone un interessante e poco noto stralcio che fu pubblicato da Eugenio Tortora nel suo volume Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli, edito a Napoli da A. Bellisario & C. e stampato presso la tipografia De Angelis a Portamedina alla Pignasecca, 44, nel 1890.

Tra le più importanti istituzioni della città di Napoli vi furono senz’altro la Casa Santa all’Annunziata e l’ospedale degl’Incurabili, uno dei più importanti d’Europa.

Lo aveva fondato Maria Richenza moglie di Giovanni Lonc (Longo), ministro di Ferdinando il Cattolico, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, miracolata da una paralisi insorta a seguito di somministrazione di veleno datole da una cameriera. Dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, nel giorno di Pentecoste dell’anno 1519, fu guarita, e per ringraziamento fece voto che avrebbe servito gli infermi per il resto della sua vita.

Non ritenendo sufficienti le strutture già presenti in Napoli, nel 1521 decise di fondare, a proprie spese, una casa di cura in contrada sopra Santo Aniello.

Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che poi fu anche uno dei Governatori. Per la sua specializzazione, l’Ospedale era riservato esclusivamente a pazienti affetti da patologie all’epoca considerate “incurabili”.

Sant’Alfonso de’ Liguori, durante una visita agl’Incurabili, sulle scale principali fu colto da una visione divina che lo spinse a entrare nella Compagnia di Santa Maria Succurre Miseris che svolgeva il suo ministero nell’Ospedale, assistendo spiritualmente i condannati a morte che venivano poi trasportati, dopo l’esecuzione, agl’Incurabili.

Il pontefice Clemente VII, oltre a numerosi privilegi, donò anche un’Abbadia o Commenda in provincia di Lecce, considerata del valore di circa settantamila ducati.

Nel predetto volume del Tortora, alle pagine 66-67, nel rendicontare i beni della Casa degl’Incurabili nell’anno 1801, viene descritta tale commenda (pag. 77 a 79 — Rubrica XII), titolandola “Dell’Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de’ suoi poderi, effetti, e rendite”.

L’abbazia, oggi denominata di Santa Maria di Cerrate, fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, è posta sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, e rappresenta uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.

Di proprietà della Provincia di Lecce, nel 2012 è stata ceduta con una concessione trentennale al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che la gestisce.

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Loggiato dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

Si riporta l’atto, dal quale si desumono importanti informazioni sul bene:

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l’Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell’anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de’ Governatori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un’ amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall’intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parascandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de’ territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all’Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de’ Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett’Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a’ Signori Cardinali, e l’ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l’Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell’anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII.

E perché allora il nostro nascente Ospedale degl’Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poteano stare a mantenere il numero de’ poveri infermi, che giornalmente cresceva, stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a’ poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua, ed accordato a titolo di elemosina all’ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla, spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a’ 2. Gennaio 1532, dall’Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a’ 18. Gennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett’Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll’inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l’Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de’ Sagramenti; a’ quali pesi non è obbligata l’Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall’Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell’Abbadia.

Vi è anche un’altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L’erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun’anno, ad elezione dell’Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l’anno.

Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s’imprese, nel 1602, l’esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se ne ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte olivetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4……………………………………… tt. 739 1|4
Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi, e Squinzano, che in tutto sono della capacità di…………………………………………………..tt.3573 1|2  
Unita dunque tutta l’estenzione e capacità de’ territorj demaniali e decimali di detta Abbadia, forma in unum…………………………………………………….. tt. 4312 3|4  

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l’annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell’anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l’annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201, ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell’olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante…. 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne’ rispettivi tenimenti ove sono accatastati i poderi“.

 

Per le note storiche, altri approfondimenti e la galleria di immagini rimandiamo all’ottimo lavoro di Brundarte, che qui si ringrazia per le foto concesse:

https://brundarte.wordpress.com/2013/11/29/abbazia-di-santa-maria-di-cerrate-squinzano-le-prima-parte/

 

[1] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[2] Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell’Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

[3] 1552 secondo quanto riportato nel sito dell’Archivio di Stato di Napoli.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_degli_Incurabili

[5] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_a_Cerrate

Un ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici di terra d’Otranto

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Elsa Martinelli, ispettore e gentildonna

di Francesco Greco

 

Ispettore onorario “per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto” (prima, dal 2012, lo era della sola provincia leccese). La nomina è arrivata a dicembre 2016 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo.

Se la virtù dei grandi è la discrezione, il pudore, rifuggire dai riflettori della ribalta (atteggiamenti decisamente retrò al tempo della selfie-mania e dei social), c’è voluto del tempo a convincerla a dare la notizia.

E dunque, un altro step nella già prestigiosa carriera accademica e divulgativa della prof. Elsa Martinelli, salentina di Gallipoli, docente di “Poesia per Musica e Drammaturgia Musicale” al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.

Tradurre le proprie passioni in un lavoro non càpita a tutti nella vita. Elsa ha avuto questa “buena suerte” e la vive come una mission senza lesinare energie, come sanno i suoi allievi e la stessa Terra d’Otranto, che conosce e apprezza i suoi saggi in cui spesso coinvolge l’architetto Beatrice Malorgio (“Fughe”, Edizioni del Grifo, 2012).

L’incarico, onorifico, è di durata triennale e prevede la tutela, la vigilanza, la consulenza storico-musicale, tecnica e archivistica, di restauro (di tipo filologico, conservativo, funzionale ed estetico) in funzione della salvaguardia del ricco patrimonio organario delle chiese.

La prof. fa capo agli organi centrali del Ministero tramite l’ufficio periferico della SABAP (Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio) di Lecce, ora diretto dal nuovo soprintendente, l’architetto Maria Piccarreta.

Una mission, s’è detto, vissuta full time. In ambito didattico e di ricerca con volumi, saggi, articoli su riviste specializzate, atti di convegno nazionali ed extra moenia, pubblicazioni miscellanee sugli organi a canne nel Salento, due corpose monografie e numerosi contributi di studio.

La prof. Martinelli ha studiato i vari aspetti della storia del melodramma (dai costumi teatrali ai libretti d’opera), opere e protagonisti della grande opera lirica: da Vivaldi a Niccolò Piccinni, incluso il contemporaneo Nino Rota.

I profili storici e l’attività artistica di musicisti come Eriberto Scarlino, Luigi Romano, Vincenzo Pecoraro e di cantanti lirici come il tenore di grazia Tito Schipa (leccese doc, “Canto per te. Omaggio a Schipa, 2016) e il soprano Ines Martucci, inclusi corsi di iconografia musicale, la storia di bande musicali e interconnessioni fra architettura e musica.

Non male per una giovane prof. appassionata del suo lavoro. Della serie “Eccellenze a Sud”, o “Ce ne fossero!”. Chapeau!

Come un’orchidea BIANCA, poesie di Lilli Pati

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di Paolo Rausa

Dalla prosa alla poesia, dal romanzo alle liriche. Lilli Pati ha esordito due anni fa con una dichiarazione d’amore. Tale è la storia narrata in ‘Il richiamo dello scrigno’, inteso come luogo in cui si conservano le perle del cuore, i tesori invisibili, quelli che troviamo in fondo all’anima e che l’autrice ci invita con discrezione ad ammirare. E ad amare. Quell’’Omnia vincit amor’ virgiliano permea la vita, i desideri, i sogni della protagonista che ora, vestale dell’orchidea bianca, inonda le pagine di sensazioni, stati d’animo, sogni, desideri, abbandoni, piaceri, voluttà, rimpianti, sempre messi in relazione con gli elementi naturali, paesaggistici, il sole, il mare, il vento ora zefiro, ora tempesta, che addolcisce o minaccia la nostra esistenza… Sensazioni di abbandono fra le braccia dell’amato a lungo sognato e che ora stringe a sé per non lasciarlo mai più, per non essere mai più lasciata. Ma quanta strada prima di arrivare a cogliere il fiore dell’innocenza perduta! Anzi non a cogliere, a bearsi del suo profumo, della sua immagine che cresce a vista d’occhio, bagnato dalla salsedine di un mare che sferza i nostri sentimenti e nel quale dobbiamo condurre la nostra navicella fluttuante. Una sessantina di liriche compongono questa nuova pubblicazione di Lilli che si pone ella stessa ‘Come un’orchidea BIANCA’, novella Proserpina – viene detto nell’introduzione – che vive nottetempo la follia delle passioni amorose. Come la dea accetta il suo sposo ma vuole vivere altre sensazioni ultraterrene, fuori terra, verso il cielo delle beatitudini dove tutto si stempera e l’amore diventa un sentimento universale che tutto abbraccia, insieme, uomini e cose. Più Venere, mi sembra, nell’Ode al mare’ laddove rinasce bella fasciata nell’abito bianco che incede sostenendo con la sua bellezza gli sguardi altrui colmi di desiderio. Diviso in due parti, il libro tratta dei ‘Frammenti di cuore e di vita’, due metà che si susseguono a ritmo incalzante senza cesura e in continuità. Talora la passione e il desiderio lasciano il tempo e lo spazio ai ricordi, alla nostalgia velata di tristezza, di rimpianto. Come il viandante che giunto nel ‘Deserto’ sembra aver smarrito la strada ed essere in preda all’arsura, così lei, anziché abbattersi, raccoglie gli sforzi e li proietta sul domani, quando raggiungerà la pace e la serenità, senza per questo rinunciare alle emozioni della vita. Fino a immaginarsi ‘Nocchiero di me stesso’ che pur nelle difficoltà della navigazione si conquista la libertà della manovra e oltrepassa la tempesta. Per quanto ‘Ala di gabbiano’ come quella di Icaro paventi l’umidità delle acque marine che l’appesantirebbero, così lei sa andare ‘Oltre’ verso il cielo, dove tutto ciò che si è perso si ri/conquista, soprattutto la condizione sovrumana di benessere oltre il piacere come unione fisica di due anime, l’atarassìa delle passioni. La poesia d’amore celebra qui i suoi fasti, ma non ignara del sentimento dolce-amaro come ha cantato Saffo, da bere sino in fondo, ebbra, sino alla stordimento, grazie ad una sana ‘Follia’ del vivere e dell’amare.

‘Come un’orchidea BIANCA’, Editrice Kimerik, Patti, 2017, pp. 74, € 12,00.

Benny Benack III dagli Stati Uniti e il suo Italian Quartet incontrano il Salento con i Bija

iQdB Edizioni di Stefano Donno con The Doors di Giuseppe Calogiuri a Salento incontra gli Stati Uniti a Taurisano

iQdB Edizioni con The Doors di Giuseppe Calogiuri a Salento incontra gli Stati Uniti OdA music fest 2nd edition

A Taurisano di scena la grande musica jazz. Benny Benack III dagli Stati Uniti e il suo Italian Quartet incontrano il Salento con i Bija. Evento speciale il 19 gennaio con la seconda edizione di OdA Music Fest. Ospite il celebre trombettista e cantante americano insieme ai Bija e al musicologo Alceste Ayroldi. Anche quest’anno a Taurisano (Lecce) torna la grande festa della musica targata OdA Officina degli Artisti (associazione artistico musicale). Nata con l’intenzione di diffondere la cultura musicale degli strumenti a ottone, OdA Music Fest nella prima edizione ha ospitato i MOYA, quartetto internazionale di tromboni arrivato da Ginevra. Quest’anno si celebra un incontro musicale ad alto livello tra gli Stati Uniti e il Salento: Benny Benack III Quartet, il giovane cantante e trombettista nato a Pittsburgh, nella Pennsylvania, accompagnato da tre musicisti del sud Italia (Giuseppe Venezia al contrabbasso, Elio Coppola alla batteria e Daniele Cordisco alla chitarra), dividerà il palco con il trio salentino dei Bija, composto da Marco Puzzello alla tromba, Francesco Pellizzari alla batteria e Gabriele di Franco alla chitarra. Nel corso della serata, le due band presenteranno i propri album con numerosi brani inediti. Appuntamento giovedì 19 gennaio alle ore 20 presso il salone “Mirella Solidoro” della chiesa parrocchiale Santi Martiri, Giovanni Battista e Maria Goretti. «Sarà uno spettacolo mirato a valorizzare la creatività della musica attraverso il virtuosismo del jazz e della world music», spiega Marco Puzzello, direttore artistico di OdA, «in programma anche un brano nel quale fonderemo i nostri due generi: le sonorità della musica mediterranea dei Bija, infatti, incontreranno quelle d’oltreoceano di Benny, evidenziando l’unicità dell’espressione musicale». A introdurre e presentare al pubblico i due progetti musicali ci sarà il noto critico e musicologo Alceste Ayroldi che guiderà il pubblico all’ascolto musicale e alla presentazione degli album.

Infine, nell’ambito del progetto OdA library verrà presentato il libro – The Doors in direzione del prossimo Whiskey bar – scritto da Giuseppe Calogiuri e pubblicato da iQdB Edizioni di Stefano Donno. Il volume racconta gli anni ’60 attraverso gli 11 brani che compongono il primo album della band capaci di levare una benda dagli occhi dell’ascoltatore che, finalmente, è libero di comprendere un retroterra artistico comune a tanti musicisti e tante band che proprio in quei colori hanno potuto trovare un humus intellettuale comune al quale attingere. Un album “The Doors” dietro cui si cela la fine di un decennio con la buia ombra del Vietnam dietro l’angolo alla quale fa da contrappunto il luccicante sole della “Summer of love”. Durante il pomeriggio ci sarà la masterclass aperta a tutti gli strumentisti e cantanti, sulla musica jazz e il canto jazz con Benny Benack III e i suoi musicisti, per info e iscrizioni contattarci sul sito www.odataurisano.it.

