Copertino. Cronache cittadine del secondo Novecento

CRONACHE CITTADINE DEL SECONDO NOVECENTO. STORIA DI UNA STATUA CHE NON C’E’ PIU’

La statua della Madonna di Fatima quand’era sul campanile della Chiesa del Rosario

 

di Luigi Marcelli

All’indomani della rimozione della statua, ormai corrosa e parzialmente crollata, della Madonna di Fatima dal campanile della Chiesa del Rosario, raccolsi il disorientamento di un caro amico che mi chiedeva accorato se avrebbero provveduto ad una sua solerte sostituzione. E aggiungeva: “Ogni mattina, al risveglio, aprivo la finestra e La vedevo di fronte. Le rivolgevo il mio pensiero e sentivo di poter affrontare fiducioso gli impegni della giornata” . Rimasi commosso dalla sua schietta devozione, tanto più perché sapevo che la statua della Madonna non sarebbe più tornata a far bella mostra di sé sul campanile con le braccia e le mani in atto di proteggere la città, sia per insuperabili problemi statici e sia per il parere contrario della Sovrintendenza ai Monumenti.

Il mio amico, dott. Rolli, ha raccolto, su questa statua, delle notizie come al solito dettagliate, che propongo agli amici di facebook.

Nella notte fra domenica 28 e lunedì 29 febbr. 2016, un forte vento abbatteva parte della statua della Madonna che sormontava il campanile della Chiesa del Rosario. L’ora tarda evitava che i grossi frammenti, caduti sul sagrato della Chiesa, provocassero danni a persone e cose. Quella statua (Ovvero quello che rimaneva di essa), che per cinquantacinque anni aveva svettato sul campanile della Chiesa, dovette essere tempestivamente rimossa nella stessa giornata del 29 febbr. Per motivi di pubblica incolumità.

Il campanile con la statua della Madonna

 

LA STORIA – Quando, alla fine del 1959, venne completato il campanile, costruito “a spese” del vecchio Calvario, tipo tempio greco, del 1931, sorse l’idea di issare sulla sua sommità una statua mariana a religiosa protezione della città e dei suoi abitanti. Angelo Martina (Angelo “Francese”) che aveva sostenuto le spese per l’erezione del campanile, si offrì di assumersi anche l’onere economico della scultura della statua. L’incarico venne affidato allo scultore leccese Prof. Oronzo Castelluccio (Lecce 1931-2007).
La statua, che rappresentava la Madonna di Fatima, era in terracotta smaltata color bianco avorio ed ebbe il costo di 250.000 lire. Scomposta in diversi pezzi, giunse in parrocchia l’11 febbr. 1961 e i lavori di sistemazione sul campanile terminarono il 15 apr. 1961. La crimonia di benedizione ebbe luogo il 21 maggio 1961, Domenica di Pentecoste, e Padrino e Madrina dell’inaugurazione furono il Prof. Francesco Renis e la consorte Sig.ra Candia Pugliese.

21 maggio 1961 – Cerimonia della benedizione della statua

 

PICCOLA CURIOSITA’ COLLEGATA – Quando nel 1960 si diffuse per Copertino l’idea del progetto di collocare una statua della Madonna sul campanile del Rosario, l’editore di cartoline illustrate Martina (Rivendita tabacchi n. 4 di Via Roma) dovendo, proprio nel ’60, editare una nuova serie di cartoline, volle anticipare i tempi e per rendere più verosimile l’illustrazione fece stampare una cartolina di Via Vittorio Emanuele in cui si vede il campanile con sopra una finta statua di dimensioni decisamente fuori proporzione.

Il campanile come appare oggi senza la statua

 

L’illustrata del 1960 con una finta statua palesemente sproporzionata

 

Giornate FAI di Primavera. Nardò e il suo castello

di Marcello Gaballo

 

Le vicende storiche del castello di Nardò, oggi sede della civica amministrazione, sono soltanto in parte note, restando le sue origini approssimative e degne di essere ancora studiate.

Intanto occorre dire che il primitivo “castrum” neritino, forse eretto su una preesistente e strategica acropoli o una costruzione romana, era stato concesso nel 1271 ai francescani

dal re Carlo d’ Angiò (1266-1285), tramite il suo congiunto Filippo di Tuzziaco o de Toucy, a causa delle cattive condizioni statiche in cui si trovava e quindi non più atto alla difesa dell’abitato.

Il celebre storiografo francescano Luca Wadding[1] così scrisse a proposito: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

Sui resti e su quanto avanzava dell’antico maniero, che non è dato di sapere a quale anno risalisse, probabilmente realizzato dal normanno Roberto il Guiscardo, i frati fissarono la loro dimora, a lato dell’ attuale chiesa dell’ Immacolata, rimanendovi ininterrottamente per ben sei secoli, fino alla metà dell’800, quando furono soppressi quasi tutti i conventi presenti in città.

Dell’antico castello restò solo il nome al pittagio in cui esso sorgeva, detto per l’ appunto “castelli veteris” (vecchio castello).

Se l’attuale castello è della fine del XV secolo o dei primi decenni del successivo è inevitabile chiedersi, come già altri studiosi hanno fatto, se la città di Nardò abbia o meno posseduto un castello nel periodo compreso tra il 1271 e l’epoca a cui risale il nostro. Oltre due secoli, durante i quali era impossibile che una città importante e grande come Nardò fosse sprovvista di difesa e di un castello.

particolare della facciata del castello di Nardò

Sebbene finora nessuno sia riuscito a scoprire dove fosse collocato, esiste invece certezza che Nardò aveva la sua fortezza, forse non tipicamente angioina o sveva e magari non con i poderosi torrioni o con le caratteristiche dei castelli presenti in ogni luogo d’Italia.

La prova è data dal qualificato lavoro di Lucio Santoro titolato “Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli” (Milano, 1982), in cui si riporta l’ elenco dettagliato e documentato dei castelli esistenti al momento dell’ occupazione angioina, suddivisi per “Giustizierato”. Tra i castelli di Terra d’Otranto, oltre a quelli di Ydronti (Otranto), Licii, Galipuli, Brundusii, Meyani (Mesagne), Orie, Hostuni, Tarenti, Massafre, Motuli (Mottola), Ienusie (Ginosa) e Mante (Matera), è incluso il castrum Neritone, cioè il nostro.

In altro documento del 10 dicembre 1463 il re Ferrante d’Aragona nel castello di Nardò riceve l’omaggio dei cittadini di Ceglie, qui convenuti per la conferma della concessione al loro feudatario.

particolari della facciata (ph Vincenzo Gaballo)

 

Forse solo nuovi documenti potranno identificare il sito su cui sorgeva, a meno che pesanti ristrutturazioni o modifiche non lo abbiano eclissato, senza tuttavia poterne escludere la distruzione.

Nel 1482 il re Ferrante aveva preso le difese del suo parente duca di Ferrara contro la Repubblica di Venezia e questa, per vendetta, aveva allestito una flotta da guerra per attaccare la Puglia. Iniziarono con Brindisi, poi con San Vito dei Normanni e Carovigno, e da qui mossero verso Otranto e Gallipoli, che venne assediata nella primavera del 1484 per alcuni mesi. Si diressero quindi verso l’ entroterra sottomettendo numerosi centri salentini, tra cui Copertino, Galatone e Nardò, che, accerchiata in maniera pressante, si arrese nel luglio 1484. In tale gesto la nostra città era stata incoraggiata dal suo signore Anghilberto del Balzo, conte di Ugento, filo-veneziano, al quale era stata venduta nel 1483 “…con suo castello seu fortellezza et con la Portulania, pesi et misure mezo Banco della Giustizia, et cognitione di prime cause civili, criminali et miste et integro stato per prezzo di 11.000 ducati donandoli tutto lo di più che forse detta Città valesse…”.

Raggiunta la pace tra il re di Napoli Alfonso II, figlio di Ferrante, e Venezia, Nardò per la sua resa fu punita con l’abbattimento delle mura e la perdita delle difese militari. La città fu data in vassallaggio a Lecce (secondo quanto scrive Bernardino Braccio in “Notiziario o parte di Istoria di Lecce”:…con spianarne tutte le mura e vi fece morire il sindaco Notare Andrea e sospese alle forche quattro gentiluomini e dopo li fece in quarti. La possessione della quale città anno perduto i leccesi per loro trascuraggine e negligenza…”). Ecco dunque come la città avrebbe potuto perdere il suo castello.

Per effetto della pace di Bagnolo, il 9 settembre 1495 Nardò, con altri centri, venne restituita al re di Napoli Federico d’Aragona, il quale il 12 marzo 1497 tolse la città al figlio di Anghilberto, Raimondo del Balzo, per donarla a Belisario I Acquaviva d’ Aragona. Fu questi dapprima conte, poi marchese, quindi primo duca, per privilegio di Ferdinando il Cattolico del 1516.

Belisario fece costruire l’attuale castello, realizzato dunque dopo la sua presa di possesso di Nardò, e fece realizzare la cinta muraria, in parte ancora visibile.

Inizialmente provvisto di ponte levatoio, cannoniere, balestriere e feritorie disposte sui lati, il castello ha subito diversi rifacimenti e restauri, che hanno mutato le linee architettoniche originarie e l’antica facies, mutandosi in palazzo gentilizio.

particolare della pianta del Bleau-Mortier con il castello, parte della cinta muraria e porta Viridaria

 

A pianta quadrangolare, secondo le più aggiornate tecniche di difesa dell’epoca,  mostra ancora oggi quattro torrioni a mandorla, di cui uno, quello che protende verso Piazza Battisti (più noto come “torre ti lu ‘nnamuratu”) è il più sporgente rispetto al perimetro del castello e alle mura della città, ed un tempo era collegato con porta Viridaria. L’altro, compreso tra Piazza Battisti e Via Roma, è certamente il più antico, e forse il solo originario, come documenta il bellissimo bucranio con l’arme dei duchi Acquaviva ancora visibile nella parte più alta, incastonato nella cortina muraria.

bucranio dei duchi Acquaviva d’Aragona sul torrione meridionale del castello di Nardò

 

Altri stemmi della stessa famiglia, evidentemente posteriori, sono sui due torrioni del prospetto principale, che, come gli altri, sono cilindrici nella parte superiore e a scarpa nel pian terreno. Cornicioni lievemente aggettanti poggiano su piccole mensole, riprese su quasi tutto il perimetro.

altro stemma dei duchi Acquaviva d’Aragona, su uno dei torrioni settentrionali

 

Subito prima del portone, a sinistra, vi era il corpo di guardia, che vigilava l’ingresso alla ridotta piazza d’armi, cioè il cortile interno. Nella parte superiore dimoravano i duchi Acquaviva ed i loro familiari, come è documentato nei secoli XVI-XVII.

Il fossato che lo circondava fu colmato nel secolo scorso ed una parte, quella attaccata alla città, fu trasformata in giardino inglese (attuale Villa Comunale).

Le decorazioni ottocentesche della facciata, con fregi ed archetti molto eleganti, fu aggiunta dai baroni Personè, la cui arme col motto è visibile sul prospetto del balcone, con diverse figurazioni di corazze e trofei che si vedono un po’ dappertutto. I lavori di restyling e le decorazioni furono eseguiti dall’ing. Generoso De Maglie (Carpignano, 1874 – 1951), che aveva prestato la sua opera anche per alcune delle ville gentilizie degli stessi baroni in località Cenate.

Per altre notizie si rimanda a:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/27/note-storiche-sul-castello-aragonese-di-nardo/

Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni

Mario Colomba, Le pratiche dell’arte del costruire nel territorio di Nardò e dintorni. Appunti di viaggio nel mondo dei fabbricatori e degli artigiani nella metà del ’900. Nardò, Tipografia Carrino, 2017, pp. 136, ISBN 9791220021937.

Mario Colomba Copertina

Un’interessante edizione di pochi mesi fa arricchisce la bibliografia salentina. A scriverla l’ingegnere Mario Colomba, noto professionista di Nardò, alla sua prima esperienza di scrittore, ma con incredibile esperienza sul campo, che ha voluto affidare alla carta perché resti alle nuove generazioni di costruttori e di quanti sono coinvolti nell’edilizia civile e privata.

Tecniche e terminologie ormai in disuso, soppiantate da nuove tendenze e dalla tecnologia che ha annullato la vera arte del costruire, tramandata per generazioni ed ormai desueta.

L’originalità del volume non sta tanto nell’affascinante e coinvolgente racconto, visto che si legge tutto d’un fiato, quanto nella chiara ed esauriente esposizione della sapiente tecnica costruttiva delle maestranze neritine, di cui l’Autore è stato  protagonista e non spettatore delle “numerose applicazioni spesso geniali che venivano ripetute come regola indiscutibile della tradizione edilizia…   pervenuti praticamente inalterati dall’epoca romana”.

L’intento su questo lavoro editoriale l’Autore lo esplicita chiaramente nella prefazione, ritenendolo un dovere, anzi un obbligo morale, al fine di “ricordare l’opera, il lavoro, il sacrificio di tanti che mi hanno trasferito tante conoscenze, di cui mi sento costretto a farne cenno per rinnovarne la memoria o riportarle alla attenzione di chi non le ha vissute o conosciute”. E lo fa condensando nelle pagine “tante emozioni, sensazioni, successi, sofferenze e aneddoti che hanno contraddistinto l’attività edilizia di chi ha operato in un’epoca ormai passata”, pur consapevole che non si tratta di saccenteria, né di ambizione a scrivere un manuale d’uso: “Semplicemente si tratta di una sorta di appunti di viaggio, di un racconto che si snoda intorno a fatti, persone e circostanze, sempre legate nella mia memoria ad avvenimenti che spesso mi hanno visto personalmente coinvolto, sia da protagonista che da osservatore. E’ una sorta di retrospettiva personale rivisitata col filtro della maturità e delle conoscenze scientifiche e tecniche successivamente acquisite. Si tratta di rivedere immagini a volte sfocate come di un sogno o di un paesaggio che si osserva dal finestrino di un treno in corsa”.

Insomma – come ancora si legge – ” una testimonianza per il lavoro, i sacrifici e le fatiche, spesso immani, sopportate da quanti hanno contribuito personalmente alla realizzazione di quei manufatti, di quelle opere che oggi ci incuriosiscono e ci stupiscono; oppure per una sorta di riconoscenza per quei maestri muratori, primo fra tutti mio padre, che con il loro esempio ci hanno lasciato tanti insegnamenti, non solo di ordine tecnico e professionale ma anche morale, elargiti con prodigalità e disinteresse, senza esibizionismo e quindi con sincero affetto ed altruismo”.

L’Autore ci ha affidato alcuni capitoli del suo lavoro, per essere riproposti su questo sito, come faremo periodicamente. A lui il nostro ringraziamento per la disponibilità e, soprattutto, per aver voluto trasmettere le conoscenze e l’esperienza sua e dei tanti mastri muratori per i quali era fondamentale “…costruire come se dovessimo vivere mille anni e vivere come se dovessimo morire domani”.

