Libri| Amarcord Nardò

amarcord

È un viaggio nella Nardò popolare di mezzo secolo fa, attraverso i ricordi biografici dell’autore, le fonti orali alla ricerca di luoghi di ritrovo, botteghe e immagini cittadine ormai sbiadite, trasformate, se non sparite.

La rievocazione più appassionata è quella dei ritratti caratteriali di personaggi neritini popolari ormai spariti, ma che un profondo segno hanno lasciato nell’immaginario del paese, per la loro estrosità, stravaganza, bizzarria, goliardia, vis comica, quale emersa da spigolature ed aneddoti che li fanno rivivere salvandoli dal rischio di un immeritato oblio.

Il libro ricomprende anche un comparto fotografico che scandisce e rinverdisce i vari percorsi della memoria spesso tinteggiati di nostalgia.

L’idea del libro, la sua stesura, il suo impianto anche iconografico, trovano origine nel sofferto cruccio dell’autore convinto che tanto vissuto meritava di essere preservato da quella patina del tempo, che tende pian piano a scolorirlo, se non inevitabilmente a cancellarlo.

La sistematica seguita ha voluto scandagliare ed archiviare il contesto spaziale della storia popolare del paese, ricostruendone il più possibile l’ubicazione, le trasformazioni temporali, le abitudini e i costumi attraverso una rivisitazione di luoghi, vicende, fatti ed aneddoti mai disgiunti dal reale e dall’autenticità del vissuto.

I luoghi sono stati animati dalle presenze dei personaggi popolari che per meglio inserirli nel loro congeniale ed originario mondo cittadino sono stati ripartiti tra i maggiorenti e i popolani, rappresentati con le loro caratteristiche e i loro vezzi. Sembra averli magicamente riuniti finalmente come in una meravigliosa crociera… quella che Ettorino Cesàri, uno dei personaggi trattati, avrebbe voluto fare!

Su quella nave immaginaria sembra ci siano tutti… c’è un aristocratico sindaco bizzarro e burlone; un avvocato stravagante; un vecchio prete di pirandelliana teatralità. Ci sono gli altri assidui frequentatori della piazza, tra cui Pici la guerra, Ucciu pulizza, e Pascalinu marascià e poi ‘Ntina, presentata da un poeta, come «la donna più generosa del paese».

Tanti «amici», che con le loro stravaganze ci riportano quei sentimenti di goliardica umanità che hanno permeato, per essi stessi, vicende di vita e, per noi, il loro ricordo.

 

Uno stralcio

La piazza – il centro storico

     In ognuno di noi, negli intimi meandri della nostra mente, alberga sempre una galleria di ricordi della nostra vita di paese, una carrellata di memorie che spesso ci riappare con punte di tristezza specie quando siamo stati per lunghi periodi lontani da Nardò.

Al ritorno, inevitabilmente, ci è capitato di voler rinverdire le cose del passato, trovando un valido ausilio nelle passeggiate, spesso solitarie, fatte lungo quegli itinerari di vie e viuzze cittadine che ci riportano indietro anche di diversi decenni, perché le case, i palazzi, le chiese, anche il più banale degli angoli, con la percezione delle loro forme e distanze sembrano non tradirci mai, sono lì ad aspettare una nostra visita, anche notturna, per aiutarci a ricordare.

Un ruolo particolare ha sempre svolto piazza Salandra, la chiazza (la piazza) per antonomasia, e suo circondario. Essa, se nell’inconscio è una madre che ti accoglie sempre e comunque con affetto, sotto il profilo architettonico ed artistico è un luogo di particolare significato oltre che simbolo della storia plurisecolare della città.

Chi è legato a Nardò porta nei suoi ricordi la sua chiazza, cuore della città, salotto del paese arredato dai suoi preziosi monumenti.

 

L’Autore

caputo luigi

Luigi Caputo è nato a Nardò il 1 giugno 1950.

Laureato in Tecniche della Prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro presso l’Università degli Studi di Siena, ha svolto servizio presso l’Ispettorato del Lavoro di Lecce, in qualità di Ispettore del Lavoro dal 1975 al 2012, con funzioni di dirigenza intermedia.

È stato insignito del titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine «Al Merito della Repubblica Italiana» con D.P.R. del 2/6/2002 ed è iscritto nell’elenco dei Cavalieri Nazionali (n.130445-Serie IV).

Ha tenuto per numerosi anni seminari e docenze varie in materia di sicurezza e igiene del lavoro, pubblicando in tale branca giuridica con coautore Elio Leaci i seguenti volumi: Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, Milano, Pirola, 1997; La sorveglianza medico sanitaria dei lavoratori, Roma, E.P.C., 1997; La sicurezza sul lavoro in agricoltura, Milano, Il Sole 24 ore, , 1998; Prontuario delle sanzioni in edilizia, Milano, Il Sole 24 ore, 1999; Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, II Ed., Il Sole 24 ore, Milano, 2000. Inoltre ha pubblicato un saggio in AA.VV., Quesiti di prevenzione infortuni, Milano, Nuove Edizioni per la Sicurezza, 2002.

Oltre ai numerosi articoli per il Massimario di Giurisprudenza del Lavoro e per varie riviste tecnico- giuridiche, ha pubblicato anche i seguenti articoli su riviste e giornali salentini: Totò Manca, cinquant’anni con la sua fisarmonica, in “Artetica”, marzo 1999, n. 2; Cittadini e sudditi. La straordinaria esperienza di Alberto Bertuzzi – difensore civico, in “Il Pittacino di Nardò”, dicembre 2004; Lu Munarca ti Nardò (la vera storia), in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/27/lu-munarca-ti-nardo-la-vera-storia/#comment-52008.

Per poco tempo. Per Cosimo Russo

russo

di Paolo Vincenti

Quando un poeta scompare, restiamo sempre un po’ orfani di pensiero, di sentimento, di senso. Ancor di più se si tratta di un poeta che avrebbe avuto molto da dire, quando l’incipit equivale drammaticamente all’explicit, il prologo all’esodo, in quella corrispondenza di vita e morte che gli antichi chiamavano fatum, un concetto un po’ più ampio del nostro destino. Dum fata sinunt vivite laeti, dicevano i latini, e Cosimo Russo forse proprio consapevole di questa massima grave e leggera viveva i propri giorni serenamente, senza sgomitare, senza fretta direi, senza ansie, arrivismi, senza brama di apparire, interessi, cupidigia. Tanto appunto quando il fato si compirà, si compirà.

Russo sapeva contare i giorni di un tempo fuggitivo, snocciolarli come grani di un rosario, segnarli come su un calendario essenziale, e per fermarli li trasformava in versi, quelli che hanno la sostanza dei sogni, la concretezza dell’inutilità. Baluginanti, come il brillio del mare di FinibusTerrae, odorosi come effluvi di estati bambine, preziosi come collane di madreperla. Eppure intensi, pensosi della fine, vagamente, oscuramente presaghi. Come vaghe e oscure le ombre che di sera si allungano sulla case, come oscuri e vaghi echi quei richiami del mare al quale è cresciuto vicino. A che serve sbracciarsi, affannarsi, correre nell’assurda frenesia che tutti ci contagia, nell’odierna competizione che ci vedrà comunque sconfitti, soccombenti?

La sua vita appartata, poco devota al transeunte, può essere un monito in effetti per tutti noi, che con fatica lo raccoglieremo. Ora i suoi pensieri sono diventati un prezioso cofanetto, uno scrigno di memorie, che è questo libro, “Per poco tempo” (Manni Editore 2017), in cui già il titolo è paradigmatico di una vita spezzata, di una parabola interrotta, di un’opera autoconclusa, e quindi ancor più bella perché non ce ne sarà un’altra.

Un libro ben fatto, di cui curatrice è la madre dell’autore, Luigina Paradiso, vestale dei giorni, dei luoghi, dei sapori, degli umori, e custode di memorie lariche, di quel lessico famigliare, per dirla con Natalia Ginzburg,  di quell’alfabeto poetico adoprato da Mimmo per comporre queste poesie. Versi brevi, leggeri, come la sua vita. Si può facilmente rintracciare la matrice di questa poesia nella linea poetica del Novecento, dei Montale, Rebora, Quasimodo, Gatto, Caproni. Il lirismo si compagina di una intimità sofferta, una dimensione del tragico della vita che affiora inaspettatamente anche nelle poesie più luminose, fra le pagine di questo canzoniere ricomposto. Il linguaggio di Mimmo è altamente poetico, avulso dalle problematicità dell’oggi eppure così contemporaneo, ma lontano dalla lingua dell’omologazione.

Poesia dei minimi dettagli, dell’apparizione numinosa del mondo, soprattutto nell’incontro col paesaggio, delle relazioni famigliari, amicali, sentimentali, della bellezza dolce e amara, dei silenzi, di quella sorta di hortus conclusus che era il suo microcosmo abitato da presenze rassicuranti, poesia della stessa poesia infine, in questa silloge che negli ultimi giorni è stata presentata in alcune date nel Salento, volute da Luigina Paradiso. Ecco, l’immagine più bella, che sospesa in filigrana fra le pagine del libro diventa messaggio prezioso alla fine, è proprio questa: le mani materne curano sempre, curano ancora. Quelle mani che hanno rimboccato coperte ora ricompongono pagine preziose, nel dono.

”Per poco tempo”, allora, ma, nel tempo, in questo poco tempo, Cosimo Russo ha scavato un solco, e , hic manebimus optime, continuerà a parlare a chi vorrà ascoltare. Perché la permanenza della poesia possa essere voce che continui ad abitarci.

 

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti, pubblicato da Besa (2017). Si tratta dell’ideale prosecuzione del libro “L’osceno del villaggio”, del 2016. Ancora una raccolta di articoli che fotografano, a volte impietosamente, vizi e debolezze del nostro popolo, gli “Italieni” del titolo, attraverso la lente della satira, del sarcasmo, della provocazione, a cui l’autore ci ha abituato con la sua scrittura. La copertina del libro e le vignette stavolta sono firmate da Paolo Piccione. Il libro si avvale di una Prefazione di Massimo Melillo e di una Postfazione di Maurizio Nocera.

 

Questa la prefazione di Massimo Melillo

E’ un genere letterario antichissimo quello della satira e non staremo qui a raccontarne la storia perché sarebbe un esercizio troppo lungo, che rischierebbe di annoiare i lettori. Ma alcuni punti fermi, però, vanno stabiliti scrivendo subito che, come il cinico greco Menippo di Gadara, Paolo Vincenti, con questo suo “Italieni”, intinge ben volentieri la propria penna nel veleno. Nella letteratura latina, ad esempio, la satira annoverava esponenti come Lucilio, Persio, Orazio, Petronio, Giovenale, Marziale, ed aveva sempre un’intonazione moraleggiante, nel senso che la sua missione era quella di colpire la corruzione e i potenti, prendere di petto politici, ruffiani, debosciati, ipocriti e profittatori e di correggere costumi e pregiudizi. Passano i secoli ma la lezione della satira rimane la stessa e, sconfinando spesso nella comicità con battute, arguzie, mirate invettive, il suo compito resta quello della riflessione e del divertimento colto.

Certo la satira di Vincenti non proviene in maniera diretta dalla letteratura latina ma dall’evoluzione – in senso caustico, giullaresco, picaresco – che essa ha avuto nei secoli successivi, in particolare a partire dal Cinquecento. Forse l’antecedente letterario va proprio ravvisato nelle “pasquinate”, componimenti satirici che nella Roma papalina venivano affissi sulla statua di Pasquino e con i quali si dileggiavano pontefici, regnanti, nobili e gente in vista. Vincenti, infatti, utilizza un linguaggio colorito, vario per intonazione e stile, non disdegna la parolaccia, che però non è mai gratuita ma sempre adeguata alla struttura della narrazione.

L’autore si pone come un cronista beffardo e mordace dell’esistente, che smascherando vizi e infingardaggini del nostro panorama nazionale, spinge il lettore a riflettere sulla deriva cui sta andando incontro la nostra società, ad acquisire consapevolezza della criticità dell’attuale situazione italiana, a non dare nulla per scontato, a non cullarsi sull’adagio “mal comune mezzo gaudio”, a non lasciarsi andare al menefreghismo o, peggio ancora, all’indifferenza. Un monito, il suo, affinché le coscienze addormentate escano dal torpore per riprendere in mano non solo la propria esistenza ma sollecitando anche quelle altrui per diventare attori e protagonisti consapevoli di un cambiamento possibile e non più procrastinabile. Vincenti, ad esempio, è abbastanza lontano da un certo populismo, che oggi impera sulla scena politica italiana e molto spesso del popolo ha addirittura un concetto tutt’altro che conciliante, disprezzandolo quando diventa furbo e servile, pronto a seguire le mode, ad accodarsi, ad abbassare la testa, ad affidarsi ciecamente all’uomo della provvidenza e ai taumaturghi di turno, che ancora oggi, purtroppo, abbondano.

Prendendo spunto da argomenti seri e a volte tragici, la satira esercita la propria corrosiva provocazione, portando sovente all’indignazione e quasi sempre a far meditare il lettore. Argomenti della politica, del costume e della cronaca, che altrimenti passerebbero inosservati, diventano dunque anche per i più distratti motivo di più approfondita osservazione e spunto di riflessione. Stesso ragionamento vale per le vignette, che nel libro sono firmate dal bravissimo Paolo Piccione, e per la stessa satira televisiva. Indipendentemente dallo strumento utilizzato, la satira, se è graffiante, acuta, intelligente, è una altissima forma di arte capace di curare l’anima con il balsamo dell’umorismo: una formula che ben conosce il mio amico Antonio Mele in arte Melanton (sue le vignette del precedente libro di Paolo Vincenti “L’osceno del villaggio”), che ha spesso sottotitolato le sue mostre con “Sorrido ergo sum”.

Capita che Vincenti, nel presentare il proprio lavoro, premetta, quasi a volersi giustificare, che il libro “è abbastanza cattivo”. Non so se lo faccia per una malcelata modestia o come excusatio non petita, sta di fatto che la sua premessa è del tutto inutile: la satira è ontologicamente cattiva. La satira colpisce tutti, sferza, fustiga i costumi, mette alla berlina malvezzi e cattive abitudini. Può essere fatta bene o male, può andare a segno oppure no, schiaffeggiare o solo accarezzare, ma la sua ragion d’essere è sempre la stessa.  Pensiamo alla rivista socialistaL’asino, fondata nel 1892 da Guido Podrecca insieme a quello che si può considerare forse il più grande umorista di tutti i tempi, Gabriele Galantara, al quale oggi è intitolato un Centro studi nel Comune marchigiano di Montelupone, che gli ha dato i natali. L’asino, più volte censurato, fu chiuso dal fascismo dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e lo stesso Galantara venne perseguitato e incarcerato.  Tra i tanti periodici di satira, redatti nel corso del tempo da prestigiosi giornalisti, vanno ricordarti tra gli altri anche Il becco giallo, Marc’Aurelio, Il Travaso delle idee, Il Bertoldo, Don Basilio, Candido, Il selvaggio e, per venire ad anni meno lontani, il Satyricon del quotidiano “la Repubblica”, Tango del giornale comunista “l’Unità” e Il Male. E proprio in queste testate, che vendevano centinaia di migliaia di copie, hanno lavorato grandi firme del giornalismo tra cui Indro Montanelli, Leo Longanesi, Giovanni Mosca, Mino Maccari, Giovannino Guareschi, Arrigo Benedetti, Sergio Saviane e tanti altri ancora, insieme ad autori e vignettisti che hanno fatto la storia del cinema italiano come Federico Fellini, Ettore Scola, Cesare Zavattini, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (Age e Scarpelli), Vittorio Metz, Stefano Vanzina (Steno). Una stagione d’oro anche per disegnatori e caricaturisti che, a partire dalle straordinarie vignette di Giuseppe Scalarini, pubblicate nel primo Novecento dal quotidiano socialista Avanti!, sferzavano il potere e il capitalismo tanto che con l’avvento della dittatura fascista di Mussolini lo stesso Scalarini subì il carcere e fu confinato a Ustica e Lampedusa.

Certo, già prima dell’era di Internet, la satira ha pagato pegno e con la capillare diffusione della rete vi è stata una generale commistione di generi e stili. C’è da dire però che, per quanto invasivo e spesso fuorviante possa essere lo strumento informativo tecnologico, la scrittura di Vincenti si presenta originale, ricca e dinamica, utilizza una vasta gamma di sfumature comunicative, passa con disinvoltura dal basso all’alto con moltissime citazioni, a cominciare dai versi dei cantautori italiani che appaiono in esergo ad ogni intervento. Vincenti è stato definito un moderno giullare di corte dove però la corte è il “ villaggio globale”, che richiama il titolo della sua rubrica “L’osceno del villaggio” nella quale pubblica gli articoli raccolti nell’omonimo volume e in questo “Italieni”, due opere che costituiscono di fatto un continuum.

Al giullare tutto era concesso e godeva di una specie di immunità per cui, assumendo la maschera dello scemo, poteva permettersi di dire qualsiasi cosa rivelando le contraddizioni, i capricci, le magagne, gli intrighi, le oscenità che avvenivano nella corte. Era una figura poliedrica con tratti di poeta, attore, cantastorie, affabulatore, animatore di feste e festini, ironico castigatore di costumi. Caratteristiche che Paolo Vincenti possiede e padroneggia, fra ironia e autoironia, e questo libro ne è un caso esemplare.

Nel dimostrare allergia all’ipocrisia e alla falsità, l’autore fa una mirabile carrellata di tipi umani, quelli che lui detesta maggiormente, in “Ad ogni giorno il suo affanno”, che è forse il pezzo più corrosivo del libro, nel quale esercita al meglio la propria “vis polemica”. Sebbene questi siano ritratti universali, quindi non destinati a qualcuno in particolare, le descrizioni posseggono una straordinaria vivezza, e ognuno di noi può incollare ad ogni maschera umana almeno un nome, perché tutti nella nostra vita quotidiana abbiamo a che fare con personaggi che proprio non sopportiamo.

Una lettura, quindi, che invita tutti noi a fare i conti con le nostre debolezze e a sorriderne perché in fondo siamo davvero tutti “italieni”, chi più chi meno. Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro e questa sua tendenza a contrastare sempre l’opinione dominante e ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali, come in “La sindrome di Totti” o in “E’ sempre festa” o in “Vegan party” e a tessere addirittura un antifrastico “Elogio del matrimonio”, pezzo in cui spinge al massimo il gusto per il paradosso e la provocazione.  Potremmo definire molti di questi articoli “politicamente scorretti”, se non tenessimo presenti le premesse che abbiamo evidenziato. Vincenti, uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita, è contro tutto e tutti puntando il suo “j’accuse” in ogni direzione. E, tuttavia, lo fa senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì con il sorriso sulla labbra, ritenendosi un disimpegnato.

Ciò, però, è vero solo in parte poiché se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente ad un banale e sciocco cinismo fine a se stesso. Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori che l’autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno. D’altra parte, la satira non sarebbe tale se non nascesse  sempre da una  reazione di sdegno e di profonda indignazione. Per questo, c’è bisogno di osservatori lucidi e irriverenti che ce lo ricordino.

paolo piccione

La presentazione si terrà a Tuglie presso la sede dell’associazione Unione Servizi Volontari, in Piazza Garibaldi, martedi 12 settembre alle ore 18.30. Introdurrà la serata Paola Sperti (presidente dell’Associazione “Amici della Biblioteca”) e dialogherà con l’autore il promotore culturale Raimondo Rodia.

Intervista a Elio Ria, autore del libro “In nome del prete”

 ria

a cura di Marcello Gaballo

 

Elio Ria è poeta e saggista, studioso di letteratura francese e poesia contemporanea. Nella sua attività ha sempre privilegiato il rapporto con il Salento: terra colorata, che raggruma esperienze sensoriali e spirituali vibranti nel fondo dell’anima. Tante le pubblicazioni in cui il Salento è messo a nudo sotto la lente dell’Autore, si ricordano tra le altre: Nostro ulivo quotidiano e Il dire ulteriore. Immagini e parole, entrambe curate e pubblicate da Fondazione di Terra d’Otranto, nelle quali esprime anche la doglianza di un popolo che non sa preservare il proprio ambiente dalle contaminazioni di ogni genere, mettendo a rischio la bellezza di una terra, dove ormai impera il diritto di trasformare ogni cosa in consumo turistico, a scapito delle vere tradizioni e della cultura salentina. In molte circostanze è una voce fuori dal coro, in controtendenza alle forme scritturali e pensanti di chi vuole fare del Salento tutto: mercanzia culturale, trasformazione dei luoghi in isole di divertimento, false rimescolanze di tradizioni per edificare industrie turistiche.

Il suo Salento, o meglio la sua idea di Salento è di ricercare nel passato la propria identità, rafforzarla e adattarla con misura nel segmento della contemporaneità, senza eccessi, con doviziosa moderazione di non alterare ciò che sono stati i costrutti della tradizione. In questo contesto, si può inserire il suo ultimo libro In nome del prete, edito da Terra d’ulivi, in cui oltre a dare una disamina della nostra società, parla di un prete che per cinquant’anni svolge la sua attività sacerdotale prima nella città di Nardò e poi a Tuglie (suo paese natio).

Il libro attraverso varie angolature disegna il ritratto del prete, capace di stabilire – almeno nelle piccole comunità del Salento – un rapporto di fede e di fiducia, non una celebrazione di un prete, soltanto un invito a riconsiderare l’uomo in relazione con gli altri ma soprattutto con Dio.

  1. Cosa c’entra il prete con i tuoi interessi letterari?

Il Salento è a immagine del prete. Ogni paese vive in funzione della propria religiosità che – faticosamente ha saputo costruire nel corso dei secoli – con le sue processioni, liturgie e devozioni. Il prete, la chiesa, il campanile, le piazze, le confraternite esplicano la vitalità di una comunità sempre alla ricerca di un appoggio per superare le crisi, le incertezze della vita. Lo scrittore ha anche il dovere di porre attenzione alla cosiddetta ‘letteratura circostante’ per raccontare dettagli, frammenti, ma anche grandi cose che generalmente la letteratura ‘in senso forte’ tralascia.

 

Chi è Don Emanuele Pasanisi

Un prete come tanti altri, diverso come molti o pochi, con una spiccata propensione alla perfezione della liturgia che magnifica Dio. Un prete che nel corso della sua attività non ha mai abbandonato il suo desiderio di servire Dio, fedele all’insegnamento di un grande maestro, Mons. Antonio Rosario Mennona, (Vescovo emerito della Diocesi di Nardo-Gallipoli, deceduto nel 2009), mite e premuroso, colto ed interlocutore con la società e la cultura.