OdA Music Fest 2nd edition è organizzato da OdA Officina degli Artisti con la collaborazione della Consulta Giovanile di Taurisano, del Comune di Taurisano – Assessorato alla cultura, della parrocchia Santi Martiri Giovanni Battista e Maria Goretti, ACLI arte e spettacolo Lecce (resp. Raffaele Santoro), DbAudio Store Taurisano (Le), Associazione Arte in Terra, Bazù Centro Studi,

 

Benny Benack III Quartet

Benny Benack è un trombettista e cantante statunitense che negli ultimi tempi sta riscuotendo un incredibile successo internazionale per la sua notevole versatilità, ottima tecnica e padronanza del linguaggio jazz. Nel 2014 è stato semifinalista al prestigioso “Thelonious Monk International Competition” e Wynton Marsalis, in una recente intervista, lo ha indicato tra le nuove promesse del jazz internazionale. Da trombettista ha vinto numerosi premi, tra cui Carmine Caruso International Jazz Trumpet Soloist Competition (2011), National Trumpet Competition for jazz (2010), National Trumpet Guild Jazz Competition e altri; inoltre, ha ricevuto diversi importanti riconoscimenti anche per le sue doti canore. Ma la carriera di questa giovane promessa non è fatta solo di premi poiché si sta distinguendo come turnista in alcuni tra gli ensemble più richiesti nella scena musicale newyorchese. Tra queste collaborazioni c’è quella che l’ha portato al suo primo debutto per l’etichetta discografica “Blue Note Records” al fianco della pianista Chihiro Yamanaka. La sua vita è a New York dove si esibisce nei migliori club, tra cui: Blue Note, Iridium, Smoke, Lincoln Center Dizzy’s Club Coca Cola, Small’s, The Bar Next Door, Minton’s Harlem e di recente ha avuto anche l’opportunità di andare in tournee in Giappone, Russia e Ucraina. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Benny Benack III (tromba e voce) e i musicisti Elio Coppola (batteria), Giuseppe Venezia (contrabbasso) e Daniele Cordisco (chitarra). Questi ultimi, nelle loro recenti tournee oltreoceano, hanno dato vita al quartetto con l’idea di promuovere un jazz, sì legato al mainstream, ma che comprende anche il percorso di innovazione dato vita nell’ultimo ventennio, a New York, dalla nuova generazione di musicisti legati comunque alla tradizione. Il repertorio di questa formazione verte principalmente su composizioni originali di Benack e Cordisco, di stampo hard bop, senza escludere alcune composizioni d’importanti autori ai quali Benny Benack ha reso un tributo componendone il testo.

Bija Band

La parola “Bija” nella lingua sanscrita vuol dire “seme” e rappresenta l’origine e al tempo stesso la causa di tutte le cose. È la vibrazione, il suono primordiale da cui ha avuto principio tutto. Da questa fascinazione linguistica così evocativa nasce nel 2011 il gruppo dei Bija che dà vita a un trio atipico formato da chitarra elettrica, tromba e batteria con l’obiettivo di mettere in discussione l’idea stessa di orchestrazione e di arrangiamento. Il risultato è una scrittura eclettica e fantasiosa che pesca dai diversi ambienti musicali frequentati dai tre, dal rock alla classica alla world e ovviamente al jazz. I Bija sono composti da Gabriele di Franco (chitarra e loop), Marco Puzzello (tromba e flicorno) e Francesco Pellizzari (batteria e percussioni) La loro musica è un’attitudine postmoderna all’arrangiamento che si manifesta in chiaroscuri espressionistici, melodie narrative, tempi dispari e suoni caldi. Nel maggio 2012 vincono il premio della critica al B-LIve contest, a giugno vincono il Soundslices contest 2012 e vengono selezionati fra artisti di tutto il mondo come finalisti per i concorsi internazionali del Jimmy Wood Award ‘12 e per il Nicola Tiberio Award ‘12. Nel luglio 2012 sono ospiti di Otranto Jazz Festival e ad agosto vincono il primo premio come band rivelazione dell’anno 2012 al Jazzup Festival diretto da Greg Burk. Nel marzo 2013 sono finalisti al concorso Italia Wave Band 2013 e condividono il palco con i ModenaCityRamblers. Nell’autunno 2014 esce il loro primo album (SLAM production).

Associazione OdA Officina degli Artisti

Diretta artisticamente da Marco Puzzello, giovane e brillante trombettista di Taurisano, è un’associazione di musica e arte inaugurata il 23 novembre 2013 dove si tengono numerosi corsi: canto, tromba e ottoni, pianoforte, chitarra classica ed elettrica, basso elettrico, sax, scrittura creativa, canto rap, armonia e storia della musica, musicoterapia. Tra le numerose attività che si svolgono ci sono il cineforum, jam session, masterclass, corsi di artigianato, presentazioni di Cd e libri. Sorge in un ambiente profondamente simbolico, un’officina meccanica, quasi a evidenziare che laddove si riparavano motori e biciclette ora, attraverso l’insegnamento della musica, si “riparano” le asprezze della vita, si educa al bello, si accende la passione e il gusto per l’arte. Un luogo dove la musica è sempre al di là, irraggiungibile, eppure sempre dentro di noi, presente, operante, viva. Un luogo che rende felice chi può comunicarla ancora con pienezza e felice anche chi soltanto può tendersi a riconoscerla, a ripensarla, a far sentire che esiste.

INFO – Antonio Sanfrancesco

+339 6248282 / antonio.sanfrancesco@gmail.com

Al giro di boa, su rotta 75

2017

di Rocco Boccadamo

 

Non per mero vezzo, ma del tutto spontaneamente, così mi viene di appellare, beninteso con ovvio riferimento soggettivo, il compimento dell’almanacco 2016.

Tuttavia, con pari schiettezza intellettuale, devo subito annotare che la cospicua cifra, integrante in senso anagrafico l’intestazione di queste note, non è da me avvertita alla stregua di un fardello che genera o deve necessariamente dar luogo ad ansimi e sospiri e/o come un campanello d’allarme di fronte a perigli e acciacchi ineludibili e inevitabili e/o come un avvicinamento al “fu” (passato a migliore vita).

Infatti, riguardo al progressivo assommarsi di primavera dal lato anagrafico, è da un pezzo che, dentro, vado dicendomi che io, ragazzo di ieri, sono, in fondo, senza età.

I giorni e le stagioni mi scorrono accanto leggeri, a ogni dischiudersi degli occhi, come pure durante l’ammirazione stupita, verso ovest, dei rossi tramonti salentini, mi sembra di registrare una conquista, di essere beneficiario di un prodigio.

In tal guisa, adesso, si succedono, dunque, i miei scalini esistenziali.

Di siffatta visione e del mio personale convincimento, ho di recente reso confidenza alla cara amica Giuliana, invero un po’ meno “ragazza di ieri” rispetto a me, e mi è sembrato che lei, sorridendo con la sua consueta dolcezza, annuisse e concordasse.

In tema di anni, capita sovente che mi si accostino pensieri e piccole riflessioni sulla circostanza che mio padre se n’è andato a pochi passi (mesi) dagli ottanta; mentre, il suo  genitore, ossia mio nonno Cosimo, classe mille ottocento settantanove, arrivo fino al mille novecento ottantadue, dunque, con un bagaglio di oltre centodue primavere.

Ad ogni modo, non mi pongo neppure minimamente l’idea di elaborare termini di paragone o di congetturare scadenze alla luce dei suddetti riferimenti al livello di predecessori famigliari.

Del resto, come prima ricordato, sono uno senza età.

Ritornando brevemente alla figura dell’avo paterno ultra centenario, la mia amica Alba, nata da una Boccadamo, ha appena voluto gentilmente inviarmi l’albero genealogico, da lei realizzato con paziente lavoro di ricerca, concernente un determinato ramo della gente marittimese portante tale cognome.

In conclusione, per quel che la riguarda e, allo stesso modo, mi concerne, così come mio nonno Cosimo e il suo, Costantino, erano primi cugini, i rispettivi bisnonni, Generoso Silvestro e Antonio Maria, vantavano il legame di fratelli.

Grazie di cuore, Alba, per l’originale è prezioso documento, amabilmente passatomi.

Ecco, in estrema sintesi e secondo gli aspetti e le vicende essenziali, come si è rivelato e dipanato il 2016, sia nel mio sentire, sia sotto l’aspetto di concreto coinvolgimento.

Riprendendo il titolo, nella sfera del mio mondo più prossimo, famigliari e altre persone vicine, paragono il 2016 a una sorta di gerla (è la seconda volta che mi scorga quest’accezione), invero assai affollata di avvenimenti, per di più dai colori diversi e anche opposti e contrastanti.

In primo piano, purtroppo, non sono mancati problemi di salute: ove, fortunatamente, risolti e superati, ove, tuttora presenti sulla scena, con sfide che continuano. Di riflesso, confidenze e consuetudini con figure specialistiche e strutture addette ai lavori.

Una serie di prove, insomma, e non liete, rispetto alle quali, tuttavia, c’è una costante diffusa: la ragionata consapevolezza dei protagonisti chiamati a farsene carico, che il primo rimedio o presidio curativo si trova in loro stessi, nella loro volontà e determinazione di non rinunciare e, anzi, di tentare sempre.

Carichi di preoccupazioni su più versanti, insomma, e, però, con relativi pesi alleviati dalla gioia e dal piacere di vedere crescere, sane e belle, le giovanissime leve famigliari, idealmente frutti dei campi esistenziali che noi adulti abbiamo cercato di creare e coltivare al meglio.

Come dire, tirando le somme, preoccupazioni ma anche consolazioni autentiche.

Frattanto, prosegue la rotta del ragazzo di ieri, a 360 gradi, con o senza la barchetta a vela dondolante nel porticciolo e/o filante sulle distese che fronteggiano le amate scogliere.

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L’altro ieri, nel primo pomeriggio, sotto una temperatura rigida per queste plaghe e nella vivacità dei soffi di tramontana, ho compiuto una puntatina a Castro, mio conclamato luogo dell’anima, al pari dell’insenatura “Acquaviva” e della natia Marittima.

Bevuto un caffè ritemprante allo “Speran” sulla piazzetta, dietro il bancone tre carinissime ragazze di cui una moldava, ho imboccato lo scalo delle barche per l’immancabile occhiata di fine anno al vecchio e al nuovo porticciolo.

In una delle grotte che si trovano da secoli scavate nei lastroni di roccia sulla sinistra della discesa, ho trovato il giovane amico Luigi S., pescatore e artigiano tuttofare e, d’estate, “barquero” (socio della cooperativa che gestisce lo stazionamento delle imbarcazioni da diporto), in compagnia di Nzino, quest’ultimo quasi mio coetaneo, il quale stava sistemando il suo conzo in un grande cesto di vimini. Alla mia domanda se si accingesse a calarlo, Nzino ha risposto  di no, “l’ultima volta l’ho fatto prima di Natale”. Poi, l’uomo è di getto passato a ringraziarmi sentitamente e calorosamente per il dono, ricevuto a casa, del mio libro “A Castro con il cuore” ed è stato per me assai gratificante sentirmi da lui definire “u meiu casciaru” (il migliore degli abitanti di Castro).

Quando, io, ho visto i natali non a Castro, bensì nella contermine località di Marittima.

A un certo punto, è arrivato anche Nino, il mio mitico pescatore di saraghi, nella circostanza, però, vestito non da lavoro ma con abiti di festa; con il suo abituale sorriso, “ad aprile saranno novantatré” mi ha confidato, non senza aggiungere, a seguire, “anche a me è arrivato il tuo libro, grazie”.

Proseguendo, sulla banchina interna lato mare del porto nuovo, ho scorto tre persone, Antonio, comandante della “chianci” (barca consortile), Luigi S. e un’altra di cui non conosco o ricordo il nome, impegnate in una conversazione ad altissimo volume, vertente sul numero di reti o altri strumenti calati in mare e anche sui rispettivi più recenti risultati in fatto di pescato.

Oltre la diga foranea, mentre sulla distesa liquida si palesavano nitidamente i segni della tramontana, in barba ad essi, Antonio S., pure lui, d’estate, “barquero”, sul suo battello calava a più riprese e, con l’ausilio del “salpa rete”, tirava su il lungo attrezzo di pesca a maglie.

Dopo, ho scelto di restarmene per un po’ seduto al sole e riparato dagli spifferi della tramontana a ridosso dell’alto muraglione verso nord.

Lì, via ancora a snocciolare pensieri, ricordi, esperienze, incontri, storie, immagini, un rosario di tasselli di umanità e dintorni dei più svariati.

Il congedo da quel luogo tanto caro è stato sereno e all’insegna del sorriso e accompagnato, altresì, dallo scontato proposito di presto ritornarvi.

Finendo, statti bene e lungo sonno, 2016, nonostante tutto, senza rancore; quanto a te, anno nuovo, ti aspetto e, mi raccomando, sii buono e bravo!

Un mare di auguri a tutti.

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

E’ appena  uscito, per i tipi di Spagine Fondo Verri Edizioni, il nuovo libro del giornalista e scrittore salentino Rocco Boccadamo “LUCA e il BANCARIO”, tredicesima raccolta di narrazioni  avente, al pari delle precedenti, il sottotitolo di “Lettere ai giornali e appunti di viaggi”. Prefazione di Ermanno Inguscio e postfazione di Giuliana Coppola.

Una sintesi profonda, puntuale e indicativa sull’ultimo lavoro di Boccadamo è offerta, in particolare, dalla postfazione di Giuliana Coppola, il cui testo si riporta di seguito:

“Sono arrivato al mondo una grossa gerla di calendari fa…”, pagina di diario 20 gennaio 2016.