 

Chi è interessato a ricevere copia del volume può rivolgersi direttamente all’Autore, tramite posta elettronica: studiomariocolomba@gmail.com

Libri| Dall’Urna della Storia. Melendugno 1683

Dall’Urna della Storia. Melendugno 1683

Libro in cui vengono annotati i Decreti e gli ordini emanati dall’ill.mo e rev.mo Mons. Don Michele Pignatelli Vescovo di Lecce nell’atto della visita della chiesa parrocchiale della terra di Melendugno, iniziando dalla prima che avvenne il 13 noveMbre 1683, e scritta da me Don Serafino Potì arciprete della medesima Parrocchiale.

di Oronzo Mazzeo

mazzeo

(dalla prefazione)

Capita, a volte, che dall’urna della Storia riemerga un tesoro che per anni e secoli è rimasto sepolto e quasi condannato all’oblìo del tempo.

E allora, il passato riappare sotto i nostri occhi quasi un’iride dopo una oscura e tumultuosa tempesta, come il riflesso in uno specchio, che altro non è che il nostro stesso riflesso oggi, quando sembra che gli insegnamenti della Storia siano stati dimenticati e vengano calpestati in nome di un’antica barbarie mai superata, con tutte le sue pagine di discriminazione e di morte.

L’arcobaleno della nostra esistenza può così immergersi in una dimensione di eternità, splendido come il sentiero della messaggera degli dei in una perenne giovinezza, se solo riusciamo a liberarci da ogni sovrastruttura che ci allontani dalla nostra umanità e tenda a giustificare ogni errore.

E’, purtroppo, un sogno che non alberga in tutte le intelligenze e che corre il rischio di non diventare mai realtà concreta, ma è un sogno che vogliamo ancora accarezzare, un sogno che nell’alba di ogni domani ci fa guardare il nuovo sole con occhi colmi di speranza in una palingenesi di pace, di convivenza e di solidarietà.

Se il futuro non ci appartiene, se il presente ci sfugge, se la “numerata mensuratio rerum”, è una “categoria a priori” della nostra facoltà gnoseologica, che non possiamo cogliere nella sua pienezza, è unicamente ciò che prima eravamo la sola possibilità di porre un piede nel divenire del “panta rei”, l’unico valido aiuto per poter progettare il futuro sulle basi dell’esperienza di ieri.

Succede, quindi, che il forziere di quell’urna si schiuda e ci faccia rivivere giorni che sembrerebbero tramontati per sempre, ma che rivediamo in noi stessi, nel nostro ambiente e nel sangue di quanti ci hanno preceduti e che continuerà a scorrere nelle vene di quanti verranno dopo di noi, ai quali siamo obbligati a consegnare tempi nuovi.

Un semplice invito ci ha fatto riaprire l’urna di tre secoli addietro e la realtà dei nostri antenati, una realtà diversa dalla nostra, tragica e amara forse, ma ricca di vita, riappare sotto i nostri occhi, ormai disincantati, pur tuttavia attoniti, e ci fa riscoprire una Melendugno, la cui storia continua a voltare le pagine dei nostri passi.

Le nostre strade, le nostre campagne, le nostre coste e i nostri nomi e cognomi riemergono e ci proiettano indietro in una dura esperienza di vita.

La macchina del tempo ci ha offerto il fascino di un giorno lontano ormai passato che vogliamo regalare a tutti i cittadini di Melendugno, ai nostri figli e ai nostri nipoti.

La bellezza di un documento eccezionale, vergato da una penna eccezionale ci ha offerto l’eredità di un uomo eccezionale: Don Serafino Potì.

 

mazzeo1

 

Indice del volume

Pag. 5              Prefazione

Pag. 7              Annotazione di Antonio Nahi

Pag. 8              La parola al parroco Don Leonardo Giannone

Pag. 10            Nota dell’autore

Pag. 11            Il perché dell’opera

Pag. 15            Struttura dell’opera

Pag. 16            Serafino Potì chi era

Pag. 21            Versione italiana del manoscritto di Don Serafino Potì

Pag. 77            Manoscritto latino di Don Serafino Potì

Pag. 131          Note al manoscritto

Pag. 149          Il suo latino e le sue tecniche

Pag. 155          Il suo italiano ed il suo dialetto

Pag. 157          Don Serafino Potì e la sua famiglia ecclesiastica

Pag. 159          La nostra chiesa matrice

Pag. 173          Gli altri luoghi di culto

Pag. 184          Quale società ci ha tramandato

Pag. 187          Qualche curiosità storica

Pag. 194          I nostri antenati

Pag. 198          Toponomastica

Pag. 200          Valore del manoscritto

Pag. 202          Tre Vescovi “Pignatelli” a Lecce

Pag. 206          Barone Placido d’Afflitto

Pag. 208          Melendugno

Pag. 209          Bibliografia

 

La biblioteca degli Alcantarini di Parabita

“Un bene storico di particolare rilevanza” è stato riconosciuto il fondo librario parabitano dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e Basilicata, e lo dice entusiasta il parroco della chiesa matrice don Santino Bove Balestra.

Il nucleo originario proviene dai frati Alcantarini, presenti per circa 150 anni e poi soppressi nella cittadina nel 1861, salvato dall’arciprete Gaetano Fagiani negli anni 30 del secolo scorso.

Fu il monsignore a volerlo custodire presso la casa canonica della parrocchia San Giovanni Battista, dove ancora esiste, con una consistenza di 570 volumi editi tra il 1491 e il 1830 (un incunabolo, 19 cinquecentine, 78 seicentine, 433 settecentine e 40 ottocentine).

Il fondo fu studiato, e analiticamente catalogato, da Laura Stefanelli, che pubblicò le risultanze nel volume “La biblioteca degli Alcantarini di Parabita” (Congedo editore).

Ora c’è da sperare che possa essere incrementato e reso fruibile.

 

Si legga inoltre:

http://www.piazzasalento.it/parabita-la-soprintendenza-riconosce-la-rilevanza-storica-della-biblioteca-degli-alcantarini-89032

 

 

Prima Giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. A Galatone

a cura di Crocifisso Aloisi
Il Consiglio Regionale della Puglia, nella seduta 66 del 04 luglio 2017, ha deliberato quasi all’unanimità (3 contrari e 2 astenuti) l’istituzione della ‘GIORNATA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME MERIDIONALI DELL’UNITÀ D’ITALIA’, il 13 febbraio di ogni anno.
Il processo storico/politico che ha portato all’Unità d’Italia, al netto di tutta la retorica risorgimentale, è stato un processo doloroso che ha comportato violenze, eccidi di massa, deportazioni e torture in tutto il Sud Italia. Di questo la storiografia ufficiale non parla adeguatamente, malgrado i numerosi studi e documenti (comprovanti quello che è realmente accaduto in quel periodo) che stanno emergendo in questi anni.
Di tutto ciò si parlerà a Galatone il 10 febbraio 2018, con inizio lavori alle ore 17:30, nella Sala del Palazzo Marchesale in occasione delle celebrazioni della I Giornata della Memoria per le vittime Meridionali dell’Unità d’Italia. Il convegno, che ha avuto il patrocinio del Presidente della Giunta Regionale (decreto 41 del 25 gennaio 2018),  avrà come relatori i giornalisti e scrittori Pino Aprile e Lorenzo Del Boca. La quasi unanimità dei consensi che l’evento ha avuto è un segnale di unità politica che il Consiglio Regionale ha voluto dimostrare e dovrebbe interessare, trasversalmente, anche tutte le forze politiche locali
 received_1838501796160017

Festa di S. Biagio a Nardò. Si rinnova l’antichissimo rito della benedizione della gola il 3 febbraio

Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)
Nardò. La statua di S. Biagio venerata nella chiesa di S. Teresa (cartapesta, 1888)

 

Ancora un santo armeno nella città di Nardò. Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggerà il 20 febbraio, i neritini festeggiano il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore).

Il  martirio di san Biagio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al suo rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato, dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, ecco che queste categorie lo vollero designare quale loro protettore.

Come di consueto torna dunque ad esercitarsi l’antichissimo rito della benedizione della gola, atteso dai fedeli e dalla popolazione di Nardò e dei paesi vicini sabato 3 febbraio, giorno in cui si festeggia il santo martire Biagio, venerato nella chiesa di Santa Teresa.

La confraternita del SS. Sacramento, di cui il santo è protettore, ha predisposto e diffuso il programma, con il triduo che inizierà il 31 gennaio, per proseguire con la messa solenne celebrata dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, e con la benedizione impartita ad ogni intervenuto da sacerdoti e diaconi, dalle 15 del pomeriggio e fino a tarda serata.

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono anche degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono a san Biagio, che in vita fu medico, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola.

Il motivo dell’antico patrocinio a Nardò potrebbe ricollegarsi ad una epidemia di difterite che colpì la popolazione neritina nel XVII secolo in città, che procurò non pochi lutti, specie tra i più piccoli, che morirono per l’asfissia determinata dalle croste in gola causate dal germe. Ma un altro motivo potrebbe rimandare all’antichissima e nobile famiglia dei Sambiasi, il cui nome, fino al XVII secolo, era Sancto Blasio, per l’appunto San Biagio, dei quali un ramo viveva accanto alla chiesa in cui tuttora si festeggia.

In occasione delle celebrazioni, nella chiesa di S. Teresa viene esposta al pubblico la statua del santo, di grandezza naturale, eccellente  cartapesta policroma, realizzata a spese dei fedeli neritini nell’anno 1888. Il santo, affiancato dal fanciullo appena guarito, è a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia; indossa i paramenti vescovili orientali, con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, ed il classico omoforion, la lunga sciarpa ornata di croci.

volantinosanbiagio

Sullo stesso argomento vedi:
http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/03/3-febbraio-san-biagio-vescovo-e-martire-il-culto-del-santo-a-nardo-e-in-puglia/

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

mostra ruffano (2)

Tra luci, forme e colori…

Vent’anni di Pinacoteca comunale a Ruffano

 

di Stefano Tanisi

L’idea di istituire una Pinacoteca comunale a Ruffano nasce nel 1997, con il progetto “Cento artisti per Ruffano”, promosso dell’Amministrazione Stradiotti, attraverso cui il Comune di Ruffano, nelle tre edizioni tenute dal 1997 al 1999, ha visto la generosa donazione di numerose opere d’arte da parte di artisti e collezionisti. La raccolta e le relative mostre sono state curate dal noto storico e critico d’arte prof. Carlo Franza.

La Pinacoteca comunale di Ruffano vanta un fondo costituito da oltre 300 opere d’arte contemporanea realizzate da artisti di rilevanza nazionale e internazionale come Goliardo Padova, Luigi Veronesi, Ibrahim Kodra, Walter Lazzaro, Giovanni Conservo, Salvatore Fiume ed altri, comprendenti opere di pittura, scultura e grafica, tutte inserite nei tre cataloghi curati da Carlo Franza di “ARS – Collana di Arte contemporanea del Comune di Ruffano” (“Il disvelamento dell’arte tra sacro e profano”, 1997; “Il mito mediterraneo”, 1998; “La porta d’Oriente”, 1999), editi da Congedo editore.

La collezione rappresenta tutto il secolo scorso, come ha scritto il Franza, «nello specchio del primo e del secondo Novecento, – con le immagini della figurazione nuova, del realismo esistenziale, del magico realismo, del nuovo surrealismo, dell’astrattismo lirico, dell’arte strutturale, cinetica, dell’informale, fino alle vicende degli anni Ottanta-Novanta».

mostra ruffano (5)

Dopo il 1999, la collezione fu errante negli edifici comunali per una decina di anni, fino a quando nel 2008 è stata individuata la sua sede presso l’ex Convento dei Cappuccini, in Piazza della Libertà, attraverso la realizzazione di due sale espositive attrezzate.

Sin dal 2011, questi luoghi si sono animati con personali di artisti nazionali e internazionali, mostre didattiche e di documentazione storica.

In occasione dei vent’anni dalla sua costituzione, dopo che l’attuale Amministrazione comunale – guidata dal sindaco Antonio Cavallo – ha curato il riallestimento museale delle sale, la Pinacoteca organizza la mostra “Tra luci, forme e colori…” sulle opere più significative della sua collezione, con l’intento di creare un percorso, mai scontato e sempre suadente, che possa dialogare con la sensibilità del visitatore attraverso la percezione dei colori, delle forme, delle luci, dei contrasti, delle ombre e dei materiali.

Accanto alle opere di maestri scomparsi come Giovanni Conservo, Albino De Francesco, Imer Guala, Walter Lazzaro, Rosalba Masone Beltrame, Carola Mazot, Montevago, Goliardo Padova, Petros, Luigi Poiaghi, Raffaella Robustelli, Enrico Sirello, Antonio Stagnoli, troviamo artisti affermati quali Paolo Barrile, Xante Battaglia, Daniele Bertoni, Giovanni Blandino, Gloria Bornacin, Gianni Brusemolino, Giovanni Campus, Secondo Chiappella, Clelia Cortemiglia, Francesco Cucci, Ivan Cuvato, Leonida De Filippi, Mario De Leo, Denise De Rocco, Giuliano Del Sorbo, Germana Eucalipto, Primo Formenti, Angelo Dionigi Fornaciari, Achille Guzzardella, Leila Lazzaro, Donato Linzalata, Giacomo Lussu, Diego Mancini, Max Marra, Franco Marrocco, Felice Martinelli, Antonio Massari, Alfredo Mazzotta, Tino Montagna, Geri Palamara, Antonio Pizzolante, Antonio Pugliese, Giorgio Reggio, Flavio Roma, Giuseppe Rossicone, Pino Salvatore, Giuseppe Siliberto, Osvaldo Spagnulo, Salvatore Spedicato, Tony Tedesco.

L’obiettivo primario della Pinacoteca comunale è puntare sulla cultura delle arti visive, come strumento di attrazione per la cittadinanza, le scuole e i turisti, grazie a mostre tematiche periodiche che possano anche valorizzare la collezione comunale.

mostra ruffano (6)

La mostra “Tra luci, forme e colori…” è visitabile fino al 30 marzo 2018 presso la sede della Pinacoteca comunale di Ruffano in piazza della Libertà (presso l’ex Convento dei Cappuccini), dal lunedì al venerdì dalle ore 16.30 alle 18.30, mercoledì e venerdì dalle ore 10.00 alle 12.00, e su prenotazione.

Per le visite negli orari indicati rivolgersi alla Biblioteca comunale, sita in via Napoli n. 15.

Per informazioni: pinacotecaruffano@libero.it, tel. 0833.1821254.

Sopravvive parte degli affreschi di S. Maria dell’Umiltà in Parabita

affres 5

 

di Marcello Gaballo

Sempre il 28 dicembre prossimo (ore 19, presso il salone dell’ex Seminario, in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò), tra le opere “ritrovate”, dallo storico dell’arte Dott. Paolo Giuri saranno presentati al pubblico gli affreschi di gran pregio recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa domenicana del Rosario in Parabita, già esposti nella sede di rappresentanza della Regione Puglia nella Capitale.

