L’associazionismo giovanile negli anni 70 a Spongano

di Giuseppe Corvaglia

Negli anni ’70 i giovani a Spongano, sperimentarono una modalità di aggregazione ancora nuova che, con nome anglofilo, chiamarono Club. All’epoca, sembrava non facessero più presa né le esperienze associazionistiche tradizionali come l’Azione Cattolica, i partiti politici, le Confraternite, né quelle più moderne, figlie del ’68, come il Circolo Studentesco Ricreativo.

L’esigenza dei giovani era quella di avere un posto, diverso dal bar o dalla piazza, dove stare insieme a chiacchierare su quanto succedeva nel paese o su quello che capitava a scuola oppure ancora un luogo dove scambiarsi opinioni, confrontarsi e divertirsi in vari modi con poco. Una sorta di “nido” che li facesse sentire a proprio agio, a “casa propria”, senza gli occhi degli adulti addosso che dicessero cosa fare o cosa non fare.

I giovani si associarono per classi d’età o per interessi comuni: fra questi non era trascurabile quello di incontrarsi con le ragazze per conoscersi meglio, senza fomentare chiacchiere.

Allo scopo recuperarono vecchie case non più abitate, talvolta con pavimenti sconnessi o pareti scrostate, e ne fecero accoglienti luoghi di ritrovo e aggregazione.

Club Universal 1977

 

Queste associazioni prosperarono a Spongano mantenendo una sana laicità sia nei riguardi della Chiesa, sia nei riguardi delle Istituzioni e dei Partiti, che non significava rifiuto o rivolta nei loro confronti, ma solo sana voglia di sentirsi liberi e indipendenti. In ogni club c’erano militanti di destra, di centro e di sinistra, anche agguerriti, e ragazzi che della politica non si interessavano affatto, ma tutti convivevano senza problemi di sorta.

Il Club era un posto riservato, ma sapeva accogliere e questo lo si vedeva nella frequentazione di amici dei soci oppure, in estate, quando arrivavano dei ragazzi forestieri che trovavano nei club un punto di riferimento per incontrare amici nel breve periodo delle vacanze sponganesi: era così che nascevano amicizie care e solide.

In queste associazioni, i giovani, spesso minorenni, riuscivano con i propri risparmi a pagare l’affitto, a comprare uno stereo, i dischi, gli addobbi e le prime luci psichedeliche, aggiustate alla bell’e meglio dal componente del club più esperto o dall’amico che si interessava di elettronica.

Nei Club ci si autogestiva, si cresceva, si cercava una propria emancipazione per liberarsi dalla angusta realtà di un paesino, facendo insieme esperienze importanti. Si ascoltava soprattutto musica che spesso esprimeva emozioni e sensazioni meglio di tanti discorsi.

Anche l’approccio con l’altro sesso era facilitato (senza che venissero meno un essenziale rispetto e un sufficiente pudore), ma trovavano posto pure la discussione e il confronto fra pari, la responsabilità di tener fede agli impegni presi e di portare a termine un lavoro, nonché la possibilità di creare cose nuove spesso proposte alla comunità, vivacizzandone la vita routinaria.

In questo modo scaturirono momenti che portarono queste piccole comunità a uscire dalla monotonia di tutti i giorni e a esporsi al pubblico con attività come il teatro della Nuova Compagnia del Teatro Popolare o gli Scuola-quiz del Club Jolly o i Piccolo Festival del Club Royal o, ancora, la Corrida del Club Universal.

Ogni club cercava di organizzare eventi, spettacoli, iniziative, per esprimersi al meglio e per caratterizzarsi rispetto agli altri gruppi, ma anche per rimpinguare le casse del club stesso e trovare le risorse per i propri progetti (per quanto ci si inventasse anche alternative come per esempio una stagione di coltivazione di tabacco posta in atto dal club Jolly). Il fulcro di questi spettacoli era la Sala Parrocchiale, ma talvolta gli eventi erano accolti anche nel Cinema Italia di via Ariosto.

La spinta a realizzare questi eventi era sì un’esigenza economica, ma anche l’intenzione di trovare una propria peculiarità, cercando, magari, un approccio culturale che non fosse solo di semplice intrattenimento.

La Nuova Compagnia del Teatro Popolare, che aveva sede in una casa di via Chiesa, quasi all’angolo con la farmacia, scelse il teatro. Inizialmente propose una commedia, inventata dagli stessi componenti: U Furese, firmata da Claudio Casarano e Italo Stefanelli, ma realizzata con il contributo di tutti i componenti. Successivamente misero in scena altre rappresentazioni teatrali leggere, come U Requenzinu ‘nnamuratu, o drammatiche, come Una madre d’Italia e la Passione di Gesù.

La NCTP in una rappresentazione de U Furese con Claudio Casarano protagonista

 

Il Club Jolly, ubicato in via San Leonardo, si inventò gli “Scuola-quiz”, ispirandosi al famoso “Chissà chi lo sa” di Febo Conti. I ragazzi del club selezionarono delegazioni di classi della Scuola media per sottoporle a domande di cultura generale e scolastica, sfruttando anche la grande simpatia che il pubblico aveva per i quiz e la inevitabile competizione che si veniva a creare fra i concorrenti, solleticando pure la vanità dei genitori che accorrevano a fare il tifo per i loro piccoli campioni.

Il Club Royal, situato in via Giovanni XXIII, toccò lo stesso tasto, ammiccando alla sensibilità dei genitori, facendo gareggiare con canzoni dello zecchino d’oro, e non solo, piccoli cantanti in erba in eventi chiamati “Piccolo festival”.

Nessuno dei componenti del club allora suonava, ma si ingegnarono e coinvolsero Uccio Zippo con la sua chitarra (chi potrà dimenticare la mitica Apache!) e quella che allora si chiamava Musical Band, realizzando spettacoli sicuramente gradevoli e partecipati.

Le edizioni del “Piccolo Festival” potevano sembrare una cosa semplice da fare, ma richiedevano un’organizzazione non indifferente: occorreva reclutare i “mini cantanti”, vincendo la resistenza dei genitori, andare a prenderli per le prove e riportarli a casa, essendo essi piccoli, e tutto questo significava mostrare impegno e un adeguato senso di responsabilità.

La Corrida Sponganese

 

Il Club Universal, che aveva sede in un vicoletto di Via Chiesa, riunì per la maggior parte musicisti in erba che già si erano aggregati a formare la Musical Band e poi la Mini Orchestry per cui impostarono i loro eventi sulla musica.

Lo spettacolo più riuscito, che poi diventò una tradizione, fu laCorrida Sponganese”, che riscosse grande successo e portò alla ribalta personaggi di cui, all’epoca, i più ignoravano le qualità artistiche.

I concorrenti cantavano, suonavano, sfoggiavano una discreta, quando non ottima, abilità, ma talvolta alcuni competitori, se pure mostravano scarse doti tecniche o artistiche, ispiravano una simpatia e una verve comica ineguagliabili, suscitando curiosità e raccogliendo il plauso del pubblico.

Talvolta il concorrente riusciva ad aggregare una claque che travalicava gli angusti confini della famiglia. Ricordo ancora oggi lo straordinario numero di tifosi che accorse ad applaudire Vittorio Papa: familiari, colleghi di lavoro, simpatizzanti, portandolo, con il loro sostegno appassionato, alla vittoria finale.

Spesso questo tifo “popolare” poteva anche penalizzare chi era più bravo tecnicamente, ma non riusciva a captare la benevolenza del pubblico, come capita, ancora oggi, di vedere alla Corrida televisiva dove è il pubblico a decidere le sorti della gara.

Mini Orchestry a un Carnevalissimo

 

I componenti del club Universal che suonavano erano Nicola Paoli clarinettista e poi batterista, Raffaele Rizzello clarinettista e sassofonista, Giuseppe Guida Trombone, concertatore e curatore delle parti, Raffaele Corvaglia che suonava il flicorno soprano, Franco Marti che suonava la tromba e il sassofono soprano, e il sottoscritto, Giuseppe Corvaglia, che suonava il flauto traverso e il sassofono, per una breve stagione.

A questi si aggiungevano Carmelo Paiano e Vittorio Donadeo, più di una volta presentatori degli spettacoli proposti, Giacomino Picci e Luigino Rizzo, spesso protagonisti di esilaranti scketch, Walter Erriquez, risorsa per la soluzione di problemi tecnici ed elettrici, Pino Ragusa, esperto, per quella cerchia, di musica rock e assiduo lettore di “Ciao 2001”, Nino Giannuzzo, Vito Lazzari, Alfredo Rizzello, Giorgio Buffo, Salvatore Gambino, Giovanni Marti. Ognuno trovava il modo di essere utile, anche perché l’organizzazione di questi eventi non era solo quello che si vedeva sul palco, ma anche: predisporre le prove, cercare gli sponsor, provvedere alla stampa dei manifesti, trovare l’amplificazione, magari senza pagarla, spostare gli strumenti, interloquire con la SIAE, contrattare la gestione del teatro… la buona riuscita dell’evento era il risultato del gioco di tutta la squadra e questo valeva per tutti i Club e per tutti gli eventi.

Oltre alle varie Corride, il Club organizzò anche serate di intrattenimento in occasione del Carnevale (Carnevalissimo) sulla scia di uno spettacolo organizzato inizialmente dal Club Royal con il medesimo obiettivo: guadagnare creativamente soldini per il club.

Negli ultimi tempi, il complesso nostrano venne integrato da elementi esterni e poi subentrarono gli S.R.C. (Società Riunita in Concerto), un gruppo pop-rock di Marittima che ha curato le musiche delle ultime edizioni della Corrida sponganese.

Un’altra cosa che il Club Universal organizzò fu un torneo di Calcio (ripetuto per 3 o 4 anni) che però non riuscì a vincere mai, nonostante giocassero fra le sue fila giocatori di buona caratura, per la bravura di una squadra chiamata Imperador (praticamente un club senza sede), ma anche per le puntuali autoreti di un socio, che puntualmente infilzava il proprio portiere, ma poi si faceva perdonare con le splendide prestazioni da libero.

Un anno fu pure ingaggiato come “commissario tecnico” Salvatore Corvaglia, gloria del calcio locale, ma non ci fu niente da fare: l’Imperador, che ha rifornito di calciatori le squadre locali, era più forte, calcisticamente, si intende.

Ai Club citati è giusto aggiungere anche il Club Genesis sito in via Congregazione, che non si espresse con particolari eventi pubblici come gli altri club, ma mostrò una maggior apertura nella cerchia dei soci ivi comprese le ragazze che negli altri club erano di casa come frequentatrici, ma non come socie.

Ognuna di queste associazioni ha accolto tanti piccoli uomini vogliosi di crescere, di trovarsi, di sentirsi grandi, mostrando fantasia e creatività, capacità e operosità, impegno e senso di responsabilità, qualità che poi nella vita servono sempre.

Bei ricordi di una specie di Happy Days casareccia senza Fonzie.

 

Foto da raccolte di Raffaele Corvaglia, Felice Rizzello, Raffaele Rizzello

Il “Vento devoto”. I ventagli d’autore per i santi patroni

 

In occasione dei festeggiamenti in onore di San Gregorio Armeno a Nardò una mostra sarà ospitata presso il salone del chiostro dei Carmelitani (accanto alla chiesa del Carmine): il “Vento devoto. Ventagli d’autore per santi patroni”, a cura di Antonio Chiarello, artista di Ortelle ormai noto per le sue singolari creazioni.

Sui modelli degli antichi ventagli devozionali, dal nostro popolo denominati “intalòre” (ban­deruole), Chiarello ripropone e reinterpreta le immagini dei santi patroni, che un tempo si acquistavano appena fuori dal santuario o dalla chiesa in cui si festeggiava il santo.

Oggetti devozionali realizzati con materiali poveri, gelosamente custoditi, che venivano appesi sulle pareti domestiche o accanto alla testata del letto, magari con il rametto di ulivo della domenica delle Palme, che tutti potevano permettersi, senza alcuna spesa, ma con la fede autentica trasmessa dalla precedente generazione.

Surclassati per la povertà intrinseca dei materiali impiegati e il benessere degli anni 70-80 del secolo scorso erano andati in soffitta e dimenticati, sopravvivendone solo alcuni, che sono divenuti preziosi per la rarità delle icone monocolore su di essi raffigurate con essenziali tratti, quasi sempre doppie, una per lato.

San Pantaleone, San Biagio, i Santi Medici, San Sebastiano, il Crocifisso di Galatone, Santa Cristina, la Vergine di Sanarica o quella di Leuca tra i soggetti maggiormente raffigurati, ma una miriade di santi poco noti e venerati dalle tante comunità salentine caratterizzavano il luogo e il culto, oggi del tutto dimenticati. Autentici souvenir che il pellegrino portava con sé, per esibirli nella sua modesta dimora o per donarli ai suoi cari, molto spesso rallegrati e impreziositi da una serie di nastrini multicolore, legati alla parte terminale del ventaglio o attorno all’asta che lo sostiene.

Antonio Chiarello da anni recupera questa espressione semplice ma autentica della fede popolare, salvandola dall’oblio e desideroso di recuperarne la tradizione, riproponendo le consolidate forme dei ventagli e aggiungendo nuovi soggetti, che vanno ad arricchire la sua nuova galleria di santi e sante.

La mostra si inaugura sabato 16 alle 19.30 (ore 17-20) e l’ingresso è gratuito.

Testimonianze culturali della presenza ebraica in terra d’Otranto tra IX e XVI secolo

di Cristina Manzo

 

Si trovano nel codice ebraico di Parma le più antiche tracce della lingua salentina a noi conosciute. Risalgono al 1072 e qui di seguito ecco alcuni dettagli di quel manoscritto, che è fra i più importanti e anche meno conosciuti della storia (in parte dimenticata) del nostro bel Salento.

Il salentino usato in queste glosse fa riferimento alle consuetudini agricole, ed è scritto in un misto fra latino e volgare, con parecchi messapicismi rilevabili dai nomi di alcune piante come ad esempio nelle citazioni : “lenticla nigra, cucuzza rutunda, cucuzza longa … tricurgu, scirococcu”.

Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: “tagliano le sporgenze dell’albero”; sepàrane: “staccano le foglie secche”; assuptìgliane: “coprono di terra fine le radici che si sono scoperte”)1

 

Fig.1,Il manoscritto contiene 154 glosse dell’XI secolo scritte con caratteri ebraici, proviene dall’accademia talmudica di Otranto ed è databile intorno al 1072. Probabilmente è il più antico manoscritto completo esistente della Mishnà, talora indicato come manoscritto di Parma A” di quest’opera. Copiato con caratteristiche ortografiche palestinesi in Otranto nel 1072/1073, in scrittura quadrata italiana, con glosse salentine di mano dello scriba principale. Appartenne a Mosheh ben Benjamin Finzi, ed era rilegato insieme al manoscritto Vaticano ebraico 31 contenente il Sifra [2] .

Sembra molto probabile che gli ebrei cominciassero a prendere stabile dimora nell’Italia meridionale quasi nello stesso tempo che a Roma. Per recarsi dall’oriente a questa città dovevano generalmente sbarcare a Brindisi o a Pozzuoli e per la via Appia attraversare l’antica Calabria, cioè Terra d’Otranto, e poi la Puglia, il Sannio e la Campania. Se liberi cittadini e dediti al commercio, potevano, almeno alcuni, restare o tornar subito in altre regioni, allettati dalla fertilità del suolo e dalla floridezza delle città marittime; se prigionieri di guerra e schiavi, potevano invece, anche in parte, esservi mandati a coltivare i latifondi posseduti dai romani.

Come è risaputo nel 70 dopo Cristo, avendo Tito distrutto Gerusalemme, moltissimi palestinesi furono venduti come schiavi sui mercati d’oriente e d’occidente, e di essi una parte venne trasferita in Italia. Infatti Josiffon, o lo pseudo Giuseppe, nel decimo secolo, afferma che Tito ordinò a circa cinquemila prigionieri di guerra di stabilirsi a Taranto, in Otranto e altrove; e il cronista Achimaaz, del secolo undecimo, vede in tali prigionieri palestiniani l’origine della comunità giudaica di Oria, sua patria.

“Nelle varie città di Puglia e di Calabria adunque, gli ebrei costituivano «plurimos ordines», erano quindi numerosi3. Secondo Achimaaz, Oria avrebbe accolto i primi ebrei dopo la distruzione di Gerusalemme e sarebbe stata la culla de’ suoi antenati.

Primo tra questi Amitthai rabbino, poeta e teologo. Inoltre, nell’assedio posto a Oria da’musulmani nel 925, come già a Napoli contro Bellisario, i più strenui difensori della città furono gli ebrei ed essi più che altri subirono gli effetti della sconfitta, fatti schiavi, dispersi, Donolo un fanciullo di dodici anni allora, fu con molti altri condotto schiavo a Taranto o ad Otranto.

Donolo, tuttavia divenne medico illustre e scrisse numerose opere di astrologia e astronomia e fu il primo che nel mondo giuridico trattò di materie scientifiche nell’antica lingua nazionale. Le due città, in una delle quali egli sarebbe stato condotto schiavo da Oria e poscia restituito alla libertà, furono già additate entrambe come asili primitivi di gerosolimitani prigionieri, Taranto riapparirà stanza di ebrei nella prima metà del secolo XI. Meglio ancora, Otranto è accoppiata a Bari, e l’una e l’altra elevate ad una grande importanza da un proverbio che un celebre rabbino francese del XII secolo citava già come sentenza antica. Il proverbio diceva: «Da Bari esce la legge, e la parola di Dio da Otranto»4 .

Tra gli episodi che si conoscono, spiccano per importanza sempre quelli che evidenziano i contatti e le interrelazioni culturali tra Terra d’Otranto e Costantinopoli, o Terra d’Israele e Africa settentrionale. Sembra evidente che in tali contesti i protagonisti delle vicende si trovino perfettamente a loro agio sia che si tratti di emiri islamici che di imperatori greci, sottintendendo quindi che appartenga loro quella naturalezza e quell’attitudine proprie della conoscenza delle molte lingue diverse utili, nella comunicazione scritta e orale. Inoltre, “Shabbetày Donnolo, nell’introduzione al suo Sèfer hakmonì ( cioè il Libro del sapiente, di colui che sa, conosce), afferma di aver tratto ispirazione da opere composte in greco e in arabo5 (degno di nota il fatto che mentre nella prima fonte il Donolo è riportato con una sola n, nella seconda fonte ne ha due, Donnolo).

Questi due centri erano dunque i due focolai della civiltà giudaica. Innegabilmente in Puglia, gli ebrei si estesero di molto durante il periodo normanno-svevo. A Lecce si stabilirono presso la chiesa di S. Irene, ed a Brindisi e a Oria continuarono a spiegare la loro nota attività. Maggiore prosperità godettero a Taranto.

A Bari, poi, data la loro notevole importanza, il duca Roberto ne incluse i redditi nella dote di sua moglie Sigelgaita che, alla morte del duca, li sottopose alla giurisdizione dell’arcivescovo, che fu il secondo, quindi, alla morte di lei, ad ottenere la giudeca, (per la salvezza della sua anima). L’esempio di Bari, avrebbe fatto scuola, e in Puglia vennero poscia, nel 1093, il vescovo di Melfi e l’arcivescovo di Otranto e più tardi quelli di Ascoli e di Trani. A Melfi gli ebrei accorsero numerosi dacché la città fu scelta come capitale della contea di Puglia. Nel 1165 erano 200 e nel medesimo anno ad Otranto 500. Ad Ascoli, cominciarono sotto Guglielmo II a pagare al vescovo i contributi detti plateatici derivanti dalle merci che essi e quanti altri correligionari recavansi dai dintorni vendevano in paese ed a Candela6.

Quindi, tra i più antichi insediamenti della diaspora europea occidentale, le comunità ebraiche sono attestate in Terra d’Otranto fin dall’epoca imperiale romana. La presenza di nuclei ebraici nella Puglia meridionale è in larga parte da associare all’importanza del porto di Brindisi per le comunicazioni con il Mediterraneo orientale. In età medievale il rilievo dei porti pugliesi per il transito di merci e viaggiatori verso la penisola balcanica e l’Oriente (in particolare all’epoca delle Crociate) fu parimenti responsabile della fioritura di numerosi centri di cultura ebraica nella regione adriatica.[…]

Si dovrà ricordare che Terra d’Otranto e Calabria rimasero più a lungo di altre regioni del Meridione d’Italia peninsulare nella sfera diretta d’influenza politica dell’impero Romano d’Oriente e che comunità ellenofone sono rimaste vitali fino ai nostri giorni nel Salento. Le dispute medievali tra cristiani ortodossi ed ebrei nell’area potrebbero essersi svolte appunto in tale lingua. È significativo, tuttavia, che nel dibattito polemico (1220) tra gli ebrei di Otranto e l’abate di Casole, Nicola-Nettario, quest’ultimo sottolinei che i suoi oppositori solevano parlare tra loro in ebraico, indicazione rilevante della persistenza della lingua santa nella comunicazione quotidiana e non solo in quella dotta o nella sfera liturgica.

Certamente l’attività di preghiera e di studio dei testi tradizionali nelle importanti scuole ebraiche locali si svolse sempre in ebraico, come dimostra il numero relativamente ampio di manoscritti, principalmente di carattere scientifico, copiati per uso didattico in Salento. […]

Le più antiche iscrizioni tombali rinvenute nel Salento, così come in altre aree della Puglia e della Basilicata, mostrano la costanza dell’uso affiancato del greco e dell’ebraico. Anche se la lingua ellenica fu impiegata sempre più raramente nell’epigrafia a partire dal VII secolo (in un primo momento a vantaggio del latino) tale fenomeno dovrà spiegarsi più come esito della tendenza degli ebrei europei a sottolineare la loro identità mediante il ricorso esclusivo alla lingua della Scrittura, piuttosto che alla perdita di consuetudine con l’idioma ufficiale dell’impero bizantino, utilizzato nei primi secoli dell’era volgare anche all’interno del rito giudaico7.

Gli ebrei che si insediarono in Puglia si trovarono ad intrattenere fiorenti commerci con gli altri ebrei che si erano stabilizzati nelle terre confinanti con la penisola italica, in base alla loro provenienza, all’interno della diaspora. Questo scambio di affari portò certamente un grande arricchimento culturale e linguistico, oltre a produrre una vicendevole testimonianza del loro passaggio e della loro vita in questi centri. Così a Costantinopoli, in Grecia o nei paesi Balcani o in luoghi dell’Africa settentrionale, sono conservati documenti che testimoniano la loro permanenza nel Salento, quanto nel Salento vi sono documenti che attestano l’inverso. Ed è grazie a questo ricco archivio, derivato dai contatti di scambio, che tutto il meridione può attingere a preziose fonti storiche che ne ricostruiscono le tappe, anche se, permangono enormi lacune in proposito.

A causa di questo scambio di commerci tutti gli ebrei erano costretti a conoscere più lingue, per potersi capire reciprocamente e per la partecipazione alle funzioni religiose, quindi nell’epoca più antica del loro insediamento in Terra d’Otranto è stato indispensabile per essi conoscere oltre al latino, il greco, l’ebraico e l’aramaico.

Nel I sec. e. v. durante l’impero di Augusto e Tiberio, la presenza di nuclei ebraici in Italia meridionale testimonia i rapporti tra Roma e terra d’Israele. La distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, con la conseguente deportazione di famiglie illustri della capitale della Giudea, fece sì che nuovi gruppi giudaici, costretti a trasferirsi nella nostra penisola, venissero ad insediarsi nei centri portuali adriatici. Da questa migrazione, successiva alla deportazione voluta da Tito, gli ebrei salentini trassero motivo di vanto: essere ebreo pugliese significava discendere dall’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme.

La notizia dell’esistenza di un centro culturale ebraico nell’Italia del sud era a tal punto diffusa già nel Medioevo che a suo riguardo fu pronunciata quella celebre affermazione, di cui abbiamo già fatto menzione, riportata da Rabbenu Tam: «perché da Bari uscirà la Torà e la parola del Signore da Otranto».

Gran parte delle informazioni che permettono di ricostruire la tradizione liturgica dell’ebraismo salentino ci deriva dalla produzione innografica contenuta nel mahazor di Corfù.

Il minhag (rito) di Corfù si fonda sull’unione di varie componenti liturgico-letterarie che si vennero sovrapponendo nel corso dei secoli a mano a mano che ebrei di varie provenienze si stabilirono sull’isola jonica.

É da tempo nota l’affinità tra produzione innografica pugliese e corfiota, che in genere si ritiene spiegabile tenendo conto della diaspora sull’isola di profughi provenienti dall’Italia meridionale dopo i provvedimenti di espulsione del XVI secolo. Si deve ricordare, tuttavia, che i rapporti tra Corfù e il Salento sono documentabili già dalla fine del XIV e per tutto il XV secolo8.