Una “gerla” la vita; trovo inaspettato questo segno linguistico e mi fa tenerezza; la “gerla” appartiene a infanzie lontane, al passaggio di generazioni, al passo lieve di una Befana che scendeva da camini; si usa così poco oggi e invece è vocabolo denso di significato, così misterioso, stracolmo di speranze, di doni, di sorprese, di scoperte. Questo succede  quando ci si accosta alla gerla di Rocco. Si può attingere a piene mani e scoprire e ritrovare quello che ciascuno in cuor suo desidera.

Ed ecco la sorpresa… scopro che il narrastorie di mia conoscenza è stato anche e soprattutto bancario, il bancario Rocco Boccadamo; lo scopro nella pagina di diario 13 novembre 2015; ma prima scopro l’esito di un diploma con “tutti numeri tondi” e immagino occhi di padre a scrutare quadri e batticuore di diciannovenne che scruta volto di padre e quadri con impresso l’esito degli esami. Penso – e mi ritorna batticuore – che allora si studiava molto anche per non deludere padri e si sceglieva, sempre per non deludere alcuno, anche il lavoro che si afferrava subito in quei magici anni sessanta; onorava soprattutto il merito, eppure sembrava a portata di mano. E’ a volo d’uccello il racconto di Rocco sul periodo che intercorre da luglio a settembre del 1960; rapido il  ricordo di quei mesi, un salto dalle aule scolastiche alla scrivania della banca per iniziare “l’avventura di bancario che mi avrebbe coinvolto e avvinto per l’intera vita lavorativa”. Una nota di nostalgia ad inizio del viaggio per un collegio, il Berenini di Parma, che da matricola si abbandona perché il lavoro già attende, il primo giorno con le stesse attese e le stesse ansie del primo giorno di scuola, i primi alloggi e il primo stipendio…. l’inizio è così ma poi si va, gerla sulle spalle; segue Rocco da città a città mentre sale il  suo personale cursus honorum, mentre, passo dopo passo, conquista forza e fiducia; assapora il senso della realtà quotidiana non sempre facile da reggere, perché così densa di impegni e responsabilità; i colleghi, gli amici, i funzionari, i direttori, i superiori, i piccoli grandi gesti di amicizia condivisa, le contromarche di don Titino e l’orologio di Gino, le fisse di clienti da non deludere mai, la puntualità da rispettare, le attese di chi ripone in te fiducia…la gerla va su e giù per l’Italia, testimone e complice d’una vita da bancario, diventata oggi pagina di diario che racconta e descrive, coglie particolari di “sfumatura cromatica”, di un “fumo” traditore, di un ritardo, di un orologio che funziona a modo suo, di una libreria a Taranto lì dove c’era la prima sede di lavoro, un cerchio che si chiude. “Per coincidenza o ideale destino parallelo: una “vecchia” banca, ora sommersa dal mondo dei libri, come pure, un ragazzo di ieri, già giovanissimo bancario, anch’egli, ora, vicino e collegato al mondo dei libri”.

Certo, al mondo dei libri… perché un libro, a suo modo, è una gerla; oggi ha il passo di Luca, mentre s’apre il grande abbraccio, profumato di verde, di mare e di campagna, di volti e di storie che si ritorna a carezzare; ogni pagina una carezza su ricordi; quelli che non si assopiscono mai, che vanno e vengono come le onde luminose d’Acquaviva, che riemergono sempre; pagine di diario che sono pagine di biografia; Itaca attende, di Itaca si ritorna a raccontare; il passo cadenzato di Luca, così diverso, così fuori dalla norma, ha il ritmo della voce narrante delle comari, di quelle che, all’angolo delle strade o sugli scalini delle case, o all’uscita della messa, o lavorando a maglia, raccontavano…. Che c’era una volta un asino e c’erano una volta donna Elvira e comare Meris, sì c’era anche comare Meris e c’erano e ci sono proprio tutti i protagonisti di quest’angolo di Salento-Itaca che ormai, grazie alla scrittura di Rocco, ci appartiene; e c’è il miele dolcissimo delle api operaie di Vitale, li, a Torre Lupo, dove se soffia maestrale, fuggono via anche le ombre.

Ecco, delicatezza e dolcezza di storie che ritornano e oggi, ad ascoltarle, si è posata, tranquilla una rondine; un volo mentre in chiesa si celebra il saluto a chi non c’è più su questa terra, una sosta per non disturbare e poi via di nuovo.

Le metamorfosi esistono o no? Io credo che esistano; in questo momento, grazie a una rondine che si posa, ne sono ancora più convinta; le rondini ritornano, per raccontare ancora, d’una gerla che va sulle spalle di chi ha ancora tanta voglia di osservare, fissare immagini, specchiarsi nella umanità vera e nella natura che ci appartiene e poi raccontare, scriverne e comunicare.

E’ tornata anche una lucciola; è la speranza, sottolinea Rocco; certo che è la speranza; “lumicino tra l’azzurro e il verde… sommessamente luminoso nello scuro notturno, ha il significato di un ideale faro di speranza” per Rocco che lo regala a tutti.

Esistono le metafore? Ma certo che esistono. Basta crederci soltanto un po’ e affidarsi al miracolo della scrittura e della lettura.

Nardò. Una discutibile rampa a ridosso della chiesa dei Paolotti

di Marcello Gaballo

E’ stato subito allarme generale tra la popolazione più sensibile nel rilevare la rampa per i diversamente abili realizzata in questi giorni a ridosso del prospetto laterale della chiesa di San Francesco da Paola, nota come “Paolotti”, su Via Roma, nelle vicinanze del Castello e Municipio.

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Il progetto, in cantiere da diversi anni, ha trovato i nulla osta necessari da poco tempo, tanto da consentire l’avvio dei lavori per la realizzazione della rampa, al fine di eliminare le cosiddette barriere architettoniche, e il rifacimento del piazzale antistante.

Nessun commento o parere per la sistemazione di quest’ultimo, che non mi compete e che saranno i cittadini a giudicare se in sintonia con il luogo e la storia del posto. Su questo comunque si affacciano il convento secentesco dei frati Paolotti, una attività commerciale (su preesistenze dell’antico convento) e la facciata della chiesa con la sua scala (degli inizi del secolo scorso).

Fatto salvo ogni rispetto e sempre auspicata la giusta attenzione per chi trova difficoltà motorie per accedere al luogo di culto, tuttavia è inevitabile porsi il dubbio se in questi casi occorre venire incontro alle necessità del diversamente abile o privilegiare la tutela e la conservazione dell’immobile, in tal caso deturpato nel suo aspetto esteriore a causa della costruzione che si sta effettuando a ridosso della chiesa. In parole povere, si deve tutelare il monumento o la persona?

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Si è ben consapevoli che gli edifici di culto (chiese, moschee, sinagoghe o qualsiasi altro ambiente destinato al culto) devono essere visitabili o perlomeno prevedere una zona riservata facilmente accessibile per assistere alle funzioni religiose, come previsto dall’art. 3 del D.M. LL.PP. 236/1989). La normativa vigente prescrive, infatti, per i luoghi di culto il requisito della visitabilità. Ma è anche vero che l’art.19, comma 3, del D.P.R.503/96 recita: “la deroga è consentita nel caso in cui le opere di adeguamento costituiscono pregiudizio per valori storici ed estetici del bene tutelato; in tal caso il soddisfacimento del requisito di accessibilità è realizzato attraverso opere provvisionali ovvero, in subordine, con attrezzature d’ausilio e apparecchiature mobili non stabilmente ancorate alle strutture edilizie. La mancata applicazione delle presenti norme deve essere motivata con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio”.

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Non voglio addentrarmi nello specifico, perché vi sono gli specialisti della materia che sanno bene cosa può essere fatto e cosa va evitato, vista anche l’abbondante letteratura in merito.

Nel caso specifico, fermo restando che non so quanti diversamente abili abbiano effettiva necessità di accedere proprio in quella chiesa, avrei immaginato una soluzione diversa. Mi viene in mente un’apparecchiatura mobile di limitate misure sul lato opposto della facciata o, più semplicemente, un accesso riservato ai soli impossibilitati dal retro della chiesa, in corrispondenza della sagrestia, da dove accede il parroco o altri parrocchiani.

La doppia rampa, posta sul già ridotto marciapiede (le foto sono eloquenti) mi pare di ostacolo ai pedoni. E dunque potrebbe nascerne un altro problema, che saranno i tecnici ad affrontare.

Lungi dalla polemica, anche perché conosco bene l’amico direttore dei lavori e il parroco, questa mia è solo per augurare una revisione immediata del progetto (mi riferisco alla sola rampa), studiando soluzioni alternative che comunque impediscano quelle non stabili, addirittura ancorate all’edificio settecentesco.

L’appello perciò al parroco e al consiglio pastorale, che immagino hanno voluto e predisposto questa soluzione, affinchè pensino a situazioni reversibili o ad una piattaforma elevatrice o ad altre soluzioni che i tecnici ben conoscono e che non dovrò certamente qui indicare. Purchè non siano contraria alla conservazione, al decoro e alla visibilità della Chiesa, quindi con pari dignità di rispetto per l’immobile e per tutti i possibili fruitori della chiesa.

Giuseppe Greco e le sue poesie in lingua salentina di Parabita

‘Sciòscia, matreperle te pansieri, poisie’ di Giuseppe Greco

 giuseppe-greco

di Paolo Rausa

Un minuscolo ma intenso libretto raccoglie una trentina di poesie scritte da Giuseppe Greco per lo più in lingua salentina di Parabita, prossima al mare di Gallipoli. Ci conosciamo da parecchio tempo con Giuseppe, da quando iniziarono un po’ per passione un po’ per esibizione le letture di poesie al Circolo Nautico di Santa Cesarea Terme, almeno da dieci anni. Avevo ripubblicato in una nuova edizione dal titolo ‘Terra mara e nicchiarica’ (Terra amara e desolata) alcune poesie che mio padre Fernando aveva scritto in lingua salentina di Poggiardo e pubblicato poco prima della sua morte, nel 1977. D’estate sullo sperone del Circolo, rimirando le stelle e il luccichio del mare ci abbandonavamo ai sogni sotto forma di parole. Un abbandono sensuale, profumato di salsedine e della linfa dei pini, mentre il vento suggeriva parole poetiche da uno all’altro dei convitati, quasi fosse un simposio a cui poeti e artisti salentini partecipavano con le loro immagini sussurrate o dipinte. Serate di grande compartecipazione emotiva.

Giuseppe con le sue poesie dettate dal cuore di artista si inerpica su nel cielo cullandosi sulle onde del mare prospiciente, con uno sguardo ora voglioso ora velato rivolto alla luna, contornata di stelle. A lei Giuseppe affida gran parte delle sue liriche come testimone muta e dolente delle vicende umane che il poeta espone in quadri dipinti di colori. Come Astolfo sull’ippogrifo Giuseppe ci conduce a visitare i solchi sul pianeta caro ai romantici e le ampolle delle menti umane avviluppate dai sogni. I suoi versi, armoniosi e suggellati dalle visioni sovrumane, centellinano le parole, scelte come note a comporre un quadretto, una sinfonia, dove ogni elemento visivo e sensitivo partecipa per esprimere lo stato d’animo del poeta, colmo di meraviglie, leggero come le comete, gli aquiloni, un sentimento appena accennato, la visione di lei trasfigurata in un fiore, in un colore, nella luce, nello sciabordìo delle acque ad indicare pena, risucchio, amore, ricerca di amore, mancanza di amore. Situazioni, alla ‘mpete, a piedi, creano visioni, desideri, che si sperdono nell’immaginazione del creato dove ogni elemento rende l’immensità e la meraviglia, lo stupore delle nostre visioni…

Giuseppe Greco, artista, scenografo, docente, si misura con lo strumento linguistico come il pittore, dosa i colori-parole, li espande come note che risuonano, crea armonie, piaceri, ascolti, situazioni indelebili che trapassano dagli occhi al cuore e viceversa.

Sensazioni e palpitazioni che ci sommergono di meraviglia ogni volta che leggiamo un verso, ogni volta che Giuseppe si approssima sul palco per cantare la canzone della vita, dolce, sommessa e carica di passione amorosa. La prossima presentazione alla Casa di SilLa a Taviano (Le).

 

Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò. La ristampa anastatica a cura di Massimo Perrone

Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò”, del 1735

Ristampa anastatica arricchita da preziosi contributi

Le origini di Nardò secondo Tafuri

 

In Cattedrale il 10 dicembre la presentazione del volume

con interventi di Alessandro Laporta e Sandro Barbagallo

copertina

Si terrà nella Cattedrale di Nardò, in Piazza Pio XI, sabato 10 dicembre 2016, alle ore 19,30, la presentazione della ristampa anastatica del libro “Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò”, di Giovan Bernardino Tafuri, a cura di Massimo Perrone.

All’incontro porteranno il loro saluto il Vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna e il Sindaco di Nardò Giuseppe Mellone. Oltre a Perrone, saranno presenti Alessandro Laporta, direttore emerito della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce, Sandro Barbagallo, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani e direttore del Museo del Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano e Mons. Giuliano Santantonio, parroco della Cattedrale di Nardò e direttore dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali e l’Arte sacra.

  

  • RISTAMPA ANASTATICA DEL VOLUMETTO DEL 1735

La ristampa è una fedele riproduzione dell’opera del Tafuri apparsa nel raro libretto “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, tomo XI, pubblicato a Venezia nel 1735, fonte preziosa e insostituibile per una ricostruzione della società e dell’urbanistica neretina prima del terribile terremoto del 20 febbraio 1743. Giovan Bernardino Tafuri, dunque, nonostante sul valore delle sue opere la discussione sia vivace tra gli studiosi, ha dato un contributo unico con i suoi numerosi scritti che meritano di essere divulgati anche a distanza di secoli.