Non sono note le vicende della predetta chiesa, annessa al convento di Santa Maria dell’Umiltà, che si ritiene fondato agli inizi del XV secolo, per poi essere soppresso con le leggi eversive agli inizi del XIX secolo, quando fu acquisito dal Comune, che poi lo destinò a sede dei Regi Carabinieri, del Giudicato e della Cancelleria Comunale[1].

Gli inevitabili rimaneggiamenti hanno snaturato il complesso, sino a cancellare l’originario impianto, che si sviluppava anche su un piano superiore, adibito a dormitorio della fraternità, con il coro “di notte”.

L’antica chiesa che ospitò gli affreschi fu invece ceduta negli anni 30 del Novecento alla parrocchia di San Giovanni Battista, che nel 1954 la riadattò parzialmente per attività ricreative, con danni irreparabili e distruzione dei diversi cicli di affreschi, di gran parte degli elementi architettonici, tra cui ben dieci altari, sedici cenotafi[2] ed un fonte battesimale lapideo, probabilmente realizzati verso la metà del ‘500, essendo barone e feudatario Pirro Granai Castriota[3].

La mancanza di adeguata descrizione dell’importante complesso in qualificate pubblicazioni e le scarse notizie documentarie finora reperite impediscono di cogliere le varie espressioni artistiche che erano senz’altro presenti nell’unico ambiente chiesastico, le cui vicende forse potrebbero essere chiarite da uno studio attento su quanto è sopravvissuto sino ai nostri giorni. Non resta traccia del suo soffitto ligneo a cassettoni, di cui si tramanda il solo ricordo, mentre avanzano la facciata con il caratteristico rosone e le sculture raffiguranti la Crocifissione e una Annunciazione.

Pur trattandosi di frammenti, tuttavia quelli che saranno ospitati nel museo sono ben identificabili in alcune delle figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi, forse realizzati da differenti frescanti ed inseriti in più cicli di epoche diverse.

affres 6

affres 7

Di essi senz’altro merita maggiore attenzione quello della Vergine con il Figlio, se non altro per essere attualmente (e sin dal 1847) la Protettrice di Parabita (da compatrone che era insieme a San Sebastiano e San Giovanni Battista).

In attesa di conoscere le valutazioni del Dott. Giuri, non è peregrino ipotizzare per questa una datazione intorno alla metà del ‘400[4]. Di lì a poco, nel 1456, la nostra chiesa sembra costituisse una delle tappe da raggiungere prima di concludere il pellegrinaggio sino a Finibus Terrae disposto dal re di Napoli Alfonso d’Aragona, che “mandao certi penitentiali, vestiti di bianco per tutte le perdonancie fieni (fino) a Santa Maria de Leuche per applicare (sedare) l’ira di Dio”[5].

Il nostro affresco della Madonna della Coltura sembra esser la copia dell’omonima immagine del celebre monolito parabitano (oggi nel santuario), copia di quella Madonna del tipo dell’Eleousa rappresentata nella basilica orsiniana di S. Caterina in Galatina (1435-1445) e nella chiesa di Santo Stefano a Soleto[6].

affres 4

[1] A. D’Antico (a cura di), Parabita. Memorie e sue antichità di Giuseppe Serino, Il Laboratorio, Alezio 1998, p. 33.

[2] O. Seclì, Parabita nel ‘700. Dinamiche storiche di un secolo, Il Laboratorio, Parabita 2002, p. 93.

[3] Cfr. O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, Il Laboratorio, Parabita 1992, p. 4.

[4] O. Seclì, Note e documenti sul culto della Madonna della Cultura, cit., p. 19.

[5] A. De Bernart, Iconografia della Madonna della Cultura nella storia di Parabita, Galatina 1998, p.19.

[6] Idem, p.19; AA.VV., Il santuario della Coltura e l’Ordine dei Frati Predicatori, Bari 1982, p.125.

locandina-28

Le opere “ritrovate” nel museo diocesano di Nardò

Un evento importante per la storia dell’arte quello del 28 dicembre prossimo, quando saranno presentate al pubblico alcune opere “ritrovate”, che troveranno degna collocazione nel Museo Diocesano di Nardò, che oramai si ritiene a pieno titolo uno degli “scrigni” pugliesi, visto il consistente patrimonio raccolto in questi anni e qui esposto.

L’incontro, avrà inizio alle ore 19, presso il salone dell’ex Seminario (Sala Roma), in piazza Pio XI, di fronte alla Cattedrale di Nardò, con interventi di Mons. Giuliano Santantonio (direttore del Museo Diocesano), di S. E. Mons. Fernando Filograna (vescovo di Nardò-Gallipoli), dell’Arch. Maria Piccarreta (soprintendente ABAP Lecce-Brindisi-Taranto), della Dott.ssa Caterina Ragusa (storico dell’arte).

Due le relazioni che saranno presentate, delle quali la prima tenuta dal Dott. Paolo Giuri, storico dell’arte, che illustrerà gli affreschi recuperati dalla Soprintendenza negli anni ’50 del secolo scorso e provenienti dalla chiesa di S. Maria dell’Umiltà in Parabita, esposti nella sede rappresentativa della Regione Puglia nella Capitale. Pur trattandosi di frammenti, tuttavia sono ben identificabili le figure rappresentate: la Madonna della Coltura, un S. Antonio abate e due santi vescovi.

Lo storico e giornalista Giovanni Greco si soffermerà invece sulla tela del Battesimo di Gesù di recente restaurata dall’Impresa Leopizzi 1750, proveniente dalla chiesa copertinese delle Clarisse. Egli tratterà del cappuccino Angelo da Copertino, al secolo Giacomo Maria Tumolo (Copertino 1609 – 1682 ?), la cui attività si ricollega al filone della grande pittura barocca romana postcaravaggesca, di cui questo frate rimase “contaminato” nel decennio 1658-68, allorchè fu chiamato a Roma da Fabio Chigi (poi Alessandro VII), per rivestire la carica di conservatore delle pitture vaticane.

locandina-28

Libri| Storia dell’Arte della cartapesta

cartapesta

 

L’arte della cartapesta in Occidente è, senza dubbio, un’eccellenza della cultura italiana, anche se in passato è stata poco studiata e per questo è ancora quasi sconosciuta. La causa principale del disinteresse è dovuta alla sua materia che, originata da umili stracci, è ritenuta una sostanza vile e quindi inadatta alla produzione di opere d’arte.
L’autore del libro esamina tutti i motivi che hanno causato lo scarso interesse da parte degli studiosi per quest’arte e demolisce il preconcetto della poca affidabilità della materia cartacea alla produzione di opere d’arte. Flammia, che è anche lui stesso un maestro della cartapesta, attraverso un esame rigoroso e meticoloso rivaluta l’arte della cartapesta dalle prime sperimentazioni nelle botteghe toscane alla metà del ‘400 sino all’arte moderna. Vengono così esaminate con passione e competenza le opere degli artisti del passato e di quelli moderni, che hanno creato opere d’arte di cartapesta di grande rilievo, come Jacopo della Quercia, Donatello, Antonio Rossellino, Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano, Jacopo Sansovino, Ferdinando Tacca, Beccafumi, Bernini, Algardi, Angelo Gabriello Piò, Sanmartino, sino a Dubuffet e agli ultimissimi sperimentatori. L’autore non tralascia di esaminare anche gli artisti meno noti al pubblico soprattutto quelli che hanno apportato delle novità tecniche, analizzando inoltre le loro opere in ogni forma espressiva.
L’autore analizza ancora l’affermazione di questa attività artistica e le ragioni che hanno determinato la sua espansione nelle regioni italiane, in altri paesi europei e nelle Americhe.
Al confronto con la precedente pubblicazione del 2011 (Storia dell’arte della cartapesta- la tecnica universale), Flammia in questo nuovo studio, più organico e più rigoroso dal punto di vista filologico, affronta anche temi come l’arte della cartapesta e della mistura in Sicilia, ivi compreso l’utilizzo della materia cartacea negli allestimenti festivi importanti. Nello studio meticoloso di Flammia emerge inoltre un patrimonio demo antropologico straordinario, dai giocattoli alle arti applicate, dalle suppellettili agli allestimenti scenici ed effimeri. L’autore evidenzia la duttilità della cartapesta utilizzata persino nell’edilizia e nella produzione di imbarcazioni. La chiesa di Bergen in Norvegia (1793), costruita con materiale cartaceo e la canoa di carta con cui l’esploratore Nathaniel Holmes Bishop intraprende un lungo viaggio dal Quebec al Golfo del Messico (1874), sono tra le molteplici peculiarità del libro che lo rendono unico nell’ambito della editoria d’arte.

Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.
Antonio Rossellino, Madonna col Bambino, cartapesta, Massa Fermana (FM), Museo Civico.

Il libro sarà presentato al pubblico della Capitale il 16 febbraio alle ore 17,00 presso la Fondazione Besso di Largo di Torre Argentina, 11.  I relatori saranno gli storici e critici d’arte Claudio Strinati Nicoletta Cardano. Coordinerà i lavori lo scrittore e storico del cinema italiano Ennio Bispuri.

 

Ezio Flammia artista e scenografo, maestro della cartapesta. Ha realizzato scenografie e costumi per 22 opere teatrali e ha collaborato all’allestimento di varietà in prima serata per Rai  Rete 2. Ha restaurato importanti opere di cartapesta per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Sue opere fanno parte delle collezioni dei musei: Museo Histórico Nacional di Santiago del Cile; Museu do Cinema di Lisbona; Museo Naz. delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma; Museo d’arte delle generazioni italiane del ‘900 di Pieve di Cento; Museo d’arte moderna e dell’informazione di Senigallia; Galleria d’arte moderna di Monreale; Fondazione “G. Boldini”di Mogliano Veneto; Museo della Fondazione “Casa di Dante in Abruzzo” di Torre de’ Passeri.
Nel 1996 ha ricevuto presso la Camera dei Deputati il premio internazionale alla carriera per le arti, La Plejade.
È autore di :

Maschere di stoffa, di ferro. Mito materia e ragione, Roma, 1996;
Storia dell’arte della cartapesta – La tecnica universale, Roma, 2011;
Fare cartapesta e scultura di stoffa, Dino Audino Editore, Roma 2014

 

Libri| La Collegiata di Grottaglie

Rosario Quaranta, “Insigne e antichissima”. Studi sulla Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie”. Prefazione di Vittorio de Marco. Al Parroco Don Eligio Grimaldi nel XXV dell’ordinazione sacerdotale. Edizioni Grifo, Lecce 2017 (pp. 396, n. 166 illustrazioni in b/n).

 prima di copertina

L’insigne chiesa Collegiata Maria Santissima Annunziata, principale tempio cittadino di Grotta­glie, è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti al­tri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche.

Dedicati al Rev.mo parroco D. Eligio Gri­maldi nella fausta ricorrenza del XXV anniversario dell’ordinazione sacerdo­tale, nel volume sono raccolti vari studi che l’Autore ha condotto nel corso degli anni sui vari aspetti che hanno contrad­distinto l’esistenza e l’attività di una isti­tuzione che ha rappresentato e rappre­senta ancora il fulcro della religiosità, della devozione, dell’arte e della cultura di una Comunità che trae dalle antiche radici linfa preziosa per programmare e vivere il proprio futuro.

È la storia di un monumento che acco­glie non soltanto elementi storicamente importanti di santità,di arte e di cultura, ma è anche la storia di una “Ecclesia Ma­ter” che svela e guida premurosamente i suoi figli sulla strada dell’amore, della comprensione e dell’aiuto reciproco.

“Il volume – ricorda Vittorio De Marco nella Prefazione – ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso per­ché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problemati­che trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura del­la complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie”.

 

INDICE GENERALE

Premessa (D. Eligio Grimaldi)

Prefazione (Vittorio De Marco)

Introduzione (Rosario Quaranta)

Parte prima

L’INSIGNE E ANTICHISSIMA CHIESA COLLEGIATA DI GROTTAGLIE

 Cenni storici: Grottaglie – Le origini della chiesa madre – Il Cinquecento – Il Seicento – Una descrizione della collegiata – Secoli XVIII- XX – Francesco de Geronimo alla gloria degli altari – L’unità d’Italia: problemi postunitari e mania di distruzione

La Collegiata oggi: Facciata – Interno – Cappelle a sinistra – Presbiterio, abside e coro – Cappelle a destra – Sagrestia – Campanile – Atrio

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

 Approvazione dello “Status Insignis Collegiatae Ecclesiae Cryptaliensis” dell’arciprete Francesco Antonio Caraglio

Antica presenza ebraica a Grottaglie (secc. XIV-XVI)

Testamento dell’arciprete Leonardo Cecere a favore dell’ospedale e della cappella di san Marco di Grottaglie (1464)

Una curiosa lite a Grottaglie nel 1538 – 39 al tempo di Bona Sforza regina di Polonia

Cinque lettere della regina Bona Sforza di Polonia al Capitolo e Clero di Grottaglie e altri documenti

Il Seicento: tra prepotenze, scomuniche e difesa delle immunità ecclesiastiche

Grottaglie barocca. Una fervida stagione culturale

Il prete brigante don Ciro Annicchiarico

Dichiarazione di preminenza del capitolo e concessione delle insegne solenni

Chiesa e società civile a Grottaglie negli anni del Risorgimento nazionale

 

PARTE SECONDA

I SANTI PATRONI DI GROTTAGLIE

La Vergine Santissima della Mutata: Grottaglie città mariana – Patrona “ab immemorabili” – Un panegirico provvidenziale – Una statua d’argento per la Patrona

Due santi inseparabili a Grottaglie: Francesco de Geronimo e Ciro d’Alessandria – Introduzione del culto di San Ciro – Ruolo dell’arciprete Tommaso de Geronimo e della confraternita del Rosario – suppliche per la beatificazione del de Geronimo – L’Ufficio di San Ciro

 APPROFONDIMENTI E TESTIMONIANZE

Introduzione del nome Ciro o Cira a Grottaglie

  1. Francesco de Geronimo padrino della figlia del duca di Martina

Testamento dell’arciprete Tommaso de Geronimo

L’autore dell’ufficio liturgico di san Ciro: il canonico Giuseppe Roppoli

Proclamazione di San Ciro a Patrono “minus principalis” e approvazione dell’ufficio liturgico

Richiesta e concessione del patronato, dell’ufficio e della messa di S. Francesco de Geronimo

Concessione di indulgenza plenaria per la festa di san Ciro

Riconoscimento di san Ciro come patrono principale di Grottaglie

 

PARTE TERZA

TESORI DELLA CHIESA MADRE

La croce “de notabile artificio” dell’arciprete Francesco Antonio Sammarco (inizi sec. XVI)

L’organo rinascimentale

La grande tela dell’Annunciazione

Il Cappellone di San Ciro

L’archivio capitolare

Verso il Museo della Collegiata

SERIE DEGLI ARCIPRETI DELLA CHIESA COLLEGIATA

Indice dei nomi e delle cose notevoli

 

PREFAZIONE

 Una parte significativa della ricca produzione scientifica di Rosario Quaranta è stata raccolta in questo volume che vuole essere un omaggio all’attuale parroco della Chiesa Madre di Grottaglie d. Eligio Grimaldi per il suo XXV di sacerdozio. Il comune denominatore che unisce tutti i saggi riproposti, e ulteriormente ampliati, è proprio l’insigne collegiata dedicata all’Annunziata. Sappiamo bene il particolare rapporto che lega il prof. Quaranta alla chiesa madre di Grottaglie in quanto è stato e continua ad essere l’attento custode della memorie conservate nell’archivio della collegiata, un paziente lavoro di anni che lo ha reso benemerito nell’ambito del panorama archivistico regionale.