Per avere un’idea dei canti degli ebrei di Corfù è necessario ricordare per sommi capi la storia dei vari gruppi ebraici che si sono insediati nell’isola nel corso dei secoli. Il gruppo ebraico più antico è quello dei cosiddetti ebrei Romanioti che non sono né aschenaziti né sefarditi e che si stanziarono in Grecia e nelle isole greche, Corfù compresa, più di 2000 anni or sono.

Gli ebrei sefarditi giunsero a Corfù dalla Puglia dopo il 1510, tollerati ancora per qualche anno in Italia dopo l’espulsione dalla Spagna: di livello sociale più alto, formarono una Comunità separata dai Romanioti. Questi ultimi non parlavano il ladino ma un dialetto greco; anche se godevano di particolari privilegi sino al 1660 e la loro comunità era più antica, furono di fatto quasi totalmente inglobati dagli ebrei. Come conseguenza anche il minhag sefardita si affermò rispetto al minhag bizantino più antico della comunità Romaniota. Gli immigrati sefarditi parlavano un dialetto misto di ladino, ebraico e pugliese e, dopo la conquista dell’isola da parte di Venezia nel 1386, anche di veneziano. Gli ebrei di Corfù hanno conosciuto sino a tempi molto recenti continue persecuzioni, discriminazioni e pericoli di ogni sorta. I loro canti si possono ancora ascoltare dal vivo nelle pochissime testimonianze pervenuteci e rivelano la storia travagliata di questa comunità ebraica sopravvissuta sino alle persecuzioni naziste e annientata come la maggior parte delle comunità della Grecia.

Questi canti, nella registrazione di uno degli ultimi ebrei di Corfù, hanno un carattere nettamente sefardita e dimostrano come l’elemento italiano di origine sefardita sia stato predominante a Corfù nei canti e negli usi linguistici corfioti, sopravvissuti oltre che a Corfù, anche a Tel Aviv (nell’unica sinagoga dove ancora è in uso il minhag di Corfù) e in parte a Trieste. Dove vivono ancora gli esuli da Corfù, si possono ritrovare gli echi di tutta la storia degli ebrei di quest’isola9.

La comunità ebraica di Lecce, la cui esistenza è attestata già nell’XI secolo, raggiunse la sua massima fioritura nel Quattrocento. Nonostante la distruzione del quartiere ebraico nel 1463, anno in cui gli ebrei, sottoposti alla pressione ecclesiastica, furono costretti alla fuga, la comunità fu ricostruita pochi anni dopo. Gli ebrei furono nuovamente espulsi a seguito dell’occupazione francese del Regno di Napoli nel 1495. Due anni dopo, la sinagoga di Lecce fu trasformata in chiesa e in ospedale.

Il decreto di espulsione degli ebrei del Regno di Napoli promulgato nel 1510 colpì ovviamente anche gli ebrei leccesi. Nel 1520 uno sparuto gruppo di ebrei si reinsediò nella città rimanendovi fino al 1541, anno dell’espulsione definitiva di tutti gli ebrei dall’Italia meridionale.

Informazioni sulla vita culturale della comunità di Lecce e di altri centri salentini nel corso del XV secolo ci vengono trasmesse dai vari manoscritti ebraici copiati alla fine del medioevo nella città e nei dintorni. Dai pochi dati dei manoscritti è difficile giungere a descrizioni esaustive della vita nell’ambiente ebraico salentino. Ad ogni modo i codici che analizzeremo in questo contributo testimoniano il precipuo interesse degli ebrei locali per la medicina, le scienze e la filosofia.

Si conoscono dieci copisti ebrei attivi a Lecce e nell’area salentina in un periodo che si estende per poco più di un secolo (1384-1494):

1) –‘Eliyyahu ben Dawid nezer Zahav ‘ibn Šoham, di origine bizantina. Di lui si conservano quattro manoscritti copiati negli anni1384-1425: il più antico, copiato a Valona, contiene una miscellanea di opere aggadiche, halachike, omiletiche e cabbalistiche, poi copiò per suo figlio le omelie di Yehošua ‘ibn Šu ‘aib, poi Il Trattato Zikron tov (buona memoria) commento letterale midrašico e cabbalistico al Pentateuco di Natan ben Šemu ‘el ha Rofe e Il Sefer ha-zikronot (libro dei ricordi), commento al Pentateuco di Avraham ibn Ezra.

2) – Dawid ben‘Eliyyahu nezer Zahav‘ibn Mu’allam, figlio del precedente, abitò a Lecce, dove ebbe un incarico significativo nella comunità e in altre città del Salento. Si conservano due manoscritti da lui copiati. Il più antico è una miscellanea medica (copiato a Specchia, nel basso Salento) e il secondo è una raccolta di scritti astronomici.

3) – Crescas Qalonymos di origine iberica, copiò a Lecce per il padre Crescas Me’ir Qalonymos (fine 1437) due opere di ‘Avraham bar Hiyya: I fondamenti della conoscenza e la torre della fede (trattato di filosofia) e Misura lineare e geometria (un’opera di matematica).

4) – Ya’aqov ben ‘Avraham ha-Kohen, copista di origine iberica. Di lui restano due manoscritti copiati a Lecce. Il primo è un’opera astrologica, il secondo comprende due opere mediche: il Canone di Avicenna (primo libro) e i capitoli di medicina di Guglielmo di Saliceto.

5) – Menahem ‘Amon ben Yishaq, copista di origine bizantina. Nel [5]201(1441)copiò a Lecce il secondo libro del Canone di Avicenna, nella versione ebraica di Yosef ben Yehošua’ha-Lorqi.

6) – Yešu’à ben Dawid ha-Kohen, copista di origine iberica. Ci restano undici manoscritti da lui copiati a Lecce e in altre località pugliesi, tra il 1452 e il 1478. Due di questi trascritti a Nardò (Libro dei capitoli di Ippocrate = aforismi, con il commento di Galeno, e due opere di medicina composte da Bernardo di Gordon) e poi completati a Gallipoli, e uno a Taranto (l’Antidotario), opera di medicina.

7) – Šelomo ben Nahman, copista di origine bizantina, copiò a lecce un libro di preghiera, un Siddur.

8) – Yiṣḥac ben Ša’ul, copista di origine iberica, copiò il Libro dei fondamenti di Euclide.

9) – Yiṣḥac ben Natan Kohen, copiò a Taranto tre miscellanee cabalistiche, “Completato qui, nella città di Taranto del regno di Napoli, martedì 3 Kislew dell’anno “voto” [(5)254], nel secondo anno dell’esilio dalla Spagna”.

10) – Un medico anonimo di origine iberica, copiò a Massafra per uso personale Il commento ai salmi di Dawid Qimḥi10.

Degli ebrei più illustri dell’Italia Meridionale è generalmente noto agli studiosi un Abraham, figlio del rabbino Meir o Mayr de Balmes, nato a Lecce, medico valente, filosofo, traduttore, grammatico, e professore nell’università di Padova. Egli contribuì a diffondere tra gli umanisti le dottrine filosofiche arabe, specialmente mediante pregevoli traduzioni dall’arabo in latino di numerose opere di Averroe. Come grammatico poi, dette nuovo e più razionale indirizzo allo studio della lingua ebraica, trattando per primo, tra i suoi connazionali separatamente e in modo speciale della sintassi. Abramo de Balmes, non solo era medico perché chiamato “Magister”, come tutti gli altri medici, ma era anche medico illustre e benemerito, perché godeva dei “privilegi” i quali, combattuti dall’università di Lecce gli furono, dal sovrano, riconfermati. E, si noti bene che, dicendosi essere stati questi privilegi concessi dai predecessori di Alfonso II e confermati da Ferdinando I, si deve risalire, per la data della loro prima concessione agli ultimi Angioini e ad Alfonso d’Aragona. Sicché il Balmes fioriva indiscutibilmente verso la fine della prima metà del secolo XV (il 12 novembre 1472, veniva nominato a vita e con l’annua provvigione di 300 ducati, medico della famiglia reale), estendendo i suoi privilegi anche ai sui successori11. A Lecce, vi è una via a lui dedicata, “Via Abramo Balmes”.

All’interno del Cimitero Monumentale di Lecce, voluta da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce e ultimo re dei Normanni, proprio come ricorda l’epigrafe posizionata sopra il portale è situata, anche, la bellissima chiesa di origine medievale dei santi Niccolò e Cataldo. L’iscrizione ricorda che la chiesa fu edificata in onore del santo patrono della città per sciogliere un voto che era stato garantito in seguito ad uno scampato naufragio nei pressi di Otranto. Si tratta di un magnifico edificio in stile romanico che venne completato nel 1180 e, in seguito, donato ai Benedettini.

All’interno della chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo tra le varie manifatture vi sono le cinquecentesche opere di Gabriele Riccardi, come due acquasantiere figurate, incastonate nelle prime due colonne della navata centrale, e la superba statua di San Nicola, alta poco meno di due metri. Come è accaduto ad altri monumenti importanti di Lecce, anche questo gioiello di chiesa ha subito, attraverso il tempo e la storia, innumerevoli interventi e modifiche. Resta, comunque, molto chiaro l’impianto medievale, se pur contaminato dall’arte normanna e da quella araba. Dalla facciata salta all’occhio la severità dell’impronta romanico-pugliese mista alla stravaganza del barocco. Alla fine del XII secolo risale la costruzione dell’annesso convento, edificato sempre per volere di Tancredi. Nel centro del primo chiostro realizzato nel 1559, si erge un pozzo rinascimentale coperto da un’elegante edicola con colonne tortili, mentre il secondo chiostro venne aggiunto nel 1634. Questa statua maestosa del Santo Nicola, alta circa due metri, realizzata dal Riccardi e raccontata nella “Lecce Sacra” (1634) da Giulio Cesare Infantini, è una fonte preziosa oltre che per capire quale fosse lo stato dell’arte sacra sino al periodo della sua pubblicazione, anche per quanto riguarda la cultura iconografica salentina medievale.

La statua del santo ha di insolito, tra i ricchi e fastosi paramenti vescovili, un’effigie, un’occorrenza mutuata dall’ebraico “Adonay”, uno dei nomi di Dio, in genere usato per sostituire l’ineffabile tetragramma. L’ebraismo ci insegna che il nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. A esso ci si riferisce, solo se necessario, attraverso l’appellativo “Adonay” (propriamente, “Nostro Signore”). Tale divieto non era imposto, però, al Sommo Sacerdote. Potrebbe essere, quindi, che il venerabile Santo da Mira, vi fosse per carica e titolo, iconograficamente associato? L’altra cosa che appare molto strana, in questa iconografia, è che la scritta ebraica “Adonay”, sulla statua del santo da Mira sia, tuttavia, impressa in caratteri quadrati e latineggianti. Un vero mistero, non collegabile ad altri casi simili conosciuti, non sufficiente da catalogarlo come fonte preesistente.

Fig. 2, Gabriele Riccardi, San Nicola, dopo il 1531 e prima del 1552, pietra leccese policromata e dorata, lecce, chiesa dei santi Niccolò e Cataldo
Fig. 3, Gabriele Riccardi, particolari iconografici della statua di san Nicola in lingua ebraica latinizzata

 

Inoltre va ricordato che fu proprio il Riccardi ad essere incaricato della riqualificazione urbana di un’area di Lecce ben precisa, cioè quella del ghetto ebraico, che fu cancellato fisicamente intorno al IV decennio del XVI secolo per far posto all’esteso complesso di chiesa e monastero per l’ordine dei Celestini del quale, proprio la Basilica di santa Croce si deve a un suo progetto. Solo la toponomastica attuale serba memoria dello status quo urbanistico precedente agli interventi cinquecenteschi [12].
Fino alla fine del Medioevo Lecce e molti altri paesi del Salento avevano la propria sinagoga, mentre ora la più vicina rimasta in piedi è quella di Trani, la Sinagoga “Scola Nova” edificata nel XIII secolo, trasformata in chiesa nel XVI, con l’espulsione degli ebrei locali e, tornata al suo uso originario, solo dal 2005.

La comunità ebraica era molto fiorente nel Salento, infatti sono molti i paesi di terra d’Otranto che possono annoverare nella loro storia una “Giudecca”: Soleto, Ortelle, Oria, Martina Franca, Otranto, Galatina, Nardò, Ugento, Gallipoli, Alessano e Tricase.

Quando con l’imperatore Carlo VIII ricominciò il doloroso periodo delle persecuzioni contro gli ebrei, questa comunità scomparve definitivamente dal Salento. A Lecce la Giudecca, che occupava tutta la zona del centro storico dove vi è ora Palazzo dei Celestini, la Basilica di Santa Croce, Palazzo Personè, Palazzo Adorno, ed altri ancora, venne presa di mira a cominciare dal 1463.
Anche a Nardò, nella prima metà del secolo XIV aveva preso piede un gruppo di proseliti della fede ebraica che, era per altro, ben favorito dall’abate benedettino di S. Maria, Guglielmo, contro il parere comune contrastante, tanto che questo suo comportamento fu annotato in un corposo elenco di crimini che gli vennero attribuiti, e che fu poi posto all’attenzione di papa Urbano III, nel 1367, dal clero locale.
A quell’epoca e sino al 1485 erano una cinquantina le famiglie ebraiche presenti nella comunità, come si evince dall’elenco dei diritti della chiesa di Nardò compilato in quell’anno. Gli ebrei annotati nell’elenco erano obbligati al pagamento dello “Jus Affidae” alla chiesa, e a molti di loro, la stessa, aveva concesso il beneficio della locazione, sia di abitazioni che di botteghe, per svolgervi i propri mestieri. Essi svolgevano diverse attività, ma prevalevano quelle della concia delle pelli per cui si guadagnavano spesso delle multe a causa dello svuotamento di acque putride, prodotte da questo lavoro, sulle pubbliche vie.

“In Nardò (notisi per quanto dirò) fu prescritto che le 50 case delli giudei contribuiscano come l’altri cetadini (Arch. Prov. di Lecce, Università di Nardò, 1469 e Diplomi del 1465 nell’Arch. Vescovile). In Ostuni nel 1495 (Libro Rosso Ostuni) si trattò di Christiani novelli, cioè ebrei convertiti, e di marrani cioè ebrei convertiti per paura e in apparenza. In Lecce avevano comunità indipendente e finanche la Sinagoga e il cimiter e foro sempre incorporati et uniti cum la dieta Università, contribuendo in omne peso et pagamento, et cussì gaudendo omne previlegio et immunità quali gaudevano li altri cetadini (Libro Rosso di Lecce, anno 1467)”13.

Comportamenti trasgressivi verso le regole della città o nell’ambito del privato erano molto frequenti sia tra gli ebrei stessi che nei confronti dei cristiani, come si evince dalle note nel Registro delle multe inflitte dal capitano nell’anno dell’VIII a indizione (settembre 1489-1490). Molti giudei vi compaiono sia come parte lesa che come accusati, per litigi, ingiurie, minacce, violazioni di bandi, giochi proibiti (carte, dadi). Gli attriti con le autorità locali per motivi fiscali continuarono nel 1494, e questo certamente accrebbe l’animosità contro gli ebrei, che si espresse con violenza l’anno dopo, quando Carlo VIII di Francia invase il Regno.

Gli ebrei, depredati dei beni e costretti a rinunciare ai propri crediti, trovarono scampo nella vicina Gallipoli, le cui autorità ottennero il 7 dicembre 1501 da Consalvo de Cordova, Gran Capitano dell’esercito spagnolo, che potessero recuperare i beni mobili e stabili di cui erano stati privati. Gli ebrei tornarono a Nardò agli inizi del vice regno nel 1503, per poi esulare nuovamente con l’Editto di espulsione emanato da Ferdinando il cattolico nel 1510. Ma in quegli anni, proprio nella comunità neretina, “Una testimonianza dell’apertura all’ebraismo dell’umanità si può desumere da una lettera del 1511 scritta da Antonio De Ferraris Galateo, intitolata “De Neophitys”, in cui l’autore difende la scelta del figlio del duca di Nardò N. Bellisario D’Acquaviva di sposare un’ebrea convertita. Vista l’epoca, l’ingresso di una discendente di giudei in un casato tanto illustre non poteva che suscitare stupori e maldicenze, ma egli, nella missiva esaltò la nobiltà dei giudei e della loro fede”14

Isabella la Cattolica divenuta moglie di Ferdinando II d’Aragona sull’onda della reconquista convinse il marito a espellere gli ebrei. L’espulsione dai regni spagnoli fu, così, decretata nel 1492 con il “decreto di Alhambra”. Unica via d’uscita era la conversione al cattolicesimo. Solo in Sicilia si contavano oltre 90 giudecche con circa 37 mila ebrei, di cui a Palermo e a Siracusa comunità di circa 5 mila ciascuna. Il re Ferdinando, divenuto anche re di Napoli nel 1504, il 23 novembre 1510 emise un ulteriore atto di espulsione degli ebrei da tutta l’Italia Meridionale, però evitabile con il pagamento di 300 ducati. Solo nel 1542 il viceré Pedro di Toledo emise il definitivo decreto di espulsione per gli ebrei dal regno di Napoli.

Le ultime comunità che già dalla grande diaspora del II secolo si erano insediate fra Brindisi e Roma sparirono dalle realtà urbane in cui avevano trovato accoglienza. Fu papa Paolo IV con la bolla “Cum nimis absurdum” del 1555 che forzò gli ebrei a vivere in un’area specifica, prevedendo una serie di restrizioni particolari, il ghetto, e papa Pio V raccomandò che tutti gli stati confinanti istituissero dei ghetti, che sarebbero poi stati in vigore per secoli15.

Così, tornando alla giudecca di Lecce, nel 1495, si arrivò a dare alle fiamme persino la sinagoga e da quel momento tutti gli ebrei privati dei privilegi e spogliati da ogni bene posseduto furono cacciati definitivamente. La Sinagoga si trovava proprio davanti alla chiesa di Santa Croce, accanto a quello che ora è il più bel sito barocco leccese. Nel punto della città in cui oggi pulsa il cuore nevralgico della sua movida, un tempo si ergeva il quartiere ebraico.

All’interno di Palazzo Adorno che, di recente, per volontà dell’assessore Andrea Guido, è stato aperto al pubblico per delle visite guidate, c’è una cosa molto singolare che testimonia il passato: davanti all’architrave che porta, nei sotterranei, verso quello che era lo scarico fognante della casa, se ci si curva e si osservano le chianche di pietra dal basso, si nota una iscrizione ebraica: “Questa non è altro che la casa di Dio”(Genesi, 28, 11-22), che probabilmente avrebbe dovuto continuare con la dicitura “e questa è la porta del cielo!”, la pietra dove è incisa la scritta è un unico blocco che, sembrerebbe lecito presumere provenga dalla sinagoga distrutta, quindi materiale di risulta riutilizzato durante il restauro del palazzo.

A proposito di questa ricollocazione dal “varco di entrata in un luogo sacro” al “varco di entrata, del sotterraneo, che portava alla zona fognante del palazzo”, c’è chi ipotizza che, in quel tempo ciò avvenne non per caso ma, per l’appunto, in segno di disprezzo verso coloro che avevano posseduto quel luogo, prima di essere scacciati dalla città. Ricordiamo che Palazzo Adorno fu, ancora una volta, un’altra delle costruzioni che vennero avviate, intorno al 1568, su disegno dell’architetto Gabriele Riccardi, che era stato incaricato di ricostruire sulla giudecca; la magnificente dimora divenne proprietà della nobile famiglia napoletana dei Loffredo, imparentati con i De Capua, prima di passare di proprietà al genovese Gabriele Adorno, un generale della marina imperiale di Carlo V, residente a Lecce.

Nei sotterranei, all’epoca della giudecca, pare che vi fosse il cimitero ebraico, nonché delle vasche di abluzione, per le funzioni ebraiche che si contemplavano nella bibbia ebraica e che sono elaborate nella Mishnah e nel Talmud. In questi sotterranei infatti, scorre la purissima acqua del fiume Idume, al primo livello della sua falda acquifera, che sicuramente rappresentava la loro cisterna. Il fiume attraversa tutta la città e sfocia nel bacino di Torre Chianca.

Fig. 4-Via della Sinagoga, Lecce.

 

Fig. 5-Via della Sinagoga, Lecce.
Fig. 6, scorcio del sotterraneo di palazzo Adorno
Fig. 7, Pietra, posta all’ingresso della zona fognante, con la scritta ebraica
Fig.8, Pietra posta all’ingresso della zona fognante con la scritta ebraica
Fig.9-Il fiume Idume nel sotterraneo del palazzo
Fig.10- Lecce, Via Abramo Balnes

 

NOTE
1 cfr: Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l’italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Samfundslitteratur, Copenaghen: 2005.
2 cfr: L. F. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271, Gaetano Macchiaroli, Napoli,1977.
http://belsalento.altervista.org/a-parma-il-piu-antico-manoscritto-della-lingua-salentina-del-1072-con-caratteri-ebraici/?upm_export=print

3 P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, a cura di S. BERTELLI, 1,2, cap.2. «era al Puglia e la Calabria nei tempi di Onorio molto infestata dai giudei i quali, licenziosamente vivendo, di non poca confusione eran cagione». Stamperia Giovanni Gravier, Napoli, 1770.

4 G. I. Ascoli, Iscrizioni inedite o mal note greche, latine, ebraiche di anctichi sepolcri giudaici del Napoletano, Erm. Loescher, 1880.

5 Shabbatai Donnolo, Sefer Hakhmoni a cura di Piergabriele Mancuso, Giuntina, Firenze, 2009.

6 N. Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al secolo XVIII, Edit. Il Vessillo Israelitico, Torino, 1915.

7 F. Lelli, (a cura di) Gli ebrei del Salento, secoli IX-XVI, p.12, Congedo Editore, Galatina, 2013
.
8 http://siba-ese.unisalento.it/index.php/idomeneo/article/viewFile/15290/13286

9https://www.fondazionelevi.it/wpcontent/uploads/2016/08/RRR.sinagoghe.Abstract.Fubini.pdf.

10 F. Lelli, (a cura di) Gli ebrei del Salento, secoli IX-XVI, pp.256-265, Congedo Editore, Galatina, 2013.
11 N. Ferorelli, Abramo De Balmes ebreo di Lecce e i suoi parenti, estratto dall’archivio storico per le prov. nap. Anno XXXI, fasc. IV, Stab. Tip. Luigi Pierro e Figlio, Napoli, 1906.
12 F. Lelli, (a cura di) pp.355-362, 2013
13 E. Vernole, Gli ebrei nel Salento, in Rinascenza Salentina n. s. 1, pp. 17-24. (1933).
14 https://www7.tau.ac.il/omeka/italjuda/items/show/420
15 https://it.wikipedia.org/wiki/Giudecca_(quartiere_ebraico)

Spongano. Un presepe di anime e terre

Presepe di anime e terre. Un presepe vivo e attuale che parla, in silenzio, di anime all’anima

di Giuseppe Corvaglia

 

Il Presepe di Anime e Terre, inaugurato giovedì 20 dicembre e che potrà essere visitato fino al 13 gennaio 2019, è una mostra del fotografo Francesco Congedo, ospitata nella meravigliosa cornice dell’Ipogeo Bacile che mostra sempre più la sua duttilità e la sua capacità di accogliere arte in tutte le sue forme.

Le foto di Congedo ci mostrano un mondo di anime raccolte in questa cavità che, come grembo della madre terra, le accoglie come vita.

L’evento si giova delle atmosfere sonore di Giovanni Corvaglia, musicista elettronico, curatore pure dell’allestimento e della direzione artistica, che ci accompagnano come una sorta di tappeto volante, di cuscinetto che ci sospende in un mondo nuovo, sconosciuto, eppure assolutamente familiare, noto.

Il risultato è un presepe ideale che parla dello stupore che genera una nascita, che è vita, e di un mondo che è vita esso stesso. E la vita genera sempre stupore.

Il Presepe, che nasce come rievocazione della Natività e della Maternità, ci mostra un neonato e la sua Mamma, ma ci mostra anche tanti sprazzi di vita che comprendono attività quotidiane, emozioni significanti, rapporti e dinamiche sottese.

Nella Bethlem del Presepe si incontrano le figure più disparate, dagli abitanti ai mercanti e poi ancora pastori, Ebrei che arrivano per essere censiti, curiosi che vogliono vedere il Salvatore del mondo, come i Magi. E le foto di Congedo ci restituiscono con pregevole semplicità le più variegate ed eterogenee realtà del mondo di allora riunite attorno a quella stalla che ospita il neonato Redentore, con immagini di uomini e donne contemporanei a noi.

L’artista ci mostra una umanità con molteplici interpreti, diversi per etnia, classe sociale, costumi, pure bisognosa di salvezza, che non vuole dire ricchezza o consumismo, ma la ricchezza che serve davvero anche a noi: la pace, quella pace in terra agli uomini di buona volontà annunciata dall’angelo ai pastori.