 

La cultura cristiana ha un futuro?

Sì, certamente, a condizione che non sia una cultura egemone, ma in costante dialogo con le culture, portando la sua specificità e al contempo arricchendosi con tutto il buono che offrono le altre culture.

 

Qual è il segreto per comprendere il mondo?

Ogni tanto, chiudersi in sé stessi e aprire una finestra sul mondo.

L’introversione, considerata appannaggio esclusivo dei timidi, dei poeti, degli insicuri, nasconde invece un affascinante mistero della vita. Chiudersi in sé stessi per poi aprirsi al mondo con occhi rivitalizzati, ben disposti a cogliere le sfumature della vita in contrapposizione all’egocentrismo, che impedisce sistematicamente la possibilità di analizzare cose e pensieri che ci riguardano.

La società per convenienza ha deliberato il suo futuro con il pensiero dominante di omologazione, svendendo la propria interiorità. Il compito dello scrittore non è di fare la morale, né di dare indicazioni strategiche per capire le cose del mondo, può fornire al lettore elementi analitici narrativi per una induzione qualitativa alla riflessione.

 

Ritornando al tuo libro, il prete oggi come dovrebbe essere?

Il prete è un uomo che ha studiato per fare il prete. Ha bisogno anche lui di una comunità che lo sostenga e lo supporti nella sua attività di pastore, allo stesso modo di Dio che ha bisogno degli uomini. Non è un compito facile il suo in una società in cui i cambiamenti sono repentini e fortemente influenzati dal nichilismo e dalla voglia di arraffare tutto il piacere possibile in breve tempo. Un inferno la nostra società, contraddistinta da una scarsa attenzione all’uomo e a Dio. Il prete deve comprendere ma al contempo agire con fermezza attraverso la parola di Dio a far crescere la fede e il sentimento di amore verso sé stessi e il prossimo. Guida e sostegno a quel cambiamento esistenziale che definisce la nostra persona, sia in termini di unicità che di appartenenza comunitaria.

 

Come definiresti la società odierna?

Sfiduciata e caratterizzata da uno stato di precarietà esistenziale. Indifferente alla propria tragedia di autodistruzione. Incapace di elaborare un presente che sia equilibrio di sostanza e di spirito per un futuro dignitoso.

 

Papa Bergoglio è un papa innovatore?

Papa Francesco esercita il potere con sicurezza. Mira essenzialmente a muoversi verso una Chiesa più compassionevole e meno attaccata alle regole. Difensore dell’ambiente e di poveri. Attento osservatore della realta e della vita dell’uomo:

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (24 gennaio 2017)

 

Come giudichi il tuo libro?

Dovrà giudicarlo il lettore. In questo libro ho cercato di radiografare un’idea di parrocchia e di vita della comunità, affinché i cristiani non si accontentino di sfiorare la religione con la presenza saltuaria a qualche rito festivo. Ci vuole più impegno e più passione. Il torpore esistenziale, di cui tutti siamo vittime, ha assunto una rilevanza nell’agire umano molto preoccupante. Vi è la necessità di svegliarsi e di decidere di fare finalmente qualcosa di buono per noi e per tutti coloro che verranno. In fondo non mettiamo mai in discussione noi stessi, non riflettiamo spesso sul fatto che, con i nostri comportamenti, noi stessi tolleriamo e ogni tanto agevoliamo direttamente la corruzione, il malaffare, l’ipocrisia, l’indifferenza verso i valori umani, civili e religiosi, l’invidia, l’arrivismo sociale.

Ecco, ho pensato di potere dire qualcosa che possa dare una svolta al nostro cammino di prepotenza e di superbia.

 

Quando verrà presentato ufficialmente il libro?

A Tuglie, il 18 settembre 2017, nella chiesa della Madonna del Carmine, con la partecipazione di S.E. il Vescovo Mons. Fernando Filograna, Padre Roberto Francavilla e Giuseppe Mormandi.

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

s. agostino1

 

di Marcello Gaballo

Sul secondo pilastro della navata centrale della cattedrale di Nardò è riprodotto uno dei più belli affreschi dell’ edificio: Sant’Agostino vescovo (13) (sec. XV), di m. 2,50×0,88.

Indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illegibile[1], retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione posta ai lati del capo (da un lato S. e dall’ altro AU.S/ TIN) attesta il Santo.

”L’ affresco fu descritto dal De Giorgi il quale non ne diede un giudizio critico. La qualità della pittura è notevole e si nota soprattutto una gran cura nella descrizione delle stoffe preziose e nella scelta dei colori che non hanno note squillanti. La ripresa di uno schema ancora rigidamente frontale e la mancanza dell’ elemento architettonico, tipico degli affreschi tardo-quattrocenteschi, potrebbe far risalire ai primi anni del secolo XV”[2].

s. agostino

 

[1]Su cui il De Giorgi lesse, a caratteri gotici: Iuste/ et cas/ te viv/ere et/ xarita (te) (Ibidem, p. 266).

[2]  (dalla scheda della Soprintendenza).

 

Per avere una immagine ad altissima risoluzione con gigapanofrafia si veda il sito

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=38&x=3125&y=3885&z=5

Carlo Casciaro e i ‘’Volti della Puteca’’ a Minervino di Lecce

Catalogo Volti della Puteca 2017

Vi è mai successo di entrare in un locale attratti da un richiamo irresistibile?

Nella Puteca di Minervino di Lecce capita.
In attività da dodici anni, “La Puteca de mieru” sostituisce il canto delle sirene con un’abbondante dose di cucina di qualità, una fiammata di buona musica e un posto a tavola sempre riservato all’Arte.
Il ‘Lunedì degli Artisti’, giorno dedicato all’esibizione libera di cantanti, attori e musicisti provenienti dall’Italia e dall’estero, è il banco di prova migliore per la traversata della noia sotto la guida d’una strana banda di avventori, suonatori e Shakespeare in erba.
Fino alle 22.00 tutto appare normale: i clienti occupano i tavoli e il proprietario, Antonio Amato, va e viene dalla cucina per prendere ordinazioni e fare arrivare agli ospiti succulente pietanze della tradizione salentina.
La gente nel frattempo si scalda e tra una chiacchiera e un bicchier di vino l’atmosfera diventa subito euforica e familiare.
All’apparenza, i clienti sembra non sappiano cosa accadrà di lì a poco, ma appena Pasquale Quaranta, in arte P40, o Claudio Giagnotti, alias Cavallo, intonano canti e battono ritmi, inizia la festa.
Ci sono lunedì in cui illumina la sala anche la virtuosa esibizione del chitarrista e cantante Leone Marco Bartolo, la voce piena di Lucia Minutello e quella vibrante di Rossella De Benedetto, i brani pop di Bruno Rizzello, il tam tam etnico e travolgente del tamburellista Giuseppe Delle Donne e lo spettacolo di un altro Giuseppe, Giuseppe Pezzulla, istrionico videomaker.
Raffaele Mallozzi viene dal Lazio e regala spesso ai compagni della Puteca il suono della sua fisarmonica, Mino De Santis, cantautore, le emozioni della sua terra.
Salvatore Brigante, vivaista e cantastorie, qui si è più volte esibito e qui ha conosciuto sostenitori dei suoi fantasiosi progetti, come un tal Paolo Rausa, regista teatrale e attore nato a Poggiardo e preso in prestito da Milano. Storiche le sue declamazioni di versi e di vita.
Giulio Fiorentino se la ride di gusto, lui sì che ha esperienza di Puteca!
E’ stato uno dei primi clienti di questo posto.
Altra presenza nella trattoria salentina è Alberto Leo, fabbro e artigiano del legno e della pietra, e così Pietro Manduca, pensionato agricoltore residente nella stessa Minervino, o Silvana Leone, simpatica frequentatrice della prima ora.
Renato Grilli è un attore teatrale, il pubblico della Puteca lo ammira.
Mimetizzata fra i tavoli, Raffaella Verdesca applaude e non perde mai sul viso quell’espressione di divertimento e di stupore che solo un cilindro magico come “La Puteca de mieru” possono regalare a una scrittrice.
Alberto Caroppo, fotografo di Giuggianello, la pensa allo stesso modo e non meno interessati si dimostrano Anna Maria Rizzo, barista di Caprarica con la passione per lo yoga, e Giovanni Deodato Guida, insegnante di materie economiche.
Si potessero fermare certi momenti, fissarli nel meglio delle loro espressioni!
Qualcuno ha raccolto la sfida.
Carlo Casciaro, pittore ortellese ha di fatto trasformato questo desiderio collettivo in realtà.

Giuseppe
Nel riflesso tintinnante di un brindisi, l’artista ha colto l’emozione di un’umanità festante riunita per consacrare il riposo e l’amicizia come un tempo, nella semplicità della musica e nella ricchezza della condivisione.
A saracinesche chiuse o nel pieno della festa, grazie all’originale iniziativa di Casciaro, La Puteca de mieru si è guadagnata l’immortalità, testimoni ne siano i ‘ritratti parlanti’ di alcuni dei suoi ospiti e degli artisti che l’hanno resa partecipe del folclore salentino.
Decisi i tratti dei Volti delineati a matita, carboncino, gessetti e pastelli dal pittore, a sorpresa la nota originale di colori acrilici dati a pennello su un supporto di cartoncini colorati 50x70cm.
Il fortunato visitatore che si trovi ad ammirare la collezione artistica “I Volti della Puteca” di Carlo Casciaro rimarrà inevitabilmente incantato dalle espressioni realistiche dei soggetti, dal magnetismo degli sguardi, dalla cura di dettagli che unici riescono a sovrapporre i personaggi alle personalità rendendo quanto mai vivi i ventitré ritratti di uomini e donne, artisti e gente comune, che della Puteca hanno contribuito a creare la storia.
Intenzione dell’autore è ampliare la collezione delle tavole catturando nel suo vortice creativo altre fette di pubblico e di palco.

'P40' tecn.. carboncino e matita. 2016 part .
Le opere d’arte realizzate finora, già esposte nella ‘Casa Madre’ e attualmente itineranti, hanno il potere della suggestione e, osservandole, si ha l’impressione di sentire l’eco dei suoni e delle voci della Puteca, importante baluardo di una tradizione che trasforma gli uomini in un popolo.
I “Volti della Puteca” scelti dall’artista per rappresentare il clima bohémien di una provincia oggi alla ribalta quasi esclusivamente per il turismo, non sono altro che il simbolo di un Salento ancora pulsante energia buona a fare dell’Arte un modo di vivere e della Vita un’arte.

Raffaella Verdesca

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

decor

Venerdì 14 luglio, alle ore 20, nella chiesa del Carmine di Nardò verrà presentato il volume edito da Mario Congedo di Galatina, Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò.

Un progetto ambizioso che il sacro tempio meritava, per essere una delle chiese più note e frequentate dalla popolazione ed oggi meta preferita dei tanti turisti che stanno riscoprendo la città di Nardò.

L’edizione, di circa 400 pagine, in formato A/4, con tavole e rilievi del complesso, centinaia di illustrazioni bianco/nero e colore, in buona parte eseguite da Lino Rosponi, è l’ottavo dei Supplementi dei Quaderni degli Archivi della Diocesi di Nardò-Gallipoli, diretti da Giuliano Santantonio. Oltre la Confraternita del Carmine hanno promosso l’edizione la Diocesi di Nardò Gallipoli e la Fondazione Terra d’Otranto.

Curato da Marcello Gaballo, contiene numerosi saggi scritti da studiosi ed esperti, che hanno voluto omaggiare la nota chiesa di Nardò con ricerche e nuove fonti di archivio raccolte negli ultimi anni. Tra questi Marino Caringella, Marco Carratta, Daniela De Lorenzis, Anna Maria Falconieri, Paolo Giuri, Alessandra Greco, Maria Domenica Manieri Elia, Elsa Martinelii, Alessio Palumbo, Armando Polito, Maria Grazia Presicce, Cosimo Rizzo, Giuliano Santantonio,  Marcello Semeraro, Maura Sorrone, Fabrizio Suppressa.

Si parte dalle origini della Congregazione dell’Annunziata e insediamento dei Carmelitani Calzati, fino alla loro definitiva soppressione e l’istituzione della parrocchia, soffermandosi sulle vicende del funesto terremoto del 1743, che arrecò danni considerevoli alle strutture, in buona parte ricostruite nel decennio successivo.

Notevoli gli approfondimenti artistici, specie all’interno della chiesa e del convento, senza tralasciare le sorprese dell’insolita facciata cinquecentesca e dei suoi celebri “leoni” posti all’ingresso, che sembrano rimandare al celebre architetto Giovan Maria Tarantino, probabile autore anche dell’altare della Trinità, nella stessa chiesa. Nuove fonti anche per l’altro artista neritino, Donato Antonio d’Orlando, al quale sembra debbano attribuirsi altre opere dipinte, oltre quella firmata del S. Eligio.

Altre sorprese emergono dagli studi sull’altare della Madonna del Carmine, sulla tela dell’Annunciazione, sulla statua lignea dell’Annunziata e su un inedito corpus di manoscritti musicali, conservati nell’archivio della confraternita.

Il ricco corredo fotografico, che rende il volume ancor più interessante, documenta arredi, stemmi, reliquie e suppellettili di cui si è arricchita la chiesa nel corso dei secoli e raramente esposti.

Da ciò l’entusiasmo del priore della Confraternita, Giovanni Maglio, che ha fortemente voluto ed incoraggiato l’iniziativa, con il sostegno dei confratelli e consorelle, inserendola “di diritto nell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale civile e religioso, che si sta particolarmente curando in questo ultimo decennio” nella città di Nardò.

Oltre gli Autori, che hanno voluto offrire pagine importanti, mettendo a disposizione di tutti vicende e fonti spesso sconosciute o inesplorate, aiutandoci a leggere nella maniera più corretta ed esaustiva, altrettanto importanti coloro che hanno offerto immagini e foto altrimenti difficili da reperire, tra cui Giovanni Cuppone e don Giuseppe Venneri, Gian Paolo Papi, Clemente Leo e Don Enzo Vergine, il parroco della chiesa matrice di Galatone don Angelo Corvo, Don Domenico Giacovelli e Rosario Quaranta, Emilio Nicolì e Raffaele Puce, Stefano Tanisi, Bruno Capuzzello. Una particolare menzione a Stefania Colafranceschi per aver messo a disposizione parte della sua collezione di santini e immagini antiche, e a Stelvio Falconieri, per due importanti e rarissimi documenti fotografici della chiesa nei primi decenni del ‘900.

All’elenco si aggiungono Pierpaolo Ingusci, Antonio Dell’Anna, Luca Fedele, Emanuele Micheli e Matteo Romano, valido aiuto nell’ordinamento dell’archivio e trascrizione di alcuni documenti. C’è stato anche un silenzioso e paziente lavoro, assolutamente importante, nell’allestimento degli arredi liturgici e nella ripulitura di molte suppellettili in parte desuete ma necessarie per una completa catalogazione. Ed ecco che devono aggiungersi, includendo nel lungo elenco anche Cosima Casciaro, Dorotea Martignano, Teresa Talciano e Anna Violino.

Infine, ma non per minore importanza bensì per sottolinearne il ruolo, la riconoscenza ad Annalisa Presicce, che ha professionalmente rivisto le bozze ed omologato le centinaia di annotazioni per un testo agile, coerente e scientificamente valido, come si spera possa essere.

Il volume sarà presentato dalla Prof.ssa Regina Poso, già docente preso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

 

Torna “Tracce d’arte” nella sua settima collettiva

tracce d'arte

Torna alla grande Tracce d’arte nella sua settima collettiva. Ad accogliere Tracce d’Arte 7 la Cantina Vecchia Torre di Leverano con il più grande evento dell’estate salentina dedicato a tutti gli appassionati del buon vino.

Dal 20 al 26 di luglio 2017 dalle ore 20.00 all’interno dell’evento wine festival, nella sala degustazione della cantina Vecchia Torre, il meglio di Tracce d’Arte con opere d’eccezione di alcuni tra i migliori artisti contemporanei del nostro territorio.

Tracce d’Arte è un evento pensato e curato dalla Maestra d’Arte Anna D’Amanzo, a sua volta ceramista, pittrice, scultrice, lavorazioni di stampa, designer di moda per la casa californiana Vida, già presente con le sue opere in collezioni museali e private in tutta Italia.

Sorsi di cultura quindi a 360 gradi per la nona edizione del wine festival.

Ad esporre la stessa curatrice Anna D’Amanzo che, oltre alle figure femminili da sempre privilegiate, propone nuove elaborazioni che trasmettono freschezza e serenità attraverso “I liquidi”, opere innovative di grande impatto. Salvatore Silvan Dell’Anna con le sue opere in marmo dove l’artista rielabora figure femminili rigorosamente sintetiche, sviluppando un’impronta personale con risvolti umani e spirituali. Le incantevoli creazioni di Antonio Di Paola che ci sorprende con i suoi eleganti e insoliti elaborati in vetro e pietra leccese. Roberta Fracella con i suoi “total white” affronta la tela per conquistare lo spazio, aggiungendo aspetti tridimensionali tipici della scultura. Luigi Martina artista poliedrico che cattura attimi irripetibili che dal pensiero prendono forma, volumi tradotti nella leggerezza della cartapesta, nella sinuosità della pietra, nell’eleganza della pittura. Maurizio Martina che ritrae l’umanità attraverso stoffe animate e la metamorfosi del caos globale in cui viviamo che diviene bellezza pura di visi di donna. Albino Mello con la sua sapiente lavorazione dei metalli, dai quali trae forme d’arte che diventano elementi d’arredo apprezzati in tutta Europa. Massimo Miglietta da sempre intaglia e scolpisce la pietra come da tradizione grazie all’utilizzo di martello e scalpello; esuberante nello stile barocco, che tuttavia non impedisce all’artista di svincolarsi da esso per realizzare sculture di pregevole interesse dal design moderno.

La parola adesso allo spettatore, a quanti passando per il wine festival a degustare i migliori vini del salento, potranno con un calice in mano soddisfare anche la visione del bello che il mondo dell’arte propone.

Libri| Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie

Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie, Edizioni Grifo, pp. 504, Lecce 2016

 

Il 28 dicembre 2016 nella Sala Consiliare del Comune di Taurisano è stato presentato il volume “Poesie” di Ugo Orlando (Mastro Scarpa), a cura di Antonio Di Seclì e di Antonio Resta, uscito per i tipi delle Edizioni Grifo di Lecce.

Il volume raccoglie tutti i testi di poesia del nostro editati e ospitati ora in riviste ora in pubblicazioni “senza pretese” a spese dell’autore.

Ugo Orlando è stato anche autore di prose e di alcuni drammi rappresentati in diverse occasioni nel teatro di Taurisano; ma è noto al pubblico soprattutto dei suoi concittadini per le brillanti, ironiche, sorridenti, cronachistiche, talora, intime ed elegiache poesie in dialetto taurisanese.

Aveva cominciato a comporre versi in italiano intorno ai quindicii anni, era nato nel 1910, ma con scarsi risultati. Presto però, nei primissimi Anni Trenta, ripose cuore all’ ascolto delle intriganti ispirazioni della Musa, e questa volta in dialetto taurisanese che non verrà mai più abbandonato se non in tarda età, quando per motivi tutti suoi si mise, quasi con vanità e lieve risultato, a comporre versi in copia per omaggiare donne e uomini del suo piccolo mondo. Allora, però, l’ora ultima stava per scoccare e Mastro Scarpa pensava forse, così operando, di poter creare intorno alle due ultime piccole figlie, nate dal secondo matrimonio dopo la morte di Antonia, un cordone di solidarietà e di affetti.

Ugo Orlando smise di vivere nel novembre del 1996 e, per non dimenticarlo, l’Associazione Culturale “Pietre Vive” di Taurisano ha pensato, con l’aiuto di vari sostenitori, a vent’anni dalla morte, di racchiudere in un unico volume l’opera poetica per consegnarla al pubblico degli studiosi e degli innamorati dei suoi versi.

Il volume è stato presto esaurito e di nuovo ristampato, nel mese di maggio 2017, con alcune correzioni e un indice dei nomi.

Gli interessati possono richiedere copia, scrivendo a: antonio.disecly@gmail.com oppure a vittoriocrudo@virgilio.it –

Storie lampanti. McBetter di Mattia De Pascali

Mattia De Pascali (ph Alessandro Stajano)

 

UNA STORIA A SORPRESA: IL “MCBETTER” DI MATTIA DE PASCALI

di   Maria Antonietta Bondanese

E una mattina, destandomi, scoprii che quel giorno era giunto. E lo accettai senza troppe remore, perché da quando ho memoria ho sempre saputo che sarebbe arrivato.(…) Non c’è nulla da drammatizzare nella fine. E’ il punto d’arrivo, l’assoluta certezza”. Inizia così il racconto di Mattia De Pascali, contenuto nel volume Storie lampanti, che raccoglie le storie più belle proposte nel concorso letterario del 2013 “Raccontare i Paduli”.

Una scrittura incisiva, efficace, per un narrare a metà strada tra fantastico e reale, tra enigma e verità, che coinvolge il lettore e lascia intuire lo stile di De Pascali sceneggiatore e regista.

Il cineasta supersanese, al di là della giovane età, ha già all’attivo un interessante curriculum costruito con competenza, studio e passione. “Sono stato abituato – dice Mattia – a guardare film fin dalla tenera età. Eppure da bambino volevo fare altro, un mestiere che mi permettesse di essere più a contatto con la natura. Almeno fino a tredici anni, quando ho scoperto le opere di Stanley Kubrick e ho compreso il potenziale infinito del mezzo cinematografico”.

Dal regista statunitense, il cui genio ha spaziato dal thriller alla satira politica, dalla storia e fantascienza al dramma psicologico, Mattia ha mutuato la pluralità degli interessi.

(ph Alessandro Stajano)
(ph Alessandro Stajano)

 

Oggi – aggiunge – non ho un regista, un film o un genere preferito. Tendo a non mitizzare niente e nessuno ma sono aperto a tutto.” La sua stanza di lavoro, adorna di libri, fotografie e manifesti descrive, infatti, un percorso personale ricco di curiosità. Una capacità di guardarsi intorno e rappresentare la quotidianità attraverso il filtro dell’inventiva.