 

  • UN’EDIZIONE ARRICCHITA DA CONTRIBUTI PREZIOSI

Massimo Perrone, dottore commercialista, appassionato di cultura locale e della storia della Chiesa e delle sue istituzioni, ha attinto alla collezione personale per contribuire all’appassionante indagine storica e letteraria sulle origini di Nardò, arricchendo la ristampa dell’antico volume con i contributi di Laporta e Barbagallo, due autorevoli studiosi, le cui analisi aiutano a comprendere il lavoro del Tafuri, fornendo interessanti spunti per approfondimenti e nuove indagini.

La pubblicazione propone inoltre in copertina un acquerello inedito, riproduzione a colori di un’antica veduta di Nardò, realizzato dal fiorentino Giovanni Ospitali, recentemente scomparso. è, questa, una delle tre tavole fuori testo allegate all’opera originale, insieme alla moneta che raffigura San Michele Arcangelo e alla pianta della città. Il volume, fuori commercio, è stato stampato dalla Tipografia Biesse di Nardò.

 

SANDRO BARBAGALLO, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani e direttore del Museo del Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano. Storico dell’arte, ha collaborato ad alcune grandi mostre organizzate dal Complesso del Vittoriano di Roma (Manet, Bonnard, Matisse) e curato monografie di artisti contemporanei (Baj, Tilson, Weller). Dal 2008 scrive di critica d’arte su “L’Osservatore Romano” e, come corrispondente dal Vaticano, su “Il Giornale dell’Arte”. Dal 2012 lavora per la Direzione dei Musei Vaticani dove ha riqualificato il Padiglione delle Carrozze, ha curato l’allestimento della Galleria dei Ritratti dei Pontefici e dell’appartamento privato del Santo Padre nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, che ha visto, tra l’altro, lo storico incontro di Papa Francesco con il Papa Emerito Benedetto XVI, recentemente aperto al pubblico. È autore di diversi libri editi da Libreria Editrice Vaticana, Utet, Ed. Musei Vaticani, Ed. Focus storia.

 

ALESSANDRO LAPORTA, direttore emerito della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce. Già docente di “Storia della stampa e dell’editoria” presso la facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, vice presidente della Società Storica di Terra d’Otranto, socio della Società di Storia Patria per la Puglia e del Centro Studi Salentini. Ha redatto le prefazioni a oltre 50 libri di autori salentini e attualmente sta curando la ristampa dei “Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nel 1480”, che non è solo il primo libro in assoluto pubblicato nella provincia di Lecce, a Copertino nel 1583, ma è stato uno dei testi base che ha portato alla santificazione dei Martiri d’Otranto.

 

MASSIMO PERRONE, dottore commercialista, ha conseguito il diploma di Archivistica nella Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano e ha pubblicato diversi contributi in miscellanee e riviste specializzate. È Grand’Ufficiale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e ricopre dal 2012 la carica di Preside della Sezione Salento Lecce – Brindisi.

San Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale

6 dicembre 2016 – Inizio ore 17.30. Accoglienza ore 17.15.

Chiesa della Santissima Trinità o Santa Lucia (Via Santa Lucia, Brindisi)

XX Colloquio Laurenziano

San Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale

Presentazione del volume di A. Di Napoli,  La storia si fa preghiera. Litania pro serenissimo rege Maximiliano 2. contra Turcas (1566)Bari: Aurora Serafica, 2016

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È impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire.

Santa Teresa di Lisieux

 

L’iconografia laurenziana, come ebbe a rilevare Alberto Del Sordo in un suo scritto del 1959, rappresenta molto spesso Lorenzo da Brindisi sul campo di battaglia  mentre incoraggia i Cristiani a resistere e a combattere contro l’esercito ottomano, che  aveva invaso le terre d’Ungheria. Gli agiografi furono particolarmente colpiti da quel singolare episodio, collocato  quasi al centro della vita di Lorenzo e conseguentemente l’eroico cappuccino è  rappresento quasi come un generale alla testa del suo esercito  che, « Christiani nominis hostes, erecta Cruce, deterret ».  La vittoria, della quale Lorenzo da Brindisi era stato protagonista  arrise alle forze cristiane e ad Albareale, l’odierna Székesfehérvár, città fortificata nella bassa Ungheria ove s’erano incoronati i sovrani magiari, nell’ottobre del 1601, si ripeteva, dopo 30 anni, il miracolo del 1571 a Lepanto.  Quella figura di frate combattente rappresenta, però, soltanto un aspetto della personalità di Lorenzo da Brindisi, che insigni studiosi hanno cercato di mettere in luce.

 

Benedetto Croce ne tracciò un vivido profilo in  Vite di servi di Dio di beati e di santi napoletani. “Il  venerabile, e poi beato e poi santo, Lorenzo da Brindisi (1559-1619), che fu generale dei cappuccini, [… ] assai avrebbe da raccontare delle faccende politiche che maneggiò in varie parti d’Europa [… ]. Papa Clemente VIII lo mandò, tra l’altro, nel 1596, a richiesta dell’imperatore Rodolfo II, con tredici cappuccini a impiantare il loro ordine in Boemia, in Moravia, in Austria, in Ungheria, e a combattere gli eretici e convertirli. Le minacce, i maltrattamenti, le aggressioni, le insidie, che patirono dalla parte avversa, non li trattennero dall’aprire case cappuccine, nonostante che si riuscisse a far sì che venisse meno o vacillasse la protezione a loro promessa dall’imperatore, il quale era infermo di nervi, e perciò impressionabile e mutevole: sicché fu più di una volta sul punto di farli scacciare dai suoi stati. Un astrologo, che era alla corte dell’imperatore, che di astrologia si dilettava, vibrò, al dir del biografo, un grosso colpo, perché, dopo averlo persuaso del pericolo rappresentato da quei frati, scelti dal papa tra i più scaltri per usarli da spioni, dopo avergli rammentato che un frate, Jacques Clément, aveva pur testé assassinato Enrico III di Francia, gli promise di dargli presto una prova della minaccia che gli stava sopra. Fece in effetto dipingere un quadretto con l’ immagine dell’imperatore in mezzo a due frati armati di pugnali, e, andato a visitarlo e invitatolo a guardar fiso in uno specchio senza distornar la testa, levò a poco a poco il quadretto dietro le spalle di lui e fece riflettere la scena nello specchio, e l’imperatore vide e sbigottì e mandò subito all’arcivescovo di Praga l’ordine dello scacciamento dei cappuccini, che l’arcivescovo non eseguì preferendo di andar esso via da Praga. Intanto, – narra sempre il biografo, – l’astrologo o astronomo, lieto dell’effetto ottenuto, tornò alla sua casa, che era poco lungi dal convento dei cappuccini, e mangiò di buon appetito; senonchè, subito dopo il pasto, al pari di Giuda, crepuit medius et diffusa sunt omnia viscera eius: terribile castigo del cielo, che salvò i frati e produsse la conversione di un nipote dell’astrologo maledetto. Il quale, nativo, com’e detto, di Danimarca, chiamato presso Rodolfo II e in fama di peritissimo, s’identifica facilmente e sicuramente col gran Tycho Brahe, che del resto altre biografie nominano per espresso. Ma c’è un intoppo alla fanciullesca storiella architettata e propalata: che il fatto sarebbe accaduto ne1 1596 e Tycho Brahe si recò a Praga nel 1599 e colà mori nel 1601, alcuni anni dopo che fra Lorenzo era partito per altri lidi. Poi il nostro frate ricevé invito dall’imperatore a seguire l’esercito, comandato dall’arciduca Mattia, che andava in Ungheria alla guerra contro Maometto III, e ad assistere i soldati cattolici, al che il papa dié il consenso. Erano (racconta il biografo) non più di ventimila gl’imperiali e ottantamila i Turchi; ma, attaccata una grande battaglia, ecco fra Lorenzo che  monta a cavallo disarmato, e, precedendo a tutti, vibrava colla sua croce il segno di essa contro le palle delle artiglierie e dei moschetti spiccate dai Turchi a danno dei cristiani, e fu prodigio evidente che que’ globi di fuoco o tornarono indietro o morti a mezz’aria non ne penetrò un solo a offender gl’imperiali, li quali nel medesimo tempo facevano con l’armi proprie grande strage dei lor nemici, a segno che di questi ne caddero uccisi sul campo in diverse scaramucce e battaglie da trentamila e dei Cesarei solamente trenta soldati ordinarii, e forse tutti eretici, li quali ricusarono d’invocare il santissimo nome di Gesia conforme al consiglio suggerito ad ognuno dall’uomo di Dio. Questa prodigiosa vittoria, dovuta a fra Lorenzo, sarebbe accaduta ad Albareale, che i Turchi sgombrarono abbandonando tutto il loro bagaglio. Fra Lorenzo  non fu mai lasciato da gran principi quietare lungo . tempo nella solitudine dei suoi monasteri; ma, inviato più di una volta da Roma nella Germania, di qua in Ispagna, dalla Spagna fu fatto ripassare in Germania, nella Baviera e in più luoghi d’Italia per collegare o tenere uniti quei potentati a protezione e riparo del mondo cattolico dalla pestilenza dell’eresia, con quanti sudori, strapazzi, affanni della sua vita, Iddio lo sa, ed ognun lo può dedurre dall’aver egli contratto quella gravezza di gotta che lo teneva spesso immobile ,per lungo tempo a letto. Ma molti affari anche trattò, oltre quelli in cui interessi politici e interessi religiosi si mescolavano, e, per esempio, fu l’intermediario della pace tra il duca di Savoia e il governatore di Milano don Pietro di Toledo e persuase il duca di Mantova a restituire un feudo, che ingiustamente deteneva e che spettava a un gentiluomo dell’imperatore Rodolfo. E un negozio politico della città di Napoli fu l’ultimo che trattò e nel corso di esso morì, perché, essendo venuto a Napoli nel 1618 per recarsi a Brindisi, fu fermato dal contrasto che si era acceso tra i nobili, il popolo e il viceré duca di Ossuna e dai nobili inviato a rappresentare la città presso il re Filippo III, con molto dispetto del viceré che avrebbe posto impedimento a quell’ambasceria se il frate non fosse stato da alcuni nobili secretamente trafugato da Napoli e condotto a Genova, dove s’imbarcò per la Spagna. Ma, in Spagna non trovò il re, che si era recato nel Portogallo, ed egli gli tenne dietro a Lisbona, e da lui fu ascoltato in cinque udienze, finché, aggravatasi la sua infermità, mori in quella città nel 1619, a sessant’anni.

 

Indirizzi di saluto

Alfredo Marchello

Ministro Provinciale Frati Minori Cappuccini di Puglia

 

Interventi

Antonio Mario Caputo

Centro Studi per la storia dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni

 

Ruggiero Doronzo ofm cap

Direttore della Biblioteca dell’Istituto Teologico Santa Fara,  Bari

 

Vito Petracca

Latinista. San Cassiano di Lecce

 

Conclusioni

S.E. Mons.Domenico Caliandro,

Arcivescovo di Brindisi – Ostuni

 

Coordina e introduce i lavori

Giacomo Carito

Responsabile Cattedra Laurenziana, Brindisi

 

Sarà presente l’autore del volume, edito in occasione del 90. anniversario della titolazione della Provincia dei cappuccini di Puglia a s. Lorenzo da Brindisi (1926-2016),  Alfredo Di Napoli ofm cap. In apertura dei lavori Giancarlo Cafiero  (Società di Storia Patria per la Puglia)   darà lettura dei versi composti da Pasquale Camassa in onore di san Lorenzo da Brindisi.

Organizzazione: 

Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.Cattedra Laurenziana

Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi

Aderisce all’iniziativa l’associazione “San Lorenzo da Brindisi”.

Eventi nell’ipogeo Bacile – Teatro Sotterraneo a Spongano

Con i primi due incontri di “Per adesso resto nel Salento” presso il Castello di Corigliano D’Otranto e Sante Le Muse – agriturismo a Morciano, La Scatola di Latta continua a crescere e a navigare tra storie di imprese, associazioni resilienti, ascoltando con piacere le numerose storie di ritorni ed esperienze dirette, conoscendo le realtà che animano il nostro territorio. E’ sempre più convinta che questa sia la strada giusta e vi invita ad un nuovo incontro che si terrà domenica 11 dicembre all’interno di Ipogeo Bacile – Teatro Sotterraneo a Spongano.
Già dichiarato luogo di interesse storico-artistico dalla Sovrintendenza ai Beni Artistici e Culturali di Puglia, l’Ipogeo di Palazzo Bacile ospita eventi culturali di diverse forme ed espressioni di creatività che in questo luogo ricco di storia trovano relazione e creano dialogo: esposizioni d’arte, rappresentazioni musicali e teatrali, rassegne letterarie.  Il frantoio come custode dell’anima del nostro Paese, torchio di molitura, luogo di sperimentazione e di raccolta delle idee racchiuse nella nostra terra.
Camminando nel frantoio ricco di storia, tra le ombre e le volte dolcemente illuminate, ci è sembrato di attraversare la pancia di una nave. E’ forse da qui che deriva la parola Nachìro, dal greco “padrone, conduttore della nave” nonché colui che dirigeva tutti i lavori del frantoio. E da qui “Nachìria – idee ipogee”, una nave di idee, perché tutti noi siamo nachìri: chi ha deciso di restare, di prendere in mano il proprio timone, cambiare rotta e tornare in Salento dedicando tutto il proprio tempo. Proprio come Bacile, che con “intraprendenza, impegno e intuizione” trasformò per primo il suo frantoio, lo rese funzionale e ne ricavò un olio buono, un’innovazione all’epoca. Sulle sue orme oggi Fabio Bacile immagina lo stesso frantoio come “contenitore culturale” e gli da forma passo dopo passo, una sfida per nuovi nachìri.
Domenica 11 dicembre, dalle ore 16.30 fino alle 21 l’Ipogeo si trasformerà in un “mercatino delle idee“ che accoglierà agricoltori, artigiani, artisti, associazioni e imprese. Ogni partecipante al mercatino avrà modo di esporre e presentare le proprie opere materiali ed immateriali in modo creativo.

