La biblioteca degli Alcantarini di Parabita

“Un bene storico di particolare rilevanza” è stato riconosciuto il fondo librario parabitano dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e Basilicata, e lo dice entusiasta il parroco della chiesa matrice don Santino Bove Balestra.

Il nucleo originario proviene dai frati Alcantarini, presenti per circa 150 anni e poi soppressi nella cittadina nel 1861, salvato dall’arciprete Gaetano Fagiani negli anni 30 del secolo scorso.

Fu il monsignore a volerlo custodire presso la casa canonica della parrocchia San Giovanni Battista, dove ancora esiste, con una consistenza di 570 volumi editi tra il 1491 e il 1830 (un incunabolo, 19 cinquecentine, 78 seicentine, 433 settecentine e 40 ottocentine).

Il fondo fu studiato, e analiticamente catalogato, da Laura Stefanelli, che pubblicò le risultanze nel volume “La biblioteca degli Alcantarini di Parabita” (Congedo editore).

Ora c’è da sperare che possa essere incrementato e reso fruibile.

 

Si legga inoltre:

http://www.piazzasalento.it/parabita-la-soprintendenza-riconosce-la-rilevanza-storica-della-biblioteca-degli-alcantarini-89032

 

 

Un nuovo numero doppio per “Il Delfino e la Mezzaluna”

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La Fondazione Terra d’Otranto inaugura l’attività editoriale del 2018 con il nuovo numero de Il Delfino e la Mezzaluna. Un numero doppio, di circa 450 pagine (formato A/4, copertina a colori, fotocomposto ed impaginato dalla Tipografia Biesse di Nardò) che prosegue, nel segno della continuità ma con alcune piccole novità, l’opera avviata nel 2012.

Come di consueto (in questo, appunto, la continuità) i contributi raccolti spaziano dalla storia dell’arte alla letteratura, dall’archeologia alla zoologia, dalla storia antica a quella contemporanea, ecc. I saggi, organizzati secondo nuove sezioni tematiche che rappresentano la principale novità editoriale, sono l’espressione del lavoro sia di autori da anni coinvolti nelle attività della Fondazione sia di “nuove” firme. Ecco dunque cosa potrete leggere in questo numero:

 

Sezione I – Storia

Coppola S., Grande guerra e abbattimento delle barriere domestiche in Terra d’Otranto

Salamino D., Taranto e la guerra greco-gotica: narrazioni, strategie e questioni della transizione

Sassi G., Storia della ricerca e della scoperta della città romana di Genusia

Valente N., La penisola salentina nelle fonti narrative antiche

 

Sezione II – Personaggi

Carbone L., Della fama di Marcantonio Zimara e della fortuna editoriale dei suoi Problemata. Annotazioni aggiunte alla bibliografia di e su Zimara

Moscheo R., Giovan Paolo Vernaleone da Galatina

 

Sezione III – Natura, Ambiente e Paesaggi

Landriscina S., Le specchie di Calone e Cerrate: storia degli studi e nuove acquisizioni sul contesto topografico

Protopapa F., Il geco salentino

Palumbo A., S. Isidoro: non solo spiaggia ma anche Sarparea e spundurate. Storia e biodiversità da conoscere, proteggere, raccontare

 

Sezione IV – Letteratura

Di Seclì A., Ugo Orlando. Poesie

Presicce A., Su The castle of Otranto, primo romanzo gotico

Rizzo C., Luigi Ruggeri alla fine di un mondo

 

Sezione V – Arte

Ble Domenico, L’Immacolata Concezione giordanesca conservata nella chiesa dell’Immacolata a Latiano

Bolognese A., L’ovale della Madonna Immacolata di Liborio Riccio: cronaca di un restauro

Caringella M., Una proposta per Catalano nella collegiata di Grottaglie e una notula sul D’Orlando

Di Furia U., Una rara presenza pugliese dei fratelli Sarnelli: la Madonna col Bambino tra san Pietro martire e san Giacinto nella chiesa madre di Corigliano d’Otranto

Palumbo A., Tra reale e fantastico: intervista all’artista Daniele Minosi

Quaranta R., La grande tela dell’Annunciazione della collegiata di Grottaglie. Un restauro e una riscoperta

 

Sezione VI – Spigolature di Terra d’Otranto

Antonazzo L., Per la storia del santuario di santa Marina a Ruggiano

Corvaglia G. – Pedone B. – Rizzo R.C. – Tarantino G., I frantoi e i luoghi dell’olio a Spongano

Giacovelli D., Spicilegium Castianense I

Musio S., L’Università Civica e lo stemma di Tricase

Polito A. – Gaballo M., Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

Semeraro M., Note di araldica: lo stemma della principessa di Francavilla Irene Delfina di Simiana

Valente N., Gli antichi toponimi dell’isola di Sant’Andrea

 

A tutti gli autori e a chi, a vario titolo, ha contribuito alla realizzazione dell’opera (dai fotografi Maurizio Biasco (di cui è la foto di copertina), Khalil Forssane, Emilio Nicolì, Lino Rosponi e Foto Tasco di Brindisi ai consulenti linguistici Maria Costanza Baglivo ed Elena Serio) va il nostro più sentito ringraziamento.

 

La rivista, come noto, ha un suo codice ISSN ed è registrata al Tribunale di Lecce. Fuori dal commercio e riservata ai soci della Fondazione nonché alle principali biblioteche provinciali, regionali e nazionali, può essere richiesta inviando una mail a ildelfinoelamezzaluna@gmail.com riportando l’indirizzo di spedizione ed allegando copia di un versamento di 22 euro per ciascuna copia desiderata, quale rimborso per le spese di stampa e di spedizione. Il bollettino o il bonifico dovranno essere intestati alla Fondazione Terra d’Otranto, cc postale 1003008339/ IBAN IT30G0760116000001003008339.

 

Marcello Gaballo – Presidente della Fondazione Terra d’Otranto

Alessio Palumbo – Direttore de Il Delfino e la Mezzaluna

Prima Giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. A Galatone

a cura di Crocifisso Aloisi
Il Consiglio Regionale della Puglia, nella seduta 66 del 04 luglio 2017, ha deliberato quasi all’unanimità (3 contrari e 2 astenuti) l’istituzione della ‘GIORNATA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME MERIDIONALI DELL’UNITÀ D’ITALIA’, il 13 febbraio di ogni anno.
Il processo storico/politico che ha portato all’Unità d’Italia, al netto di tutta la retorica risorgimentale, è stato un processo doloroso che ha comportato violenze, eccidi di massa, deportazioni e torture in tutto il Sud Italia. Di questo la storiografia ufficiale non parla adeguatamente, malgrado i numerosi studi e documenti (comprovanti quello che è realmente accaduto in quel periodo) che stanno emergendo in questi anni.
Di tutto ciò si parlerà a Galatone il 10 febbraio 2018, con inizio lavori alle ore 17:30, nella Sala del Palazzo Marchesale in occasione delle celebrazioni della I Giornata della Memoria per le vittime Meridionali dell’Unità d’Italia. Il convegno, che ha avuto il patrocinio del Presidente della Giunta Regionale (decreto 41 del 25 gennaio 2018),  avrà come relatori i giornalisti e scrittori Pino Aprile e Lorenzo Del Boca. La quasi unanimità dei consensi che l’evento ha avuto è un segnale di unità politica che il Consiglio Regionale ha voluto dimostrare e dovrebbe interessare, trasversalmente, anche tutte le forze politiche locali
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Festa di S. Biagio a Nardò. Si rinnova l’antichissimo rito della benedizione della gola il 3 febbraio

Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)
Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)

 

Ancora un santo armeno nella città di Nardò. Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggerà il 20 febbraio, i neritini festeggiano il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore).

Il  martirio di san Biagio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al suo rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato, dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, ecco che queste categorie lo vollero designare quale loro protettore.

Come di consueto torna dunque ad esercitarsi l’antichissimo rito della benedizione della gola, atteso dai fedeli e dalla popolazione di Nardò e dei paesi vicini sabato 3 febbraio, giorno in cui si festeggia il santo martire Biagio, venerato nella chiesa di Santa Teresa.

La confraternita del SS. Sacramento, di cui il santo è protettore, ha predisposto e diffuso il programma, con il triduo che inizierà il 31 gennaio, per proseguire con la messa solenne celebrata dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, e con la benedizione impartita ad ogni intervenuto da sacerdoti e diaconi, dalle 15 del pomeriggio e fino a tarda serata.

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono anche degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a san Biagio, che in vita fu medico, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola.

Il motivo dell’antico patrocinio a Nardò potrebbe ricollegarsi ad una epidemia di difterite che colpì la popolazione neritina nel XVII secolo in città, che procurò non pochi lutti, specie tra i più piccoli, che morirono per l’asfissia determinata dalle croste in gola causate dal germe. Ma un altro motivo potrebbe rimandare all’antichissima e nobile famiglia dei Sambiasi, il cui nome, fino al XVII secolo, era Sancto Blasio, per l’appunto San Biagio, dei quali un ramo viveva accanto alla chiesa in cui tuttora si festeggia.

In occasione delle celebrazioni, nella chiesa di S. Teresa viene esposta al pubblico la statua del santo, di grandezza naturale, eccellente  cartapesta policroma, realizzata a spese dei fedeli neritini nell’anno 1888. Il santo, affiancato dal fanciullo appena guarito, è a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia; indossa i paramenti vescovili orientali, con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, ed il classico omoforion, la lunga sciarpa ornata di croci.

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Sullo stesso argomento vedi:
http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/03/3-febbraio-san-biagio-vescovo-e-martire-il-culto-del-santo-a-nardo-e-in-puglia/

Copertino. Alcune vicende intorno alla colonna di S. Sebastiano

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di Giovanni Greco

A distanza di trent’anni dall’abbattimento della porta del Malassiso, Giovanni Nicolaci (fratello uterino di Giuseppe Trono che insieme ad altri aveva acquistato e poi abbattuto il convento di San Francesco intra moenia), avanzò al Comune la richiesta di voler costruire a proprie spese una colonna per ricollocarvi la statua di San Sebastiano, attribuita allo scultore copertinese, Ambrogio Martinelli, originariamente situata sulla sommità della porta omonima e parcheggiata nel frattempo nella chiesa dei Domenicani. Accertato che la colonna, tre metri di base e dieci di altezza non avrebbe creato intralcio alla circolazione, sul finire del 1924 il Comune deliberò a favore della costruzione.

Ma l’iniziativa divenne subito oggetto di scontro fra la popolazione locale che si divise tra favorevoli e contrari.

Il 27 febbraio 1925, a lavori già iniziati, un gruppo di copertinesi inviò al prefetto di Lecce una vibrante protesta. Ne riportiamo uno stralcio. “Trent’anni e più or sono si sentì la necessità di abbattere la porta di S. Sebastiano (Malassiso). Fu un respiro per questa nostra cittadinanza che di giorno in giorno si estendeva specie al di là della porta suddetta […] Ad opera di un ricco ignorante si è voluto costruire una colonna in cemento armato per collocarvi la statua di S. Sebastiano […]. I lavori sono iniziati. V. S. Ill.ma non può immaginare lo sconcio che è per verificarsi […] volendo innalzare un mausoleo cosi ingombrante. Eppure vi è la piazza in uno dei lati della stessa non verrebbe nessun fastidio […]. Dove ora si cerca di piantarla non solo storpia e deturpa una via, ma è fonte di grave pericolo per i veicoli di qualsiasi genere”.

Quindi, invocano l’intervento delle autorità locali, della prefettura e del Genio civile. Dal canto loro i sostenitori dell’iniziativa, venuti a conoscenza della protesta passarono al contrattacco e in 219 sottoscrissero la loro accorata lettera al prefetto affermando che “non vi è altro posto più adatto del prescelto per speciale ubicazione del paese, storia, tradizioni, volontà e concorso di popolo. L’asserzione che possa nuocere al transito è ridicola perché la colonna avrà d’ambo i lati strade di metri 6.60 ciascuna”.

Il prefetto, dopo aver assunte informazioni dal sindaco, stabilì di inviare un ingegnere del Genio Civile il quale, al termine dell’apposita perizia affermò che la struttura era tecnicamente solida, che non vi sarebbe stato alcun pericolo per la incolumità pubblica e che il traffico non ne avrebbe sofferto. La querelle era chiusa. I lavori potevano completarsi.

Il mese di luglio del 1925 sulla colonna, ingabbiata da una fitta impalcatura di legno, con l’ausilio di funi e carrucole venne issata la statua di S. Sebastiano. Per ricordare ai posteri il suo gesto il filantropo Nicolaci fece incidere la seguente epigrafe:

A/San Sebastiano/Giovanni Nicolaci/esaudendo fervido voto di popolo/questo monumento/eresse/a.d. MCMXXV.

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

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Tra luci, forme e colori…

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

 

di Stefano Tanisi

L’idea di istituire una Pinacoteca comunale a Ruffano nasce nel 1997, con il progetto “Cento artisti per Ruffano”, promosso dell’Amministrazione Stradiotti, attraverso cui il Comune di Ruffano, nelle tre edizioni tenute dal 1997 al 1999, ha visto la generosa donazione di numerose opere d’arte da parte di artisti e collezionisti. La raccolta e le relative mostre sono state curate dal noto storico e critico d’arte prof. Carlo Franza.

La Pinacoteca comunale di Ruffano vanta un fondo costituito da oltre 300 opere d’arte contemporanea realizzate da artisti di rilevanza nazionale e internazionale come Goliardo Padova, Luigi Veronesi, Ibrahim Kodra, Walter Lazzaro, Giovanni Conservo, Salvatore Fiume ed altri, comprendenti opere di pittura, scultura e grafica, tutte inserite nei tre cataloghi curati da Carlo Franza di “ARS – Collana di Arte contemporanea del Comune di Ruffano” (“Il disvelamento dell’arte tra sacro e profano”, 1997; “Il mito mediterraneo”, 1998; “La porta d’Oriente”, 1999), editi da Congedo editore.

La collezione rappresenta tutto il secolo scorso, come ha scritto il Franza, «nello specchio del primo e del secondo Novecento, – con le immagini della figurazione nuova, del realismo esistenziale, del magico realismo, del nuovo surrealismo, dell’astrattismo lirico, dell’arte strutturale, cinetica, dell’informale, fino alle vicende degli anni Ottanta-Novanta».

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Dopo il 1999, la collezione fu errante negli edifici comunali per una decina di anni, fino a quando nel 2008 è stata individuata la sua sede presso l’ex Convento dei Cappuccini, in Piazza della Libertà, attraverso la realizzazione di due sale espositive attrezzate.

Sin dal 2011, questi luoghi si sono animati con personali di artisti nazionali e internazionali, mostre didattiche e di documentazione storica.

In occasione dei vent’anni dalla sua costituzione, dopo che l’attuale Amministrazione comunale – guidata dal sindaco Antonio Cavallo – ha curato il riallestimento museale delle sale, la Pinacoteca organizza la mostra “Tra luci, forme e colori…” sulle opere più significative della sua collezione, con l’intento di creare un percorso, mai scontato e sempre suadente, che possa dialogare con la sensibilità del visitatore attraverso la percezione dei colori, delle forme, delle luci, dei contrasti, delle ombre e dei materiali.

Accanto alle opere di maestri scomparsi come Giovanni Conservo, Albino De Francesco, Imer Guala, Walter Lazzaro, Rosalba Masone Beltrame, Carola Mazot, Montevago, Goliardo Padova, Petros, Luigi Poiaghi, Raffaella Robustelli, Enrico Sirello, Antonio Stagnoli, troviamo artisti affermati quali Paolo Barrile, Xante Battaglia, Daniele Bertoni, Giovanni Blandino, Gloria Bornacin, Gianni Brusemolino, Giovanni Campus, Secondo Chiappella, Clelia Cortemiglia, Francesco Cucci, Ivan Cuvato, Leonida De Filippi, Mario De Leo, Denise De Rocco, Giuliano Del Sorbo, Germana Eucalipto, Primo Formenti, Angelo Dionigi Fornaciari, Achille Guzzardella, Leila Lazzaro, Donato Linzalata, Giacomo Lussu, Diego Mancini, Max Marra, Franco Marrocco, Felice Martinelli, Antonio Massari, Alfredo Mazzotta, Tino Montagna, Geri Palamara, Antonio Pizzolante, Antonio Pugliese, Giorgio Reggio, Flavio Roma, Giuseppe Rossicone, Pino Salvatore, Giuseppe Siliberto, Osvaldo Spagnulo, Salvatore Spedicato, Tony Tedesco.

L’obiettivo primario della Pinacoteca comunale è puntare sulla cultura delle arti visive, come strumento di attrazione per la cittadinanza, le scuole e i turisti, grazie a mostre tematiche periodiche che possano anche valorizzare la collezione comunale.

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La mostra “Tra luci, forme e colori…” è visitabile fino al 30 marzo 2018 presso la sede della Pinacoteca comunale di Ruffano in piazza della Libertà (presso l’ex Convento dei Cappuccini), dal lunedì al venerdì dalle ore 16.30 alle 18.30, mercoledì e venerdì dalle ore 10.00 alle 12.00, e su prenotazione.

Per le visite negli orari indicati rivolgersi alla Biblioteca comunale, sita in via Napoli n. 15.

Per informazioni: pinacotecaruffano@libero.it, tel. 0833.1821254.

Sopravvive parte degli affreschi di S. Maria dell’Umiltà in Parabita

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di Marcello Gaballo

Sempre il 28 dicembre prossimo (ore 19, presso il salone dell’ex Seminario, in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò), tra le opere “ritrovate”, dallo storico dell’arte Dott. Paolo Giuri saranno presentati al pubblico gli affreschi di gran pregio recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa domenicana del Rosario in Parabita, già esposti nella sede di rappresentanza della Regione Puglia nella Capitale.

Non sono note le vicende della predetta chiesa, annessa al convento di Santa Maria dell’Umiltà, che si ritiene fondato agli inizi del XV secolo, per poi essere soppresso con le leggi eversive agli inizi del XIX secolo, quando fu acquisito dal Comune, che poi lo destinò a sede dei Regi Carabinieri, del Giudicato e della Cancelleria Comunale[1].

Gli inevitabili rimaneggiamenti hanno snaturato il complesso, sino a cancellare l’originario impianto, che si sviluppava anche su un piano superiore, adibito a dormitorio della fraternità, con il coro “di notte”.

L’antica chiesa che ospitò gli affreschi fu invece ceduta negli anni 30 del Novecento alla parrocchia di San Giovanni Battista, che nel 1954 la riadattò parzialmente per attività ricreative, con danni irreparabili e distruzione dei diversi cicli di affreschi, di gran parte degli elementi architettonici, tra cui ben dieci altari, sedici cenotafi[2] ed un fonte battesimale lapideo, probabilmente realizzati verso la metà del ‘500, essendo barone e feudatario Pirro Granai Castriota[3].

La mancanza di adeguata descrizione dell’importante complesso in qualificate pubblicazioni e le scarse notizie documentarie finora reperite impediscono di cogliere le varie espressioni artistiche che erano senz’altro presenti nell’unico ambiente chiesastico, le cui vicende forse potrebbero essere chiarite da uno studio attento su quanto è sopravvissuto sino ai nostri giorni. Non resta traccia del suo soffitto ligneo a cassettoni, di cui si tramanda il solo ricordo, mentre avanzano la facciata con il caratteristico rosone e le sculture raffiguranti la Crocifissione e una Annunciazione.

Pur trattandosi di frammenti, tuttavia quelli che saranno ospitati nel museo sono ben identificabili in alcune delle figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi, forse realizzati da differenti frescanti ed inseriti in più cicli di epoche diverse.

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Di essi senz’altro merita maggiore attenzione quello della Vergine con il Figlio, se non altro per essere attualmente (e sin dal 1847) la Protettrice di Parabita (da compatrone che era insieme a San Sebastiano e San Giovanni Battista).

In attesa di conoscere le valutazioni del Dott. Giuri, non è peregrino ipotizzare per questa una datazione intorno alla metà del ‘400[4]. Di lì a poco, nel 1456, la nostra chiesa sembra costituisse una delle tappe da raggiungere prima di concludere il pellegrinaggio sino a Finibus Terrae disposto dal re di Napoli Alfonso d’Aragona, che “mandao certi penitentiali, vestiti di bianco per tutte le perdonancie fieni (fino) a Santa Maria de Leuche per applicare (sedare) l’ira di Dio”[5].

Il nostro affresco della Madonna della Coltura sembra esser la copia dell’omonima immagine del celebre monolito parabitano (oggi nel santuario), copia di quella Madonna del tipo dell’Eleousa rappresentata nella basilica orsiniana di S. Caterina in Galatina (1435-1445) e nella chiesa di Santo Stefano a Soleto[6].

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[1] A. D’Antico (a cura di), Parabita. Memorie e sue antichità di Giuseppe Serino, Il Laboratorio, Alezio 1998, p. 33.

[2] O. Seclì, Parabita nel ‘700. Dinamiche storiche di un secolo, Il Laboratorio, Parabita 2002, p. 93.

[3] Cfr. O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, Il Laboratorio, Parabita 1992, p. 4.

[4] O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, cit., p. 19.

[5] A. De Bernart, Iconografia della Madonna della Cultura nella storia di Parabita, Galatina 1998, p.19.

[6] Idem, p.19; AA.VV., Il santuario della Coltura e l’Ordine dei Frati Predicatori, Bari 1982, p.125.

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L’attività pittorica di fra’ Angelo da Copertino (sec. XVII) in Terra d’Otranto

Battesimo di Gesù, di frà Angelo da Copertino
Battesimo di Gesù, di frà Angelo da Copertino

 

di Marcello Gaballo

Giovanni Greco, storico e giornalista copertinese, il 28 dicembre prossimo, alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario, di fronte alla Cattedrale di Nardò, sarà uno dei due relatori che si alterneranno nella serata dedicata alle opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò.

Il titolo del suo intervento è “L’attività pittorica di fra’ Angelo da Copertino (sec. XVII) in Terra d’Otranto”, in considerazione che una delle opere è il Battesimo di Gesù, di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse.

L’opera pittorica del frate cappuccino, Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), oltre ad apparire sintonizzata con l’atmosfera del Seicento, si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

Rimasto a lungo ai margini della critica, frà Angelo è stato riscoperto sul finire dell’800 dagli storici locali, che lo annoverarono tra i pittori di pregevoli dipinti.

Studi e ricerche hanno comprovato la sua presenza in diverse comunità di frati cappuccini di Terra d’Otranto, dove lasciò l’impronta della sua pittura in un periodo in cui l’arte era divenuta efficace strumento propagandistico di prestigio.

Attraverso la pittura questo frate-pittore fornì un valido contributo all’evoluzione dell’arte in Terra d’Otranto nel XVII secolo, riprendendo quel repertorio di cui la Chiesa del periodo controriformistico continuò a servirsi per consolidare la fede cristiana.