Il centro della mostra ci presenta una madre bambina con il suo piccolo e due angeli, proprio come ce la descrive il Vangelo apocrifo quando arrivano i Re Magi a Bethlem. («… Nel vedere la stella, i magi si rallegrarono di grande gioia , ed entrati nella casa trovarono il bambino che sedeva in grembo alla madre… – Vangelo dello pseudo Matteo , Cap XVI, par. 1 e 2, “I vangeli apocrifi”, a cura di M.Craveri, Einaudi 1969).

Il presepe del mondo di Congedo è fatto di commercianti che propongono la loro mercanzia con un gesto o uno sguardo, da pastori seduti in cerchio attorno al fuoco, da comari affaccendate nelle loro incombenze quotidiane o colte in un attimo di sano ozio, da piccoli che resistono nel tipico stupore dei bambini pur avendo conosciuto anche i lati più truci e oscuri della vita.

Le immagini ci invitano ad un viaggio ideale tra l’Africa e l’Asia, ma al tempo stesso ci fanno scoprire un viaggio reale, quasi palpabile, che ci mostra una umanità vera e varia che può arricchirci se la sappiamo accogliere guardandola negli occhi e riconoscendo in quegli occhi l’anima, quella scintilla di divino che ci accomuna tutti. Farci prendere dalla paura dell’altro e chiuderci all’accoglienza, ci priva di quella ricchezza.

Il viaggio evocato dalle immagini ci arricchisce e ogni personaggio incontrato diventa parte di un mondo e cattura lo spettatore che, entrato quasi in comunione empatica col soggetto raffigurato, trova difficile staccarsi da quegli sguardi, da quei gesti, da quelle pose.

Queste fotografie, davvero evocative, sono un suggestivo presepe delle anime che, con le pregevoli musiche e l’ambiente che le accoglie, ci porta a meditare sul mistero della vita.

Di questi volti impressionano gli sguardi che il reporter ha saputo cogliere nella loro essenza, capaci di coinvolgerci, accusarci, accoglierci, respingerci, rapirci … Il percorso della mostra così delineato diventa un momento di conoscenza del mondo e dell’uomo, ma diventa anche un’ occasione per conoscere sé stessi.

Particolarmente interessanti sono le sculture luminose di Gabriele Pici che, con le loro forme ispirate alla natura e le loro lucine tremolanti, ci trasportano nella placida atmosfera tipica della notte di Natale e del presepe.

Una esperienza da gustare, da assaporare in ogni sua immagine visitandola, magari, anche più volte.

Florio Santini. Una richiesta per informazioni

Abbiamo avuto una richiesta che inoltriamo a quanti ci leggono. Qualora si sia in possesso di notizie vi chiediamo di contattarci tramite posta elettronica:

“per una ricerca di carattere storico che sto svolgendo, ho la necessità di rintracciare persone che abbiano conosciuto direttamente lo scrittore Florio Santini, allo scopo di poter contattare se possibile i suoi eredi o famigliari. Il mio interesse verte su di un piccolo lavoro storico che Santini pubblicò nel 1970, del quale mi sarebbe molto utile poter rintracciare il dossier preparatorio e  i documenti utilizzati da Santini stesso. Sarei molto grato a chiunque possa darmi indicazioni utili.
Grazie”

Libri| Dell’Origine, sito, ed antichità della città di Nardò


Giovan Bernardino Tafuri, DELL’ORIGINE, SITO ED ANTICHITA’ DELLA CITTA’ DI NARDO’, a cura di Massimo Perrone

 

di Cosimo Rizzo

 

È stato presentato in data 10 dicembre 2016 nella Basilica Cattedrale di Nardò (Le) il volume di cui sopra in edizione anastatica dell’originale stampato a Venezia, Zane Editore, 1735, a cura di Massimo Perrone, dottore commercialista, Grande Ufficiale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Preside della Sezione Salento Lecce-Brindisi, diplomato in Archivistica nella Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano.

Presentatori sono stati il dott. Alessandro Laporta, Direttore emerito della Biblioteca “N. Bernardini” di Lecce e il dott. Sandro Barbagallo, Curatore delle Collezioni Storiche dei Musei Vaticani e del Tesoro della Papale Arcibasilica Lateranense.

Gli storici municipalistici del Sei-Settecento, con la pubblicazione delle loro opere, si propongono di rendere con la penna servizio ai propri concittadini.

Per fare un esempio, B. Papadia inizia la sua opera Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia (1792), confessando che la brama principale, cioè “di far sapere a’ miei concittadini, pe’ quali scrivo principalmente”, “è quella che mi ha posto in mano la penna per compilare le patrie memorie; e s’eglino co’ coro lumi, e colle loro carte che gentilmente mi comunicarono, nello stato mi posero di scrivere men difettose le presenti notizie, non poco sarò loro tenuto, e nel decorso dell’opera mi farò un pregio di nominarli”.

Questo può bastare per dare un’idea delle intenzioni di Massimo Perrone che, con il suo serio impegno di ricerca ha voluto riproporre all’attenzione dei suoi concittadini le opere dello storico Giovan Bernardino Tafuri.

Per Nardò, nel suo insieme, a parte alcuni studi recenti, particolari e specifici su questo e quello aspetto della città e del feudo, delle attività agricole ed economiche, degli usi e degli abitanti e dell’arte, vale ancora, quello che scrisse Antonio De Ferraris,il Galateo, in pagine, significative anche oggi, perché precise ed austere, trepide di profonda e trattenuta commozione e percorse da personali ricordi. Il De situ Japigiae si chiude proprio con il nome di Nardò in una espressione oraziana: “Neretum longae finis chartaegue viaeqae” ed ancora “omnis, si qua est, in toto terrarum angulo disciplina, a Nerito ortum habuit”.

Ed è doveroso ricordare che Giovan Bernardin Tafuri ne curò l’edizione.

Ma per più motivi si potrebbero accostare al Galateo le pagine di Giovan Bernardin Tafuri, sciolte dalle accuse gravi per i “falsi” e talvolta anche ingenerose, tutte invece da rileggere e rimeditare secondo le misure e il gusto degli storici-letterati municipalistici del Sei-Settecento.

Ben a ragione lo studioso G. Vallone nella introduzione a Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia, Congedo Editore, 1984, ha parlato del Tafuri come dell’uomo “del tutto nuovo” della cultura salentina che non si può nel bene e nel male giudicare soltanto per i suoi contributi agli “Scriptores” muratoriani.

Accanto alle opere del Tafuri si possono porre le coeve Galatina letterata del 1709 di A. Arcudi, Le vite dei letterati salentini del 1710 di D. De Angelis, L’apologia paradossica della città di Lecce di G. A. Ferrari scritta nel 1580, pubblicata nel 1707, La Cronica de’ Minori Osservanti della Provincia di S. Nicolò (1724) di B. da Lama e così via.

E proprio in quest’ultima opera viene pubblicato del Tafuri il Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia degli Infimi in cui si presentano in chiara sintesi le origini della Città, la fama, gli uomini illustri, le Scuole, le Accademie, le “famosissime Chiese”.

Bonaventura da Lama dà per primo il riassunto del libro di G. B. Tafuri Memorie degli uomini illustri nati in questa città, con una distinta notizia dell’antichità, origine e progressi delle sopra accennate pubbliche scuole.

Senza dubbio è estraneo all’origine di Nardò il tema del progresso civile nel senso del metodo critico e cioè del pensiero muratoriano; ma è solo avendo ben presente il tenore dell’anteriore storiografia provinciale che si può concretamente apprezzare l’importanza almeno dell’acquisto locale di una tecnica di fondo maurino che è opera più del Tafuri che di G. B. Pollidori.

“È fare torto all’autore non solo della Istoria degli scrittori, ma anche della monografia municipale, ignorare che nel Tafuri storico vibra una coscienza civile la quale tuttavia non è quella del Muratori, ma in un certo senso quella stessa che ispirò P. Giannone” (G. Vallone).

  1. B. Tafuri che mai uscì dalla sua Nardò e con i mezzi che allora si avevano, fu uno dei pochi e quasi il solo che, venuto in amicizia con i letterati della sua epoca, ebbe l’idea di non far perdere cronache e manoscritti, esistenti al suo tempo e si adoperò per la loro pubblicazione con la stampa inviandoli a L. A. Muratori e ad A. Calogerà.

Se la critica posteriore trova delle inesattezze e le vede apocrife, per questo rimane che il Tafuri è un manipolatore, un impostore, un falsario o peggio?

A me pare che coglie nel segno A. Laporta quando afferma nella prefazione della presente opera che il prodotto dell’intelligenza del Tafuri, questo in particolare resiste bene all’usura del tempo e si fa leggere ancora con interesse, intrecciandosi del resto con la fortuna dei suoi scritti, nettamente in risalita.

“Non si può certo, egli acutamente osserva, proporre di giustificare Tafuri, tutt’altro, ma rimettere in circolazione gli scritti potrà servire se non ad una riabilitazione, ad una più verisimile ricostruzione della sua prolifica attività di antiquario. L’opera che si presenta in edizione anastatica è un’occasione per “ripensare Tafuri” collocandolo nel suo secolo, con maggiore spirito di tolleranza”.

Massimo Perrone ha condotto una ricerca paziente negli archivi e nelle biblioteche per rinvenire l’edizione originale dell’opera del Tafuri. Ha voluto così dare un segno tangibile del suo amore per la città di Nardò.

L’avvenimento che conserva per le generazioni future il segno vivente del nostro recente e remoto passato, sia per lui di stimolo a darci la ristampa anastatica del secondo tomo dell’Origine, sito, ed antichità della città di Nardò.

Conoscere la storia, infatti, è conoscersi, tanto più se la storia che si vuole conoscere è quella del luogo in cui si è nati e si vive. Esplorandola si va alla ricerca della propria identità o, come oggi si usa dire, “delle proprie radici”

Su un’antica epigrafe aradeina dedicata a san Nicola

di Alessio Palumbo

 

Sulla storia (o non storia, per alcuni versi) di Aradeo in molti hanno scritto. In particolare, sul ruolo di primo piano avuto da questa comunità in età medievale e (seppur in maniera limitata) moderna all’interno del «circuito» culturale e religioso greco di Terra d’Otranto restano insuperati gli studi di A. Jacob e P. Hoffmann. Quest’ultimo, nel saggio posto in chiusura dell’approfondito excursus storico fatto da Gino Pisanò sulla storia di Aradeo[1], riteneva il parlare della cultura bizantina in questo paese

“un compito stimolante ma al tempo stesso difficile, anzi disperato. Allo stato presente delle nostre conoscenze, ci imbattiamo, subito, nel silenzio delle fonti documentarie, archeologiche ed epigrafiche. Nessun affresco medievale come a Soleto o in tanti altri luoghi del Salento. Nessuna iscrizione”[2].

Tra le epigrafi oramai scomparse, una, come riportato già in un’immagine pubblicata dallo stesso Pisanò nel medesimo volume, era stata trascritta dal vescovo di Nardò Antonio Sanfelice nel corso della visita pastorale del 1719[3]. In quell’occasione, il presule neretino, giunto ad Aradeo e sceso di fronte alla porta urbica, era stato accolto dal clero e da numerosa popolazione, mentre le campane di tutte le chiese suonavano a festa. Da qui, in processione e con canti, il Sanfelice, “sub pallio serico rubri coloris”[4] sorretto con quattro aste dagli esponenti della nobilissima famiglia D’Acugna, era giunto nei pressi della chiesa parrocchiale dedicata a san Nicola da Myra.

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Prima pagina della Visita pastorale di mons. Antonio Sanfelice (1719) (ph A. Palumbo)

 

Dopo le rituali cerimonie, come di consueto, aveva avuto quindi inizio una sorta di ricognizione dell’edificio sacro. Nel caso della parrocchia aradeina, nonostante le non poche lodi espresse, il presule aveva ordinato l’esecuzione di manutenzioni soprattutto nel tetto e nelle finestre (ovviamente a spese dell’Università che deteneva il patronato sul tempio).

 Visitati dunque anche i sepolcri dei defunti, il coro, l’organo e la torre campanaria, mons. Antonio Sanfelice aveva annotato, quasi a titolo di curiosità storica, che la chiesa di Aradeo in passato era stata retta da clero di rito greco[5]. Subito dopo questo inciso, aveva ripreso la descrizione del tempio a partire dalle porte, la maggiore delle quali era rivolta ad occidente, mentre la minore a sud. Al di sopra di quest’ultima, il porporato aveva notato una vetustissima immagine di S. Nicola di Myra Vescovo, avente nella mano sinistra un libro contenente caratteri greci elegantemente scolpiti nella pietra.

Retro della chiesa di San Nicola ad Aradeo nei giorni della demolizione, (in alto a sinistra è possibile notare un’immagine del santo che sembra reggere con la mano sinistra un libro, così come descritto nella visita pastorale del Sanfelice) (tratto da www.arataion.it)

 

Sempre sulla soglia della medesima porta, aveva infine letto un’ulteriore iscrizione scolpita.

Ecco come appaiono ancora oggi nelle carte dell’Archivio Diocesano di Nardò le trascrizioni di queste epigrafi:

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Trascrizione delle epigrafi presenti sulla porta minore della chiesa parrocchiale di Aradeo (1719) (ph A. Palumbo)

 

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Decreta, Trascrizione delle epigrafi presenti sulla porta minore della chiesa parrocchiale di Aradeo (1719) (ph A. Palumbo) (nota 6)

 

Cosa indicavano tali residue testimonianze del passato greco della comunità aradeina? Né la visita pastorale del Sanfelice, né studiosi di epoche successive (almeno in base alle mie conoscenze) hanno mai proposto una traduzione del testo. Non avendo io una formazione utile a cimentarmi nell’impresa, ho quindi contattato docenti ed esperti che, in non pochi casi, hanno sottolineato le difficoltà di traduzione a causa delle evidenti lacune e del particolare greco utilizzato. Grazie ai consigli di alcuni di essi ed una sorta di passaparola creatosi, sono infine giunto a contattare don Michele Giannone il quale è riuscito a svelare l’arcano di un’iscrizione che, fino a pochi giorni fa, sembrava un rompicapo intraducibile.

Dopo attente ricerche, Giannone, professore presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Lecce, ha individuato in un’antica preghiera al santo di Myra l’origine dell’epigrafe. Il testo, pur con errori di trascrizione che ne hanno reso oltremodo complessa la decifrazione, è tratto infatti dal grande vespro di san Nicola della liturgia ortodossa.

La forma corretta dell’iscrizione scolpita sul libro (ΚΑΝΩΝΑ ΤΗИΕΩϹ Κ ДΚO ΠIΟAO), è dunque ΚΑΝΟΝΑ ΠΙϹΤΕΩϹ ΚΑΙ ΕΙΚΟΝΑ ΠΡΑΟΤΗΤΟϹ[7], da tradurre con “Regola di fede e immagine di mitezza”, ossia un appellativo attribuito a san Nicola presente nelle più antiche preghiere ortodosse. Come evidenziato da Giannone, nell’epigrafe si nota la presenza di Ω al posto di Ο nella parola ΚΑΝΟΝΑ; la confusione di ΠΙ con ΤΗ e di ϹΤ con una lettera inesistente nel greco nella parola ΠΙϹΤΕΩϹ; la congiunzione ΚΑΙ abbreviata con Κ; la trascrizione di ΕΙ con un segno inesistente nel greco nella parola ΕΙΚΟΝΑ di cui manca il ΝΑ finale; la parola ΠΡΑΟΤΗΤΟϹ indicata attraverso Π iniziale e una serie confusa di vocali.

Passando alla frase riportata sulla soglia (NI…ΟΙϹ ΠΑΡΟΙΚΗϹΑϹ ΑΙϹΘΗΤΩ /… ΟΝ ΑΛΗΘΩϹ ΑΝΕΑΕΙΧΘΗϹ Μ…) la sua forma corretta è ΜΥΡΟΙϹ ΠΑΡΟΙΚΗϹΑϹ ΑΙϹΘΗΤΩϹ ΜΥΡΟΝ ΑΛΗΘΩϹ ΑΝΕΔΕΙΧΘΗϹ ΜΥΡΩΙ ΧΡΙϹΘΕΙϹ ΝΟΗΤΩΙ ΑΓΙΕ ΝΙΚΟΛΑΕ[8], da tradurre con “Dimorando sensibilmente a Mira, davvero apparisti olio profumato, unto con profumato olio spirituale, o san Nicola”. È interessante notare, come sottolineato sempre da Giannone, il gioco di parole presente nell’originale greco tra Mira, la città di cui san Nicola fu vescovo, e il termine myron che ne indica la virtù e la santità.

Nelle precedenti visite pastorali non si ha traccia di questa epigrafe, che pur rimanda, per contenuti e lessico, ad un periodo storico in cui in Aradeo vigeva il rito greco (e quindi sicuramente antecedente al XVI-XVII secolo[9]).

Dopo la prima visita di mons. Ludovico De Pennis, datata 1452, così ricca di nomi, toponimi, libri e oggetti liturgici tipici di una comunità di rito greco[10], le tracce di questo mondo erano andate gradualmente a scomparire, salvo poi riemergere inaspettatamente, quasi come «notarella» intellettuale, in una nuova relazione episcopale di inizio Settecento.

Cosa concludere da tutto ciò? In assenza (ad oggi) di notizie certe per una sua datazione, l’epigrafe si pone da un lato come un ulteriore piccolo tassello in una ricerca storica particolarmente complessa a causa della povertà delle fonti e della scomparsa di quasi tutte le tracce materiali del passato; dall’altro conferma l’antico legame che unisce san Nicola ad Aradeo pur nel mutarsi dei tempi, dei riti, delle liturgie e delle stesse sedi destinate al suo culto.

 

[1] P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Paesi e figure del vecchio Salento, a cura di A. De Bernart, III, v. 3, Congedo, Galatina 1989, pp. 65-88; G. Pisanò, Aradeo dalle origini all’Unità d’Italia, ivi, pp. 17 – 64.

[2] P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina, cit., p. 65.

[3] Alla medesima epigrafe si fa riferimento già nella nota 36 del saggio Gli studi storici in Terra d’Otranto comparso nel 1880 su «Archivio Storico Italiano», deprecandone la scomparsa assieme alle altre testimonianze del passato greco del paesino: “Nella Chiesa Madre di Aradeo era (1718) un S. Nicola, con un libro in mano, avente l’iscrizione Κανω I vατηνῆ I ως I x…xοιοαο. E sur una porta di essa era il seguente frammento scolpito sulla pietra: Nι…οις Παροιxηςασαις τη τω ……οναληθως ανεαεχοης μ… Vedi Acta S. Visitat. Nerit. Dioec. , cit. – Esiste tuttavia la Cappella dello Spirito Santo con affreschi greci , tra i quali era la Trinità: nel 1850 scomparve tutto che vi era di antico di costruzione e di pitture sotto le solite restaurazioni (!). Vi è la Cappella di S. Nicola di Mira (Odepor.,cit.)” (Gli studi storici in Terra d’Otranto, in «Archivio Storico Italiano», tomo VI, quarta serie, 1880, p. 114). Ringrazio per questa segnalazione Sabrina Landriscina.

[4] “Sotto un pallio di seta di colore rosso” (Archivio Diocesano Nardò (=ADN), Visite pastorali mons. Sanfelice, c. 111r).

[5] “Olim à Greci Ritus Presbiteris recta fuit” (Ibidem, c. 113r)

[6] Ringrazio don Giuliano Santantonio per la possibilità accordata.

[7] La traslitterazione secondo la pronuncia erasmiana o restituta (quella in uso nei licei) è “kanona pisteōs kai eikona praotētos”; la traslitterazione secondo la pronuncia bizantina (ancora usata nella liturgia ortodossa) è “kanona pistis ke ikona praotitos”

[8] La traslitterazione secondo la pronuncia erasmiana è: “myrois paroikēsas aisthētōs myron alēthōs anedeichthēs myrō[i] christheis noētō[i] agie nikolae”; la traslitterazione secondo quella bizantina invece è “miris parikisas esthitōs miron alithōs anedichthis mirō[i] christhis noitō[i] agie nikolae

[9] Sul tema si veda il primo studio organico sull’argomento scritto da Mario Cassoni negli anni Trenta del Novecento e pubblicato a puntate su «Rinascenza Salentina» col titolo Il tramonto del rito greco in Terra d’Otranto (disponibile on line su www.emerotecadigitalesalentina.it).

[10] B. Vetere, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Congedo, Galatina 1998.

Il tabacco raccontato con garbo in un libro di Salvatore Colazzo

Spongano (ph Giuseppe Corvaglia)

 

di Giuseppe Corvaglia

Per uomini e donne della mia età l’infanzia e l’adolescenza, in estate, si riempivano di frutti della terra succulenti e saporiti: fichi, meloni, uva, angurie, cucummarazzi, pomodori, persichi , albicocche… c’era però un frutto che frutto non era, anche se ugualmente una risorsa importante per le non brillanti economie salentine: il tabacco.

Il tabacco nel nostro vissuto era amico, o almeno conoscente, tiranno, ma anche speranza (quanti motorini per gli adolescenti dipendevano dalla stagione), levatacce alle quattro di mattina e mani sporche di unto amarognolo che si puliva a fatica dalle pieghe della pelle. D’estate diventava cornice alla vita del paese. In ogni angolo c’erano talaretti con le file di tabacco infilato.

Per raccoglierlo al mattino bisognava alzarsi prestissimo e quando il sole saliva nel cielo, ci si sedeva per terra all’ombra delle limese e si trafiggevano le larghe foglie con le acuceddhre per fare le file da stendere al sole. Era davvero una compagnia discreta, uno di famiglia ormai, piacesse o no, da gestire, ma anche da coccolare, da proteggere da quattru nziddhri di pioggia fugace come dalla muntura della notte.

Contadine mettono a dimora le piantine di tabacco (ph Oronzo “Oro” Rizzello)

 

All’epoca non avremmo pensato che sarebbe scomparso dal Salento. Molte famiglie lo producevano e molte si spostavano nel Tavoliere delle Puglie o nel Metapontino per coltivarlo.

A quei tempi la sigaretta era un piacere, un sollievo facile da ottenere per gli adulti, e un modo per sentirsi grandi, una sottile ribellione per i ragazzi.

Anche gli attori fumavano nei film, come nei caroselli pubblicitari, i vecchi e il sigaro sembravano una cosa sola e inscindibile e le bionde sigarette erano anch’esse irrinunciabili.

Gli emigrati al ritorno per le feste portavano cioccolate per i piccoli e sigarette per i grandi. Dalla Francia le sigarette erano le famose Gauloise e dalla Svizzera le Marlboro e le Muratti della Philips Morris molto diffuse anche con il contrabbando.

A raccontarlo oggi non sembra neanche vero, direbbe Francesco De Gregori, invece oggi le sigarette non sono più uno status symbol, un segno distintivo di prestigio, di sicurezza, di classe, sono viste con sospetto: sono indice di vizio, provocano ictus, malformazioni neonatali, infarti, forse anche la “guerra atomica”. In realtà è ben noto come il tabacco crei dipendenza ed è ben noto come il fumo nuoccia alla salute specie quando finisce di essere piacere occasionale e diventa ossessione, vizio, perché, come dicevano gli antichi, “Bacco, Tabacco e Venere / riducon l’uomo in cenere”.

Oggi non si fuma più nei locali pubblici, non si fuma nemmeno nei parchi, ma nemmeno in casa o in macchina. Per fumare si esce sul balcone, ci si ferma alla piazzola di sosta… l’unico posto rimasto tradizionalmente “affumicato” è il bagno delle scuole. Anche l’ONU ha istituito la Giornata senza tabacco che si celebra il 31 maggio

Da alcuni anni Tabacco nel Salento non se ne coltiva più. Non perché lo vieti il monopolio, ma perché non ne vale più la pena.

Ogni tanto qualcuno ne parla con nostalgia dimenticando cosa significava lavorarlo, quali fatiche, quali impegni comportasse, ma a me è rimasta sempre la curiosità di saperne di più, di andare oltre le cose che avevo visto con i miei occhi di ragazzo. (sappiamo che curiosità deriva dal latino “cur”, perchè)

Molti di questi perché ce li spiega un libro davvero molto interessante “I tabacchi orientali del Salento- Quattro storie e loro dintorni.” (Giorgiani Editori – Novembre 2017- 157 pag. 10 €) di Salvatore Colazzo, un agronomo di Collepasso, che con passione racconta la storia del Tabacco, dalla sua scoperta nelle Americhe al Novecent,o con l’interessante ed efficace presentazione di Mario Toma, che inquadra il fenomeno del tabacco dal punto di vista sociologico.