E il libro riflette su molteplici aspetti della storia del più importante monumento religioso grottagliese, mettendo in evidenza nelle tre parti in cui il lavoro è diviso, diverse vicende materiali e architettoniche, artistiche e cultuali, di storia religiosa come di storia civile, in un arco temporale che va dal tardo medioevo ai più recenti avvenimenti che hanno interessato il monumento o alcuni suoi manufatti da un punto di vista conservativo.

La storia della collegiata è anche la storia della città di Grottaglie; nel suo numeroso clero capitolare sono state man mano rappresentate le più importanti famiglie locali; un clero che ha dettato non solo i tempi religiosi ma spesso anche quelli civili, ponendosi non poche volte in contrasto con le autorità feudali ed in particolare con i principi Cicinelli. Rosario Quaranta sottolinea con ragione quanto «deleteria» per la storia civile e religiosa di Grottaglie sia stata la doppia “servitù” feudale: da una parte l’arcivescovo di Taranto padrone della giurisdizione civile e dall’altra il feudatario laico, padrone di quella criminale e dell’appello delle cause civili, competenze sottratte al feudatario ecclesiastico fin dal 1497. Una vera e propria lacerazione sociale potremmo definirla questa doppia dipendenza della cittadina da due padroni, che ha agitato e condizionato soprattutto i secoli dell’età moderna, fino all’eversione della feudalità nel 1806, una vicenda «lunga e triste»; un peso giuridico e sostanziale che ha gravato per secoli su Grottaglie, che ha depresso la sua economia, che ha mortificato la sua vita quotidiana, che ha contato qualche funesto delitto come quello dell’arciprete Francesco Caraglio il 22 maggio 1662, un episodio, illustrato dall’Autore con particolare competenza, che impressionò fortemente quella che poteva essere allora l’opinione pubblica locale e non solo di Grottaglie, perché il delitto colpì tutto il ceto ecclesiastico e la stessa autorità morale e formale dell’allora arcivescovo di Taranto mons. Tommaso Caracciolo, che lanciò la scomunica contro gli ignoti esecutori. «Erano anni difficilissimi – sottolinea Quaranta – di violenze, intimidazioni, oppressioni fiscali che non risparmiavano neppure gli ecclesiastici arroccati nella difesa dei propri privilegi e immunità».

Si può dire che la città di Grottaglie viveva di pesi e contrappesi che coinvolgevano e condizionavano le istituzioni del luogo: il capitolo collegiale, il feudatario laico, quello ecclesiastico, la universitas civium, gli stessi ordini religiosi intorno ai quali ruotava gran parte della vita cultuale dei grottagliesi, il fisco locale e quello regio. Tante altre realtà nel Mezzogiorno moderno si dibattevano in questa stretta logica di poteri che non sempre o quasi mai collaboravano insieme per il così detto bene comune. E nella complessità di questi rapporti che emergono nei vari saggi soprattutto della prima parte, c’era un altro nodo che gravava non poco sulla vita quotidiana: quello dell’immunità ecclesiastica. Vi erano troppi preti e chierici a Grottaglie che godevano di immunità reali e personali, che non favorivano la stabilità economica della cittadina perché il peso fiscale non era equamente distribuito, così che Grottaglie visse per diversi decenni del Seicento una grave crisi economica che ne provocò quasi lo spopolamento. E comunque risulta significativo il fatto che ad un certo punto, il clero, – siamo nel maggio 1663 – direi con sano realismo, accettò di rinunciare alla metà delle franchigie sulla farina a favore dell’Università; una forma di collaborazione per favorire il risanamento economico di Grottaglie, aprendo consapevolmente una breccia in una roccaforte, come quella dell’immunità fiscale, che aveva resistito a tanti attacchi e pretese del potere laico.

Il peso del clero locale andrà col tempo diminuendo e già con il concordato del 1741 tra la Santa Sede e il Regno di Napoli molte immunità fiscali e non, verranno abolite e quel circolo vizioso di donazioni fraudolente delle famiglie ai propri chierici per allargare l’ombrello dell’immunità fiscale sui beni di famiglia o altri patrimoni personali, troverà nel concordato una scure tagliente a cui andrà ad aggiungersi quella del catasto onciario del 1746.

Il clero grottagliese comunque per tutta l’età moderna rappresenta la salda cerniera tra la società religiosa e quella civile, crescendo quantitativamente e qualitativamente tra XVI e XVIII secolo, manifestando solo nel secolo successivo, come succede in gran parte del clero meridionale, un certo affanno quantitativo, soprattutto dalla metà dell’800 in poi, segno, anche a Grottaglie, della crescente disaffezione verso lo stato ecclesiastico del ceto aristocratico, o di quello che ne è rimasto, e soprattutto della emergente borghesia, mentre gli indicatori sociali delle sacre ordinazioni si spostano verso gli strati più umili della società locale. Anzi il prof. Quaranta parla di “decadenza” del clero grottagliese già agli inizi dell’Ottocento, frutto di tutto il travaglio che si era portata dietro la rivoluzione partenopea del 1799, il governo dei napoleonidi e il clima della restaurazione, che a Grottaglie ha una specifica risultanza nella figura di don Ciro Annicchiarico, che rappresenta, come bene sottolinea l’Autore, lo «specchio della difficile situazione della sua epoca».

Non possiamo stare dietro a tutti i personaggi, ecclesiastici e laici, che emergono dalle pagine di questo libro: è tutta una storia di santi, artisti, monache, canonisti, teologi, medici e letterati; ma si resta sempre “affascinati” proprio dalle vicissitudini del “prete brigante”, al quale Rosario Quaranta ha dedicato due importanti lavori biografici. E anche in questo libro ne tratta naturalmente con ampia cognizione di causa, proiettando il personaggio nel più generale “malessere” del regno di Napoli tra francesi e restaurazione, tra sette segrete e massoneria, tra aspetti peculiari dell’uomo meridionale e il sistema politico che lo condiziona, lo esaspera, lo schiaccia e verso il quale ad un certo punto si ribella e lo fa a modo suo, in maniera cruenta. Il giudizio di Rosario Quaranta su quello che don Ciro Annicchiarico ha rappresentato in quegli anni di transizione è del tutto condivisibile perché coglie in pieno e in una chiara sintesi tutte le sfaccettature del “caso”, contestualizzandolo e inserendolo in una cornice di fatti, di personaggi, di condizionamenti locali e regionali. Il brigantaggio, sottolinea nella sua articolata riflessione finale sulla vicenda di don Ciro, come fenomeno antico e complesso «si presta a letture diverse circa la genesi, il significato, la consistenza e le finalità» e giudica il nostro personaggio «contraddittorio e ambiguo» sia come modello di brigante, sia per la valenza politica da attribuire alla sua vicenda soprattutto dopo la restaurazione borbonica: «vittima e artefice» tra speranze, illusioni e tradimenti.

Ma non meno interessanti sono i profili che ci offre dei Pignatelli – è il caso di parlare al plurale –: il canonista Giacomo (XVII sec.) e i teologi Ciro Pasquale e Carmelo (XIX sec.), i quali, questi ultimi, ci collegano al problema del contegno del clero di fronte all’unità d’Italia: quello di Grottaglie, sembra di capire, fu caratterizzato da un atteggiamento di basso profilo se non di opportunismo e di ondivago comportamento se nel marzo 1860 scriveva una lettera “fedelissima” a Pio IX e qualche mese dopo accettava supinamente,e alcuni con un certo entusiasmo, i “fatti compiuti” dell’unità italiana. E questo ulteriore periodo di svolta viene letto dal prof. Quaranta attraverso la figura del cantore Ciro Pasquale Pignatelli, liberale e filopiemontese vicario capitolare della diocesi di Oria, che fa il paio con quello di Taranto Agostino Baffi, entrambi sconfessati da Roma, ma entrambi appoggiati dal nuovo governo e in buona compagnia di altri vicari capitolari sparsi in altre turbolente diocesi del Mezzogiorno tra il 1860 e il 1862.

Gli studi presentati in questo volume, che pure interessano una particolare realtà territoriale come quella di Grottaglie e le vicende della sua Chiesa madre, non restano nel perimetro della storia locale, ma si muovono nell’ambito dell’ampia cornice degli studi di storia del Mezzogiorno tra età moderna e contemporanea e affrontano complessi nodi storiografici come quello delle immunità ecclesiastiche, del rapporto tra potere laico ed ecclesiastico, della mentalità religiosa, di culti di santi, di nobiltà e borghesia, di feudalità, di crisi economiche, di tempi nuovi e di come la realtà sociale locale li attraversa e li subisce in una visione complessiva dove è aggettante l’esperienza di lungi anni di ricerca archivistica.

Si può dire anzi dire che gli eventi nel lungo periodo della Chiesa madre dell’Annunziata rappresentino quasi un “pretesto” per allargare lo sguardo ad una cultura ecclesiastica e laica considerevole, che ruotò intorno al suo consistente clero collegiale che espresse canonisti, teologi, storici e letterati e non meno uomini di profonda pietà, se pensiamo che già nei primi del ‘600 circolavano tra i canonici di Grottaglie le copie a stampa della visita pastorale fatta nella diocesi di Milano dal cardinale Carlo Borromeo e che l’età barocca rappresentò per Grottaglie una «fervida stagione culturale». La chiesa della SS.ma Annunziata, osserva ancora Rosario Quaranta «è testimonianza significativa di una storia lunghissima che comprende non solo la vita religiosa, ma anche molti altri aspetti della vita civile ed economica del paese delle ceramiche».

La seconda parte del libro è dedicata ai santi patroni di Grottaglie. E anche in queste piste di ricerca l’Autore si muove con sicura padronanza storiografica, metodologica e archivistica per le tante sue ricerche e riflessioni sulla Madonna della Mutata, sulle altre chiese mariane di Grottaglie, su san Francesco de Geronimo e san Ciro «due santi inseparabili» come sottolinea nel saggio a loro specificamente dedicato, costituendo questo rapporto, «una pagina tra le più interessanti della storia e della vita di Grottaglie».

Non entro nel merito della terza parte del libro che pure dimostra quanto sia interessante il patrimonio di arredi sacri della collegiata e con quanto interesse sono stati seguiti i restauri del coro, del grandioso organo, della tela dell’Annunciazione.

Il volume ha nel complesso una struttura molto articolata e agile al tempo stesso perché accompagna il lettore in un arco di tempo di “lunga durata”, aiutandolo ad entrare nel vivo delle problematiche trattate attraverso la ricca silloge di documenti man mano proposti e che offrono ulteriori chiavi di lettura della complessiva storia socio-economica, culturale e religiosa di Grottaglie.

                                                           Vittorio De Marco, Ordinario di Storia Contemporanea

                                                                                             Università del Salento

 

 

Per la festa di San Martino

“SANTU   MARTINU”

 

di   Antonio   Gala

 

Si scarfannu la sera ti Santu Martinu,

annanzi allu fuecu, cu nu ‘rsulu ti vinu;

eranu sprinzate li utti e li uzzeddre,

cu ssapuranu lu casu puntu e li nuceddre.

 

Santu Martinu!! E azzannu lu uccale,

si ni prisciava lu furese e lu razzale,

dr’acinu ti ua ti lu sole ‘nnamuratu,

ni ducìa la occa e lu core ‘ncutugnatu.

 

Santu Martinu!! Ma osce ce bole dice?

La fine ti n’epoca tantu felice.

Lu icchiarieddru è mbriacu ti nostalgia,

cullu ciucciarieddru no bae cchiui alla fatìa.

 

Ce amu inventare cu stutamu l’appetitu?

Lu piccatu l’à fattu Eva o lu maritu?

Quantu bene passa sotta a stu palatu!!

Ma a casa tornu sempre cchiù malatu.

 

Ma tu ce facce tieni Santu Martinu?

Si statu bravu a nterra o malandrinu?

Pigghiame a simpatia e nò a dispettu,

sinò ti sparu intra all’anche nu trunettu.

 

Siccomu tu iutasti dru santu puirieddrhu,

ti ogghiu bene cullu core e lu cirieddrhu.

 

In ricordo della felice memoria del Dott.re Fernando Verdesca, che nel suo libro “Origini, usi e costumi della città di Copertino”, si è soffermato tanto su questa tradizione.

Libri| Amarcord Nardò

amarcord

È un viaggio nella Nardò popolare di mezzo secolo fa, attraverso i ricordi biografici dell’autore, le fonti orali alla ricerca di luoghi di ritrovo, botteghe e immagini cittadine ormai sbiadite, trasformate, se non sparite.

La rievocazione più appassionata è quella dei ritratti caratteriali di personaggi neritini popolari ormai spariti, ma che un profondo segno hanno lasciato nell’immaginario del paese, per la loro estrosità, stravaganza, bizzarria, goliardia, vis comica, quale emersa da spigolature ed aneddoti che li fanno rivivere salvandoli dal rischio di un immeritato oblio.

Il libro ricomprende anche un comparto fotografico che scandisce e rinverdisce i vari percorsi della memoria spesso tinteggiati di nostalgia.

L’idea del libro, la sua stesura, il suo impianto anche iconografico, trovano origine nel sofferto cruccio dell’autore convinto che tanto vissuto meritava di essere preservato da quella patina del tempo, che tende pian piano a scolorirlo, se non inevitabilmente a cancellarlo.

La sistematica seguita ha voluto scandagliare ed archiviare il contesto spaziale della storia popolare del paese, ricostruendone il più possibile l’ubicazione, le trasformazioni temporali, le abitudini e i costumi attraverso una rivisitazione di luoghi, vicende, fatti ed aneddoti mai disgiunti dal reale e dall’autenticità del vissuto.

I luoghi sono stati animati dalle presenze dei personaggi popolari che per meglio inserirli nel loro congeniale ed originario mondo cittadino sono stati ripartiti tra i maggiorenti e i popolani, rappresentati con le loro caratteristiche e i loro vezzi. Sembra averli magicamente riuniti finalmente come in una meravigliosa crociera… quella che Ettorino Cesàri, uno dei personaggi trattati, avrebbe voluto fare!

Su quella nave immaginaria sembra ci siano tutti… c’è un aristocratico sindaco bizzarro e burlone; un avvocato stravagante; un vecchio prete di pirandelliana teatralità. Ci sono gli altri assidui frequentatori della piazza, tra cui Pici la guerra, Ucciu pulizza, e Pascalinu marascià e poi ‘Ntina, presentata da un poeta, come «la donna più generosa del paese».