Senza ombra di dubbio possiamo affermare che la sua sensibilità artistica, nutrita dai colti moduli napoletani e romani, fu talmente alta nel disegno e nelle espressioni cromatiche tanto da offrire risultati pittorici decisamente fuori dei limiti di una produzione artigianale di carattere devozionale, così da dovergli riconoscere un ruolo primario nell’ambito della pittura francescana del suo secolo.

Giovanni Greco, nel suo prezioso lavoro Seicento pittorico sconosciuto: frate Angelo da Copertino (1609-1685)[1], aveva già segnalato numerosi dipinti autografi del religioso: Sant’Antonio di Padova (1636) nella chiesa dei Cappuccini di Ruffano, la prima opera a lui attribuita[2]; la Regina Martirum (1655) nella chiesa matrice di Copertino[3]; la Salus infirmorum (1682) nella chiesa Santa Maria delle Grazie di Copertino[4]; l’Immacolata (1682) nella chiesa San Francesco della Scarpa di Lecce (opera dispersa); il Perdono di Assisi (1684) nella chiesa dei Cappuccini (ora nella chiesa matrice) di Salve.

Privi di firma e data sono: il Sant’Antonio di Padova nella chiesa dei Cappuccini di Tricase; l’Angelo Custode, la Maddalena penitente e il Padreterno nella chiesa dei Cappuccini di Martina Franca; il Perdono di Assisi, l’Angelo Custode e San Michele Arcangelo nella chiesa dei Cappuccini di Nardò; il Perdono di Assisi nella chiesa dei Cappuccini di Alessano; il San Girolamo morente nella cattedrale di Nardò; l’Immacolata e santi nella cattedrale di Gallipoli; la Madonna del Carmine nella chiesa matrice di Melendugno; Sant’Anna e la Sacra Famiglia e la Traditio clavuum nella chiesa matrice di Galatina; San Francesco stimmatizzato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Copertino.

San Girolamo, di frà Angelo da Copertino, cattedrale di Nardò (ph Stefano Tanisi)
San Girolamo, di frà Angelo da Copertino, cattedrale di Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

Altri studi hanno assegnato al nostro cappuccino la Trinità nella chiesa di Sant’Oronzo di Campi Salentina[5]; l’Immacolata e santi e Sant’Anna e la Vergine col Bambino nella chiesa matrice di Maglie[6].

Di recente ne ha trattato ampiamente anche Stefano Tanisi, per il quale è da “considerarsi un pittore “popolare”, poiché il suo linguaggio espressivo e compositivo comunicava ai devoti illetterati un’immediata e comprensibile narrazione visiva delle storie sacre. Le immagini, in linea con le finalità dell’arte riformata e, dunque, dell’ambiente cappuccino, del quale fra’ Angelo ne è chiaramente fautore, dovevano avere chiari intenti dottrinali, rispecchiando la dignità e la santità dei modelli, in modo da suscitare nel credente atti di fede e commozione”[7].

Il perdono di Assisi, di frà Angelo da Copertino, chiesa di S. Francesco d'Assisi a Nardò (ph Stefano Tanisi)
Il perdono di Assisi, di frà Angelo da Copertino, chiesa di S. Francesco d’Assisi a Nardò (ph Stefano Tanisi)

 

Lo stesso Tanisi riporta la stima nutrita per il frate dal vescovo di Nardò Antonio Sanfelice (Napoli 1660 – Nardò 1736), che nella visita pastorale del 1710 “rileva il dipinto con le immagini di San Francesco e le anime del Purgatorio collocato sull’altare di San Sebastiano nella matrice di Copertino, segnalando che l’opera è stata “depicta a celebre pictore frate Angelo de Cupertino ordinis capucinorum qui ab anno 1658 usque ad annum 1668 sub pontificatu sanctae memoriae Alexandri VII conservator fuit picturarum vaticani”, e che dunque il pittore, fra il 1658 e il 1668, fu nominato “conservatore delle pitture vaticane”.

Frà Angelo da Copertino, chiesa matrice di Copertino (ph Stefano Tanisi)
Frà Angelo da Copertino, chiesa matrice di Copertino (ph Stefano Tanisi)

 

Sempre Tanisi arricchisce il profilo scrivendo “nel 1719 il Sanfelice continuava a individuare e lodare diverse opere del pittore francescano: nella matrice di Casarano annota opere di fra’ Angelo, una nella cappella dello Spirito Santo, dipinta dal “celeberrimi Pictoris Cupertinensis, vulgo dicti del Capuccino”, e l’altra nella cappella delle Sante Anime del Purgatorio, che dal “celeberrimo Pictore Cupertinensi depicta est”[8].

E per concludere, lo stesso, nella sua lunga elencazione delle opere attribuite, annota il San Girolamo nella cattedrale di Nardò (sull’altare omonimo, secondo a destra), che il Sanfelice fa riportare nella visita come il dipinto sia “picta manu F. Angeli Capuccini Cupertinensis Pictoris aetate sua excellentissimi”[9].

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[1] In “Studi in onore di Aldo de Bernart”, Galatina 1998, pp. 43-56.

[2] Firmata e datata “Fra Ang. A Cup.no pingebat 1636”.

[3] Firmata e datata “F. Angelus A Cupertinus Capuccinus A.D. 8bris 1655”.

[4] Firmata e datata “F. Angelus A Cupertino Ca[ppuci]nus per sua devozione pingebat 1682”.

[5] Cfr. P. A. Vetrugno, Arte e Fede nel Salento del secolo XVII: la Ss. Trinità di Frate Angelo da Copertino, in “Lu Lampiune”, a. XVI, 1, pp. 119-126.

[6] cfr. E. Panarese – M. Cazzato, Guida di Maglie, Galatina 2002, p. 128.

[7] Cfr. S. Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per fra’ Angelo da Copertino (1609-1685 ca.). La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò, in “Il Delfino e la Mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto”, n°3 (2014).

 

[8] ASDN, Visite Pastorali, Antonio Sanfelice, anno 1719, visita pastorale chiesa matrice di Casarano, c. 61v.

[9] ASDN, Visite Pastorali, Antonio Sanfelice, anno 1719, visita pastorale cattedrale di Nardò, c. 59.

Le opere “ritrovate” nel museo diocesano di Nardò

Un evento importante per la storia dell’arte quello del 28 dicembre prossimo, quando saranno presentate al pubblico alcune opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò, che oramai si ritiene a pieno titolo uno degli “scrigni” pugliesi, visto il consistente patrimonio raccolto in questi anni e qui esposto.

L’incontro, avrà inizio alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario (Sala Roma), in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò, con interventi di Mons. Giuliano Santantonio (direttore del Museo Diocesano), di S. E. Mons. Fernando Filograna (vescovo di Nardò-Gallipoli), dell’Arch. Maria Piccarreta (soprintendente ABAP Lecce-Brindisi-Taranto), della Dott.ssa Caterina Ragusa (storico dell’arte).

Due le relazioni che saranno presentate, delle quali la prima tenuta dal Dott. Paolo Giuri, storico dell’arte, che illustrerà gli affreschi recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa di S. Maria dell’Umiltà in Parabita, esposti nella sede rappresentativa della Regione Puglia nella Capitale. Pur trattandosi di frammenti, tuttavia sono ben identificabili le figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi.

Lo storico e giornalista Giovanni Greco si soffermerà invece sulla tela del Battesimo di Gesù di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse. Egli tratterà del cappuccino Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), la cui attività si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

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Il nuovo libro di Boccadamo, “Gli sposi di Monteruga”

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E’ stato appena pubblicato, con Spagine Edizioni (Fondo Verri) – Lecce, il nuovo libro dello scrittore e giornalista salentino Rocco Boccadamo “Gli sposi di Monteruga” – Lettere ai giornali e appunti di viaggi.

Di seguito, un’interessante recensione al volume redatta dal poeta e critico letterario Marcello Buttazzo.

 

La scrittura del narrastorie Boccadamo

di Marcello Buttazzo

Fortunatamente, l’uomo preserva la memoria, la ravviva continuamente di linfa vitale. La memoria, conchiglia di vissuti, che navigano sulle spiagge del tempo. Rocco Boccadamo è un narrastorie salentino attento ai ricordi, ai trascorsi traversati con lo sguardo composto, discreto. Ogni anno Rocco ci ha abituato alle sue pubblicazioni, raccolte di articoli e lettere ai giornali. A fine anno, Boccadamo fa un compendio di ciò che l’ha colpito nel sommerso e nel manifesto e ci dona il suo libretto di storie. È appena uscito dell’autore salentino “Gli sposi di Monteruga”, appunti di viaggio, edito da Spagine (Fondo Verri Edizioni).

I luoghi sono sacri per Rocco, i luoghi della sua storia, della nostra storia, della sua infanzia e giovinezza, bordeggiate ai margini del sogno, della semplicità, della purezza fanciulla. Marittima, paesino natale dell’autore, l’insenatura dell’Acquaviva e Castro, sono delle perle, non solo di splendore paesaggistico, ma anche carne viva di memoria, di ricordo rosso d’incanto. In particolare, l’Ariacorte, piccolo quartiere di Marittima, viene evocata in tutta la sua francescana compostezza, abitata da gente del popolo, devota al lavoro e alla fatica. Si staglia limpidissimo il ricordo della madre Immacolata, morta giovanissima, che per Rocco è stata una fulgida figura di riferimento, capace di accoglienza e d’amore.

La narrazione di Boccadamo è, per l’innanzi, descrizione della gente, che scende essenzialmente fra le viuzze, fra le strade, di Marittima, di Castro, e di altre località vicine. I protagonisti dei suoi racconti sono pescatori, contadini, muratori, ciabattini, gente umile, con la notazione di spontaneità e di genuinità. Ma protagonista fondamentale delle pagine di Rocco è anche il paesaggio, il mare adamantino, la terra generosa, la via del tabacco, i quartieri assolati d’amore e d’attesa, d’umana speranza. Nel libro viene esaltato il valore e il sapore dell’amicizia. Una costellazione di persone s’affolla fra le righe, Nzino, Nino, Luigi, Antonio, tutta gente del popolo. Potremmo dire, con una vulgata scontata, che Rocco sia scrittore popolare, perché gli umili sono tenuti in massima considerazione. Loro fanno la storia.

Il nostro autore dedica pagine d’amore e di commozione a un grande uomo di Marittima, Vitale Boccadamo, distintosi per eroismo nel corso della Prima Guerra mondiale. Leggendo “Gli sposi di Monteruga” si comprende che Boccadamo, pur senza particolari implicazioni confessionali, abbia una precipua propensione per la mansione spirituale e religiosa. Molto belli sono i racconti su Castro e la sua Protettrice, la Madonna, Maria SS. Annunziata, e su S. Maria Maddalena, venerata a Castiglione d’Otranto. In un’era in cui eccessivamente si pontifica su grandi sistemi, ben venga questa prosa minimalista di Rocco, questo florilegio sulla vita quotidiana, ordinaria, che ci indica il passo, che ci segna la danza. Dobbiamo dire anche che ne “Gli sposi di Monteruga” il racconto si dispiega su due fronti coincidenti: il presente e il passato. Esiste un continuum nel tratteggio di ciò che è avvenuto tanti anni fa e di ciò che fluisce attualmente. E Rocco, marito, padre e nonno, dal suo osservatorio prediletto e buon ritiro della “Pasturizza” con pazienza tesse e ci rede partecipi. La fluidità della scrittura di Boccadamo si amplia con la meraviglia che l’autore prova in certi frangenti. Rocco descrive con stupore da poeta la magnificenza della Natura, i voli di storni paesani. E introduce scenari di fiaba con le storie del rospetto Pancino e del riccio Culèo.

La prefazione del libro è di Ermanno Inguscio. Nella postfazione Raffaella Verdesca tocca una corda cruciale quando scrive: “Uno scrigno, questo, che Rocco Boccadamo ci consegna grazie ai suoi scritti: parola-chiave, l’AMORE”. E, in effetti, l’amore è il motore che tutto muove, che ci rende compartecipi agli umani, che scioglie il gelo. Che ci salva la vita.

Libri| Storia dell’Arte della cartapesta

cartapesta

 

L’arte della cartapesta in Occidente è, senza dubbio, un’eccellenza della cultura italiana, anche se in passato è stata poco studiata e per questo è ancora quasi sconosciuta. La causa principale del disinteresse è dovuta alla sua materia che, originata da umili stracci, è ritenuta una sostanza vile e quindi inadatta alla produzione di opere d’arte.
L’autore del libro esamina tutti i motivi che hanno causato lo scarso interesse da parte degli studiosi per quest’arte e demolisce il preconcetto della poca affidabilità della materia cartacea alla produzione di opere d’arte. Flammia, che è anche lui stesso un maestro della cartapesta, attraverso un esame rigoroso e meticoloso rivaluta l’arte della cartapesta dalle prime sperimentazioni nelle botteghe toscane alla metà del ‘400 sino all’arte moderna. Vengono così esaminate con passione e competenza le opere degli artisti del passato e di quelli moderni, che hanno creato opere d’arte di cartapesta di grande rilievo, come Jacopo della Quercia, Donatello, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano, Jacopo Sansovino, Ferdinando Tacca, Beccafumi, Bernini, Algardi, Angelo Gabriello Piò, Sanmartino, sino a Dubuffet e agli ultimissimi sperimentatori. L’autore non tralascia di esaminare anche gli artisti meno noti al pubblico soprattutto quelli che hanno apportato delle novità tecniche, analizzando inoltre le loro opere in ogni forma espressiva.
L’autore analizza ancora l’affermazione di questa attività artistica e le ragioni che hanno determinato la sua espansione nelle regioni italiane, in altri paesi europei e nelle Americhe.
Al confronto con la precedente pubblicazione del 2011 (Storia dell’arte della cartapesta- la tecnica universale), Flammia in questo nuovo studio, più organico e più rigoroso dal punto di vista filologico, affronta anche temi come l’arte della cartapesta e della mistura in Sicilia, ivi compreso l’utilizzo della materia cartacea negli allestimenti festivi importanti. Nello studio meticoloso di Flammia emerge inoltre un patrimonio demo antropologico straordinario, dai giocattoli alle arti applicate, dalle suppellettili agli allestimenti scenici ed effimeri. L’autore evidenzia la duttilità della cartapesta utilizzata persino nell’edilizia e nella produzione di imbarcazioni. La chiesa di Bergen in Norvegia (1793), costruita con materiale cartaceo e la canoa di carta con cui l’esploratore Nathaniel Holmes Bishop intraprende un lungo viaggio dal Quebec al Golfo del Messico (1874), sono tra le molteplici peculiarità del libro che lo rendono unico nell’ambito della editoria d’arte.

Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.
Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.

Il libro sarà presentato al pubblico della Capitale il 16 febbraio alle ore 17,00 presso la Fondazione Besso di Largo di Torre Argentina, 11.  I relatori saranno gli storici e critici d’arte Claudio Strinati Nicoletta Cardano. Coordinerà i lavori lo scrittore e storico del cinema italiano Ennio Bispuri.

 

Ezio Flammia artista e scenografo, maestro della cartapesta. Ha realizzato scenografie e costumi per 22 opere teatrali e ha collaborato all’allestimento di varietà in prima serata per Rai  Rete 2. Ha restaurato importanti opere di cartapesta per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Sue opere fanno parte delle collezioni dei musei: Museo Histórico Nacional di Santiago del Cile; Museu do Cinema di Lisbona; Museo Naz. delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma; Museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 di Pieve di Cento; Museo d’arte moderna e dell’informazione di Senigallia; Galleria d’arte moderna di Monreale; Fondazione “G. Boldini”di Mogliano Veneto; Museo della Fondazione “Casa di Dante in Abruzzo” di Torre de’ Passeri.
Nel 1996 ha ricevuto presso la Camera dei Deputati il premio internazionale alla carriera per le arti, La Plejade.
È autore di :

Maschere di stoffa, di ferro. Mito materia e ragione, Roma, 1996;
Storia dell’arte della cartapesta – La tecnica universale, Roma, 2011;
Fare cartapesta e scultura di stoffa, Dino Audino Editore, Roma 2014

 

Libri| La Collegiata di Grottaglie

Rosario Quaranta, “Insigne e antichissima”. Studi sulla Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie”. Prefazione di Vittorio de Marco. Al Parroco Don Eligio Grimaldi nel XXV dell’ordinazione sacerdotale. Edizioni Grifo, Lecce 2017 (pp. 396, n. 166 illustrazioni in b/n).

 prima di copertina

L’insigne chiesa Collegiata Maria Santissima Annunziata, principale tempio cittadino di Grotta­glie, è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti al­tri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche.

Dedicati al Rev.mo parroco D. Eligio Gri­maldi nella fausta ricorrenza del XXV anniversario dell’ordinazione sacerdo­tale, nel volume sono raccolti vari studi che l’Autore ha condotto nel corso degli anni sui vari aspetti che hanno contrad­distinto l’esistenza e l’attività di una isti­tuzione che ha rappresentato e rappre­senta ancora il fulcro della religiosità, della devozione, dell’arte e della cultura di una Comunità che trae dalle antiche radici linfa preziosa per programmare e vivere il proprio futuro.

È la storia di un monumento che acco­glie non soltanto elementi storicamente importanti di santità,di arte e di cultura, ma è anche la storia di una “Ecclesia Ma­ter” che svela e guida premurosamente i suoi figli sulla strada dell’amore, della comprensione e dell’aiuto reciproco.

“Il volume – ricorda Vittorio De Marco nella Prefazione – ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso per­ché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problemati­che trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura del­la complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie”.

 

INDICE GENERALE

Premessa (D. Eligio Grimaldi)

Prefazione (Vittorio De Marco)

Introduzione (Rosario Quaranta)

Parte prima

L’INSIGNE E ANTICHISSIMA CHIESA COLLEGIATA DI GROTTAGLIE

 Cenni storici: Grottaglie – Le origini della chiesa madre – Il Cinquecento – Il Seicento – Una descrizione della collegiata – Secoli XVIII- XX – Francesco de Geronimo alla gloria degli altari – L’unità d’Italia: problemi postunitari e mania di distruzione

La Collegiata oggi: Facciata – Interno – Cappelle a sinistra – Presbiterio, abside e coro – Cappelle a destra – Sagrestia – Campanile – Atrio

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

 Approvazione dello “Status Insignis Collegiatae Ecclesiae Cryptaliensis” dell’arciprete Francesco Antonio Caraglio

Antica presenza ebraica a Grottaglie (secc. XIV-XVI)

Testamento dell’arciprete Leonardo Cecere a favore dell’ospedale e della cappella di san Marco di Grottaglie (1464)

Una curiosa lite a Grottaglie nel 1538 – 39 al tempo di Bona Sforza regina di Polonia

Cinque lettere della regina Bona Sforza di Polonia al Capitolo e Clero di Grottaglie e altri documenti

Il Seicento: tra prepotenze, scomuniche e difesa delle immunità ecclesiastiche

Grottaglie barocca. Una fervida stagione culturale

Il prete brigante don Ciro Annicchiarico

Dichiarazione di preminenza del capitolo e concessione delle insegne solenni

Chiesa e società civile a Grottaglie negli anni del Risorgimento nazionale

 

PARTE SECONDA

I SANTI PATRONI DI GROTTAGLIE

La Vergine Santissima della Mutata: Grottaglie città mariana – Patrona “ab immemorabili” – Un panegirico provvidenziale – Una statua d’argento per la Patrona

Due santi inseparabili a Grottaglie: Francesco de Geronimo e Ciro d’Alessandria – Introduzione del culto di San Ciro – Ruolo dell’arciprete Tommaso de Geronimo e della confraternita del Rosario – suppliche per la beatificazione del de Geronimo – L’Ufficio di San Ciro

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

Introduzione del nome Ciro o Cira a Grottaglie

  1. Francesco de Geronimo padrino della figlia del duca di Martina

Testamento dell’arciprete Tommaso de Geronimo

L’autore dell’ufficio liturgico di san Ciro: il canonico Giuseppe Roppoli

Proclamazione di San Ciro a Patrono “minus principalis” e approvazione dell’ufficio liturgico

Richiesta e concessione del patronato, dell’ufficio e della messa di S. Francesco de Geronimo

Concessione di indulgenza plenaria per la festa di san Ciro

Riconoscimento di san Ciro come patrono principale di Grottaglie

 

PARTE TERZA

TESORI DELLA CHIESA MADRE

La croce “de notabile artificio” dell’arciprete Francesco Antonio Sammarco (inizi sec. XVI)

L’organo rinascimentale

La grande tela dell’Annunciazione

Il Cappellone di San Ciro

L’archivio capitolare

Verso il Museo della Collegiata

SERIE DEGLI ARCIPRETI DELLA CHIESA COLLEGIATA

Indice dei nomi e delle cose notevoli

 

PREFAZIONE

 Una parte significativa della ricca produzione scientifica di Rosario Quaranta è stata raccolta in questo volume che vuole essere un omaggio all’attuale parroco della Chiesa Madre di Grottaglie d. Eligio Grimaldi per il suo XXV di sacerdozio. Il comune denominatore che unisce tutti i saggi riproposti, e ulteriormente ampliati, è proprio l’insigne collegiata dedicata all’Annunziata. Sappiamo bene il particolare rapporto che lega il prof. Quaranta alla chiesa madre di Grottaglie in quanto è stato e continua ad essere l’attento custode della memorie conservate nell’archivio della collegiata, un paziente lavoro di anni che lo ha reso benemerito nell’ambito del panorama archivistico regionale.

E il libro riflette su molteplici aspetti della storia del più importante monumento religioso grottagliese, mettendo in evidenza nelle tre parti in cui il lavoro è diviso, diverse vicende materiali e architettoniche, artistiche e cultuali, di storia religiosa come di storia civile, in un arco temporale che va dal tardo medioevo ai più recenti avvenimenti che hanno interessato il monumento o alcuni suoi manufatti da un punto di vista conservativo.

La storia della collegiata è anche la storia della città di Grottaglie; nel suo numeroso clero capitolare sono state man mano rappresentate le più importanti famiglie locali; un clero che ha dettato non solo i tempi religiosi ma spesso anche quelli civili, ponendosi non poche volte in contrasto con le autorità feudali ed in particolare con i principi Cicinelli. Rosario Quaranta sottolinea con ragione quanto «deleteria» per la storia civile e religiosa di Grottaglie sia stata la doppia “servitù” feudale: da una parte l’arcivescovo di Taranto padrone della giurisdizione civile e dall’altra il feudatario laico, padrone di quella criminale e dell’appello delle cause civili, competenze sottratte al feudatario ecclesiastico fin dal 1497. Una vera e propria lacerazione sociale potremmo definirla questa doppia dipendenza della cittadina da due padroni, che ha agitato e condizionato soprattutto i secoli dell’età moderna, fino all’eversione della feudalità nel 1806, una vicenda «lunga e triste»; un peso giuridico e sostanziale che ha gravato per secoli su Grottaglie, che ha depresso la sua economia, che ha mortificato la sua vita quotidiana, che ha contato qualche funesto delitto come quello dell’arciprete Francesco Caraglio il 22 maggio 1662, un episodio, illustrato dall’Autore con particolare competenza, che impressionò fortemente quella che poteva essere allora l’opinione pubblica locale e non solo di Grottaglie, perché il delitto colpì tutto il ceto ecclesiastico e la stessa autorità morale e formale dell’allora arcivescovo di Taranto mons. Tommaso Caracciolo, che lanciò la scomunica contro gli ignoti esecutori. «Erano anni difficilissimi – sottolinea Quaranta – di violenze, intimidazioni, oppressioni fiscali che non risparmiavano neppure gli ecclesiastici arroccati nella difesa dei propri privilegi e immunità».