Anche il set del suo recente lungometraggio “McBetter”, allestito nel B&B Luxury a Lecce e quindi ad Arnesano presso Villa Maresca, è lontano dal tipico Salento assolato, intrappolato in una ‘controra’ senza fine. Il contesto salentino è reinventato, invece, come sfondo per un intreccio che potrebbe snodarsi ovunque, perché il “messaggio, le idee politiche o la visione sociale del regista – Mattia ne è convinto – emergeranno comunque attraverso alcuni dettagli per occhi attenti”.

Tutti i film – prosegue – raccontano la società in cui nascono ed un ‘messaggio’ arriva meglio se non viene veicolato in modo diretto”. Ma, ad esempio, sotto la specie accattivante del thriller o della commedia “nera” dai toni grotteschi qual è “McBetter”. Una storia in cui il gioco perverso del Potere viene smascherato con scanzonata ironia e i rapporti di forza, motore dell’esistenza, sono tracciati mediante la tensione dell’intrigo. Non a caso, la vicenda di “McBetter” è ispirata al dramma shakespeariano di Macbeth, dove ambizione e avidità sfrenata portano a totale distruzione il protagonista che, ucciso il proprio re, si avvita in una spirale di delitti fino al tragico epilogo.

McBetter family
McBetter family

 

In “McBetter” il re da usurpare è l’attempato imprenditore Joe McBetter, proprietario di una ricca catena di fast food mentre il nuovo Macbeth è Malcom, suo genero. Entra così in primo piano il mercato del fast food, del cibo veloce, industria tra le più potenti del mondo dove le ragioni del profitto impongono lo sfruttamento dei lavoratori e la seduzione dei consumatori, specie dei bambini, mediante una pubblicità ingannevole. Una realtà che corre lungo il filo della trama con sorprese e colpi di scena, come nel più classico dei polizieschi. Singolari i personaggi di questa storia, per i quali De Pascali ha selezionato gli interpreti secondo il criterio dell’originalità e della bravura. “Durante il ‘casting’ – ci tiene a sottolineare – ho cercato attori che fossero personaggi particolari, non belle presenze.   E così è stato, compreso per il più giovane dei protagonisti, Oscar Stajano, cinque anni appena e pronipote di Giò Stajano, famosa nella ‘dolce vita’ di felliniana memoria”.

ph Silvia Cappello
ph Silvia Cappello

 

Il gruppo degli attori – Nik Manzi, Donatella Reverchon, Serena Toma e Andrea Cananiello – è affiancato da tecnici esperti come Giulio Ciancamerla, l’aiuto regista; Lucio Massa, l’organizzatore generale; Islam Mohamed detto ‘Ismo’, il direttore della fotografia; Silvia Cappello, l’assistente di fotografia; Cristina Panarese, per gli effetti speciali; Jonathan Imperiale, il segretario di edizione; Sofia Volpe e Giorgia De Carlo, per trucco & parrucco. Spiccano nella troupe due giovani talenti di Supersano, Arianna Alfarano e Valentino Galati. Arianna , brillante attrice nel teatro amatoriale ed allieva presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si è cimentata nell’impresa in qualità di abile scenografa. Valentino, noto dj, ha preso parte come addetto all’audio e compositore della colonna sonora. Dall’estro di Valentino, che opera in campo musicale nel duo “Monotron”, è nata anche la musica originale che esalta le immagini di Candy School, il cortometraggio realizzato nel 2103 da Mattia De Pascali con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “E. Frascaro”di Supersano, nel laboratorio di cinema da lui tenuto sul tema del bullismo.

Numerose le opere di Mattia selezionate in vari festival, come il Festival del Cinema Europeo a Lecce, il Castro Film Festival e il Puglia in corto a Brindisi. Intensa anche la sua collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male e quella con altri registi come Alberto Genovese, per il quale sta ultimando la sceneggiatura del film “Resurrection Corporation”.

Risultati sorretti da una solida formazione e cultura professionale. Alla laurea triennale al DAMS di Bologna, hanno fatto seguito infatti la laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita a pieni voti al DAMS di Roma Tre e la frequenza di vari corsi per ampliare la sua specializzazione. “Il cinema – dice Mattia – è diventato la mia ragione di vita”.

Più che le parole, il tono della voce e lo sguardo lasciano trapelare quanto entusiasmo, coraggio e determinazione siano necessari ad affrontare gli ostacoli che un’attività così complessa comporta. Dalla fine degli anni Ottanta, il cinema “made” in Puglia ha fatto un salto di qualità, grazie anche al supporto della Regione ma serve “qualcuno che investa cifre vere e non si appoggi solo ai limitati fondi pubblici per promuovere un’industria in grado di crescere su delle basi solide e non essere alla mercè di tagli e crisi economiche”. E’ quanto annotava Mattia De Pascali nel suo libro Multisala Salento, che reca l’eloquente sottotitolo “Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento”. Era il 2012 quando appunto osservava che mancano programmazione e infrastrutture, mancano teatri di posa e una scuola di cinema. Manca il sostegno economico  a chi è agli inizi.

Un regista emergente come Mattia De Pascali deve perciò auto produrre il suo film. Senza cedere a facili vittimismi, Mattia lavora adesso con impegno al montaggio del “McBetter”, finito di girare lo scorso aprile, per poterlo ultimare quest’anno e proporlo nel 2018 entro i circuiti di distribuzione. Anche questo è un grosso problema perché il mercato tende in genere a premiare i nomi già noti più che gli esordienti, la cassetta più che la qualità.

Ma il cinema che da sempre racconta bellissime storie, potrà forse regalarci ancora una volta sorprese ed emozioni con la ‘storia’ di Mattia De Pascali.

Per sapere di più su personaggi e interpreti della black commedy McBetter”, conoscere particolari gustosi e momenti del set, si può visitare la pagina Facebook: www.facebook.com/McBetterMovie.

 

L’itinerario seguito da Federico II salpato da Brindisi il 28 giugno 1228

normanni

Giugno, lunedì 05, h. 09.00. Accoglienza ore 8.45

Brindisi. Palazzo Granafei-Nervegna (g.c.)

Sulla rotta della Francigena del Mare

 

Quando le luci della notte si rifletteranno immobili sulle acque verdi di Brindisi

Lascerai il molo confuso dove si agitano parole passi remi e macchinari

L’allegria starà dentro di te accesa come un frutto

Andrai a prua fra i negrumi della notte

Senza alcun vento senza alcuna brezza solo un sussurrare di conchiglia nel silenzio

Ma dall’improvviso rollio presentirai le cime

Quando la nave rotolerà nell’oscurità serrata

Ti troverai spersa all’interno della notte nel respirare del mare

Perché questa è la vigilia di una seconda nascita

(Sophia de Mello Breyner Andresen, Itaca)

 

Lunedì 5 giugno 2017, in occasione della XXXII Regata velica Internazionale Brindisi – Corfù, la Società di Storia Patria per la Puglia, in collaborazione con  il Circolo della Vela e il Comune di Brindisi, organizza un incontro di studi per la presentazione della Via Francigena del Mare, rotta storica sulla quale si attesta la Regata.

Atti e testimonianze evidenziano come nell’età normanno-sveva l’imbarco dei pellegrini da Brindisi alla volta di Gerusalemme, ad faciendum passagium yransmarinum, proseguisse facendo generalmente tappa a Corfù, Cerigo,  Creta, Rodi, Cipro, per poi approdare a San Giovanni d’Acri. Si tratta dell’itinerario seguito da Federico II  salpato da Brindisi il 28 giugno 1228 per la sua expeditio seu transfretatio in Terram sanctam.  Il I maggio 1229 l’imperatore s’imbarcò ad Acri  per fare rotta verso Brindisi ove giunge il 10 giugno dello stesso anno. Per il viaggio di ritorno sono noti soltanto due scali intermedi, Tiro e Limassol,  ma sembra molto probabile che il tragitto abbia ricalcato quello di andata, che a sua volta aveva seguito il classico itinerario per mare da Occidente verso Levante. Ogni popolo del Mediterraneo è unito dal mare più di quanto non lo sia dalle vie di terra; Platone fa affermare a  Socrate nel Fedone: “ritengo che la terra sia grandissima e che noi, dal Fasi alle colonne d’Ercole, non ne abitiamo che una ben piccola parte, solo quella in prossimità del mare, come formiche o rane intorno a uno stagno”.

La Regata Internazionale Brindisi Corfù ripercorre a vela, oggi come allora, un tratto di quella rotta con l’obiettivo di unire e diventare un punto d’incontro tra i popoli grazie a quello spirito sportivo e agonistico da sempre linguaggio universale capace di creare le più salde e costruttive sinergie tra gli uomini. Sulla stregua di questo ideale, nelle edizioni comprese tra il 2000 ed il 2002, la regata fu rinominata “Regata per i Diritti Umani“, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il Convegno, che vede anche il patrocinio del consolato di Grecia a Brindisi, prevede la partecipazione di storici e studiosi che presenteranno le evidenze e le testimonianze storiche legate alla Via Francigena del Mare, con l’obiettivo di raccogliere materiale storico-scientifico di supporto alla candidatura della rotta all’Associazione Europea delle vie Francigene e al Consiglio d’Europa per il suo riconoscimento ufficiale.

Nella circostanza sarà avanzata la candidatura  del Sistema difensivo territoriale brindisino quale sito da inserire nella World Heritage List, della Convenzione sul patrimonio mondiale.

 

Comitato Scientifico:

Pasquale Corsi – Università di Bari

Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Pasquale Cordasco – Università di Bari

Direttore del Centro Studi Normanno-Svevi dell’Università di Bari

 

Hubert  Houben – Università del Salento

Professore I Fascia. Ordinario di Storia Medievale, Presidente del Centro Interdipartimentale di Ricerca sull’Ordine Teutonico nel Mediterraneo

 

Luciana Petracca – Università del Salento

Professore aggregato di Storia Medievale; Professore aggregato di Archivistica

 

Giancarlo Vallone – Università del Salento 

Preside Facoltà di Giurisprudenza. Professore I Fascia.  Ordinario di Storia delle istituzioni politiche

 

Maria Stella Calò Mariani –  Università di Bari

Docente emerito di storia dell’arte.

 

 

Programma

Lunedì 5 giugno 2017

ore 08.45 Registrazione dei partecipanti

 

ore 09.00

Saluti degli organizzatori e delle autorità

 

ore 9.30.

Sulla rotta di levante. da Brindisi a corfù verso gerusalemme

 

Interventi introduttivi

Francesco Rutelli

Coordinatore del Gruppo per le Antiche Vie Culturali e Religiose, in primis la via Francigena, presso il Pontificio Consiglio della Cultura

 

Massimo Tedeschi

Presidente dell’Associazione Europea delle Vie Francigene

 

Relazioni

Giuseppe Maddalena Capiferro

Società di Storia Patria per la Puglia

Brindisi e la crociata di Federico II

 

Marco Leo Imperiale

Archeologo medievista – Università del Salento

Diari di pellegrinaggio tardo medievali

 

Giuseppe Marella

Viator Studies Centre  dell’Università del Salento

Da Brindisi a Corfù verso Gerusalemme nel medioevo

 

Luici Oliva

Viator Studies Centre  dell’Università del Salento

Il viaggio petrino dalla Terrasanta a Roma

 

Cristian Guzzo

Società di Storia Patria per la Puglia

I Normanni e le vie di comunicazione nel meridione d’Italia

 

Giacomo Carito

Vice Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia

Sulla rotta Brindisi Corfù tra reale e immaginario

ore 11.30

Sulla rotta da levante a ponente.

Presentazione della candidatura  del Sistema difensivo territoriale brindisino quale  sito da inserire nella World Heritage List, della Convenzione sul patrimonio mondiale

 

ore 11.45

Tavola rotonda sulla proposta di candidatura

 

ore 12.30 Coffee break

 

Moderano: Francesca Mandese del Corriere del Mezzogiorno e Giuseppe Rollo della  Società di Storia Patria per la Puglia

Locandina

Museo diocesano di Nardò. Si inaugura il 7 giugno

DIOCESI DI NARDO’-GALLIPOLI

 

INAUGURAZIONE DEL MUSEO DIOCESANO

SEZIONE DI NARDO’ “Mons. Aldo Garzia”

Nardò, Basilica Cattedrale

7 giugno 2017

Ore 18

Concelebrazione Eucaristica presieduta da  S.E.Mons. Rino FISICHELLA

Ore 19

Introduzione

Mons. Giuliano SANTANTONIO, direttore dell’Ufficio Beni Culturali e del Museo

Saluti

Dott. Michele EMILIANO, presidente della Regione Puglia

Arch. Maria PICCARRETA, soprintendente ABAP per le province di Lecce-Brindisi-Taranto

Avv. Giuseppe MELLONE, sindaco della Città di Nardò

Intervento di

S.E.Mons. Rino FISICHELLA, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova  Evangelizzazione

Conclude

S.E.Mons. Fernando FILOGRANA, vescovo di Nardò-Gallipoli

 

Invito_fronte

 

Invito_retro

Libri| Quando Ippocrate corteggia la Musa

????????????????????????????????????

QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA

                                            A ROCCO DE VITIS MEDICO E UMANISTA

di Paolo Vincenti

Il 4 maggio 2017, nella Sala Chirico degli Olivetani dell’Università del Salento, è stato presentato il volume “QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA” dedicato al Dott. Rocco DE VITIS, medico e umanista, per i vent’anni della sua scomparsa. Ha coordinato il Prof. Mario Spedicato, Presidente della sezione di Lecce della Società di Storia Patria; sono intervenuti i proff. Luigi Montonato, Alessandro Laporta, Eugenio Imbriani; ha concluso la prof.ssa Maria Antonietta Bondanese.

Un titolo molto suggestivo che coniuga, in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis: la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente.

“QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA – A ROCCO DE VITIS MEDICO E UMANISTA”, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017).

Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo una bella testimonianza di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall’Eneide), carica di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP. Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che emergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione queste figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, come scrive il prof. Spedicato, “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”.

Rocco De Vitis, “don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo “Pietro Colonna” di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico e Ufficiale Sanitario nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ Eneide di Virgilio nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi nel 1988 un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani: le Bucoliche e le Georgiche, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore.

Rocco de Vitis nel 1941 in veste di tenente medico sul fronte greco-albanese
Rocco de Vitis nel 1941 in veste di tenente medico sul fronte greco-albanese

 

L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali, e a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano che aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus. Successivamente pubblicò Soste lungo il cammino, nel 1990, e Naufragio a Milano, nel 1994. Morì nel 1997 ad 86 anni.

Di lui, prima della presente opera, si sono interessati, solo per citarne alcuni, Enzo Panareo, che ha scritto la Prefazione della traduzione dell’ Eneide, Antonio Errico, Giorgio Barba, Florio Santini, Paolo Vincenti, Gino De Vitis, Direttore de “Il Nostro Giornale”, il quale, insieme a Maria Bondanese, si è speso moltissimo in questi anni per tramandare la memoria del medico umanista, ed altri.

Il libro si apre con una citazione che viene dalla letteratura latina: Homo sum, nihil humanum mihi alienum puto, tratto da una commedia di Terenzio. Il primo contributo è di Paolo Vincenti, “Il medico dalla scorza dura. Profilo bio bibliografico di Rocco De Vitis”, che riporta appunto la bibliografia degli scritti del medico umanista. Segue il contributo di Aldo de Bernart, storico e scrittore parabitano ruffanese, scomparso nel 2013, che fu molto amico del dottor De Vitis. Il contributo di de Bernart è tratto da una manifestazione tenutasi a Supersano nel 2007 in occasione del decennale della scomparsa del medico. Lo scritto di Maria Bondanese, “Il dottore: una vita, una storia che parla di noi”, è il più carico di sentimento e non potrebbe essere altrimenti essendo la Bondanese, non soltanto nuora di De Vitis, ma la più fervente ammiratrice del medico umanista, la più gelosa custode delle sue memorie. In effetti, in questi anni, se è stata tenuta viva la memoria del De Vitis, ciò si ascrive a merito della dinamica Bondanese, e a maggior gloria del dottore. Lo scritto di Maria, con il titolo “Rocco De Vitis, dottore” era già apparso in “Apulia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese” (Martano editrice), nel dicembre 2007, così come da “Apulia”, stesso numero, proviene anche l’accorato scritto di Aldo Bello (“Il tarlo dell’umanesimo”), che della rivista matinese era Direttore e la cui prematura scomparsa costituisce un’altra dolorosa perdita per la cultura salentina.

Bondanese ricostruisce le drammatiche tappe dell’esperienza fatta al fronte dal dottor De Vitis, rileggendo il suo diario di guerra. Questa intensa testimonianza della Seconda Guerra Mondiale, vissuta in prima persona dal protagonista, servì poi da spunto al medico per l’opera Soste lungo il cammino. Nel suo scritto Bondanese si sofferma anche sulle opere maggiori di De Vitis, le traduzioni di Eneide, Georgiche e Bucoliche, e sono anche riportate belle foto in bianco e nero con gli autografi di De Vitis, gli scenari di guerra che egli toccò nella sua esperienza di soldato, e anche dei manoscritti della traduzione dell’Eneide. Inoltre vengono da lei ricostruiti i momenti salienti dell’attività sociale e politica del medico nell’immediato secondo dopoguerra, sullo sfondo storico di quell’epoca di ricostruzione e grandi mutamenti. Alla fine del pezzo, troviamo delle foto del Dottore in occasioni pubbliche e in occasione della inaugurazione della chiesetta eretta per devozione a San Giuseppe, nel 1984, sulla Serra supersanese.

Molto significativo, anche per l’alta carica ricoperta dal suo autore, è il testo di Don Gerardo Antonazzo, originario di Supersano e Vescovo di Sora-Cassino-Aquino Pontecorvo: “Nella sapienza del cuore la vera saggezza”. Ma c’è un altro prelato che contribuisce al volume ed è Don Oronzo Cosi ( con “Una specie in via di estinzione”), non meno caro ai supersanesi, in quanto Parroco del paese. Viene poi ripubblicato un testo di Mario Marti, “Io e Il Nostro Giornale”, indirizzato alla rivista supersanese, appunto “Il Nostro Giornale” ( una delle più longeve esperienze editoriali del Salento), nel maggio del 1997. Interessante anche il contributo di Carla Addolorata Longo, “Un mirabile lascito di pensiero e di vita”, che si sofferma sulle pubblicazioni di De Vitis trovando spunto nelle tematiche da esse affrontate per occuparsi anche della nostra attualità più stringente. Matteo Greco, nel suo “Sprofondamenti metropolitani e orizzonti meridionali”, analizza in particolare l’opera “Naufragio a Milano”.

“Un’esperienza indimenticabile”, definisce lo scultore Antonio Elia la realizzazione, per conto del dottor De Vitis, di alcune opere nella Chiesa di San Giuseppe, adornata anche dalle pitture di Ezio Sanapo, sulla collina supersanese. Elia illustra le varie fasi di lavorazione fino alla perfetta conclusione del tutto. Nella seconda sezione del libro, “L’humus dell’humanitas”, troviamo alcuni contributi che legano l’omaggio a Rocco De Vitis con la conoscenza del suo territorio, Supersano e il basso Salento.

Il primo contributo è “Breve profilo socio-economico del Salento negli anni ’50” di Gianfranco Esposito; poi “La decorazione nella cripta della Madonna Coelimanna”, di Stefano Cortese e “Il Santuario della Vergine di Coelimanna in Supersano” di Stefano Tanisi; seguono “Supersano Torrepaduli Ruffano” di Vincenzo Vetruccio e “Il dialetto di Supersano” di Antonio Romano. In particolare, i contributi di Cortese e Tanisi erano apparsi, in forma sintetica, nella guida del MUBO-Museo del Bosco di Supersano, lo scrigno che contiene la memoria storica dell’antico Bosco di Belvedere, ricordato anche da Cristina Martinelli nel suo scritto “Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, in cui analizza una poesia del De Vitis, tratta dal libro Soste lungo il cammino, dedicata al “Lago Sombrino”, un tempo preziosa risorsa del Bosco.

Molto interessante e documentato l’intervento di Giuseppe Caramuscio, “La memoria della Scuola come scuola della memoria: Galatina e il suo Liceo Classico”, una storia del prestigioso Liceo Colonna di Galatina frequentato da Rocco De Vitis e dal grande Mario Marti. Parimenti interessante il contributo di Alessandro Laporta, “Se è lecito al medico esser poeta (Galateo, Meninni, De Giorgi, De Vitis)”, il quale fa una carrellata di dotti ed eruditi del passato che alla medicina erano legati per interesse o professione dimostrando magistralmente come l’arte ippocratica e quella poetica, scienza e humanitas, come dicevamo all’inizio, rappresentino un forte connubio esemplato dall’amore riversato dal Nostro verso entrambe le discipline. Remigio Morelli si occupa della dolorosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale “Un anno sul fronte greco-albanese”, che vide impegnato Rocco De Vitis, come già ricordato.

Quello di De Vitis va ad unirsi a tanti altri ritratti di salentini illustri che in questi anni la Società di Storia Patria Sezione Lecce ha tracciato nelle sue tre collane. Emerge un amore incondizionato nei confronti della piccola patria da parte di questi suoi figli devoti, non solo studiosi e specialisti delle humanae litterae, ma anche esponenti delle professioni più disparate che a vario titolo si sono confrontati con la letteratura, la poesia, il romanzo, i racconti, la memorialistica, ecc.. Questo, il caso del Nostro, che per tutta la vita ha coltivato, proprio come la sua campagna, l’amore per la letteratura latina e per Virgilio e che con l’opus magnum del “savio gentil che tutto seppe” ha intessuto un lungo dialogo. Sembra quasi di vederlo, De Vitis che, spogliatosi dei panni rustici di ritorno dalla campagna, e indossato l’abito buono, novello Machiavelli de “Le lettere familiari”, penetra “nelle antique corti delli antiqui uomini”, interrogando filosofi, storici e poeti del passato, e “da loro amorevolmente ricevuto”, gli domanda le ragioni delle loro azioni e quelli gli rispondono.