Ingresso libero per chi porterà con sé entusiasmo, libri, strumenti musicali e idee da condividere.
Sarà presentata la mostra fotografica sulle “Grotte del Salento” a cura di Giorgio Nuzzo. L’evento rientra nella programmazione @Fortezza in Opera a cura di Salvatore Della Villa.

Per info contattateci via facebook o via mail a: scatoladilatta2014@gmail.com

A tutti gli agricoltori, artigiani, artisti, associazioni e imprese: 

PER ESPORRE E PRESENTARE LE PROPRIE OPERE O PROGETTI scriveteci o contattateci entro sabato 3 dicembre a scatoladilatta2014@gmail.com .

APS La Scatola di Latta

Custodiamo storie e sensazioni dei paesaggi, paesini e paesani del Salento. Promuoviamo azioni di CulTurismo Sociale ed Ambientale

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Aradeo| Clownerie e teatro, cinema e musica, letture e incontri

Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja
Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja

 

di Tore Scuro

Clownerie e teatro, cinema e musica, letture e incontri. Dal 24 al 27 novembre, le sale affrescate di Palazzo Grassi ad Aradeo si apriranno al pubblico per “Storie d’artista a Palazzo Grassi”, un calendario di eventi d’arte e cultura a cura di Koreja, realizzati in collaborazione con il Comune di Aradeo. Dal 24 novembre l’attrattore ospiterà la residenza degli attori Carlo Durante e Riccardo Lanzarone, durante la quale visitatori e cittadini avranno libero accesso agli spazi del Palazzo Baronale. Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Info e prenotazioni: 0832.242000.

Giovedì 24 novembre (ore 20.45), in scena “Con-Tatto”, lo spettacolo di Fabrizio Campo, giovanissimo artista palermitano che incontra il mondo circense nel 2007, iniziando l’attività di clown in corsia presso ospedali, centri di aggregazione sociale, centri diurni e carceri. Nel 2015 dà un taglio nuovo al suo percorso artistico e personale, iniziando la scuola di DanzaMovimentoTerapia – espressivo relazionale (dmt-er), che rientra nel campo delle arti terapie, volta al benessere psicofisico, all’esplorazione e ricerca espressiva, nonché al piacere funzionale del muoversi del danzare. Fra giocoleria, clownerie, circo, teatro di strada e poesia, “Con-Tatto” è spettacolo ironico e tagliente, che racchiude in sé l’essenza del gioco, uno spettacolo ricco di sorprese in un’alternanza di numeri tecnici e momenti esilaranti, uno spettacolo che viene tutte le volte reinventato grazie all’interazione con gli spettatori che non rimangono osservatori passivi, ma diventano parte integrante dello spettacolo. Infatti, un’unica trama, tesse il filo dello spettacolo: la relazione fra il pubblico e il giocoliere, una dinamica che rende unico e inimitabile quello spettacolo, in quel dato momento, con quel pubblico specifico. Il corpo e la materia che giocano in maniera complementare rendendo vitali le performances… clave, cappelli, sciabole e sfere, questi sono alcuni degli attrezzi utilizzati durante lo spettacolo che accompagnerà lo spettatore in una dimensione unica, surreale, onirica.

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Venerdì 25 novembre (ore 20.45) serata dedicata al cinema con la proiezione del film documentario “Santi Caporali” di Giuseppe Pezzulla (sottotitoli in lingua inglese). Un occhio che spia la periferia, quei non-luoghi in cui, ogni santo giorno, si consumano le vite di centinaia di persone provenienti dai alcuni dei territori più poveri del mondo.

Sabato 26 novembre (ore 20.45) la presentazione del libro “Torno da me” di Maria Neve Arcuti. L’universo femminile e le molteplici situazioni in cui la donna è coinvolta per motivi sentimentali, ideologici e di lavoro sono il filo conduttore di sette racconti che vedono come protagoniste donne diverse per provenienza, estrazione sociale e sensibilità. A conclusione della residenza condotta da Carlo Durante e Riccardo Lanzarone, i partecipanti del KorejaLab, accompagnati dalle musiche di Alessandro dell’Anna leggeranno alcuni racconti tratti dal testo.

Chiusura domenica 27 novembre (ore 17.30) con “Sogno in scatola, cartometraggio” di e con Francesco Cortese e Ottavia Perrone, una produzione Koreja. Un nuovo modo di raccontare mediante l’invenzione del cartometraggio: tra rime, illustrazioni, scatole e suoni si srotola una storia visionaria per ascoltare, guardare e immaginare.

I paesaggi dell’olivo pugliese e le minacce dei tempi moderni

           

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

 

              I paesaggi dell’olivo pugliese e le minacce dei tempi moderni

Mostra – fotografica
Campi Salentina 25-28 novembre 2016 Istituto Calasanzio
La diffusione dell’infezione di Xylella fastidiosa in Salento sta portando nel volgere di pochi anni, alla trasformazione del paesaggio, attraverso la perdita di una coltura caratterizzante per la storia del Salento, della Puglia e dell’intero Mediterraneo. Le minacce del paesaggio dell’olivo non provengono solo dalla diffusione del batterio Xylella fastidiosa, ma vi sono altre minacce non di minore importanza: la costruzione d’infrastrutture spesso troppo invasive, il consumo indiscriminato di suolo agricolo per nuove costruzioni, una tecnica agricola non sempre rispettosa del paesaggio e dell’ambiente.
 
Collettiva fotografica di: Fernando Bevilacqua, Carlo Bevilacqua, Pino Cavalera, Mauro Minutello, Giovanni Resta, Rosanna Merola, Antonio Ottavio Lezzi, Francesco Tarantino.
 
 
     
Incontro di presentazione della  mostra fotografica
 
Sabato 26 novembre 2016, ore 11.30-13,30 
Sala Consiliare Comune di Campi Salentina
 
Saluti Egidio Zacheo Sindaco di Campi Salentina
             Cosimo Durante Presidente Fondazione città del Libro
 
Interventi
 
La tutela e valorizzazione dei paesaggi dell’olivo Pugliese 
Anna Maria Curcuruto -Regione Puglia Assessore alla Pianificazione territoriale-
– Urbanistica, Assetto del Territorio, Paesaggio, Politiche abitative
 
Gianni Ippoliti  in video messaggio
 
Paesaggio dell’olivo ed agricoltura
Vittorio Marzi –Accademia dei Gerorgofili Firenze –Presidente Sezione Sud- Est 
Giovanni Mercarne  Olivicoltore Agronomo
 
Tutela del paesaggio ed infrastrutture
Lorenzo Ciccarese, in video messaggio, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).  
 
Coordinamento
Francesco Tarantino, Agronomo paesaggista

Miserere nobis. Convegno di studi itinerante (24-26 novembre 2016)

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Si terrà un Convegno itinerante “Miserere nobis”: aspetti della pietà religiosa nel Salento moderno e contemporaneo, tra Lecce, Alessano, Maglie, Nardò, nei giorni 24-25-26 novembre 2016.

 

Giov. 24 nov. 2016 – Lecce ex monastero Olivetani – ore 16

Introduzione:

-Mario Spedicato: Perché un convegno sulla “Misericordia”

Presiede:

-Mons. Gigi Manca, Direttore Ist. Sup. di Scienze Religiose – Lecce

Indirizzi di saluto:

-S.E. Mons. Domenico D’Ambrosio, Arciv. Metropolita di Lecce

-Prof. Vincenzo Zara, Magnifico Rettore Univ. del Salento

-Prof. Gianluca Tagliamonte, Dir. Dip. di B.C. Univ. del Salento

Relazioni:

-Antonio Bergamo (Facoltà Teologica Pugliese), Misericordia: dimensione teologica ed esistenziale fondamentale

-Carlo Alberto Augeri (Univ. del Salento), “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt. 9,13): la pietà come decostruzione del vittimismo sacrificale

-Alberto Zonno (Ist. Sup. di Scienze Religiose – Lecce), Misericordia: riconoscimento e amore nel paradosso del dono

-Nicola Macculi (Ist. Sup. di Scienze Religiose – Lecce), La Misericordia nella pietà popolare salentina

-Ruggiero Doronzo (Facoltà Teologica Pugliese), Ab ore ad aurem: la comunicazione senza Misericordia

-Gianpaolo Lacerenza (Facoltà Teologica Pugliese), Misericordia e coscienza morale nei percorsi di recupero dei carcerati

Salvatore Spedicato –Presentazione della scultura personale titolata “Misericordia”

 

Ven. 25 nov. 2016 – Lecce ex monastero Olivetani – ore 9

Presiede: Mario Spedicato, Università del Salento e presidente Società di Storia Patria di Lecce

Relazioni: Paolo Agostino Vetrugno (Univ. del Salento),”Ineffabil Misericordia”: riflessioni e spunti per un repertorio iconografico delle opere cari-tative in Terra d’Otranto

-Maria Antonietta Epifani (Società di Storia Patria), Aurelia Imperiali Caracciolo (1646-1725), una donna salentina della Misericordia

-Francesca Cannella (Univ. del Salento), “La pietà illustrata”. Allegorie e formule musicali nella produzione letteraria ad memoriam fra Cinque e Seicento

-Giovanna Bino (Arch. di Stato di Lecce), Nelle carte d’archivio salentine… sulle orme della misericordia

-Maria Rosaria Tamblé (Arch. di Stato di Lecce), Le confraternite della SS. Trinità e dei Pellegrini e convalescenti nella diocesi di Lecce in età moderna

-Hervé Cavallera (Università del Salento), La prassi Misericordiosa, che si fa attività educativa. L’opera di S. Filippo Smaldone

 

Sab. 26 nov. 2016 – Maglie Aud. Liceo Scient. L. da Vinci– ore 9

Presiede: Don Quintino Gianfreda (Vicario Generale dell’arcidiocesi di Otranto)

Indirizzo di saluto: S.E. Mons. Donato Negro, Arciv. di Otranto

Relazioni:

-Giuseppe Mengoli (Storico dell’Arcidiocesi di Otranto), Le opere di Misericordia in Vincenzo Maria Morelli e Cornelio Sebastiano Cuccarollo, Arcivescovi di Otranto

-Giacomo Filippo Cerfeda (Archivio Storico Diocesano di Otranto), I Monti di pietà nella ex diocesi di Castro. Poveri e orfanaggi nel-la direttrice della Misericordia

-Salvatore Marra (Responsabile Ufficio di Pastorale Culturale diocesi di Otranto), Pratiche della Misericordia nell’Azione Cattolica dell’Archidiocesi otrantina in età contemporanea

Maria Antonia Nocco (Università del Salento), Modelli celebri per la tela con la Madonna della Misericordia di Calimera

-Angelo Lazzari (Società di Storia Patria), Orfanatrofio “Ciullo” in Castro agli inizi del Novecento

-Lina Leone (Società di Storia Patria), Francesca Capece: da “Stabilimento di carità cristiana” a Fondazione educativa

 

Ven. 25 nov. 2016 – Alessano Sala del consiglio comunale – ore 16

Presiede: Hervé Cavallera (Univ. del Salento e presidente Società di Storia Patria sez. di Tricase)

Indirizzo di saluto: Avv. Francesca Torsello (Sindaco di Alessano)

Relazioni:

Fabrizio Gallo (Dir. Uff. Ecumenico Diocesano di Ugento), La Misericordia nel pensiero dei santi orientali venerati nella diocesi di Ugento

-Salvatore Palese (Arch. Storico Diocesano di Ugento), I Monti frumentari del Seicento nella Diocesi di Ugento

-Alfredo di Napoli (Storico della Chiesa), Memorie dei Cappuccini in Salento (secc. XVI-XVII). La Misericordia di Dio “vissuta” e “predicata” sul territorio

-Ercolino Morciano (Società di Storia Patria), Misericordes sicut Pater. Mons. Giuseppe Ruotolo e il Villaggio del Fanciullo a S. Maria di Leuca negli anni ’40-’60 del Novecento

-Giancarlo Piccinni (Presidente della Fondazione “D. Tonino Bello”), Don Tonino Bello pastore di Misericordia

-Rodolfo Fracasso (Medico e giornalista), Sanità e Misericordia. 50 anni dell’A.O. “Card. G. Panico” di Tricase (1967-2017)

-Sebastiano Giampà (Dirigente medico ASL), Il Salento: spazio di dialogo e accoglienza

 

Sab. 26 nov. 2016 – Nardò Audit. del Seminario – ore 16

Presiede: don Giuliano Santantonio, Responsabile Beni Culturali della Diocesi di Nardò

Indirizzo di saluto: S.E. Mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò-Gallipoli

Relazioni:

-Francesco Danieli (Università del Salento), “Seppellire i morti”. La carità esequiale nelle confraternite laicali neretine

-Francesco Potenza (Società di Storia Patria), Orfanaggi e maritaggi in diocesi di Nardò tra Cinque e Seicento

-Vittorio Zacchino (Società di Storia Patria), Penitenza e pellegrinaggio al Crocefisso della Pietà di Galatone in antico regime

-Pantaleo Palma (Archivio di Stato di Lecce), Opere di Misericordia nel Salento di antico Regime

-Giancarlo De Pascalis (Società di Storia Patria), Pellegrinaggi e giubilei: gli “hospitalia ” in Nardò tra XIII e XVII secolo

-Gaetano Danieli (Società di Storia Patria), Misericordia e indulgenza nel ciclo francescano di Giuseppe

La locandina e il programma dei lavori possono essere scaricati qui:

“Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo. A Lecce

di Tore Scuro

Fra problematiche sociali e diversità culturali, due giornata con “Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo. Appuntamento internazionale per l’edizione 2016-17 di “Strade Maestre”, la stagione teatrale promossa da Koreja e realizzata con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Regione Puglia, e con il contributo del Comune di Lecce, venerdì 18 e sabato 19 novembre ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, in via Guido Dorso 70. Gli spettacoli sono in lingua italiana. Biglietto intero 15 euro, ridotto 8 euro (under 30 e over 60) e 12 euro (convenzioni). Info e prenotazioni: 0832.242000.

Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja
Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja

 

L’internazionalizzazione rappresenta da molti anni un punto fermo del progetto artistico di Koreja che, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne e con un occhio sempre attento alle problematiche sociali e alla diversità culturale, ospita “Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo realizzato in collaborazione con Teatri di Vita (Bologna). Oggi la Persia è diventata Iran, un grande paese, carico di storia millenaria e di un’attualità dalla notevole vivacità culturale, in forte slancio internazionale, ma al tempo stesso frenata da un sistema pieno di vincoli. L’Iran Contemporaneo rivela una complessità dura da districare, dove si alternano fascino e rigetto. “E in questo Iran vogliamo guardare, dandogli la parola. Ascoltando gli artisti e cercando di capire. Senza dimenticare i punti nodali delle sfide attuali della società iraniana, senza pregiudizi di sorta, ma con la consueta curiosità volta a scoprire un mondo ben più complesso e più vicino di quel che si pensa”.

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Il Moj theater (Iran) sarà in scena venerdì 18 (ore 20.45) con “Madri, padri e figli”. La guerra e i conflitti, passando dalla Siria per arrivare alla terza generazione di migranti a Parigi. Un grande affresco attraverso la voce di diverse donne: una madre che ha perso tutto in un naufragio, una figlia che ritrova il padre dopo tanti anni dalla parte del nemico, una madre che cerca di convincere la figlia ad abbandonare la jihad… Lo spettacolo scritto e diretto da Arash Abbasi e interpretato da Sanam Naderi e generalmente da Ladan Mostofi (uno dei volti di punta del nuovo cinema iraniano). Ciò che ultimamente preoccupa Abbasi è la situazione disagiata dei profughi siriani Lui stesso afferma: “è un obbligo per noi che facciamo parte di quella zona, di quella terra, parlare di questa situazione” E poi aggiunge: “il nostro sguardo non è uno sguardo politico ma sociale.” Il teatro non è soltanto uno strumento per divertirsi. Fare teatro è un impegno molto preciso e ha un ruolo fondamentale nel contesto sociale in cui si vive. Testo e regia Arash Abbasi, con Daniela Scarpari, Sanam Naderi, scenografia e costumi Arash Abbasi, aiuto regista Hamed Shafiee.

Sabato 19 novembre (ore 20.45), Moj theater proporrà “La Signora”, dedicato a un tema attualissimo in Iran come in occidente. Lo spettacolo racconta la storia di una donna che si guadagna da vivere affittando il proprio utero alle famiglie che non possono avere dei figli. Una donna sui 40, incinta, ripone delle cose in una piccola valigia. Qualcuno bussa alla porta selvaggiamente. Le leggi del Corano vietano rapporti al di fuori del matrimonio, ed essendo lei una donna rispettosa della religione, utilizza il matrimonio temporaneo per sposare i mariti delle donne sterili per un breve periodo, e poter quindi concepire con loro dei figli. La Signora ha fatto nascere nove bambini in venti anni, ma proprio l’ultima volta che può rimanere incinta una coincidenza drammatica riapre vecchie ferite e conflitti. Ancora una volta la figura femminile è la cartina di tornasole di una complessità sociale in cui modernità e tradizione si fondono e confrontano. Testo e regia Arash Abbasi, con Sanam Naderi, scenografia Arash Abbasi, aiuto regista Ali Jenaban.

In entrambi i giorni di spettacolo (dalle ore 18.30), il foyer del teatro di via Dorso ospita “All About Me, Nicknamed Crown Giver”, mostra video-fotografica di Tahmineh Monzavi. Da sempre impegnata nella rappresentazione della condizione femminile, Monzavi affronta la centralità della donna, anzi la sua assolutezza, trasformando la figura femminile in figura regale, all’interno di ambienti in rovina: un contrasto potente che, attraverso l’allusione e la fascinazione evocativa dell’immagine, si impone per la sua capacità di raccontare un’intera società. Monzavi è tra le più importanti e significative rappresentanti della fotografia a livello mondiale. Ha ricevuto premi internazionali e ha realizzato mostre personali in Iran, Turchia, Olanda, Francia e Usa. Questa è la sua prima mostra in Italia.

La Francia ancora patria d’adozione del vignettista salentino Paolo Piccione

Il vignettista Paolo Piccione, per la 8^ volta ospite al Salon International du Dessin de Presse

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La Francia continua ad essere patria d’adozione artistica del vignettista salentino Paolo Piccione, il quale per la 8^ volta è stato tra i protagonisti del 35° Salon International de la Caricature du Dessin de Presse et d’Humour di Saint Just Le Martel. L’evento, consolidato rendez-vous planetario delle più appuntite matite satiriche provenienti da ogni parte del mondo, si è tenuto durante il mese di ottobre. La kermesse – impreziosita dalla presenza di circa 150 disegnatori, da convegni ed eventi tematici – quest’anno ha registrato un numero di visitatori molto superiore alle precedenti edizioni, confermando la sensibilità e l’affetto dei francesi verso questa forma d’arte e di comunicazione. Anche quest’anno, dopo la strage di Charlie Hebdo, trattandosi di un evento a rischio terroristico, si è notata la presenza di un nutrito contingente di Gendarmerie.

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Quest’anno, Piccione, ha esposto quattro tavole: tre satiriche ed una illustrazione. Le prime tre hanno toccato i seguenti punti: le Paralimpiadi di Rio 2016, i 130 anni della Statua della Libertà e la Brexit. L’illustrazione, invece (ritraente il Palazzo dei Commendatori di Maruggio con i cavalieri di Malta e i Templari), è una tavola estratta da L’Acino e l’Oliva, favola illustrata delle Terre del Primitivo , progetto a cura di Paolo Piccione e Sisto Sammarco, finanziato dal GAL Terre del Primitivo.

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Tra gli altri artisti italiani presenti alla manifestazione vi erano Claudio Puglia (il quale, realizzando caricature tramite l’uso delle lettere del nome e cognome, rappresenta la massima espressione nazionale di “callicaturista”), Marilena Nardi (vignettista de Il Fatto Quotidiano) e Marzio Mariani (freelance). Un altro ospite italiano è stato il dott. Paolo Moretti, collezionista e presidente dell’Associazione Culturale Fondo Paolo Moretti per la Satira Politica.

Piccione, insieme agli altri vignettisti, si è esibito al cospetto del pubblico, realizzando vignette e caricature in estemporanea.

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L’impianto di illuminazione della Cattedrale di Nardò in mostra a Parigi

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

 

Il “Salon du Patrimoine Culturel” di Parigi, importante evento in Europa, è senza dubbio, l’appuntamento annuale al quale non possono mancare i maggiori partner del settore quali professionisti coinvolti nel ripristino e conservazione del patrimonio tangibile e intangibile.

Ebanisti, orefici, restauratori di beni mobili, in vetro e dipinti, esperti artigiani del metallo e della pietra, gestori del patrimonio architettonico, associazioni dedite alla conservazione, autorità locali … circa 340 espositori tra francesi e stranieri si incontreranno nell’atmosfera accogliente del Carrousel du Louvre, in rue de Rivoli, prestigioso centro di relazioni nel cuore di Parigi.

Ogni anno il Salone pone l’attenzione su un tema specifico e l’edizione del 2016 sarà incentrata su “Progetti significativi dedicati al patrimonio culturale”.

Rappresenterà un’ottima occasione per svelare i luoghi d’arte e i lavori portati a termine dagli espositori presenti. La loro esperienza contribuisce alla salvaguardia del patrimonio culturale attraverso la rinascita di luoghi straordinari ed allo stesso tempo dei beni mobili ivi contenuti.

Quest’anno Studio AERREKAPPA S.R.L., Società di Ingegneria di Lecce, presenterà i propri lavori all’interno della collettiva di Assorestauro: oltre ai progetti realizzati e in corso di realizzazione in Italia e all’estero (Turchia e Cuba), avrà un ampio spazio il progetto dell’impianto di illuminazione a gestione domotica della Cattedrale Maria SS.ma Assunta di Nardò (Lecce), un lavoro delicato e complesso che ha richiesto un grande impegno ideativo e una grande attenzione nella fase esecutiva. L’obiettivo raggiunto di trasformare la Cattedrale in uno smart building è stato reso possibile dalla volontà congiunta dei progettisti, l’Arch. Cristina Caiulo e l’Ing. Stefano Pallara, e della Committenza, nella persona del Parroco Mons. Giuliano Santantonio, di sfruttare al meglio quanto di più innovativo ci offre oggi la tecnologia, nel pieno rispetto della sacralità e dell’incommensurabile valore artistico e architettonico dell’edificio.

Per scoprirne di più e iscriversi alla Newsletter del Salone, collegarsi al sito: www.patrimoineculturel.com, per scaricare il press kit.

Maggiori informazioni:

Carrousel du Louvre

99 rue de Rivoli

Paris – 1er arrondissement

www.patrimoineculturel.com

 

3 – 6 novembre 2016

  1. 10.00 – 19.00 (Domenica 10.00 – 18.00)

 

Biglietto di ingresso:                        11 €

gratuito per bambini sotto i 12 anni

ridotto: 5 € (studenti, gruppi con minimo 10 persone).

 

General introduction

The International Heritage Show, a Europe leading event, is no doubt, the annual appointment not to be missed by the major players of the sector, such as professionals involved in restoring and preserving built or not built, tangible or intangible heritage.

Cabinetmakers, goldsmiths, furniture, stained-glass or painting restorers, skilled metalworkers, stonemasons, built heritage suppliers, heritage preservation associations, local authorities … about 340 French and foreign exhibitors will meet in the cozy atmosphere of the Carrousel du Louvre, a prestigious venue located in the heart of Paris.

During 4 days, this event will be the major and unique place for exchange and business appointments of the sector. There will be many opportunities to make new contacts with a large number of trendsetters, seeking to establish new business relationships. Among them, there will be sector professionals, property owners but also connoisseurs and enthusiast visitors.

Every year, the show focuses on a specific topic and the 2016 edition will be focusing on the remarkable cultural heritage projects.

This will represent a great opportunity to unveil the sites and works carried out by the exhibitors. Their expertise contributes to the safeguarding of cultural heritage, through the restoration of exceptional sites, as well as of movable heritage.

Find out more and subscribe to the newsletter of the show on www.patrimoineculturel.com

Useful information:

Carrousel du Louvre, 99 rue de Rivoli, Paris 1st district (1er arrondissement)

3-6 November 2016, 10 a.m. – 19 p.m. (Sunday 10 a.m. – 18 p.m.)

General admission: 11 € – Reduced rate: 5 € (students, groups of 10 people or more) – Free for children under 12.

www.patrimoineculturel.com

 

Libri| Litanie dell’acqua

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Dell’acqua che scava, dell’acqua che spezza, dell’acqua che sazia…della lotta e del simbolo nella poesia di Daniela Liviello

 

di Stefano Donno

 

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare la poesia di Daniela Liviello già in un volume edito da Manni e dal titolo “Il rovescio delle foglie”. Classe 1955, nasce a Taviano ma vive per molti anni in Lombardia, sentendo costantemente nel trascorrere del Tempo il richiamo della sua terra, il Salento, terra madre ancestrale, magica, archetipica, oscena ed obliqua, che con le sue seduzioni lascia nella poetessa un non so che di amaro, relegando la sua nostalgia in una dimensione narcotica di desiderio e abbandono, per un ritorno forse impossibile, ma decisamente sentito per ogni suo centimetro di pelle. La poesia della Liviello ti rimane impressa e non puoi dimenticarla, non ne puoi fare a meno, se sai di cosa stai parlando, se conosci tutto quel retroterra simbolico, poetico, di cui si è nutrita e che fa parte di una memoria collettiva lirica che appartiene non a un sud del sud del mondo generico, no…tutt’altro! Esso è l’esplodere ritmico del veleno della ragna tarantolante e del mare di Idrusa, è l’avvelenata di Antonio Verri che s’aggrappa tenace al sogno del “fate fogli di poesia poeti…”, della rabbia demonicamente barocca di una Claudia Ruggeri, di un odio benevolo di un immenso Salvatore Toma verso la creaturalità bestiale e blasfema che si annida nelle notti di luna piena sulle scogliere di Badisco, sulle menzogne dei vicoli e delle chiese di Lecce. Questa poetessa i suoi versi li scrive col sangue, questa poetessa sa gestire con garbo le bizze della nostalgia vigliacca che colpisce alla schiena, gioca con furia dolente al mortale piacere della Poesia, di quella che si fa a muso duro, cha sa quanto sia splendido un poeta che non balbetti e che sicuro s’aggiusta le vesti sul palco della vita, e comincia a dirla tutta, scegliendo le parole, misurando le pause, perché nulla sfugga di ciò che bisogna dire, di quanto occorra fornire sul piatto della bilancia, prima che il Destino chieda il conto, senza porsi il problema se salato o meno. Dunque Daniela Liviello a oggi sembrava aver scelto quella purezza della scrittura incarnantesi nello spazio invisibile dell’oblio e dell’inconscio, quasi che fosse ancora aperta la “battuta di caccia” verso un percorso identitario, non perché lacunosamente mancante, ma perché per stessa consistenza dell’oblio impossibile a definirsi. Potrebbe forse trattarsi di una strizzata d’occhi a Freud, ma gli psicologismi della metrica, è bene lasciarli ai salotti. Questo offriva un tempo la poetessa. Ora in un distillato per versi Daniela Liviello presenta al lettore una preziosa raccolta dal titolo “Litanie dell’acqua”. E non perde tempo a gridare con fierezza le sue radici, non perché si senta così lontana dalla sua terra