Si può dire che la città di Grottaglie viveva di pesi e contrappesi che coinvolgevano e condizionavano le istituzioni del luogo: il capitolo collegiale, il feudatario laico, quello ecclesiastico, la universitas civium, gli stessi ordini religiosi intorno ai quali ruotava gran parte della vita cultuale dei grottagliesi, il fisco locale e quello regio. Tante altre realtà nel Mezzogiorno moderno si dibattevano in questa stretta logica di poteri che non sempre o quasi mai collaboravano insieme per il così detto bene comune. E nella complessità di questi rapporti che emergono nei vari saggi soprattutto della prima parte, c’era un altro nodo che gravava non poco sulla vita quotidiana: quello dell’immunità ecclesiastica. Vi erano troppi preti e chierici a Grottaglie che godevano di immunità reali e personali, che non favorivano la stabilità economica della cittadina perché il peso fiscale non era equamente distribuito, così che Grottaglie visse per diversi decenni del Seicento una grave crisi economica che ne provocò quasi lo spopolamento. E comunque risulta significativo il fatto che ad un certo punto, il clero, – siamo nel maggio 1663 – direi con sano realismo, accettò di rinunciare alla metà delle franchigie sulla farina a favore dell’Università; una forma di collaborazione per favorire il risanamento economico di Grottaglie, aprendo consapevolmente una breccia in una roccaforte, come quella dell’immunità fiscale, che aveva resistito a tanti attacchi e pretese del potere laico.

Il peso del clero locale andrà col tempo diminuendo e già con il concordato del 1741 tra la Santa Sede e il Regno di Napoli molte immunità fiscali e non, verranno abolite e quel circolo vizioso di donazioni fraudolente delle famiglie ai propri chierici per allargare l’ombrello dell’immunità fiscale sui beni di famiglia o altri patrimoni personali, troverà nel concordato una scure tagliente a cui andrà ad aggiungersi quella del catasto onciario del 1746.

Il clero grottagliese comunque per tutta l’età moderna rappresenta la salda cerniera tra la società religiosa e quella civile, crescendo quantitativamente e qualitativamente tra XVI e XVIII secolo, manifestando solo nel secolo successivo, come succede in gran parte del clero meridionale, un certo affanno quantitativo, soprattutto dalla metà dell’800 in poi, segno, anche a Grottaglie, della crescente disaffezione verso lo stato ecclesiastico del ceto aristocratico, o di quello che ne è rimasto, e soprattutto della emergente borghesia, mentre gli indicatori sociali delle sacre ordinazioni si spostano verso gli strati più umili della società locale. Anzi il prof. Quaranta parla di “decadenza” del clero grottagliese già agli inizi dell’Ottocento, frutto di tutto il travaglio che si era portata dietro la rivoluzione partenopea del 1799, il governo dei napoleonidi e il clima della restaurazione, che a Grottaglie ha una specifica risultanza nella figura di don Ciro Annicchiarico, che rappresenta, come bene sottolinea l’Autore, lo «specchio della difficile situazione della sua epoca».

Non possiamo stare dietro a tutti i personaggi, ecclesiastici e laici, che emergono dalle pagine di questo libro: è tutta una storia di santi, artisti, monache, canonisti, teologi, medici e letterati; ma si resta sempre “affascinati” proprio dalle vicissitudini del “prete brigante”, al quale Rosario Quaranta ha dedicato due importanti lavori biografici. E anche in questo libro ne tratta naturalmente con ampia cognizione di causa, proiettando il personaggio nel più generale “malessere” del regno di Napoli tra francesi e restaurazione, tra sette segrete e massoneria, tra aspetti peculiari dell’uomo meridionale e il sistema politico che lo condiziona, lo esaspera, lo schiaccia e verso il quale ad un certo punto si ribella e lo fa a modo suo, in maniera cruenta. Il giudizio di Rosario Quaranta su quello che don Ciro Annicchiarico ha rappresentato in quegli anni di transizione è del tutto condivisibile perché coglie in pieno e in una chiara sintesi tutte le sfaccettature del “caso”, contestualizzandolo e inserendolo in una cornice di fatti, di personaggi, di condizionamenti locali e regionali. Il brigantaggio, sottolinea nella sua articolata riflessione finale sulla vicenda di don Ciro, come fenomeno antico e complesso «si presta a letture diverse circa la genesi, il significato, la consistenza e le finalità» e giudica il nostro personaggio «contraddittorio e ambiguo» sia come modello di brigante, sia per la valenza politica da attribuire alla sua vicenda soprattutto dopo la restaurazione borbonica: «vittima e artefice» tra speranze, illusioni e tradimenti.

Ma non meno interessanti sono i profili che ci offre dei Pignatelli – è il caso di parlare al plurale –: il canonista Giacomo (XVII sec.) e i teologi Ciro Pasquale e Carmelo (XIX sec.), i quali, questi ultimi, ci collegano al problema del contegno del clero di fronte all’unità d’Italia: quello di Grottaglie, sembra di capire, fu caratterizzato da un atteggiamento di basso profilo se non di opportunismo e di ondivago comportamento se nel marzo 1860 scriveva una lettera “fedelissima” a Pio IX e qualche mese dopo accettava supinamente,e alcuni con un certo entusiasmo, i “fatti compiuti” dell’unità italiana. E questo ulteriore periodo di svolta viene letto dal prof. Quaranta attraverso la figura del cantore Ciro Pasquale Pignatelli, liberale e filopiemontese vicario capitolare della diocesi di Oria, che fa il paio con quello di Taranto Agostino Baffi, entrambi sconfessati da Roma, ma entrambi appoggiati dal nuovo governo e in buona compagnia di altri vicari capitolari sparsi in altre turbolente diocesi del Mezzogiorno tra il 1860 e il 1862.

Gli studi presentati in questo volume, che pure interessano una particolare realtà territoriale come quella di Grottaglie e le vicende della sua Chiesa madre, non restano nel perimetro della storia locale, ma si muovono nell’ambito dell’ampia cornice degli studi di storia del Mezzogiorno tra età moderna e contemporanea e affrontano complessi nodi storiografici come quello delle immunità ecclesiastiche, del rapporto tra potere laico ed ecclesiastico, della mentalità religiosa, di culti di santi, di nobiltà e borghesia, di feudalità, di crisi economiche, di tempi nuovi e di come la realtà sociale locale li attraversa e li subisce in una visione complessiva dove è aggettante l’esperienza di lungi anni di ricerca archivistica.

Si può dire anzi dire che gli eventi nel lungo periodo della Chiesa madre dell’Annunziata rappresentino quasi un “pretesto” per allargare lo sguardo ad una cultura ecclesiastica e laica considerevole, che ruotò intorno al suo consistente clero collegiale che espresse canonisti, teologi, storici e letterati e non meno uomini di profonda pietà, se pensiamo che già nei primi del ‘600 circolavano tra i canonici di Grottaglie le copie a stampa della visita pastorale fatta nella diocesi di Milano dal cardinale Carlo Borromeo e che l’età barocca rappresentò per Grottaglie una «fervida stagione culturale». La chiesa della SS.ma Annunziata, osserva ancora Rosario Quaranta «è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti altri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche».

La seconda parte del libro è dedicata ai santi patroni di Grottaglie. E anche in queste piste di ricerca l’Autore si muove con sicura padronanza storiografica, metodologica e archivistica per le tante sue ricerche e riflessioni sulla Madonna della Mutata, sulle altre chiese mariane di Grottaglie, su san Francesco de Geronimo e san Ciro «due santi inseparabili» come sottolinea nel saggio a loro specificamente dedicato, costituendo questo rapporto, «una pagina tra le più interessanti della storia e della vita di Grottaglie».

Non entro nel merito della terza parte del libro che pure dimostra quanto sia interessante il patrimonio di arredi sacri della collegiata e con quanto interesse sono stati seguiti i restauri del coro, del grandioso organo, della tela dell’Annunciazione.

Il volume ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso perché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problematiche trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura della complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie.

                                                           Vittorio De Marco, Ordinario di Storia Contemporanea

                                                                                             Università del Salento

 

 

Wikipedia ed il toponimo Salento. Ovvero all’ombra dei copia ed incolla

di Nazareno Valente

salento

 

A prenderla in maniera scherzosa, verrebbe da dire che disquisire sul Salento comporta la stessa difficoltà di quando si parla del sesso degli angeli.

Quale zona essa effettivamente sia o sia stata, quali città comprenda, quale sia l’origine della sua denominazione geografica, qualsiasi quesito si ponga finisce per scatenare dibattiti senza fine in cui può pure capitare che le opinioni siano in numero maggiore degli interlocutori.

Limitando il campo d’azione, e senza avere la pretesa di risolvere l’irrisolvibile in poche battute, vediamo di riprendere il discorso sui contenuti presenti in Wikipedia esaminando proprio cosa sia lì riportato per il toponimo1 che individua la nostra terra.

L’enciclopedia in linea affronta la questione nella scheda dedicata appunto al Salento2 premettendo in maniera corretta che «il toponimo Salento ha origini incerte».

La disamina considera inizialmente la versione leggendaria che, veniamo a sapere, si basa sul «nome del Re Sale, un mitico re dei Messapi» il cui nipote, Malennio, «avrebbe fondato Sybar (primo nome della località costiera Roca, che significa Città del Sole), nonché Lyppiae (l’attuale Lecce) e Rudiae».

Passa poi alle possibili spiegazioni scientifiche del termine riportando tre diverse ipotesi.

La prima, ricavata da uno studio di Mario Cosmai3, farebbe derivare il coronimo da salum «inteso come “terra circondata dal mare”: i Romani, infatti, indicavano con Sallentini gli abitanti delle paludi acquitrinose che si addensavano intorno al Golfo di Taranto». E, per meglio precisarne il pensiero, si ricopia il brano del saggio in cui si afferma che: «Salento in messapico significa “mare”: ce lo conferma Plinio che dice “Salentinos a salo dicto” (cfr. il greco hals, halòs e il latino salum, mare)».

La seconda si rifà ad un autore greco, Strabone, che, a detta del compilatore della scheda, farebbe provenire il termine «dal nome dei coloni cretesi che qui si stabilirono, chiamati Salenti in quanto originari dalla città di Salenzia».

L’ultima è di un autore latino, Marco Terenzio Varrone, il quale lo desume da «un’alleanza stipulata “in salo”, ovvero in mare, fra i tre gruppi etnici che popolarono il territorio: Cretesi, Illiri e Locresi».

Lasciando da parte la leggenda, perché in quanto tale poco discutibile da un punto di vista storico, esaminiamo le altre teorie presentate.

Innanzitutto va rilevato il piglio forse troppo schematico con cui le informazioni sono state messe insieme, così da dare la sensazione che esse siano state raccolte qua e là alla rinfusa, senza un ben definito criterio di selezione e senza un qualsivoglia approfondimento critico. Soprattutto disorganica appare la trascrizione del pensiero di Cosmai che, così com’è riportato, risulta confuso e, per certi versi, incomprensibile.

In questa ipotesi sono infatti vari i punti che destano perplessità.

Dalle fonti narrative antiche non risulta, ad esempio, che i Romani identificassero i Sallentini con «gli abitanti delle paludi acquitrinose che si addensavano intorno al Golfo di Taranto», per cui l’asserzione non è suffragata da nessuna prova documentale.

Non si capisce poi quale significato l’autore effettivamente assegni al vocabolo sălum, dapprima letto come “terra circondata dal mare” e, in seguito, come “mare”.

La frase, Salentinos a salo dicto, per altro scorretta perché il verbo dovrebbe concordare con Salentinos e non con salo, non è attribuibile a Plinio ma semmai, nella forma corretta (Salentinos a salo dictos), a Verrio4.

Ma ciò che più conta, poiché la voce sălum è comunemente tradotta con alto mare, e che il termine greco, (σάλος, salos), da cui trae origine rinvia al movimento impetuoso tipico del mare aperto, non si comprende quale nesso vi possa essere tra l’affermazione erroneamente attribuita a Plinio e le paludi acquitrinose tarantine, considerato che non vi è legame logico possibile tra l’alto mare (sălum) ed una zona paludosa. Anzi il moto ondoso che il mare aperto implica è del tutto in antitesi con la calma piatta che un acquitrino usualmente presuppone.

In definitiva le argomentazioni di Cosmai, quanto meno nella forma presentata su Wikipedia5, prestano il fianco a più d’una sostanziale critica, perché poco documentate ed, a volte, sconfessate dalle stesse fonti portate a sostegno.

La seconda tesi proposta, basata su una presunta affermazione di Strabone, è una vera e propria invenzione; temo riesumata, dopo anni e anni di giusto oblio, proprio dalla rete. Infatti il geografo pontico non ha mai parlato nella sua opera di questi fantomatici Salenti, originari della ancor più immaginaria città cretese di Salenzia e colonizzatori delle nostre contrade. Strabone si è limitato ad affermare sull’argomento le seguenti testuali parole: dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi («Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν»6), senza menzionare né i Salenti, né tantomeno Sallenzia.

In effetti, la bufala era già nota nei secoli scorsi tant’è che risulta scoperta, e stigmatizzata anche in malo modo, in uno scritto7 di Girolamo Marciano, un letterato vissuto tra il XVI e XVII secolo. «Un certo scrittore moderno in una sua descrizione del sito della Japigia dice che questi popoli furono detti Salentini da’ Salenti venuti da Salenzia»8, scrive piccato Marciano, per poi concludere «e senza rossore alcuno afferma ciò aver detto Tucidide e Strabone»9.

Ora, dal momento che il manoscritto di Marciano fu stampato solo nel XIX secolo e che in sede di stampa furono fatte aggiunte da Tommaso Albanese, non è dato di sapere chi abbia in effetti bacchettato lo scrittore moderno, se proprio Marciano oppure Albanese. Chiunque sia stato, non s’è preoccupato però di svelarne il nome che rimane, pertanto, a me sconosciuto. Certo è, che se la fake news è stata riesumata e poi riciclata su Wikipedia, qualche traccia dovrebbe pur aver lasciato in internet, anche se i miei tentativi per rintracciarla sono risultati del tutto vani.

Confesso che mi piacerebbe soddisfare questa piccola curiosità, che rivelerebbe pure l’autore dell’aspro rimprovero, per cui mi consento di lanciare un appello ai lettori invitandoli ad adoperare il loro talento di navigatori del web per risalire all’ideatore dei Salenti e della immaginosa notizia che, a distanza di tanto tempo, trova ancora fedeli seguaci.

L’ultima ipotesi — almeno quella — risulta invece confermata dalle fonti.

Nei commenti alle Bucoliche di Virgilio, lo Pseudo-Probo10 riporta infatti un frammento in cui Varrone narra la triplice origine Cretese, Illirica e Locrese dei Salentini e giustifica tale nome con la circostanza che il patto d’amicizia fu stipulato in alto mare («Salentini dicti quod in salo amicitiam fecerint»).

Da sottolineare, però, che così si spiega l’etnico (Salentini) ma non si ricava l’origine del coronimo (Salento), per cui la domanda iniziale rimane in ogni caso inevasa. Potremmo in questa sede cercare di formulare una risposta, tuttavia la questione è alquanto intricata e poco abbordabile in modo schematico. Per questo si ritiene più utile rinviare ad altro articolo, del resto già predisposto ed ormai prossimo alla pubblicazione11, che tratta l’argomento in maniera specifica.

In conclusione, Wikipedia compie in poche righe un bel po’ di sviste, riportando riferimenti in parte fasulli ed in parte errati o imprecisi, senza in aggiunta neppure riuscire a dare risposta al quesito inizialmente posto sull’origine del termine Salento.

Curioso infine il dover constatare che una teoria più è fantasiosa e più trova facile diffusione. Basterebbe infatti lanciare una ricerca con una stringa impostata con il falso passo di Strabone, per scoprire che un consistente numero di siti si è appropriato dell’informazione e, quel che è peggio, la divulga così com’è ritenendola del tutto corretta.

Non ci si sorprenda però troppo: i copia ed incolla passivi possono produrre effetti ancor più straordinari. Come meglio vedremo la prossima volta.

 

Note

1 Nel prosieguo si utilizzerà in alternativa al termine toponimo il vocabolo coronimo che, pur di minore uso, è più appropriato ad indicare il nome di un’area geografica.

2 Consultabile a questo link https://it.wikipedia.org/wiki/Salento#Toponimo (20.11.2017).

3 M. Cosmai, Antichi toponimi di Puglia e Basilicata, Levante, Bari 1991.

4 Verrio Flacco (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Sul significato delle parole, fr. apud festo (II secolo d.C. – …), Sul significato delle parole libri XX, in Dacier, vol. II, Londra 1826, pp. 807-808.

5 Non avendo trovato il testo di Cosmai né in commercio, né nelle biblioteche regionali, ho potuto contare solo sulla versione fornita da Wikipedia.

6 Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, VI 3, 5.

7 G. Marciano, Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto, Napoli 1855, Stamperia dell’Iride.

8 G. Marciano, Cit., p. 63.

9 G. Marciano, Cit., p. 63.

10 Varrone, Antiquitates rerum humanarum,III fr.VI Mirsch, Apud ps –probo (I secolo d.C. – …), in Vergilii Bucolica, VI 31.

11 N. Valente, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, in Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto, anno 5, n. 6, Nardò 2017.

 

Per la festa di San Martino

“SANTU   MARTINU”

 

di   Antonio   Gala

 

Si scarfannu la sera ti Santu Martinu,

annanzi allu fuecu, cu nu ‘rsulu ti vinu;

eranu sprinzate li utti e li uzzeddre,

cu ssapuranu lu casu puntu e li nuceddre.

 

Santu Martinu!! E azzannu lu uccale,

si ni prisciava lu furese e lu razzale,

dr’acinu ti ua ti lu sole ‘nnamuratu,

ni ducìa la occa e lu core ‘ncutugnatu.

 

Santu Martinu!! Ma osce ce bole dice?

La fine ti n’epoca tantu felice.

Lu icchiarieddru è mbriacu ti nostalgia,

cullu ciucciarieddru no bae cchiui alla fatìa.

 

Ce amu inventare cu stutamu l’appetitu?

Lu piccatu l’à fattu Eva o lu maritu?

Quantu bene passa sotta a stu palatu!!

Ma a casa tornu sempre cchiù malatu.

 

Ma tu ce facce tieni Santu Martinu?

Si statu bravu a nterra o malandrinu?

Pigghiame a simpatia e nò a dispettu,

sinò ti sparu intra all’anche nu trunettu.

 

Siccomu tu iutasti dru santu puirieddrhu,

ti ogghiu bene cullu core e lu cirieddrhu.

 

In ricordo della felice memoria del Dott.re Fernando Verdesca, che nel suo libro “Origini, usi e costumi della città di Copertino”, si è soffermato tanto su questa tradizione.

Libri| Amarcord Nardò

amarcord

È un viaggio nella Nardò popolare di mezzo secolo fa, attraverso i ricordi biografici dell’autore, le fonti orali alla ricerca di luoghi di ritrovo, botteghe e immagini cittadine ormai sbiadite, trasformate, se non sparite.

La rievocazione più appassionata è quella dei ritratti caratteriali di personaggi neritini popolari ormai spariti, ma che un profondo segno hanno lasciato nell’immaginario del paese, per la loro estrosità, stravaganza, bizzarria, goliardia, vis comica, quale emersa da spigolature ed aneddoti che li fanno rivivere salvandoli dal rischio di un immeritato oblio.

Il libro ricomprende anche un comparto fotografico che scandisce e rinverdisce i vari percorsi della memoria spesso tinteggiati di nostalgia.

L’idea del libro, la sua stesura, il suo impianto anche iconografico, trovano origine nel sofferto cruccio dell’autore convinto che tanto vissuto meritava di essere preservato da quella patina del tempo, che tende pian piano a scolorirlo, se non inevitabilmente a cancellarlo.

La sistematica seguita ha voluto scandagliare ed archiviare il contesto spaziale della storia popolare del paese, ricostruendone il più possibile l’ubicazione, le trasformazioni temporali, le abitudini e i costumi attraverso una rivisitazione di luoghi, vicende, fatti ed aneddoti mai disgiunti dal reale e dall’autenticità del vissuto.

I luoghi sono stati animati dalle presenze dei personaggi popolari che per meglio inserirli nel loro congeniale ed originario mondo cittadino sono stati ripartiti tra i maggiorenti e i popolani, rappresentati con le loro caratteristiche e i loro vezzi. Sembra averli magicamente riuniti finalmente come in una meravigliosa crociera… quella che Ettorino Cesàri, uno dei personaggi trattati, avrebbe voluto fare!

Su quella nave immaginaria sembra ci siano tutti… c’è un aristocratico sindaco bizzarro e burlone; un avvocato stravagante; un vecchio prete di pirandelliana teatralità. Ci sono gli altri assidui frequentatori della piazza, tra cui Pici la guerra, Ucciu pulizza, e Pascalinu marascià e poi ‘Ntina, presentata da un poeta, come «la donna più generosa del paese».

Tanti «amici», che con le loro stravaganze ci riportano quei sentimenti di goliardica umanità che hanno permeato, per essi stessi, vicende di vita e, per noi, il loro ricordo.

 

Uno stralcio

La piazza – il centro storico

     In ognuno di noi, negli intimi meandri della nostra mente, alberga sempre una galleria di ricordi della nostra vita di paese, una carrellata di memorie che spesso ci riappare con punte di tristezza specie quando siamo stati per lunghi periodi lontani da Nardò.

Al ritorno, inevitabilmente, ci è capitato di voler rinverdire le cose del passato, trovando un valido ausilio nelle passeggiate, spesso solitarie, fatte lungo quegli itinerari di vie e viuzze cittadine che ci riportano indietro anche di diversi decenni, perché le case, i palazzi, le chiese, anche il più banale degli angoli, con la percezione delle loro forme e distanze sembrano non tradirci mai, sono lì ad aspettare una nostra visita, anche notturna, per aiutarci a ricordare.

Un ruolo particolare ha sempre svolto piazza Salandra, la chiazza (la piazza) per antonomasia, e suo circondario. Essa, se nell’inconscio è una madre che ti accoglie sempre e comunque con affetto, sotto il profilo architettonico ed artistico è un luogo di particolare significato oltre che simbolo della storia plurisecolare della città.

Chi è legato a Nardò porta nei suoi ricordi la sua chiazza, cuore della città, salotto del paese arredato dai suoi preziosi monumenti.