Con la terza sezione del libro, “Vergiliana”, si entra nel vivo dell’opera maggiore di De Vitis, la traduzione dell’Eneide. Questa sezione è una antologia di saggi critici a cura di latinisti che sviscerano l’opera devitisiana entrando nel merito di contenuto, stile, traduzione, metodologia, con approccio specialistico. Gli studiosi, che danno a questa sezione del libro un taglio tecnico scientifico sono: Giovanni Laudizi, con “La traduzione dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche”; Maria Elvira Consoli, con “Dell’Eneide di Rocco De Vitis”; Paola Bray, con “ Quali doni, quali a te mai darò per tale carme?”; Antonio Errico, con “Il traduttore, il suo poema, i segreti del verso”; Maria Francesca Giordano con “Un segmento di lettura didattica sfogliando le pagine dell’Eneide”; Angela Maria Silvestre, con “La missione di Enea e la traduzione di Rocco De Vitis”; Paolo Agostino Vetrugno, con “Le traduzioni devitisiane di Virgilio tra espressività ed armonia”; Giuseppina Patrizia Morciano, con “L’epicità di Virgilio. Tradizione e traduzione nella lettura di un classico”.

La quarta sezione, “Tra storia e Letteratura”, riserva spazio a contributi di storia e conoscenza del territorio, in linea con la vocazione di questa collana editoriale. Troviamo allora Alessandra Maglie, con “Conflitti e narrazioni nella Terra del Rimorso. Tarantismo ed esperienza mitica secondo Ernesto De Martino”; Maria Antonietta Epifani, con “Maria Manca: la santa di Squinzano”; Sergio Fracasso, con “Il progetto ‘fallito’ dell’Orfanotrofio San Francesco (poi Istituto ‘Margherita di Savoia’) e il problema dell’infanzia abbandonata alle soglie del decennio francese”; Antonio Cataldi, con “ Contributo per una storia dei missionari lazzaristi italiani in Etiopia ed in Eritrea nel periodo coloniale”; Michele Mainardi, con “L’Istituto tecnico di Lecce e l’Orto Agrario”; Arcangelo Salinaro, con “Il letterato Alfredo Mori in Puglia: una caso”; Luigi Scorrano, con “ Con un vescovo di fronte alla guerra e nell’Inferno di Dante”.

Con l’Indice dei volumi pubblicati si conclude questo libro. Un’opera imponente, per qualità e mole dei contributi presenti, per la quale dobbiamo essere grati al medico umanista De Vitis.

 

Anti-aging naturale grazie al melograno

melagrane

Già noto nell’antichità per le sue proprietà nutraceutiche ora si scopre che la urolithine, prodotta dal nostro microbiota intestinale a partire da un composto naturale del melograno, avrebbe la capacità di ripristinare la piena attività dei mitocondri, mantenendo vive più a lungo le cellule…

Leggi l’articolo:

http://www.teatronaturale.it/tracce/salute/24214-antiaging-naturale-grazie-al-melograno.htm

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

di Marcello Buttazzo

L’amicizia è un giacimento di calie preziose, un tesoro di sole, uno dei beni immateriali di più inesausto sapore, che armonizza il mondo, che salva la vita. Ho conosciuto Rocco Boccadamo nel settembre 2012, a Lucugnano, a Palazzo Comi. Con Vito Antonio Conte e con Giuliana Coppola presentavamo il mio libretto di poesie, “E ancora vieni dal mare”, nella Casa di rose del preclaro poeta. A Rocco, di cui in passato avevo già letto alcune sue lettere sulle rubriche de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e de “Il Corriere del Mezzogiorno”, donai la mia silloge. Su quell’incontro Rocco scrisse amorevolmente sul sito della Fondazione Terra d’Otranto. Prima del trascorso Natale, Rocco s’è recato nel mio paese, Lequile, e mi ha donato il suo ultimo lavoro “Luca e li bancario” (pubblicato da Spagine – Fondo Verri Edizioni). Rocco ha avuto, finora, varie e intense esistenze. Agli albori delle primavere, sboccia la sua vita fanciulla, bambina, di arguto adolescente, di giovinetto diligente e studioso. Una esistenza giocata e bordeggiata a Marittima, nei paesi vicini, con il riverbero del mare negli occhi, confortato dalla Natura e dagli affetti più cari. Dopo il diploma, conseguito in modo brillante, Rocco ha iniziato, quasi subito, per una serie di motivi, l’attività lavorativa di bancario. Che lo ha portato in giro per l’Italia. Un lavoro denso di soddisfazioni, di abnegazione, di alacre operosità. Nel libro “Luca e il bancario”, mi colpisce, tra le tante cose, la descrizione emozionale e vibratile di Rocco nel ricevere il suo primo stipendio. Nella fase adulta, lui ha traversato e traversa il tempo e respira il suo giardino più intricato di sogno e di sperimentazione: quello della scrittura. Da grande Rocco ha deciso che la scrittura dovesse essere la sua ineludibile compagna di viaggio, la panacea universale, la sua musa prediletta e preferita, campo immenso di rossi papaveri e d’esplorazione del vivente. Dal 2004, pubblica sistematicamente i suoi volumetti di storie vivide d’amore e di paesaggi incontaminati. Scrive su Internet, per diversi periodici, con puntualità e parsimonia, con uno stile sobrio e pulito. Da tempo, seguo con interesse i deliziosi bozzetti del nostro prolifico Autore sul periodico Spagine del Fondo Verri. Il Fondo Verri, per noi anime indocili, vagolanti come la luna, è una fucina di arte e di cultura. Forse, questa fase matura della vita di Rocco si può sostanziare come quella più articolata, da certi punti di vista più ricca di placide, serafiche albe nuove e inedite. Lui è padre, è marito accorto, è nonno premuroso di alcuni bellissimi ragazzi e dolcissime fanciulle. È una persona umile e perbene, integrata nel connettivo sociale, è un uomo rispettoso e contegnoso. È un narrastorie leggiadro ed elegante. Semplice e diretto nell’incedere e nel procedere scritturali, ma con una visione allargata e ad ampio spettro, conscio che la sua prosa lineare sia quella più benaccetta e fruibile. Lui mediante la scrittura, tramite la prosa e il racconto, recupera la capacità di paziente rabdomante, che va alla ricerca delle venule più chiare, che scandaglia con passione i vissuti. Avverto tutto ciò anche e preminentemente in “Luca e il bancario”: il nostro narrastorie tramite il medium della scrittura s’abbandona sovente sulle ali del ricordo, della pacificatoria reminiscenza. Rivive gli anni passati, quando la vita era un primordiale virgulto di primavera e di sogno. Rocco sa far rivivere con movenze umanissime e palpabili tutto un universo di uomini e di donne, di gente della sua Marittima, di Castro, della sua terra natia rosso sangue di zolle marroni. La scrittura, si sa, può diventare uno strumento pacifico e non violento per interrogare a fondo il proprio sé e per gettare un ponte conoscitivo e creativo con l’altro da sé. È una medicina benedetta che terapeuticamente ci fa affrontare il tempo gaio e quello triste, il pianto e la gioia, il sole e la tempesta, la caduta repentina, la salita vertiginosa. Rocco narra le storie, descrive di sé, ma soprattutto degli altri. Lui, da anni, conferma la sua dote precipua di narrastorie, legato alla memoria che è carne viva. La sua è narrazione del ricordo, sovente tratteggiata con vivida nostalgia: sa scavare a fondo nei vissuti bambini e giovanili. La sua è narrazione del paesaggio, perché le località cristalline, di adamantina purezza, di Marittima, di Castro, di Acquaviva, campeggiano spesso, con storie umanissime e pulsanti di passione. Racconto di luoghi, perché nelle pagine di “Luca e il bancario” i campi d’ulivo, i boschi di virente colore, compaiono con veste anche lirica. Descrizioni davvero dettagliate e felici del paesaggio e, soprattutto, della gente d’intorno. I protagonisti veri sono contadini, allevatori, lavoratori, calzolai, ciabattini, insomma quel popolo multiforme e silenzioso, che solitamente ha fatto e fa la Storia. La gente che la vulgata comune dipinge come marginale, ma che per Rocco ha una centralità assoluta. “Luca e il bancario” è, altresì, un diario di viaggio, che percorre gli spostamenti dell’Autore bancario per varie città d’Italia. Ho potuto notare, fra le altre cose, la sincera devozione di Rocco, che è sia laica, che religiosa e spirituale. In lui vibra potente l’amore per l’umanità, per la gente umile. Lui sa anche celebrare doverosamente festività come l’Assunzione, sa dare la sua carezza a figure come Sant’Antonio da Padova, alla Madonna, a San Francesco, anima folle stremata d’amore. Quella di Rocco è narrativa degli affetti: Il padre è una figura sempre viva di fulgente luce. L’universo immaginifico e reale del nostro Autore si vivacizza di tanti protagonisti del popolo: il novantenne Orlando intento con il suo coltellino a raccogliere bacche e fichidindia, Vicenzu ‘u cuzzune e il suo asinello dalla lenta andatura. Il contadino compare Vitale. Ed ancora Consiglio, nachiro (capo ciurma nei frantoi oleari in autunno), Teodoro avvezzo a far bagni a pelo d’acqua.  Come non ricordare il cugino Luca sempre pronto alla battuta e al sorriso. Ed ancora l’anziano contadino Luca. La vita è un continuum, si susseguono le varie fasi in un collante di relazioni. È quello che succede anche al nostro Autore che, pur peregrinando per l’Italia, deliberatamente non recide mai i propri legami, rinnovellando sempre di nuova linfa vitale le sue radici. La sua villetta fiorita alla “Pasturizza”, è una sorta di buon ritiro, un posto d’elezione, uno specchio d’anima. L’Acquaviva (insenatura prossima a Castro Marina) è un porto di bellezza adamantina. Marittima brilla in tutto il suo lucore, di aurore frementi d’amore, di sole assetato di visioni, di crepuscoli screziati e aranciati, di notte fruscio di stelle silenziose e assorte. In “Luca e il bancario”, Rocco con dolcezza e con delicatezza ci conduce attraverso questi Frammenti di vita salentina. In essi traspare un amore sviscerato per la sua terra, utero di mare, madre accogliente, culla d’eterno. C’è davvero un filo conduttore che anima “Luca e il bancario” e tutti gli scritti di Rocco Boccadamo: è la soavità amaranto dell’amicizia, che ci lega e ci cattura al lume d’un’idea. Infine, vorrei dire che nelle opere di Rocco c’è un anelito francescano, una manifesta esortazione a vivere una esistenza di piccoli passi quotidiani e ordinari. E la sua cifra poetica più sentita risiede proprio nella tendenza di voler tratteggiare con occhio giustamente benevolo quella umanità silenziosa e umile, che fa la Storia.

 

“Luca e il bancario” di Rocco Boccadamo, Spagine Fondo Verri Edizioni, dicembre 2016

Il tuo 5 per mille alla Fondazione Terra d’Otranto

logo-menu

Gentile Lettore,

anche per il 2017 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie, al mantenimento di questo sito e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”.

Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

91024610759

e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

Non costa nulla!

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

 logo-fondazione-colori

 

Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

Scadenza per limitare la Xylella

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

a cura del Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della Provincia di Lecce

Il Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della provincia di Lecce ricorda che entro e non oltre il 30 aprile 2017 bisogna aver effettuato le lavorazioni meccaniche superficiali (aratura, trinciatura, fresatura) di tutti i terreni ed alla pulizia dalle erbe spontanee al suolo (compresi i bordi strada e le aree di competenza di Comuni e Province) per ridurre la popolazione degli adulti di Philaenus spumarius, vettore della Xylella.

Il Collegio dei Periti Agrari rende noto che questi interventi riescono a ridurre la popolazione della sputacchina perché colpiscono l’insetto negli stadi giovanili quando sono ancora poco mobili e non infettivi.

Inoltre siccome questi interventi SONO OBBLIGATORI così come stabilito dalla delibera della giunta regionale 1999  “Misure Fitosanitarie per l’eradicazione e il contenimento della diffusione della Xylella fastidiosa”, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia 148/2016 CHI NON AVRA’ EFFETTUATO TALE LOTTA AL VETTORE POTRA’ ESSERE SOTTOPOSTO A SANZIONI comminate dal 1 maggio al 15 giugno 2017, giorni nei quali verranno effettuati i controlli su tutto il territorio.

 

Abbazia di S. Maria di Cerrate, commenda dell’ospedale degli Incurabili di Napoli

Facciata dell'abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)
Facciata dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

 

di Marcello Gaballo

Si propone un interessante e poco noto stralcio che fu pubblicato da Eugenio Tortora nel suo volume Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli, edito a Napoli da A. Bellisario & C. e stampato presso la tipografia De Angelis a Portamedina alla Pignasecca, 44, nel 1890.

Tra le più importanti istituzioni della città di Napoli vi furono senz’altro la Casa Santa all’Annunziata e l’ospedale degl’Incurabili, uno dei più importanti d’Europa.

Lo aveva fondato Maria Richenza moglie di Giovanni Lonc (Longo), ministro di Ferdinando il Cattolico, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, miracolata da una paralisi insorta a seguito di somministrazione di veleno datole da una cameriera. Dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, nel giorno di Pentecoste dell’anno 1519, fu guarita, e per ringraziamento fece voto che avrebbe servito gli infermi per il resto della sua vita.

Non ritenendo sufficienti le strutture già presenti in Napoli, nel 1521 decise di fondare, a proprie spese, una casa di cura in contrada sopra Santo Aniello.

Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che poi fu anche uno dei Governatori. Per la sua specializzazione, l’Ospedale era riservato esclusivamente a pazienti affetti da patologie all’epoca considerate “incurabili”.

Sant’Alfonso de’ Liguori, durante una visita agl’Incurabili, sulle scale principali fu colto da una visione divina che lo spinse a entrare nella Compagnia di Santa Maria Succurre Miseris che svolgeva il suo ministero nell’Ospedale, assistendo spiritualmente i condannati a morte che venivano poi trasportati, dopo l’esecuzione, agl’Incurabili.

Il pontefice Clemente VII, oltre a numerosi privilegi, donò anche un’Abbadia o Commenda in provincia di Lecce, considerata del valore di circa settantamila ducati.

Nel predetto volume del Tortora, alle pagine 66-67, nel rendicontare i beni della Casa degl’Incurabili nell’anno 1801, viene descritta tale commenda (pag. 77 a 79 — Rubrica XII), titolandola “Dell’Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de’ suoi poderi, effetti, e rendite”.

L’abbazia, oggi denominata di Santa Maria di Cerrate, fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, è posta sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, e rappresenta uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.

Di proprietà della Provincia di Lecce, nel 2012 è stata ceduta con una concessione trentennale al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che la gestisce.

cerrate 1 guadalupi
Loggiato dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

Si riporta l’atto, dal quale si desumono importanti informazioni sul bene:

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l’Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell’anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de’ Governatori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un’ amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall’intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parascandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de’ territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all’Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de’ Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett’Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a’ Signori Cardinali, e l’ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l’Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell’anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII.

E perché allora il nostro nascente Ospedale degl’Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poteano stare a mantenere il numero de’ poveri infermi, che giornalmente cresceva, stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a’ poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua, ed accordato a titolo di elemosina all’ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla, spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a’ 2. Gennaio 1532, dall’Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a’ 18. Gennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett’Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll’inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l’Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de’ Sagramenti; a’ quali pesi non è obbligata l’Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall’Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell’Abbadia.

Vi è anche un’altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L’erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun’anno, ad elezione dell’Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l’anno.

Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s’imprese, nel 1602, l’esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se ne ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte olivetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4……………………………………… tt. 739 1|4
Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi, e Squinzano, che in tutto sono della capacità di…………………………………………………..tt.3573 1|2  
Unita dunque tutta l’estenzione e capacità de’ territorj demaniali e decimali di detta Abbadia, forma in unum…………………………………………………….. tt. 4312 3|4  

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l’annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell’anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l’annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201, ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell’olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante…. 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne’ rispettivi tenimenti ove sono accatastati i poderi“.

 

Per le note storiche, altri approfondimenti e la galleria di immagini rimandiamo all’ottimo lavoro di Brundarte, che qui si ringrazia per le foto concesse:

https://brundarte.wordpress.com/2013/11/29/abbazia-di-santa-maria-di-cerrate-squinzano-le-prima-parte/

 

[1] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[2] Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell’Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

[3] 1552 secondo quanto riportato nel sito dell’Archivio di Stato di Napoli.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_degli_Incurabili

[5] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_a_Cerrate

Un ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici di terra d’Otranto

elsa foto

Elsa Martinelli, ispettore e gentildonna

di Francesco Greco

 

Ispettore onorario “per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto” (prima, dal 2012, lo era della sola provincia leccese). La nomina è arrivata a dicembre 2016 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo.

Se la virtù dei grandi è la discrezione, il pudore, rifuggire dai riflettori della ribalta (atteggiamenti decisamente retrò al tempo della selfie-mania e dei social), c’è voluto del tempo a convincerla a dare la notizia.

E dunque, un altro step nella già prestigiosa carriera accademica e divulgativa della prof. Elsa Martinelli, salentina di Gallipoli, docente di “Poesia per Musica e Drammaturgia Musicale” al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.

Tradurre le proprie passioni in un lavoro non càpita a tutti nella vita. Elsa ha avuto questa “buena suerte” e la vive come una mission senza lesinare energie, come sanno i suoi allievi e la stessa Terra d’Otranto, che conosce e apprezza i suoi saggi in cui spesso coinvolge l’architetto Beatrice Malorgio (“Fughe”, Edizioni del Grifo, 2012).

L’incarico, onorifico, è di durata triennale e prevede la tutela, la vigilanza, la consulenza storico-musicale, tecnica e archivistica, di restauro (di tipo filologico, conservativo, funzionale ed estetico) in funzione della salvaguardia del ricco patrimonio organario delle chiese.

La prof. fa capo agli organi centrali del Ministero tramite l’ufficio periferico della SABAP (Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio) di Lecce, ora diretto dal nuovo soprintendente, l’architetto Maria Piccarreta.

Una mission, s’è detto, vissuta full time. In ambito didattico e di ricerca con volumi, saggi, articoli su riviste specializzate, atti di convegno nazionali ed extra moenia, pubblicazioni miscellanee sugli organi a canne nel Salento, due corpose monografie e numerosi contributi di studio.

La prof. Martinelli ha studiato i vari aspetti della storia del melodramma (dai costumi teatrali ai libretti d’opera), opere e protagonisti della grande opera lirica: da Vivaldi a Niccolò Piccinni, incluso il contemporaneo Nino Rota.

I profili storici e l’attività artistica di musicisti come Eriberto Scarlino, Luigi Romano, Vincenzo Pecoraro e di cantanti lirici come il tenore di grazia Tito Schipa (leccese doc, “Canto per te. Omaggio a Schipa, 2016) e il soprano Ines Martucci, inclusi corsi di iconografia musicale, la storia di bande musicali e interconnessioni fra architettura e musica.

Non male per una giovane prof. appassionata del suo lavoro. Della serie “Eccellenze a Sud”, o “Ce ne fossero!”. Chapeau!

Come un’orchidea BIANCA, poesie di Lilli Pati

lilly

di Paolo Rausa

Dalla prosa alla poesia, dal romanzo alle liriche. Lilli Pati ha esordito due anni fa con una dichiarazione d’amore. Tale è la storia narrata in ‘Il richiamo dello scrigno’, inteso come luogo in cui si conservano le perle del cuore, i tesori invisibili, quelli che troviamo in fondo all’anima e che l’autrice ci invita con discrezione ad ammirare. E ad amare. Quell’’Omnia vincit amor’ virgiliano permea la vita, i desideri, i sogni della protagonista che ora, vestale dell’orchidea bianca, inonda le pagine di sensazioni, stati d’animo, sogni, desideri, abbandoni, piaceri, voluttà, rimpianti, sempre messi in relazione con gli elementi naturali, paesaggistici, il sole, il mare, il vento ora zefiro, ora tempesta, che addolcisce o minaccia la nostra esistenza… Sensazioni di abbandono fra le braccia dell’amato a lungo sognato e che ora stringe a sé per non lasciarlo mai più, per non essere mai più lasciata. Ma quanta strada prima di arrivare a cogliere il fiore dell’innocenza perduta! Anzi non a cogliere, a bearsi del suo profumo, della sua immagine che cresce a vista d’occhio, bagnato dalla salsedine di un mare che sferza i nostri sentimenti e nel quale dobbiamo condurre la nostra navicella fluttuante. Una sessantina di liriche compongono questa nuova pubblicazione di Lilli che si pone ella stessa ‘Come un’orchidea BIANCA’, novella Proserpina – viene detto nell’introduzione – che vive nottetempo la follia delle passioni amorose. Come la dea accetta il suo sposo ma vuole vivere altre sensazioni ultraterrene, fuori terra, verso il cielo delle beatitudini dove tutto si stempera e l’amore diventa un sentimento universale che tutto abbraccia, insieme, uomini e cose. Più Venere, mi sembra, nell’Ode al mare’ laddove rinasce bella fasciata nell’abito bianco che incede sostenendo con la sua bellezza gli sguardi altrui colmi di desiderio. Diviso in due parti, il libro tratta dei ‘Frammenti di cuore e di vita’, due metà che si susseguono a ritmo incalzante senza cesura e in continuità. Talora la passione e il desiderio lasciano il tempo e lo spazio ai ricordi, alla nostalgia velata di tristezza, di rimpianto. Come il viandante che giunto nel ‘Deserto’ sembra aver smarrito la strada ed essere in preda all’arsura, così lei, anziché abbattersi, raccoglie gli sforzi e li proietta sul domani, quando raggiungerà la pace e la serenità, senza per questo rinunciare alle emozioni della vita. Fino a immaginarsi ‘Nocchiero di me stesso’ che pur nelle difficoltà della navigazione si conquista la libertà della manovra e oltrepassa la tempesta. Per quanto ‘Ala di gabbiano’ come quella di Icaro paventi l’umidità delle acque marine che l’appesantirebbero, così lei sa andare ‘Oltre’ verso il cielo, dove tutto ciò che si è perso si ri/conquista, soprattutto la condizione sovrumana di benessere oltre il piacere come unione fisica di due anime, l’atarassìa delle passioni. La poesia d’amore celebra qui i suoi fasti, ma non ignara del sentimento dolce-amaro come ha cantato Saffo, da bere sino in fondo, ebbra, sino alla stordimento, grazie ad una sana ‘Follia’ del vivere e dell’amare.

‘Come un’orchidea BIANCA’, Editrice Kimerik, Patti, 2017, pp. 74, € 12,00.