 

 

 

da sembrare addirittura straniera in patria, anzi è una questione di sangue che ribolle e schiuma: “Sono nata qui//sulla pietra in fondo alla via//sul ramo più alto di gelso//maturo//o sulla foglia d’ulivo in mezzo ad un campo//e nel vicolo stretto//che porta alla croce//all’incrocio fuori dal centro//in mezzo alla piazza più grande//nel cortile tra gerani//canzoni//sui gradini della chiesa più vecchia//sul campanile di quella abbattuta//sul fiore di cappero//appeso al muretto//sul filo pesante di panni che asciugano//”. Detta così sembrerebbe un affresco degno di una cartolina, di una foto ricordo. Non è un caso che precedentemente si sia parlato di una poesia che guarda alla tradizione antropica del Salento in maniera precisa, che respira e rende la costellazione di senso dei contesti a queste latitudini in maniera magistrale, perché lo fa con la stessa dignità di un canto di lotta, di emancipazione, di oltrepassamento dal metallo vile all’oro. Insomma un salto di paradigma. Già perché sui gradini della chiesa più vecchia nel cortile tra i gerani, c’é il lavoro etno-antropologico di Ernesto de Martino, e il verso oblungo di Vittorio Bodini. Il Bodini che canta il suo sud, quello della Liviello, il nostro, estremo lembo di terra dove la luce o acceca o succhia vitalità. Ma questa poetessa si lascia alle spalle Bodini, e tutti gli altri, si lascia alle spalle persino Rina Durante e Flora Russo, quasi a voler sottolineare che siano gli altri a dire se ne vale la pena o no resistere alla calura di queste latitudini. Perché nel torpore dell’immemorialità, nel caldo della dimenticanza, forse una via di fuga, una scappatoia, per quanto angusta e difficile possa essere, sta nel fatto che prima o poi il mare lo si incontra, o meglio lo si affronta. L’esito dipende da quanta voglia di vivere scorra in corpo, perché la posta in gioco è alta, ma il premio enorme: “La fortuna di essere nati vicino al mare//è pietra che affiora//nel terreno spietrato//. Ostinazione://sentirmi congiunta al tutto.// Come la macchia qui intorno//inerpicata nella lieve salita//mediterranea//poi discesa a toccare l’acqua//nel motore spento della mia generazione//”. E ancora:”Qui ci sono voci d’acqua//e scivolano piano://sarà il fiato della sera//o la nera linfa del giorno//che si spegne//nell’ora che tentenna dubbia//e incerta.// Se la notte intanto incardina//origlio ombre del dormiveglia//accudita da nebbiose forme//dell’andare incontro a qualcuno//che mi chiama.// Voci d’acqua scivolano piano//a tratti// un canto scorre.// […]”. La poesia di Daniela Liviello non si nutre di finezze o sfarzi nella scelta del ritmo, si basa più che altro su un’attenta calibratura del respiro, che pare tanto naturale da accordarsi repentino al battere d’un cuore indomito, mai pago di desiderio e passione. Non ci troviamo dinanzi all’elencazione pedissequa di stati d’animo che s’ingrigiscono col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, e che ammazzano, soffocano, uccidono la gioia, uccidono la voglia di creare e ri-crearsi. La poesia di Daniela Liviello non si nutre di bagliori, lei trasforma i bagliori in temporali, la

 

 

 

poesia di Daniela Liviello è luminosità incandescente, fatale, sacra difficile da dimenticare, difficile da perdonare!

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi e testi di narrativa sono apparsi su riviste e lavori collettanei; sue poesie sono state pubblicate nell’antologia alchimie poetiche tra memoria e sogno ( Pagine )

e dalla rivista internazionale <poeti e poesia>

Per Piero Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e

Il rovescio delle foglie. E’ presente nelle antologie poetiche Parole Sante 2015-2016 per Kurumuny edizioni e nell’antologia A sud del sud dei santi per LietoColle edizioni, che raccoglie la poesia pugliese più rappresentativa degli ultimi cento anni. Le sue prime raccolte sono state recensite su Poesia, rivista di Nicola Crocetti, dal critico Fabio Simonelli e da L’immaginazione, rivista di letteratura diretta da Anna Grazia Doria.

Il suo ultimo lavoro è Litanie dell’acqua per LietoColle edizioni.

Libri| Parole sante. Versi per una metamorfosi

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Daniela Liviello

“ma ormai

senz’ombra

senza pietra come

come farò a sapere

dove sono, fino a che punto sono morto

o vivo…..”       Vittorio Bodini

 

Il fuoco è spento, il vento si è quietato, l’alba si stiracchia, si stropiccia gli occhi.

Saliamo sulla pietra più alta per guardare il nostro campo, cosa resta dopo l’ennesimo incendio doloso.

E’ tanto amato questo campo, questa terra che rinasce scostando le tende grigie di fumo. Riprende a scorrere la linfa, riprende l’affanno delle formiche, le mani tornano a ricomporre un’armonia di pietra.

Anche quest’anno 2016 i versi si raccolgono in antologia. “Versi per una metamorfosi”. Kurumuny edizioni.

Il ricavato della distribuzione dell’ antologia 2015 è diventato ulivo: nell’orto sono state messe a dimora ottanta piante della specie ogliarola.

Ventidue poeti di ogni regione hanno composto ispirandosi ad un verso tratto dal “Canzoniere della morte” di Salvatore Toma, il poeta di Maglie: A me Dio piace indovinarlo//in una pietra qualunque.

E a noi piace pensare che Salvatore Toma abbia sorriso da lassù ascoltando le voci dei poeti che a lui si sono richiamati.

VERSOTERRA – A CHI VIENE DAL MARE

dal 30 settembre al 2 ottobre
San Foca di Melendugno, Lecce,
Porto Selvaggio, Acquaviva di Marittima/Diso
Info 3331803375 – www.versoterra.it

VERSOTERRA – A CHI VIENE DAL MARE
Dal 30 settembre al 2 ottobre l’autore, attore e regista Mario Perrotta – dopo il grande successo del Progetto Ligabue, che nel 2015 ha conquistato il Premio Ubu – propone in diversi luoghi del Salento, tra il centro storico di Lecce e la costa adriatica e ionica, una nuova produzione sul tema della migrazione. Oltre quaranta artisti e artiste coinvolti dall’alba a mezzanotte, la “messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica Emigranti Esprèss e la prima nazionale dello spettacolo “Lireta” con Paola Roscioli

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Proseguono tra Lecce, San Foca, Acquaviva di Marittima/Diso e Porto Selvaggio le prove di “ Versoterra – a chi viene dal mare”, il nuovo progetto dell’autore, attore e regista leccese Mario Perrotta (tre volte vincitore del Premio Ubu, il più ambito riconoscimento teatrale italiano) che dal 30 settembre al 2 ottobre si svolgerà in diversi luoghi del Salento con spettacoli dall’alba a mezzanotte.

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Dopo il grande successo del Progetto Ligabue sulle rive del Po, l’artista salentino ha ideato una nuova produzione corale sul tema della migrazione. E per farlo ha pensato alla sua terra d’origine, il Salento, terra di approdi e di partenze. Sono oltre quaranta gli artisti e le artiste (in massima parte pugliesi) e i richiedenti asilo politico coinvolti – coordinati da Ippolito Chiarello (regista di percorso), Claudio Prima ed Emanuele Colucci a (progetto musicale e arrangiamenti), Maristella Martella (coreografie) – negli spettacoli ” Approdi” ( 1 e 2 ottobre dalle 5.45 nel piazzale esterno dell’ex “Regina Pacis” di San Foca, marina di Melendugno) e ” Partenze(1 e 2 ottobre dalle 17 nel Parco di Porto Selvaggio con partenza dall’ingresso “ Torre Uluzzo ). Nell’insenatura di Acquaviva di Marittima, frazione di Diso, poco distante da Castro nel corso delle tre serate ( dal 30 settembre al 2 ottobre ore 20.45 – ingresso 12 euro) appuntamento con la prima nazionale di “ Lireta – a chi viene dal mare”, scritto e diretto da Perrotta. Su un palcoscenico nell’acqua, l’attrice Paola Roscioli – accompagnata da Laura Francaviglia (chitarra) e Samuele Riva (violoncello) – sarà la protagonista della storia di Lireta Katiaj. Il progetto, in collaborazione con Lecce Festival della Letteratura, ospiterà anche la ” messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica Emigranti Esprèss ( dal 30 settembre al 2 ottobre dalle 11.30 alle 13 nell’atrio del Castello Carlo V di Lecce – ingresso su prenotazione leccefestivaletteratura@gmail.com) e  la presentazione del libro ” Lireta non cede” ( sabato 1 ottobre dalle 18 alla Fondazione Palmieri di Lecce) con l’autrice e Natalia Cangi (direttrice dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano). Per tutti gli spettacoli dell’alba e del tramonto è consigliato abbigliamento comodo (tuta, scarpe da ginnastica, giacche). Per l’appuntamento ad Acquaviva (che non prevede sedie o panche) è consigliato portare cuscini e coperte.

Mario Perrotta (foto Luigi Burroni)
Mario Perrotta (foto Luigi Burroni)



VersoTerra è organizzato dall’associazione culturale Permàr e dalla cooperativa Coolclub con il sostegno di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (Accordo di Programma Quadro Rafforzato “Beni ed Attività Culturali”- Fondo Sviluppo e Coesione 2007/2013), Apulia Film Commission, Comuni di Lecce, Melendugno, Diso, Nardò, Tricase, Sac – Porta d’Oriente, Parco Naturale Regionale “Costa d’Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase” ed Europarc Federation, Istituto di Culture Mediterranee, La Piccionaia, Duel, Arci Lecce, Gus – Gruppo Umana Solidarietà, R.I. SpA, Lecce Festival della Letteratura e altri partner privati.

Torna “Circonauta Festival”

Giorgio Bertolotti (foto Pierangela Flisi)
Giorgio Bertolotti (foto Pierangela Flisi)

 

di Tore Scuro

Occupate le strade coi sogni. Torna “Circonauta Festival”, approntando per l’edizione autunnale tre date ad ottobre (start ore 18): il 2 a Manduria, clou in piazza Garibaldi; l’8 a Copertino, clou in via Margherita di Savoia; il 9 a Campi Salentina, nel centro storico.

Il progetto mira alla valorizzazione e diffusione del teatro-circo e delle arti circensi e, non di meno, a rivelare le straordinarie potenzialità delle performance di strada come vettore dei processi di valorizzazione culturale e architettonica dei nostri comuni più suggestivi. L’artista a cappello, che si esibisce lungo le viuzze del borgo, ai margini di un sagrato, ci riconcilia con la strada e ci fa riassaporare il gusto del camminare e del contemplare. Piccole cose folli e fragili. Sogni ambulanti.

Lilliy Piccoli (foto Francesca Danese)
Lilliy Piccoli (foto Francesca Danese)

 

Dopo il successo dell’edizione estiva (gli scorsi 8 e 9 luglio a Nardò), il Festival si propone di coinvolgere il pubblico, che si attende numeroso, con un programma piuttosto variegato. The Sprockets (Scott Harrison e Isabelle Feraud), duo anglo-francese che si esibisce in una sequenza mozzafiato di numeri acrobatici (tessuti e volteggi) e di giocoleria di primissima qualità. Grande affiatamento, grande conoscenza delle tecniche e degli esercizi tradizionali fanno del loro spettacolo qualcosa di emozionante. Lo straordinario istrione inglese Mr Bang (Benjamin Delmas) non è soltanto un clown surreale capace di strappare quintali di risate, ma qualcosa di più, molto di più: un terrorista del buonumore. Da fare molta attenzione ai suoi effetti speciali. Lilly Piccoli, ovvero danzare con il fuoco. Ogni sua movenza, ogni suo numero, frutto di studio e passione, rappresentano altrettanti tasselli di un mosaico narrativo che evoca il mito delle fate, degli spiriti della notte, dell’energia del cosmo. Il.Aria (Ilaria Fonte), metà donna e metà pesce, una sirena insomma. “Il filo dell’anima” è una performance di acrobatica aerea che sottolinea l’importanza dell’anima e del suo cammino. I Girovaghi, compagnia poliedrica che, dove la luce e la musica si fondono, dà origine a incantevoli movenze e ipnotiche danze aeree. Poi, con effetti pirotecnici, conferisce l’ultimo tocco di colore e follia a un autentico caleidoscopio di forme e figure. “Unicycle Dream Man” è il titolo che Giorgio Bertolotti, esuberante clown-acrobata, ha dato al proprio spettacolo. Uno street show in cui si alternano pezzi d’alta scuola acrobatica ed esilaranti gag umoristiche, sino al colpo di scena finale, che non riveliamo. Borboleta il carillon è una statua vivente che quando si anima danza con grandi ventagli che richiamano il volo delle farfalle. E, per l’eccezionalità delle sue movenze, seduce con lo sguardo, conducendo in un mondo parallelo fatto di grazia e magia. “Retrò!” è il titolo di uno spettacolo che trasporta nelle atmosfere del circo classico. L’interprete, autentico one-man-show, è Mone Monè (Simone Tuosto), vivace saltimbanco, che alterna numeri di giocoleria ed equilibrismo con gag capaci di coinvolgere grandi e piccini. Il varietà surreale della “donna-marionetta” Chiara Saurio. All’interno di un eccentrico teatrino, sfila un carosello di personaggi, i quali si alternano nell’esecuzione volontaria (o capitando lì per puro caso) di pezzi comici, parlati, danzati, cantati, recitati. Ritmo, improvvisazione e tinte soffuse sono gli ingredienti del repertorio degli Alfonsina swing (progetto nato dall’incontro tra Marco Papadia e la voce di Sofia Romano), che spazia attraverso i più noti standard del patrimonio jazzistico.