Tanti «amici», che con le loro stravaganze ci riportano quei sentimenti di goliardica umanità che hanno permeato, per essi stessi, vicende di vita e, per noi, il loro ricordo.

 

Uno stralcio

La piazza – il centro storico

     In ognuno di noi, negli intimi meandri della nostra mente, alberga sempre una galleria di ricordi della nostra vita di paese, una carrellata di memorie che spesso ci riappare con punte di tristezza specie quando siamo stati per lunghi periodi lontani da Nardò.

Al ritorno, inevitabilmente, ci è capitato di voler rinverdire le cose del passato, trovando un valido ausilio nelle passeggiate, spesso solitarie, fatte lungo quegli itinerari di vie e viuzze cittadine che ci riportano indietro anche di diversi decenni, perché le case, i palazzi, le chiese, anche il più banale degli angoli, con la percezione delle loro forme e distanze sembrano non tradirci mai, sono lì ad aspettare una nostra visita, anche notturna, per aiutarci a ricordare.

Un ruolo particolare ha sempre svolto piazza Salandra, la chiazza (la piazza) per antonomasia, e suo circondario. Essa, se nell’inconscio è una madre che ti accoglie sempre e comunque con affetto, sotto il profilo architettonico ed artistico è un luogo di particolare significato oltre che simbolo della storia plurisecolare della città.

Chi è legato a Nardò porta nei suoi ricordi la sua chiazza, cuore della città, salotto del paese arredato dai suoi preziosi monumenti.

 

L’Autore

caputo luigi

Luigi Caputo è nato a Nardò il 1 giugno 1950.

Laureato in Tecniche della Prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro presso l’Università degli Studi di Siena, ha svolto servizio presso l’Ispettorato del Lavoro di Lecce, in qualità di Ispettore del Lavoro dal 1975 al 2012, con funzioni di dirigenza intermedia.

È stato insignito del titolo onorifico di Cavaliere dell’Ordine «Al Merito della Repubblica Italiana» con D.P.R. del 2/6/2002 ed è iscritto nell’elenco dei Cavalieri Nazionali (n.130445-Serie IV).

Ha tenuto per numerosi anni seminari e docenze varie in materia di sicurezza e igiene del lavoro, pubblicando in tale branca giuridica con coautore Elio Leaci i seguenti volumi: Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, Milano, Pirola, 1997; La sorveglianza medico sanitaria dei lavoratori, Roma, E.P.C., 1997; La sicurezza sul lavoro in agricoltura, Milano, Il Sole 24 ore, , 1998; Prontuario delle sanzioni in edilizia, Milano, Il Sole 24 ore, 1999; Sicurezza sul lavoro e responsabilità penali, II Ed., Il Sole 24 ore, Milano, 2000. Inoltre ha pubblicato un saggio in AA.VV., Quesiti di prevenzione infortuni, Milano, Nuove Edizioni per la Sicurezza, 2002.

Oltre ai numerosi articoli per il Massimario di Giurisprudenza del Lavoro e per varie riviste tecnico- giuridiche, ha pubblicato anche i seguenti articoli su riviste e giornali salentini: Totò Manca, cinquant’anni con la sua fisarmonica, in “Artetica”, marzo 1999, n. 2; Cittadini e sudditi. La straordinaria esperienza di Alberto Bertuzzi – difensore civico, in “Il Pittacino di Nardò”, dicembre 2004; Lu Munarca ti Nardò (la vera storia), in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/27/lu-munarca-ti-nardo-la-vera-storia/#comment-52008.

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti

Prima presentazione per “ITALIENI”, il nuovo libro di Paolo Vincenti, pubblicato da Besa (2017). Si tratta dell’ideale prosecuzione del libro “L’osceno del villaggio”, del 2016. Ancora una raccolta di articoli che fotografano, a volte impietosamente, vizi e debolezze del nostro popolo, gli “Italieni” del titolo, attraverso la lente della satira, del sarcasmo, della provocazione, a cui l’autore ci ha abituato con la sua scrittura. La copertina del libro e le vignette stavolta sono firmate da Paolo Piccione. Il libro si avvale di una Prefazione di Massimo Melillo e di una Postfazione di Maurizio Nocera.

 

Questa la prefazione di Massimo Melillo

E’ un genere letterario antichissimo quello della satira e non staremo qui a raccontarne la storia perché sarebbe un esercizio troppo lungo, che rischierebbe di annoiare i lettori. Ma alcuni punti fermi, però, vanno stabiliti scrivendo subito che, come il cinico greco Menippo di Gadara, Paolo Vincenti, con questo suo “Italieni”, intinge ben volentieri la propria penna nel veleno. Nella letteratura latina, ad esempio, la satira annoverava esponenti come Lucilio, Persio, Orazio, Petronio, Giovenale, Marziale, ed aveva sempre un’intonazione moraleggiante, nel senso che la sua missione era quella di colpire la corruzione e i potenti, prendere di petto politici, ruffiani, debosciati, ipocriti e profittatori e di correggere costumi e pregiudizi. Passano i secoli ma la lezione della satira rimane la stessa e, sconfinando spesso nella comicità con battute, arguzie, mirate invettive, il suo compito resta quello della riflessione e del divertimento colto.

Certo la satira di Vincenti non proviene in maniera diretta dalla letteratura latina ma dall’evoluzione – in senso caustico, giullaresco, picaresco – che essa ha avuto nei secoli successivi, in particolare a partire dal Cinquecento. Forse l’antecedente letterario va proprio ravvisato nelle “pasquinate”, componimenti satirici che nella Roma papalina venivano affissi sulla statua di Pasquino e con i quali si dileggiavano pontefici, regnanti, nobili e gente in vista. Vincenti, infatti, utilizza un linguaggio colorito, vario per intonazione e stile, non disdegna la parolaccia, che però non è mai gratuita ma sempre adeguata alla struttura della narrazione.

L’autore si pone come un cronista beffardo e mordace dell’esistente, che smascherando vizi e infingardaggini del nostro panorama nazionale, spinge il lettore a riflettere sulla deriva cui sta andando incontro la nostra società, ad acquisire consapevolezza della criticità dell’attuale situazione italiana, a non dare nulla per scontato, a non cullarsi sull’adagio “mal comune mezzo gaudio”, a non lasciarsi andare al menefreghismo o, peggio ancora, all’indifferenza. Un monito, il suo, affinché le coscienze addormentate escano dal torpore per riprendere in mano non solo la propria esistenza ma sollecitando anche quelle altrui per diventare attori e protagonisti consapevoli di un cambiamento possibile e non più procrastinabile. Vincenti, ad esempio, è abbastanza lontano da un certo populismo, che oggi impera sulla scena politica italiana e molto spesso del popolo ha addirittura un concetto tutt’altro che conciliante, disprezzandolo quando diventa furbo e servile, pronto a seguire le mode, ad accodarsi, ad abbassare la testa, ad affidarsi ciecamente all’uomo della provvidenza e ai taumaturghi di turno, che ancora oggi, purtroppo, abbondano.

Prendendo spunto da argomenti seri e a volte tragici, la satira esercita la propria corrosiva provocazione, portando sovente all’indignazione e quasi sempre a far meditare il lettore. Argomenti della politica, del costume e della cronaca, che altrimenti passerebbero inosservati, diventano dunque anche per i più distratti motivo di più approfondita osservazione e spunto di riflessione. Stesso ragionamento vale per le vignette, che nel libro sono firmate dal bravissimo Paolo Piccione, e per la stessa satira televisiva. Indipendentemente dallo strumento utilizzato, la satira, se è graffiante, acuta, intelligente, è una altissima forma di arte capace di curare l’anima con il balsamo dell’umorismo: una formula che ben conosce il mio amico Antonio Mele in arte Melanton (sue le vignette del precedente libro di Paolo Vincenti “L’osceno del villaggio”), che ha spesso sottotitolato le sue mostre con “Sorrido ergo sum”.

Capita che Vincenti, nel presentare il proprio lavoro, premetta, quasi a volersi giustificare, che il libro “è abbastanza cattivo”. Non so se lo faccia per una malcelata modestia o come excusatio non petita, sta di fatto che la sua premessa è del tutto inutile: la satira è ontologicamente cattiva. La satira colpisce tutti, sferza, fustiga i costumi, mette alla berlina malvezzi e cattive abitudini. Può essere fatta bene o male, può andare a segno oppure no, schiaffeggiare o solo accarezzare, ma la sua ragion d’essere è sempre la stessa.  Pensiamo alla rivista socialistaL’asino, fondata nel 1892 da Guido Podrecca insieme a quello che si può considerare forse il più grande umorista di tutti i tempi, Gabriele Galantara, al quale oggi è intitolato un Centro studi nel Comune marchigiano di Montelupone, che gli ha dato i natali. L’asino, più volte censurato, fu chiuso dal fascismo dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e lo stesso Galantara venne perseguitato e incarcerato.  Tra i tanti periodici di satira, redatti nel corso del tempo da prestigiosi giornalisti, vanno ricordarti tra gli altri anche Il becco giallo, Marc’Aurelio, Il Travaso delle idee, Il Bertoldo, Don Basilio, Candido, Il selvaggio e, per venire ad anni meno lontani, il Satyricon del quotidiano “la Repubblica”, Tango del giornale comunista “l’Unità” e Il Male. E proprio in queste testate, che vendevano centinaia di migliaia di copie, hanno lavorato grandi firme del giornalismo tra cui Indro Montanelli, Leo Longanesi, Giovanni Mosca, Mino Maccari, Giovannino Guareschi, Arrigo Benedetti, Sergio Saviane e tanti altri ancora, insieme ad autori e vignettisti che hanno fatto la storia del cinema italiano come Federico Fellini, Ettore Scola, Cesare Zavattini, Agenore Incrocci e Furio Scarpelli (Age e Scarpelli), Vittorio Metz, Stefano Vanzina (Steno). Una stagione d’oro anche per disegnatori e caricaturisti che, a partire dalle straordinarie vignette di Giuseppe Scalarini, pubblicate nel primo Novecento dal quotidiano socialista Avanti!, sferzavano il potere e il capitalismo tanto che con l’avvento della dittatura fascista di Mussolini lo stesso Scalarini subì il carcere e fu confinato a Ustica e Lampedusa.

Certo, già prima dell’era di Internet, la satira ha pagato pegno e con la capillare diffusione della rete vi è stata una generale commistione di generi e stili. C’è da dire però che, per quanto invasivo e spesso fuorviante possa essere lo strumento informativo tecnologico, la scrittura di Vincenti si presenta originale, ricca e dinamica, utilizza una vasta gamma di sfumature comunicative, passa con disinvoltura dal basso all’alto con moltissime citazioni, a cominciare dai versi dei cantautori italiani che appaiono in esergo ad ogni intervento. Vincenti è stato definito un moderno giullare di corte dove però la corte è il “ villaggio globale”, che richiama il titolo della sua rubrica “L’osceno del villaggio” nella quale pubblica gli articoli raccolti nell’omonimo volume e in questo “Italieni”, due opere che costituiscono di fatto un continuum.

Al giullare tutto era concesso e godeva di una specie di immunità per cui, assumendo la maschera dello scemo, poteva permettersi di dire qualsiasi cosa rivelando le contraddizioni, i capricci, le magagne, gli intrighi, le oscenità che avvenivano nella corte. Era una figura poliedrica con tratti di poeta, attore, cantastorie, affabulatore, animatore di feste e festini, ironico castigatore di costumi. Caratteristiche che Paolo Vincenti possiede e padroneggia, fra ironia e autoironia, e questo libro ne è un caso esemplare.

Nel dimostrare allergia all’ipocrisia e alla falsità, l’autore fa una mirabile carrellata di tipi umani, quelli che lui detesta maggiormente, in “Ad ogni giorno il suo affanno”, che è forse il pezzo più corrosivo del libro, nel quale esercita al meglio la propria “vis polemica”. Sebbene questi siano ritratti universali, quindi non destinati a qualcuno in particolare, le descrizioni posseggono una straordinaria vivezza, e ognuno di noi può incollare ad ogni maschera umana almeno un nome, perché tutti nella nostra vita quotidiana abbiamo a che fare con personaggi che proprio non sopportiamo.

Una lettura, quindi, che invita tutti noi a fare i conti con le nostre debolezze e a sorriderne perché in fondo siamo davvero tutti “italieni”, chi più chi meno. Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro e questa sua tendenza a contrastare sempre l’opinione dominante e ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali, come in “La sindrome di Totti” o in “E’ sempre festa” o in “Vegan party” e a tessere addirittura un antifrastico “Elogio del matrimonio”, pezzo in cui spinge al massimo il gusto per il paradosso e la provocazione.  Potremmo definire molti di questi articoli “politicamente scorretti”, se non tenessimo presenti le premesse che abbiamo evidenziato. Vincenti, uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita, è contro tutto e tutti puntando il suo “j’accuse” in ogni direzione. E, tuttavia, lo fa senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì con il sorriso sulla labbra, ritenendosi un disimpegnato.

Ciò, però, è vero solo in parte poiché se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente ad un banale e sciocco cinismo fine a se stesso. Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori che l’autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno. D’altra parte, la satira non sarebbe tale se non nascesse  sempre da una  reazione di sdegno e di profonda indignazione. Per questo, c’è bisogno di osservatori lucidi e irriverenti che ce lo ricordino.

paolo piccione

La presentazione si terrà a Tuglie presso la sede dell’associazione Unione Servizi Volontari, in Piazza Garibaldi, martedi 12 settembre alle ore 18.30. Introdurrà la serata Paola Sperti (presidente dell’Associazione “Amici della Biblioteca”) e dialogherà con l’autore il promotore culturale Raimondo Rodia.

Intervista a Elio Ria, autore del libro “In nome del prete”

 ria

a cura di Marcello Gaballo

 

Elio Ria è poeta e saggista, studioso di letteratura francese e poesia contemporanea. Nella sua attività ha sempre privilegiato il rapporto con il Salento: terra colorata, che raggruma esperienze sensoriali e spirituali vibranti nel fondo dell’anima. Tante le pubblicazioni in cui il Salento è messo a nudo sotto la lente dell’Autore, si ricordano tra le altre: Nostro ulivo quotidiano e Il dire ulteriore. Immagini e parole, entrambe curate e pubblicate da Fondazione di Terra d’Otranto, nelle quali esprime anche la doglianza di un popolo che non sa preservare il proprio ambiente dalle contaminazioni di ogni genere, mettendo a rischio la bellezza di una terra, dove ormai impera il diritto di trasformare ogni cosa in consumo turistico, a scapito delle vere tradizioni e della cultura salentina. In molte circostanze è una voce fuori dal coro, in controtendenza alle forme scritturali e pensanti di chi vuole fare del Salento tutto: mercanzia culturale, trasformazione dei luoghi in isole di divertimento, false rimescolanze di tradizioni per edificare industrie turistiche.