Benny Benack III dagli Stati Uniti e il suo Italian Quartet incontrano il Salento con i Bija

iQdB Edizioni di Stefano Donno con The Doors di Giuseppe Calogiuri a Salento incontra gli Stati Uniti a Taurisano

iQdB Edizioni con The Doors di Giuseppe Calogiuri a Salento incontra gli Stati Uniti OdA music fest 2nd edition

A Taurisano di scena la grande musica jazz. Benny Benack III dagli Stati Uniti e il suo Italian Quartet incontrano il Salento con i Bija. Evento speciale il 19 gennaio con la seconda edizione di OdA Music Fest. Ospite il celebre trombettista e cantante americano insieme ai Bija e al musicologo Alceste Ayroldi. Anche quest’anno a Taurisano (Lecce) torna la grande festa della musica targata OdA Officina degli Artisti (associazione artistico musicale). Nata con l’intenzione di diffondere la cultura musicale degli strumenti a ottone, OdA Music Fest nella prima edizione ha ospitato i MOYA, quartetto internazionale di tromboni arrivato da Ginevra. Quest’anno si celebra un incontro musicale ad alto livello tra gli Stati Uniti e il Salento: Benny Benack III Quartet, il giovane cantante e trombettista nato a Pittsburgh, nella Pennsylvania, accompagnato da tre musicisti del sud Italia (Giuseppe Venezia al contrabbasso, Elio Coppola alla batteria e Daniele Cordisco alla chitarra), dividerà il palco con il trio salentino dei Bija, composto da Marco Puzzello alla tromba, Francesco Pellizzari alla batteria e Gabriele di Franco alla chitarra. Nel corso della serata, le due band presenteranno i propri album con numerosi brani inediti. Appuntamento giovedì 19 gennaio alle ore 20 presso il salone “Mirella Solidoro” della chiesa parrocchiale Santi Martiri, Giovanni Battista e Maria Goretti. «Sarà uno spettacolo mirato a valorizzare la creatività della musica attraverso il virtuosismo del jazz e della world music», spiega Marco Puzzello, direttore artistico di OdA, «in programma anche un brano nel quale fonderemo i nostri due generi: le sonorità della musica mediterranea dei Bija, infatti, incontreranno quelle d’oltreoceano di Benny, evidenziando l’unicità dell’espressione musicale». A introdurre e presentare al pubblico i due progetti musicali ci sarà il noto critico e musicologo Alceste Ayroldi che guiderà il pubblico all’ascolto musicale e alla presentazione degli album.

Infine, nell’ambito del progetto OdA library verrà presentato il libro – The Doors in direzione del prossimo Whiskey bar – scritto da Giuseppe Calogiuri e pubblicato da iQdB Edizioni di Stefano Donno. Il volume racconta gli anni ’60 attraverso gli 11 brani che compongono il primo album della band capaci di levare una benda dagli occhi dell’ascoltatore che, finalmente, è libero di comprendere un retroterra artistico comune a tanti musicisti e tante band che proprio in quei colori hanno potuto trovare un humus intellettuale comune al quale attingere. Un album “The Doors” dietro cui si cela la fine di un decennio con la buia ombra del Vietnam dietro l’angolo alla quale fa da contrappunto il luccicante sole della “Summer of love”. Durante il pomeriggio ci sarà la masterclass aperta a tutti gli strumentisti e cantanti, sulla musica jazz e il canto jazz con Benny Benack III e i suoi musicisti, per info e iscrizioni contattarci sul sito www.odataurisano.it.

OdA Music Fest 2nd edition è organizzato da OdA Officina degli Artisti con la collaborazione della Consulta Giovanile di Taurisano, del Comune di Taurisano – Assessorato alla cultura, della parrocchia Santi Martiri Giovanni Battista e Maria Goretti, ACLI arte e spettacolo Lecce (resp. Raffaele Santoro), DbAudio Store Taurisano (Le), Associazione Arte in Terra, Bazù Centro Studi,

 

Benny Benack III Quartet

Benny Benack è un trombettista e cantante statunitense che negli ultimi tempi sta riscuotendo un incredibile successo internazionale per la sua notevole versatilità, ottima tecnica e padronanza del linguaggio jazz. Nel 2014 è stato semifinalista al prestigioso “Thelonious Monk International Competition” e Wynton Marsalis, in una recente intervista, lo ha indicato tra le nuove promesse del jazz internazionale. Da trombettista ha vinto numerosi premi, tra cui Carmine Caruso International Jazz Trumpet Soloist Competition (2011), National Trumpet Competition for jazz (2010), National Trumpet Guild Jazz Competition e altri; inoltre, ha ricevuto diversi importanti riconoscimenti anche per le sue doti canore. Ma la carriera di questa giovane promessa non è fatta solo di premi poiché si sta distinguendo come turnista in alcuni tra gli ensemble più richiesti nella scena musicale newyorchese. Tra queste collaborazioni c’è quella che l’ha portato al suo primo debutto per l’etichetta discografica “Blue Note Records” al fianco della pianista Chihiro Yamanaka. La sua vita è a New York dove si esibisce nei migliori club, tra cui: Blue Note, Iridium, Smoke, Lincoln Center Dizzy’s Club Coca Cola, Small’s, The Bar Next Door, Minton’s Harlem e di recente ha avuto anche l’opportunità di andare in tournee in Giappone, Russia e Ucraina. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Benny Benack III (tromba e voce) e i musicisti Elio Coppola (batteria), Giuseppe Venezia (contrabbasso) e Daniele Cordisco (chitarra). Questi ultimi, nelle loro recenti tournee oltreoceano, hanno dato vita al quartetto con l’idea di promuovere un jazz, sì legato al mainstream, ma che comprende anche il percorso di innovazione dato vita nell’ultimo ventennio, a New York, dalla nuova generazione di musicisti legati comunque alla tradizione. Il repertorio di questa formazione verte principalmente su composizioni originali di Benack e Cordisco, di stampo hard bop, senza escludere alcune composizioni d’importanti autori ai quali Benny Benack ha reso un tributo componendone il testo.

Bija Band

La parola “Bija” nella lingua sanscrita vuol dire “seme” e rappresenta l’origine e al tempo stesso la causa di tutte le cose. È la vibrazione, il suono primordiale da cui ha avuto principio tutto. Da questa fascinazione linguistica così evocativa nasce nel 2011 il gruppo dei Bija che dà vita a un trio atipico formato da chitarra elettrica, tromba e batteria con l’obiettivo di mettere in discussione l’idea stessa di orchestrazione e di arrangiamento. Il risultato è una scrittura eclettica e fantasiosa che pesca dai diversi ambienti musicali frequentati dai tre, dal rock alla classica alla world e ovviamente al jazz. I Bija sono composti da Gabriele di Franco (chitarra e loop), Marco Puzzello (tromba e flicorno) e Francesco Pellizzari (batteria e percussioni) La loro musica è un’attitudine postmoderna all’arrangiamento che si manifesta in chiaroscuri espressionistici, melodie narrative, tempi dispari e suoni caldi. Nel maggio 2012 vincono il premio della critica al B-LIve contest, a giugno vincono il Soundslices contest 2012 e vengono selezionati fra artisti di tutto il mondo come finalisti per i concorsi internazionali del Jimmy Wood Award ‘12 e per il Nicola Tiberio Award ‘12. Nel luglio 2012 sono ospiti di Otranto Jazz Festival e ad agosto vincono il primo premio come band rivelazione dell’anno 2012 al Jazzup Festival diretto da Greg Burk. Nel marzo 2013 sono finalisti al concorso Italia Wave Band 2013 e condividono il palco con i ModenaCityRamblers. Nell’autunno 2014 esce il loro primo album (SLAM production).

Associazione OdA Officina degli Artisti

Diretta artisticamente da Marco Puzzello, giovane e brillante trombettista di Taurisano, è un’associazione di musica e arte inaugurata il 23 novembre 2013 dove si tengono numerosi corsi: canto, tromba e ottoni, pianoforte, chitarra classica ed elettrica, basso elettrico, sax, scrittura creativa, canto rap, armonia e storia della musica, musicoterapia. Tra le numerose attività che si svolgono ci sono il cineforum, jam session, masterclass, corsi di artigianato, presentazioni di Cd e libri. Sorge in un ambiente profondamente simbolico, un’officina meccanica, quasi a evidenziare che laddove si riparavano motori e biciclette ora, attraverso l’insegnamento della musica, si “riparano” le asprezze della vita, si educa al bello, si accende la passione e il gusto per l’arte. Un luogo dove la musica è sempre al di là, irraggiungibile, eppure sempre dentro di noi, presente, operante, viva. Un luogo che rende felice chi può comunicarla ancora con pienezza e felice anche chi soltanto può tendersi a riconoscerla, a ripensarla, a far sentire che esiste.

INFO – Antonio Sanfrancesco

+339 6248282 / antonio.sanfrancesco@gmail.com

Al giro di boa, su rotta 75

2017

di Rocco Boccadamo

 

Non per mero vezzo, ma del tutto spontaneamente, così mi viene di appellare, beninteso con ovvio riferimento soggettivo, il compimento dell’almanacco 2016.

Tuttavia, con pari schiettezza intellettuale, devo subito annotare che la cospicua cifra, integrante in senso anagrafico l’intestazione di queste note, non è da me avvertita alla stregua di un fardello che genera o deve necessariamente dar luogo ad ansimi e sospiri e/o come un campanello d’allarme di fronte a perigli e acciacchi ineludibili e inevitabili e/o come un avvicinamento al “fu” (passato a migliore vita).

Infatti, riguardo al progressivo assommarsi di primavera dal lato anagrafico, è da un pezzo che, dentro, vado dicendomi che io, ragazzo di ieri, sono, in fondo, senza età.

I giorni e le stagioni mi scorrono accanto leggeri, a ogni dischiudersi degli occhi, come pure durante l’ammirazione stupita, verso ovest, dei rossi tramonti salentini, mi sembra di registrare una conquista, di essere beneficiario di un prodigio.

In tal guisa, adesso, si succedono, dunque, i miei scalini esistenziali.

Di siffatta visione e del mio personale convincimento, ho di recente reso confidenza alla cara amica Giuliana, invero un po’ meno “ragazza di ieri” rispetto a me, e mi è sembrato che lei, sorridendo con la sua consueta dolcezza, annuisse e concordasse.

In tema di anni, capita sovente che mi si accostino pensieri e piccole riflessioni sulla circostanza che mio padre se n’è andato a pochi passi (mesi) dagli ottanta; mentre, il suo  genitore, ossia mio nonno Cosimo, classe mille ottocento settantanove, arrivo fino al mille novecento ottantadue, dunque, con un bagaglio di oltre centodue primavere.

Ad ogni modo, non mi pongo neppure minimamente l’idea di elaborare termini di paragone o di congetturare scadenze alla luce dei suddetti riferimenti al livello di predecessori famigliari.

Del resto, come prima ricordato, sono uno senza età.

Ritornando brevemente alla figura dell’avo paterno ultra centenario, la mia amica Alba, nata da una Boccadamo, ha appena voluto gentilmente inviarmi l’albero genealogico, da lei realizzato con paziente lavoro di ricerca, concernente un determinato ramo della gente marittimese portante tale cognome.

In conclusione, per quel che la riguarda e, allo stesso modo, mi concerne, così come mio nonno Cosimo e il suo, Costantino, erano primi cugini, i rispettivi bisnonni, Generoso Silvestro e Antonio Maria, vantavano il legame di fratelli.

Grazie di cuore, Alba, per l’originale è prezioso documento, amabilmente passatomi.

Ecco, in estrema sintesi e secondo gli aspetti e le vicende essenziali, come si è rivelato e dipanato il 2016, sia nel mio sentire, sia sotto l’aspetto di concreto coinvolgimento.

Riprendendo il titolo, nella sfera del mio mondo più prossimo, famigliari e altre persone vicine, paragono il 2016 a una sorta di gerla (è la seconda volta che mi scorga quest’accezione), invero assai affollata di avvenimenti, per di più dai colori diversi e anche opposti e contrastanti.

In primo piano, purtroppo, non sono mancati problemi di salute: ove, fortunatamente, risolti e superati, ove, tuttora presenti sulla scena, con sfide che continuano. Di riflesso, confidenze e consuetudini con figure specialistiche e strutture addette ai lavori.

Una serie di prove, insomma, e non liete, rispetto alle quali, tuttavia, c’è una costante diffusa: la ragionata consapevolezza dei protagonisti chiamati a farsene carico, che il primo rimedio o presidio curativo si trova in loro stessi, nella loro volontà e determinazione di non rinunciare e, anzi, di tentare sempre.

Carichi di preoccupazioni su più versanti, insomma, e, però, con relativi pesi alleviati dalla gioia e dal piacere di vedere crescere, sane e belle, le giovanissime leve famigliari, idealmente frutti dei campi esistenziali che noi adulti abbiamo cercato di creare e coltivare al meglio.

Come dire, tirando le somme, preoccupazioni ma anche consolazioni autentiche.

Frattanto, prosegue la rotta del ragazzo di ieri, a 360 gradi, con o senza la barchetta a vela dondolante nel porticciolo e/o filante sulle distese che fronteggiano le amate scogliere.

acquaviva-marittima-salento-spiaggia-caletta

L’altro ieri, nel primo pomeriggio, sotto una temperatura rigida per queste plaghe e nella vivacità dei soffi di tramontana, ho compiuto una puntatina a Castro, mio conclamato luogo dell’anima, al pari dell’insenatura “Acquaviva” e della natia Marittima.

Bevuto un caffè ritemprante allo “Speran” sulla piazzetta, dietro il bancone tre carinissime ragazze di cui una moldava, ho imboccato lo scalo delle barche per l’immancabile occhiata di fine anno al vecchio e al nuovo porticciolo.

In una delle grotte che si trovano da secoli scavate nei lastroni di roccia sulla sinistra della discesa, ho trovato il giovane amico Luigi S., pescatore e artigiano tuttofare e, d’estate, “barquero” (socio della cooperativa che gestisce lo stazionamento delle imbarcazioni da diporto), in compagnia di Nzino, quest’ultimo quasi mio coetaneo, il quale stava sistemando il suo conzo in un grande cesto di vimini. Alla mia domanda se si accingesse a calarlo, Nzino ha risposto  di no, “l’ultima volta l’ho fatto prima di Natale”. Poi, l’uomo è di getto passato a ringraziarmi sentitamente e calorosamente per il dono, ricevuto a casa, del mio libro “A Castro con il cuore” ed è stato per me assai gratificante sentirmi da lui definire “u meiu casciaru” (il migliore degli abitanti di Castro).

Quando, io, ho visto i natali non a Castro, bensì nella contermine località di Marittima.

A un certo punto, è arrivato anche Nino, il mio mitico pescatore di saraghi, nella circostanza, però, vestito non da lavoro ma con abiti di festa; con il suo abituale sorriso, “ad aprile saranno novantatré” mi ha confidato, non senza aggiungere, a seguire, “anche a me è arrivato il tuo libro, grazie”.

Proseguendo, sulla banchina interna lato mare del porto nuovo, ho scorto tre persone, Antonio, comandante della “chianci” (barca consortile), Luigi S. e un’altra di cui non conosco o ricordo il nome, impegnate in una conversazione ad altissimo volume, vertente sul numero di reti o altri strumenti calati in mare e anche sui rispettivi più recenti risultati in fatto di pescato.

Oltre la diga foranea, mentre sulla distesa liquida si palesavano nitidamente i segni della tramontana, in barba ad essi, Antonio S., pure lui, d’estate, “barquero”, sul suo battello calava a più riprese e, con l’ausilio del “salpa rete”, tirava su il lungo attrezzo di pesca a maglie.

Dopo, ho scelto di restarmene per un po’ seduto al sole e riparato dagli spifferi della tramontana a ridosso dell’alto muraglione verso nord.

Lì, via ancora a snocciolare pensieri, ricordi, esperienze, incontri, storie, immagini, un rosario di tasselli di umanità e dintorni dei più svariati.

Il congedo da quel luogo tanto caro è stato sereno e all’insegna del sorriso e accompagnato, altresì, dallo scontato proposito di presto ritornarvi.

Finendo, statti bene e lungo sonno, 2016, nonostante tutto, senza rancore; quanto a te, anno nuovo, ti aspetto e, mi raccomando, sii buono e bravo!

Un mare di auguri a tutti.

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

E’ appena  uscito, per i tipi di Spagine Fondo Verri Edizioni, il nuovo libro del giornalista e scrittore salentino Rocco Boccadamo “LUCA e il BANCARIO”, tredicesima raccolta di narrazioni  avente, al pari delle precedenti, il sottotitolo di “Lettere ai giornali e appunti di viaggi”. Prefazione di Ermanno Inguscio e postfazione di Giuliana Coppola.

Una sintesi profonda, puntuale e indicativa sull’ultimo lavoro di Boccadamo è offerta, in particolare, dalla postfazione di Giuliana Coppola, il cui testo si riporta di seguito:

“Sono arrivato al mondo una grossa gerla di calendari fa…”, pagina di diario 20 gennaio 2016.

Una “gerla” la vita; trovo inaspettato questo segno linguistico e mi fa tenerezza; la “gerla” appartiene a infanzie lontane, al passaggio di generazioni, al passo lieve di una Befana che scendeva da camini; si usa così poco oggi e invece è vocabolo denso di significato, così misterioso, stracolmo di speranze, di doni, di sorprese, di scoperte. Questo succede  quando ci si accosta alla gerla di Rocco. Si può attingere a piene mani e scoprire e ritrovare quello che ciascuno in cuor suo desidera.

Ed ecco la sorpresa… scopro che il narrastorie di mia conoscenza è stato anche e soprattutto bancario, il bancario Rocco Boccadamo; lo scopro nella pagina di diario 13 novembre 2015; ma prima scopro l’esito di un diploma con “tutti numeri tondi” e immagino occhi di padre a scrutare quadri e batticuore di diciannovenne che scruta volto di padre e quadri con impresso l’esito degli esami. Penso – e mi ritorna batticuore – che allora si studiava molto anche per non deludere padri e si sceglieva, sempre per non deludere alcuno, anche il lavoro che si afferrava subito in quei magici anni sessanta; onorava soprattutto il merito, eppure sembrava a portata di mano. E’ a volo d’uccello il racconto di Rocco sul periodo che intercorre da luglio a settembre del 1960; rapido il  ricordo di quei mesi, un salto dalle aule scolastiche alla scrivania della banca per iniziare “l’avventura di bancario che mi avrebbe coinvolto e avvinto per l’intera vita lavorativa”. Una nota di nostalgia ad inizio del viaggio per un collegio, il Berenini di Parma, che da matricola si abbandona perché il lavoro già attende, il primo giorno con le stesse attese e le stesse ansie del primo giorno di scuola, i primi alloggi e il primo stipendio…. l’inizio è così ma poi si va, gerla sulle spalle; segue Rocco da città a città mentre sale il  suo personale cursus honorum, mentre, passo dopo passo, conquista forza e fiducia; assapora il senso della realtà quotidiana non sempre facile da reggere, perché così densa di impegni e responsabilità; i colleghi, gli amici, i funzionari, i direttori, i superiori, i piccoli grandi gesti di amicizia condivisa, le contromarche di don Titino e l’orologio di Gino, le fisse di clienti da non deludere mai, la puntualità da rispettare, le attese di chi ripone in te fiducia…la gerla va su e giù per l’Italia, testimone e complice d’una vita da bancario, diventata oggi pagina di diario che racconta e descrive, coglie particolari di “sfumatura cromatica”, di un “fumo” traditore, di un ritardo, di un orologio che funziona a modo suo, di una libreria a Taranto lì dove c’era la prima sede di lavoro, un cerchio che si chiude. “Per coincidenza o ideale destino parallelo: una “vecchia” banca, ora sommersa dal mondo dei libri, come pure, un ragazzo di ieri, già giovanissimo bancario, anch’egli, ora, vicino e collegato al mondo dei libri”.

Certo, al mondo dei libri… perché un libro, a suo modo, è una gerla; oggi ha il passo di Luca, mentre s’apre il grande abbraccio, profumato di verde, di mare e di campagna, di volti e di storie che si ritorna a carezzare; ogni pagina una carezza su ricordi; quelli che non si assopiscono mai, che vanno e vengono come le onde luminose d’Acquaviva, che riemergono sempre; pagine di diario che sono pagine di biografia; Itaca attende, di Itaca si ritorna a raccontare; il passo cadenzato di Luca, così diverso, così fuori dalla norma, ha il ritmo della voce narrante delle comari, di quelle che, all’angolo delle strade o sugli scalini delle case, o all’uscita della messa, o lavorando a maglia, raccontavano…. Che c’era una volta un asino e c’erano una volta donna Elvira e comare Meris, sì c’era anche comare Meris e c’erano e ci sono proprio tutti i protagonisti di quest’angolo di Salento-Itaca che ormai, grazie alla scrittura di Rocco, ci appartiene; e c’è il miele dolcissimo delle api operaie di Vitale, li, a Torre Lupo, dove se soffia maestrale, fuggono via anche le ombre.

Ecco, delicatezza e dolcezza di storie che ritornano e oggi, ad ascoltarle, si è posata, tranquilla una rondine; un volo mentre in chiesa si celebra il saluto a chi non c’è più su questa terra, una sosta per non disturbare e poi via di nuovo.

Le metamorfosi esistono o no? Io credo che esistano; in questo momento, grazie a una rondine che si posa, ne sono ancora più convinta; le rondini ritornano, per raccontare ancora, d’una gerla che va sulle spalle di chi ha ancora tanta voglia di osservare, fissare immagini, specchiarsi nella umanità vera e nella natura che ci appartiene e poi raccontare, scriverne e comunicare.

E’ tornata anche una lucciola; è la speranza, sottolinea Rocco; certo che è la speranza; “lumicino tra l’azzurro e il verde… sommessamente luminoso nello scuro notturno, ha il significato di un ideale faro di speranza” per Rocco che lo regala a tutti.

Esistono le metafore? Ma certo che esistono. Basta crederci soltanto un po’ e affidarsi al miracolo della scrittura e della lettura.

Nardò. Una discutibile rampa a ridosso della chiesa dei Paolotti

di Marcello Gaballo

E’ stato subito allarme generale tra la popolazione più sensibile nel rilevare la rampa per i diversamente abili realizzata in questi giorni a ridosso del prospetto laterale della chiesa di San Francesco da Paola, nota come “Paolotti”, su Via Roma, nelle vicinanze del Castello e Municipio.

1

Il progetto, in cantiere da diversi anni, ha trovato i nulla osta necessari da poco tempo, tanto da consentire l’avvio dei lavori per la realizzazione della rampa, al fine di eliminare le cosiddette barriere architettoniche, e il rifacimento del piazzale antistante.