Mr Bang (ufficio stampa Altramarea)
Mr Bang (ufficio stampa Altramarea)

 

Discorso a (p)arte merita la proposta dell’associazione culturale “Garage” (partner di questo circo a cielo aperto), denominata Secret Show: spettacoli divertenti e brevi allestiti in ambienti domestici privati. Salotti, terrazze, cortili si aprono a un pubblico di pochi eletti. Per provare questa inusuale esperienza, e isolarsi momentaneamente dalla piazza festosa, bisogna cercare la lettera “G” sulla mappa del Festival (una sorta di segnaletica circense, da ritirare all’ingresso, per orientarsi, e non perdersi… nulla), entrare nella casa indicata e scoprire quale artista si sta esibendo. Ovviamente, è necessaria la puntualità, e, non di meno, un tot di buona sorte, essendo i posti limitati. Da visitare anche il colorito “mercatino” di Jack Circonauta.

Ideata dagli artisti Enzo Isernia, Gianluca Marra e Marco De Paola, l’edizione 2016 del “Circonauta Festival” è resa possibile grazie al finanziamento di SAC Arneo e Costa dei Ginepri. La data di Manduria è in collaborazione con Popularia Festival e Centro di Educazione Ambientale.

PREMIO SCÒLA FEDERICIANA A LECCE. 16 settembre al Teatro Romano

PREMIO SCÒLA FEDERICIANA A LECCE

Venerdì 16 settembre al Teatro Romano

 Foto Pascal Pezzuto e Lara Carrozzo

È di nuovo tutto pronto, dopo il rinvio a causa del maltempo, per una serata indimenticabile, con ospiti d’eccezione e con Renzi che, informato dell’evento, ha annunciato al Politeama di Lecce lo slogan del Premio: “Non Lecce Firenze del Sud, ma Firenze Lecce del Nord”. Ciò a voler significare forse che ci potrebbe essere un accordo tra la città di Dante Alighieri e la capitale di Terra d’Otranto su quel volgare salentino che, insieme col siciliano e col calabrese, diede origine alla lingua italiana presso la corte di Federico II, prima che il Divin Poeta venisse al mondo.

Il “Premio Scòla Federiciana” 2016, che verrà consegnato dal Presidente del Consiglio della Città di Lecce dr. Alfredo Pagliaro al dr. prof. Salvatore Cosentino, Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri, “per aver promosso, nelle sue eccellenti conferenze-spettacolo, la Lingua degli Italiani”, tratterà anche un argomento attualissimo: la modifica dell’art. 6 della Costituzione, che non sembra tutelare a sufficienza l’idioma nazionale. Se ne occuperà il dr. Luigi Mazzei, membro del Comitato Scientifico.

Si inizierà con l’originale performance teatrale “L’Inferno di Dante ed il Mosaico di Otranto tra Federico II e Bianca Lancia”, ideata ed interpretata da Pascal Pezzuto e Lara Carrozzo per la regia di Marianna Murolo. Già presentata con successo di critica e di pubblico il 17 agosto scorso nel borgo medievale di Roca Nuova (Melendugno-Le), spettacolarizza i contenuti del Premio alla sua quarta edizione. La manifestazione, gestita da Khàrisma Cineproduzioni, patrocinata e sostenuta dalla Regione Puglia e dal Comune di Lecce, si concluderà con l’intervento del Sottosegretario di Stato Sen. Massimo Cassano, che consegnerà a Cosentino anche l’ “Alto Riconoscimento della Scòla Federiciana”.

Presso il Teatro Romano di Lecce, in Via della Cartapesta, venerdì 16 settembre 2016 alle ore 21,00, con ingresso libero.

brochure retro 2

 

*Khàrisma Cineproduzioni

via Trieste 4 – 73018 Squinzano (Le)

 

Squinzano (Le), li 10 settembre 2016

 

Nardò| Quell’antichissima prece di ferragosto

assunta

di Marcello Gaballo

Non è ancora a me chiaro se l’antichissima tradizione ferragostana del popolo di Nardò sia esclusiva di questa città o anche di altre nel Salento.

E’ una prece, nota come li Centu Cruci, tramandata oralmente tra le generazioni ed oramai sconosciuta alla maggior parte, il cui pensiero è occupato da ben altro per l’inevitabile modernità dei tempi e per l’evoluzione dei costumi.

Mi è stata inviata proprio ieri dai miei congiunti ed è bene trasmetterla per non smarrirla (un ringraziamento dunque a Roberta Giuranna e Fernanda Fiore per averla recuperata).

Le donne neritine erano solite recitarla il 15 di agosto, giorno dedicato alla memoria della Vergine Assunta che si celebra in Cattedrale, alle 15 di pomeriggio, dopo essersi radunate con i propri cari e con i vicini, sciorinandola tra una “posta” e l’altra del Rosario:

Pensa anima mia ca ha murire,

la valle ti Josefat imu scire truare

e lu nimicu nanzi ndi ‘ole issire.

Fermu nimicu,

no mi tentare no mi ‘ffindire

ca centu cruci mi fici an vita mia

lu giurnu ti la Vergine Maria.

Mi li fici e mi li scrissi,

parte ti l’anima mia tu no nd’abbisti.

Naturale porsi la domanda perché questa preghiera osservasse questa rigorosa data e dunque potesse recitarsi solo il 15 agosto e non altri giorni dell’anno, visto che non sembrano esserci rimandi all’Assunta.

L’unico motivo che ci pare plausibile era collegato al particolare giorno, l’unico in cui tutti i sacerdoti, monaci, chierici, diaconi e suddiaconi, dovevano convenire nella città di Nardò, sede della diocesi, per prestare l’antichissimo e solenne rito dell’obbedienza.

Il rito dapprima si doveva prestare all’abate benedettino, che reggeva il monastero neritino, poi (dal 1413) al vescovo della diocesi di Nardò in occasione della festività dell’Assunzione della Beata Vergine, titolare della Cattedrale neritina (15 agosto)[1], secondo i decreti della Sacra Congregazione dei Riti.

Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro
Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

 

[1] Nello stesso giorno l’abate, e poi il vescovo di Nardò, dava mandato ad un ecclesiastico per ricoprire la prestigiosa carica del Maestro del mercato (Magister Nundinarum), ossia il responsabile della antichissima fiera cittadina, che durava ben otto giorni. Questi aveva potestà di giurisdizione civile su cittadini e forestieri, stabiliva i prezzi delle merci esposte, risolveva liti e percependo l’emolumento stabilito dalla Curia vescovile. La nomina, coincidente con l’inizio del mandato, dapprima si conferiva durante i Vespri della vigilia della festa dell’Assunta (14 agosto), poi ai Vespri del primo sabato di agosto, quando la città di Nardò celebrava la festività della B. Vergine Incoronata, e la fiera si svolgeva nei pressi della bellissima chiesa omonima, sita alquanto fuori dall’abitato. Tale privilegio si ebbe sino all’abolizione del feudalesimo.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Conferenza-spettacolo “Il ritorno delle bionde”

masseria LoJazzo
masseria LoJazzo

 

di Tore Scuro

Ah, i fasti criminali di un tempo… Domenica 24 luglio (ore 21.30), alla Masseria LoJazzo di Ceglie Messapica (contrada Ferruzzo, Strada provinciale 24 Ceglie Messapica – Villa Castelli km 2), va in scena la conferenza-spettacolo “Il ritorno delle bionde”, serata ideata, scritta e condotta da Nicola Zucchi, Vittorio Continelli e Luana Giacovelli, produzione Teatro dell’Est. Ingresso libero. Info: 339.8432981

masseria LoJazzo - notturno
masseria LoJazzo – notturno

 

Un intellettuale ostunese mezzo fallito scopre in una grotta sotto casa un immenso deposito incontaminato di sigarette lasciato lì dagli anni del contrabbando. Non approfittarne sarebbe l’ennesimo fallimento. Tuttavia, i suoi saldi principi morali e la paura di non essere tagliato per il crimine lo bloccano. Mentre temporeggia, gli eventi lo costringono a prendere una decisione drastica e a scoprire che un’intera città tacitamente vive del rimpianto di un’epoca illegale di ricchezza. Il problema è che il mondo non è più lo stesso, e non è quindi detto che gli stessi atti abbiano le stesse fortune.

Bergamasco di nascita, classe 1976, Nicola Zucchi, attore, regista, drammaturgo, si è diplomato alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano in regia teatrale. Tra gli altri, ha scritto e diretto “Le mani sopra le città”, “Shaker”, “Le notti bianche”, “Shopping and Fucking”, “Troppi là in alto”. Allievo di Gabriele Vacis, al suo fianco ha diretto la prima presentazione di “Sunset Limited” di Cormac McCarthy (con Fabrizio Bentivoglio e Mamadou Djoume). È membro del DirectorsLab 2008 del Lincoln Center a New York. Ha firmato la regia del documentario “Il venditore di acqua”, inserito nell’opera collettiva “Checosamanca”, prodotta da Eskimosa e Rai Cinema e presentata alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma. È il responsabile artistico di Teatro dell’Est e della Masseria LoJazzo.

Teatro dell’Est è un progetto di Nicola Zucchi e Domenica Ligorio. Il nome, Teatro dell’Est, è stato scelto come consapevole rovesciamento del luogo comune per cui la Puglia viene collocata nell’Italia del Sud, essendo invece la Puglia, tra le regioni italiane, quella più a Est. La Puglia è quindi, prima di tutto, Italia dell’Est. Il nome evoca poi un immaginario: l’Est, l’Oriente, le esplorazioni, le merci preziose, i viaggi di Marco Polo, le ricchezze, i commerci, i colori, le infinite culture. Il Teatro dell’Est è un organismo vivente dove accade il meraviglioso paradosso del creare sogno con elementi concreti, attraverso i linguaggi della contemporaneità. Teatro dell’Est ha una vasta esperienza professionale nel campo delle attività culturali. Da diversi anni organizza le attività della Masseria LoJazzo, che negli anni è diventato un polo culturale multidisciplinare: oltre ad essere ormai consolidato punto di riferimento per quanto riguarda il teatro contemporaneo, ospita eventi culturali che spaziano dalle residenze artistiche per giovani scultori, a concerti e mostre, fino ad arrivare a convegni sugli stili di vita sostenibili e alla promozione dei prodotti tipici locali.

L’epopea dei Messapi al Teatro Romano di Lecce

Manifesto_Messapi_Lecce

di Paolo Rausa

‘Terra dei Messapi, miti ed eroi’ giovedì 28 luglio ore 21,00 al Teatro Romano di Lecce.

Compagnia Ora in Scena! in collaborazione con l’Associazione Culturale Orizzonte, l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano e l’Assessorato al Turismo, Spettacoli ed Eventi della Città di Lecce.

Della nostra storia comune, dei Messapi, la Compagnia Ora in Scena! ha realizzato lo spettacolo teatrale già rappresentato in diversi luoghi del Salento, a Vaste (fr. di Poggiardo), l’antica gloriosa città messapica di Baxta, al Faro della Palascìa a Otranto (l’Odra messapica) e al Teatro Modugno di Aradeo. ‘Terra dei Messapi, miti ed eroi’ racconta l’epopea dei Messapi nel periodo di massimo sviluppo, fra il V e il IV sec. a.C., quando sotto la guida di Arta l’illuminato principe di Manduria, sostenuto dalla dottrina pitagorica e dall’aiuto ateniese di Pericle, le città riunite in una alleanza riuscirono a liberare il territorio sallentino dall’oppressione tarantina. Si ricostruisce la situazione politica dell’epoca, le difficoltà militari e le speranze che solo attraverso l’unione si sarebbe potuta ribaltare la condizione di decadenza, come poi avvenne… e ricreare il clima delle feste Bisbee nel corso della vendemmia e quelle nuziali con musiche e danze, nonché i momenti di scontro con l’invasore, messe in scena dalla Scuola Carmen Kalimba Dance di Poggiardo. Ancora, nel discorso di Arta ai principi messapici la visione si allarga sino a comprendere in una prospettiva di pace tutto il Mediterraneo e l’ecumene conosciuto. Ora nello scenario suggestivo del Teatro Romano di Lecce, Lupiae, al tempo in cui il poeta Ennio, si definiva ‘tria corda’, di cuore messapico, greco e romano. Con la consapevolezza che conoscere e consolidare i valori della tradizione siano le premesse per la costruzione di un futuro comune di pace e di progresso. Re Arta vive tra noi! Timé kaì Areté! (Onore e Virtù).

Con la partecipazione di Giuliana Paciolla (Ipparchide), Michele Mike Bovino (Arta), Tonio Rizzo (Pericle), Florinda Caroppo (Lastenia), Davide Secli, Salvatore Brigante, Debora Sanapo, Lucia Minutello, Pakito Salento e Mariarita Orsi (Principi Messapici), Ornella Bongiorni (aiuto regia), Paolo Rausa (ideazione e regia).

Info: www.orainscena.it, tel. 334 3774168.

 

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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