Il libro non è il solito libro che parla degli aspetti della coltivazione, della vita che menavano i contadini, della fatica, dei disagi e delle oppressioni, ben noti ormai, ma ci apre un mondo e ci fa conoscere il tabacco come storia, come pianta, come fenomeno di costume ed evento economico delle nostre terre e del mercato mondiale, come oggetto di desiderio e bene voluttuario.

Colazzo ce ne parla come se raccontasse la storia di un vecchio amico e nel raccontarla ci svela tanti particolari, non solo della pianta in sé, o delle fasi di lavorazione, ma anche di come si sia diffusa dal sedicesimo secolo nel mondo, del perché sia stata apprezzata e si sia diffusa in tutte le classi sociali, di come sia stata una risorsa capace di affossare o rialzare l’economia e di come la stessa pianta sia stata adattata dalla botanica e dalla genetica ai gusti delle persone.

Ci racconta storie di politica incapace che cede le armi a imprenditori avidi vampiri e storie di imprenditori coraggiosi capaci di fare scelte ardite, sicuramente utili alle proprie sostanze, ma pure capaci, con produzioni innovative, di dare pane e guadagno anche alle classi contadine.

La prima storia che ci racconta è quella di questa pianta che arriva in Europa e inizialmente viene utilizzata solo a scopi medicinali da frati erboristi per poi diventare genere voluttuario o ridotto in polvere e fiutato, o avvolto in sigari e fumato o anche appositamente acconciato e masticato.

Del tabacco si apprezza il rude sapore, ma anche il tono che dà (la nicotina è un alcaloide stimolante il sistema nervoso centrale già noto per queste virtù agli indigeni americani che lo usavano per raggiungere una condizione di trance).

Poi ci parla del tabacco salentino e si scopre che non era quel tabacco dai nomi esotici che conosciamo, ma un tabacco che si chiamava Cattaro riccio o Brasile salentino che nemmeno si fumava, ma era buono per ottenere delle ottime e pregiate polveri da fiuto, prodotto che, passando di moda il gusto per le tabacchiere, con la diffusione delle sigarette, manderà in crisi tutta la tabacchicoltura salentina.

Colazzo è molto bravo a raccontare della diffusione sempre maggiore del tabacco in tutto il mondo, dell’evoluzione dei gusti con il sopravanzare della preferenza per il fumo all’uso di tabacchi dal gusto meno forte e più gradevoli . Quindi ci racconta della grande produzione degli Stati Uniti, ma anche del progressivo affermarsi dei tabacchi prodotti nell’area dei Balcani, chiamati turchi o orientali, tali da surclassare il tabacco americano che pure aveva creato il mercato del fumo, così da essere richiesti per migliorare le miscele degli stessi prodotti americani (il primo a miscelarli fu proprio l’americano Philip Morris).

Racconta anche di come lo Stato Italiano fece propria questa produzione avocando a sé la gestione, la produzione e la vendita, creando la Privativa di Stato per il Monopolio di Sali e Tabacchi.

Ci racconta pure, però , di come col tempo lo Stato mostrò di non saper gestire bene la cosa e di come scelse di affidare a una società di imprenditori privati, chiamata Regia Cointeressata (1869), la produzione del tabacco mantenendo il monopolio della distribuzione e della vendita.

I privati cercarono di rendere efficiente la produzione combattendo il contrabbando, che per gli agricoltori era un mezzo per arrotondare i miseri guadagni, ma, essendo loro a stabilire il prezzo e la qualità del raccolto, lucrarono sul prodotto pagando il tabacco ai contadini come di seconda classe per poi usarlo nelle miscele dei sigari come di prima classe.

Questo portò un guadagno effimero perché, in realtà, fece distogliere i contadini dal produrlo e ben presto quegli stessi mezzi che dovevano portare a una maggior efficienza e guadagno diventarono la ragione di perdite per gli imprenditori stessi della Regia Cointeressata e per lo Stato, che aveva il monopolio e doveva produrre il tabacco per fare i sigari. Non disponendo della materia prima, dovette importare il prodotto dall’estero a discapito della bilancia commerciale. Come dire che a voler solo guadagnare speculando si va a perdere tutto: insomma chi troppo vuole nulla stringe.

A questo punto il Colazzo ci racconta due cose anch’esse molto didascaliche: una racconta come lo Stato riprese in mano anche la produzione rilevandola dai privati allo scadere della concessione, e di come, questa volta, investì nella scienza e nella sperimentazione affidandosi ad esperti come Orazio Comes e Angeloni, esperti e botanici di rango, che cercarono di trovare qualità più adatte alla produzione nazionale e al gusto del mercato compatibili con il nostro clima e la nostra terra.

La seconda storia parla di un pioniere deciso e lungimirante il Principe Gallone.

Con la crisi della tabacchicoltura si cercò di trovare delle nuove strade per uscirne. La Camera di Commercio di Lecce fu autorizzata a sperimentare sulla produzione di tabacco, ma si fissò sulle vecchie specie locali, finché un imprenditore illuminato, il Principe di Tricase Giuseppe Gallone, Senatore del Regno, ottenne il permesso di sperimentare nella tabacchicoltura e, collaborando con imprenditori di Salonicco, importò e produsse alcune varietà di tabacchi levantini che nel nostro Salento attecchivano bene, tanto poi da diventare colture pregiate e consentire al Monopolio di non importare più del dovuto tabacchi pregiati dall’estero e rilanciare la produzione del tabacco nel Salento. All’epoca Salonicco era un porto da dove passava quasi tutta la produzione dei tabacchi pregiati orientali perché vicino alla Erzegovina alle città come Xanti e Saluk e lì si poteva imparare la coltivazione di quelle piante e procurarsi le sementi di quelle varietà.

Sen. Giuseppe Gallone Principe di Tricase e Moliterno

 

L’esperimento riuscì e varietà come Erzegovina, Xanti Yaca, Perustitza e Sallucco, diventarono di casa.

Nel libro si parla ancora di altri pionieri che per migliorare la produzione ibridarono specie americane, come il Kentucky con le specie salentine contro le opinioni comuni, qualche volta irridenti, poi smentite dai risultati.

La storia si ferma alla fine dell’800. Continuare avrebbe richiesto un altro libro e questo probabilmente accadrà in un’altra pubblicazione che Colazzo saprà regalarci.

 

http://www.salogentis.it/2013/06/17/tabacco-e-tabacchine/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/01/la-coltivazione-del-tabacco-da-fiuto-sun-di-spagna-nel-salento/

https://issuu.com/salvy/docs/i_suoni_del_tabacco/10

https://www.youtube.com/watch?v=7KV0Lir4gMI min.1-min 7

https://carmiano.wordpress.com/2017/05/30/il-tabacco-attivita-produttiva-del-secolo-scorso-a-carmiano/

 

Le vicende del palazzo dei baroni Sambiasi a Nardò

UN VOLUME RICOSTRUISCE LE VICENDE DEL PALAZZO DEI BARONI SAMBIASI

La presentazione domenica 24 giugno (ore 20:30) in quello che oggi è Palazzo Sambiasi

 

di Danilo Siciliano

È in programma domenica 24 giugno alle ore 20:30 presso le sale di Palazzo Sambiasi (ex Monastero di Santa Teresa), in corso Garibaldi, la presentazione di Un palazzo un monastero – I Baroni Sambiasi e le Teresiane a Nardò, volume edito da Mario Congedo Editore, inserito nella collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli e realizzato con Fondazione Terra d’Otranto e associazione Dimore Storiche Neretine. L’autore è Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa. L’introduzione è a cura di Annalisa Presicce. Il volume ricostruisce e chiarisce finalmente le vicende storiche e architettoniche di quello che fu il palazzo dei Baroni Sambiasi del ramo di Puzzovivo, che fu accorpato al monastero delle Carmelitane Scalze, soppresso nel periodo cosiddetto “murattiano”, agli inizi dell’Ottocento. Il palazzo assunse l’attuale conformazione grazie all’intervento di Giovanbattista Mandoj, il cui stemma è rappresentato nella facciata del palazzo. Si tratta di un volume ricchissimo di immagini in bianco e nero e a colori e di rilievi grafici del palazzo e del monastero.

All’incontro di presentazione interverranno Annalisa Presicce, il direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi don Giuliano Santantonio, il magistrato Francesco Mandoj (discendente di Giovanbattista Mandoj) e dell’autore Marcello Gaballo. Interverranno per un saluto anche Sua Eccellenza mons. Fernando Filograna, il sindaco Pippi Mellone, l’assessore allo Sviluppo Economico e al Turismo Giulia Puglia, l’assessore alla Cultura Ettore Tollemeto, l’editore Mario Congedo, il presidente dell’associazione Dimore Storiche Neretine Antonello Rizzello.

Copertino. Cronache cittadine del secondo Novecento

CRONACHE CITTADINE DEL SECONDO NOVECENTO. STORIA DI UNA STATUA CHE NON C’E’ PIU’

La statua della Madonna di Fatima quand’era sul campanile della Chiesa del Rosario

 

di Luigi Marcelli

All’indomani della rimozione della statua, ormai corrosa e parzialmente crollata, della Madonna di Fatima dal campanile della Chiesa del Rosario, raccolsi il disorientamento di un caro amico che mi chiedeva accorato se avrebbero provveduto ad una sua solerte sostituzione. E aggiungeva: “Ogni mattina, al risveglio, aprivo la finestra e La vedevo di fronte. Le rivolgevo il mio pensiero e sentivo di poter affrontare fiducioso gli impegni della giornata” . Rimasi commosso dalla sua schietta devozione, tanto più perché sapevo che la statua della Madonna non sarebbe più tornata a far bella mostra di sé sul campanile con le braccia e le mani in atto di proteggere la città, sia per insuperabili problemi statici e sia per il parere contrario della Sovrintendenza ai Monumenti.

Il mio amico, dott. Rolli, ha raccolto, su questa statua, delle notizie come al solito dettagliate, che propongo agli amici di facebook.

Nella notte fra domenica 28 e lunedì 29 febbr. 2016, un forte vento abbatteva parte della statua della Madonna che sormontava il campanile della Chiesa del Rosario. L’ora tarda evitava che i grossi frammenti, caduti sul sagrato della Chiesa, provocassero danni a persone e cose. Quella statua (Ovvero quello che rimaneva di essa), che per cinquantacinque anni aveva svettato sul campanile della Chiesa, dovette essere tempestivamente rimossa nella stessa giornata del 29 febbr. Per motivi di pubblica incolumità.

Il campanile con la statua della Madonna

 

LA STORIA – Quando, alla fine del 1959, venne completato il campanile, costruito “a spese” del vecchio Calvario, tipo tempio greco, del 1931, sorse l’idea di issare sulla sua sommità una statua mariana a religiosa protezione della città e dei suoi abitanti. Angelo Martina (Angelo “Francese”) che aveva sostenuto le spese per l’erezione del campanile, si offrì di assumersi anche l’onere economico della scultura della statua. L’incarico venne affidato allo scultore leccese Prof. Oronzo Castelluccio (Lecce 1931-2007).
La statua, che rappresentava la Madonna di Fatima, era in terracotta smaltata color bianco avorio ed ebbe il costo di 250.000 lire. Scomposta in diversi pezzi, giunse in parrocchia l’11 febbr. 1961 e i lavori di sistemazione sul campanile terminarono il 15 apr. 1961. La crimonia di benedizione ebbe luogo il 21 maggio 1961, Domenica di Pentecoste, e Padrino e Madrina dell’inaugurazione furono il Prof. Francesco Renis e la consorte Sig.ra Candia Pugliese.

21 maggio 1961 – Cerimonia della benedizione della statua

 

PICCOLA CURIOSITA’ COLLEGATA – Quando nel 1960 si diffuse per Copertino l’idea del progetto di collocare una statua della Madonna sul campanile del Rosario, l’editore di cartoline illustrate Martina (Rivendita tabacchi n. 4 di Via Roma) dovendo, proprio nel ’60, editare una nuova serie di cartoline, volle anticipare i tempi e per rendere più verosimile l’illustrazione fece stampare una cartolina di Via Vittorio Emanuele in cui si vede il campanile con sopra una finta statua di dimensioni decisamente fuori proporzione.

Il campanile come appare oggi senza la statua

 

L’illustrata del 1960 con una finta statua palesemente sproporzionata

 

Giornate FAI di Primavera. Nardò e il suo castello

di Marcello Gaballo

 

Le vicende storiche del castello di Nardò, oggi sede della civica amministrazione, sono soltanto in parte note, restando le sue origini approssimative e degne di essere ancora studiate.

Intanto occorre dire che il primitivo “castrum” neritino, forse eretto su una preesistente e strategica acropoli o una costruzione romana, era stato concesso nel 1271 ai francescani

dal re Carlo d’ Angiò (1266-1285), tramite il suo congiunto Filippo di Tuzziaco o de Toucy, a causa delle cattive condizioni statiche in cui si trovava e quindi non più atto alla difesa dell’abitato.

Il celebre storiografo francescano Luca Wadding[1] così scrisse a proposito: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

Sui resti e su quanto avanzava dell’antico maniero, che non è dato di sapere a quale anno risalisse, probabilmente realizzato dal normanno Roberto il Guiscardo, i frati fissarono la loro dimora, a lato dell’ attuale chiesa dell’ Immacolata, rimanendovi ininterrottamente per ben sei secoli, fino alla metà dell’800, quando furono soppressi quasi tutti i conventi presenti in città.

Dell’antico castello restò solo il nome al pittagio in cui esso sorgeva, detto per l’ appunto “castelli veteris” (vecchio castello).

Se l’attuale castello è della fine del XV secolo o dei primi decenni del successivo è inevitabile chiedersi, come già altri studiosi hanno fatto, se la città di Nardò abbia o meno posseduto un castello nel periodo compreso tra il 1271 e l’epoca a cui risale il nostro. Oltre due secoli, durante i quali era impossibile che una città importante e grande come Nardò fosse sprovvista di difesa e di un castello.

particolare della facciata del castello di Nardò

Sebbene finora nessuno sia riuscito a scoprire dove fosse collocato, esiste invece certezza che Nardò aveva la sua fortezza, forse non tipicamente angioina o sveva e magari non con i poderosi torrioni o con le caratteristiche dei castelli presenti in ogni luogo d’Italia.

La prova è data dal qualificato lavoro di Lucio Santoro titolato “Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli” (Milano, 1982), in cui si riporta l’ elenco dettagliato e documentato dei castelli esistenti al momento dell’ occupazione angioina, suddivisi per “Giustizierato”. Tra i castelli di Terra d’Otranto, oltre a quelli di Ydronti (Otranto), Licii, Galipuli, Brundusii, Meyani (Mesagne), Orie, Hostuni, Tarenti, Massafre, Motuli (Mottola), Ienusie (Ginosa) e Mante (Matera), è incluso il castrum Neritone, cioè il nostro.

In altro documento del 10 dicembre 1463 il re Ferrante d’Aragona nel castello di Nardò riceve l’omaggio dei cittadini di Ceglie, qui convenuti per la conferma della concessione al loro feudatario.

particolari della facciata (ph Vincenzo Gaballo)

 

Forse solo nuovi documenti potranno identificare il sito su cui sorgeva, a meno che pesanti ristrutturazioni o modifiche non lo abbiano eclissato, senza tuttavia poterne escludere la distruzione.

Nel 1482 il re Ferrante aveva preso le difese del suo parente duca di Ferrara contro la Repubblica di Venezia e questa, per vendetta, aveva allestito una flotta da guerra per attaccare la Puglia. Iniziarono con Brindisi, poi con San Vito dei Normanni e Carovigno, e da qui mossero verso Otranto e Gallipoli, che venne assediata nella primavera del 1484 per alcuni mesi. Si diressero quindi verso l’ entroterra sottomettendo numerosi centri salentini, tra cui Copertino, Galatone e Nardò, che, accerchiata in maniera pressante, si arrese nel luglio 1484. In tale gesto la nostra città era stata incoraggiata dal suo signore Anghilberto del Balzo, conte di Ugento, filo-veneziano, al quale era stata venduta nel 1483 “…con suo castello seu fortellezza et con la Portulania, pesi et misure mezo Banco della Giustizia, et cognitione di prime cause civili, criminali et miste et integro stato per prezzo di 11.000 ducati donandoli tutto lo di più che forse detta Città valesse…”.

Raggiunta la pace tra il re di Napoli Alfonso II, figlio di Ferrante, e Venezia, Nardò per la sua resa fu punita con l’abbattimento delle mura e la perdita delle difese militari. La città fu data in vassallaggio a Lecce (secondo quanto scrive Bernardino Braccio in “Notiziario o parte di Istoria di Lecce”:…con spianarne tutte le mura e vi fece morire il sindaco Notare Andrea e sospese alle forche quattro gentiluomini e dopo li fece in quarti. La possessione della quale città anno perduto i leccesi per loro trascuraggine e negligenza…”). Ecco dunque come la città avrebbe potuto perdere il suo castello.

Per effetto della pace di Bagnolo, il 9 settembre 1495 Nardò, con altri centri, venne restituita al re di Napoli Federico d’Aragona, il quale il 12 marzo 1497 tolse la città al figlio di Anghilberto, Raimondo del Balzo, per donarla a Belisario I Acquaviva d’ Aragona. Fu questi dapprima conte, poi marchese, quindi primo duca, per privilegio di Ferdinando il Cattolico del 1516.

Belisario fece costruire l’attuale castello, realizzato dunque dopo la sua presa di possesso di Nardò, e fece realizzare la cinta muraria, in parte ancora visibile.

Inizialmente provvisto di ponte levatoio, cannoniere, balestriere e feritorie disposte sui lati, il castello ha subito diversi rifacimenti e restauri, che hanno mutato le linee architettoniche originarie e l’antica facies, mutandosi in palazzo gentilizio.

particolare della pianta del Bleau-Mortier con il castello, parte della cinta muraria e porta Viridaria

 

A pianta quadrangolare, secondo le più aggiornate tecniche di difesa dell’epoca,  mostra ancora oggi quattro torrioni a mandorla, di cui uno, quello che protende verso Piazza Battisti (più noto come “torre ti lu ‘nnamuratu”) è il più sporgente rispetto al perimetro del castello e alle mura della città, ed un tempo era collegato con porta Viridaria. L’altro, compreso tra Piazza Battisti e Via Roma, è certamente il più antico, e forse il solo originario, come documenta il bellissimo bucranio con l’arme dei duchi Acquaviva ancora visibile nella parte più alta, incastonato nella cortina muraria.

bucranio dei duchi Acquaviva d’Aragona sul torrione meridionale del castello di Nardò

 

Altri stemmi della stessa famiglia, evidentemente posteriori, sono sui due torrioni del prospetto principale, che, come gli altri, sono cilindrici nella parte superiore e a scarpa nel pian terreno. Cornicioni lievemente aggettanti poggiano su piccole mensole, riprese su quasi tutto il perimetro.

altro stemma dei duchi Acquaviva d’Aragona, su uno dei torrioni settentrionali

 

Subito prima del portone, a sinistra, vi era il corpo di guardia, che vigilava l’ingresso alla ridotta piazza d’armi, cioè il cortile interno. Nella parte superiore dimoravano i duchi Acquaviva ed i loro familiari, come è documentato nei secoli XVI-XVII.

Il fossato che lo circondava fu colmato nel secolo scorso ed una parte, quella attaccata alla città, fu trasformata in giardino inglese (attuale Villa Comunale).

Le decorazioni ottocentesche della facciata, con fregi ed archetti molto eleganti, fu aggiunta dai baroni Personè, la cui arme col motto è visibile sul prospetto del balcone, con diverse figurazioni di corazze e trofei che si vedono un po’ dappertutto. I lavori di restyling e le decorazioni furono eseguiti dall’ing. Generoso De Maglie (Carpignano, 1874 – 1951), che aveva prestato la sua opera anche per alcune delle ville gentilizie degli stessi baroni in località Cenate.

Per altre notizie si rimanda a:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/27/note-storiche-sul-castello-aragonese-di-nardo/

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni

Mario Colomba, Le pratiche dell’arte del costruire nel territorio di Nardò e dintorni. Appunti di viaggio nel mondo dei fabbricatori e degli artigiani nella metà del ’900. Nardò, Tipografia Carrino, 2017, pp. 136, ISBN 9791220021937.

Mario Colomba Copertina

Un’interessante edizione di pochi mesi fa arricchisce la bibliografia salentina. A scriverla l’ingegnere Mario Colomba, noto professionista di Nardò, alla sua prima esperienza di scrittore, ma con incredibile esperienza sul campo, che ha voluto affidare alla carta perché resti alle nuove generazioni di costruttori e di quanti sono coinvolti nell’edilizia civile e privata.

Tecniche e terminologie ormai in disuso, soppiantate da nuove tendenze e dalla tecnologia che ha annullato la vera arte del costruire, tramandata per generazioni ed ormai desueta.

L’originalità del volume non sta tanto nell’affascinante e coinvolgente racconto, visto che si legge tutto d’un fiato, quanto nella chiara ed esauriente esposizione della sapiente tecnica costruttiva delle maestranze neritine, di cui l’Autore è stato  protagonista e non spettatore delle “numerose applicazioni spesso geniali che venivano ripetute come regola indiscutibile della tradizione edilizia…   pervenuti praticamente inalterati dall’epoca romana”.

L’intento su questo lavoro editoriale l’Autore lo esplicita chiaramente nella prefazione, ritenendolo un dovere, anzi un obbligo morale, al fine di “ricordare l’opera, il lavoro, il sacrificio di tanti che mi hanno trasferito tante conoscenze, di cui mi sento costretto a farne cenno per rinnovarne la memoria o riportarle alla attenzione di chi non le ha vissute o conosciute”. E lo fa condensando nelle pagine “tante emozioni, sensazioni, successi, sofferenze e aneddoti che hanno contraddistinto l’attività edilizia di chi ha operato in un’epoca ormai passata”, pur consapevole che non si tratta di saccenteria, né di ambizione a scrivere un manuale d’uso: “Semplicemente si tratta di una sorta di appunti di viaggio, di un racconto che si snoda intorno a fatti, persone e circostanze, sempre legate nella mia memoria ad avvenimenti che spesso mi hanno visto personalmente coinvolto, sia da protagonista che da osservatore. E’ una sorta di retrospettiva personale rivisitata col filtro della maturità e delle conoscenze scientifiche e tecniche successivamente acquisite. Si tratta di rivedere immagini a volte sfocate come di un sogno o di un paesaggio che si osserva dal finestrino di un treno in corsa”.

Insomma – come ancora si legge – ” una testimonianza per il lavoro, i sacrifici e le fatiche, spesso immani, sopportate da quanti hanno contribuito personalmente alla realizzazione di quei manufatti, di quelle opere che oggi ci incuriosiscono e ci stupiscono; oppure per una sorta di riconoscenza per quei maestri muratori, primo fra tutti mio padre, che con il loro esempio ci hanno lasciato tanti insegnamenti, non solo di ordine tecnico e professionale ma anche morale, elargiti con prodigalità e disinteresse, senza esibizionismo e quindi con sincero affetto ed altruismo”.

L’Autore ci ha affidato alcuni capitoli del suo lavoro, per essere riproposti su questo sito, come faremo periodicamente. A lui il nostro ringraziamento per la disponibilità e, soprattutto, per aver voluto trasmettere le conoscenze e l’esperienza sua e dei tanti mastri muratori per i quali era fondamentale “…costruire come se dovessimo vivere mille anni e vivere come se dovessimo morire domani”.

 

Chi è interessato a ricevere copia del volume può rivolgersi direttamente all’Autore, tramite posta elettronica: studiomariocolomba@gmail.com

Libri| Dall’Urna della Storia. Melendugno 1683

Dall’Urna della Storia. Melendugno 1683

Libro in cui vengono annotati i Decreti e gli ordini emanati dall’ill.mo e rev.mo Mons. Don Michele Pignatelli Vescovo di Lecce nell’atto della visita della chiesa parrocchiale della terra di Melendugno, iniziando dalla prima che avvenne il 13 noveMbre 1683, e scritta da me Don Serafino Potì arciprete della medesima Parrocchiale.

di Oronzo Mazzeo

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(dalla prefazione)

Capita, a volte, che dall’urna della Storia riemerga un tesoro che per anni e secoli è rimasto sepolto e quasi condannato all’oblìo del tempo.

E allora, il passato riappare sotto i nostri occhi quasi un’iride dopo una oscura e tumultuosa tempesta, come il riflesso in uno specchio, che altro non è che il nostro stesso riflesso oggi, quando sembra che gli insegnamenti della Storia siano stati dimenticati e vengano calpestati in nome di un’antica barbarie mai superata, con tutte le sue pagine di discriminazione e di morte.