 

L’Autore

caputo luigi

Luigi Caputo è nato a Nardò il 1 giugno 1950.

Laureato in Tecniche della Prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro presso l’Università degli Studi di Siena, ha svolto servizio presso l’Ispettorato del Lavoro di Lecce, in qualità di Ispettore del Lavoro dal 1975 al 2012, con funzioni di dirigenza intermedia.

È stato insignito del titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine «Al Merito della Repubblica Italiana» con D.P.R. del 2/6/2002 ed è iscritto nell’elenco dei Cavalieri Nazionali (n.130445-Serie IV).

Ha tenuto per numerosi anni seminari e docenze varie in materia di sicurezza e igiene del lavoro, pubblicando in tale branca giuridica con coautore Elio Leaci i seguenti volumi: Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, Milano, Pirola, 1997; La sorveglianza medico sanitaria dei lavoratori, Roma, E.P.C., 1997; La sicurezza sul lavoro in agricoltura, Milano, Il Sole 24 ore, , 1998; Prontuario delle sanzioni in edilizia, Milano, Il Sole 24 ore, 1999; Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, II Ed., Il Sole 24 ore, Milano, 2000. Inoltre ha pubblicato un saggio in AA.VV., Quesiti di prevenzione infortuni, Milano, Nuove Edizioni per la Sicurezza, 2002.

Oltre ai numerosi articoli per il Massimario di Giurisprudenza del Lavoro e per varie riviste tecnico- giuridiche, ha pubblicato anche i seguenti articoli su riviste e giornali salentini: Totò Manca, cinquant’anni con la sua fisarmonica, in “Artetica”, marzo 1999, n. 2; Cittadini e sudditi. La straordinaria esperienza di Alberto Bertuzzi – difensore civico, in “Il Pittacino di Nardò”, dicembre 2004; Lu Munarca ti Nardò (la vera storia), in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/27/lu-munarca-ti-nardo-la-vera-storia/#comment-52008.

Per poco tempo. Per Cosimo Russo

russo

di Paolo Vincenti

Quando un poeta scompare, restiamo sempre un po’ orfani di pensiero, di sentimento, di senso. Ancor di più se si tratta di un poeta che avrebbe avuto molto da dire, quando l’incipit equivale drammaticamente all’explicit, il prologo all’esodo, in quella corrispondenza di vita e morte che gli antichi chiamavano fatum, un concetto un po’ più ampio del nostro destino. Dum fata sinunt vivite laeti, dicevano i latini, e Cosimo Russo forse proprio consapevole di questa massima grave e leggera viveva i propri giorni serenamente, senza sgomitare, senza fretta direi, senza ansie, arrivismi, senza brama di apparire, interessi, cupidigia. Tanto appunto quando il fato si compirà, si compirà.

Russo sapeva contare i giorni di un tempo fuggitivo, snocciolarli come grani di un rosario, segnarli come su un calendario essenziale, e per fermarli li trasformava in versi, quelli che hanno la sostanza dei sogni, la concretezza dell’inutilità. Baluginanti, come il brillio del mare di FinibusTerrae, odorosi come effluvi di estati bambine, preziosi come collane di madreperla. Eppure intensi, pensosi della fine, vagamente, oscuramente presaghi. Come vaghe e oscure le ombre che di sera si allungano sulla case, come oscuri e vaghi echi quei richiami del mare al quale è cresciuto vicino. A che serve sbracciarsi, affannarsi, correre nell’assurda frenesia che tutti ci contagia, nell’odierna competizione che ci vedrà comunque sconfitti, soccombenti?

La sua vita appartata, poco devota al transeunte, può essere un monito in effetti per tutti noi, che con fatica lo raccoglieremo. Ora i suoi pensieri sono diventati un prezioso cofanetto, uno scrigno di memorie, che è questo libro, “Per poco tempo” (Manni Editore 2017), in cui già il titolo è paradigmatico di una vita spezzata, di una parabola interrotta, di un’opera autoconclusa, e quindi ancor più bella perché non ce ne sarà un’altra.

Un libro ben fatto, di cui curatrice è la madre dell’autore, Luigina Paradiso, vestale dei giorni, dei luoghi, dei sapori, degli umori, e custode di memorie lariche, di quel lessico famigliare, per dirla con Natalia Ginzburg,  di quell’alfabeto poetico adoprato da Mimmo per comporre queste poesie. Versi brevi, leggeri, come la sua vita. Si può facilmente rintracciare la matrice di questa poesia nella linea poetica del Novecento, dei Montale, Rebora, Quasimodo, Gatto, Caproni. Il lirismo si compagina di una intimità sofferta, una dimensione del tragico della vita che affiora inaspettatamente anche nelle poesie più luminose, fra le pagine di questo canzoniere ricomposto. Il linguaggio di Mimmo è altamente poetico, avulso dalle problematicità dell’oggi eppure così contemporaneo, ma lontano dalla lingua dell’omologazione.

Poesia dei minimi dettagli, dell’apparizione numinosa del mondo, soprattutto nell’incontro col paesaggio, delle relazioni famigliari, amicali, sentimentali, della bellezza dolce e amara, dei silenzi, di quella sorta di hortus conclusus che era il suo microcosmo abitato da presenze rassicuranti, poesia della stessa poesia infine, in questa silloge che negli ultimi giorni è stata presentata in alcune date nel Salento, volute da Luigina Paradiso. Ecco, l’immagine più bella, che sospesa in filigrana fra le pagine del libro diventa messaggio prezioso alla fine, è proprio questa: le mani materne curano sempre, curano ancora. Quelle mani che hanno rimboccato coperte ora ricompongono pagine preziose, nel dono.

”Per poco tempo”, allora, ma, nel tempo, in questo poco tempo, Cosimo Russo ha scavato un solco, e , hic manebimus optime, continuerà a parlare a chi vorrà ascoltare. Perché la permanenza della poesia possa essere voce che continui ad abitarci.

 

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti, pubblicato da Besa (2017). Si tratta dell’ideale prosecuzione del libro “L’osceno del villaggio”, del 2016. Ancora una raccolta di articoli che fotografano, a volte impietosamente, vizi e debolezze del nostro popolo, gli “Italieni” del titolo, attraverso la lente della satira, del sarcasmo, della provocazione, a cui l’autore ci ha abituato con la sua scrittura. La copertina del libro e le vignette stavolta sono firmate da Paolo Piccione. Il libro si avvale di una Prefazione di Massimo Melillo e di una Postfazione di Maurizio Nocera.

 

Questa la prefazione di Massimo Melillo

E’ un genere letterario antichissimo quello della satira e non staremo qui a raccontarne la storia perché sarebbe un esercizio troppo lungo, che rischierebbe di annoiare i lettori. Ma alcuni punti fermi, però, vanno stabiliti scrivendo subito che, come il cinico greco Menippo di Gadara, Paolo Vincenti, con questo suo “Italieni”, intinge ben volentieri la propria penna nel veleno. Nella letteratura latina, ad esempio, la satira annoverava esponenti come Lucilio, Persio, Orazio, Petronio, Giovenale, Marziale, ed aveva sempre un’intonazione moraleggiante, nel senso che la sua missione era quella di colpire la corruzione e i potenti, prendere di petto politici, ruffiani, debosciati, ipocriti e profittatori e di correggere costumi e pregiudizi. Passano i secoli ma la lezione della satira rimane la stessa e, sconfinando spesso nella comicità con battute, arguzie, mirate invettive, il suo compito resta quello della riflessione e del divertimento colto.

Certo la satira di Vincenti non proviene in maniera diretta dalla letteratura latina ma dall’evoluzione – in senso caustico, giullaresco, picaresco – che essa ha avuto nei secoli successivi, in particolare a partire dal Cinquecento. Forse l’antecedente letterario va proprio ravvisato nelle “pasquinate”, componimenti satirici che nella Roma papalina venivano affissi sulla statua di Pasquino e con i quali si dileggiavano pontefici, regnanti, nobili e gente in vista. Vincenti, infatti, utilizza un linguaggio colorito, vario per intonazione e stile, non disdegna la parolaccia, che però non è mai gratuita ma sempre adeguata alla struttura della narrazione.

L’autore si pone come un cronista beffardo e mordace dell’esistente, che smascherando vizi e infingardaggini del nostro panorama nazionale, spinge il lettore a riflettere sulla deriva cui sta andando incontro la nostra società, ad acquisire consapevolezza della criticità dell’attuale situazione italiana, a non dare nulla per scontato, a non cullarsi sull’adagio “mal comune mezzo gaudio”, a non lasciarsi andare al menefreghismo o, peggio ancora, all’indifferenza. Un monito, il suo, affinché le coscienze addormentate escano dal torpore per riprendere in mano non solo la propria esistenza ma sollecitando anche quelle altrui per diventare attori e protagonisti consapevoli di un cambiamento possibile e non più procrastinabile. Vincenti, ad esempio, è abbastanza lontano da un certo populismo, che oggi impera sulla scena politica italiana e molto spesso del popolo ha addirittura un concetto tutt’altro che conciliante, disprezzandolo quando diventa furbo e servile, pronto a seguire le mode, ad accodarsi, ad abbassare la testa, ad affidarsi ciecamente all’uomo della provvidenza e ai taumaturghi di turno, che ancora oggi, purtroppo, abbondano.

Prendendo spunto da argomenti seri e a volte tragici, la satira esercita la propria corrosiva provocazione, portando sovente all’indignazione e quasi sempre a far meditare il lettore. Argomenti della politica, del costume e della cronaca, che altrimenti passerebbero inosservati, diventano dunque anche per i più distratti motivo di più approfondita osservazione e spunto di riflessione. Stesso ragionamento vale per le vignette, che nel libro sono firmate dal bravissimo Paolo Piccione, e per la stessa satira televisiva. Indipendentemente dallo strumento utilizzato, la satira, se è graffiante, acuta, intelligente, è una altissima forma di arte capace di curare l’anima con il balsamo dell’umorismo: una formula che ben conosce il mio amico Antonio Mele in arte Melanton (sue le vignette del precedente libro di Paolo Vincenti “L’osceno del villaggio”), che ha spesso sottotitolato le sue mostre con “Sorrido ergo sum”.

Capita che Vincenti, nel presentare il proprio lavoro, premetta, quasi a volersi giustificare, che il libro “è abbastanza cattivo”. Non so se lo faccia per una malcelata modestia o come excusatio non petita, sta di fatto che la sua premessa è del tutto inutile: la satira è ontologicamente cattiva. La satira colpisce tutti, sferza, fustiga i costumi, mette alla berlina malvezzi e cattive abitudini. Può essere fatta bene o male, può andare a segno oppure no, schiaffeggiare o solo accarezzare, ma la sua ragion d’essere è sempre la stessa.  Pensiamo alla rivista socialistaL’asino, fondata nel 1892 da Guido Podrecca insieme a quello che si può considerare forse il più grande umorista di tutti i tempi, Gabriele Galantara, al quale oggi è intitolato un Centro studi nel Comune marchigiano di Montelupone, che gli ha dato i natali. L’asino, più volte censurato, fu chiuso dal fascismo dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e lo stesso Galantara venne perseguitato e incarcerato.  Tra i tanti periodici di satira, redatti nel corso del tempo da prestigiosi giornalisti, vanno ricordarti tra gli altri anche Il becco giallo, Marc’Aurelio, Il Travaso delle idee, Il Bertoldo, Don Basilio, Candido, Il selvaggio e, per venire ad anni meno lontani, il Satyricon del quotidiano “la Repubblica”, Tango del giornale comunista “l’Unità” e Il Male. E proprio in queste testate, che vendevano centinaia di migliaia di copie, hanno lavorato grandi firme del giornalismo tra cui Indro Montanelli, Leo Longanesi, Giovanni Mosca, Mino Maccari, Giovannino Guareschi, Arrigo Benedetti, Sergio Saviane e tanti altri ancora, insieme ad autori e vignettisti che hanno fatto la storia del cinema italiano come Federico Fellini, Ettore Scola, Cesare Zavattini, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (Age e Scarpelli), Vittorio Metz, Stefano Vanzina (Steno). Una stagione d’oro anche per disegnatori e caricaturisti che, a partire dalle straordinarie vignette di Giuseppe Scalarini, pubblicate nel primo Novecento dal quotidiano socialista Avanti!, sferzavano il potere e il capitalismo tanto che con l’avvento della dittatura fascista di Mussolini lo stesso Scalarini subì il carcere e fu confinato a Ustica e Lampedusa.

Certo, già prima dell’era di Internet, la satira ha pagato pegno e con la capillare diffusione della rete vi è stata una generale commistione di generi e stili. C’è da dire però che, per quanto invasivo e spesso fuorviante possa essere lo strumento informativo tecnologico, la scrittura di Vincenti si presenta originale, ricca e dinamica, utilizza una vasta gamma di sfumature comunicative, passa con disinvoltura dal basso all’alto con moltissime citazioni, a cominciare dai versi dei cantautori italiani che appaiono in esergo ad ogni intervento. Vincenti è stato definito un moderno giullare di corte dove però la corte è il “ villaggio globale”, che richiama il titolo della sua rubrica “L’osceno del villaggio” nella quale pubblica gli articoli raccolti nell’omonimo volume e in questo “Italieni”, due opere che costituiscono di fatto un continuum.

Al giullare tutto era concesso e godeva di una specie di immunità per cui, assumendo la maschera dello scemo, poteva permettersi di dire qualsiasi cosa rivelando le contraddizioni, i capricci, le magagne, gli intrighi, le oscenità che avvenivano nella corte. Era una figura poliedrica con tratti di poeta, attore, cantastorie, affabulatore, animatore di feste e festini, ironico castigatore di costumi. Caratteristiche che Paolo Vincenti possiede e padroneggia, fra ironia e autoironia, e questo libro ne è un caso esemplare.

Nel dimostrare allergia all’ipocrisia e alla falsità, l’autore fa una mirabile carrellata di tipi umani, quelli che lui detesta maggiormente, in “Ad ogni giorno il suo affanno”, che è forse il pezzo più corrosivo del libro, nel quale esercita al meglio la propria “vis polemica”. Sebbene questi siano ritratti universali, quindi non destinati a qualcuno in particolare, le descrizioni posseggono una straordinaria vivezza, e ognuno di noi può incollare ad ogni maschera umana almeno un nome, perché tutti nella nostra vita quotidiana abbiamo a che fare con personaggi che proprio non sopportiamo.

Una lettura, quindi, che invita tutti noi a fare i conti con le nostre debolezze e a sorriderne perché in fondo siamo davvero tutti “italieni”, chi più chi meno. Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro e questa sua tendenza a contrastare sempre l’opinione dominante e ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali, come in “La sindrome di Totti” o in “E’ sempre festa” o in “Vegan party” e a tessere addirittura un antifrastico “Elogio del matrimonio”, pezzo in cui spinge al massimo il gusto per il paradosso e la provocazione.  Potremmo definire molti di questi articoli “politicamente scorretti”, se non tenessimo presenti le premesse che abbiamo evidenziato. Vincenti, uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita, è contro tutto e tutti puntando il suo “j’accuse” in ogni direzione. E, tuttavia, lo fa senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì con il sorriso sulla labbra, ritenendosi un disimpegnato.

Ciò, però, è vero solo in parte poiché se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente ad un banale e sciocco cinismo fine a se stesso. Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori che l’autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno. D’altra parte, la satira non sarebbe tale se non nascesse  sempre da una  reazione di sdegno e di profonda indignazione. Per questo, c’è bisogno di osservatori lucidi e irriverenti che ce lo ricordino.

paolo piccione

La presentazione si terrà a Tuglie presso la sede dell’associazione Unione Servizi Volontari, in Piazza Garibaldi, martedi 12 settembre alle ore 18.30. Introdurrà la serata Paola Sperti (presidente dell’Associazione “Amici della Biblioteca”) e dialogherà con l’autore il promotore culturale Raimondo Rodia.

Intervista a Elio Ria, autore del libro “In nome del prete”

 ria

a cura di Marcello Gaballo

 

Elio Ria è poeta e saggista, studioso di letteratura francese e poesia contemporanea. Nella sua attività ha sempre privilegiato il rapporto con il Salento: terra colorata, che raggruma esperienze sensoriali e spirituali vibranti nel fondo dell’anima. Tante le pubblicazioni in cui il Salento è messo a nudo sotto la lente dell’Autore, si ricordano tra le altre: Nostro ulivo quotidiano e Il dire ulteriore. Immagini e parole, entrambe curate e pubblicate da Fondazione di Terra d’Otranto, nelle quali esprime anche la doglianza di un popolo che non sa preservare il proprio ambiente dalle contaminazioni di ogni genere, mettendo a rischio la bellezza di una terra, dove ormai impera il diritto di trasformare ogni cosa in consumo turistico, a scapito delle vere tradizioni e della cultura salentina. In molte circostanze è una voce fuori dal coro, in controtendenza alle forme scritturali e pensanti di chi vuole fare del Salento tutto: mercanzia culturale, trasformazione dei luoghi in isole di divertimento, false rimescolanze di tradizioni per edificare industrie turistiche.

Il suo Salento, o meglio la sua idea di Salento è di ricercare nel passato la propria identità, rafforzarla e adattarla con misura nel segmento della contemporaneità, senza eccessi, con doviziosa moderazione di non alterare ciò che sono stati i costrutti della tradizione. In questo contesto, si può inserire il suo ultimo libro In nome del prete, edito da Terra d’ulivi, in cui oltre a dare una disamina della nostra società, parla di un prete che per cinquant’anni svolge la sua attività sacerdotale prima nella città di Nardò e poi a Tuglie (suo paese natio).

Il libro attraverso varie angolature disegna il ritratto del prete, capace di stabilire – almeno nelle piccole comunità del Salento – un rapporto di fede e di fiducia, non una celebrazione di un prete, soltanto un invito a riconsiderare l’uomo in relazione con gli altri ma soprattutto con Dio.

  1. Cosa c’entra il prete con i tuoi interessi letterari?

Il Salento è a immagine del prete. Ogni paese vive in funzione della propria religiosità che – faticosamente ha saputo costruire nel corso dei secoli – con le sue processioni, liturgie e devozioni. Il prete, la chiesa, il campanile, le piazze, le confraternite esplicano la vitalità di una comunità sempre alla ricerca di un appoggio per superare le crisi, le incertezze della vita. Lo scrittore ha anche il dovere di porre attenzione alla cosiddetta ‘letteratura circostante’ per raccontare dettagli, frammenti, ma anche grandi cose che generalmente la letteratura ‘in senso forte’ tralascia.

 

Chi è Don Emanuele Pasanisi

Un prete come tanti altri, diverso come molti o pochi, con una spiccata propensione alla perfezione della liturgia che magnifica Dio. Un prete che nel corso della sua attività non ha mai abbandonato il suo desiderio di servire Dio, fedele all’insegnamento di un grande maestro, Mons. Antonio Rosario Mennona, (Vescovo emerito della Diocesi di Nardo-Gallipoli, deceduto nel 2009), mite e premuroso, colto ed interlocutore con la società e la cultura.

 

La cultura cristiana ha un futuro?

Sì, certamente, a condizione che non sia una cultura egemone, ma in costante dialogo con le culture, portando la sua specificità e al contempo arricchendosi con tutto il buono che offrono le altre culture.

 

Qual è il segreto per comprendere il mondo?

Ogni tanto, chiudersi in sé stessi e aprire una finestra sul mondo.

L’introversione, considerata appannaggio esclusivo dei timidi, dei poeti, degli insicuri, nasconde invece un affascinante mistero della vita. Chiudersi in sé stessi per poi aprirsi al mondo con occhi rivitalizzati, ben disposti a cogliere le sfumature della vita in contrapposizione all’egocentrismo, che impedisce sistematicamente la possibilità di analizzare cose e pensieri che ci riguardano.

La società per convenienza ha deliberato il suo futuro con il pensiero dominante di omologazione, svendendo la propria interiorità. Il compito dello scrittore non è di fare la morale, né di dare indicazioni strategiche per capire le cose del mondo, può fornire al lettore elementi analitici narrativi per una induzione qualitativa alla riflessione.

 

Ritornando al tuo libro, il prete oggi come dovrebbe essere?

Il prete è un uomo che ha studiato per fare il prete. Ha bisogno anche lui di una comunità che lo sostenga e lo supporti nella sua attività di pastore, allo stesso modo di Dio che ha bisogno degli uomini. Non è un compito facile il suo in una società in cui i cambiamenti sono repentini e fortemente influenzati dal nichilismo e dalla voglia di arraffare tutto il piacere possibile in breve tempo. Un inferno la nostra società, contraddistinta da una scarsa attenzione all’uomo e a Dio. Il prete deve comprendere ma al contempo agire con fermezza attraverso la parola di Dio a far crescere la fede e il sentimento di amore verso sé stessi e il prossimo. Guida e sostegno a quel cambiamento esistenziale che definisce la nostra persona, sia in termini di unicità che di appartenenza comunitaria.

 

Come definiresti la società odierna?

Sfiduciata e caratterizzata da uno stato di precarietà esistenziale. Indifferente alla propria tragedia di autodistruzione. Incapace di elaborare un presente che sia equilibrio di sostanza e di spirito per un futuro dignitoso.

 

Papa Bergoglio è un papa innovatore?

Papa Francesco esercita il potere con sicurezza. Mira essenzialmente a muoversi verso una Chiesa più compassionevole e meno attaccata alle regole. Difensore dell’ambiente e di poveri. Attento osservatore della realta e della vita dell’uomo:

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (24 gennaio 2017)

 

Come giudichi il tuo libro?

Dovrà giudicarlo il lettore. In questo libro ho cercato di radiografare un’idea di parrocchia e di vita della comunità, affinché i cristiani non si accontentino di sfiorare la religione con la presenza saltuaria a qualche rito festivo. Ci vuole più impegno e più passione. Il torpore esistenziale, di cui tutti siamo vittime, ha assunto una rilevanza nell’agire umano molto preoccupante. Vi è la necessità di svegliarsi e di decidere di fare finalmente qualcosa di buono per noi e per tutti coloro che verranno. In fondo non mettiamo mai in discussione noi stessi, non riflettiamo spesso sul fatto che, con i nostri comportamenti, noi stessi tolleriamo e ogni tanto agevoliamo direttamente la corruzione, il malaffare, l’ipocrisia, l’indifferenza verso i valori umani, civili e religiosi, l’invidia, l’arrivismo sociale.

Ecco, ho pensato di potere dire qualcosa che possa dare una svolta al nostro cammino di prepotenza e di superbia.

 

Quando verrà presentato ufficialmente il libro?

A Tuglie, il 18 settembre 2017, nella chiesa della Madonna del Carmine, con la partecipazione di S.E. il Vescovo Mons. Fernando Filograna, Padre Roberto Francavilla e Giuseppe Mormandi.

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

s. agostino1

 

di Marcello Gaballo

Sul secondo pilastro della navata centrale della cattedrale di Nardò è riprodotto uno dei più belli affreschi dell’ edificio: Sant’Agostino vescovo (13) (sec. XV), di m. 2,50×0,88.

Indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illegibile[1], retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione posta ai lati del capo (da un lato S. e dall’ altro AU.S/ TIN) attesta il Santo.

”L’ affresco fu descritto dal De Giorgi il quale non ne diede un giudizio critico. La qualità della pittura è notevole e si nota soprattutto una gran cura nella descrizione delle stoffe preziose e nella scelta dei colori che non hanno note squillanti. La ripresa di uno schema ancora rigidamente frontale e la mancanza dell’ elemento architettonico, tipico degli affreschi tardo-quattrocenteschi, potrebbe far risalire ai primi anni del secolo XV”[2].

s. agostino

 

[1]Su cui il De Giorgi lesse, a caratteri gotici: Iuste/ et cas/ te viv/ere et/ xarita (te) (Ibidem, p. 266).

[2]  (dalla scheda della Soprintendenza).

 

Per avere una immagine ad altissima risoluzione con gigapanofrafia si veda il sito

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=38&x=3125&y=3885&z=5

Carlo Casciaro e i ‘’Volti della Puteca’’ a Minervino di Lecce

Catalogo Volti della Puteca 2017

Vi è mai successo di entrare in un locale attratti da un richiamo irresistibile?

Nella Puteca di Minervino di Lecce capita.
In attività da dodici anni, “La Puteca de mieru” sostituisce il canto delle sirene con un’abbondante dose di cucina di qualità, una fiammata di buona musica e un posto a tavola sempre riservato all’Arte.
Il ‘Lunedì degli Artisti’, giorno dedicato all’esibizione libera di cantanti, attori e musicisti provenienti dall’Italia e dall’estero, è il banco di prova migliore per la traversata della noia sotto la guida d’una strana banda di avventori, suonatori e Shakespeare in erba.
Fino alle 22.00 tutto appare normale: i clienti occupano i tavoli e il proprietario, Antonio Amato, va e viene dalla cucina per prendere ordinazioni e fare arrivare agli ospiti succulente pietanze della tradizione salentina.
La gente nel frattempo si scalda e tra una chiacchiera e un bicchier di vino l’atmosfera diventa subito euforica e familiare.
All’apparenza, i clienti sembra non sappiano cosa accadrà di lì a poco, ma appena Pasquale Quaranta, in arte P40, o Claudio Giagnotti, alias Cavallo, intonano canti e battono ritmi, inizia la festa.
Ci sono lunedì in cui illumina la sala anche la virtuosa esibizione del chitarrista e cantante Leone Marco Bartolo, la voce piena di Lucia Minutello e quella vibrante di Rossella De Benedetto, i brani pop di Bruno Rizzello, il tam tam etnico e travolgente del tamburellista Giuseppe Delle Donne e lo spettacolo di un altro Giuseppe, Giuseppe Pezzulla, istrionico videomaker.
Raffaele Mallozzi viene dal Lazio e regala spesso ai compagni della Puteca il suono della sua fisarmonica, Mino De Santis, cantautore, le emozioni della sua terra.
Salvatore Brigante, vivaista e cantastorie, qui si è più volte esibito e qui ha conosciuto sostenitori dei suoi fantasiosi progetti, come un tal Paolo Rausa, regista teatrale e attore nato a Poggiardo e preso in prestito da Milano. Storiche le sue declamazioni di versi e di vita.
Giulio Fiorentino se la ride di gusto, lui sì che ha esperienza di Puteca!
E’ stato uno dei primi clienti di questo posto.
Altra presenza nella trattoria salentina è Alberto Leo, fabbro e artigiano del legno e della pietra, e così Pietro Manduca, pensionato agricoltore residente nella stessa Minervino, o Silvana Leone, simpatica frequentatrice della prima ora.
Renato Grilli è un attore teatrale, il pubblico della Puteca lo ammira.
Mimetizzata fra i tavoli, Raffaella Verdesca applaude e non perde mai sul viso quell’espressione di divertimento e di stupore che solo un cilindro magico come “La Puteca de mieru” possono regalare a una scrittrice.
Alberto Caroppo, fotografo di Giuggianello, la pensa allo stesso modo e non meno interessati si dimostrano Anna Maria Rizzo, barista di Caprarica con la passione per lo yoga, e Giovanni Deodato Guida, insegnante di materie economiche.
Si potessero fermare certi momenti, fissarli nel meglio delle loro espressioni!
Qualcuno ha raccolto la sfida.
Carlo Casciaro, pittore ortellese ha di fatto trasformato questo desiderio collettivo in realtà.

Giuseppe
Nel riflesso tintinnante di un brindisi, l’artista ha colto l’emozione di un’umanità festante riunita per consacrare il riposo e l’amicizia come un tempo, nella semplicità della musica e nella ricchezza della condivisione.
A saracinesche chiuse o nel pieno della festa, grazie all’originale iniziativa di Casciaro, La Puteca de mieru si è guadagnata l’immortalità, testimoni ne siano i ‘ritratti parlanti’ di alcuni dei suoi ospiti e degli artisti che l’hanno resa partecipe del folclore salentino.
Decisi i tratti dei Volti delineati a matita, carboncino, gessetti e pastelli dal pittore, a sorpresa la nota originale di colori acrilici dati a pennello su un supporto di cartoncini colorati 50x70cm.
Il fortunato visitatore che si trovi ad ammirare la collezione artistica “I Volti della Puteca” di Carlo Casciaro rimarrà inevitabilmente incantato dalle espressioni realistiche dei soggetti, dal magnetismo degli sguardi, dalla cura di dettagli che unici riescono a sovrapporre i personaggi alle personalità rendendo quanto mai vivi i ventitré ritratti di uomini e donne, artisti e gente comune, che della Puteca hanno contribuito a creare la storia.
Intenzione dell’autore è ampliare la collezione delle tavole catturando nel suo vortice creativo altre fette di pubblico e di palco.

'P40' tecn.. carboncino e matita. 2016 part .
Le opere d’arte realizzate finora, già esposte nella ‘Casa Madre’ e attualmente itineranti, hanno il potere della suggestione e, osservandole, si ha l’impressione di sentire l’eco dei suoni e delle voci della Puteca, importante baluardo di una tradizione che trasforma gli uomini in un popolo.
I “Volti della Puteca” scelti dall’artista per rappresentare il clima bohémien di una provincia oggi alla ribalta quasi esclusivamente per il turismo, non sono altro che il simbolo di un Salento ancora pulsante energia buona a fare dell’Arte un modo di vivere e della Vita un’arte.

Raffaella Verdesca

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

decor

Venerdì 14 luglio, alle ore 20, nella chiesa del Carmine di Nardò verrà presentato il volume edito da Mario Congedo di Galatina, Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò.

Un progetto ambizioso che il sacro tempio meritava, per essere una delle chiese più note e frequentate dalla popolazione ed oggi meta preferita dei tanti turisti che stanno riscoprendo la città di Nardò.

L’edizione, di circa 400 pagine, in formato A/4, con tavole e rilievi del complesso, centinaia di illustrazioni bianco/nero e colore, in buona parte eseguite da Lino Rosponi, è l’ottavo dei Supplementi dei Quaderni degli Archivi della Diocesi di Nardò-Gallipoli, diretti da Giuliano Santantonio. Oltre la Confraternita del Carmine hanno promosso l’edizione la Diocesi di Nardò Gallipoli e la Fondazione Terra d’Otranto.

Curato da Marcello Gaballo, contiene numerosi saggi scritti da studiosi ed esperti, che hanno voluto omaggiare la nota chiesa di Nardò con ricerche e nuove fonti di archivio raccolte negli ultimi anni. Tra questi Marino Caringella, Marco Carratta, Daniela De Lorenzis, Anna Maria Falconieri, Paolo Giuri, Alessandra Greco, Maria Domenica Manieri Elia, Elsa Martinelii, Alessio Palumbo, Armando Polito, Maria Grazia Presicce, Cosimo Rizzo, Giuliano Santantonio,  Marcello Semeraro, Maura Sorrone, Fabrizio Suppressa.

Si parte dalle origini della Congregazione dell’Annunziata e insediamento dei Carmelitani Calzati, fino alla loro definitiva soppressione e l’istituzione della parrocchia, soffermandosi sulle vicende del funesto terremoto del 1743, che arrecò danni considerevoli alle strutture, in buona parte ricostruite nel decennio successivo.

Notevoli gli approfondimenti artistici, specie all’interno della chiesa e del convento, senza tralasciare le sorprese dell’insolita facciata cinquecentesca e dei suoi celebri “leoni” posti all’ingresso, che sembrano rimandare al celebre architetto Giovan Maria Tarantino, probabile autore anche dell’altare della Trinità, nella stessa chiesa. Nuove fonti anche per l’altro artista neritino, Donato Antonio d’Orlando, al quale sembra debbano attribuirsi altre opere dipinte, oltre quella firmata del S. Eligio.

Altre sorprese emergono dagli studi sull’altare della Madonna del Carmine, sulla tela dell’Annunciazione, sulla statua lignea dell’Annunziata e su un inedito corpus di manoscritti musicali, conservati nell’archivio della confraternita.

Il ricco corredo fotografico, che rende il volume ancor più interessante, documenta arredi, stemmi, reliquie e suppellettili di cui si è arricchita la chiesa nel corso dei secoli e raramente esposti.

Da ciò l’entusiasmo del priore della Confraternita, Giovanni Maglio, che ha fortemente voluto ed incoraggiato l’iniziativa, con il sostegno dei confratelli e consorelle, inserendola “di diritto nell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale civile e religioso, che si sta particolarmente curando in questo ultimo decennio” nella città di Nardò.

Oltre gli Autori, che hanno voluto offrire pagine importanti, mettendo a disposizione di tutti vicende e fonti spesso sconosciute o inesplorate, aiutandoci a leggere nella maniera più corretta ed esaustiva, altrettanto importanti coloro che hanno offerto immagini e foto altrimenti difficili da reperire, tra cui Giovanni Cuppone e don Giuseppe Venneri, Gian Paolo Papi, Clemente Leo e Don Enzo Vergine, il parroco della chiesa matrice di Galatone don Angelo Corvo, Don Domenico Giacovelli e Rosario Quaranta, Emilio Nicolì e Raffaele Puce, Stefano Tanisi, Bruno Capuzzello. Una particolare menzione a Stefania Colafranceschi per aver messo a disposizione parte della sua collezione di santini e immagini antiche, e a Stelvio Falconieri, per due importanti e rarissimi documenti fotografici della chiesa nei primi decenni del ‘900.

All’elenco si aggiungono Pierpaolo Ingusci, Antonio Dell’Anna, Luca Fedele, Emanuele Micheli e Matteo Romano, valido aiuto nell’ordinamento dell’archivio e trascrizione di alcuni documenti. C’è stato anche un silenzioso e paziente lavoro, assolutamente importante, nell’allestimento degli arredi liturgici e nella ripulitura di molte suppellettili in parte desuete ma necessarie per una completa catalogazione. Ed ecco che devono aggiungersi, includendo nel lungo elenco anche Cosima Casciaro, Dorotea Martignano, Teresa Talciano e Anna Violino.

Infine, ma non per minore importanza bensì per sottolinearne il ruolo, la riconoscenza ad Annalisa Presicce, che ha professionalmente rivisto le bozze ed omologato le centinaia di annotazioni per un testo agile, coerente e scientificamente valido, come si spera possa essere.

Il volume sarà presentato dalla Prof.ssa Regina Poso, già docente preso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

 

Torna “Tracce d’arte” nella sua settima collettiva

tracce d'arte

Torna alla grande Tracce d’arte nella sua settima collettiva. Ad accogliere Tracce d’Arte 7 la Cantina Vecchia Torre di Leverano con il più grande evento dell’estate salentina dedicato a tutti gli appassionati del buon vino.

Dal 20 al 26 di luglio 2017 dalle ore 20.00 all’interno dell’evento wine festival, nella sala degustazione della cantina Vecchia Torre, il meglio di Tracce d’Arte con opere d’eccezione di alcuni tra i migliori artisti contemporanei del nostro territorio.

Tracce d’Arte è un evento pensato e curato dalla Maestra d’Arte Anna D’Amanzo, a sua volta ceramista, pittrice, scultrice, lavorazioni di stampa, designer di moda per la casa californiana Vida, già presente con le sue opere in collezioni museali e private in tutta Italia.

Sorsi di cultura quindi a 360 gradi per la nona edizione del wine festival.

Ad esporre la stessa curatrice Anna D’Amanzo che, oltre alle figure femminili da sempre privilegiate, propone nuove elaborazioni che trasmettono freschezza e serenità attraverso “I liquidi”, opere innovative di grande impatto. Salvatore Silvan Dell’Anna con le sue opere in marmo dove l’artista rielabora figure femminili rigorosamente sintetiche, sviluppando un’impronta personale con risvolti umani e spirituali. Le incantevoli creazioni di Antonio Di Paola che ci sorprende con i suoi eleganti e insoliti elaborati in vetro e pietra leccese. Roberta Fracella con i suoi “total white” affronta la tela per conquistare lo spazio, aggiungendo aspetti tridimensionali tipici della scultura. Luigi Martina artista poliedrico che cattura attimi irripetibili che dal pensiero prendono forma, volumi tradotti nella leggerezza della cartapesta, nella sinuosità della pietra, nell’eleganza della pittura. Maurizio Martina che ritrae l’umanità attraverso stoffe animate e la metamorfosi del caos globale in cui viviamo che diviene bellezza pura di visi di donna. Albino Mello con la sua sapiente lavorazione dei metalli, dai quali trae forme d’arte che diventano elementi d’arredo apprezzati in tutta Europa. Massimo Miglietta da sempre intaglia e scolpisce la pietra come da tradizione grazie all’utilizzo di martello e scalpello; esuberante nello stile barocco, che tuttavia non impedisce all’artista di svincolarsi da esso per realizzare sculture di pregevole interesse dal design moderno.

La parola adesso allo spettatore, a quanti passando per il wine festival a degustare i migliori vini del salento, potranno con un calice in mano soddisfare anche la visione del bello che il mondo dell’arte propone.

Libri| Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie

Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie, Edizioni Grifo, pp. 504, Lecce 2016

 

Il 28 dicembre 2016 nella Sala Consiliare del Comune di Taurisano è stato presentato il volume “Poesie” di Ugo Orlando (Mastro Scarpa), a cura di Antonio Di Seclì e di Antonio Resta, uscito per i tipi delle Edizioni Grifo di Lecce.

Il volume raccoglie tutti i testi di poesia del nostro editati e ospitati ora in riviste ora in pubblicazioni “senza pretese” a spese dell’autore.

Ugo Orlando è stato anche autore di prose e di alcuni drammi rappresentati in diverse occasioni nel teatro di Taurisano; ma è noto al pubblico soprattutto dei suoi concittadini per le brillanti, ironiche, sorridenti, cronachistiche, talora, intime ed elegiache poesie in dialetto taurisanese.

Aveva cominciato a comporre versi in italiano intorno ai quindicii anni, era nato nel 1910, ma con scarsi risultati. Presto però, nei primissimi Anni Trenta, ripose cuore all’ ascolto delle intriganti ispirazioni della Musa, e questa volta in dialetto taurisanese che non verrà mai più abbandonato se non in tarda età, quando per motivi tutti suoi si mise, quasi con vanità e lieve risultato, a comporre versi in copia per omaggiare donne e uomini del suo piccolo mondo. Allora, però, l’ora ultima stava per scoccare e Mastro Scarpa pensava forse, così operando, di poter creare intorno alle due ultime piccole figlie, nate dal secondo matrimonio dopo la morte di Antonia, un cordone di solidarietà e di affetti.

Ugo Orlando smise di vivere nel novembre del 1996 e, per non dimenticarlo, l’Associazione Culturale “Pietre Vive” di Taurisano ha pensato, con l’aiuto di vari sostenitori, a vent’anni dalla morte, di racchiudere in un unico volume l’opera poetica per consegnarla al pubblico degli studiosi e degli innamorati dei suoi versi.

Il volume è stato presto esaurito e di nuovo ristampato, nel mese di maggio 2017, con alcune correzioni e un indice dei nomi.

Gli interessati possono richiedere copia, scrivendo a: antonio.disecly@gmail.com oppure a vittoriocrudo@virgilio.it –

Storie lampanti. McBetter di Mattia De Pascali

Mattia De Pascali (ph Alessandro Stajano)

 

UNA STORIA A SORPRESA: IL “MCBETTER” DI MATTIA DE PASCALI

di   Maria Antonietta Bondanese

E una mattina, destandomi, scoprii che quel giorno era giunto. E lo accettai senza troppe remore, perché da quando ho memoria ho sempre saputo che sarebbe arrivato.(…) Non c’è nulla da drammatizzare nella fine. E’ il punto d’arrivo, l’assoluta certezza”. Inizia così il racconto di Mattia De Pascali, contenuto nel volume Storie lampanti, che raccoglie le storie più belle proposte nel concorso letterario del 2013 “Raccontare i Paduli”.

Una scrittura incisiva, efficace, per un narrare a metà strada tra fantastico e reale, tra enigma e verità, che coinvolge il lettore e lascia intuire lo stile di De Pascali sceneggiatore e regista.

Il cineasta supersanese, al di là della giovane età, ha già all’attivo un interessante curriculum costruito con competenza, studio e passione. “Sono stato abituato – dice Mattia – a guardare film fin dalla tenera età. Eppure da bambino volevo fare altro, un mestiere che mi permettesse di essere più a contatto con la natura. Almeno fino a tredici anni, quando ho scoperto le opere di Stanley Kubrick e ho compreso il potenziale infinito del mezzo cinematografico”.

Dal regista statunitense, il cui genio ha spaziato dal thriller alla satira politica, dalla storia e fantascienza al dramma psicologico, Mattia ha mutuato la pluralità degli interessi.

(ph Alessandro Stajano)
(ph Alessandro Stajano)

 

Oggi – aggiunge – non ho un regista, un film o un genere preferito. Tendo a non mitizzare niente e nessuno ma sono aperto a tutto.” La sua stanza di lavoro, adorna di libri, fotografie e manifesti descrive, infatti, un percorso personale ricco di curiosità. Una capacità di guardarsi intorno e rappresentare la quotidianità attraverso il filtro dell’inventiva.

Anche il set del suo recente lungometraggio “McBetter”, allestito nel B&B Luxury a Lecce e quindi ad Arnesano presso Villa Maresca, è lontano dal tipico Salento assolato, intrappolato in una ‘controra’ senza fine. Il contesto salentino è reinventato, invece, come sfondo per un intreccio che potrebbe snodarsi ovunque, perché il “messaggio, le idee politiche o la visione sociale del regista – Mattia ne è convinto – emergeranno comunque attraverso alcuni dettagli per occhi attenti”.

Tutti i film – prosegue – raccontano la società in cui nascono ed un ‘messaggio’ arriva meglio se non viene veicolato in modo diretto”. Ma, ad esempio, sotto la specie accattivante del thriller o della commedia “nera” dai toni grotteschi qual è “McBetter”. Una storia in cui il gioco perverso del Potere viene smascherato con scanzonata ironia e i rapporti di forza, motore dell’esistenza, sono tracciati mediante la tensione dell’intrigo. Non a caso, la vicenda di “McBetter” è ispirata al dramma shakespeariano di Macbeth, dove ambizione e avidità sfrenata portano a totale distruzione il protagonista che, ucciso il proprio re, si avvita in una spirale di delitti fino al tragico epilogo.

McBetter family
McBetter family

 

In “McBetter” il re da usurpare è l’attempato imprenditore Joe McBetter, proprietario di una ricca catena di fast food mentre il nuovo Macbeth è Malcom, suo genero. Entra così in primo piano il mercato del fast food, del cibo veloce, industria tra le più potenti del mondo dove le ragioni del profitto impongono lo sfruttamento dei lavoratori e la seduzione dei consumatori, specie dei bambini, mediante una pubblicità ingannevole. Una realtà che corre lungo il filo della trama con sorprese e colpi di scena, come nel più classico dei polizieschi. Singolari i personaggi di questa storia, per i quali De Pascali ha selezionato gli interpreti secondo il criterio dell’originalità e della bravura. “Durante il ‘casting’ – ci tiene a sottolineare – ho cercato attori che fossero personaggi particolari, non belle presenze.   E così è stato, compreso per il più giovane dei protagonisti, Oscar Stajano, cinque anni appena e pronipote di Giò Stajano, famosa nella ‘dolce vita’ di felliniana memoria”.

ph Silvia Cappello
ph Silvia Cappello

 

Il gruppo degli attori – Nik Manzi, Donatella Reverchon, Serena Toma e Andrea Cananiello – è affiancato da tecnici esperti come Giulio Ciancamerla, l’aiuto regista; Lucio Massa, l’organizzatore generale; Islam Mohamed detto ‘Ismo’, il direttore della fotografia; Silvia Cappello, l’assistente di fotografia; Cristina Panarese, per gli effetti speciali; Jonathan Imperiale, il segretario di edizione; Sofia Volpe e Giorgia De Carlo, per trucco & parrucco. Spiccano nella troupe due giovani talenti di Supersano, Arianna Alfarano e Valentino Galati. Arianna , brillante attrice nel teatro amatoriale ed allieva presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si è cimentata nell’impresa in qualità di abile scenografa. Valentino, noto dj, ha preso parte come addetto all’audio e compositore della colonna sonora. Dall’estro di Valentino, che opera in campo musicale nel duo “Monotron”, è nata anche la musica originale che esalta le immagini di Candy School, il cortometraggio realizzato nel 2103 da Mattia De Pascali con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “E. Frascaro”di Supersano, nel laboratorio di cinema da lui tenuto sul tema del bullismo.

Numerose le opere di Mattia selezionate in vari festival, come il Festival del Cinema Europeo a Lecce, il Castro Film Festival e il Puglia in corto a Brindisi. Intensa anche la sua collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male e quella con altri registi come Alberto Genovese, per il quale sta ultimando la sceneggiatura del film “Resurrection Corporation”.

Risultati sorretti da una solida formazione e cultura professionale. Alla laurea triennale al DAMS di Bologna, hanno fatto seguito infatti la laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita a pieni voti al DAMS di Roma Tre e la frequenza di vari corsi per ampliare la sua specializzazione. “Il cinema – dice Mattia – è diventato la mia ragione di vita”.

Più che le parole, il tono della voce e lo sguardo lasciano trapelare quanto entusiasmo, coraggio e determinazione siano necessari ad affrontare gli ostacoli che un’attività così complessa comporta. Dalla fine degli anni Ottanta, il cinema “made” in Puglia ha fatto un salto di qualità, grazie anche al supporto della Regione ma serve “qualcuno che investa cifre vere e non si appoggi solo ai limitati fondi pubblici per promuovere un’industria in grado di crescere su delle basi solide e non essere alla mercè di tagli e crisi economiche”. E’ quanto annotava Mattia De Pascali nel suo libro Multisala Salento, che reca l’eloquente sottotitolo “Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento”. Era il 2012 quando appunto osservava che mancano programmazione e infrastrutture, mancano teatri di posa e una scuola di cinema. Manca il sostegno economico  a chi è agli inizi.