Nessun commento o parere per la sistemazione di quest’ultimo, che non mi compete e che saranno i cittadini a giudicare se in sintonia con il luogo e la storia del posto. Su questo comunque si affacciano il convento secentesco dei frati Paolotti, una attività commerciale (su preesistenze dell’antico convento) e la facciata della chiesa con la sua scala (degli inizi del secolo scorso).

Fatto salvo ogni rispetto e sempre auspicata la giusta attenzione per chi trova difficoltà motorie per accedere al luogo di culto, tuttavia è inevitabile porsi il dubbio se in questi casi occorre venire incontro alle necessità del diversamente abile o privilegiare la tutela e la conservazione dell’immobile, in tal caso deturpato nel suo aspetto esteriore a causa della costruzione che si sta effettuando a ridosso della chiesa. In parole povere, si deve tutelare il monumento o la persona?

2

Si è ben consapevoli che gli edifici di culto (chiese, moschee, sinagoghe o qualsiasi altro ambiente destinato al culto) devono essere visitabili o perlomeno prevedere una zona riservata facilmente accessibile per assistere alle funzioni religiose, come previsto dall’art. 3 del D.M. LL.PP. 236/1989). La normativa vigente prescrive, infatti, per i luoghi di culto il requisito della visitabilità. Ma è anche vero che l’art.19, comma 3, del D.P.R.503/96 recita: “la deroga è consentita nel caso in cui le opere di adeguamento costituiscono pregiudizio per valori storici ed estetici del bene tutelato; in tal caso il soddisfacimento del requisito di accessibilità è realizzato attraverso opere provvisionali ovvero, in subordine, con attrezzature d’ausilio e apparecchiature mobili non stabilmente ancorate alle strutture edilizie. La mancata applicazione delle presenti norme deve essere motivata con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio”.

5

Non voglio addentrarmi nello specifico, perché vi sono gli specialisti della materia che sanno bene cosa può essere fatto e cosa va evitato, vista anche l’abbondante letteratura in merito.

Nel caso specifico, fermo restando che non so quanti diversamente abili abbiano effettiva necessità di accedere proprio in quella chiesa, avrei immaginato una soluzione diversa. Mi viene in mente un’apparecchiatura mobile di limitate misure sul lato opposto della facciata o, più semplicemente, un accesso riservato ai soli impossibilitati dal retro della chiesa, in corrispondenza della sagrestia, da dove accede il parroco o altri parrocchiani.

La doppia rampa, posta sul già ridotto marciapiede (le foto sono eloquenti) mi pare di ostacolo ai pedoni. E dunque potrebbe nascerne un altro problema, che saranno i tecnici ad affrontare.

Lungi dalla polemica, anche perché conosco bene l’amico direttore dei lavori e il parroco, questa mia è solo per augurare una revisione immediata del progetto (mi riferisco alla sola rampa), studiando soluzioni alternative che comunque impediscano quelle non stabili, addirittura ancorate all’edificio settecentesco.

L’appello perciò al parroco e al consiglio pastorale, che immagino hanno voluto e predisposto questa soluzione, affinchè pensino a situazioni reversibili o ad una piattaforma elevatrice o ad altre soluzioni che i tecnici ben conoscono e che non dovrò certamente qui indicare. Purchè non siano contraria alla conservazione, al decoro e alla visibilità della Chiesa, quindi con pari dignità di rispetto per l’immobile e per tutti i possibili fruitori della chiesa.

Giuseppe Greco e le sue poesie in lingua salentina di Parabita

‘Sciòscia, matreperle te pansieri, poisie’ di Giuseppe Greco

 giuseppe-greco

di Paolo Rausa

Un minuscolo ma intenso libretto raccoglie una trentina di poesie scritte da Giuseppe Greco per lo più in lingua salentina di Parabita, prossima al mare di Gallipoli. Ci conosciamo da parecchio tempo con Giuseppe, da quando iniziarono un po’ per passione un po’ per esibizione le letture di poesie al Circolo Nautico di Santa Cesarea Terme, almeno da dieci anni. Avevo ripubblicato in una nuova edizione dal titolo ‘Terra mara e nicchiarica’ (Terra amara e desolata) alcune poesie che mio padre Fernando aveva scritto in lingua salentina di Poggiardo e pubblicato poco prima della sua morte, nel 1977. D’estate sullo sperone del Circolo, rimirando le stelle e il luccichio del mare ci abbandonavamo ai sogni sotto forma di parole. Un abbandono sensuale, profumato di salsedine e della linfa dei pini, mentre il vento suggeriva parole poetiche da uno all’altro dei convitati, quasi fosse un simposio a cui poeti e artisti salentini partecipavano con le loro immagini sussurrate o dipinte. Serate di grande compartecipazione emotiva.

Giuseppe con le sue poesie dettate dal cuore di artista si inerpica su nel cielo cullandosi sulle onde del mare prospiciente, con uno sguardo ora voglioso ora velato rivolto alla luna, contornata di stelle. A lei Giuseppe affida gran parte delle sue liriche come testimone muta e dolente delle vicende umane che il poeta espone in quadri dipinti di colori. Come Astolfo sull’ippogrifo Giuseppe ci conduce a visitare i solchi sul pianeta caro ai romantici e le ampolle delle menti umane avviluppate dai sogni. I suoi versi, armoniosi e suggellati dalle visioni sovrumane, centellinano le parole, scelte come note a comporre un quadretto, una sinfonia, dove ogni elemento visivo e sensitivo partecipa per esprimere lo stato d’animo del poeta, colmo di meraviglie, leggero come le comete, gli aquiloni, un sentimento appena accennato, la visione di lei trasfigurata in un fiore, in un colore, nella luce, nello sciabordìo delle acque ad indicare pena, risucchio, amore, ricerca di amore, mancanza di amore. Situazioni, alla ‘mpete, a piedi, creano visioni, desideri, che si sperdono nell’immaginazione del creato dove ogni elemento rende l’immensità e la meraviglia, lo stupore delle nostre visioni…

Giuseppe Greco, artista, scenografo, docente, si misura con lo strumento linguistico come il pittore, dosa i colori-parole, li espande come note che risuonano, crea armonie, piaceri, ascolti, situazioni indelebili che trapassano dagli occhi al cuore e viceversa.

Sensazioni e palpitazioni che ci sommergono di meraviglia ogni volta che leggiamo un verso, ogni volta che Giuseppe si approssima sul palco per cantare la canzone della vita, dolce, sommessa e carica di passione amorosa. La prossima presentazione alla Casa di SilLa a Taviano (Le).

 

Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò. La ristampa anastatica a cura di Massimo Perrone

Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò”, del 1735

Ristampa anastatica arricchita da preziosi contributi

Le origini di Nardò secondo Tafuri

 

In Cattedrale il 10 dicembre la presentazione del volume

con interventi di Alessandro Laporta e Sandro Barbagallo

copertina

Si terrà nella Cattedrale di Nardò, in Piazza Pio XI, sabato 10 dicembre 2016, alle ore 19,30, la presentazione della ristampa anastatica del libro “Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò”, di Giovan Bernardino Tafuri, a cura di Massimo Perrone.

All’incontro porteranno il loro saluto il Vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna e il Sindaco di Nardò Giuseppe Mellone. Oltre a Perrone, saranno presenti Alessandro Laporta, direttore emerito della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce, Sandro Barbagallo, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani e direttore del Museo del Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano e Mons. Giuliano Santantonio, parroco della Cattedrale di Nardò e direttore dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali e l’Arte sacra.

  

  • RISTAMPA ANASTATICA DEL VOLUMETTO DEL 1735

La ristampa è una fedele riproduzione dell’opera del Tafuri apparsa nel raro libretto “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, tomo XI, pubblicato a Venezia nel 1735, fonte preziosa e insostituibile per una ricostruzione della società e dell’urbanistica neretina prima del terribile terremoto del 20 febbraio 1743. Giovan Bernardino Tafuri, dunque, nonostante sul valore delle sue opere la discussione sia vivace tra gli studiosi, ha dato un contributo unico con i suoi numerosi scritti che meritano di essere divulgati anche a distanza di secoli.

 

  • UN’EDIZIONE ARRICCHITA DA CONTRIBUTI PREZIOSI

Massimo Perrone, dottore commercialista, appassionato di cultura locale e della storia della Chiesa e delle sue istituzioni, ha attinto alla collezione personale per contribuire all’appassionante indagine storica e letteraria sulle origini di Nardò, arricchendo la ristampa dell’antico volume con i contributi di Laporta e Barbagallo, due autorevoli studiosi, le cui analisi aiutano a comprendere il lavoro del Tafuri, fornendo interessanti spunti per approfondimenti e nuove indagini.

La pubblicazione propone inoltre in copertina un acquerello inedito, riproduzione a colori di un’antica veduta di Nardò, realizzato dal fiorentino Giovanni Ospitali, recentemente scomparso. è, questa, una delle tre tavole fuori testo allegate all’opera originale, insieme alla moneta che raffigura San Michele Arcangelo e alla pianta della città. Il volume, fuori commercio, è stato stampato dalla Tipografia Biesse di Nardò.

 

SANDRO BARBAGALLO, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani e direttore del Museo del Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano. Storico dell’arte, ha collaborato ad alcune grandi mostre organizzate dal Complesso del Vittoriano di Roma (Manet, Bonnard, Matisse) e curato monografie di artisti contemporanei (Baj, Tilson, Weller). Dal 2008 scrive di critica d’arte su “L’Osservatore Romano” e, come corrispondente dal Vaticano, su “Il Giornale dell’Arte”. Dal 2012 lavora per la Direzione dei Musei Vaticani dove ha riqualificato il Padiglione delle Carrozze, ha curato l’allestimento della Galleria dei Ritratti dei Pontefici e dell’appartamento privato del Santo Padre nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, che ha visto, tra l’altro, lo storico incontro di Papa Francesco con il Papa Emerito Benedetto XVI, recentemente aperto al pubblico. È autore di diversi libri editi da Libreria Editrice Vaticana, Utet, Ed. Musei Vaticani, Ed. Focus storia.

 

ALESSANDRO LAPORTA, direttore emerito della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce. Già docente di “Storia della stampa e dell’editoria” presso la facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, vice presidente della Società Storica di Terra d’Otranto, socio della Società di Storia Patria per la Puglia e del Centro Studi Salentini. Ha redatto le prefazioni a oltre 50 libri di autori salentini e attualmente sta curando la ristampa dei “Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nel 1480”, che non è solo il primo libro in assoluto pubblicato nella provincia di Lecce, a Copertino nel 1583, ma è stato uno dei testi base che ha portato alla santificazione dei Martiri d’Otranto.

 

MASSIMO PERRONE, dottore commercialista, ha conseguito il diploma di Archivistica nella Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano e ha pubblicato diversi contributi in miscellanee e riviste specializzate. È Grand’Ufficiale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e ricopre dal 2012 la carica di Preside della Sezione Salento Lecce – Brindisi.

San Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale

6 dicembre 2016 – Inizio ore 17.30. Accoglienza ore 17.15.

Chiesa della Santissima Trinità o Santa Lucia (Via Santa Lucia, Brindisi)

XX Colloquio Laurenziano

San Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale

Presentazione del volume di A. Di Napoli,  La storia si fa preghiera. Litania pro serenissimo rege Maximiliano 2. contra Turcas (1566)Bari: Aurora Serafica, 2016

s-lorenzo-da-brindisi

 

È impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire.

Santa Teresa di Lisieux

 

L’iconografia laurenziana, come ebbe a rilevare Alberto Del Sordo in un suo scritto del 1959, rappresenta molto spesso Lorenzo da Brindisi sul campo di battaglia  mentre incoraggia i Cristiani a resistere e a combattere contro l’esercito ottomano, che  aveva invaso le terre d’Ungheria. Gli agiografi furono particolarmente colpiti da quel singolare episodio, collocato  quasi al centro della vita di Lorenzo e conseguentemente l’eroico cappuccino è  rappresento quasi come un generale alla testa del suo esercito  che, « Christiani nominis hostes, erecta Cruce, deterret ».  La vittoria, della quale Lorenzo da Brindisi era stato protagonista  arrise alle forze cristiane e ad Albareale, l’odierna Székesfehérvár, città fortificata nella bassa Ungheria ove s’erano incoronati i sovrani magiari, nell’ottobre del 1601, si ripeteva, dopo 30 anni, il miracolo del 1571 a Lepanto.  Quella figura di frate combattente rappresenta, però, soltanto un aspetto della personalità di Lorenzo da Brindisi, che insigni studiosi hanno cercato di mettere in luce.

 

Benedetto Croce ne tracciò un vivido profilo in  Vite di servi di Dio di beati e di santi napoletani. “Il  venerabile, e poi beato e poi santo, Lorenzo da Brindisi (1559-1619), che fu generale dei cappuccini, [… ] assai avrebbe da raccontare delle faccende politiche che maneggiò in varie parti d’Europa [… ]. Papa Clemente VIII lo mandò, tra l’altro, nel 1596, a richiesta dell’imperatore Rodolfo II, con tredici cappuccini a impiantare il loro ordine in Boemia, in Moravia, in Austria, in Ungheria, e a combattere gli eretici e convertirli. Le minacce, i maltrattamenti, le aggressioni, le insidie, che patirono dalla parte avversa, non li trattennero dall’aprire case cappuccine, nonostante che si riuscisse a far sì che venisse meno o vacillasse la protezione a loro promessa dall’imperatore, il quale era infermo di nervi, e perciò impressionabile e mutevole: sicché fu più di una volta sul punto di farli scacciare dai suoi stati. Un astrologo, che era alla corte dell’imperatore, che di astrologia si dilettava, vibrò, al dir del biografo, un grosso colpo, perché, dopo averlo persuaso del pericolo rappresentato da quei frati, scelti dal papa tra i più scaltri per usarli da spioni, dopo avergli rammentato che un frate, Jacques Clément, aveva pur testé assassinato Enrico III di Francia, gli promise di dargli presto una prova della minaccia che gli stava sopra. Fece in effetto dipingere un quadretto con l’ immagine dell’imperatore in mezzo a due frati armati di pugnali, e, andato a visitarlo e invitatolo a guardar fiso in uno specchio senza distornar la testa, levò a poco a poco il quadretto dietro le spalle di lui e fece riflettere la scena nello specchio, e l’imperatore vide e sbigottì e mandò subito all’arcivescovo di Praga l’ordine dello scacciamento dei cappuccini, che l’arcivescovo non eseguì preferendo di andar esso via da Praga. Intanto, – narra sempre il biografo, – l’astrologo o astronomo, lieto dell’effetto ottenuto, tornò alla sua casa, che era poco lungi dal convento dei cappuccini, e mangiò di buon appetito; senonchè, subito dopo il pasto, al pari di Giuda, crepuit medius et diffusa sunt omnia viscera eius: terribile castigo del cielo, che salvò i frati e produsse la conversione di un nipote dell’astrologo maledetto. Il quale, nativo, com’e detto, di Danimarca, chiamato presso Rodolfo II e in fama di peritissimo, s’identifica facilmente e sicuramente col gran Tycho Brahe, che del resto altre biografie nominano per espresso. Ma c’è un intoppo alla fanciullesca storiella architettata e propalata: che il fatto sarebbe accaduto ne1 1596 e Tycho Brahe si recò a Praga nel 1599 e colà mori nel 1601, alcuni anni dopo che fra Lorenzo era partito per altri lidi. Poi il nostro frate ricevé invito dall’imperatore a seguire l’esercito, comandato dall’arciduca Mattia, che andava in Ungheria alla guerra contro Maometto III, e ad assistere i soldati cattolici, al che il papa dié il consenso. Erano (racconta il biografo) non più di ventimila gl’imperiali e ottantamila i Turchi; ma, attaccata una grande battaglia, ecco fra Lorenzo che  monta a cavallo disarmato, e, precedendo a tutti, vibrava colla sua croce il segno di essa contro le palle delle artiglierie e dei moschetti spiccate dai Turchi a danno dei cristiani, e fu prodigio evidente che que’ globi di fuoco o tornarono indietro o morti a mezz’aria non ne penetrò un solo a offender gl’imperiali, li quali nel medesimo tempo facevano con l’armi proprie grande strage dei lor nemici, a segno che di questi ne caddero uccisi sul campo in diverse scaramucce e battaglie da trentamila e dei Cesarei solamente trenta soldati ordinarii, e forse tutti eretici, li quali ricusarono d’invocare il santissimo nome di Gesia conforme al consiglio suggerito ad ognuno dall’uomo di Dio. Questa prodigiosa vittoria, dovuta a fra Lorenzo, sarebbe accaduta ad Albareale, che i Turchi sgombrarono abbandonando tutto il loro bagaglio. Fra Lorenzo  non fu mai lasciato da gran principi quietare lungo . tempo nella solitudine dei suoi monasteri; ma, inviato più di una volta da Roma nella Germania, di qua in Ispagna, dalla Spagna fu fatto ripassare in Germania, nella Baviera e in più luoghi d’Italia per collegare o tenere uniti quei potentati a protezione e riparo del mondo cattolico dalla pestilenza dell’eresia, con quanti sudori, strapazzi, affanni della sua vita, Iddio lo sa, ed ognun lo può dedurre dall’aver egli contratto quella gravezza di gotta che lo teneva spesso immobile ,per lungo tempo a letto. Ma molti affari anche trattò, oltre quelli in cui interessi politici e interessi religiosi si mescolavano, e, per esempio, fu l’intermediario della pace tra il duca di Savoia e il governatore di Milano don Pietro di Toledo e persuase il duca di Mantova a restituire un feudo, che ingiustamente deteneva e che spettava a un gentiluomo dell’imperatore Rodolfo. E un negozio politico della città di Napoli fu l’ultimo che trattò e nel corso di esso morì, perché, essendo venuto a Napoli nel 1618 per recarsi a Brindisi, fu fermato dal contrasto che si era acceso tra i nobili, il popolo e il viceré duca di Ossuna e dai nobili inviato a rappresentare la città presso il re Filippo III, con molto dispetto del viceré che avrebbe posto impedimento a quell’ambasceria se il frate non fosse stato da alcuni nobili secretamente trafugato da Napoli e condotto a Genova, dove s’imbarcò per la Spagna. Ma, in Spagna non trovò il re, che si era recato nel Portogallo, ed egli gli tenne dietro a Lisbona, e da lui fu ascoltato in cinque udienze, finché, aggravatasi la sua infermità, mori in quella città nel 1619, a sessant’anni.

 

Indirizzi di saluto

Alfredo Marchello

Ministro Provinciale Frati Minori Cappuccini di Puglia

 

Interventi

Antonio Mario Caputo

Centro Studi per la storia dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni

 

Ruggiero Doronzo ofm cap

Direttore della Biblioteca dell’Istituto Teologico Santa Fara,  Bari

 

Vito Petracca

Latinista. San Cassiano di Lecce

 

Conclusioni

S.E. Mons.Domenico Caliandro,

Arcivescovo di Brindisi – Ostuni

 

Coordina e introduce i lavori

Giacomo Carito

Responsabile Cattedra Laurenziana, Brindisi

 

Sarà presente l’autore del volume, edito in occasione del 90. anniversario della titolazione della Provincia dei cappuccini di Puglia a s. Lorenzo da Brindisi (1926-2016),  Alfredo Di Napoli ofm cap. In apertura dei lavori Giancarlo Cafiero  (Società di Storia Patria per la Puglia)   darà lettura dei versi composti da Pasquale Camassa in onore di san Lorenzo da Brindisi.

Organizzazione: 

Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.Cattedra Laurenziana

Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi

Aderisce all’iniziativa l’associazione “San Lorenzo da Brindisi”.

Eventi nell’ipogeo Bacile – Teatro Sotterraneo a Spongano

Con i primi due incontri di “Per adesso resto nel Salento” presso il Castello di Corigliano D’Otranto e Sante Le Muse – agriturismo a Morciano, La Scatola di Latta continua a crescere e a navigare tra storie di imprese, associazioni resilienti, ascoltando con piacere le numerose storie di ritorni ed esperienze dirette, conoscendo le realtà che animano il nostro territorio. E’ sempre più convinta che questa sia la strada giusta e vi invita ad un nuovo incontro che si terrà domenica 11 dicembre all’interno di Ipogeo Bacile – Teatro Sotterraneo a Spongano.
Già dichiarato luogo di interesse storico-artistico dalla Sovrintendenza ai Beni Artistici e Culturali di Puglia, l’Ipogeo di Palazzo Bacile ospita eventi culturali di diverse forme ed espressioni di creatività che in questo luogo ricco di storia trovano relazione e creano dialogo: esposizioni d’arte, rappresentazioni musicali e teatrali, rassegne letterarie.  Il frantoio come custode dell’anima del nostro Paese, torchio di molitura, luogo di sperimentazione e di raccolta delle idee racchiuse nella nostra terra.
Camminando nel frantoio ricco di storia, tra le ombre e le volte dolcemente illuminate, ci è sembrato di attraversare la pancia di una nave. E’ forse da qui che deriva la parola Nachìro, dal greco “padrone, conduttore della nave” nonché colui che dirigeva tutti i lavori del frantoio. E da qui “Nachìria – idee ipogee”, una nave di idee, perché tutti noi siamo nachìri: chi ha deciso di restare, di prendere in mano il proprio timone, cambiare rotta e tornare in Salento dedicando tutto il proprio tempo. Proprio come Bacile, che con “intraprendenza, impegno e intuizione” trasformò per primo il suo frantoio, lo rese funzionale e ne ricavò un olio buono, un’innovazione all’epoca. Sulle sue orme oggi Fabio Bacile immagina lo stesso frantoio come “contenitore culturale” e gli da forma passo dopo passo, una sfida per nuovi nachìri.
Domenica 11 dicembre, dalle ore 16.30 fino alle 21 l’Ipogeo si trasformerà in un “mercatino delle idee“ che accoglierà agricoltori, artigiani, artisti, associazioni e imprese. Ogni partecipante al mercatino avrà modo di esporre e presentare le proprie opere materiali ed immateriali in modo creativo.

Ingresso libero per chi porterà con sé entusiasmo, libri, strumenti musicali e idee da condividere.
Sarà presentata la mostra fotografica sulle “Grotte del Salento” a cura di Giorgio Nuzzo. L’evento rientra nella programmazione @Fortezza in Opera a cura di Salvatore Della Villa.