Il suo Salento, o meglio la sua idea di Salento è di ricercare nel passato la propria identità, rafforzarla e adattarla con misura nel segmento della contemporaneità, senza eccessi, con doviziosa moderazione di non alterare ciò che sono stati i costrutti della tradizione. In questo contesto, si può inserire il suo ultimo libro In nome del prete, edito da Terra d’ulivi, in cui oltre a dare una disamina della nostra società, parla di un prete che per cinquant’anni svolge la sua attività sacerdotale prima nella città di Nardò e poi a Tuglie (suo paese natio).

Il libro attraverso varie angolature disegna il ritratto del prete, capace di stabilire – almeno nelle piccole comunità del Salento – un rapporto di fede e di fiducia, non una celebrazione di un prete, soltanto un invito a riconsiderare l’uomo in relazione con gli altri ma soprattutto con Dio.

  1. Cosa c’entra il prete con i tuoi interessi letterari?

Il Salento è a immagine del prete. Ogni paese vive in funzione della propria religiosità che – faticosamente ha saputo costruire nel corso dei secoli – con le sue processioni, liturgie e devozioni. Il prete, la chiesa, il campanile, le piazze, le confraternite esplicano la vitalità di una comunità sempre alla ricerca di un appoggio per superare le crisi, le incertezze della vita. Lo scrittore ha anche il dovere di porre attenzione alla cosiddetta ‘letteratura circostante’ per raccontare dettagli, frammenti, ma anche grandi cose che generalmente la letteratura ‘in senso forte’ tralascia.

 

Chi è Don Emanuele Pasanisi

Un prete come tanti altri, diverso come molti o pochi, con una spiccata propensione alla perfezione della liturgia che magnifica Dio. Un prete che nel corso della sua attività non ha mai abbandonato il suo desiderio di servire Dio, fedele all’insegnamento di un grande maestro, Mons. Antonio Rosario Mennona, (Vescovo emerito della Diocesi di Nardo-Gallipoli, deceduto nel 2009), mite e premuroso, colto ed interlocutore con la società e la cultura.

 

La cultura cristiana ha un futuro?

Sì, certamente, a condizione che non sia una cultura egemone, ma in costante dialogo con le culture, portando la sua specificità e al contempo arricchendosi con tutto il buono che offrono le altre culture.

 

Qual è il segreto per comprendere il mondo?

Ogni tanto, chiudersi in sé stessi e aprire una finestra sul mondo.

L’introversione, considerata appannaggio esclusivo dei timidi, dei poeti, degli insicuri, nasconde invece un affascinante mistero della vita. Chiudersi in sé stessi per poi aprirsi al mondo con occhi rivitalizzati, ben disposti a cogliere le sfumature della vita in contrapposizione all’egocentrismo, che impedisce sistematicamente la possibilità di analizzare cose e pensieri che ci riguardano.

La società per convenienza ha deliberato il suo futuro con il pensiero dominante di omologazione, svendendo la propria interiorità. Il compito dello scrittore non è di fare la morale, né di dare indicazioni strategiche per capire le cose del mondo, può fornire al lettore elementi analitici narrativi per una induzione qualitativa alla riflessione.

 

Ritornando al tuo libro, il prete oggi come dovrebbe essere?

Il prete è un uomo che ha studiato per fare il prete. Ha bisogno anche lui di una comunità che lo sostenga e lo supporti nella sua attività di pastore, allo stesso modo di Dio che ha bisogno degli uomini. Non è un compito facile il suo in una società in cui i cambiamenti sono repentini e fortemente influenzati dal nichilismo e dalla voglia di arraffare tutto il piacere possibile in breve tempo. Un inferno la nostra società, contraddistinta da una scarsa attenzione all’uomo e a Dio. Il prete deve comprendere ma al contempo agire con fermezza attraverso la parola di Dio a far crescere la fede e il sentimento di amore verso sé stessi e il prossimo. Guida e sostegno a quel cambiamento esistenziale che definisce la nostra persona, sia in termini di unicità che di appartenenza comunitaria.

 

Come definiresti la società odierna?

Sfiduciata e caratterizzata da uno stato di precarietà esistenziale. Indifferente alla propria tragedia di autodistruzione. Incapace di elaborare un presente che sia equilibrio di sostanza e di spirito per un futuro dignitoso.

 

Papa Bergoglio è un papa innovatore?

Papa Francesco esercita il potere con sicurezza. Mira essenzialmente a muoversi verso una Chiesa più compassionevole e meno attaccata alle regole. Difensore dell’ambiente e di poveri. Attento osservatore della realta e della vita dell’uomo:

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (24 gennaio 2017)

 

Come giudichi il tuo libro?

Dovrà giudicarlo il lettore. In questo libro ho cercato di radiografare un’idea di parrocchia e di vita della comunità, affinché i cristiani non si accontentino di sfiorare la religione con la presenza saltuaria a qualche rito festivo. Ci vuole più impegno e più passione. Il torpore esistenziale, di cui tutti siamo vittime, ha assunto una rilevanza nell’agire umano molto preoccupante. Vi è la necessità di svegliarsi e di decidere di fare finalmente qualcosa di buono per noi e per tutti coloro che verranno. In fondo non mettiamo mai in discussione noi stessi, non riflettiamo spesso sul fatto che, con i nostri comportamenti, noi stessi tolleriamo e ogni tanto agevoliamo direttamente la corruzione, il malaffare, l’ipocrisia, l’indifferenza verso i valori umani, civili e religiosi, l’invidia, l’arrivismo sociale.

Ecco, ho pensato di potere dire qualcosa che possa dare una svolta al nostro cammino di prepotenza e di superbia.

 

Quando verrà presentato ufficialmente il libro?

A Tuglie, il 18 settembre 2017, nella chiesa della Madonna del Carmine, con la partecipazione di S.E. il Vescovo Mons. Fernando Filograna, Padre Roberto Francavilla e Giuseppe Mormandi.

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

s. agostino1

 

di Marcello Gaballo

Sul secondo pilastro della navata centrale della cattedrale di Nardò è riprodotto uno dei più belli affreschi dell’ edificio: Sant’Agostino vescovo (13) (sec. XV), di m. 2,50×0,88.

Indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illegibile[1], retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione posta ai lati del capo (da un lato S. e dall’ altro AU.S/ TIN) attesta il Santo.

”L’ affresco fu descritto dal De Giorgi il quale non ne diede un giudizio critico. La qualità della pittura è notevole e si nota soprattutto una gran cura nella descrizione delle stoffe preziose e nella scelta dei colori che non hanno note squillanti. La ripresa di uno schema ancora rigidamente frontale e la mancanza dell’ elemento architettonico, tipico degli affreschi tardo-quattrocenteschi, potrebbe far risalire ai primi anni del secolo XV”[2].

s. agostino

 

[1]Su cui il De Giorgi lesse, a caratteri gotici: Iuste/ et cas/ te viv/ere et/ xarita (te) (Ibidem, p. 266).

[2]  (dalla scheda della Soprintendenza).

 

Per avere una immagine ad altissima risoluzione con gigapanofrafia si veda il sito

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=38&x=3125&y=3885&z=5

Carlo Casciaro e i ‘’Volti della Puteca’’ a Minervino di Lecce

Catalogo Volti della Puteca 2017

Vi è mai successo di entrare in un locale attratti da un richiamo irresistibile?

Nella Puteca di Minervino di Lecce capita.
In attività da dodici anni, “La Puteca de mieru” sostituisce il canto delle sirene con un’abbondante dose di cucina di qualità, una fiammata di buona musica e un posto a tavola sempre riservato all’Arte.
Il ‘Lunedì degli Artisti’, giorno dedicato all’esibizione libera di cantanti, attori e musicisti provenienti dall’Italia e dall’estero, è il banco di prova migliore per la traversata della noia sotto la guida d’una strana banda di avventori, suonatori e Shakespeare in erba.
Fino alle 22.00 tutto appare normale: i clienti occupano i tavoli e il proprietario, Antonio Amato, va e viene dalla cucina per prendere ordinazioni e fare arrivare agli ospiti succulente pietanze della tradizione salentina.
La gente nel frattempo si scalda e tra una chiacchiera e un bicchier di vino l’atmosfera diventa subito euforica e familiare.
All’apparenza, i clienti sembra non sappiano cosa accadrà di lì a poco, ma appena Pasquale Quaranta, in arte P40, o Claudio Giagnotti, alias Cavallo, intonano canti e battono ritmi, inizia la festa.
Ci sono lunedì in cui illumina la sala anche la virtuosa esibizione del chitarrista e cantante Leone Marco Bartolo, la voce piena di Lucia Minutello e quella vibrante di Rossella De Benedetto, i brani pop di Bruno Rizzello, il tam tam etnico e travolgente del tamburellista Giuseppe Delle Donne e lo spettacolo di un altro Giuseppe, Giuseppe Pezzulla, istrionico videomaker.
Raffaele Mallozzi viene dal Lazio e regala spesso ai compagni della Puteca il suono della sua fisarmonica, Mino De Santis, cantautore, le emozioni della sua terra.
Salvatore Brigante, vivaista e cantastorie, qui si è più volte esibito e qui ha conosciuto sostenitori dei suoi fantasiosi progetti, come un tal Paolo Rausa, regista teatrale e attore nato a Poggiardo e preso in prestito da Milano. Storiche le sue declamazioni di versi e di vita.
Giulio Fiorentino se la ride di gusto, lui sì che ha esperienza di Puteca!
E’ stato uno dei primi clienti di questo posto.
Altra presenza nella trattoria salentina è Alberto Leo, fabbro e artigiano del legno e della pietra, e così Pietro Manduca, pensionato agricoltore residente nella stessa Minervino, o Silvana Leone, simpatica frequentatrice della prima ora.
Renato Grilli è un attore teatrale, il pubblico della Puteca lo ammira.
Mimetizzata fra i tavoli, Raffaella Verdesca applaude e non perde mai sul viso quell’espressione di divertimento e di stupore che solo un cilindro magico come “La Puteca de mieru” possono regalare a una scrittrice.
Alberto Caroppo, fotografo di Giuggianello, la pensa allo stesso modo e non meno interessati si dimostrano Anna Maria Rizzo, barista di Caprarica con la passione per lo yoga, e Giovanni Deodato Guida, insegnante di materie economiche.
Si potessero fermare certi momenti, fissarli nel meglio delle loro espressioni!
Qualcuno ha raccolto la sfida.
Carlo Casciaro, pittore ortellese ha di fatto trasformato questo desiderio collettivo in realtà.

Giuseppe
Nel riflesso tintinnante di un brindisi, l’artista ha colto l’emozione di un’umanità festante riunita per consacrare il riposo e l’amicizia come un tempo, nella semplicità della musica e nella ricchezza della condivisione.
A saracinesche chiuse o nel pieno della festa, grazie all’originale iniziativa di Casciaro, La Puteca de mieru si è guadagnata l’immortalità, testimoni ne siano i ‘ritratti parlanti’ di alcuni dei suoi ospiti e degli artisti che l’hanno resa partecipe del folclore salentino.
Decisi i tratti dei Volti delineati a matita, carboncino, gessetti e pastelli dal pittore, a sorpresa la nota originale di colori acrilici dati a pennello su un supporto di cartoncini colorati 50x70cm.
Il fortunato visitatore che si trovi ad ammirare la collezione artistica “I Volti della Puteca” di Carlo Casciaro rimarrà inevitabilmente incantato dalle espressioni realistiche dei soggetti, dal magnetismo degli sguardi, dalla cura di dettagli che unici riescono a sovrapporre i personaggi alle personalità rendendo quanto mai vivi i ventitré ritratti di uomini e donne, artisti e gente comune, che della Puteca hanno contribuito a creare la storia.
Intenzione dell’autore è ampliare la collezione delle tavole catturando nel suo vortice creativo altre fette di pubblico e di palco.

'P40' tecn.. carboncino e matita. 2016 part .
Le opere d’arte realizzate finora, già esposte nella ‘Casa Madre’ e attualmente itineranti, hanno il potere della suggestione e, osservandole, si ha l’impressione di sentire l’eco dei suoni e delle voci della Puteca, importante baluardo di una tradizione che trasforma gli uomini in un popolo.
I “Volti della Puteca” scelti dall’artista per rappresentare il clima bohémien di una provincia oggi alla ribalta quasi esclusivamente per il turismo, non sono altro che il simbolo di un Salento ancora pulsante energia buona a fare dell’Arte un modo di vivere e della Vita un’arte.

Raffaella Verdesca

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

decor

Venerdì 14 luglio, alle ore 20, nella chiesa del Carmine di Nardò verrà presentato il volume edito da Mario Congedo di Galatina, Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò.

Un progetto ambizioso che il sacro tempio meritava, per essere una delle chiese più note e frequentate dalla popolazione ed oggi meta preferita dei tanti turisti che stanno riscoprendo la città di Nardò.

L’edizione, di circa 400 pagine, in formato A/4, con tavole e rilievi del complesso, centinaia di illustrazioni bianco/nero e colore, in buona parte eseguite da Lino Rosponi, è l’ottavo dei Supplementi dei Quaderni degli Archivi della Diocesi di Nardò-Gallipoli, diretti da Giuliano Santantonio. Oltre la Confraternita del Carmine hanno promosso l’edizione la Diocesi di Nardò Gallipoli e la Fondazione Terra d’Otranto.

Curato da Marcello Gaballo, contiene numerosi saggi scritti da studiosi ed esperti, che hanno voluto omaggiare la nota chiesa di Nardò con ricerche e nuove fonti di archivio raccolte negli ultimi anni. Tra questi Marino Caringella, Marco Carratta, Daniela De Lorenzis, Anna Maria Falconieri, Paolo Giuri, Alessandra Greco, Maria Domenica Manieri Elia, Elsa Martinelii, Alessio Palumbo, Armando Polito, Maria Grazia Presicce, Cosimo Rizzo, Giuliano Santantonio,  Marcello Semeraro, Maura Sorrone, Fabrizio Suppressa.

Si parte dalle origini della Congregazione dell’Annunziata e insediamento dei Carmelitani Calzati, fino alla loro definitiva soppressione e l’istituzione della parrocchia, soffermandosi sulle vicende del funesto terremoto del 1743, che arrecò danni considerevoli alle strutture, in buona parte ricostruite nel decennio successivo.

Notevoli gli approfondimenti artistici, specie all’interno della chiesa e del convento, senza tralasciare le sorprese dell’insolita facciata cinquecentesca e dei suoi celebri “leoni” posti all’ingresso, che sembrano rimandare al celebre architetto Giovan Maria Tarantino, probabile autore anche dell’altare della Trinità, nella stessa chiesa. Nuove fonti anche per l’altro artista neritino, Donato Antonio d’Orlando, al quale sembra debbano attribuirsi altre opere dipinte, oltre quella firmata del S. Eligio.