Un regista emergente come Mattia De Pascali deve perciò auto produrre il suo film. Senza cedere a facili vittimismi, Mattia lavora adesso con impegno al montaggio del “McBetter”, finito di girare lo scorso aprile, per poterlo ultimare quest’anno e proporlo nel 2018 entro i circuiti di distribuzione. Anche questo è un grosso problema perché il mercato tende in genere a premiare i nomi già noti più che gli esordienti, la cassetta più che la qualità.

Ma il cinema che da sempre racconta bellissime storie, potrà forse regalarci ancora una volta sorprese ed emozioni con la ‘storia’ di Mattia De Pascali.

Per sapere di più su personaggi e interpreti della black commedy McBetter”, conoscere particolari gustosi e momenti del set, si può visitare la pagina Facebook: www.facebook.com/McBetterMovie.

 

L’itinerario seguito da Federico II salpato da Brindisi il 28 giugno 1228

normanni

Giugno, lunedì 05, h. 09.00. Accoglienza ore 8.45

Brindisi. Palazzo Granafei-Nervegna (g.c.)

Sulla rotta della Francigena del Mare

 

Quando le luci della notte si rifletteranno immobili sulle acque verdi di Brindisi

Lascerai il molo confuso dove si agitano parole passi remi e macchinari

L’allegria starà dentro di te accesa come un frutto

Andrai a prua fra i negrumi della notte

Senza alcun vento senza alcuna brezza solo un sussurrare di conchiglia nel silenzio

Ma dall’improvviso rollio presentirai le cime

Quando la nave rotolerà nell’oscurità serrata

Ti troverai spersa all’interno della notte nel respirare del mare

Perché questa è la vigilia di una seconda nascita

(Sophia de Mello Breyner Andresen, Itaca)

 

Lunedì 5 giugno 2017, in occasione della XXXII Regata velica Internazionale Brindisi – Corfù, la Società di Storia Patria per la Puglia, in collaborazione con  il Circolo della Vela e il Comune di Brindisi, organizza un incontro di studi per la presentazione della Via Francigena del Mare, rotta storica sulla quale si attesta la Regata.

Atti e testimonianze evidenziano come nell’età normanno-sveva l’imbarco dei pellegrini da Brindisi alla volta di Gerusalemme, ad faciendum passagium yransmarinum, proseguisse facendo generalmente tappa a Corfù, Cerigo,  Creta, Rodi, Cipro, per poi approdare a San Giovanni d’Acri. Si tratta dell’itinerario seguito da Federico II  salpato da Brindisi il 28 giugno 1228 per la sua expeditio seu transfretatio in Terram sanctam.  Il I maggio 1229 l’imperatore s’imbarcò ad Acri  per fare rotta verso Brindisi ove giunge il 10 giugno dello stesso anno. Per il viaggio di ritorno sono noti soltanto due scali intermedi, Tiro e Limassol,  ma sembra molto probabile che il tragitto abbia ricalcato quello di andata, che a sua volta aveva seguito il classico itinerario per mare da Occidente verso Levante. Ogni popolo del Mediterraneo è unito dal mare più di quanto non lo sia dalle vie di terra; Platone fa affermare a  Socrate nel Fedone: “ritengo che la terra sia grandissima e che noi, dal Fasi alle colonne d’Ercole, non ne abitiamo che una ben piccola parte, solo quella in prossimità del mare, come formiche o rane intorno a uno stagno”.

La Regata Internazionale Brindisi Corfù ripercorre a vela, oggi come allora, un tratto di quella rotta con l’obiettivo di unire e diventare un punto d’incontro tra i popoli grazie a quello spirito sportivo e agonistico da sempre linguaggio universale capace di creare le più salde e costruttive sinergie tra gli uomini. Sulla stregua di questo ideale, nelle edizioni comprese tra il 2000 ed il 2002, la regata fu rinominata “Regata per i Diritti Umani“, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il Convegno, che vede anche il patrocinio del consolato di Grecia a Brindisi, prevede la partecipazione di storici e studiosi che presenteranno le evidenze e le testimonianze storiche legate alla Via Francigena del Mare, con l’obiettivo di raccogliere materiale storico-scientifico di supporto alla candidatura della rotta all’Associazione Europea delle vie Francigene e al Consiglio d’Europa per il suo riconoscimento ufficiale.

Nella circostanza sarà avanzata la candidatura  del Sistema difensivo territoriale brindisino quale sito da inserire nella World Heritage List, della Convenzione sul patrimonio mondiale.

 

Comitato Scientifico:

Pasquale Corsi – Università di Bari

Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Pasquale Cordasco – Università di Bari

Direttore del Centro Studi Normanno-Svevi dell’Università di Bari

 

Hubert  Houben – Università del Salento

Professore I Fascia. Ordinario di Storia Medievale, Presidente del Centro Interdipartimentale di Ricerca sull’Ordine Teutonico nel Mediterraneo

 

Luciana Petracca – Università del Salento

Professore aggregato di Storia Medievale; Professore aggregato di Archivistica

 

Giancarlo Vallone – Università del Salento 

Preside Facoltà di Giurisprudenza. Professore I Fascia.  Ordinario di Storia delle istituzioni politiche

 

Maria Stella Calò Mariani –  Università di Bari

Docente emerito di storia dell’arte.

 

 

Programma

Lunedì 5 giugno 2017

ore 08.45 Registrazione dei partecipanti

 

ore 09.00

Saluti degli organizzatori e delle autorità

 

ore 9.30.

Sulla rotta di levante. da Brindisi a corfù verso gerusalemme

 

Interventi introduttivi

Francesco Rutelli

Coordinatore del Gruppo per le Antiche Vie Culturali e Religiose, in primis la via Francigena, presso il Pontificio Consiglio della Cultura

 

Massimo Tedeschi

Presidente dell’Associazione Europea delle Vie Francigene

 

Relazioni

Giuseppe Maddalena Capiferro

Società di Storia Patria per la Puglia

Brindisi e la crociata di Federico II

 

Marco Leo Imperiale

Archeologo medievista – Università del Salento

Diari di pellegrinaggio tardo medievali

 

Giuseppe Marella

Viator Studies Centre  dell’Università del Salento

Da Brindisi a Corfù verso Gerusalemme nel medioevo

 

Luici Oliva

Viator Studies Centre  dell’Università del Salento

Il viaggio petrino dalla Terrasanta a Roma

 

Cristian Guzzo

Società di Storia Patria per la Puglia

I Normanni e le vie di comunicazione nel meridione d’Italia

 

Giacomo Carito

Vice Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia

Sulla rotta Brindisi Corfù tra reale e immaginario

ore 11.30

Sulla rotta da levante a ponente.

Presentazione della candidatura  del Sistema difensivo territoriale brindisino quale  sito da inserire nella World Heritage List, della Convenzione sul patrimonio mondiale

 

ore 11.45

Tavola rotonda sulla proposta di candidatura

 

ore 12.30 Coffee break

 

Moderano: Francesca Mandese del Corriere del Mezzogiorno e Giuseppe Rollo della  Società di Storia Patria per la Puglia

Locandina

Museo diocesano di Nardò. Si inaugura il 7 giugno

DIOCESI DI NARDO’-GALLIPOLI

 

INAUGURAZIONE DEL MUSEO DIOCESANO

SEZIONE DI NARDO’ “Mons. Aldo Garzia”

Nardò, Basilica Cattedrale

7 giugno 2017

Ore 18

Concelebrazione Eucaristica presieduta da  S.E.Mons. Rino FISICHELLA

Ore 19

Introduzione

Mons. Giuliano SANTANTONIO, direttore dell’Ufficio Beni Culturali e del Museo

Saluti

Dott. Michele EMILIANO, presidente della Regione Puglia

Arch. Maria PICCARRETA, soprintendente ABAP per le province di Lecce-Brindisi-Taranto

Avv. Giuseppe MELLONE, sindaco della Città di Nardò

Intervento di

S.E.Mons. Rino FISICHELLA, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova  Evangelizzazione

Conclude

S.E.Mons. Fernando FILOGRANA, vescovo di Nardò-Gallipoli

 

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Libri| Quando Ippocrate corteggia la Musa

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QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA

                                            A ROCCO DE VITIS MEDICO E UMANISTA

di Paolo Vincenti

Il 4 maggio 2017, nella Sala Chirico degli Olivetani dell’Università del Salento, è stato presentato il volume “QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA” dedicato al Dott. Rocco DE VITIS, medico e umanista, per i vent’anni della sua scomparsa. Ha coordinato il Prof. Mario Spedicato, Presidente della sezione di Lecce della Società di Storia Patria; sono intervenuti i proff. Luigi Montonato, Alessandro Laporta, Eugenio Imbriani; ha concluso la prof.ssa Maria Antonietta Bondanese.

Un titolo molto suggestivo che coniuga, in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis: la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente.

“QUANDO IPPOCRATE CORTEGGIA LA MUSA – A ROCCO DE VITIS MEDICO E UMANISTA”, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017).

Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo una bella testimonianza di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall’Eneide), carica di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP. Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che emergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione queste figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, come scrive il prof. Spedicato, “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”.

Rocco De Vitis, “don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo “Pietro Colonna” di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico e Ufficiale Sanitario nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ Eneide di Virgilio nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi nel 1988 un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani: le Bucoliche e le Georgiche, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore.

Rocco de Vitis nel 1941 in veste di tenente medico sul fronte greco-albanese
Rocco de Vitis nel 1941 in veste di tenente medico sul fronte greco-albanese

 

L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali, e a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano che aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus. Successivamente pubblicò Soste lungo il cammino, nel 1990, e Naufragio a Milano, nel 1994. Morì nel 1997 ad 86 anni.

Di lui, prima della presente opera, si sono interessati, solo per citarne alcuni, Enzo Panareo, che ha scritto la Prefazione della traduzione dell’ Eneide, Antonio Errico, Giorgio Barba, Florio Santini, Paolo Vincenti, Gino De Vitis, Direttore de “Il Nostro Giornale”, il quale, insieme a Maria Bondanese, si è speso moltissimo in questi anni per tramandare la memoria del medico umanista, ed altri.

Il libro si apre con una citazione che viene dalla letteratura latina: Homo sum, nihil humanum mihi alienum puto, tratto da una commedia di Terenzio. Il primo contributo è di Paolo Vincenti, “Il medico dalla scorza dura. Profilo bio bibliografico di Rocco De Vitis”, che riporta appunto la bibliografia degli scritti del medico umanista. Segue il contributo di Aldo de Bernart, storico e scrittore parabitano ruffanese, scomparso nel 2013, che fu molto amico del dottor De Vitis. Il contributo di de Bernart è tratto da una manifestazione tenutasi a Supersano nel 2007 in occasione del decennale della scomparsa del medico. Lo scritto di Maria Bondanese, “Il dottore: una vita, una storia che parla di noi”, è il più carico di sentimento e non potrebbe essere altrimenti essendo la Bondanese, non soltanto nuora di De Vitis, ma la più fervente ammiratrice del medico umanista, la più gelosa custode delle sue memorie. In effetti, in questi anni, se è stata tenuta viva la memoria del De Vitis, ciò si ascrive a merito della dinamica Bondanese, e a maggior gloria del dottore. Lo scritto di Maria, con il titolo “Rocco De Vitis, dottore” era già apparso in “Apulia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese” (Martano editrice), nel dicembre 2007, così come da “Apulia”, stesso numero, proviene anche l’accorato scritto di Aldo Bello (“Il tarlo dell’umanesimo”), che della rivista matinese era Direttore e la cui prematura scomparsa costituisce un’altra dolorosa perdita per la cultura salentina.

Bondanese ricostruisce le drammatiche tappe dell’esperienza fatta al fronte dal dottor De Vitis, rileggendo il suo diario di guerra. Questa intensa testimonianza della Seconda Guerra Mondiale, vissuta in prima persona dal protagonista, servì poi da spunto al medico per l’opera Soste lungo il cammino. Nel suo scritto Bondanese si sofferma anche sulle opere maggiori di De Vitis, le traduzioni di Eneide, Georgiche e Bucoliche, e sono anche riportate belle foto in bianco e nero con gli autografi di De Vitis, gli scenari di guerra che egli toccò nella sua esperienza di soldato, e anche dei manoscritti della traduzione dell’Eneide. Inoltre vengono da lei ricostruiti i momenti salienti dell’attività sociale e politica del medico nell’immediato secondo dopoguerra, sullo sfondo storico di quell’epoca di ricostruzione e grandi mutamenti. Alla fine del pezzo, troviamo delle foto del Dottore in occasioni pubbliche e in occasione della inaugurazione della chiesetta eretta per devozione a San Giuseppe, nel 1984, sulla Serra supersanese.

Molto significativo, anche per l’alta carica ricoperta dal suo autore, è il testo di Don Gerardo Antonazzo, originario di Supersano e Vescovo di Sora-Cassino-Aquino Pontecorvo: “Nella sapienza del cuore la vera saggezza”. Ma c’è un altro prelato che contribuisce al volume ed è Don Oronzo Cosi ( con “Una specie in via di estinzione”), non meno caro ai supersanesi, in quanto Parroco del paese. Viene poi ripubblicato un testo di Mario Marti, “Io e Il Nostro Giornale”, indirizzato alla rivista supersanese, appunto “Il Nostro Giornale” ( una delle più longeve esperienze editoriali del Salento), nel maggio del 1997. Interessante anche il contributo di Carla Addolorata Longo, “Un mirabile lascito di pensiero e di vita”, che si sofferma sulle pubblicazioni di De Vitis trovando spunto nelle tematiche da esse affrontate per occuparsi anche della nostra attualità più stringente. Matteo Greco, nel suo “Sprofondamenti metropolitani e orizzonti meridionali”, analizza in particolare l’opera “Naufragio a Milano”.

“Un’esperienza indimenticabile”, definisce lo scultore Antonio Elia la realizzazione, per conto del dottor De Vitis, di alcune opere nella Chiesa di San Giuseppe, adornata anche dalle pitture di Ezio Sanapo, sulla collina supersanese. Elia illustra le varie fasi di lavorazione fino alla perfetta conclusione del tutto. Nella seconda sezione del libro, “L’humus dell’humanitas”, troviamo alcuni contributi che legano l’omaggio a Rocco De Vitis con la conoscenza del suo territorio, Supersano e il basso Salento.

Il primo contributo è “Breve profilo socio-economico del Salento negli anni ’50” di Gianfranco Esposito; poi “La decorazione nella cripta della Madonna Coelimanna”, di Stefano Cortese e “Il Santuario della Vergine di Coelimanna in Supersano” di Stefano Tanisi; seguono “Supersano Torrepaduli Ruffano” di Vincenzo Vetruccio e “Il dialetto di Supersano” di Antonio Romano. In particolare, i contributi di Cortese e Tanisi erano apparsi, in forma sintetica, nella guida del MUBO-Museo del Bosco di Supersano, lo scrigno che contiene la memoria storica dell’antico Bosco di Belvedere, ricordato anche da Cristina Martinelli nel suo scritto “Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, in cui analizza una poesia del De Vitis, tratta dal libro Soste lungo il cammino, dedicata al “Lago Sombrino”, un tempo preziosa risorsa del Bosco.

Molto interessante e documentato l’intervento di Giuseppe Caramuscio, “La memoria della Scuola come scuola della memoria: Galatina e il suo Liceo Classico”, una storia del prestigioso Liceo Colonna di Galatina frequentato da Rocco De Vitis e dal grande Mario Marti. Parimenti interessante il contributo di Alessandro Laporta, “Se è lecito al medico esser poeta (Galateo, Meninni, De Giorgi, De Vitis)”, il quale fa una carrellata di dotti ed eruditi del passato che alla medicina erano legati per interesse o professione dimostrando magistralmente come l’arte ippocratica e quella poetica, scienza e humanitas, come dicevamo all’inizio, rappresentino un forte connubio esemplato dall’amore riversato dal Nostro verso entrambe le discipline. Remigio Morelli si occupa della dolorosa esperienza della Seconda Guerra Mondiale “Un anno sul fronte greco-albanese”, che vide impegnato Rocco De Vitis, come già ricordato.

Quello di De Vitis va ad unirsi a tanti altri ritratti di salentini illustri che in questi anni la Società di Storia Patria Sezione Lecce ha tracciato nelle sue tre collane. Emerge un amore incondizionato nei confronti della piccola patria da parte di questi suoi figli devoti, non solo studiosi e specialisti delle humanae litterae, ma anche esponenti delle professioni più disparate che a vario titolo si sono confrontati con la letteratura, la poesia, il romanzo, i racconti, la memorialistica, ecc.. Questo, il caso del Nostro, che per tutta la vita ha coltivato, proprio come la sua campagna, l’amore per la letteratura latina e per Virgilio e che con l’opus magnum del “savio gentil che tutto seppe” ha intessuto un lungo dialogo. Sembra quasi di vederlo, De Vitis che, spogliatosi dei panni rustici di ritorno dalla campagna, e indossato l’abito buono, novello Machiavelli de “Le lettere familiari”, penetra “nelle antique corti delli antiqui uomini”, interrogando filosofi, storici e poeti del passato, e “da loro amorevolmente ricevuto”, gli domanda le ragioni delle loro azioni e quelli gli rispondono.

Con la terza sezione del libro, “Vergiliana”, si entra nel vivo dell’opera maggiore di De Vitis, la traduzione dell’Eneide. Questa sezione è una antologia di saggi critici a cura di latinisti che sviscerano l’opera devitisiana entrando nel merito di contenuto, stile, traduzione, metodologia, con approccio specialistico. Gli studiosi, che danno a questa sezione del libro un taglio tecnico scientifico sono: Giovanni Laudizi, con “La traduzione dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche”; Maria Elvira Consoli, con “Dell’Eneide di Rocco De Vitis”; Paola Bray, con “ Quali doni, quali a te mai darò per tale carme?”; Antonio Errico, con “Il traduttore, il suo poema, i segreti del verso”; Maria Francesca Giordano con “Un segmento di lettura didattica sfogliando le pagine dell’Eneide”; Angela Maria Silvestre, con “La missione di Enea e la traduzione di Rocco De Vitis”; Paolo Agostino Vetrugno, con “Le traduzioni devitisiane di Virgilio tra espressività ed armonia”; Giuseppina Patrizia Morciano, con “L’epicità di Virgilio. Tradizione e traduzione nella lettura di un classico”.

La quarta sezione, “Tra storia e Letteratura”, riserva spazio a contributi di storia e conoscenza del territorio, in linea con la vocazione di questa collana editoriale. Troviamo allora Alessandra Maglie, con “Conflitti e narrazioni nella Terra del Rimorso. Tarantismo ed esperienza mitica secondo Ernesto De Martino”; Maria Antonietta Epifani, con “Maria Manca: la santa di Squinzano”; Sergio Fracasso, con “Il progetto ‘fallito’ dell’Orfanotrofio San Francesco (poi Istituto ‘Margherita di Savoia’) e il problema dell’infanzia abbandonata alle soglie del decennio francese”; Antonio Cataldi, con “ Contributo per una storia dei missionari lazzaristi italiani in Etiopia ed in Eritrea nel periodo coloniale”; Michele Mainardi, con “L’Istituto tecnico di Lecce e l’Orto Agrario”; Arcangelo Salinaro, con “Il letterato Alfredo Mori in Puglia: una caso”; Luigi Scorrano, con “ Con un vescovo di fronte alla guerra e nell’Inferno di Dante”.

Con l’Indice dei volumi pubblicati si conclude questo libro. Un’opera imponente, per qualità e mole dei contributi presenti, per la quale dobbiamo essere grati al medico umanista De Vitis.