Per info contattateci via facebook o via mail a: scatoladilatta2014@gmail.com

A tutti gli agricoltori, artigiani, artisti, associazioni e imprese: 

PER ESPORRE E PRESENTARE LE PROPRIE OPERE O PROGETTI scriveteci o contattateci entro sabato 3 dicembre a scatoladilatta2014@gmail.com .

APS La Scatola di Latta

Custodiamo storie e sensazioni dei paesaggi, paesini e paesani del Salento. Promuoviamo azioni di CulTurismo Sociale ed Ambientale

https://associazionelascatoladilatta.wordpress.com (iscriviti alla newsletter)
https://www.facebook.com/apslascatoladilatta (clicca mi piace)

scatoladilatta2014@gmail.com  –  cell. 3395920051

 

Aradeo| Clownerie e teatro, cinema e musica, letture e incontri

Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja
Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja

 

di Tore Scuro

Clownerie e teatro, cinema e musica, letture e incontri. Dal 24 al 27 novembre, le sale affrescate di Palazzo Grassi ad Aradeo si apriranno al pubblico per “Storie d’artista a Palazzo Grassi”, un calendario di eventi d’arte e cultura a cura di Koreja, realizzati in collaborazione con il Comune di Aradeo. Dal 24 novembre l’attrattore ospiterà la residenza degli attori Carlo Durante e Riccardo Lanzarone, durante la quale visitatori e cittadini avranno libero accesso agli spazi del Palazzo Baronale. Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Info e prenotazioni: 0832.242000.

Giovedì 24 novembre (ore 20.45), in scena “Con-Tatto”, lo spettacolo di Fabrizio Campo, giovanissimo artista palermitano che incontra il mondo circense nel 2007, iniziando l’attività di clown in corsia presso ospedali, centri di aggregazione sociale, centri diurni e carceri. Nel 2015 dà un taglio nuovo al suo percorso artistico e personale, iniziando la scuola di DanzaMovimentoTerapia – espressivo relazionale (dmt-er), che rientra nel campo delle arti terapie, volta al benessere psicofisico, all’esplorazione e ricerca espressiva, nonché al piacere funzionale del muoversi del danzare. Fra giocoleria, clownerie, circo, teatro di strada e poesia, “Con-Tatto” è spettacolo ironico e tagliente, che racchiude in sé l’essenza del gioco, uno spettacolo ricco di sorprese in un’alternanza di numeri tecnici e momenti esilaranti, uno spettacolo che viene tutte le volte reinventato grazie all’interazione con gli spettatori che non rimangono osservatori passivi, ma diventano parte integrante dello spettacolo. Infatti, un’unica trama, tesse il filo dello spettacolo: la relazione fra il pubblico e il giocoliere, una dinamica che rende unico e inimitabile quello spettacolo, in quel dato momento, con quel pubblico specifico. Il corpo e la materia che giocano in maniera complementare rendendo vitali le performances… clave, cappelli, sciabole e sfere, questi sono alcuni degli attrezzi utilizzati durante lo spettacolo che accompagnerà lo spettatore in una dimensione unica, surreale, onirica.

12923248_1291584440855909_6976847135816700609_n

Venerdì 25 novembre (ore 20.45) serata dedicata al cinema con la proiezione del film documentario “Santi Caporali” di Giuseppe Pezzulla (sottotitoli in lingua inglese). Un occhio che spia la periferia, quei non-luoghi in cui, ogni santo giorno, si consumano le vite di centinaia di persone provenienti dai alcuni dei territori più poveri del mondo.

Sabato 26 novembre (ore 20.45) la presentazione del libro “Torno da me” di Maria Neve Arcuti. L’universo femminile e le molteplici situazioni in cui la donna è coinvolta per motivi sentimentali, ideologici e di lavoro sono il filo conduttore di sette racconti che vedono come protagoniste donne diverse per provenienza, estrazione sociale e sensibilità. A conclusione della residenza condotta da Carlo Durante e Riccardo Lanzarone, i partecipanti del KorejaLab, accompagnati dalle musiche di Alessandro dell’Anna leggeranno alcuni racconti tratti dal testo.

Chiusura domenica 27 novembre (ore 17.30) con “Sogno in scatola, cartometraggio” di e con Francesco Cortese e Ottavia Perrone, una produzione Koreja. Un nuovo modo di raccontare mediante l’invenzione del cartometraggio: tra rime, illustrazioni, scatole e suoni si srotola una storia visionaria per ascoltare, guardare e immaginare.

I paesaggi dell’olivo pugliese e le minacce dei tempi moderni

           

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

 

              I paesaggi dell’olivo pugliese e le minacce dei tempi moderni

Mostra – fotografica
Campi Salentina 25-28 novembre 2016 Istituto Calasanzio
La diffusione dell’infezione di Xylella fastidiosa in Salento sta portando nel volgere di pochi anni, alla trasformazione del paesaggio, attraverso la perdita di una coltura caratterizzante per la storia del Salento, della Puglia e dell’intero Mediterraneo. Le minacce del paesaggio dell’olivo non provengono solo dalla diffusione del batterio Xylella fastidiosa, ma vi sono altre minacce non di minore importanza: la costruzione d’infrastrutture spesso troppo invasive, il consumo indiscriminato di suolo agricolo per nuove costruzioni, una tecnica agricola non sempre rispettosa del paesaggio e dell’ambiente.
 
Collettiva fotografica di: Fernando Bevilacqua, Carlo Bevilacqua, Pino Cavalera, Mauro Minutello, Giovanni Resta, Rosanna Merola, Antonio Ottavio Lezzi, Francesco Tarantino.
 
 
     
Incontro di presentazione della  mostra fotografica
 
Sabato 26 novembre 2016, ore 11.30-13,30 
Sala Consiliare Comune di Campi Salentina
 
Saluti Egidio Zacheo Sindaco di Campi Salentina
             Cosimo Durante Presidente Fondazione città del Libro
 
Interventi
 
La tutela e valorizzazione dei paesaggi dell’olivo Pugliese 
Anna Maria Curcuruto -Regione Puglia Assessore alla Pianificazione territoriale-
– Urbanistica, Assetto del Territorio, Paesaggio, Politiche abitative
 
Gianni Ippoliti  in video messaggio
 
Paesaggio dell’olivo ed agricoltura
Vittorio Marzi –Accademia dei Gerorgofili Firenze –Presidente Sezione Sud- Est 
Giovanni Mercarne  Olivicoltore Agronomo
 
Tutela del paesaggio ed infrastrutture
Lorenzo Ciccarese, in video messaggio, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).  
 
Coordinamento
Francesco Tarantino, Agronomo paesaggista

Miserere nobis. Convegno di studi itinerante (24-26 novembre 2016)

della_robbia_louvre_ml26

Si terrà un Convegno itinerante “Miserere nobis”: aspetti della pietà religiosa nel Salento moderno e contemporaneo, tra Lecce, Alessano, Maglie, Nardò, nei giorni 24-25-26 novembre 2016.

 

Giov. 24 nov. 2016 – Lecce ex monastero Olivetani – ore 16

Introduzione:

-Mario Spedicato: Perché un convegno sulla “Misericordia”

Presiede:

-Mons. Gigi Manca, Direttore Ist. Sup. di Scienze Religiose – Lecce

Indirizzi di saluto:

-S.E. Mons. Domenico D’Ambrosio, Arciv. Metropolita di Lecce

-Prof. Vincenzo Zara, Magnifico Rettore Univ. del Salento

-Prof. Gianluca Tagliamonte, Dir. Dip. di B.C. Univ. del Salento

Relazioni:

-Antonio Bergamo (Facoltà Teologica Pugliese), Misericordia: dimensione teologica ed esistenziale fondamentale

-Carlo Alberto Augeri (Univ. del Salento), “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt. 9,13): la pietà come decostruzione del vittimismo sacrificale

-Alberto Zonno (Ist. Sup. di Scienze Religiose – Lecce), Misericordia: riconoscimento e amore nel paradosso del dono

-Nicola Macculi (Ist. Sup. di Scienze Religiose – Lecce), La Misericordia nella pietà popolare salentina

-Ruggiero Doronzo (Facoltà Teologica Pugliese), Ab ore ad aurem: la comunicazione senza Misericordia

-Gianpaolo Lacerenza (Facoltà Teologica Pugliese), Misericordia e coscienza morale nei percorsi di recupero dei carcerati

Salvatore Spedicato –Presentazione della scultura personale titolata “Misericordia”

 

Ven. 25 nov. 2016 – Lecce ex monastero Olivetani – ore 9

Presiede: Mario Spedicato, Università del Salento e presidente Società di Storia Patria di Lecce

Relazioni: Paolo Agostino Vetrugno (Univ. del Salento),”Ineffabil Misericordia”: riflessioni e spunti per un repertorio iconografico delle opere cari-tative in Terra d’Otranto

-Maria Antonietta Epifani (Società di Storia Patria), Aurelia Imperiali Caracciolo (1646-1725), una donna salentina della Misericordia

-Francesca Cannella (Univ. del Salento), “La pietà illustrata”. Allegorie e formule musicali nella produzione letteraria ad memoriam fra Cinque e Seicento

-Giovanna Bino (Arch. di Stato di Lecce), Nelle carte d’archivio salentine… sulle orme della misericordia

-Maria Rosaria Tamblé (Arch. di Stato di Lecce), Le confraternite della SS. Trinità e dei Pellegrini e convalescenti nella diocesi di Lecce in età moderna

-Hervé Cavallera (Università del Salento), La prassi Misericordiosa, che si fa attività educativa. L’opera di S. Filippo Smaldone

 

Sab. 26 nov. 2016 – Maglie Aud. Liceo Scient. L. da Vinci– ore 9

Presiede: Don Quintino Gianfreda (Vicario Generale dell’arcidiocesi di Otranto)

Indirizzo di saluto: S.E. Mons. Donato Negro, Arciv. di Otranto

Relazioni:

-Giuseppe Mengoli (Storico dell’Arcidiocesi di Otranto), Le opere di Misericordia in Vincenzo Maria Morelli e Cornelio Sebastiano Cuccarollo, Arcivescovi di Otranto

-Giacomo Filippo Cerfeda (Archivio Storico Diocesano di Otranto), I Monti di pietà nella ex diocesi di Castro. Poveri e orfanaggi nel-la direttrice della Misericordia

-Salvatore Marra (Responsabile Ufficio di Pastorale Culturale diocesi di Otranto), Pratiche della Misericordia nell’Azione Cattolica dell’Archidiocesi otrantina in età contemporanea

Maria Antonia Nocco (Università del Salento), Modelli celebri per la tela con la Madonna della Misericordia di Calimera

-Angelo Lazzari (Società di Storia Patria), Orfanatrofio “Ciullo” in Castro agli inizi del Novecento

-Lina Leone (Società di Storia Patria), Francesca Capece: da “Stabilimento di carità cristiana” a Fondazione educativa

 

Ven. 25 nov. 2016 – Alessano Sala del consiglio comunale – ore 16

Presiede: Hervé Cavallera (Univ. del Salento e presidente Società di Storia Patria sez. di Tricase)

Indirizzo di saluto: Avv. Francesca Torsello (Sindaco di Alessano)

Relazioni:

Fabrizio Gallo (Dir. Uff. Ecumenico Diocesano di Ugento), La Misericordia nel pensiero dei santi orientali venerati nella diocesi di Ugento

-Salvatore Palese (Arch. Storico Diocesano di Ugento), I Monti frumentari del Seicento nella Diocesi di Ugento

-Alfredo di Napoli (Storico della Chiesa), Memorie dei Cappuccini in Salento (secc. XVI-XVII). La Misericordia di Dio “vissuta” e “predicata” sul territorio

-Ercolino Morciano (Società di Storia Patria), Misericordes sicut Pater. Mons. Giuseppe Ruotolo e il Villaggio del Fanciullo a S. Maria di Leuca negli anni ’40-’60 del Novecento

-Giancarlo Piccinni (Presidente della Fondazione “D. Tonino Bello”), Don Tonino Bello pastore di Misericordia

-Rodolfo Fracasso (Medico e giornalista), Sanità e Misericordia. 50 anni dell’A.O. “Card. G. Panico” di Tricase (1967-2017)

-Sebastiano Giampà (Dirigente medico ASL), Il Salento: spazio di dialogo e accoglienza

 

Sab. 26 nov. 2016 – Nardò Audit. del Seminario – ore 16

Presiede: don Giuliano Santantonio, Responsabile Beni Culturali della Diocesi di Nardò

Indirizzo di saluto: S.E. Mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò-Gallipoli

Relazioni:

-Francesco Danieli (Università del Salento), “Seppellire i morti”. La carità esequiale nelle confraternite laicali neretine

-Francesco Potenza (Società di Storia Patria), Orfanaggi e maritaggi in diocesi di Nardò tra Cinque e Seicento

-Vittorio Zacchino (Società di Storia Patria), Penitenza e pellegrinaggio al Crocefisso della Pietà di Galatone in antico regime

-Pantaleo Palma (Archivio di Stato di Lecce), Opere di Misericordia nel Salento di antico Regime

-Giancarlo De Pascalis (Società di Storia Patria), Pellegrinaggi e giubilei: gli “hospitalia ” in Nardò tra XIII e XVII secolo

-Gaetano Danieli (Società di Storia Patria), Misericordia e indulgenza nel ciclo francescano di Giuseppe

La locandina e il programma dei lavori possono essere scaricati qui:

“Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo. A Lecce

di Tore Scuro

Fra problematiche sociali e diversità culturali, due giornata con “Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo. Appuntamento internazionale per l’edizione 2016-17 di “Strade Maestre”, la stagione teatrale promossa da Koreja e realizzata con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Regione Puglia, e con il contributo del Comune di Lecce, venerdì 18 e sabato 19 novembre ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, in via Guido Dorso 70. Gli spettacoli sono in lingua italiana. Biglietto intero 15 euro, ridotto 8 euro (under 30 e over 60) e 12 euro (convenzioni). Info e prenotazioni: 0832.242000.

Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja
Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja

 

L’internazionalizzazione rappresenta da molti anni un punto fermo del progetto artistico di Koreja che, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne e con un occhio sempre attento alle problematiche sociali e alla diversità culturale, ospita “Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo realizzato in collaborazione con Teatri di Vita (Bologna). Oggi la Persia è diventata Iran, un grande paese, carico di storia millenaria e di un’attualità dalla notevole vivacità culturale, in forte slancio internazionale, ma al tempo stesso frenata da un sistema pieno di vincoli. L’Iran Contemporaneo rivela una complessità dura da districare, dove si alternano fascino e rigetto. “E in questo Iran vogliamo guardare, dandogli la parola. Ascoltando gli artisti e cercando di capire. Senza dimenticare i punti nodali delle sfide attuali della società iraniana, senza pregiudizi di sorta, ma con la consueta curiosità volta a scoprire un mondo ben più complesso e più vicino di quel che si pensa”.

moj-theater-la-signora-5

Il Moj theater (Iran) sarà in scena venerdì 18 (ore 20.45) con “Madri, padri e figli”. La guerra e i conflitti, passando dalla Siria per arrivare alla terza generazione di migranti a Parigi. Un grande affresco attraverso la voce di diverse donne: una madre che ha perso tutto in un naufragio, una figlia che ritrova il padre dopo tanti anni dalla parte del nemico, una madre che cerca di convincere la figlia ad abbandonare la jihad… Lo spettacolo scritto e diretto da Arash Abbasi e interpretato da Sanam Naderi e generalmente da Ladan Mostofi (uno dei volti di punta del nuovo cinema iraniano). Ciò che ultimamente preoccupa Abbasi è la situazione disagiata dei profughi siriani Lui stesso afferma: “è un obbligo per noi che facciamo parte di quella zona, di quella terra, parlare di questa situazione” E poi aggiunge: “il nostro sguardo non è uno sguardo politico ma sociale.” Il teatro non è soltanto uno strumento per divertirsi. Fare teatro è un impegno molto preciso e ha un ruolo fondamentale nel contesto sociale in cui si vive. Testo e regia Arash Abbasi, con Daniela Scarpari, Sanam Naderi, scenografia e costumi Arash Abbasi, aiuto regista Hamed Shafiee.

Sabato 19 novembre (ore 20.45), Moj theater proporrà “La Signora”, dedicato a un tema attualissimo in Iran come in occidente. Lo spettacolo racconta la storia di una donna che si guadagna da vivere affittando il proprio utero alle famiglie che non possono avere dei figli. Una donna sui 40, incinta, ripone delle cose in una piccola valigia. Qualcuno bussa alla porta selvaggiamente. Le leggi del Corano vietano rapporti al di fuori del matrimonio, ed essendo lei una donna rispettosa della religione, utilizza il matrimonio temporaneo per sposare i mariti delle donne sterili per un breve periodo, e poter quindi concepire con loro dei figli. La Signora ha fatto nascere nove bambini in venti anni, ma proprio l’ultima volta che può rimanere incinta una coincidenza drammatica riapre vecchie ferite e conflitti. Ancora una volta la figura femminile è la cartina di tornasole di una complessità sociale in cui modernità e tradizione si fondono e confrontano. Testo e regia Arash Abbasi, con Sanam Naderi, scenografia Arash Abbasi, aiuto regista Ali Jenaban.

In entrambi i giorni di spettacolo (dalle ore 18.30), il foyer del teatro di via Dorso ospita “All About Me, Nicknamed Crown Giver”, mostra video-fotografica di Tahmineh Monzavi. Da sempre impegnata nella rappresentazione della condizione femminile, Monzavi affronta la centralità della donna, anzi la sua assolutezza, trasformando la figura femminile in figura regale, all’interno di ambienti in rovina: un contrasto potente che, attraverso l’allusione e la fascinazione evocativa dell’immagine, si impone per la sua capacità di raccontare un’intera società. Monzavi è tra le più importanti e significative rappresentanti della fotografia a livello mondiale. Ha ricevuto premi internazionali e ha realizzato mostre personali in Iran, Turchia, Olanda, Francia e Usa. Questa è la sua prima mostra in Italia.

La Francia ancora patria d’adozione del vignettista salentino Paolo Piccione

Il vignettista Paolo Piccione, per la 8^ volta ospite al Salon International du Dessin de Presse

brexit

La Francia continua ad essere patria d’adozione artistica del vignettista salentino Paolo Piccione, il quale per la 8^ volta è stato tra i protagonisti del 35° Salon International de la Caricature du Dessin de Presse et d’Humour di Saint Just Le Martel. L’evento, consolidato rendez-vous planetario delle più appuntite matite satiriche provenienti da ogni parte del mondo, si è tenuto durante il mese di ottobre. La kermesse – impreziosita dalla presenza di circa 150 disegnatori, da convegni ed eventi tematici – quest’anno ha registrato un numero di visitatori molto superiore alle precedenti edizioni, confermando la sensibilità e l’affetto dei francesi verso questa forma d’arte e di comunicazione. Anche quest’anno, dopo la strage di Charlie Hebdo, trattandosi di un evento a rischio terroristico, si è notata la presenza di un nutrito contingente di Gendarmerie.

statua-liberta_130-anni_fts

Quest’anno, Piccione, ha esposto quattro tavole: tre satiriche ed una illustrazione. Le prime tre hanno toccato i seguenti punti: le Paralimpiadi di Rio 2016, i 130 anni della Statua della Libertà e la Brexit. L’illustrazione, invece (ritraente il Palazzo dei Commendatori di Maruggio con i cavalieri di Malta e i Templari), è una tavola estratta da L’Acino e l’Oliva, favola illustrata delle Terre del Primitivo , progetto a cura di Paolo Piccione e Sisto Sammarco, finanziato dal GAL Terre del Primitivo.

calendario-associazione_sgura_2_fts

Tra gli altri artisti italiani presenti alla manifestazione vi erano Claudio Puglia (il quale, realizzando caricature tramite l’uso delle lettere del nome e cognome, rappresenta la massima espressione nazionale di “callicaturista”), Marilena Nardi (vignettista de Il Fatto Quotidiano) e Marzio Mariani (freelance). Un altro ospite italiano è stato il dott. Paolo Moretti, collezionista e presidente dell’Associazione Culturale Fondo Paolo Moretti per la Satira Politica.

Piccione, insieme agli altri vignettisti, si è esibito al cospetto del pubblico, realizzando vignette e caricature in estemporanea.

15_maruggio_palazzo-dei-commendatori_cavalieri

paolo-piccione

L’impianto di illuminazione della Cattedrale di Nardò in mostra a Parigi

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

 

Il “Salon du Patrimoine Culturel” di Parigi, importante evento in Europa, è senza dubbio, l’appuntamento annuale al quale non possono mancare i maggiori partner del settore quali professionisti coinvolti nel ripristino e conservazione del patrimonio tangibile e intangibile.

Ebanisti, orefici, restauratori di beni mobili, in vetro e dipinti, esperti artigiani del metallo e della pietra, gestori del patrimonio architettonico, associazioni dedite alla conservazione, autorità locali … circa 340 espositori tra francesi e stranieri si incontreranno nell’atmosfera accogliente del Carrousel du Louvre, in rue de Rivoli, prestigioso centro di relazioni nel cuore di Parigi.

Ogni anno il Salone pone l’attenzione su un tema specifico e l’edizione del 2016 sarà incentrata su “Progetti significativi dedicati al patrimonio culturale”.

Rappresenterà un’ottima occasione per svelare i luoghi d’arte e i lavori portati a termine dagli espositori presenti. La loro esperienza contribuisce alla salvaguardia del patrimonio culturale attraverso la rinascita di luoghi straordinari ed allo stesso tempo dei beni mobili ivi contenuti.

Quest’anno Studio AERREKAPPA S.R.L., Società di Ingegneria di Lecce, presenterà i propri lavori all’interno della collettiva di Assorestauro: oltre ai progetti realizzati e in corso di realizzazione in Italia e all’estero (Turchia e Cuba), avrà un ampio spazio il progetto dell’impianto di illuminazione a gestione domotica della Cattedrale Maria SS.ma Assunta di Nardò (Lecce), un lavoro delicato e complesso che ha richiesto un grande impegno ideativo e una grande attenzione nella fase esecutiva. L’obiettivo raggiunto di trasformare la Cattedrale in uno smart building è stato reso possibile dalla volontà congiunta dei progettisti, l’Arch. Cristina Caiulo e l’Ing. Stefano Pallara, e della Committenza, nella persona del Parroco Mons. Giuliano Santantonio, di sfruttare al meglio quanto di più innovativo ci offre oggi la tecnologia, nel pieno rispetto della sacralità e dell’incommensurabile valore artistico e architettonico dell’edificio.