Altre sorprese emergono dagli studi sull’altare della Madonna del Carmine, sulla tela dell’Annunciazione, sulla statua lignea dell’Annunziata e su un inedito corpus di manoscritti musicali, conservati nell’archivio della confraternita.

Il ricco corredo fotografico, che rende il volume ancor più interessante, documenta arredi, stemmi, reliquie e suppellettili di cui si è arricchita la chiesa nel corso dei secoli e raramente esposti.

Da ciò l’entusiasmo del priore della Confraternita, Giovanni Maglio, che ha fortemente voluto ed incoraggiato l’iniziativa, con il sostegno dei confratelli e consorelle, inserendola “di diritto nell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale civile e religioso, che si sta particolarmente curando in questo ultimo decennio” nella città di Nardò.

Oltre gli Autori, che hanno voluto offrire pagine importanti, mettendo a disposizione di tutti vicende e fonti spesso sconosciute o inesplorate, aiutandoci a leggere nella maniera più corretta ed esaustiva, altrettanto importanti coloro che hanno offerto immagini e foto altrimenti difficili da reperire, tra cui Giovanni Cuppone e don Giuseppe Venneri, Gian Paolo Papi, Clemente Leo e Don Enzo Vergine, il parroco della chiesa matrice di Galatone don Angelo Corvo, Don Domenico Giacovelli e Rosario Quaranta, Emilio Nicolì e Raffaele Puce, Stefano Tanisi, Bruno Capuzzello. Una particolare menzione a Stefania Colafranceschi per aver messo a disposizione parte della sua collezione di santini e immagini antiche, e a Stelvio Falconieri, per due importanti e rarissimi documenti fotografici della chiesa nei primi decenni del ‘900.

All’elenco si aggiungono Pierpaolo Ingusci, Antonio Dell’Anna, Luca Fedele, Emanuele Micheli e Matteo Romano, valido aiuto nell’ordinamento dell’archivio e trascrizione di alcuni documenti. C’è stato anche un silenzioso e paziente lavoro, assolutamente importante, nell’allestimento degli arredi liturgici e nella ripulitura di molte suppellettili in parte desuete ma necessarie per una completa catalogazione. Ed ecco che devono aggiungersi, includendo nel lungo elenco anche Cosima Casciaro, Dorotea Martignano, Teresa Talciano e Anna Violino.

Infine, ma non per minore importanza bensì per sottolinearne il ruolo, la riconoscenza ad Annalisa Presicce, che ha professionalmente rivisto le bozze ed omologato le centinaia di annotazioni per un testo agile, coerente e scientificamente valido, come si spera possa essere.

Il volume sarà presentato dalla Prof.ssa Regina Poso, già docente preso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

 

Torna “Tracce d’arte” nella sua settima collettiva

tracce d'arte

Torna alla grande Tracce d’arte nella sua settima collettiva. Ad accogliere Tracce d’Arte 7 la Cantina Vecchia Torre di Leverano con il più grande evento dell’estate salentina dedicato a tutti gli appassionati del buon vino.

Dal 20 al 26 di luglio 2017 dalle ore 20.00 all’interno dell’evento wine festival, nella sala degustazione della cantina Vecchia Torre, il meglio di Tracce d’Arte con opere d’eccezione di alcuni tra i migliori artisti contemporanei del nostro territorio.

Tracce d’Arte è un evento pensato e curato dalla Maestra d’Arte Anna D’Amanzo, a sua volta ceramista, pittrice, scultrice, lavorazioni di stampa, designer di moda per la casa californiana Vida, già presente con le sue opere in collezioni museali e private in tutta Italia.

Sorsi di cultura quindi a 360 gradi per la nona edizione del wine festival.

Ad esporre la stessa curatrice Anna D’Amanzo che, oltre alle figure femminili da sempre privilegiate, propone nuove elaborazioni che trasmettono freschezza e serenità attraverso “I liquidi”, opere innovative di grande impatto. Salvatore Silvan Dell’Anna con le sue opere in marmo dove l’artista rielabora figure femminili rigorosamente sintetiche, sviluppando un’impronta personale con risvolti umani e spirituali. Le incantevoli creazioni di Antonio Di Paola che ci sorprende con i suoi eleganti e insoliti elaborati in vetro e pietra leccese. Roberta Fracella con i suoi “total white” affronta la tela per conquistare lo spazio, aggiungendo aspetti tridimensionali tipici della scultura. Luigi Martina artista poliedrico che cattura attimi irripetibili che dal pensiero prendono forma, volumi tradotti nella leggerezza della cartapesta, nella sinuosità della pietra, nell’eleganza della pittura. Maurizio Martina che ritrae l’umanità attraverso stoffe animate e la metamorfosi del caos globale in cui viviamo che diviene bellezza pura di visi di donna. Albino Mello con la sua sapiente lavorazione dei metalli, dai quali trae forme d’arte che diventano elementi d’arredo apprezzati in tutta Europa. Massimo Miglietta da sempre intaglia e scolpisce la pietra come da tradizione grazie all’utilizzo di martello e scalpello; esuberante nello stile barocco, che tuttavia non impedisce all’artista di svincolarsi da esso per realizzare sculture di pregevole interesse dal design moderno.

La parola adesso allo spettatore, a quanti passando per il wine festival a degustare i migliori vini del salento, potranno con un calice in mano soddisfare anche la visione del bello che il mondo dell’arte propone.

Libri| Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie

Ugo Orlando (Mastro Scarpa), Poesie, Edizioni Grifo, pp. 504, Lecce 2016

 

Il 28 dicembre 2016 nella Sala Consiliare del Comune di Taurisano è stato presentato il volume “Poesie” di Ugo Orlando (Mastro Scarpa), a cura di Antonio Di Seclì e di Antonio Resta, uscito per i tipi delle Edizioni Grifo di Lecce.

Il volume raccoglie tutti i testi di poesia del nostro editati e ospitati ora in riviste ora in pubblicazioni “senza pretese” a spese dell’autore.

Ugo Orlando è stato anche autore di prose e di alcuni drammi rappresentati in diverse occasioni nel teatro di Taurisano; ma è noto al pubblico soprattutto dei suoi concittadini per le brillanti, ironiche, sorridenti, cronachistiche, talora, intime ed elegiache poesie in dialetto taurisanese.

Aveva cominciato a comporre versi in italiano intorno ai quindicii anni, era nato nel 1910, ma con scarsi risultati. Presto però, nei primissimi Anni Trenta, ripose cuore all’ ascolto delle intriganti ispirazioni della Musa, e questa volta in dialetto taurisanese che non verrà mai più abbandonato se non in tarda età, quando per motivi tutti suoi si mise, quasi con vanità e lieve risultato, a comporre versi in copia per omaggiare donne e uomini del suo piccolo mondo. Allora, però, l’ora ultima stava per scoccare e Mastro Scarpa pensava forse, così operando, di poter creare intorno alle due ultime piccole figlie, nate dal secondo matrimonio dopo la morte di Antonia, un cordone di solidarietà e di affetti.

Ugo Orlando smise di vivere nel novembre del 1996 e, per non dimenticarlo, l’Associazione Culturale “Pietre Vive” di Taurisano ha pensato, con l’aiuto di vari sostenitori, a vent’anni dalla morte, di racchiudere in un unico volume l’opera poetica per consegnarla al pubblico degli studiosi e degli innamorati dei suoi versi.

Il volume è stato presto esaurito e di nuovo ristampato, nel mese di maggio 2017, con alcune correzioni e un indice dei nomi.

Gli interessati possono richiedere copia, scrivendo a: antonio.disecly@gmail.com oppure a vittoriocrudo@virgilio.it –

Storie lampanti. McBetter di Mattia De Pascali

Mattia De Pascali (ph Alessandro Stajano)

 

UNA STORIA A SORPRESA: IL “MCBETTER” DI MATTIA DE PASCALI

di   Maria Antonietta Bondanese

E una mattina, destandomi, scoprii che quel giorno era giunto. E lo accettai senza troppe remore, perché da quando ho memoria ho sempre saputo che sarebbe arrivato.(…) Non c’è nulla da drammatizzare nella fine. E’ il punto d’arrivo, l’assoluta certezza”. Inizia così il racconto di Mattia De Pascali, contenuto nel volume Storie lampanti, che raccoglie le storie più belle proposte nel concorso letterario del 2013 “Raccontare i Paduli”.

Una scrittura incisiva, efficace, per un narrare a metà strada tra fantastico e reale, tra enigma e verità, che coinvolge il lettore e lascia intuire lo stile di De Pascali sceneggiatore e regista.

Il cineasta supersanese, al di là della giovane età, ha già all’attivo un interessante curriculum costruito con competenza, studio e passione. “Sono stato abituato – dice Mattia – a guardare film fin dalla tenera età. Eppure da bambino volevo fare altro, un mestiere che mi permettesse di essere più a contatto con la natura. Almeno fino a tredici anni, quando ho scoperto le opere di Stanley Kubrick e ho compreso il potenziale infinito del mezzo cinematografico”.

Dal regista statunitense, il cui genio ha spaziato dal thriller alla satira politica, dalla storia e fantascienza al dramma psicologico, Mattia ha mutuato la pluralità degli interessi.

(ph Alessandro Stajano)
(ph Alessandro Stajano)

 

Oggi – aggiunge – non ho un regista, un film o un genere preferito. Tendo a non mitizzare niente e nessuno ma sono aperto a tutto.” La sua stanza di lavoro, adorna di libri, fotografie e manifesti descrive, infatti, un percorso personale ricco di curiosità. Una capacità di guardarsi intorno e rappresentare la quotidianità attraverso il filtro dell’inventiva.

Anche il set del suo recente lungometraggio “McBetter”, allestito nel B&B Luxury a Lecce e quindi ad Arnesano presso Villa Maresca, è lontano dal tipico Salento assolato, intrappolato in una ‘controra’ senza fine. Il contesto salentino è reinventato, invece, come sfondo per un intreccio che potrebbe snodarsi ovunque, perché il “messaggio, le idee politiche o la visione sociale del regista – Mattia ne è convinto – emergeranno comunque attraverso alcuni dettagli per occhi attenti”.

Tutti i film – prosegue – raccontano la società in cui nascono ed un ‘messaggio’ arriva meglio se non viene veicolato in modo diretto”. Ma, ad esempio, sotto la specie accattivante del thriller o della commedia “nera” dai toni grotteschi qual è “McBetter”. Una storia in cui il gioco perverso del Potere viene smascherato con scanzonata ironia e i rapporti di forza, motore dell’esistenza, sono tracciati mediante la tensione dell’intrigo. Non a caso, la vicenda di “McBetter” è ispirata al dramma shakespeariano di Macbeth, dove ambizione e avidità sfrenata portano a totale distruzione il protagonista che, ucciso il proprio re, si avvita in una spirale di delitti fino al tragico epilogo.

McBetter family
McBetter family

 

In “McBetter” il re da usurpare è l’attempato imprenditore Joe McBetter, proprietario di una ricca catena di fast food mentre il nuovo Macbeth è Malcom, suo genero. Entra così in primo piano il mercato del fast food, del cibo veloce, industria tra le più potenti del mondo dove le ragioni del profitto impongono lo sfruttamento dei lavoratori e la seduzione dei consumatori, specie dei bambini, mediante una pubblicità ingannevole. Una realtà che corre lungo il filo della trama con sorprese e colpi di scena, come nel più classico dei polizieschi. Singolari i personaggi di questa storia, per i quali De Pascali ha selezionato gli interpreti secondo il criterio dell’originalità e della bravura. “Durante il ‘casting’ – ci tiene a sottolineare – ho cercato attori che fossero personaggi particolari, non belle presenze.   E così è stato, compreso per il più giovane dei protagonisti, Oscar Stajano, cinque anni appena e pronipote di Giò Stajano, famosa nella ‘dolce vita’ di felliniana memoria”.

ph Silvia Cappello
ph Silvia Cappello

 

Il gruppo degli attori – Nik Manzi, Donatella Reverchon, Serena Toma e Andrea Cananiello – è affiancato da tecnici esperti come Giulio Ciancamerla, l’aiuto regista; Lucio Massa, l’organizzatore generale; Islam Mohamed detto ‘Ismo’, il direttore della fotografia; Silvia Cappello, l’assistente di fotografia; Cristina Panarese, per gli effetti speciali; Jonathan Imperiale, il segretario di edizione; Sofia Volpe e Giorgia De Carlo, per trucco & parrucco. Spiccano nella troupe due giovani talenti di Supersano, Arianna Alfarano e Valentino Galati. Arianna , brillante attrice nel teatro amatoriale ed allieva presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si è cimentata nell’impresa in qualità di abile scenografa. Valentino, noto dj, ha preso parte come addetto all’audio e compositore della colonna sonora. Dall’estro di Valentino, che opera in campo musicale nel duo “Monotron”, è nata anche la musica originale che esalta le immagini di Candy School, il cortometraggio realizzato nel 2103 da Mattia De Pascali con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “E. Frascaro”di Supersano, nel laboratorio di cinema da lui tenuto sul tema del bullismo.

Numerose le opere di Mattia selezionate in vari festival, come il Festival del Cinema Europeo a Lecce, il Castro Film Festival e il Puglia in corto a Brindisi. Intensa anche la sua collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male e quella con altri registi come Alberto Genovese, per il quale sta ultimando la sceneggiatura del film “Resurrection Corporation”.

Risultati sorretti da una solida formazione e cultura professionale. Alla laurea triennale al DAMS di Bologna, hanno fatto seguito infatti la laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita a pieni voti al DAMS di Roma Tre e la frequenza di vari corsi per ampliare la sua specializzazione. “Il cinema – dice Mattia – è diventato la mia ragione di vita”.

Più che le parole, il tono della voce e lo sguardo lasciano trapelare quanto entusiasmo, coraggio e determinazione siano necessari ad affrontare gli ostacoli che un’attività così complessa comporta. Dalla fine degli anni Ottanta, il cinema “made” in Puglia ha fatto un salto di qualità, grazie anche al supporto della Regione ma serve “qualcuno che investa cifre vere e non si appoggi solo ai limitati fondi pubblici per promuovere un’industria in grado di crescere su delle basi solide e non essere alla mercè di tagli e crisi economiche”. E’ quanto annotava Mattia De Pascali nel suo libro Multisala Salento, che reca l’eloquente sottotitolo “Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento”. Era il 2012 quando appunto osservava che mancano programmazione e infrastrutture, mancano teatri di posa e una scuola di cinema. Manca il sostegno economico  a chi è agli inizi.

Un regista emergente come Mattia De Pascali deve perciò auto produrre il suo film. Senza cedere a facili vittimismi, Mattia lavora adesso con impegno al montaggio del “McBetter”, finito di girare lo scorso aprile, per poterlo ultimare quest’anno e proporlo nel 2018 entro i circuiti di distribuzione. Anche questo è un grosso problema perché il mercato tende in genere a premiare i nomi già noti più che gli esordienti, la cassetta più che la qualità.

Ma il cinema che da sempre racconta bellissime storie, potrà forse regalarci ancora una volta sorprese ed emozioni con la ‘storia’ di Mattia De Pascali.