 

Anti-aging naturale grazie al melograno

melagrane

Già noto nell’antichità per le sue proprietà nutraceutiche ora si scopre che la urolithine, prodotta dal nostro microbiota intestinale a partire da un composto naturale del melograno, avrebbe la capacità di ripristinare la piena attività dei mitocondri, mantenendo vive più a lungo le cellule…

Leggi l’articolo:

http://www.teatronaturale.it/tracce/salute/24214-antiaging-naturale-grazie-al-melograno.htm

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

di Marcello Buttazzo

L’amicizia è un giacimento di calie preziose, un tesoro di sole, uno dei beni immateriali di più inesausto sapore, che armonizza il mondo, che salva la vita. Ho conosciuto Rocco Boccadamo nel settembre 2012, a Lucugnano, a Palazzo Comi. Con Vito Antonio Conte e con Giuliana Coppola presentavamo il mio libretto di poesie, “E ancora vieni dal mare”, nella Casa di rose del preclaro poeta. A Rocco, di cui in passato avevo già letto alcune sue lettere sulle rubriche de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e de “Il Corriere del Mezzogiorno”, donai la mia silloge. Su quell’incontro Rocco scrisse amorevolmente sul sito della Fondazione Terra d’Otranto. Prima del trascorso Natale, Rocco s’è recato nel mio paese, Lequile, e mi ha donato il suo ultimo lavoro “Luca e li bancario” (pubblicato da Spagine – Fondo Verri Edizioni). Rocco ha avuto, finora, varie e intense esistenze. Agli albori delle primavere, sboccia la sua vita fanciulla, bambina, di arguto adolescente, di giovinetto diligente e studioso. Una esistenza giocata e bordeggiata a Marittima, nei paesi vicini, con il riverbero del mare negli occhi, confortato dalla Natura e dagli affetti più cari. Dopo il diploma, conseguito in modo brillante, Rocco ha iniziato, quasi subito, per una serie di motivi, l’attività lavorativa di bancario. Che lo ha portato in giro per l’Italia. Un lavoro denso di soddisfazioni, di abnegazione, di alacre operosità. Nel libro “Luca e il bancario”, mi colpisce, tra le tante cose, la descrizione emozionale e vibratile di Rocco nel ricevere il suo primo stipendio. Nella fase adulta, lui ha traversato e traversa il tempo e respira il suo giardino più intricato di sogno e di sperimentazione: quello della scrittura. Da grande Rocco ha deciso che la scrittura dovesse essere la sua ineludibile compagna di viaggio, la panacea universale, la sua musa prediletta e preferita, campo immenso di rossi papaveri e d’esplorazione del vivente. Dal 2004, pubblica sistematicamente i suoi volumetti di storie vivide d’amore e di paesaggi incontaminati. Scrive su Internet, per diversi periodici, con puntualità e parsimonia, con uno stile sobrio e pulito. Da tempo, seguo con interesse i deliziosi bozzetti del nostro prolifico Autore sul periodico Spagine del Fondo Verri. Il Fondo Verri, per noi anime indocili, vagolanti come la luna, è una fucina di arte e di cultura. Forse, questa fase matura della vita di Rocco si può sostanziare come quella più articolata, da certi punti di vista più ricca di placide, serafiche albe nuove e inedite. Lui è padre, è marito accorto, è nonno premuroso di alcuni bellissimi ragazzi e dolcissime fanciulle. È una persona umile e perbene, integrata nel connettivo sociale, è un uomo rispettoso e contegnoso. È un narrastorie leggiadro ed elegante. Semplice e diretto nell’incedere e nel procedere scritturali, ma con una visione allargata e ad ampio spettro, conscio che la sua prosa lineare sia quella più benaccetta e fruibile. Lui mediante la scrittura, tramite la prosa e il racconto, recupera la capacità di paziente rabdomante, che va alla ricerca delle venule più chiare, che scandaglia con passione i vissuti. Avverto tutto ciò anche e preminentemente in “Luca e il bancario”: il nostro narrastorie tramite il medium della scrittura s’abbandona sovente sulle ali del ricordo, della pacificatoria reminiscenza. Rivive gli anni passati, quando la vita era un primordiale virgulto di primavera e di sogno. Rocco sa far rivivere con movenze umanissime e palpabili tutto un universo di uomini e di donne, di gente della sua Marittima, di Castro, della sua terra natia rosso sangue di zolle marroni. La scrittura, si sa, può diventare uno strumento pacifico e non violento per interrogare a fondo il proprio sé e per gettare un ponte conoscitivo e creativo con l’altro da sé. È una medicina benedetta che terapeuticamente ci fa affrontare il tempo gaio e quello triste, il pianto e la gioia, il sole e la tempesta, la caduta repentina, la salita vertiginosa. Rocco narra le storie, descrive di sé, ma soprattutto degli altri. Lui, da anni, conferma la sua dote precipua di narrastorie, legato alla memoria che è carne viva. La sua è narrazione del ricordo, sovente tratteggiata con vivida nostalgia: sa scavare a fondo nei vissuti bambini e giovanili. La sua è narrazione del paesaggio, perché le località cristalline, di adamantina purezza, di Marittima, di Castro, di Acquaviva, campeggiano spesso, con storie umanissime e pulsanti di passione. Racconto di luoghi, perché nelle pagine di “Luca e il bancario” i campi d’ulivo, i boschi di virente colore, compaiono con veste anche lirica. Descrizioni davvero dettagliate e felici del paesaggio e, soprattutto, della gente d’intorno. I protagonisti veri sono contadini, allevatori, lavoratori, calzolai, ciabattini, insomma quel popolo multiforme e silenzioso, che solitamente ha fatto e fa la Storia. La gente che la vulgata comune dipinge come marginale, ma che per Rocco ha una centralità assoluta. “Luca e il bancario” è, altresì, un diario di viaggio, che percorre gli spostamenti dell’Autore bancario per varie città d’Italia. Ho potuto notare, fra le altre cose, la sincera devozione di Rocco, che è sia laica, che religiosa e spirituale. In lui vibra potente l’amore per l’umanità, per la gente umile. Lui sa anche celebrare doverosamente festività come l’Assunzione, sa dare la sua carezza a figure come Sant’Antonio da Padova, alla Madonna, a San Francesco, anima folle stremata d’amore. Quella di Rocco è narrativa degli affetti: Il padre è una figura sempre viva di fulgente luce. L’universo immaginifico e reale del nostro Autore si vivacizza di tanti protagonisti del popolo: il novantenne Orlando intento con il suo coltellino a raccogliere bacche e fichidindia, Vicenzu ‘u cuzzune e il suo asinello dalla lenta andatura. Il contadino compare Vitale. Ed ancora Consiglio, nachiro (capo ciurma nei frantoi oleari in autunno), Teodoro avvezzo a far bagni a pelo d’acqua.  Come non ricordare il cugino Luca sempre pronto alla battuta e al sorriso. Ed ancora l’anziano contadino Luca. La vita è un continuum, si susseguono le varie fasi in un collante di relazioni. È quello che succede anche al nostro Autore che, pur peregrinando per l’Italia, deliberatamente non recide mai i propri legami, rinnovellando sempre di nuova linfa vitale le sue radici. La sua villetta fiorita alla “Pasturizza”, è una sorta di buon ritiro, un posto d’elezione, uno specchio d’anima. L’Acquaviva (insenatura prossima a Castro Marina) è un porto di bellezza adamantina. Marittima brilla in tutto il suo lucore, di aurore frementi d’amore, di sole assetato di visioni, di crepuscoli screziati e aranciati, di notte fruscio di stelle silenziose e assorte. In “Luca e il bancario”, Rocco con dolcezza e con delicatezza ci conduce attraverso questi Frammenti di vita salentina. In essi traspare un amore sviscerato per la sua terra, utero di mare, madre accogliente, culla d’eterno. C’è davvero un filo conduttore che anima “Luca e il bancario” e tutti gli scritti di Rocco Boccadamo: è la soavità amaranto dell’amicizia, che ci lega e ci cattura al lume d’un’idea. Infine, vorrei dire che nelle opere di Rocco c’è un anelito francescano, una manifesta esortazione a vivere una esistenza di piccoli passi quotidiani e ordinari. E la sua cifra poetica più sentita risiede proprio nella tendenza di voler tratteggiare con occhio giustamente benevolo quella umanità silenziosa e umile, che fa la Storia.

 

“Luca e il bancario” di Rocco Boccadamo, Spagine Fondo Verri Edizioni, dicembre 2016

Il tuo 5 per mille alla Fondazione Terra d’Otranto

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Gentile Lettore,

anche per il 2017 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie, al mantenimento di questo sito e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”.

Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

91024610759

e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

Non costa nulla!

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

Scadenza per limitare la Xylella

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

a cura del Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della Provincia di Lecce

Il Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della provincia di Lecce ricorda che entro e non oltre il 30 aprile 2017 bisogna aver effettuato le lavorazioni meccaniche superficiali (aratura, trinciatura, fresatura) di tutti i terreni ed alla pulizia dalle erbe spontanee al suolo (compresi i bordi strada e le aree di competenza di Comuni e Province) per ridurre la popolazione degli adulti di Philaenus spumarius, vettore della Xylella.

Il Collegio dei Periti Agrari rende noto che questi interventi riescono a ridurre la popolazione della sputacchina perché colpiscono l’insetto negli stadi giovanili quando sono ancora poco mobili e non infettivi.

Inoltre siccome questi interventi SONO OBBLIGATORI così come stabilito dalla delibera della giunta regionale 1999  “Misure Fitosanitarie per l’eradicazione e il contenimento della diffusione della Xylella fastidiosa”, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia 148/2016 CHI NON AVRA’ EFFETTUATO TALE LOTTA AL VETTORE POTRA’ ESSERE SOTTOPOSTO A SANZIONI comminate dal 1 maggio al 15 giugno 2017, giorni nei quali verranno effettuati i controlli su tutto il territorio.

 

Abbazia di S. Maria di Cerrate, commenda dell’ospedale degli Incurabili di Napoli

Facciata dell'abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)
Facciata dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

 

di Marcello Gaballo

Si propone un interessante e poco noto stralcio che fu pubblicato da Eugenio Tortora nel suo volume Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli, edito a Napoli da A. Bellisario & C. e stampato presso la tipografia De Angelis a Portamedina alla Pignasecca, 44, nel 1890.

Tra le più importanti istituzioni della città di Napoli vi furono senz’altro la Casa Santa all’Annunziata e l’ospedale degl’Incurabili, uno dei più importanti d’Europa.

Lo aveva fondato Maria Richenza moglie di Giovanni Lonc (Longo), ministro di Ferdinando il Cattolico, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, miracolata da una paralisi insorta a seguito di somministrazione di veleno datole da una cameriera. Dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, nel giorno di Pentecoste dell’anno 1519, fu guarita, e per ringraziamento fece voto che avrebbe servito gli infermi per il resto della sua vita.

Non ritenendo sufficienti le strutture già presenti in Napoli, nel 1521 decise di fondare, a proprie spese, una casa di cura in contrada sopra Santo Aniello.

Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che poi fu anche uno dei Governatori. Per la sua specializzazione, l’Ospedale era riservato esclusivamente a pazienti affetti da patologie all’epoca considerate “incurabili”.

Sant’Alfonso de’ Liguori, durante una visita agl’Incurabili, sulle scale principali fu colto da una visione divina che lo spinse a entrare nella Compagnia di Santa Maria Succurre Miseris che svolgeva il suo ministero nell’Ospedale, assistendo spiritualmente i condannati a morte che venivano poi trasportati, dopo l’esecuzione, agl’Incurabili.

Il pontefice Clemente VII, oltre a numerosi privilegi, donò anche un’Abbadia o Commenda in provincia di Lecce, considerata del valore di circa settantamila ducati.

Nel predetto volume del Tortora, alle pagine 66-67, nel rendicontare i beni della Casa degl’Incurabili nell’anno 1801, viene descritta tale commenda (pag. 77 a 79 — Rubrica XII), titolandola “Dell’Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de’ suoi poderi, effetti, e rendite”.

L’abbazia, oggi denominata di Santa Maria di Cerrate, fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, è posta sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, e rappresenta uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.

Di proprietà della Provincia di Lecce, nel 2012 è stata ceduta con una concessione trentennale al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che la gestisce.

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Loggiato dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

Si riporta l’atto, dal quale si desumono importanti informazioni sul bene:

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l’Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell’anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de’ Governatori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un’ amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall’intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parascandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de’ territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all’Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de’ Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett’Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a’ Signori Cardinali, e l’ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l’Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell’anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII.

E perché allora il nostro nascente Ospedale degl’Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poteano stare a mantenere il numero de’ poveri infermi, che giornalmente cresceva, stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a’ poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua, ed accordato a titolo di elemosina all’ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla, spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a’ 2. Gennaio 1532, dall’Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a’ 18. Gennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett’Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll’inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l’Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de’ Sagramenti; a’ quali pesi non è obbligata l’Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall’Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell’Abbadia.

Vi è anche un’altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L’erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun’anno, ad elezione dell’Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l’anno.

Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s’imprese, nel 1602, l’esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se ne ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte olivetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4……………………………………… tt. 739 1|4
Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi, e Squinzano, che in tutto sono della capacità di…………………………………………………..tt.3573 1|2  
Unita dunque tutta l’estenzione e capacità de’ territorj demaniali e decimali di detta Abbadia, forma in unum…………………………………………………….. tt. 4312 3|4  

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l’annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell’anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l’annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201, ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell’olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante…. 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne’ rispettivi tenimenti ove sono accatastati i poderi“.

 

Per le note storiche, altri approfondimenti e la galleria di immagini rimandiamo all’ottimo lavoro di Brundarte, che qui si ringrazia per le foto concesse:

https://brundarte.wordpress.com/2013/11/29/abbazia-di-santa-maria-di-cerrate-squinzano-le-prima-parte/

 

[1] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[2] Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell’Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

[3] 1552 secondo quanto riportato nel sito dell’Archivio di Stato di Napoli.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_degli_Incurabili

[5] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_a_Cerrate

Un ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici di terra d’Otranto

elsa foto

Elsa Martinelli, ispettore e gentildonna

di Francesco Greco

 

Ispettore onorario “per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto” (prima, dal 2012, lo era della sola provincia leccese). La nomina è arrivata a dicembre 2016 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo.

Se la virtù dei grandi è la discrezione, il pudore, rifuggire dai riflettori della ribalta (atteggiamenti decisamente retrò al tempo della selfie-mania e dei social), c’è voluto del tempo a convincerla a dare la notizia.

E dunque, un altro step nella già prestigiosa carriera accademica e divulgativa della prof. Elsa Martinelli, salentina di Gallipoli, docente di “Poesia per Musica e Drammaturgia Musicale” al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.

Tradurre le proprie passioni in un lavoro non càpita a tutti nella vita. Elsa ha avuto questa “buena suerte” e la vive come una mission senza lesinare energie, come sanno i suoi allievi e la stessa Terra d’Otranto, che conosce e apprezza i suoi saggi in cui spesso coinvolge l’architetto Beatrice Malorgio (“Fughe”, Edizioni del Grifo, 2012).

L’incarico, onorifico, è di durata triennale e prevede la tutela, la vigilanza, la consulenza storico-musicale, tecnica e archivistica, di restauro (di tipo filologico, conservativo, funzionale ed estetico) in funzione della salvaguardia del ricco patrimonio organario delle chiese.

La prof. fa capo agli organi centrali del Ministero tramite l’ufficio periferico della SABAP (Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio) di Lecce, ora diretto dal nuovo soprintendente, l’architetto Maria Piccarreta.

Una mission, s’è detto, vissuta full time. In ambito didattico e di ricerca con volumi, saggi, articoli su riviste specializzate, atti di convegno nazionali ed extra moenia, pubblicazioni miscellanee sugli organi a canne nel Salento, due corpose monografie e numerosi contributi di studio.

La prof. Martinelli ha studiato i vari aspetti della storia del melodramma (dai costumi teatrali ai libretti d’opera), opere e protagonisti della grande opera lirica: da Vivaldi a Niccolò Piccinni, incluso il contemporaneo Nino Rota.

I profili storici e l’attività artistica di musicisti come Eriberto Scarlino, Luigi Romano, Vincenzo Pecoraro e di cantanti lirici come il tenore di grazia Tito Schipa (leccese doc, “Canto per te. Omaggio a Schipa, 2016) e il soprano Ines Martucci, inclusi corsi di iconografia musicale, la storia di bande musicali e interconnessioni fra architettura e musica.

Non male per una giovane prof. appassionata del suo lavoro. Della serie “Eccellenze a Sud”, o “Ce ne fossero!”. Chapeau!

Come un’orchidea BIANCA, poesie di Lilli Pati

lilly

di Paolo Rausa

Dalla prosa alla poesia, dal romanzo alle liriche. Lilli Pati ha esordito due anni fa con una dichiarazione d’amore. Tale è la storia narrata in ‘Il richiamo dello scrigno’, inteso come luogo in cui si conservano le perle del cuore, i tesori invisibili, quelli che troviamo in fondo all’anima e che l’autrice ci invita con discrezione ad ammirare. E ad amare. Quell’’Omnia vincit amor’ virgiliano permea la vita, i desideri, i sogni della protagonista che ora, vestale dell’orchidea bianca, inonda le pagine di sensazioni, stati d’animo, sogni, desideri, abbandoni, piaceri, voluttà, rimpianti, sempre messi in relazione con gli elementi naturali, paesaggistici, il sole, il mare, il vento ora zefiro, ora tempesta, che addolcisce o minaccia la nostra esistenza… Sensazioni di abbandono fra le braccia dell’amato a lungo sognato e che ora stringe a sé per non lasciarlo mai più, per non essere mai più lasciata. Ma quanta strada prima di arrivare a cogliere il fiore dell’innocenza perduta! Anzi non a cogliere, a bearsi del suo profumo, della sua immagine che cresce a vista d’occhio, bagnato dalla salsedine di un mare che sferza i nostri sentimenti e nel quale dobbiamo condurre la nostra navicella fluttuante. Una sessantina di liriche compongono questa nuova pubblicazione di Lilli che si pone ella stessa ‘Come un’orchidea BIANCA’, novella Proserpina – viene detto nell’introduzione – che vive nottetempo la follia delle passioni amorose. Come la dea accetta il suo sposo ma vuole vivere altre sensazioni ultraterrene, fuori terra, verso il cielo delle beatitudini dove tutto si stempera e l’amore diventa un sentimento universale che tutto abbraccia, insieme, uomini e cose. Più Venere, mi sembra, nell’Ode al mare’ laddove rinasce bella fasciata nell’abito bianco che incede sostenendo con la sua bellezza gli sguardi altrui colmi di desiderio. Diviso in due parti, il libro tratta dei ‘Frammenti di cuore e di vita’, due metà che si susseguono a ritmo incalzante senza cesura e in continuità. Talora la passione e il desiderio lasciano il tempo e lo spazio ai ricordi, alla nostalgia velata di tristezza, di rimpianto. Come il viandante che giunto nel ‘Deserto’ sembra aver smarrito la strada ed essere in preda all’arsura, così lei, anziché abbattersi, raccoglie gli sforzi e li proietta sul domani, quando raggiungerà la pace e la serenità, senza per questo rinunciare alle emozioni della vita. Fino a immaginarsi ‘Nocchiero di me stesso’ che pur nelle difficoltà della navigazione si conquista la libertà della manovra e oltrepassa la tempesta. Per quanto ‘Ala di gabbiano’ come quella di Icaro paventi l’umidità delle acque marine che l’appesantirebbero, così lei sa andare ‘Oltre’ verso il cielo, dove tutto ciò che si è perso si ri/conquista, soprattutto la condizione sovrumana di benessere oltre il piacere come unione fisica di due anime, l’atarassìa delle passioni. La poesia d’amore celebra qui i suoi fasti, ma non ignara del sentimento dolce-amaro come ha cantato Saffo, da bere sino in fondo, ebbra, sino alla stordimento, grazie ad una sana ‘Follia’ del vivere e dell’amare.

‘Come un’orchidea BIANCA’, Editrice Kimerik, Patti, 2017, pp. 74, € 12,00.

Benny Benack III dagli Stati Uniti e il suo Italian Quartet incontrano il Salento con i Bija

iQdB Edizioni di Stefano Donno con The Doors di Giuseppe Calogiuri a Salento incontra gli Stati Uniti a Taurisano

iQdB Edizioni con The Doors di Giuseppe Calogiuri a Salento incontra gli Stati Uniti OdA music fest 2nd edition

A Taurisano di scena la grande musica jazz. Benny Benack III dagli Stati Uniti e il suo Italian Quartet incontrano il Salento con i Bija. Evento speciale il 19 gennaio con la seconda edizione di OdA Music Fest. Ospite il celebre trombettista e cantante americano insieme ai Bija e al musicologo Alceste Ayroldi. Anche quest’anno a Taurisano (Lecce) torna la grande festa della musica targata OdA Officina degli Artisti (associazione artistico musicale). Nata con l’intenzione di diffondere la cultura musicale degli strumenti a ottone, OdA Music Fest nella prima edizione ha ospitato i MOYA, quartetto internazionale di tromboni arrivato da Ginevra. Quest’anno si celebra un incontro musicale ad alto livello tra gli Stati Uniti e il Salento: Benny Benack III Quartet, il giovane cantante e trombettista nato a Pittsburgh, nella Pennsylvania, accompagnato da tre musicisti del sud Italia (Giuseppe Venezia al contrabbasso, Elio Coppola alla batteria e Daniele Cordisco alla chitarra), dividerà il palco con il trio salentino dei Bija, composto da Marco Puzzello alla tromba, Francesco Pellizzari alla batteria e Gabriele di Franco alla chitarra. Nel corso della serata, le due band presenteranno i propri album con numerosi brani inediti. Appuntamento giovedì 19 gennaio alle ore 20 presso il salone “Mirella Solidoro” della chiesa parrocchiale Santi Martiri, Giovanni Battista e Maria Goretti. «Sarà uno spettacolo mirato a valorizzare la creatività della musica attraverso il virtuosismo del jazz e della world music», spiega Marco Puzzello, direttore artistico di OdA, «in programma anche un brano nel quale fonderemo i nostri due generi: le sonorità della musica mediterranea dei Bija, infatti, incontreranno quelle d’oltreoceano di Benny, evidenziando l’unicità dell’espressione musicale». A introdurre e presentare al pubblico i due progetti musicali ci sarà il noto critico e musicologo Alceste Ayroldi che guiderà il pubblico all’ascolto musicale e alla presentazione degli album.

Infine, nell’ambito del progetto OdA library verrà presentato il libro – The Doors in direzione del prossimo Whiskey bar – scritto da Giuseppe Calogiuri e pubblicato da iQdB Edizioni di Stefano Donno. Il volume racconta gli anni ’60 attraverso gli 11 brani che compongono il primo album della band capaci di levare una benda dagli occhi dell’ascoltatore che, finalmente, è libero di comprendere un retroterra artistico comune a tanti musicisti e tante band che proprio in quei colori hanno potuto trovare un humus intellettuale comune al quale attingere. Un album “The Doors” dietro cui si cela la fine di un decennio con la buia ombra del Vietnam dietro l’angolo alla quale fa da contrappunto il luccicante sole della “Summer of love”. Durante il pomeriggio ci sarà la masterclass aperta a tutti gli strumentisti e cantanti, sulla musica jazz e il canto jazz con Benny Benack III e i suoi musicisti, per info e iscrizioni contattarci sul sito www.odataurisano.it.

OdA Music Fest 2nd edition è organizzato da OdA Officina degli Artisti con la collaborazione della Consulta Giovanile di Taurisano, del Comune di Taurisano – Assessorato alla cultura, della parrocchia Santi Martiri Giovanni Battista e Maria Goretti, ACLI arte e spettacolo Lecce (resp. Raffaele Santoro), DbAudio Store Taurisano (Le), Associazione Arte in Terra, Bazù Centro Studi,

 

Benny Benack III Quartet

Benny Benack è un trombettista e cantante statunitense che negli ultimi tempi sta riscuotendo un incredibile successo internazionale per la sua notevole versatilità, ottima tecnica e padronanza del linguaggio jazz. Nel 2014 è stato semifinalista al prestigioso “Thelonious Monk International Competition” e Wynton Marsalis, in una recente intervista, lo ha indicato tra le nuove promesse del jazz internazionale. Da trombettista ha vinto numerosi premi, tra cui Carmine Caruso International Jazz Trumpet Soloist Competition (2011), National Trumpet Competition for jazz (2010), National Trumpet Guild Jazz Competition e altri; inoltre, ha ricevuto diversi importanti riconoscimenti anche per le sue doti canore. Ma la carriera di questa giovane promessa non è fatta solo di premi poiché si sta distinguendo come turnista in alcuni tra gli ensemble più richiesti nella scena musicale newyorchese. Tra queste collaborazioni c’è quella che l’ha portato al suo primo debutto per l’etichetta discografica “Blue Note Records” al fianco della pianista Chihiro Yamanaka. La sua vita è a New York dove si esibisce nei migliori club, tra cui: Blue Note, Iridium, Smoke, Lincoln Center Dizzy’s Club Coca Cola, Small’s, The Bar Next Door, Minton’s Harlem e di recente ha avuto anche l’opportunità di andare in tournee in Giappone, Russia e Ucraina. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Benny Benack III (tromba e voce) e i musicisti Elio Coppola (batteria), Giuseppe Venezia (contrabbasso) e Daniele Cordisco (chitarra). Questi ultimi, nelle loro recenti tournee oltreoceano, hanno dato vita al quartetto con l’idea di promuovere un jazz, sì legato al mainstream, ma che comprende anche il percorso di innovazione dato vita nell’ultimo ventennio, a New York, dalla nuova generazione di musicisti legati comunque alla tradizione. Il repertorio di questa formazione verte principalmente su composizioni originali di Benack e Cordisco, di stampo hard bop, senza escludere alcune composizioni d’importanti autori ai quali Benny Benack ha reso un tributo componendone il testo.