L’arcobaleno della nostra esistenza può così immergersi in una dimensione di eternità, splendido come il sentiero della messaggera degli dei in una perenne giovinezza, se solo riusciamo a liberarci da ogni sovrastruttura che ci allontani dalla nostra umanità e tenda a giustificare ogni errore.

E’, purtroppo, un sogno che non alberga in tutte le intelligenze e che corre il rischio di non diventare mai realtà concreta, ma è un sogno che vogliamo ancora accarezzare, un sogno che nell’alba di ogni domani ci fa guardare il nuovo sole con occhi colmi di speranza in una palingenesi di pace, di convivenza e di solidarietà.

Se il futuro non ci appartiene, se il presente ci sfugge, se la “numerata mensuratio rerum”, è una “categoria a priori” della nostra facoltà gnoseologica, che non possiamo cogliere nella sua pienezza, è unicamente ciò che prima eravamo la sola possibilità di porre un piede nel divenire del “panta rei”, l’unico valido aiuto per poter progettare il futuro sulle basi dell’esperienza di ieri.

Succede, quindi, che il forziere di quell’urna si schiuda e ci faccia rivivere giorni che sembrerebbero tramontati per sempre, ma che rivediamo in noi stessi, nel nostro ambiente e nel sangue di quanti ci hanno preceduti e che continuerà a scorrere nelle vene di quanti verranno dopo di noi, ai quali siamo obbligati a consegnare tempi nuovi.

Un semplice invito ci ha fatto riaprire l’urna di tre secoli addietro e la realtà dei nostri antenati, una realtà diversa dalla nostra, tragica e amara forse, ma ricca di vita, riappare sotto i nostri occhi, ormai disincantati, pur tuttavia attoniti, e ci fa riscoprire una Melendugno, la cui storia continua a voltare le pagine dei nostri passi.

Le nostre strade, le nostre campagne, le nostre coste e i nostri nomi e cognomi riemergono e ci proiettano indietro in una dura esperienza di vita.

La macchina del tempo ci ha offerto il fascino di un giorno lontano ormai passato che vogliamo regalare a tutti i cittadini di Melendugno, ai nostri figli e ai nostri nipoti.

La bellezza di un documento eccezionale, vergato da una penna eccezionale ci ha offerto l’eredità di un uomo eccezionale: Don Serafino Potì.

 

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Indice del volume

Pag. 5              Prefazione

Pag. 7              Annotazione di Antonio Nahi

Pag. 8              La parola al parroco Don Leonardo Giannone

Pag. 10            Nota dell’autore

Pag. 11            Il perché dell’opera

Pag. 15            Struttura dell’opera

Pag. 16            Serafino Potì chi era

Pag. 21            Versione italiana del manoscritto di Don Serafino Potì

Pag. 77            Manoscritto latino di Don Serafino Potì

Pag. 131          Note al manoscritto

Pag. 149          Il suo latino e le sue tecniche

Pag. 155          Il suo italiano ed il suo dialetto

Pag. 157          Don Serafino Potì e la sua famiglia ecclesiastica

Pag. 159          La nostra chiesa matrice

Pag. 173          Gli altri luoghi di culto

Pag. 184          Quale società ci ha tramandato

Pag. 187          Qualche curiosità storica

Pag. 194          I nostri antenati

Pag. 198          Toponomastica

Pag. 200          Valore del manoscritto

Pag. 202          Tre Vescovi “Pignatelli” a Lecce

Pag. 206          Barone Placido d’Afflitto

Pag. 208          Melendugno

Pag. 209          Bibliografia

 

La biblioteca degli Alcantarini di Parabita

“Un bene storico di particolare rilevanza” è stato riconosciuto il fondo librario parabitano dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e Basilicata, e lo dice entusiasta il parroco della chiesa matrice don Santino Bove Balestra.

Il nucleo originario proviene dai frati Alcantarini, presenti per circa 150 anni e poi soppressi nella cittadina nel 1861, salvato dall’arciprete Gaetano Fagiani negli anni 30 del secolo scorso.

Fu il monsignore a volerlo custodire presso la casa canonica della parrocchia San Giovanni Battista, dove ancora esiste, con una consistenza di 570 volumi editi tra il 1491 e il 1830 (un incunabolo, 19 cinquecentine, 78 seicentine, 433 settecentine e 40 ottocentine).

Il fondo fu studiato, e analiticamente catalogato, da Laura Stefanelli, che pubblicò le risultanze nel volume “La biblioteca degli Alcantarini di Parabita” (Congedo editore).

Ora c’è da sperare che possa essere incrementato e reso fruibile.

 

Si legga inoltre:

http://www.piazzasalento.it/parabita-la-soprintendenza-riconosce-la-rilevanza-storica-della-biblioteca-degli-alcantarini-89032

 

 

Prima Giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. A Galatone

a cura di Crocifisso Aloisi
Il Consiglio Regionale della Puglia, nella seduta 66 del 04 luglio 2017, ha deliberato quasi all’unanimità (3 contrari e 2 astenuti) l’istituzione della ‘GIORNATA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME MERIDIONALI DELL’UNITÀ D’ITALIA’, il 13 febbraio di ogni anno.
Il processo storico/politico che ha portato all’Unità d’Italia, al netto di tutta la retorica risorgimentale, è stato un processo doloroso che ha comportato violenze, eccidi di massa, deportazioni e torture in tutto il Sud Italia. Di questo la storiografia ufficiale non parla adeguatamente, malgrado i numerosi studi e documenti (comprovanti quello che è realmente accaduto in quel periodo) che stanno emergendo in questi anni.
Di tutto ciò si parlerà a Galatone il 10 febbraio 2018, con inizio lavori alle ore 17:30, nella Sala del Palazzo Marchesale in occasione delle celebrazioni della I Giornata della Memoria per le vittime Meridionali dell’Unità d’Italia. Il convegno, che ha avuto il patrocinio del Presidente della Giunta Regionale (decreto 41 del 25 gennaio 2018),  avrà come relatori i giornalisti e scrittori Pino Aprile e Lorenzo Del Boca. La quasi unanimità dei consensi che l’evento ha avuto è un segnale di unità politica che il Consiglio Regionale ha voluto dimostrare e dovrebbe interessare, trasversalmente, anche tutte le forze politiche locali
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Festa di S. Biagio a Nardò. Si rinnova l’antichissimo rito della benedizione della gola il 3 febbraio

Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)
Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)

 

Ancora un santo armeno nella città di Nardò. Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggerà il 20 febbraio, i neritini festeggiano il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore).

Il  martirio di san Biagio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al suo rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato, dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, ecco che queste categorie lo vollero designare quale loro protettore.

Come di consueto torna dunque ad esercitarsi l’antichissimo rito della benedizione della gola, atteso dai fedeli e dalla popolazione di Nardò e dei paesi vicini sabato 3 febbraio, giorno in cui si festeggia il santo martire Biagio, venerato nella chiesa di Santa Teresa.

La confraternita del SS. Sacramento, di cui il santo è protettore, ha predisposto e diffuso il programma, con il triduo che inizierà il 31 gennaio, per proseguire con la messa solenne celebrata dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, e con la benedizione impartita ad ogni intervenuto da sacerdoti e diaconi, dalle 15 del pomeriggio e fino a tarda serata.

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono anche degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a san Biagio, che in vita fu medico, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola.

Il motivo dell’antico patrocinio a Nardò potrebbe ricollegarsi ad una epidemia di difterite che colpì la popolazione neritina nel XVII secolo in città, che procurò non pochi lutti, specie tra i più piccoli, che morirono per l’asfissia determinata dalle croste in gola causate dal germe. Ma un altro motivo potrebbe rimandare all’antichissima e nobile famiglia dei Sambiasi, il cui nome, fino al XVII secolo, era Sancto Blasio, per l’appunto San Biagio, dei quali un ramo viveva accanto alla chiesa in cui tuttora si festeggia.

In occasione delle celebrazioni, nella chiesa di S. Teresa viene esposta al pubblico la statua del santo, di grandezza naturale, eccellente  cartapesta policroma, realizzata a spese dei fedeli neritini nell’anno 1888. Il santo, affiancato dal fanciullo appena guarito, è a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia; indossa i paramenti vescovili orientali, con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, ed il classico omoforion, la lunga sciarpa ornata di croci.

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Sullo stesso argomento vedi:
http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/03/3-febbraio-san-biagio-vescovo-e-martire-il-culto-del-santo-a-nardo-e-in-puglia/

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

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Tra luci, forme e colori…

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

 

di Stefano Tanisi

L’idea di istituire una Pinacoteca comunale a Ruffano nasce nel 1997, con il progetto “Cento artisti per Ruffano”, promosso dell’Amministrazione Stradiotti, attraverso cui il Comune di Ruffano, nelle tre edizioni tenute dal 1997 al 1999, ha visto la generosa donazione di numerose opere d’arte da parte di artisti e collezionisti. La raccolta e le relative mostre sono state curate dal noto storico e critico d’arte prof. Carlo Franza.

La Pinacoteca comunale di Ruffano vanta un fondo costituito da oltre 300 opere d’arte contemporanea realizzate da artisti di rilevanza nazionale e internazionale come Goliardo Padova, Luigi Veronesi, Ibrahim Kodra, Walter Lazzaro, Giovanni Conservo, Salvatore Fiume ed altri, comprendenti opere di pittura, scultura e grafica, tutte inserite nei tre cataloghi curati da Carlo Franza di “ARS – Collana di Arte contemporanea del Comune di Ruffano” (“Il disvelamento dell’arte tra sacro e profano”, 1997; “Il mito mediterraneo”, 1998; “La porta d’Oriente”, 1999), editi da Congedo editore.

La collezione rappresenta tutto il secolo scorso, come ha scritto il Franza, «nello specchio del primo e del secondo Novecento, – con le immagini della figurazione nuova, del realismo esistenziale, del magico realismo, del nuovo surrealismo, dell’astrattismo lirico, dell’arte strutturale, cinetica, dell’informale, fino alle vicende degli anni Ottanta-Novanta».

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Dopo il 1999, la collezione fu errante negli edifici comunali per una decina di anni, fino a quando nel 2008 è stata individuata la sua sede presso l’ex Convento dei Cappuccini, in Piazza della Libertà, attraverso la realizzazione di due sale espositive attrezzate.

Sin dal 2011, questi luoghi si sono animati con personali di artisti nazionali e internazionali, mostre didattiche e di documentazione storica.

In occasione dei vent’anni dalla sua costituzione, dopo che l’attuale Amministrazione comunale – guidata dal sindaco Antonio Cavallo – ha curato il riallestimento museale delle sale, la Pinacoteca organizza la mostra “Tra luci, forme e colori…” sulle opere più significative della sua collezione, con l’intento di creare un percorso, mai scontato e sempre suadente, che possa dialogare con la sensibilità del visitatore attraverso la percezione dei colori, delle forme, delle luci, dei contrasti, delle ombre e dei materiali.

Accanto alle opere di maestri scomparsi come Giovanni Conservo, Albino De Francesco, Imer Guala, Walter Lazzaro, Rosalba Masone Beltrame, Carola Mazot, Montevago, Goliardo Padova, Petros, Luigi Poiaghi, Raffaella Robustelli, Enrico Sirello, Antonio Stagnoli, troviamo artisti affermati quali Paolo Barrile, Xante Battaglia, Daniele Bertoni, Giovanni Blandino, Gloria Bornacin, Gianni Brusemolino, Giovanni Campus, Secondo Chiappella, Clelia Cortemiglia, Francesco Cucci, Ivan Cuvato, Leonida De Filippi, Mario De Leo, Denise De Rocco, Giuliano Del Sorbo, Germana Eucalipto, Primo Formenti, Angelo Dionigi Fornaciari, Achille Guzzardella, Leila Lazzaro, Donato Linzalata, Giacomo Lussu, Diego Mancini, Max Marra, Franco Marrocco, Felice Martinelli, Antonio Massari, Alfredo Mazzotta, Tino Montagna, Geri Palamara, Antonio Pizzolante, Antonio Pugliese, Giorgio Reggio, Flavio Roma, Giuseppe Rossicone, Pino Salvatore, Giuseppe Siliberto, Osvaldo Spagnulo, Salvatore Spedicato, Tony Tedesco.

L’obiettivo primario della Pinacoteca comunale è puntare sulla cultura delle arti visive, come strumento di attrazione per la cittadinanza, le scuole e i turisti, grazie a mostre tematiche periodiche che possano anche valorizzare la collezione comunale.

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La mostra “Tra luci, forme e colori…” è visitabile fino al 30 marzo 2018 presso la sede della Pinacoteca comunale di Ruffano in piazza della Libertà (presso l’ex Convento dei Cappuccini), dal lunedì al venerdì dalle ore 16.30 alle 18.30, mercoledì e venerdì dalle ore 10.00 alle 12.00, e su prenotazione.

Per le visite negli orari indicati rivolgersi alla Biblioteca comunale, sita in via Napoli n. 15.

Per informazioni: pinacotecaruffano@libero.it, tel. 0833.1821254.

Sopravvive parte degli affreschi di S. Maria dell’Umiltà in Parabita

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di Marcello Gaballo

Sempre il 28 dicembre prossimo (ore 19, presso il salone dell’ex Seminario, in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò), tra le opere “ritrovate”, dallo storico dell’arte Dott. Paolo Giuri saranno presentati al pubblico gli affreschi di gran pregio recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa domenicana del Rosario in Parabita, già esposti nella sede di rappresentanza della Regione Puglia nella Capitale.

Non sono note le vicende della predetta chiesa, annessa al convento di Santa Maria dell’Umiltà, che si ritiene fondato agli inizi del XV secolo, per poi essere soppresso con le leggi eversive agli inizi del XIX secolo, quando fu acquisito dal Comune, che poi lo destinò a sede dei Regi Carabinieri, del Giudicato e della Cancelleria Comunale[1].

Gli inevitabili rimaneggiamenti hanno snaturato il complesso, sino a cancellare l’originario impianto, che si sviluppava anche su un piano superiore, adibito a dormitorio della fraternità, con il coro “di notte”.

L’antica chiesa che ospitò gli affreschi fu invece ceduta negli anni 30 del Novecento alla parrocchia di San Giovanni Battista, che nel 1954 la riadattò parzialmente per attività ricreative, con danni irreparabili e distruzione dei diversi cicli di affreschi, di gran parte degli elementi architettonici, tra cui ben dieci altari, sedici cenotafi[2] ed un fonte battesimale lapideo, probabilmente realizzati verso la metà del ‘500, essendo barone e feudatario Pirro Granai Castriota[3].

La mancanza di adeguata descrizione dell’importante complesso in qualificate pubblicazioni e le scarse notizie documentarie finora reperite impediscono di cogliere le varie espressioni artistiche che erano senz’altro presenti nell’unico ambiente chiesastico, le cui vicende forse potrebbero essere chiarite da uno studio attento su quanto è sopravvissuto sino ai nostri giorni. Non resta traccia del suo soffitto ligneo a cassettoni, di cui si tramanda il solo ricordo, mentre avanzano la facciata con il caratteristico rosone e le sculture raffiguranti la Crocifissione e una Annunciazione.

Pur trattandosi di frammenti, tuttavia quelli che saranno ospitati nel museo sono ben identificabili in alcune delle figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi, forse realizzati da differenti frescanti ed inseriti in più cicli di epoche diverse.

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Di essi senz’altro merita maggiore attenzione quello della Vergine con il Figlio, se non altro per essere attualmente (e sin dal 1847) la Protettrice di Parabita (da compatrone che era insieme a San Sebastiano e San Giovanni Battista).

In attesa di conoscere le valutazioni del Dott. Giuri, non è peregrino ipotizzare per questa una datazione intorno alla metà del ‘400[4]. Di lì a poco, nel 1456, la nostra chiesa sembra costituisse una delle tappe da raggiungere prima di concludere il pellegrinaggio sino a Finibus Terrae disposto dal re di Napoli Alfonso d’Aragona, che “mandao certi penitentiali, vestiti di bianco per tutte le perdonancie fieni (fino) a Santa Maria de Leuche per applicare (sedare) l’ira di Dio”[5].

Il nostro affresco della Madonna della Coltura sembra esser la copia dell’omonima immagine del celebre monolito parabitano (oggi nel santuario), copia di quella Madonna del tipo dell’Eleousa rappresentata nella basilica orsiniana di S. Caterina in Galatina (1435-1445) e nella chiesa di Santo Stefano a Soleto[6].

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[1] A. D’Antico (a cura di), Parabita. Memorie e sue antichità di Giuseppe Serino, Il Laboratorio, Alezio 1998, p. 33.

[2] O. Seclì, Parabita nel ‘700. Dinamiche storiche di un secolo, Il Laboratorio, Parabita 2002, p. 93.

[3] Cfr. O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, Il Laboratorio, Parabita 1992, p. 4.

[4] O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, cit., p. 19.

[5] A. De Bernart, Iconografia della Madonna della Cultura nella storia di Parabita, Galatina 1998, p.19.

[6] Idem, p.19; AA.VV., Il santuario della Coltura e l’Ordine dei Frati Predicatori, Bari 1982, p.125.

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Le opere “ritrovate” nel museo diocesano di Nardò

Un evento importante per la storia dell’arte quello del 28 dicembre prossimo, quando saranno presentate al pubblico alcune opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò, che oramai si ritiene a pieno titolo uno degli “scrigni” pugliesi, visto il consistente patrimonio raccolto in questi anni e qui esposto.

L’incontro, avrà inizio alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario (Sala Roma), in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò, con interventi di Mons. Giuliano Santantonio (direttore del Museo Diocesano), di S. E. Mons. Fernando Filograna (vescovo di Nardò-Gallipoli), dell’Arch. Maria Piccarreta (soprintendente ABAP Lecce-Brindisi-Taranto), della Dott.ssa Caterina Ragusa (storico dell’arte).

Due le relazioni che saranno presentate, delle quali la prima tenuta dal Dott. Paolo Giuri, storico dell’arte, che illustrerà gli affreschi recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa di S. Maria dell’Umiltà in Parabita, esposti nella sede rappresentativa della Regione Puglia nella Capitale. Pur trattandosi di frammenti, tuttavia sono ben identificabili le figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi.

Lo storico e giornalista Giovanni Greco si soffermerà invece sulla tela del Battesimo di Gesù di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse. Egli tratterà del cappuccino Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), la cui attività si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

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Libri| Storia dell’Arte della cartapesta

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L’arte della cartapesta in Occidente è, senza dubbio, un’eccellenza della cultura italiana, anche se in passato è stata poco studiata e per questo è ancora quasi sconosciuta. La causa principale del disinteresse è dovuta alla sua materia che, originata da umili stracci, è ritenuta una sostanza vile e quindi inadatta alla produzione di opere d’arte.
L’autore del libro esamina tutti i motivi che hanno causato lo scarso interesse da parte degli studiosi per quest’arte e demolisce il preconcetto della poca affidabilità della materia cartacea alla produzione di opere d’arte. Flammia, che è anche lui stesso un maestro della cartapesta, attraverso un esame rigoroso e meticoloso rivaluta l’arte della cartapesta dalle prime sperimentazioni nelle botteghe toscane alla metà del ‘400 sino all’arte moderna. Vengono così esaminate con passione e competenza le opere degli artisti del passato e di quelli moderni, che hanno creato opere d’arte di cartapesta di grande rilievo, come Jacopo della Quercia, Donatello, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano, Jacopo Sansovino, Ferdinando Tacca, Beccafumi, Bernini, Algardi, Angelo Gabriello Piò, Sanmartino, sino a Dubuffet e agli ultimissimi sperimentatori. L’autore non tralascia di esaminare anche gli artisti meno noti al pubblico soprattutto quelli che hanno apportato delle novità tecniche, analizzando inoltre le loro opere in ogni forma espressiva.
L’autore analizza ancora l’affermazione di questa attività artistica e le ragioni che hanno determinato la sua espansione nelle regioni italiane, in altri paesi europei e nelle Americhe.
Al confronto con la precedente pubblicazione del 2011 (Storia dell’arte della cartapesta- la tecnica universale), Flammia in questo nuovo studio, più organico e più rigoroso dal punto di vista filologico, affronta anche temi come l’arte della cartapesta e della mistura in Sicilia, ivi compreso l’utilizzo della materia cartacea negli allestimenti festivi importanti. Nello studio meticoloso di Flammia emerge inoltre un patrimonio demo antropologico straordinario, dai giocattoli alle arti applicate, dalle suppellettili agli allestimenti scenici ed effimeri. L’autore evidenzia la duttilità della cartapesta utilizzata persino nell’edilizia e nella produzione di imbarcazioni. La chiesa di Bergen in Norvegia (1793), costruita con materiale cartaceo e la canoa di carta con cui l’esploratore Nathaniel Holmes Bishop intraprende un lungo viaggio dal Quebec al Golfo del Messico (1874), sono tra le molteplici peculiarità del libro che lo rendono unico nell’ambito della editoria d’arte.

Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.
Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.

Il libro sarà presentato al pubblico della Capitale il 16 febbraio alle ore 17,00 presso la Fondazione Besso di Largo di Torre Argentina, 11.  I relatori saranno gli storici e critici d’arte Claudio Strinati Nicoletta Cardano. Coordinerà i lavori lo scrittore e storico del cinema italiano Ennio Bispuri.

 

Ezio Flammia artista e scenografo, maestro della cartapesta. Ha realizzato scenografie e costumi per 22 opere teatrali e ha collaborato all’allestimento di varietà in prima serata per Rai  Rete 2. Ha restaurato importanti opere di cartapesta per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Sue opere fanno parte delle collezioni dei musei: Museo Histórico Nacional di Santiago del Cile; Museu do Cinema di Lisbona; Museo Naz. delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma; Museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 di Pieve di Cento; Museo d’arte moderna e dell’informazione di Senigallia; Galleria d’arte moderna di Monreale; Fondazione “G. Boldini”di Mogliano Veneto; Museo della Fondazione “Casa di Dante in Abruzzo” di Torre de’ Passeri.
Nel 1996 ha ricevuto presso la Camera dei Deputati il premio internazionale alla carriera per le arti, La Plejade.
È autore di :

Maschere di stoffa, di ferro. Mito materia e ragione, Roma, 1996;
Storia dell’arte della cartapesta – La tecnica universale, Roma, 2011;
Fare cartapesta e scultura di stoffa, Dino Audino Editore, Roma 2014

 

Libri| La Collegiata di Grottaglie

Rosario Quaranta, “Insigne e antichissima”. Studi sulla Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie”. Prefazione di Vittorio de Marco. Al Parroco Don Eligio Grimaldi nel XXV dell’ordinazione sacerdotale. Edizioni Grifo, Lecce 2017 (pp. 396, n. 166 illustrazioni in b/n).

 prima di copertina

L’insigne chiesa Collegiata Maria Santissima Annunziata, principale tempio cittadino di Grotta­glie, è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti al­tri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche.

Dedicati al Rev.mo parroco D. Eligio Gri­maldi nella fausta ricorrenza del XXV anniversario dell’ordinazione sacerdo­tale, nel volume sono raccolti vari studi che l’Autore ha condotto nel corso degli anni sui vari aspetti che hanno contrad­distinto l’esistenza e l’attività di una isti­tuzione che ha rappresentato e rappre­senta ancora il fulcro della religiosità, della devozione, dell’arte e della cultura di una Comunità che trae dalle antiche radici linfa preziosa per programmare e vivere il proprio futuro.

È la storia di un monumento che acco­glie non soltanto elementi storicamente importanti di santità,di arte e di cultura, ma è anche la storia di una “Ecclesia Ma­ter” che svela e guida premurosamente i suoi figli sulla strada dell’amore, della comprensione e dell’aiuto reciproco.

“Il volume – ricorda Vittorio De Marco nella Prefazione – ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso per­ché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problemati­che trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura del­la complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie”.