Per scoprirne di più e iscriversi alla Newsletter del Salone, collegarsi al sito: www.patrimoineculturel.com, per scaricare il press kit.

Maggiori informazioni:

Carrousel du Louvre

99 rue de Rivoli

Paris – 1er arrondissement

www.patrimoineculturel.com

 

3 – 6 novembre 2016

  1. 10.00 – 19.00 (Domenica 10.00 – 18.00)

 

Biglietto di ingresso:                        11 €

gratuito per bambini sotto i 12 anni

ridotto: 5 € (studenti, gruppi con minimo 10 persone).

 

General introduction

The International Heritage Show, a Europe leading event, is no doubt, the annual appointment not to be missed by the major players of the sector, such as professionals involved in restoring and preserving built or not built, tangible or intangible heritage.

Cabinetmakers, goldsmiths, furniture, stained-glass or painting restorers, skilled metalworkers, stonemasons, built heritage suppliers, heritage preservation associations, local authorities … about 340 French and foreign exhibitors will meet in the cozy atmosphere of the Carrousel du Louvre, a prestigious venue located in the heart of Paris.

During 4 days, this event will be the major and unique place for exchange and business appointments of the sector. There will be many opportunities to make new contacts with a large number of trendsetters, seeking to establish new business relationships. Among them, there will be sector professionals, property owners but also connoisseurs and enthusiast visitors.

Every year, the show focuses on a specific topic and the 2016 edition will be focusing on the remarkable cultural heritage projects.

This will represent a great opportunity to unveil the sites and works carried out by the exhibitors. Their expertise contributes to the safeguarding of cultural heritage, through the restoration of exceptional sites, as well as of movable heritage.

Find out more and subscribe to the newsletter of the show on www.patrimoineculturel.com

Useful information:

Carrousel du Louvre, 99 rue de Rivoli, Paris 1st district (1er arrondissement)

3-6 November 2016, 10 a.m. – 19 p.m. (Sunday 10 a.m. – 18 p.m.)

General admission: 11 € – Reduced rate: 5 € (students, groups of 10 people or more) – Free for children under 12.

www.patrimoineculturel.com

 

Libri| Litanie dell’acqua

liyanie

Dell’acqua che scava, dell’acqua che spezza, dell’acqua che sazia…della lotta e del simbolo nella poesia di Daniela Liviello

 

di Stefano Donno

 

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare la poesia di Daniela Liviello già in un volume edito da Manni e dal titolo “Il rovescio delle foglie”. Classe 1955, nasce a Taviano ma vive per molti anni in Lombardia, sentendo costantemente nel trascorrere del Tempo il richiamo della sua terra, il Salento, terra madre ancestrale, magica, archetipica, oscena ed obliqua, che con le sue seduzioni lascia nella poetessa un non so che di amaro, relegando la sua nostalgia in una dimensione narcotica di desiderio e abbandono, per un ritorno forse impossibile, ma decisamente sentito per ogni suo centimetro di pelle. La poesia della Liviello ti rimane impressa e non puoi dimenticarla, non ne puoi fare a meno, se sai di cosa stai parlando, se conosci tutto quel retroterra simbolico, poetico, di cui si è nutrita e che fa parte di una memoria collettiva lirica che appartiene non a un sud del sud del mondo generico, no…tutt’altro! Esso è l’esplodere ritmico del veleno della ragna tarantolante e del mare di Idrusa, è l’avvelenata di Antonio Verri che s’aggrappa tenace al sogno del “fate fogli di poesia poeti…”, della rabbia demonicamente barocca di una Claudia Ruggeri, di un odio benevolo di un immenso Salvatore Toma verso la creaturalità bestiale e blasfema che si annida nelle notti di luna piena sulle scogliere di Badisco, sulle menzogne dei vicoli e delle chiese di Lecce. Questa poetessa i suoi versi li scrive col sangue, questa poetessa sa gestire con garbo le bizze della nostalgia vigliacca che colpisce alla schiena, gioca con furia dolente al mortale piacere della Poesia, di quella che si fa a muso duro, cha sa quanto sia splendido un poeta che non balbetti e che sicuro s’aggiusta le vesti sul palco della vita, e comincia a dirla tutta, scegliendo le parole, misurando le pause, perché nulla sfugga di ciò che bisogna dire, di quanto occorra fornire sul piatto della bilancia, prima che il Destino chieda il conto, senza porsi il problema se salato o meno. Dunque Daniela Liviello a oggi sembrava aver scelto quella purezza della scrittura incarnantesi nello spazio invisibile dell’oblio e dell’inconscio, quasi che fosse ancora aperta la “battuta di caccia” verso un percorso identitario, non perché lacunosamente mancante, ma perché per stessa consistenza dell’oblio impossibile a definirsi. Potrebbe forse trattarsi di una strizzata d’occhi a Freud, ma gli psicologismi della metrica, è bene lasciarli ai salotti. Questo offriva un tempo la poetessa. Ora in un distillato per versi Daniela Liviello presenta al lettore una preziosa raccolta dal titolo “Litanie dell’acqua”. E non perde tempo a gridare con fierezza le sue radici, non perché si senta così lontana dalla sua terra

 

 

 

da sembrare addirittura straniera in patria, anzi è una questione di sangue che ribolle e schiuma: “Sono nata qui//sulla pietra in fondo alla via//sul ramo più alto di gelso//maturo//o sulla foglia d’ulivo in mezzo ad un campo//e nel vicolo stretto//che porta alla croce//all’incrocio fuori dal centro//in mezzo alla piazza più grande//nel cortile tra gerani//canzoni//sui gradini della chiesa più vecchia//sul campanile di quella abbattuta//sul fiore di cappero//appeso al muretto//sul filo pesante di panni che asciugano//”. Detta così sembrerebbe un affresco degno di una cartolina, di una foto ricordo. Non è un caso che precedentemente si sia parlato di una poesia che guarda alla tradizione antropica del Salento in maniera precisa, che respira e rende la costellazione di senso dei contesti a queste latitudini in maniera magistrale, perché lo fa con la stessa dignità di un canto di lotta, di emancipazione, di oltrepassamento dal metallo vile all’oro. Insomma un salto di paradigma. Già perché sui gradini della chiesa più vecchia nel cortile tra i gerani, c’é il lavoro etno-antropologico di Ernesto de Martino, e il verso oblungo di Vittorio Bodini. Il Bodini che canta il suo sud, quello della Liviello, il nostro, estremo lembo di terra dove la luce o acceca o succhia vitalità. Ma questa poetessa si lascia alle spalle Bodini, e tutti gli altri, si lascia alle spalle persino Rina Durante e Flora Russo, quasi a voler sottolineare che siano gli altri a dire se ne vale la pena o no resistere alla calura di queste latitudini. Perché nel torpore dell’immemorialità, nel caldo della dimenticanza, forse una via di fuga, una scappatoia, per quanto angusta e difficile possa essere, sta nel fatto che prima o poi il mare lo si incontra, o meglio lo si affronta. L’esito dipende da quanta voglia di vivere scorra in corpo, perché la posta in gioco è alta, ma il premio enorme: “La fortuna di essere nati vicino al mare//è pietra che affiora//nel terreno spietrato//. Ostinazione://sentirmi congiunta al tutto.// Come la macchia qui intorno//inerpicata nella lieve salita//mediterranea//poi discesa a toccare l’acqua//nel motore spento della mia generazione//”. E ancora:”Qui ci sono voci d’acqua//e scivolano piano://sarà il fiato della sera//o la nera linfa del giorno//che si spegne//nell’ora che tentenna dubbia//e incerta.// Se la notte intanto incardina//origlio ombre del dormiveglia//accudita da nebbiose forme//dell’andare incontro a qualcuno//che mi chiama.// Voci d’acqua scivolano piano//a tratti// un canto scorre.// […]”. La poesia di Daniela Liviello non si nutre di finezze o sfarzi nella scelta del ritmo, si basa più che altro su un’attenta calibratura del respiro, che pare tanto naturale da accordarsi repentino al battere d’un cuore indomito, mai pago di desiderio e passione. Non ci troviamo dinanzi all’elencazione pedissequa di stati d’animo che s’ingrigiscono col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, e che ammazzano, soffocano, uccidono la gioia, uccidono la voglia di creare e ri-crearsi. La poesia di Daniela Liviello non si nutre di bagliori, lei trasforma i bagliori in temporali, la

 

 

 

poesia di Daniela Liviello è luminosità incandescente, fatale, sacra difficile da dimenticare, difficile da perdonare!

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi e testi di narrativa sono apparsi su riviste e lavori collettanei; sue poesie sono state pubblicate nell’antologia alchimie poetiche tra memoria e sogno ( Pagine )

e dalla rivista internazionale <poeti e poesia>

Per Piero Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e

Il rovescio delle foglie. E’ presente nelle antologie poetiche Parole Sante 2015-2016 per Kurumuny edizioni e nell’antologia A sud del sud dei santi per LietoColle edizioni, che raccoglie la poesia pugliese più rappresentativa degli ultimi cento anni. Le sue prime raccolte sono state recensite su Poesia, rivista di Nicola Crocetti, dal critico Fabio Simonelli e da L’immaginazione, rivista di letteratura diretta da Anna Grazia Doria.

Il suo ultimo lavoro è Litanie dell’acqua per LietoColle edizioni.

Libri| Parole sante. Versi per una metamorfosi

parole-sante1

Daniela Liviello

“ma ormai

senz’ombra

senza pietra come

come farò a sapere

dove sono, fino a che punto sono morto

o vivo…..”       Vittorio Bodini

 

Il fuoco è spento, il vento si è quietato, l’alba si stiracchia, si stropiccia gli occhi.

Saliamo sulla pietra più alta per guardare il nostro campo, cosa resta dopo l’ennesimo incendio doloso.

E’ tanto amato questo campo, questa terra che rinasce scostando le tende grigie di fumo. Riprende a scorrere la linfa, riprende l’affanno delle formiche, le mani tornano a ricomporre un’armonia di pietra.

Anche quest’anno 2016 i versi si raccolgono in antologia. “Versi per una metamorfosi”. Kurumuny edizioni.

Il ricavato della distribuzione dell’ antologia 2015 è diventato ulivo: nell’orto sono state messe a dimora ottanta piante della specie ogliarola.

Ventidue poeti di ogni regione hanno composto ispirandosi ad un verso tratto dal “Canzoniere della morte” di Salvatore Toma, il poeta di Maglie: A me Dio piace indovinarlo//in una pietra qualunque.

E a noi piace pensare che Salvatore Toma abbia sorriso da lassù ascoltando le voci dei poeti che a lui si sono richiamati.

VERSOTERRA – A CHI VIENE DAL MARE

dal 30 settembre al 2 ottobre
San Foca di Melendugno, Lecce,
Porto Selvaggio, Acquaviva di Marittima/Diso
Info 3331803375 – www.versoterra.it

VERSOTERRA – A CHI VIENE DAL MARE
Dal 30 settembre al 2 ottobre l’autore, attore e regista Mario Perrotta – dopo il grande successo del Progetto Ligabue, che nel 2015 ha conquistato il Premio Ubu – propone in diversi luoghi del Salento, tra il centro storico di Lecce e la costa adriatica e ionica, una nuova produzione sul tema della migrazione. Oltre quaranta artisti e artiste coinvolti dall’alba a mezzanotte, la “messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica Emigranti Esprèss e la prima nazionale dello spettacolo “Lireta” con Paola Roscioli

acquaviva_di_marittima1
Proseguono tra Lecce, San Foca, Acquaviva di Marittima/Diso e Porto Selvaggio le prove di “ Versoterra – a chi viene dal mare”, il nuovo progetto dell’autore, attore e regista leccese Mario Perrotta (tre volte vincitore del Premio Ubu, il più ambito riconoscimento teatrale italiano) che dal 30 settembre al 2 ottobre si svolgerà in diversi luoghi del Salento con spettacoli dall’alba a mezzanotte.

perrotta el mat

Dopo il grande successo del Progetto Ligabue sulle rive del Po, l’artista salentino ha ideato una nuova produzione corale sul tema della migrazione. E per farlo ha pensato alla sua terra d’origine, il Salento, terra di approdi e di partenze. Sono oltre quaranta gli artisti e le artiste (in massima parte pugliesi) e i richiedenti asilo politico coinvolti – coordinati da Ippolito Chiarello (regista di percorso), Claudio Prima ed Emanuele Colucci a (progetto musicale e arrangiamenti), Maristella Martella (coreografie) – negli spettacoli ” Approdi” ( 1 e 2 ottobre dalle 5.45 nel piazzale esterno dell’ex “Regina Pacis” di San Foca, marina di Melendugno) e ” Partenze(1 e 2 ottobre dalle 17 nel Parco di Porto Selvaggio con partenza dall’ingresso “ Torre Uluzzo ). Nell’insenatura di Acquaviva di Marittima, frazione di Diso, poco distante da Castro nel corso delle tre serate ( dal 30 settembre al 2 ottobre ore 20.45 – ingresso 12 euro) appuntamento con la prima nazionale di “ Lireta – a chi viene dal mare”, scritto e diretto da Perrotta. Su un palcoscenico nell’acqua, l’attrice Paola Roscioli – accompagnata da Laura Francaviglia (chitarra) e Samuele Riva (violoncello) – sarà la protagonista della storia di Lireta Katiaj. Il progetto, in collaborazione con Lecce Festival della Letteratura, ospiterà anche la ” messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica Emigranti Esprèss ( dal 30 settembre al 2 ottobre dalle 11.30 alle 13 nell’atrio del Castello Carlo V di Lecce – ingresso su prenotazione leccefestivaletteratura@gmail.com) e  la presentazione del libro ” Lireta non cede” ( sabato 1 ottobre dalle 18 alla Fondazione Palmieri di Lecce) con l’autrice e Natalia Cangi (direttrice dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano). Per tutti gli spettacoli dell’alba e del tramonto è consigliato abbigliamento comodo (tuta, scarpe da ginnastica, giacche). Per l’appuntamento ad Acquaviva (che non prevede sedie o panche) è consigliato portare cuscini e coperte.

Mario Perrotta (foto Luigi Burroni)
Mario Perrotta (foto Luigi Burroni)



VersoTerra è organizzato dall’associazione culturale Permàr e dalla cooperativa Coolclub con il sostegno di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (Accordo di Programma Quadro Rafforzato “Beni ed Attività Culturali”- Fondo Sviluppo e Coesione 2007/2013), Apulia Film Commission, Comuni di Lecce, Melendugno, Diso, Nardò, Tricase, Sac – Porta d’Oriente, Parco Naturale Regionale “Costa d’Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase” ed Europarc Federation, Istituto di Culture Mediterranee, La Piccionaia, Duel, Arci Lecce, Gus – Gruppo Umana Solidarietà, R.I. SpA, Lecce Festival della Letteratura e altri partner privati.

Torna “Circonauta Festival”

Giorgio Bertolotti (foto Pierangela Flisi)
Giorgio Bertolotti (foto Pierangela Flisi)

 

di Tore Scuro

Occupate le strade coi sogni. Torna “Circonauta Festival”, approntando per l’edizione autunnale tre date ad ottobre (start ore 18): il 2 a Manduria, clou in piazza Garibaldi; l’8 a Copertino, clou in via Margherita di Savoia; il 9 a Campi Salentina, nel centro storico.

Il progetto mira alla valorizzazione e diffusione del teatro-circo e delle arti circensi e, non di meno, a rivelare le straordinarie potenzialità delle performance di strada come vettore dei processi di valorizzazione culturale e architettonica dei nostri comuni più suggestivi. L’artista a cappello, che si esibisce lungo le viuzze del borgo, ai margini di un sagrato, ci riconcilia con la strada e ci fa riassaporare il gusto del camminare e del contemplare. Piccole cose folli e fragili. Sogni ambulanti.

Lilliy Piccoli (foto Francesca Danese)
Lilliy Piccoli (foto Francesca Danese)

 

Dopo il successo dell’edizione estiva (gli scorsi 8 e 9 luglio a Nardò), il Festival si propone di coinvolgere il pubblico, che si attende numeroso, con un programma piuttosto variegato. The Sprockets (Scott Harrison e Isabelle Feraud), duo anglo-francese che si esibisce in una sequenza mozzafiato di numeri acrobatici (tessuti e volteggi) e di giocoleria di primissima qualità. Grande affiatamento, grande conoscenza delle tecniche e degli esercizi tradizionali fanno del loro spettacolo qualcosa di emozionante. Lo straordinario istrione inglese Mr Bang (Benjamin Delmas) non è soltanto un clown surreale capace di strappare quintali di risate, ma qualcosa di più, molto di più: un terrorista del buonumore. Da fare molta attenzione ai suoi effetti speciali. Lilly Piccoli, ovvero danzare con il fuoco. Ogni sua movenza, ogni suo numero, frutto di studio e passione, rappresentano altrettanti tasselli di un mosaico narrativo che evoca il mito delle fate, degli spiriti della notte, dell’energia del cosmo. Il.Aria (Ilaria Fonte), metà donna e metà pesce, una sirena insomma. “Il filo dell’anima” è una performance di acrobatica aerea che sottolinea l’importanza dell’anima e del suo cammino. I Girovaghi, compagnia poliedrica che, dove la luce e la musica si fondono, dà origine a incantevoli movenze e ipnotiche danze aeree. Poi, con effetti pirotecnici, conferisce l’ultimo tocco di colore e follia a un autentico caleidoscopio di forme e figure. “Unicycle Dream Man” è il titolo che Giorgio Bertolotti, esuberante clown-acrobata, ha dato al proprio spettacolo. Uno street show in cui si alternano pezzi d’alta scuola acrobatica ed esilaranti gag umoristiche, sino al colpo di scena finale, che non riveliamo. Borboleta il carillon è una statua vivente che quando si anima danza con grandi ventagli che richiamano il volo delle farfalle. E, per l’eccezionalità delle sue movenze, seduce con lo sguardo, conducendo in un mondo parallelo fatto di grazia e magia. “Retrò!” è il titolo di uno spettacolo che trasporta nelle atmosfere del circo classico. L’interprete, autentico one-man-show, è Mone Monè (Simone Tuosto), vivace saltimbanco, che alterna numeri di giocoleria ed equilibrismo con gag capaci di coinvolgere grandi e piccini. Il varietà surreale della “donna-marionetta” Chiara Saurio. All’interno di un eccentrico teatrino, sfila un carosello di personaggi, i quali si alternano nell’esecuzione volontaria (o capitando lì per puro caso) di pezzi comici, parlati, danzati, cantati, recitati. Ritmo, improvvisazione e tinte soffuse sono gli ingredienti del repertorio degli Alfonsina swing (progetto nato dall’incontro tra Marco Papadia e la voce di Sofia Romano), che spazia attraverso i più noti standard del patrimonio jazzistico.

Mr Bang (ufficio stampa Altramarea)
Mr Bang (ufficio stampa Altramarea)

 

Discorso a (p)arte merita la proposta dell’associazione culturale “Garage” (partner di questo circo a cielo aperto), denominata Secret Show: spettacoli divertenti e brevi allestiti in ambienti domestici privati. Salotti, terrazze, cortili si aprono a un pubblico di pochi eletti. Per provare questa inusuale esperienza, e isolarsi momentaneamente dalla piazza festosa, bisogna cercare la lettera “G” sulla mappa del Festival (una sorta di segnaletica circense, da ritirare all’ingresso, per orientarsi, e non perdersi… nulla), entrare nella casa indicata e scoprire quale artista si sta esibendo. Ovviamente, è necessaria la puntualità, e, non di meno, un tot di buona sorte, essendo i posti limitati. Da visitare anche il colorito “mercatino” di Jack Circonauta.

Ideata dagli artisti Enzo Isernia, Gianluca Marra e Marco De Paola, l’edizione 2016 del “Circonauta Festival” è resa possibile grazie al finanziamento di SAC Arneo e Costa dei Ginepri. La data di Manduria è in collaborazione con Popularia Festival e Centro di Educazione Ambientale.

PREMIO SCÒLA FEDERICIANA A LECCE. 16 settembre al Teatro Romano

PREMIO SCÒLA FEDERICIANA A LECCE

Venerdì 16 settembre al Teatro Romano

 Foto Pascal Pezzuto e Lara Carrozzo

È di nuovo tutto pronto, dopo il rinvio a causa del maltempo, per una serata indimenticabile, con ospiti d’eccezione e con Renzi che, informato dell’evento, ha annunciato al Politeama di Lecce lo slogan del Premio: “Non Lecce Firenze del Sud, ma Firenze Lecce del Nord”. Ciò a voler significare forse che ci potrebbe essere un accordo tra la città di Dante Alighieri e la capitale di Terra d’Otranto su quel volgare salentino che, insieme col siciliano e col calabrese, diede origine alla lingua italiana presso la corte di Federico II, prima che il Divin Poeta venisse al mondo.

Il “Premio Scòla Federiciana” 2016, che verrà consegnato dal Presidente del Consiglio della Città di Lecce dr. Alfredo Pagliaro al dr. prof. Salvatore Cosentino, Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri, “per aver promosso, nelle sue eccellenti conferenze-spettacolo, la Lingua degli Italiani”, tratterà anche un argomento attualissimo: la modifica dell’art. 6 della Costituzione, che non sembra tutelare a sufficienza l’idioma nazionale. Se ne occuperà il dr. Luigi Mazzei, membro del Comitato Scientifico.

Si inizierà con l’originale performance teatrale “L’Inferno di Dante ed il Mosaico di Otranto tra Federico II e Bianca Lancia”, ideata ed interpretata da Pascal Pezzuto e Lara Carrozzo per la regia di Marianna Murolo. Già presentata con successo di critica e di pubblico il 17 agosto scorso nel borgo medievale di Roca Nuova (Melendugno-Le), spettacolarizza i contenuti del Premio alla sua quarta edizione. La manifestazione, gestita da Khàrisma Cineproduzioni, patrocinata e sostenuta dalla Regione Puglia e dal Comune di Lecce, si concluderà con l’intervento del Sottosegretario di Stato Sen. Massimo Cassano, che consegnerà a Cosentino anche l’ “Alto Riconoscimento della Scòla Federiciana”.

Presso il Teatro Romano di Lecce, in Via della Cartapesta, venerdì 16 settembre 2016 alle ore 21,00, con ingresso libero.

brochure retro 2

 

*Khàrisma Cineproduzioni

via Trieste 4 – 73018 Squinzano (Le)

 

Squinzano (Le), li 10 settembre 2016

 

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!