Bija Band

La parola “Bija” nella lingua sanscrita vuol dire “seme” e rappresenta l’origine e al tempo stesso la causa di tutte le cose. È la vibrazione, il suono primordiale da cui ha avuto principio tutto. Da questa fascinazione linguistica così evocativa nasce nel 2011 il gruppo dei Bija che dà vita a un trio atipico formato da chitarra elettrica, tromba e batteria con l’obiettivo di mettere in discussione l’idea stessa di orchestrazione e di arrangiamento. Il risultato è una scrittura eclettica e fantasiosa che pesca dai diversi ambienti musicali frequentati dai tre, dal rock alla classica alla world e ovviamente al jazz. I Bija sono composti da Gabriele di Franco (chitarra e loop), Marco Puzzello (tromba e flicorno) e Francesco Pellizzari (batteria e percussioni) La loro musica è un’attitudine postmoderna all’arrangiamento che si manifesta in chiaroscuri espressionistici, melodie narrative, tempi dispari e suoni caldi. Nel maggio 2012 vincono il premio della critica al B-LIve contest, a giugno vincono il Soundslices contest 2012 e vengono selezionati fra artisti di tutto il mondo come finalisti per i concorsi internazionali del Jimmy Wood Award ‘12 e per il Nicola Tiberio Award ‘12. Nel luglio 2012 sono ospiti di Otranto Jazz Festival e ad agosto vincono il primo premio come band rivelazione dell’anno 2012 al Jazzup Festival diretto da Greg Burk. Nel marzo 2013 sono finalisti al concorso Italia Wave Band 2013 e condividono il palco con i ModenaCityRamblers. Nell’autunno 2014 esce il loro primo album (SLAM production).

Associazione OdA Officina degli Artisti

Diretta artisticamente da Marco Puzzello, giovane e brillante trombettista di Taurisano, è un’associazione di musica e arte inaugurata il 23 novembre 2013 dove si tengono numerosi corsi: canto, tromba e ottoni, pianoforte, chitarra classica ed elettrica, basso elettrico, sax, scrittura creativa, canto rap, armonia e storia della musica, musicoterapia. Tra le numerose attività che si svolgono ci sono il cineforum, jam session, masterclass, corsi di artigianato, presentazioni di Cd e libri. Sorge in un ambiente profondamente simbolico, un’officina meccanica, quasi a evidenziare che laddove si riparavano motori e biciclette ora, attraverso l’insegnamento della musica, si “riparano” le asprezze della vita, si educa al bello, si accende la passione e il gusto per l’arte. Un luogo dove la musica è sempre al di là, irraggiungibile, eppure sempre dentro di noi, presente, operante, viva. Un luogo che rende felice chi può comunicarla ancora con pienezza e felice anche chi soltanto può tendersi a riconoscerla, a ripensarla, a far sentire che esiste.

INFO – Antonio Sanfrancesco

+339 6248282 / antonio.sanfrancesco@gmail.com

Al giro di boa, su rotta 75

2017

di Rocco Boccadamo

 

Non per mero vezzo, ma del tutto spontaneamente, così mi viene di appellare, beninteso con ovvio riferimento soggettivo, il compimento dell’almanacco 2016.

Tuttavia, con pari schiettezza intellettuale, devo subito annotare che la cospicua cifra, integrante in senso anagrafico l’intestazione di queste note, non è da me avvertita alla stregua di un fardello che genera o deve necessariamente dar luogo ad ansimi e sospiri e/o come un campanello d’allarme di fronte a perigli e acciacchi ineludibili e inevitabili e/o come un avvicinamento al “fu” (passato a migliore vita).

Infatti, riguardo al progressivo assommarsi di primavera dal lato anagrafico, è da un pezzo che, dentro, vado dicendomi che io, ragazzo di ieri, sono, in fondo, senza età.

I giorni e le stagioni mi scorrono accanto leggeri, a ogni dischiudersi degli occhi, come pure durante l’ammirazione stupita, verso ovest, dei rossi tramonti salentini, mi sembra di registrare una conquista, di essere beneficiario di un prodigio.

In tal guisa, adesso, si succedono, dunque, i miei scalini esistenziali.

Di siffatta visione e del mio personale convincimento, ho di recente reso confidenza alla cara amica Giuliana, invero un po’ meno “ragazza di ieri” rispetto a me, e mi è sembrato che lei, sorridendo con la sua consueta dolcezza, annuisse e concordasse.

In tema di anni, capita sovente che mi si accostino pensieri e piccole riflessioni sulla circostanza che mio padre se n’è andato a pochi passi (mesi) dagli ottanta; mentre, il suo  genitore, ossia mio nonno Cosimo, classe mille ottocento settantanove, arrivo fino al mille novecento ottantadue, dunque, con un bagaglio di oltre centodue primavere.

Ad ogni modo, non mi pongo neppure minimamente l’idea di elaborare termini di paragone o di congetturare scadenze alla luce dei suddetti riferimenti al livello di predecessori famigliari.

Del resto, come prima ricordato, sono uno senza età.

Ritornando brevemente alla figura dell’avo paterno ultra centenario, la mia amica Alba, nata da una Boccadamo, ha appena voluto gentilmente inviarmi l’albero genealogico, da lei realizzato con paziente lavoro di ricerca, concernente un determinato ramo della gente marittimese portante tale cognome.

In conclusione, per quel che la riguarda e, allo stesso modo, mi concerne, così come mio nonno Cosimo e il suo, Costantino, erano primi cugini, i rispettivi bisnonni, Generoso Silvestro e Antonio Maria, vantavano il legame di fratelli.

Grazie di cuore, Alba, per l’originale è prezioso documento, amabilmente passatomi.

Ecco, in estrema sintesi e secondo gli aspetti e le vicende essenziali, come si è rivelato e dipanato il 2016, sia nel mio sentire, sia sotto l’aspetto di concreto coinvolgimento.

Riprendendo il titolo, nella sfera del mio mondo più prossimo, famigliari e altre persone vicine, paragono il 2016 a una sorta di gerla (è la seconda volta che mi scorga quest’accezione), invero assai affollata di avvenimenti, per di più dai colori diversi e anche opposti e contrastanti.

In primo piano, purtroppo, non sono mancati problemi di salute: ove, fortunatamente, risolti e superati, ove, tuttora presenti sulla scena, con sfide che continuano. Di riflesso, confidenze e consuetudini con figure specialistiche e strutture addette ai lavori.

Una serie di prove, insomma, e non liete, rispetto alle quali, tuttavia, c’è una costante diffusa: la ragionata consapevolezza dei protagonisti chiamati a farsene carico, che il primo rimedio o presidio curativo si trova in loro stessi, nella loro volontà e determinazione di non rinunciare e, anzi, di tentare sempre.

Carichi di preoccupazioni su più versanti, insomma, e, però, con relativi pesi alleviati dalla gioia e dal piacere di vedere crescere, sane e belle, le giovanissime leve famigliari, idealmente frutti dei campi esistenziali che noi adulti abbiamo cercato di creare e coltivare al meglio.

Come dire, tirando le somme, preoccupazioni ma anche consolazioni autentiche.

Frattanto, prosegue la rotta del ragazzo di ieri, a 360 gradi, con o senza la barchetta a vela dondolante nel porticciolo e/o filante sulle distese che fronteggiano le amate scogliere.

acquaviva-marittima-salento-spiaggia-caletta

L’altro ieri, nel primo pomeriggio, sotto una temperatura rigida per queste plaghe e nella vivacità dei soffi di tramontana, ho compiuto una puntatina a Castro, mio conclamato luogo dell’anima, al pari dell’insenatura “Acquaviva” e della natia Marittima.

Bevuto un caffè ritemprante allo “Speran” sulla piazzetta, dietro il bancone tre carinissime ragazze di cui una moldava, ho imboccato lo scalo delle barche per l’immancabile occhiata di fine anno al vecchio e al nuovo porticciolo.

In una delle grotte che si trovano da secoli scavate nei lastroni di roccia sulla sinistra della discesa, ho trovato il giovane amico Luigi S., pescatore e artigiano tuttofare e, d’estate, “barquero” (socio della cooperativa che gestisce lo stazionamento delle imbarcazioni da diporto), in compagnia di Nzino, quest’ultimo quasi mio coetaneo, il quale stava sistemando il suo conzo in un grande cesto di vimini. Alla mia domanda se si accingesse a calarlo, Nzino ha risposto  di no, “l’ultima volta l’ho fatto prima di Natale”. Poi, l’uomo è di getto passato a ringraziarmi sentitamente e calorosamente per il dono, ricevuto a casa, del mio libro “A Castro con il cuore” ed è stato per me assai gratificante sentirmi da lui definire “u meiu casciaru” (il migliore degli abitanti di Castro).

Quando, io, ho visto i natali non a Castro, bensì nella contermine località di Marittima.

A un certo punto, è arrivato anche Nino, il mio mitico pescatore di saraghi, nella circostanza, però, vestito non da lavoro ma con abiti di festa; con il suo abituale sorriso, “ad aprile saranno novantatré” mi ha confidato, non senza aggiungere, a seguire, “anche a me è arrivato il tuo libro, grazie”.

Proseguendo, sulla banchina interna lato mare del porto nuovo, ho scorto tre persone, Antonio, comandante della “chianci” (barca consortile), Luigi S. e un’altra di cui non conosco o ricordo il nome, impegnate in una conversazione ad altissimo volume, vertente sul numero di reti o altri strumenti calati in mare e anche sui rispettivi più recenti risultati in fatto di pescato.

Oltre la diga foranea, mentre sulla distesa liquida si palesavano nitidamente i segni della tramontana, in barba ad essi, Antonio S., pure lui, d’estate, “barquero”, sul suo battello calava a più riprese e, con l’ausilio del “salpa rete”, tirava su il lungo attrezzo di pesca a maglie.

Dopo, ho scelto di restarmene per un po’ seduto al sole e riparato dagli spifferi della tramontana a ridosso dell’alto muraglione verso nord.

Lì, via ancora a snocciolare pensieri, ricordi, esperienze, incontri, storie, immagini, un rosario di tasselli di umanità e dintorni dei più svariati.

Il congedo da quel luogo tanto caro è stato sereno e all’insegna del sorriso e accompagnato, altresì, dallo scontato proposito di presto ritornarvi.

Finendo, statti bene e lungo sonno, 2016, nonostante tutto, senza rancore; quanto a te, anno nuovo, ti aspetto e, mi raccomando, sii buono e bravo!

Un mare di auguri a tutti.

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

E’ appena  uscito, per i tipi di Spagine Fondo Verri Edizioni, il nuovo libro del giornalista e scrittore salentino Rocco Boccadamo “LUCA e il BANCARIO”, tredicesima raccolta di narrazioni  avente, al pari delle precedenti, il sottotitolo di “Lettere ai giornali e appunti di viaggi”. Prefazione di Ermanno Inguscio e postfazione di Giuliana Coppola.

Una sintesi profonda, puntuale e indicativa sull’ultimo lavoro di Boccadamo è offerta, in particolare, dalla postfazione di Giuliana Coppola, il cui testo si riporta di seguito:

“Sono arrivato al mondo una grossa gerla di calendari fa…”, pagina di diario 20 gennaio 2016.

Una “gerla” la vita; trovo inaspettato questo segno linguistico e mi fa tenerezza; la “gerla” appartiene a infanzie lontane, al passaggio di generazioni, al passo lieve di una Befana che scendeva da camini; si usa così poco oggi e invece è vocabolo denso di significato, così misterioso, stracolmo di speranze, di doni, di sorprese, di scoperte. Questo succede  quando ci si accosta alla gerla di Rocco. Si può attingere a piene mani e scoprire e ritrovare quello che ciascuno in cuor suo desidera.

Ed ecco la sorpresa… scopro che il narrastorie di mia conoscenza è stato anche e soprattutto bancario, il bancario Rocco Boccadamo; lo scopro nella pagina di diario 13 novembre 2015; ma prima scopro l’esito di un diploma con “tutti numeri tondi” e immagino occhi di padre a scrutare quadri e batticuore di diciannovenne che scruta volto di padre e quadri con impresso l’esito degli esami. Penso – e mi ritorna batticuore – che allora si studiava molto anche per non deludere padri e si sceglieva, sempre per non deludere alcuno, anche il lavoro che si afferrava subito in quei magici anni sessanta; onorava soprattutto il merito, eppure sembrava a portata di mano. E’ a volo d’uccello il racconto di Rocco sul periodo che intercorre da luglio a settembre del 1960; rapido il  ricordo di quei mesi, un salto dalle aule scolastiche alla scrivania della banca per iniziare “l’avventura di bancario che mi avrebbe coinvolto e avvinto per l’intera vita lavorativa”. Una nota di nostalgia ad inizio del viaggio per un collegio, il Berenini di Parma, che da matricola si abbandona perché il lavoro già attende, il primo giorno con le stesse attese e le stesse ansie del primo giorno di scuola, i primi alloggi e il primo stipendio…. l’inizio è così ma poi si va, gerla sulle spalle; segue Rocco da città a città mentre sale il  suo personale cursus honorum, mentre, passo dopo passo, conquista forza e fiducia; assapora il senso della realtà quotidiana non sempre facile da reggere, perché così densa di impegni e responsabilità; i colleghi, gli amici, i funzionari, i direttori, i superiori, i piccoli grandi gesti di amicizia condivisa, le contromarche di don Titino e l’orologio di Gino, le fisse di clienti da non deludere mai, la puntualità da rispettare, le attese di chi ripone in te fiducia…la gerla va su e giù per l’Italia, testimone e complice d’una vita da bancario, diventata oggi pagina di diario che racconta e descrive, coglie particolari di “sfumatura cromatica”, di un “fumo” traditore, di un ritardo, di un orologio che funziona a modo suo, di una libreria a Taranto lì dove c’era la prima sede di lavoro, un cerchio che si chiude. “Per coincidenza o ideale destino parallelo: una “vecchia” banca, ora sommersa dal mondo dei libri, come pure, un ragazzo di ieri, già giovanissimo bancario, anch’egli, ora, vicino e collegato al mondo dei libri”.

Certo, al mondo dei libri… perché un libro, a suo modo, è una gerla; oggi ha il passo di Luca, mentre s’apre il grande abbraccio, profumato di verde, di mare e di campagna, di volti e di storie che si ritorna a carezzare; ogni pagina una carezza su ricordi; quelli che non si assopiscono mai, che vanno e vengono come le onde luminose d’Acquaviva, che riemergono sempre; pagine di diario che sono pagine di biografia; Itaca attende, di Itaca si ritorna a raccontare; il passo cadenzato di Luca, così diverso, così fuori dalla norma, ha il ritmo della voce narrante delle comari, di quelle che, all’angolo delle strade o sugli scalini delle case, o all’uscita della messa, o lavorando a maglia, raccontavano…. Che c’era una volta un asino e c’erano una volta donna Elvira e comare Meris, sì c’era anche comare Meris e c’erano e ci sono proprio tutti i protagonisti di quest’angolo di Salento-Itaca che ormai, grazie alla scrittura di Rocco, ci appartiene; e c’è il miele dolcissimo delle api operaie di Vitale, li, a Torre Lupo, dove se soffia maestrale, fuggono via anche le ombre.

Ecco, delicatezza e dolcezza di storie che ritornano e oggi, ad ascoltarle, si è posata, tranquilla una rondine; un volo mentre in chiesa si celebra il saluto a chi non c’è più su questa terra, una sosta per non disturbare e poi via di nuovo.

Le metamorfosi esistono o no? Io credo che esistano; in questo momento, grazie a una rondine che si posa, ne sono ancora più convinta; le rondini ritornano, per raccontare ancora, d’una gerla che va sulle spalle di chi ha ancora tanta voglia di osservare, fissare immagini, specchiarsi nella umanità vera e nella natura che ci appartiene e poi raccontare, scriverne e comunicare.

E’ tornata anche una lucciola; è la speranza, sottolinea Rocco; certo che è la speranza; “lumicino tra l’azzurro e il verde… sommessamente luminoso nello scuro notturno, ha il significato di un ideale faro di speranza” per Rocco che lo regala a tutti.

Esistono le metafore? Ma certo che esistono. Basta crederci soltanto un po’ e affidarsi al miracolo della scrittura e della lettura.

Nardò. Una discutibile rampa a ridosso della chiesa dei Paolotti

di Marcello Gaballo

E’ stato subito allarme generale tra la popolazione più sensibile nel rilevare la rampa per i diversamente abili realizzata in questi giorni a ridosso del prospetto laterale della chiesa di San Francesco da Paola, nota come “Paolotti”, su Via Roma, nelle vicinanze del Castello e Municipio.

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Il progetto, in cantiere da diversi anni, ha trovato i nulla osta necessari da poco tempo, tanto da consentire l’avvio dei lavori per la realizzazione della rampa, al fine di eliminare le cosiddette barriere architettoniche, e il rifacimento del piazzale antistante.

Nessun commento o parere per la sistemazione di quest’ultimo, che non mi compete e che saranno i cittadini a giudicare se in sintonia con il luogo e la storia del posto. Su questo comunque si affacciano il convento secentesco dei frati Paolotti, una attività commerciale (su preesistenze dell’antico convento) e la facciata della chiesa con la sua scala (degli inizi del secolo scorso).

Fatto salvo ogni rispetto e sempre auspicata la giusta attenzione per chi trova difficoltà motorie per accedere al luogo di culto, tuttavia è inevitabile porsi il dubbio se in questi casi occorre venire incontro alle necessità del diversamente abile o privilegiare la tutela e la conservazione dell’immobile, in tal caso deturpato nel suo aspetto esteriore a causa della costruzione che si sta effettuando a ridosso della chiesa. In parole povere, si deve tutelare il monumento o la persona?

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Si è ben consapevoli che gli edifici di culto (chiese, moschee, sinagoghe o qualsiasi altro ambiente destinato al culto) devono essere visitabili o perlomeno prevedere una zona riservata facilmente accessibile per assistere alle funzioni religiose, come previsto dall’art. 3 del D.M. LL.PP. 236/1989). La normativa vigente prescrive, infatti, per i luoghi di culto il requisito della visitabilità. Ma è anche vero che l’art.19, comma 3, del D.P.R.503/96 recita: “la deroga è consentita nel caso in cui le opere di adeguamento costituiscono pregiudizio per valori storici ed estetici del bene tutelato; in tal caso il soddisfacimento del requisito di accessibilità è realizzato attraverso opere provvisionali ovvero, in subordine, con attrezzature d’ausilio e apparecchiature mobili non stabilmente ancorate alle strutture edilizie. La mancata applicazione delle presenti norme deve essere motivata con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio”.

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Non voglio addentrarmi nello specifico, perché vi sono gli specialisti della materia che sanno bene cosa può essere fatto e cosa va evitato, vista anche l’abbondante letteratura in merito.

Nel caso specifico, fermo restando che non so quanti diversamente abili abbiano effettiva necessità di accedere proprio in quella chiesa, avrei immaginato una soluzione diversa. Mi viene in mente un’apparecchiatura mobile di limitate misure sul lato opposto della facciata o, più semplicemente, un accesso riservato ai soli impossibilitati dal retro della chiesa, in corrispondenza della sagrestia, da dove accede il parroco o altri parrocchiani.

La doppia rampa, posta sul già ridotto marciapiede (le foto sono eloquenti) mi pare di ostacolo ai pedoni. E dunque potrebbe nascerne un altro problema, che saranno i tecnici ad affrontare.

Lungi dalla polemica, anche perché conosco bene l’amico direttore dei lavori e il parroco, questa mia è solo per augurare una revisione immediata del progetto (mi riferisco alla sola rampa), studiando soluzioni alternative che comunque impediscano quelle non stabili, addirittura ancorate all’edificio settecentesco.

L’appello perciò al parroco e al consiglio pastorale, che immagino hanno voluto e predisposto questa soluzione, affinchè pensino a situazioni reversibili o ad una piattaforma elevatrice o ad altre soluzioni che i tecnici ben conoscono e che non dovrò certamente qui indicare. Purchè non siano contraria alla conservazione, al decoro e alla visibilità della Chiesa, quindi con pari dignità di rispetto per l’immobile e per tutti i possibili fruitori della chiesa.

Giuseppe Greco e le sue poesie in lingua salentina di Parabita

‘Sciòscia, matreperle te pansieri, poisie’ di Giuseppe Greco

 giuseppe-greco

di Paolo Rausa

Un minuscolo ma intenso libretto raccoglie una trentina di poesie scritte da Giuseppe Greco per lo più in lingua salentina di Parabita, prossima al mare di Gallipoli. Ci conosciamo da parecchio tempo con Giuseppe, da quando iniziarono un po’ per passione un po’ per esibizione le letture di poesie al Circolo Nautico di Santa Cesarea Terme, almeno da dieci anni. Avevo ripubblicato in una nuova edizione dal titolo ‘Terra mara e nicchiarica’ (Terra amara e desolata) alcune poesie che mio padre Fernando aveva scritto in lingua salentina di Poggiardo e pubblicato poco prima della sua morte, nel 1977. D’estate sullo sperone del Circolo, rimirando le stelle e il luccichio del mare ci abbandonavamo ai sogni sotto forma di parole. Un abbandono sensuale, profumato di salsedine e della linfa dei pini, mentre il vento suggeriva parole poetiche da uno all’altro dei convitati, quasi fosse un simposio a cui poeti e artisti salentini partecipavano con le loro immagini sussurrate o dipinte. Serate di grande compartecipazione emotiva.

Giuseppe con le sue poesie dettate dal cuore di artista si inerpica su nel cielo cullandosi sulle onde del mare prospiciente, con uno sguardo ora voglioso ora velato rivolto alla luna, contornata di stelle. A lei Giuseppe affida gran parte delle sue liriche come testimone muta e dolente delle vicende umane che il poeta espone in quadri dipinti di colori. Come Astolfo sull’ippogrifo Giuseppe ci conduce a visitare i solchi sul pianeta caro ai romantici e le ampolle delle menti umane avviluppate dai sogni. I suoi versi, armoniosi e suggellati dalle visioni sovrumane, centellinano le parole, scelte come note a comporre un quadretto, una sinfonia, dove ogni elemento visivo e sensitivo partecipa per esprimere lo stato d’animo del poeta, colmo di meraviglie, leggero come le comete, gli aquiloni, un sentimento appena accennato, la visione di lei trasfigurata in un fiore, in un colore, nella luce, nello sciabordìo delle acque ad indicare pena, risucchio, amore, ricerca di amore, mancanza di amore. Situazioni, alla ‘mpete, a piedi, creano visioni, desideri, che si sperdono nell’immaginazione del creato dove ogni elemento rende l’immensità e la meraviglia, lo stupore delle nostre visioni…

Giuseppe Greco, artista, scenografo, docente, si misura con lo strumento linguistico come il pittore, dosa i colori-parole, li espande come note che risuonano, crea armonie, piaceri, ascolti, situazioni indelebili che trapassano dagli occhi al cuore e viceversa.

Sensazioni e palpitazioni che ci sommergono di meraviglia ogni volta che leggiamo un verso, ogni volta che Giuseppe si approssima sul palco per cantare la canzone della vita, dolce, sommessa e carica di passione amorosa. La prossima presentazione alla Casa di SilLa a Taviano (Le).

 

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