 

INDICE GENERALE

Premessa (D. Eligio Grimaldi)

Prefazione (Vittorio De Marco)

Introduzione (Rosario Quaranta)

Parte prima

L’INSIGNE E ANTICHISSIMA CHIESA COLLEGIATA DI GROTTAGLIE

 Cenni storici: Grottaglie – Le origini della chiesa madre – Il Cinquecento – Il Seicento – Una descrizione della collegiata – Secoli XVIII- XX – Francesco de Geronimo alla gloria degli altari – L’unità d’Italia: problemi postunitari e mania di distruzione

La Collegiata oggi: Facciata – Interno – Cappelle a sinistra – Presbiterio, abside e coro – Cappelle a destra – Sagrestia – Campanile – Atrio

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

 Approvazione dello “Status Insignis Collegiatae Ecclesiae Cryptaliensis” dell’arciprete Francesco Antonio Caraglio

Antica presenza ebraica a Grottaglie (secc. XIV-XVI)

Testamento dell’arciprete Leonardo Cecere a favore dell’ospedale e della cappella di san Marco di Grottaglie (1464)

Una curiosa lite a Grottaglie nel 1538 – 39 al tempo di Bona Sforza regina di Polonia

Cinque lettere della regina Bona Sforza di Polonia al Capitolo e Clero di Grottaglie e altri documenti

Il Seicento: tra prepotenze, scomuniche e difesa delle immunità ecclesiastiche

Grottaglie barocca. Una fervida stagione culturale

Il prete brigante don Ciro Annicchiarico

Dichiarazione di preminenza del capitolo e concessione delle insegne solenni

Chiesa e società civile a Grottaglie negli anni del Risorgimento nazionale

 

PARTE SECONDA

I SANTI PATRONI DI GROTTAGLIE

La Vergine Santissima della Mutata: Grottaglie città mariana – Patrona “ab immemorabili” – Un panegirico provvidenziale – Una statua d’argento per la Patrona

Due santi inseparabili a Grottaglie: Francesco de Geronimo e Ciro d’Alessandria – Introduzione del culto di San Ciro – Ruolo dell’arciprete Tommaso de Geronimo e della confraternita del Rosario – suppliche per la beatificazione del de Geronimo – L’Ufficio di San Ciro

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

Introduzione del nome Ciro o Cira a Grottaglie

  1. Francesco de Geronimo padrino della figlia del duca di Martina

Testamento dell’arciprete Tommaso de Geronimo

L’autore dell’ufficio liturgico di san Ciro: il canonico Giuseppe Roppoli

Proclamazione di San Ciro a Patrono “minus principalis” e approvazione dell’ufficio liturgico

Richiesta e concessione del patronato, dell’ufficio e della messa di S. Francesco de Geronimo

Concessione di indulgenza plenaria per la festa di san Ciro

Riconoscimento di san Ciro come patrono principale di Grottaglie

 

PARTE TERZA

TESORI DELLA CHIESA MADRE

La croce “de notabile artificio” dell’arciprete Francesco Antonio Sammarco (inizi sec. XVI)

L’organo rinascimentale

La grande tela dell’Annunciazione

Il Cappellone di San Ciro

L’archivio capitolare

Verso il Museo della Collegiata

SERIE DEGLI ARCIPRETI DELLA CHIESA COLLEGIATA

Indice dei nomi e delle cose notevoli

 

PREFAZIONE

 Una parte significativa della ricca produzione scientifica di Rosario Quaranta è stata raccolta in questo volume che vuole essere un omaggio all’attuale parroco della Chiesa Madre di Grottaglie d. Eligio Grimaldi per il suo XXV di sacerdozio. Il comune denominatore che unisce tutti i saggi riproposti, e ulteriormente ampliati, è proprio l’insigne collegiata dedicata all’Annunziata. Sappiamo bene il particolare rapporto che lega il prof. Quaranta alla chiesa madre di Grottaglie in quanto è stato e continua ad essere l’attento custode della memorie conservate nell’archivio della collegiata, un paziente lavoro di anni che lo ha reso benemerito nell’ambito del panorama archivistico regionale.

E il libro riflette su molteplici aspetti della storia del più importante monumento religioso grottagliese, mettendo in evidenza nelle tre parti in cui il lavoro è diviso, diverse vicende materiali e architettoniche, artistiche e cultuali, di storia religiosa come di storia civile, in un arco temporale che va dal tardo medioevo ai più recenti avvenimenti che hanno interessato il monumento o alcuni suoi manufatti da un punto di vista conservativo.

La storia della collegiata è anche la storia della città di Grottaglie; nel suo numeroso clero capitolare sono state man mano rappresentate le più importanti famiglie locali; un clero che ha dettato non solo i tempi religiosi ma spesso anche quelli civili, ponendosi non poche volte in contrasto con le autorità feudali ed in particolare con i principi Cicinelli. Rosario Quaranta sottolinea con ragione quanto «deleteria» per la storia civile e religiosa di Grottaglie sia stata la doppia “servitù” feudale: da una parte l’arcivescovo di Taranto padrone della giurisdizione civile e dall’altra il feudatario laico, padrone di quella criminale e dell’appello delle cause civili, competenze sottratte al feudatario ecclesiastico fin dal 1497. Una vera e propria lacerazione sociale potremmo definirla questa doppia dipendenza della cittadina da due padroni, che ha agitato e condizionato soprattutto i secoli dell’età moderna, fino all’eversione della feudalità nel 1806, una vicenda «lunga e triste»; un peso giuridico e sostanziale che ha gravato per secoli su Grottaglie, che ha depresso la sua economia, che ha mortificato la sua vita quotidiana, che ha contato qualche funesto delitto come quello dell’arciprete Francesco Caraglio il 22 maggio 1662, un episodio, illustrato dall’Autore con particolare competenza, che impressionò fortemente quella che poteva essere allora l’opinione pubblica locale e non solo di Grottaglie, perché il delitto colpì tutto il ceto ecclesiastico e la stessa autorità morale e formale dell’allora arcivescovo di Taranto mons. Tommaso Caracciolo, che lanciò la scomunica contro gli ignoti esecutori. «Erano anni difficilissimi – sottolinea Quaranta – di violenze, intimidazioni, oppressioni fiscali che non risparmiavano neppure gli ecclesiastici arroccati nella difesa dei propri privilegi e immunità».

Si può dire che la città di Grottaglie viveva di pesi e contrappesi che coinvolgevano e condizionavano le istituzioni del luogo: il capitolo collegiale, il feudatario laico, quello ecclesiastico, la universitas civium, gli stessi ordini religiosi intorno ai quali ruotava gran parte della vita cultuale dei grottagliesi, il fisco locale e quello regio. Tante altre realtà nel Mezzogiorno moderno si dibattevano in questa stretta logica di poteri che non sempre o quasi mai collaboravano insieme per il così detto bene comune. E nella complessità di questi rapporti che emergono nei vari saggi soprattutto della prima parte, c’era un altro nodo che gravava non poco sulla vita quotidiana: quello dell’immunità ecclesiastica. Vi erano troppi preti e chierici a Grottaglie che godevano di immunità reali e personali, che non favorivano la stabilità economica della cittadina perché il peso fiscale non era equamente distribuito, così che Grottaglie visse per diversi decenni del Seicento una grave crisi economica che ne provocò quasi lo spopolamento. E comunque risulta significativo il fatto che ad un certo punto, il clero, – siamo nel maggio 1663 – direi con sano realismo, accettò di rinunciare alla metà delle franchigie sulla farina a favore dell’Università; una forma di collaborazione per favorire il risanamento economico di Grottaglie, aprendo consapevolmente una breccia in una roccaforte, come quella dell’immunità fiscale, che aveva resistito a tanti attacchi e pretese del potere laico.

Il peso del clero locale andrà col tempo diminuendo e già con il concordato del 1741 tra la Santa Sede e il Regno di Napoli molte immunità fiscali e non, verranno abolite e quel circolo vizioso di donazioni fraudolente delle famiglie ai propri chierici per allargare l’ombrello dell’immunità fiscale sui beni di famiglia o altri patrimoni personali, troverà nel concordato una scure tagliente a cui andrà ad aggiungersi quella del catasto onciario del 1746.

Il clero grottagliese comunque per tutta l’età moderna rappresenta la salda cerniera tra la società religiosa e quella civile, crescendo quantitativamente e qualitativamente tra XVI e XVIII secolo, manifestando solo nel secolo successivo, come succede in gran parte del clero meridionale, un certo affanno quantitativo, soprattutto dalla metà dell’800 in poi, segno, anche a Grottaglie, della crescente disaffezione verso lo stato ecclesiastico del ceto aristocratico, o di quello che ne è rimasto, e soprattutto della emergente borghesia, mentre gli indicatori sociali delle sacre ordinazioni si spostano verso gli strati più umili della società locale. Anzi il prof. Quaranta parla di “decadenza” del clero grottagliese già agli inizi dell’Ottocento, frutto di tutto il travaglio che si era portata dietro la rivoluzione partenopea del 1799, il governo dei napoleonidi e il clima della restaurazione, che a Grottaglie ha una specifica risultanza nella figura di don Ciro Annicchiarico, che rappresenta, come bene sottolinea l’Autore, lo «specchio della difficile situazione della sua epoca».

Non possiamo stare dietro a tutti i personaggi, ecclesiastici e laici, che emergono dalle pagine di questo libro: è tutta una storia di santi, artisti, monache, canonisti, teologi, medici e letterati; ma si resta sempre “affascinati” proprio dalle vicissitudini del “prete brigante”, al quale Rosario Quaranta ha dedicato due importanti lavori biografici. E anche in questo libro ne tratta naturalmente con ampia cognizione di causa, proiettando il personaggio nel più generale “malessere” del regno di Napoli tra francesi e restaurazione, tra sette segrete e massoneria, tra aspetti peculiari dell’uomo meridionale e il sistema politico che lo condiziona, lo esaspera, lo schiaccia e verso il quale ad un certo punto si ribella e lo fa a modo suo, in maniera cruenta. Il giudizio di Rosario Quaranta su quello che don Ciro Annicchiarico ha rappresentato in quegli anni di transizione è del tutto condivisibile perché coglie in pieno e in una chiara sintesi tutte le sfaccettature del “caso”, contestualizzandolo e inserendolo in una cornice di fatti, di personaggi, di condizionamenti locali e regionali. Il brigantaggio, sottolinea nella sua articolata riflessione finale sulla vicenda di don Ciro, come fenomeno antico e complesso «si presta a letture diverse circa la genesi, il significato, la consistenza e le finalità» e giudica il nostro personaggio «contraddittorio e ambiguo» sia come modello di brigante, sia per la valenza politica da attribuire alla sua vicenda soprattutto dopo la restaurazione borbonica: «vittima e artefice» tra speranze, illusioni e tradimenti.

Ma non meno interessanti sono i profili che ci offre dei Pignatelli – è il caso di parlare al plurale –: il canonista Giacomo (XVII sec.) e i teologi Ciro Pasquale e Carmelo (XIX sec.), i quali, questi ultimi, ci collegano al problema del contegno del clero di fronte all’unità d’Italia: quello di Grottaglie, sembra di capire, fu caratterizzato da un atteggiamento di basso profilo se non di opportunismo e di ondivago comportamento se nel marzo 1860 scriveva una lettera “fedelissima” a Pio IX e qualche mese dopo accettava supinamente,e alcuni con un certo entusiasmo, i “fatti compiuti” dell’unità italiana. E questo ulteriore periodo di svolta viene letto dal prof. Quaranta attraverso la figura del cantore Ciro Pasquale Pignatelli, liberale e filopiemontese vicario capitolare della diocesi di Oria, che fa il paio con quello di Taranto Agostino Baffi, entrambi sconfessati da Roma, ma entrambi appoggiati dal nuovo governo e in buona compagnia di altri vicari capitolari sparsi in altre turbolente diocesi del Mezzogiorno tra il 1860 e il 1862.

Gli studi presentati in questo volume, che pure interessano una particolare realtà territoriale come quella di Grottaglie e le vicende della sua Chiesa madre, non restano nel perimetro della storia locale, ma si muovono nell’ambito dell’ampia cornice degli studi di storia del Mezzogiorno tra età moderna e contemporanea e affrontano complessi nodi storiografici come quello delle immunità ecclesiastiche, del rapporto tra potere laico ed ecclesiastico, della mentalità religiosa, di culti di santi, di nobiltà e borghesia, di feudalità, di crisi economiche, di tempi nuovi e di come la realtà sociale locale li attraversa e li subisce in una visione complessiva dove è aggettante l’esperienza di lungi anni di ricerca archivistica.

Si può dire anzi dire che gli eventi nel lungo periodo della Chiesa madre dell’Annunziata rappresentino quasi un “pretesto” per allargare lo sguardo ad una cultura ecclesiastica e laica considerevole, che ruotò intorno al suo consistente clero collegiale che espresse canonisti, teologi, storici e letterati e non meno uomini di profonda pietà, se pensiamo che già nei primi del ‘600 circolavano tra i canonici di Grottaglie le copie a stampa della visita pastorale fatta nella diocesi di Milano dal cardinale Carlo Borromeo e che l’età barocca rappresentò per Grottaglie una «fervida stagione culturale». La chiesa della SS.ma Annunziata, osserva ancora Rosario Quaranta «è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti altri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche».

La seconda parte del libro è dedicata ai santi patroni di Grottaglie. E anche in queste piste di ricerca l’Autore si muove con sicura padronanza storiografica, metodologica e archivistica per le tante sue ricerche e riflessioni sulla Madonna della Mutata, sulle altre chiese mariane di Grottaglie, su san Francesco de Geronimo e san Ciro «due santi inseparabili» come sottolinea nel saggio a loro specificamente dedicato, costituendo questo rapporto, «una pagina tra le più interessanti della storia e della vita di Grottaglie».

Non entro nel merito della terza parte del libro che pure dimostra quanto sia interessante il patrimonio di arredi sacri della collegiata e con quanto interesse sono stati seguiti i restauri del coro, del grandioso organo, della tela dell’Annunciazione.

Il volume ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso perché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problematiche trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura della complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie.

                                                           Vittorio De Marco, Ordinario di Storia Contemporanea

                                                                                             Università del Salento

 

 

Per la festa di San Martino

“SANTU   MARTINU”

 

di   Antonio   Gala

 

Si scarfannu la sera ti Santu Martinu,

annanzi allu fuecu, cu nu ‘rsulu ti vinu;

eranu sprinzate li utti e li uzzeddre,

cu ssapuranu lu casu puntu e li nuceddre.

 

Santu Martinu!! E azzannu lu uccale,

si ni prisciava lu furese e lu razzale,

dr’acinu ti ua ti lu sole ‘nnamuratu,

ni ducìa la occa e lu core ‘ncutugnatu.

 

Santu Martinu!! Ma osce ce bole dice?

La fine ti n’epoca tantu felice.

Lu icchiarieddru è mbriacu ti nostalgia,

cullu ciucciarieddru no bae cchiui alla fatìa.

 

Ce amu inventare cu stutamu l’appetitu?

Lu piccatu l’à fattu Eva o lu maritu?

Quantu bene passa sotta a stu palatu!!

Ma a casa tornu sempre cchiù malatu.

 

Ma tu ce facce tieni Santu Martinu?

Si statu bravu a nterra o malandrinu?

Pigghiame a simpatia e nò a dispettu,

sinò ti sparu intra all’anche nu trunettu.

 

Siccomu tu iutasti dru santu puirieddrhu,

ti ogghiu bene cullu core e lu cirieddrhu.

 

In ricordo della felice memoria del Dott.re Fernando Verdesca, che nel suo libro “Origini, usi e costumi della città di Copertino”, si è soffermato tanto su questa tradizione.

Libri| Amarcord Nardò

amarcord

È un viaggio nella Nardò popolare di mezzo secolo fa, attraverso i ricordi biografici dell’autore, le fonti orali alla ricerca di luoghi di ritrovo, botteghe e immagini cittadine ormai sbiadite, trasformate, se non sparite.

La rievocazione più appassionata è quella dei ritratti caratteriali di personaggi neritini popolari ormai spariti, ma che un profondo segno hanno lasciato nell’immaginario del paese, per la loro estrosità, stravaganza, bizzarria, goliardia, vis comica, quale emersa da spigolature ed aneddoti che li fanno rivivere salvandoli dal rischio di un immeritato oblio.

Il libro ricomprende anche un comparto fotografico che scandisce e rinverdisce i vari percorsi della memoria spesso tinteggiati di nostalgia.

L’idea del libro, la sua stesura, il suo impianto anche iconografico, trovano origine nel sofferto cruccio dell’autore convinto che tanto vissuto meritava di essere preservato da quella patina del tempo, che tende pian piano a scolorirlo, se non inevitabilmente a cancellarlo.

La sistematica seguita ha voluto scandagliare ed archiviare il contesto spaziale della storia popolare del paese, ricostruendone il più possibile l’ubicazione, le trasformazioni temporali, le abitudini e i costumi attraverso una rivisitazione di luoghi, vicende, fatti ed aneddoti mai disgiunti dal reale e dall’autenticità del vissuto.

I luoghi sono stati animati dalle presenze dei personaggi popolari che per meglio inserirli nel loro congeniale ed originario mondo cittadino sono stati ripartiti tra i maggiorenti e i popolani, rappresentati con le loro caratteristiche e i loro vezzi. Sembra averli magicamente riuniti finalmente come in una meravigliosa crociera… quella che Ettorino Cesàri, uno dei personaggi trattati, avrebbe voluto fare!

Su quella nave immaginaria sembra ci siano tutti… c’è un aristocratico sindaco bizzarro e burlone; un avvocato stravagante; un vecchio prete di pirandelliana teatralità. Ci sono gli altri assidui frequentatori della piazza, tra cui Pici la guerra, Ucciu pulizza, e Pascalinu marascià e poi ‘Ntina, presentata da un poeta, come «la donna più generosa del paese».

Tanti «amici», che con le loro stravaganze ci riportano quei sentimenti di goliardica umanità che hanno permeato, per essi stessi, vicende di vita e, per noi, il loro ricordo.

 

Uno stralcio

La piazza – il centro storico

     In ognuno di noi, negli intimi meandri della nostra mente, alberga sempre una galleria di ricordi della nostra vita di paese, una carrellata di memorie che spesso ci riappare con punte di tristezza specie quando siamo stati per lunghi periodi lontani da Nardò.

Al ritorno, inevitabilmente, ci è capitato di voler rinverdire le cose del passato, trovando un valido ausilio nelle passeggiate, spesso solitarie, fatte lungo quegli itinerari di vie e viuzze cittadine che ci riportano indietro anche di diversi decenni, perché le case, i palazzi, le chiese, anche il più banale degli angoli, con la percezione delle loro forme e distanze sembrano non tradirci mai, sono lì ad aspettare una nostra visita, anche notturna, per aiutarci a ricordare.

Un ruolo particolare ha sempre svolto piazza Salandra, la chiazza (la piazza) per antonomasia, e suo circondario. Essa, se nell’inconscio è una madre che ti accoglie sempre e comunque con affetto, sotto il profilo architettonico ed artistico è un luogo di particolare significato oltre che simbolo della storia plurisecolare della città.

Chi è legato a Nardò porta nei suoi ricordi la sua chiazza, cuore della città, salotto del paese arredato dai suoi preziosi monumenti.

 

L’Autore

caputo luigi

Luigi Caputo è nato a Nardò il 1 giugno 1950.

Laureato in Tecniche della Prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro presso l’Università degli Studi di Siena, ha svolto servizio presso l’Ispettorato del Lavoro di Lecce, in qualità di Ispettore del Lavoro dal 1975 al 2012, con funzioni di dirigenza intermedia.

È stato insignito del titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine «Al Merito della Repubblica Italiana» con D.P.R. del 2/6/2002 ed è iscritto nell’elenco dei Cavalieri Nazionali (n.130445-Serie IV).

Ha tenuto per numerosi anni seminari e docenze varie in materia di sicurezza e igiene del lavoro, pubblicando in tale branca giuridica con coautore Elio Leaci i seguenti volumi: Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, Milano, Pirola, 1997; La sorveglianza medico sanitaria dei lavoratori, Roma, E.P.C., 1997; La sicurezza sul lavoro in agricoltura, Milano, Il Sole 24 ore, , 1998; Prontuario delle sanzioni in edilizia, Milano, Il Sole 24 ore, 1999; Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, II Ed., Il Sole 24 ore, Milano, 2000. Inoltre ha pubblicato un saggio in AA.VV., Quesiti di prevenzione infortuni, Milano, Nuove Edizioni per la Sicurezza, 2002.

Oltre ai numerosi articoli per il Massimario di Giurisprudenza del Lavoro e per varie riviste tecnico- giuridiche, ha pubblicato anche i seguenti articoli su riviste e giornali salentini: Totò Manca, cinquant’anni con la sua fisarmonica, in “Artetica”, marzo 1999, n. 2; Cittadini e sudditi. La straordinaria esperienza di Alberto Bertuzzi – difensore civico, in “Il Pittacino di Nardò”, dicembre 2004; Lu Munarca ti Nardò (la vera storia), in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/27/lu-munarca-ti-nardo-la-vera-storia/#comment-52008.

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti, pubblicato da Besa (2017). Si tratta dell’ideale prosecuzione del libro “L’osceno del villaggio”, del 2016. Ancora una raccolta di articoli che fotografano, a volte impietosamente, vizi e debolezze del nostro popolo, gli “Italieni” del titolo, attraverso la lente della satira, del sarcasmo, della provocazione, a cui l’autore ci ha abituato con la sua scrittura. La copertina del libro e le vignette stavolta sono firmate da Paolo Piccione. Il libro si avvale di una Prefazione di Massimo Melillo e di una Postfazione di Maurizio Nocera.

 

Questa la prefazione di Massimo Melillo

E’ un genere letterario antichissimo quello della satira e non staremo qui a raccontarne la storia perché sarebbe un esercizio troppo lungo, che rischierebbe di annoiare i lettori. Ma alcuni punti fermi, però, vanno stabiliti scrivendo subito che, come il cinico greco Menippo di Gadara, Paolo Vincenti, con questo suo “Italieni”, intinge ben volentieri la propria penna nel veleno. Nella letteratura latina, ad esempio, la satira annoverava esponenti come Lucilio, Persio, Orazio, Petronio, Giovenale, Marziale, ed aveva sempre un’intonazione moraleggiante, nel senso che la sua missione era quella di colpire la corruzione e i potenti, prendere di petto politici, ruffiani, debosciati, ipocriti e profittatori e di correggere costumi e pregiudizi. Passano i secoli ma la lezione della satira rimane la stessa e, sconfinando spesso nella comicità con battute, arguzie, mirate invettive, il suo compito resta quello della riflessione e del divertimento colto.

Certo la satira di Vincenti non proviene in maniera diretta dalla letteratura latina ma dall’evoluzione – in senso caustico, giullaresco, picaresco – che essa ha avuto nei secoli successivi, in particolare a partire dal Cinquecento. Forse l’antecedente letterario va proprio ravvisato nelle “pasquinate”, componimenti satirici che nella Roma papalina venivano affissi sulla statua di Pasquino e con i quali si dileggiavano pontefici, regnanti, nobili e gente in vista. Vincenti, infatti, utilizza un linguaggio colorito, vario per intonazione e stile, non disdegna la parolaccia, che però non è mai gratuita ma sempre adeguata alla struttura della narrazione.

L’autore si pone come un cronista beffardo e mordace dell’esistente, che smascherando vizi e infingardaggini del nostro panorama nazionale, spinge il lettore a riflettere sulla deriva cui sta andando incontro la nostra società, ad acquisire consapevolezza della criticità dell’attuale situazione italiana, a non dare nulla per scontato, a non cullarsi sull’adagio “mal comune mezzo gaudio”, a non lasciarsi andare al menefreghismo o, peggio ancora, all’indifferenza. Un monito, il suo, affinché le coscienze addormentate escano dal torpore per riprendere in mano non solo la propria esistenza ma sollecitando anche quelle altrui per diventare attori e protagonisti consapevoli di un cambiamento possibile e non più procrastinabile. Vincenti, ad esempio, è abbastanza lontano da un certo populismo, che oggi impera sulla scena politica italiana e molto spesso del popolo ha addirittura un concetto tutt’altro che conciliante, disprezzandolo quando diventa furbo e servile, pronto a seguire le mode, ad accodarsi, ad abbassare la testa, ad affidarsi ciecamente all’uomo della provvidenza e ai taumaturghi di turno, che ancora oggi, purtroppo, abbondano.

Prendendo spunto da argomenti seri e a volte tragici, la satira esercita la propria corrosiva provocazione, portando sovente all’indignazione e quasi sempre a far meditare il lettore. Argomenti della politica, del costume e della cronaca, che altrimenti passerebbero inosservati, diventano dunque anche per i più distratti motivo di più approfondita osservazione e spunto di riflessione. Stesso ragionamento vale per le vignette, che nel libro sono firmate dal bravissimo Paolo Piccione, e per la stessa satira televisiva. Indipendentemente dallo strumento utilizzato, la satira, se è graffiante, acuta, intelligente, è una altissima forma di arte capace di curare l’anima con il balsamo dell’umorismo: una formula che ben conosce il mio amico Antonio Mele in arte Melanton (sue le vignette del precedente libro di Paolo Vincenti “L’osceno del villaggio”), che ha spesso sottotitolato le sue mostre con “Sorrido ergo sum”.

Capita che Vincenti, nel presentare il proprio lavoro, premetta, quasi a volersi giustificare, che il libro “è abbastanza cattivo”. Non so se lo faccia per una malcelata modestia o come excusatio non petita, sta di fatto che la sua premessa è del tutto inutile: la satira è ontologicamente cattiva. La satira colpisce tutti, sferza, fustiga i costumi, mette alla berlina malvezzi e cattive abitudini. Può essere fatta bene o male, può andare a segno oppure no, schiaffeggiare o solo accarezzare, ma la sua ragion d’essere è sempre la stessa.  Pensiamo alla rivista socialistaL’asino, fondata nel 1892 da Guido Podrecca insieme a quello che si può considerare forse il più grande umorista di tutti i tempi, Gabriele Galantara, al quale oggi è intitolato un Centro studi nel Comune marchigiano di Montelupone, che gli ha dato i natali. L’asino, più volte censurato, fu chiuso dal fascismo dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e lo stesso Galantara venne perseguitato e incarcerato.  Tra i tanti periodici di satira, redatti nel corso del tempo da prestigiosi giornalisti, vanno ricordarti tra gli altri anche Il becco giallo, Marc’Aurelio, Il Travaso delle idee, Il Bertoldo, Don Basilio, Candido, Il selvaggio e, per venire ad anni meno lontani, il Satyricon del quotidiano “la Repubblica”, Tango del giornale comunista “l’Unità” e Il Male. E proprio in queste testate, che vendevano centinaia di migliaia di copie, hanno lavorato grandi firme del giornalismo tra cui Indro Montanelli, Leo Longanesi, Giovanni Mosca, Mino Maccari, Giovannino Guareschi, Arrigo Benedetti, Sergio Saviane e tanti altri ancora, insieme ad autori e vignettisti che hanno fatto la storia del cinema italiano come Federico Fellini, Ettore Scola, Cesare Zavattini, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (Age e Scarpelli), Vittorio Metz, Stefano Vanzina (Steno). Una stagione d’oro anche per disegnatori e caricaturisti che, a partire dalle straordinarie vignette di Giuseppe Scalarini, pubblicate nel primo Novecento dal quotidiano socialista Avanti!, sferzavano il potere e il capitalismo tanto che con l’avvento della dittatura fascista di Mussolini lo stesso Scalarini subì il carcere e fu confinato a Ustica e Lampedusa.

Certo, già prima dell’era di Internet, la satira ha pagato pegno e con la capillare diffusione della rete vi è stata una generale commistione di generi e stili. C’è da dire però che, per quanto invasivo e spesso fuorviante possa essere lo strumento informativo tecnologico, la scrittura di Vincenti si presenta originale, ricca e dinamica, utilizza una vasta gamma di sfumature comunicative, passa con disinvoltura dal basso all’alto con moltissime citazioni, a cominciare dai versi dei cantautori italiani che appaiono in esergo ad ogni intervento. Vincenti è stato definito un moderno giullare di corte dove però la corte è il “ villaggio globale”, che richiama il titolo della sua rubrica “L’osceno del villaggio” nella quale pubblica gli articoli raccolti nell’omonimo volume e in questo “Italieni”, due opere che costituiscono di fatto un continuum.

Al giullare tutto era concesso e godeva di una specie di immunità per cui, assumendo la maschera dello scemo, poteva permettersi di dire qualsiasi cosa rivelando le contraddizioni, i capricci, le magagne, gli intrighi, le oscenità che avvenivano nella corte. Era una figura poliedrica con tratti di poeta, attore, cantastorie, affabulatore, animatore di feste e festini, ironico castigatore di costumi. Caratteristiche che Paolo Vincenti possiede e padroneggia, fra ironia e autoironia, e questo libro ne è un caso esemplare.

Nel dimostrare allergia all’ipocrisia e alla falsità, l’autore fa una mirabile carrellata di tipi umani, quelli che lui detesta maggiormente, in “Ad ogni giorno il suo affanno”, che è forse il pezzo più corrosivo del libro, nel quale esercita al meglio la propria “vis polemica”. Sebbene questi siano ritratti universali, quindi non destinati a qualcuno in particolare, le descrizioni posseggono una straordinaria vivezza, e ognuno di noi può incollare ad ogni maschera umana almeno un nome, perché tutti nella nostra vita quotidiana abbiamo a che fare con personaggi che proprio non sopportiamo.

Una lettura, quindi, che invita tutti noi a fare i conti con le nostre debolezze e a sorriderne perché in fondo siamo davvero tutti “italieni”, chi più chi meno. Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro e questa sua tendenza a contrastare sempre l’opinione dominante e ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali, come in “La sindrome di Totti” o in “E’ sempre festa” o in “Vegan party” e a tessere addirittura un antifrastico “Elogio del matrimonio”, pezzo in cui spinge al massimo il gusto per il paradosso e la provocazione.  Potremmo definire molti di questi articoli “politicamente scorretti”, se non tenessimo presenti le premesse che abbiamo evidenziato. Vincenti, uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita, è contro tutto e tutti puntando il suo “j’accuse” in ogni direzione. E, tuttavia, lo fa senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì con il sorriso sulla labbra, ritenendosi un disimpegnato.

Ciò, però, è vero solo in parte poiché se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente ad un banale e sciocco cinismo fine a se stesso. Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori che l’autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno. D’altra parte, la satira non sarebbe tale se non nascesse  sempre da una  reazione di sdegno e di profonda indignazione. Per questo, c’è bisogno di osservatori lucidi e irriverenti che ce lo ricordino.

paolo piccione

La presentazione si terrà a Tuglie presso la sede dell’associazione Unione Servizi Volontari, in Piazza Garibaldi, martedi 12 settembre alle ore 18.30. Introdurrà la serata Paola Sperti (presidente dell’Associazione “Amici della Biblioteca”) e dialogherà con l’autore il promotore culturale Raimondo Rodia.

Intervista a Elio Ria, autore del libro “In nome del prete”

 ria

a cura di Marcello Gaballo

 

Elio Ria è poeta e saggista, studioso di letteratura francese e poesia contemporanea. Nella sua attività ha sempre privilegiato il rapporto con il Salento: terra colorata, che raggruma esperienze sensoriali e spirituali vibranti nel fondo dell’anima. Tante le pubblicazioni in cui il Salento è messo a nudo sotto la lente dell’Autore, si ricordano tra le altre: Nostro ulivo quotidiano e Il dire ulteriore. Immagini e parole, entrambe curate e pubblicate da Fondazione di Terra d’Otranto, nelle quali esprime anche la doglianza di un popolo che non sa preservare il proprio ambiente dalle contaminazioni di ogni genere, mettendo a rischio la bellezza di una terra, dove ormai impera il diritto di trasformare ogni cosa in consumo turistico, a scapito delle vere tradizioni e della cultura salentina. In molte circostanze è una voce fuori dal coro, in controtendenza alle forme scritturali e pensanti di chi vuole fare del Salento tutto: mercanzia culturale, trasformazione dei luoghi in isole di divertimento, false rimescolanze di tradizioni per edificare industrie turistiche.

Il suo Salento, o meglio la sua idea di Salento è di ricercare nel passato la propria identità, rafforzarla e adattarla con misura nel segmento della contemporaneità, senza eccessi, con doviziosa moderazione di non alterare ciò che sono stati i costrutti della tradizione. In questo contesto, si può inserire il suo ultimo libro In nome del prete, edito da Terra d’ulivi, in cui oltre a dare una disamina della nostra società, parla di un prete che per cinquant’anni svolge la sua attività sacerdotale prima nella città di Nardò e poi a Tuglie (suo paese natio).

Il libro attraverso varie angolature disegna il ritratto del prete, capace di stabilire – almeno nelle piccole comunità del Salento – un rapporto di fede e di fiducia, non una celebrazione di un prete, soltanto un invito a riconsiderare l’uomo in relazione con gli altri ma soprattutto con Dio.

  1. Cosa c’entra il prete con i tuoi interessi letterari?

Il Salento è a immagine del prete. Ogni paese vive in funzione della propria religiosità che – faticosamente ha saputo costruire nel corso dei secoli – con le sue processioni, liturgie e devozioni. Il prete, la chiesa, il campanile, le piazze, le confraternite esplicano la vitalità di una comunità sempre alla ricerca di un appoggio per superare le crisi, le incertezze della vita. Lo scrittore ha anche il dovere di porre attenzione alla cosiddetta ‘letteratura circostante’ per raccontare dettagli, frammenti, ma anche grandi cose che generalmente la letteratura ‘in senso forte’ tralascia.

 

Chi è Don Emanuele Pasanisi

Un prete come tanti altri, diverso come molti o pochi, con una spiccata propensione alla perfezione della liturgia che magnifica Dio. Un prete che nel corso della sua attività non ha mai abbandonato il suo desiderio di servire Dio, fedele all’insegnamento di un grande maestro, Mons. Antonio Rosario Mennona, (Vescovo emerito della Diocesi di Nardo-Gallipoli, deceduto nel 2009), mite e premuroso, colto ed interlocutore con la società e la cultura.

 

La cultura cristiana ha un futuro?

Sì, certamente, a condizione che non sia una cultura egemone, ma in costante dialogo con le culture, portando la sua specificità e al contempo arricchendosi con tutto il buono che offrono le altre culture.

 

Qual è il segreto per comprendere il mondo?

Ogni tanto, chiudersi in sé stessi e aprire una finestra sul mondo.

L’introversione, considerata appannaggio esclusivo dei timidi, dei poeti, degli insicuri, nasconde invece un affascinante mistero della vita. Chiudersi in sé stessi per poi aprirsi al mondo con occhi rivitalizzati, ben disposti a cogliere le sfumature della vita in contrapposizione all’egocentrismo, che impedisce sistematicamente la possibilità di analizzare cose e pensieri che ci riguardano.

La società per convenienza ha deliberato il suo futuro con il pensiero dominante di omologazione, svendendo la propria interiorità. Il compito dello scrittore non è di fare la morale, né di dare indicazioni strategiche per capire le cose del mondo, può fornire al lettore elementi analitici narrativi per una induzione qualitativa alla riflessione.

 

Ritornando al tuo libro, il prete oggi come dovrebbe essere?

Il prete è un uomo che ha studiato per fare il prete. Ha bisogno anche lui di una comunità che lo sostenga e lo supporti nella sua attività di pastore, allo stesso modo di Dio che ha bisogno degli uomini. Non è un compito facile il suo in una società in cui i cambiamenti sono repentini e fortemente influenzati dal nichilismo e dalla voglia di arraffare tutto il piacere possibile in breve tempo. Un inferno la nostra società, contraddistinta da una scarsa attenzione all’uomo e a Dio. Il prete deve comprendere ma al contempo agire con fermezza attraverso la parola di Dio a far crescere la fede e il sentimento di amore verso sé stessi e il prossimo. Guida e sostegno a quel cambiamento esistenziale che definisce la nostra persona, sia in termini di unicità che di appartenenza comunitaria.

 

Come definiresti la società odierna?

Sfiduciata e caratterizzata da uno stato di precarietà esistenziale. Indifferente alla propria tragedia di autodistruzione. Incapace di elaborare un presente che sia equilibrio di sostanza e di spirito per un futuro dignitoso.

 

Papa Bergoglio è un papa innovatore?

Papa Francesco esercita il potere con sicurezza. Mira essenzialmente a muoversi verso una Chiesa più compassionevole e meno attaccata alle regole. Difensore dell’ambiente e di poveri. Attento osservatore della realta e della vita dell’uomo:

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (24 gennaio 2017)

 

Come giudichi il tuo libro?

Dovrà giudicarlo il lettore. In questo libro ho cercato di radiografare un’idea di parrocchia e di vita della comunità, affinché i cristiani non si accontentino di sfiorare la religione con la presenza saltuaria a qualche rito festivo. Ci vuole più impegno e più passione. Il torpore esistenziale, di cui tutti siamo vittime, ha assunto una rilevanza nell’agire umano molto preoccupante. Vi è la necessità di svegliarsi e di decidere di fare finalmente qualcosa di buono per noi e per tutti coloro che verranno. In fondo non mettiamo mai in discussione noi stessi, non riflettiamo spesso sul fatto che, con i nostri comportamenti, noi stessi tolleriamo e ogni tanto agevoliamo direttamente la corruzione, il malaffare, l’ipocrisia, l’indifferenza verso i valori umani, civili e religiosi, l’invidia, l’arrivismo sociale.

Ecco, ho pensato di potere dire qualcosa che possa dare una svolta al nostro cammino di prepotenza e di superbia.

 

Quando verrà presentato ufficialmente il libro?

A Tuglie, il 18 settembre 2017, nella chiesa della Madonna del Carmine, con la partecipazione di S.E. il Vescovo Mons. Fernando Filograna, Padre Roberto Francavilla e Giuseppe Mormandi.

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

s. agostino1

 

di Marcello Gaballo

Sul secondo pilastro della navata centrale della cattedrale di Nardò è riprodotto uno dei più belli affreschi dell’ edificio: Sant’Agostino vescovo (13) (sec. XV), di m. 2,50×0,88.

Indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illegibile[1], retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione posta ai lati del capo (da un lato S. e dall’ altro AU.S/ TIN) attesta il Santo.

”L’ affresco fu descritto dal De Giorgi il quale non ne diede un giudizio critico. La qualità della pittura è notevole e si nota soprattutto una gran cura nella descrizione delle stoffe preziose e nella scelta dei colori che non hanno note squillanti. La ripresa di uno schema ancora rigidamente frontale e la mancanza dell’ elemento architettonico, tipico degli affreschi tardo-quattrocenteschi, potrebbe far risalire ai primi anni del secolo XV”[2].

s. agostino

 

[1]Su cui il De Giorgi lesse, a caratteri gotici: Iuste/ et cas/ te viv/ere et/ xarita (te) (Ibidem, p. 266).

[2]  (dalla scheda della Soprintendenza).

 

Per avere una immagine ad altissima risoluzione con gigapanofrafia si veda il sito

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=38&x=3125&y=3885&z=5

Carlo Casciaro e i ‘’Volti della Puteca’’ a Minervino di Lecce

Catalogo Volti della Puteca 2017

Vi è mai successo di entrare in un locale attratti da un richiamo irresistibile?

Nella Puteca di Minervino di Lecce capita.
In attività da dodici anni, “La Puteca de mieru” sostituisce il canto delle sirene con un’abbondante dose di cucina di qualità, una fiammata di buona musica e un posto a tavola sempre riservato all’Arte.
Il ‘Lunedì degli Artisti’, giorno dedicato all’esibizione libera di cantanti, attori e musicisti provenienti dall’Italia e dall’estero, è il banco di prova migliore per la traversata della noia sotto la guida d’una strana banda di avventori, suonatori e Shakespeare in erba.
Fino alle 22.00 tutto appare normale: i clienti occupano i tavoli e il proprietario, Antonio Amato, va e viene dalla cucina per prendere ordinazioni e fare arrivare agli ospiti succulente pietanze della tradizione salentina.
La gente nel frattempo si scalda e tra una chiacchiera e un bicchier di vino l’atmosfera diventa subito euforica e familiare.
All’apparenza, i clienti sembra non sappiano cosa accadrà di lì a poco, ma appena Pasquale Quaranta, in arte P40, o Claudio Giagnotti, alias Cavallo, intonano canti e battono ritmi, inizia la festa.
Ci sono lunedì in cui illumina la sala anche la virtuosa esibizione del chitarrista e cantante Leone Marco Bartolo, la voce piena di Lucia Minutello e quella vibrante di Rossella De Benedetto, i brani pop di Bruno Rizzello, il tam tam etnico e travolgente del tamburellista Giuseppe Delle Donne e lo spettacolo di un altro Giuseppe, Giuseppe Pezzulla, istrionico videomaker.
Raffaele Mallozzi viene dal Lazio e regala spesso ai compagni della Puteca il suono della sua fisarmonica, Mino De Santis, cantautore, le emozioni della sua terra.
Salvatore Brigante, vivaista e cantastorie, qui si è più volte esibito e qui ha conosciuto sostenitori dei suoi fantasiosi progetti, come un tal Paolo Rausa, regista teatrale e attore nato a Poggiardo e preso in prestito da Milano. Storiche le sue declamazioni di versi e di vita.
Giulio Fiorentino se la ride di gusto, lui sì che ha esperienza di Puteca!
E’ stato uno dei primi clienti di questo posto.
Altra presenza nella trattoria salentina è Alberto Leo, fabbro e artigiano del legno e della pietra, e così Pietro Manduca, pensionato agricoltore residente nella stessa Minervino, o Silvana Leone, simpatica frequentatrice della prima ora.
Renato Grilli è un attore teatrale, il pubblico della Puteca lo ammira.
Mimetizzata fra i tavoli, Raffaella Verdesca applaude e non perde mai sul viso quell’espressione di divertimento e di stupore che solo un cilindro magico come “La Puteca de mieru” possono regalare a una scrittrice.
Alberto Caroppo, fotografo di Giuggianello, la pensa allo stesso modo e non meno interessati si dimostrano Anna Maria Rizzo, barista di Caprarica con la passione per lo yoga, e Giovanni Deodato Guida, insegnante di materie economiche.
Si potessero fermare certi momenti, fissarli nel meglio delle loro espressioni!
Qualcuno ha raccolto la sfida.
Carlo Casciaro, pittore ortellese ha di fatto trasformato questo desiderio collettivo in realtà.

Giuseppe
Nel riflesso tintinnante di un brindisi, l’artista ha colto l’emozione di un’umanità festante riunita per consacrare il riposo e l’amicizia come un tempo, nella semplicità della musica e nella ricchezza della condivisione.
A saracinesche chiuse o nel pieno della festa, grazie all’originale iniziativa di Casciaro, La Puteca de mieru si è guadagnata l’immortalità, testimoni ne siano i ‘ritratti parlanti’ di alcuni dei suoi ospiti e degli artisti che l’hanno resa partecipe del folclore salentino.
Decisi i tratti dei Volti delineati a matita, carboncino, gessetti e pastelli dal pittore, a sorpresa la nota originale di colori acrilici dati a pennello su un supporto di cartoncini colorati 50x70cm.
Il fortunato visitatore che si trovi ad ammirare la collezione artistica “I Volti della Puteca” di Carlo Casciaro rimarrà inevitabilmente incantato dalle espressioni realistiche dei soggetti, dal magnetismo degli sguardi, dalla cura di dettagli che unici riescono a sovrapporre i personaggi alle personalità rendendo quanto mai vivi i ventitré ritratti di uomini e donne, artisti e gente comune, che della Puteca hanno contribuito a creare la storia.
Intenzione dell’autore è ampliare la collezione delle tavole catturando nel suo vortice creativo altre fette di pubblico e di palco.

'P40' tecn.. carboncino e matita. 2016 part .
Le opere d’arte realizzate finora, già esposte nella ‘Casa Madre’ e attualmente itineranti, hanno il potere della suggestione e, osservandole, si ha l’impressione di sentire l’eco dei suoni e delle voci della Puteca, importante baluardo di una tradizione che trasforma gli uomini in un popolo.
I “Volti della Puteca” scelti dall’artista per rappresentare il clima bohémien di una provincia oggi alla ribalta quasi esclusivamente per il turismo, non sono altro che il simbolo di un Salento ancora pulsante energia buona a fare dell’Arte un modo di vivere e della Vita un’arte.

Raffaella Verdesca

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

decor

Venerdì 14 luglio, alle ore 20, nella chiesa del Carmine di Nardò verrà presentato il volume edito da Mario Congedo di Galatina, Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò.

Un progetto ambizioso che il sacro tempio meritava, per essere una delle chiese più note e frequentate dalla popolazione ed oggi meta preferita dei tanti turisti che stanno riscoprendo la città di Nardò.

L’edizione, di circa 400 pagine, in formato A/4, con tavole e rilievi del complesso, centinaia di illustrazioni bianco/nero e colore, in buona parte eseguite da Lino Rosponi, è l’ottavo dei Supplementi dei Quaderni degli Archivi della Diocesi di Nardò-Gallipoli, diretti da Giuliano Santantonio. Oltre la Confraternita del Carmine hanno promosso l’edizione la Diocesi di Nardò Gallipoli e la Fondazione Terra d’Otranto.

Curato da Marcello Gaballo, contiene numerosi saggi scritti da studiosi ed esperti, che hanno voluto omaggiare la nota chiesa di Nardò con ricerche e nuove fonti di archivio raccolte negli ultimi anni. Tra questi Marino Caringella, Marco Carratta, Daniela De Lorenzis, Anna Maria Falconieri, Paolo Giuri, Alessandra Greco, Maria Domenica Manieri Elia, Elsa Martinelii, Alessio Palumbo, Armando Polito, Maria Grazia Presicce, Cosimo Rizzo, Giuliano Santantonio,  Marcello Semeraro, Maura Sorrone, Fabrizio Suppressa.

Si parte dalle origini della Congregazione dell’Annunziata e insediamento dei Carmelitani Calzati, fino alla loro definitiva soppressione e l’istituzione della parrocchia, soffermandosi sulle vicende del funesto terremoto del 1743, che arrecò danni considerevoli alle strutture, in buona parte ricostruite nel decennio successivo.

Notevoli gli approfondimenti artistici, specie all’interno della chiesa e del convento, senza tralasciare le sorprese dell’insolita facciata cinquecentesca e dei suoi celebri “leoni” posti all’ingresso, che sembrano rimandare al celebre architetto Giovan Maria Tarantino, probabile autore anche dell’altare della Trinità, nella stessa chiesa. Nuove fonti anche per l’altro artista neritino, Donato Antonio d’Orlando, al quale sembra debbano attribuirsi altre opere dipinte, oltre quella firmata del S. Eligio.

Altre sorprese emergono dagli studi sull’altare della Madonna del Carmine, sulla tela dell’Annunciazione, sulla statua lignea dell’Annunziata e su un inedito corpus di manoscritti musicali, conservati nell’archivio della confraternita.

Il ricco corredo fotografico, che rende il volume ancor più interessante, documenta arredi, stemmi, reliquie e suppellettili di cui si è arricchita la chiesa nel corso dei secoli e raramente esposti.

Da ciò l’entusiasmo del priore della Confraternita, Giovanni Maglio, che ha fortemente voluto ed incoraggiato l’iniziativa, con il sostegno dei confratelli e consorelle, inserendola “di diritto nell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale civile e religioso, che si sta particolarmente curando in questo ultimo decennio” nella città di Nardò.

Oltre gli Autori, che hanno voluto offrire pagine importanti, mettendo a disposizione di tutti vicende e fonti spesso sconosciute o inesplorate, aiutandoci a leggere nella maniera più corretta ed esaustiva, altrettanto importanti coloro che hanno offerto immagini e foto altrimenti difficili da reperire, tra cui Giovanni Cuppone e don Giuseppe Venneri, Gian Paolo Papi, Clemente Leo e Don Enzo Vergine, il parroco della chiesa matrice di Galatone don Angelo Corvo, Don Domenico Giacovelli e Rosario Quaranta, Emilio Nicolì e Raffaele Puce, Stefano Tanisi, Bruno Capuzzello. Una particolare menzione a Stefania Colafranceschi per aver messo a disposizione parte della sua collezione di santini e immagini antiche, e a Stelvio Falconieri, per due importanti e rarissimi documenti fotografici della chiesa nei primi decenni del ‘900.

All’elenco si aggiungono Pierpaolo Ingusci, Antonio Dell’Anna, Luca Fedele, Emanuele Micheli e Matteo Romano, valido aiuto nell’ordinamento dell’archivio e trascrizione di alcuni documenti. C’è stato anche un silenzioso e paziente lavoro, assolutamente importante, nell’allestimento degli arredi liturgici e nella ripulitura di molte suppellettili in parte desuete ma necessarie per una completa catalogazione. Ed ecco che devono aggiungersi, includendo nel lungo elenco anche Cosima Casciaro, Dorotea Martignano, Teresa Talciano e Anna Violino.

Infine, ma non per minore importanza bensì per sottolinearne il ruolo, la riconoscenza ad Annalisa Presicce, che ha professionalmente rivisto le bozze ed omologato le centinaia di annotazioni per un testo agile, coerente e scientificamente valido, come si spera possa essere.

Il volume sarà presentato dalla Prof.ssa Regina Poso, già docente preso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

 

Torna “Tracce d’arte” nella sua settima collettiva

tracce d'arte

Torna alla grande Tracce d’arte nella sua settima collettiva. Ad accogliere Tracce d’Arte 7 la Cantina Vecchia Torre di Leverano con il più grande evento dell’estate salentina dedicato a tutti gli appassionati del buon vino.

Dal 20 al 26 di luglio 2017 dalle ore 20.00 all’interno dell’evento wine festival, nella sala degustazione della cantina Vecchia Torre, il meglio di Tracce d’Arte con opere d’eccezione di alcuni tra i migliori artisti contemporanei del nostro territorio.

Tracce d’Arte è un evento pensato e curato dalla Maestra d’Arte Anna D’Amanzo, a sua volta ceramista, pittrice, scultrice, lavorazioni di stampa, designer di moda per la casa californiana Vida, già presente con le sue opere in collezioni museali e private in tutta Italia.

Sorsi di cultura quindi a 360 gradi per la nona edizione del wine festival.

Ad esporre la stessa curatrice Anna D’Amanzo che, oltre alle figure femminili da sempre privilegiate, propone nuove elaborazioni che trasmettono freschezza e serenità attraverso “I liquidi”, opere innovative di grande impatto. Salvatore Silvan Dell’Anna con le sue opere in marmo dove l’artista rielabora figure femminili rigorosamente sintetiche, sviluppando un’impronta personale con risvolti umani e spirituali. Le incantevoli creazioni di Antonio Di Paola che ci sorprende con i suoi eleganti e insoliti elaborati in vetro e pietra leccese. Roberta Fracella con i suoi “total white” affronta la tela per conquistare lo spazio, aggiungendo aspetti tridimensionali tipici della scultura. Luigi Martina artista poliedrico che cattura attimi irripetibili che dal pensiero prendono forma, volumi tradotti nella leggerezza della cartapesta, nella sinuosità della pietra, nell’eleganza della pittura. Maurizio Martina che ritrae l’umanità attraverso stoffe animate e la metamorfosi del caos globale in cui viviamo che diviene bellezza pura di visi di donna. Albino Mello con la sua sapiente lavorazione dei metalli, dai quali trae forme d’arte che diventano elementi d’arredo apprezzati in tutta Europa. Massimo Miglietta da sempre intaglia e scolpisce la pietra come da tradizione grazie all’utilizzo di martello e scalpello; esuberante nello stile barocco, che tuttavia non impedisce all’artista di svincolarsi da esso per realizzare sculture di pregevole interesse dal design moderno.

La parola adesso allo spettatore, a quanti passando per il wine festival a degustare i migliori vini del salento, potranno con un calice in mano soddisfare anche la visione del bello che il mondo dell’arte propone.

Libri| Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie

Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie, Edizioni Grifo, pp. 504, Lecce 2016

 

Il 28 dicembre 2016 nella Sala Consiliare del Comune di Taurisano è stato presentato il volume “Poesie” di Ugo Orlando (Mastro Scarpa), a cura di Antonio Di Seclì e di Antonio Resta, uscito per i tipi delle Edizioni Grifo di Lecce.

Il volume raccoglie tutti i testi di poesia del nostro editati e ospitati ora in riviste ora in pubblicazioni “senza pretese” a spese dell’autore.

Ugo Orlando è stato anche autore di prose e di alcuni drammi rappresentati in diverse occasioni nel teatro di Taurisano; ma è noto al pubblico soprattutto dei suoi concittadini per le brillanti, ironiche, sorridenti, cronachistiche, talora, intime ed elegiache poesie in dialetto taurisanese.

Aveva cominciato a comporre versi in italiano intorno ai quindicii anni, era nato nel 1910, ma con scarsi risultati. Presto però, nei primissimi Anni Trenta, ripose cuore all’ ascolto delle intriganti ispirazioni della Musa, e questa volta in dialetto taurisanese che non verrà mai più abbandonato se non in tarda età, quando per motivi tutti suoi si mise, quasi con vanità e lieve risultato, a comporre versi in copia per omaggiare donne e uomini del suo piccolo mondo. Allora, però, l’ora ultima stava per scoccare e Mastro Scarpa pensava forse, così operando, di poter creare intorno alle due ultime piccole figlie, nate dal secondo matrimonio dopo la morte di Antonia, un cordone di solidarietà e di affetti.

Ugo Orlando smise di vivere nel novembre del 1996 e, per non dimenticarlo, l’Associazione Culturale “Pietre Vive” di Taurisano ha pensato, con l’aiuto di vari sostenitori, a vent’anni dalla morte, di racchiudere in un unico volume l’opera poetica per consegnarla al pubblico degli studiosi e degli innamorati dei suoi versi.

Il volume è stato presto esaurito e di nuovo ristampato, nel mese di maggio 2017, con alcune correzioni e un indice dei nomi.

Gli interessati possono richiedere copia, scrivendo a: antonio.disecly@gmail.com oppure a vittoriocrudo@virgilio.it –

Storie lampanti. McBetter di Mattia De Pascali

Mattia De Pascali (ph Alessandro Stajano)

 

UNA STORIA A SORPRESA: IL “MCBETTER” DI MATTIA DE PASCALI

di   Maria Antonietta Bondanese

E una mattina, destandomi, scoprii che quel giorno era giunto. E lo accettai senza troppe remore, perché da quando ho memoria ho sempre saputo che sarebbe arrivato.(…) Non c’è nulla da drammatizzare nella fine. E’ il punto d’arrivo, l’assoluta certezza”. Inizia così il racconto di Mattia De Pascali, contenuto nel volume Storie lampanti, che raccoglie le storie più belle proposte nel concorso letterario del 2013 “Raccontare i Paduli”.

Una scrittura incisiva, efficace, per un narrare a metà strada tra fantastico e reale, tra enigma e verità, che coinvolge il lettore e lascia intuire lo stile di De Pascali sceneggiatore e regista.

Il cineasta supersanese, al di là della giovane età, ha già all’attivo un interessante curriculum costruito con competenza, studio e passione. “Sono stato abituato – dice Mattia – a guardare film fin dalla tenera età. Eppure da bambino volevo fare altro, un mestiere che mi permettesse di essere più a contatto con la natura. Almeno fino a tredici anni, quando ho scoperto le opere di Stanley Kubrick e ho compreso il potenziale infinito del mezzo cinematografico”.

Dal regista statunitense, il cui genio ha spaziato dal thriller alla satira politica, dalla storia e fantascienza al dramma psicologico, Mattia ha mutuato la pluralità degli interessi.

(ph Alessandro Stajano)
(ph Alessandro Stajano)

 

Oggi – aggiunge – non ho un regista, un film o un genere preferito. Tendo a non mitizzare niente e nessuno ma sono aperto a tutto.” La sua stanza di lavoro, adorna di libri, fotografie e manifesti descrive, infatti, un percorso personale ricco di curiosità. Una capacità di guardarsi intorno e rappresentare la quotidianità attraverso il filtro dell’inventiva.

Anche il set del suo recente lungometraggio “McBetter”, allestito nel B&B Luxury a Lecce e quindi ad Arnesano presso Villa Maresca, è lontano dal tipico Salento assolato, intrappolato in una ‘controra’ senza fine. Il contesto salentino è reinventato, invece, come sfondo per un intreccio che potrebbe snodarsi ovunque, perché il “messaggio, le idee politiche o la visione sociale del regista – Mattia ne è convinto – emergeranno comunque attraverso alcuni dettagli per occhi attenti”.

Tutti i film – prosegue – raccontano la società in cui nascono ed un ‘messaggio’ arriva meglio se non viene veicolato in modo diretto”. Ma, ad esempio, sotto la specie accattivante del thriller o della commedia “nera” dai toni grotteschi qual è “McBetter”. Una storia in cui il gioco perverso del Potere viene smascherato con scanzonata ironia e i rapporti di forza, motore dell’esistenza, sono tracciati mediante la tensione dell’intrigo. Non a caso, la vicenda di “McBetter” è ispirata al dramma shakespeariano di Macbeth, dove ambizione e avidità sfrenata portano a totale distruzione il protagonista che, ucciso il proprio re, si avvita in una spirale di delitti fino al tragico epilogo.

McBetter family
McBetter family

 

In “McBetter” il re da usurpare è l’attempato imprenditore Joe McBetter, proprietario di una ricca catena di fast food mentre il nuovo Macbeth è Malcom, suo genero. Entra così in primo piano il mercato del fast food, del cibo veloce, industria tra le più potenti del mondo dove le ragioni del profitto impongono lo sfruttamento dei lavoratori e la seduzione dei consumatori, specie dei bambini, mediante una pubblicità ingannevole. Una realtà che corre lungo il filo della trama con sorprese e colpi di scena, come nel più classico dei polizieschi. Singolari i personaggi di questa storia, per i quali De Pascali ha selezionato gli interpreti secondo il criterio dell’originalità e della bravura. “Durante il ‘casting’ – ci tiene a sottolineare – ho cercato attori che fossero personaggi particolari, non belle presenze.   E così è stato, compreso per il più giovane dei protagonisti, Oscar Stajano, cinque anni appena e pronipote di Giò Stajano, famosa nella ‘dolce vita’ di felliniana memoria”.

ph Silvia Cappello
ph Silvia Cappello

 

Il gruppo degli attori – Nik Manzi, Donatella Reverchon, Serena Toma e Andrea Cananiello – è affiancato da tecnici esperti come Giulio Ciancamerla, l’aiuto regista; Lucio Massa, l’organizzatore generale; Islam Mohamed detto ‘Ismo’, il direttore della fotografia; Silvia Cappello, l’assistente di fotografia; Cristina Panarese, per gli effetti speciali; Jonathan Imperiale, il segretario di edizione; Sofia Volpe e Giorgia De Carlo, per trucco & parrucco. Spiccano nella troupe due giovani talenti di Supersano, Arianna Alfarano e Valentino Galati. Arianna , brillante attrice nel teatro amatoriale ed allieva presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si è cimentata nell’impresa in qualità di abile scenografa. Valentino, noto dj, ha preso parte come addetto all’audio e compositore della colonna sonora. Dall’estro di Valentino, che opera in campo musicale nel duo “Monotron”, è nata anche la musica originale che esalta le immagini di Candy School, il cortometraggio realizzato nel 2103 da Mattia De Pascali con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “E. Frascaro”di Supersano, nel laboratorio di cinema da lui tenuto sul tema del bullismo.

Numerose le opere di Mattia selezionate in vari festival, come il Festival del Cinema Europeo a Lecce, il Castro Film Festival e il Puglia in corto a Brindisi. Intensa anche la sua collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male e quella con altri registi come Alberto Genovese, per il quale sta ultimando la sceneggiatura del film “Resurrection Corporation”.

Risultati sorretti da una solida formazione e cultura professionale. Alla laurea triennale al DAMS di Bologna, hanno fatto seguito infatti la laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita a pieni voti al DAMS di Roma Tre e la frequenza di vari corsi per ampliare la sua specializzazione. “Il cinema – dice Mattia – è diventato la mia ragione di vita”.

Più che le parole, il tono della voce e lo sguardo lasciano trapelare quanto entusiasmo, coraggio e determinazione siano necessari ad affrontare gli ostacoli che un’attività così complessa comporta. Dalla fine degli anni Ottanta, il cinema “made” in Puglia ha fatto un salto di qualità, grazie anche al supporto della Regione ma serve “qualcuno che investa cifre vere e non si appoggi solo ai limitati fondi pubblici per promuovere un’industria in grado di crescere su delle basi solide e non essere alla mercè di tagli e crisi economiche”. E’ quanto annotava Mattia De Pascali nel suo libro Multisala Salento, che reca l’eloquente sottotitolo “Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento”. Era il 2012 quando appunto osservava che mancano programmazione e infrastrutture, mancano teatri di posa e una scuola di cinema. Manca il sostegno economico  a chi è agli inizi.

Un regista emergente come Mattia De Pascali deve perciò auto produrre il suo film. Senza cedere a facili vittimismi, Mattia lavora adesso con impegno al montaggio del “McBetter”, finito di girare lo scorso aprile, per poterlo ultimare quest’anno e proporlo nel 2018 entro i circuiti di distribuzione. Anche questo è un grosso problema perché il mercato tende in genere a premiare i nomi già noti più che gli esordienti, la cassetta più che la qualità.

Ma il cinema che da sempre racconta bellissime storie, potrà forse regalarci ancora una volta sorprese ed emozioni con la ‘storia’ di Mattia De Pascali.

Per sapere di più su personaggi e interpreti della black commedy McBetter”, conoscere particolari gustosi e momenti del set, si può visitare la pagina Facebook: www.facebook.com/McBetterMovie.

 

Museo diocesano di Nardò. Si inaugura il 7 giugno

DIOCESI DI NARDO’-GALLIPOLI

 

INAUGURAZIONE DEL MUSEO DIOCESANO

SEZIONE DI NARDO’ “Mons. Aldo Garzia”

Nardò, Basilica Cattedrale

7 giugno 2017

Ore 18

Concelebrazione Eucaristica presieduta da  S.E.Mons. Rino FISICHELLA

Ore 19

Introduzione

Mons. Giuliano SANTANTONIO, direttore dell’Ufficio Beni Culturali e del Museo

Saluti

Dott. Michele EMILIANO, presidente della Regione Puglia

Arch. Maria PICCARRETA, soprintendente ABAP per le province di Lecce-Brindisi-Taranto

Avv. Giuseppe MELLONE, sindaco della Città di Nardò

Intervento di

S.E.Mons. Rino FISICHELLA, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova  Evangelizzazione

Conclude

S.E.Mons. Fernando FILOGRANA, vescovo di Nardò-Gallipoli

 

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Invito_retro

Anti-aging naturale grazie al melograno

melagrane

Già noto nell’antichità per le sue proprietà nutraceutiche ora si scopre che la urolithine, prodotta dal nostro microbiota intestinale a partire da un composto naturale del melograno, avrebbe la capacità di ripristinare la piena attività dei mitocondri, mantenendo vive più a lungo le cellule…

Leggi l’articolo:

http://www.teatronaturale.it/tracce/salute/24214-antiaging-naturale-grazie-al-melograno.htm

Scadenza per limitare la Xylella

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

a cura del Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della Provincia di Lecce

Il Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della provincia di Lecce ricorda che entro e non oltre il 30 aprile 2017 bisogna aver effettuato le lavorazioni meccaniche superficiali (aratura, trinciatura, fresatura) di tutti i terreni ed alla pulizia dalle erbe spontanee al suolo (compresi i bordi strada e le aree di competenza di Comuni e Province) per ridurre la popolazione degli adulti di Philaenus spumarius, vettore della Xylella.

Il Collegio dei Periti Agrari rende noto che questi interventi riescono a ridurre la popolazione della sputacchina perché colpiscono l’insetto negli stadi giovanili quando sono ancora poco mobili e non infettivi.

Inoltre siccome questi interventi SONO OBBLIGATORI così come stabilito dalla delibera della giunta regionale 1999  “Misure Fitosanitarie per l’eradicazione e il contenimento della diffusione della Xylella fastidiosa”, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia 148/2016 CHI NON AVRA’ EFFETTUATO TALE LOTTA AL VETTORE POTRA’ ESSERE SOTTOPOSTO A SANZIONI comminate dal 1 maggio al 15 giugno 2017, giorni nei quali verranno effettuati i controlli su tutto il territorio.

 

Abbazia di S. Maria di Cerrate, commenda dell’ospedale degli Incurabili di Napoli

Facciata dell'abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)
Facciata dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

 

di Marcello Gaballo

Si propone un interessante e poco noto stralcio che fu pubblicato da Eugenio Tortora nel suo volume Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli, edito a Napoli da A. Bellisario & C. e stampato presso la tipografia De Angelis a Portamedina alla Pignasecca, 44, nel 1890.

Tra le più importanti istituzioni della città di Napoli vi furono senz’altro la Casa Santa all’Annunziata e l’ospedale degl’Incurabili, uno dei più importanti d’Europa.

Lo aveva fondato Maria Richenza moglie di Giovanni Lonc (Longo), ministro di Ferdinando il Cattolico, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, miracolata da una paralisi insorta a seguito di somministrazione di veleno datole da una cameriera. Dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, nel giorno di Pentecoste dell’anno 1519, fu guarita, e per ringraziamento fece voto che avrebbe servito gli infermi per il resto della sua vita.

Non ritenendo sufficienti le strutture già presenti in Napoli, nel 1521 decise di fondare, a proprie spese, una casa di cura in contrada sopra Santo Aniello.

Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che poi fu anche uno dei Governatori. Per la sua specializzazione, l’Ospedale era riservato esclusivamente a pazienti affetti da patologie all’epoca considerate “incurabili”.

Sant’Alfonso de’ Liguori, durante una visita agl’Incurabili, sulle scale principali fu colto da una visione divina che lo spinse a entrare nella Compagnia di Santa Maria Succurre Miseris che svolgeva il suo ministero nell’Ospedale, assistendo spiritualmente i condannati a morte che venivano poi trasportati, dopo l’esecuzione, agl’Incurabili.

Il pontefice Clemente VII, oltre a numerosi privilegi, donò anche un’Abbadia o Commenda in provincia di Lecce, considerata del valore di circa settantamila ducati.

Nel predetto volume del Tortora, alle pagine 66-67, nel rendicontare i beni della Casa degl’Incurabili nell’anno 1801, viene descritta tale commenda (pag. 77 a 79 — Rubrica XII), titolandola “Dell’Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de’ suoi poderi, effetti, e rendite”.

L’abbazia, oggi denominata di Santa Maria di Cerrate, fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, è posta sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, e rappresenta uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.

Di proprietà della Provincia di Lecce, nel 2012 è stata ceduta con una concessione trentennale al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che la gestisce.

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Loggiato dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

Si riporta l’atto, dal quale si desumono importanti informazioni sul bene:

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l’Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell’anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de’ Governatori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un’ amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall’intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parascandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de’ territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all’Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de’ Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett’Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a’ Signori Cardinali, e l’ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l’Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell’anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII.

E perché allora il nostro nascente Ospedale degl’Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poteano stare a mantenere il numero de’ poveri infermi, che giornalmente cresceva, stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a’ poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua, ed accordato a titolo di elemosina all’ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla, spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a’ 2. Gennaio 1532, dall’Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a’ 18. Gennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett’Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll’inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l’Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de’ Sagramenti; a’ quali pesi non è obbligata l’Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall’Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell’Abbadia.

Vi è anche un’altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L’erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun’anno, ad elezione dell’Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l’anno.

Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s’imprese, nel 1602, l’esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se ne ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte olivetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4……………………………………… tt. 739 1|4
Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi, e Squinzano, che in tutto sono della capacità di…………………………………………………..tt.3573 1|2  
Unita dunque tutta l’estenzione e capacità de’ territorj demaniali e decimali di detta Abbadia, forma in unum…………………………………………………….. tt. 4312 3|4  

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l’annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell’anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l’annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201, ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell’olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante…. 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne’ rispettivi tenimenti ove sono accatastati i poderi“.

 

Per le note storiche, altri approfondimenti e la galleria di immagini rimandiamo all’ottimo lavoro di Brundarte, che qui si ringrazia per le foto concesse:

https://brundarte.wordpress.com/2013/11/29/abbazia-di-santa-maria-di-cerrate-squinzano-le-prima-parte/

 

[1] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[2] Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell’Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

[3] 1552 secondo quanto riportato nel sito dell’Archivio di Stato di Napoli.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_degli_Incurabili

[5] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_a_Cerrate

Un ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici di terra d’Otranto

elsa foto

Elsa Martinelli, ispettore e gentildonna

di Francesco Greco

 

Ispettore onorario “per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto” (prima, dal 2012, lo era della sola provincia leccese). La nomina è arrivata a dicembre 2016 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo.

Se la virtù dei grandi è la discrezione, il pudore, rifuggire dai riflettori della ribalta (atteggiamenti decisamente retrò al tempo della selfie-mania e dei social), c’è voluto del tempo a convincerla a dare la notizia.

E dunque, un altro step nella già prestigiosa carriera accademica e divulgativa della prof. Elsa Martinelli, salentina di Gallipoli, docente di “Poesia per Musica e Drammaturgia Musicale” al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.

Tradurre le proprie passioni in un lavoro non càpita a tutti nella vita. Elsa ha avuto questa “buena suerte” e la vive come una mission senza lesinare energie, come sanno i suoi allievi e la stessa Terra d’Otranto, che conosce e apprezza i suoi saggi in cui spesso coinvolge l’architetto Beatrice Malorgio (“Fughe”, Edizioni del Grifo, 2012).

L’incarico, onorifico, è di durata triennale e prevede la tutela, la vigilanza, la consulenza storico-musicale, tecnica e archivistica, di restauro (di tipo filologico, conservativo, funzionale ed estetico) in funzione della salvaguardia del ricco patrimonio organario delle chiese.

La prof. fa capo agli organi centrali del Ministero tramite l’ufficio periferico della SABAP (Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio) di Lecce, ora diretto dal nuovo soprintendente, l’architetto Maria Piccarreta.

Una mission, s’è detto, vissuta full time. In ambito didattico e di ricerca con volumi, saggi, articoli su riviste specializzate, atti di convegno nazionali ed extra moenia, pubblicazioni miscellanee sugli organi a canne nel Salento, due corpose monografie e numerosi contributi di studio.

La prof. Martinelli ha studiato i vari aspetti della storia del melodramma (dai costumi teatrali ai libretti d’opera), opere e protagonisti della grande opera lirica: da Vivaldi a Niccolò Piccinni, incluso il contemporaneo Nino Rota.

I profili storici e l’attività artistica di musicisti come Eriberto Scarlino, Luigi Romano, Vincenzo Pecoraro e di cantanti lirici come il tenore di grazia Tito Schipa (leccese doc, “Canto per te. Omaggio a Schipa, 2016) e il soprano Ines Martucci, inclusi corsi di iconografia musicale, la storia di bande musicali e interconnessioni fra architettura e musica.

Non male per una giovane prof. appassionata del suo lavoro. Della serie “Eccellenze a Sud”, o “Ce ne fossero!”. Chapeau!

Come un’orchidea BIANCA, poesie di Lilli Pati

lilly

di Paolo Rausa

Dalla prosa alla poesia, dal romanzo alle liriche. Lilli Pati ha esordito due anni fa con una dichiarazione d’amore. Tale è la storia narrata in ‘Il richiamo dello scrigno’, inteso come luogo in cui si conservano le perle del cuore, i tesori invisibili, quelli che troviamo in fondo all’anima e che l’autrice ci invita con discrezione ad ammirare. E ad amare. Quell’’Omnia vincit amor’ virgiliano permea la vita, i desideri, i sogni della protagonista che ora, vestale dell’orchidea bianca, inonda le pagine di sensazioni, stati d’animo, sogni, desideri, abbandoni, piaceri, voluttà, rimpianti, sempre messi in relazione con gli elementi naturali, paesaggistici, il sole, il mare, il vento ora zefiro, ora tempesta, che addolcisce o minaccia la nostra esistenza… Sensazioni di abbandono fra le braccia dell’amato a lungo sognato e che ora stringe a sé per non lasciarlo mai più, per non essere mai più lasciata. Ma quanta strada prima di arrivare a cogliere il fiore dell’innocenza perduta! Anzi non a cogliere, a bearsi del suo profumo, della sua immagine che cresce a vista d’occhio, bagnato dalla salsedine di un mare che sferza i nostri sentimenti e nel quale dobbiamo condurre la nostra navicella fluttuante. Una sessantina di liriche compongono questa nuova pubblicazione di Lilli che si pone ella stessa ‘Come un’orchidea BIANCA’, novella Proserpina – viene detto nell’introduzione – che vive nottetempo la follia delle passioni amorose. Come la dea accetta il suo sposo ma vuole vivere altre sensazioni ultraterrene, fuori terra, verso il cielo delle beatitudini dove tutto si stempera e l’amore diventa un sentimento universale che tutto abbraccia, insieme, uomini e cose. Più Venere, mi sembra, nell’Ode al mare’ laddove rinasce bella fasciata nell’abito bianco che incede sostenendo con la sua bellezza gli sguardi altrui colmi di desiderio. Diviso in due parti, il libro tratta dei ‘Frammenti di cuore e di vita’, due metà che si susseguono a ritmo incalzante senza cesura e in continuità. Talora la passione e il desiderio lasciano il tempo e lo spazio ai ricordi, alla nostalgia velata di tristezza, di rimpianto. Come il viandante che giunto nel ‘Deserto’ sembra aver smarrito la strada ed essere in preda all’arsura, così lei, anziché abbattersi, raccoglie gli sforzi e li proietta sul domani, quando raggiungerà la pace e la serenità, senza per questo rinunciare alle emozioni della vita. Fino a immaginarsi ‘Nocchiero di me stesso’ che pur nelle difficoltà della navigazione si conquista la libertà della manovra e oltrepassa la tempesta. Per quanto ‘Ala di gabbiano’ come quella di Icaro paventi l’umidità delle acque marine che l’appesantirebbero, così lei sa andare ‘Oltre’ verso il cielo, dove tutto ciò che si è perso si ri/conquista, soprattutto la condizione sovrumana di benessere oltre il piacere come unione fisica di due anime, l’atarassìa delle passioni. La poesia d’amore celebra qui i suoi fasti, ma non ignara del sentimento dolce-amaro come ha cantato Saffo, da bere sino in fondo, ebbra, sino alla stordimento, grazie ad una sana ‘Follia’ del vivere e dell’amare.

‘Come un’orchidea BIANCA’, Editrice Kimerik, Patti, 2017, pp. 74, € 12,00.

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