Per sapere di più su personaggi e interpreti della black commedy McBetter”, conoscere particolari gustosi e momenti del set, si può visitare la pagina Facebook: www.facebook.com/McBetterMovie.

 

Museo diocesano di Nardò. Si inaugura il 7 giugno

DIOCESI DI NARDO’-GALLIPOLI

 

INAUGURAZIONE DEL MUSEO DIOCESANO

SEZIONE DI NARDO’ “Mons. Aldo Garzia”

Nardò, Basilica Cattedrale

7 giugno 2017

Ore 18

Concelebrazione Eucaristica presieduta da  S.E.Mons. Rino FISICHELLA

Ore 19

Introduzione

Mons. Giuliano SANTANTONIO, direttore dell’Ufficio Beni Culturali e del Museo

Saluti

Dott. Michele EMILIANO, presidente della Regione Puglia

Arch. Maria PICCARRETA, soprintendente ABAP per le province di Lecce-Brindisi-Taranto

Avv. Giuseppe MELLONE, sindaco della Città di Nardò

Intervento di

S.E.Mons. Rino FISICHELLA, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova  Evangelizzazione

Conclude

S.E.Mons. Fernando FILOGRANA, vescovo di Nardò-Gallipoli

 

Invito_fronte

 

Invito_retro

Anti-aging naturale grazie al melograno

melagrane

Già noto nell’antichità per le sue proprietà nutraceutiche ora si scopre che la urolithine, prodotta dal nostro microbiota intestinale a partire da un composto naturale del melograno, avrebbe la capacità di ripristinare la piena attività dei mitocondri, mantenendo vive più a lungo le cellule…

Leggi l’articolo:

http://www.teatronaturale.it/tracce/salute/24214-antiaging-naturale-grazie-al-melograno.htm

Scadenza per limitare la Xylella

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

a cura del Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della Provincia di Lecce

Il Collegio dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati della provincia di Lecce ricorda che entro e non oltre il 30 aprile 2017 bisogna aver effettuato le lavorazioni meccaniche superficiali (aratura, trinciatura, fresatura) di tutti i terreni ed alla pulizia dalle erbe spontanee al suolo (compresi i bordi strada e le aree di competenza di Comuni e Province) per ridurre la popolazione degli adulti di Philaenus spumarius, vettore della Xylella.

Il Collegio dei Periti Agrari rende noto che questi interventi riescono a ridurre la popolazione della sputacchina perché colpiscono l’insetto negli stadi giovanili quando sono ancora poco mobili e non infettivi.

Inoltre siccome questi interventi SONO OBBLIGATORI così come stabilito dalla delibera della giunta regionale 1999  “Misure Fitosanitarie per l’eradicazione e il contenimento della diffusione della Xylella fastidiosa”, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia 148/2016 CHI NON AVRA’ EFFETTUATO TALE LOTTA AL VETTORE POTRA’ ESSERE SOTTOPOSTO A SANZIONI comminate dal 1 maggio al 15 giugno 2017, giorni nei quali verranno effettuati i controlli su tutto il territorio.

 

Abbazia di S. Maria di Cerrate, commenda dell’ospedale degli Incurabili di Napoli

Facciata dell'abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)
Facciata dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

 

di Marcello Gaballo

Si propone un interessante e poco noto stralcio che fu pubblicato da Eugenio Tortora nel suo volume Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli, edito a Napoli da A. Bellisario & C. e stampato presso la tipografia De Angelis a Portamedina alla Pignasecca, 44, nel 1890.

Tra le più importanti istituzioni della città di Napoli vi furono senz’altro la Casa Santa all’Annunziata e l’ospedale degl’Incurabili, uno dei più importanti d’Europa.

Lo aveva fondato Maria Richenza moglie di Giovanni Lonc (Longo), ministro di Ferdinando il Cattolico, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, miracolata da una paralisi insorta a seguito di somministrazione di veleno datole da una cameriera. Dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, nel giorno di Pentecoste dell’anno 1519, fu guarita, e per ringraziamento fece voto che avrebbe servito gli infermi per il resto della sua vita.

Non ritenendo sufficienti le strutture già presenti in Napoli, nel 1521 decise di fondare, a proprie spese, una casa di cura in contrada sopra Santo Aniello.

Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che poi fu anche uno dei Governatori. Per la sua specializzazione, l’Ospedale era riservato esclusivamente a pazienti affetti da patologie all’epoca considerate “incurabili”.

Sant’Alfonso de’ Liguori, durante una visita agl’Incurabili, sulle scale principali fu colto da una visione divina che lo spinse a entrare nella Compagnia di Santa Maria Succurre Miseris che svolgeva il suo ministero nell’Ospedale, assistendo spiritualmente i condannati a morte che venivano poi trasportati, dopo l’esecuzione, agl’Incurabili.

Il pontefice Clemente VII, oltre a numerosi privilegi, donò anche un’Abbadia o Commenda in provincia di Lecce, considerata del valore di circa settantamila ducati.

Nel predetto volume del Tortora, alle pagine 66-67, nel rendicontare i beni della Casa degl’Incurabili nell’anno 1801, viene descritta tale commenda (pag. 77 a 79 — Rubrica XII), titolandola “Dell’Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de’ suoi poderi, effetti, e rendite”.

L’abbazia, oggi denominata di Santa Maria di Cerrate, fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, è posta sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, e rappresenta uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.

Di proprietà della Provincia di Lecce, nel 2012 è stata ceduta con una concessione trentennale al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che la gestisce.

cerrate 1 guadalupi
Loggiato dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

Si riporta l’atto, dal quale si desumono importanti informazioni sul bene:

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l’Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell’anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de’ Governatori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un’ amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall’intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parascandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de’ territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all’Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de’ Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett’Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a’ Signori Cardinali, e l’ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l’Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell’anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII.

E perché allora il nostro nascente Ospedale degl’Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poteano stare a mantenere il numero de’ poveri infermi, che giornalmente cresceva, stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a’ poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua, ed accordato a titolo di elemosina all’ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla, spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a’ 2. Gennaio 1532, dall’Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a’ 18. Gennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett’Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll’inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l’Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de’ Sagramenti; a’ quali pesi non è obbligata l’Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall’Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell’Abbadia.

Vi è anche un’altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L’erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun’anno, ad elezione dell’Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l’anno.

Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s’imprese, nel 1602, l’esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se ne ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte olivetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4……………………………………… tt. 739 1|4
Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi, e Squinzano, che in tutto sono della capacità di…………………………………………………..tt.3573 1|2  
Unita dunque tutta l’estenzione e capacità de’ territorj demaniali e decimali di detta Abbadia, forma in unum…………………………………………………….. tt. 4312 3|4  

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l’annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell’anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l’annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201, ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell’olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante…. 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne’ rispettivi tenimenti ove sono accatastati i poderi“.

 

Per le note storiche, altri approfondimenti e la galleria di immagini rimandiamo all’ottimo lavoro di Brundarte, che qui si ringrazia per le foto concesse:

https://brundarte.wordpress.com/2013/11/29/abbazia-di-santa-maria-di-cerrate-squinzano-le-prima-parte/

 

[1] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[2] Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell’Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

[3] 1552 secondo quanto riportato nel sito dell’Archivio di Stato di Napoli.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_degli_Incurabili

[5] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_a_Cerrate

Un ispettore onorario per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici di terra d’Otranto

elsa foto

Elsa Martinelli, ispettore e gentildonna

di Francesco Greco

 

Ispettore onorario “per la tutela e la vigilanza degli organi a canne storici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto” (prima, dal 2012, lo era della sola provincia leccese). La nomina è arrivata a dicembre 2016 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo.

Se la virtù dei grandi è la discrezione, il pudore, rifuggire dai riflettori della ribalta (atteggiamenti decisamente retrò al tempo della selfie-mania e dei social), c’è voluto del tempo a convincerla a dare la notizia.

E dunque, un altro step nella già prestigiosa carriera accademica e divulgativa della prof. Elsa Martinelli, salentina di Gallipoli, docente di “Poesia per Musica e Drammaturgia Musicale” al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.

Tradurre le proprie passioni in un lavoro non càpita a tutti nella vita. Elsa ha avuto questa “buena suerte” e la vive come una mission senza lesinare energie, come sanno i suoi allievi e la stessa Terra d’Otranto, che conosce e apprezza i suoi saggi in cui spesso coinvolge l’architetto Beatrice Malorgio (“Fughe”, Edizioni del Grifo, 2012).

L’incarico, onorifico, è di durata triennale e prevede la tutela, la vigilanza, la consulenza storico-musicale, tecnica e archivistica, di restauro (di tipo filologico, conservativo, funzionale ed estetico) in funzione della salvaguardia del ricco patrimonio organario delle chiese.

La prof. fa capo agli organi centrali del Ministero tramite l’ufficio periferico della SABAP (Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio) di Lecce, ora diretto dal nuovo soprintendente, l’architetto Maria Piccarreta.

Una mission, s’è detto, vissuta full time. In ambito didattico e di ricerca con volumi, saggi, articoli su riviste specializzate, atti di convegno nazionali ed extra moenia, pubblicazioni miscellanee sugli organi a canne nel Salento, due corpose monografie e numerosi contributi di studio.

La prof. Martinelli ha studiato i vari aspetti della storia del melodramma (dai costumi teatrali ai libretti d’opera), opere e protagonisti della grande opera lirica: da Vivaldi a Niccolò Piccinni, incluso il contemporaneo Nino Rota.

I profili storici e l’attività artistica di musicisti come Eriberto Scarlino, Luigi Romano, Vincenzo Pecoraro e di cantanti lirici come il tenore di grazia Tito Schipa (leccese doc, “Canto per te. Omaggio a Schipa, 2016) e il soprano Ines Martucci, inclusi corsi di iconografia musicale, la storia di bande musicali e interconnessioni fra architettura e musica.

Non male per una giovane prof. appassionata del suo lavoro. Della serie “Eccellenze a Sud”, o “Ce ne fossero!”. Chapeau!

Come un’orchidea BIANCA, poesie di Lilli Pati

lilly

di Paolo Rausa

Dalla prosa alla poesia, dal romanzo alle liriche. Lilli Pati ha esordito due anni fa con una dichiarazione d’amore. Tale è la storia narrata in ‘Il richiamo dello scrigno’, inteso come luogo in cui si conservano le perle del cuore, i tesori invisibili, quelli che troviamo in fondo all’anima e che l’autrice ci invita con discrezione ad ammirare. E ad amare. Quell’’Omnia vincit amor’ virgiliano permea la vita, i desideri, i sogni della protagonista che ora, vestale dell’orchidea bianca, inonda le pagine di sensazioni, stati d’animo, sogni, desideri, abbandoni, piaceri, voluttà, rimpianti, sempre messi in relazione con gli elementi naturali, paesaggistici, il sole, il mare, il vento ora zefiro, ora tempesta, che addolcisce o minaccia la nostra esistenza… Sensazioni di abbandono fra le braccia dell’amato a lungo sognato e che ora stringe a sé per non lasciarlo mai più, per non essere mai più lasciata. Ma quanta strada prima di arrivare a cogliere il fiore dell’innocenza perduta! Anzi non a cogliere, a bearsi del suo profumo, della sua immagine che cresce a vista d’occhio, bagnato dalla salsedine di un mare che sferza i nostri sentimenti e nel quale dobbiamo condurre la nostra navicella fluttuante. Una sessantina di liriche compongono questa nuova pubblicazione di Lilli che si pone ella stessa ‘Come un’orchidea BIANCA’, novella Proserpina – viene detto nell’introduzione – che vive nottetempo la follia delle passioni amorose. Come la dea accetta il suo sposo ma vuole vivere altre sensazioni ultraterrene, fuori terra, verso il cielo delle beatitudini dove tutto si stempera e l’amore diventa un sentimento universale che tutto abbraccia, insieme, uomini e cose. Più Venere, mi sembra, nell’Ode al mare’ laddove rinasce bella fasciata nell’abito bianco che incede sostenendo con la sua bellezza gli sguardi altrui colmi di desiderio. Diviso in due parti, il libro tratta dei ‘Frammenti di cuore e di vita’, due metà che si susseguono a ritmo incalzante senza cesura e in continuità. Talora la passione e il desiderio lasciano il tempo e lo spazio ai ricordi, alla nostalgia velata di tristezza, di rimpianto. Come il viandante che giunto nel ‘Deserto’ sembra aver smarrito la strada ed essere in preda all’arsura, così lei, anziché abbattersi, raccoglie gli sforzi e li proietta sul domani, quando raggiungerà la pace e la serenità, senza per questo rinunciare alle emozioni della vita. Fino a immaginarsi ‘Nocchiero di me stesso’ che pur nelle difficoltà della navigazione si conquista la libertà della manovra e oltrepassa la tempesta. Per quanto ‘Ala di gabbiano’ come quella di Icaro paventi l’umidità delle acque marine che l’appesantirebbero, così lei sa andare ‘Oltre’ verso il cielo, dove tutto ciò che si è perso si ri/conquista, soprattutto la condizione sovrumana di benessere oltre il piacere come unione fisica di due anime, l’atarassìa delle passioni. La poesia d’amore celebra qui i suoi fasti, ma non ignara del sentimento dolce-amaro come ha cantato Saffo, da bere sino in fondo, ebbra, sino alla stordimento, grazie ad una sana ‘Follia’ del vivere e dell’amare.

‘Come un’orchidea BIANCA’, Editrice Kimerik, Patti, 2017, pp. 74, € 12,00.

Al giro di boa, su rotta 75

2017

di Rocco Boccadamo

 

Non per mero vezzo, ma del tutto spontaneamente, così mi viene di appellare, beninteso con ovvio riferimento soggettivo, il compimento dell’almanacco 2016.

Tuttavia, con pari schiettezza intellettuale, devo subito annotare che la cospicua cifra, integrante in senso anagrafico l’intestazione di queste note, non è da me avvertita alla stregua di un fardello che genera o deve necessariamente dar luogo ad ansimi e sospiri e/o come un campanello d’allarme di fronte a perigli e acciacchi ineludibili e inevitabili e/o come un avvicinamento al “fu” (passato a migliore vita).

Infatti, riguardo al progressivo assommarsi di primavera dal lato anagrafico, è da un pezzo che, dentro, vado dicendomi che io, ragazzo di ieri, sono, in fondo, senza età.

I giorni e le stagioni mi scorrono accanto leggeri, a ogni dischiudersi degli occhi, come pure durante l’ammirazione stupita, verso ovest, dei rossi tramonti salentini, mi sembra di registrare una conquista, di essere beneficiario di un prodigio.

In tal guisa, adesso, si succedono, dunque, i miei scalini esistenziali.

Di siffatta visione e del mio personale convincimento, ho di recente reso confidenza alla cara amica Giuliana, invero un po’ meno “ragazza di ieri” rispetto a me, e mi è sembrato che lei, sorridendo con la sua consueta dolcezza, annuisse e concordasse.

In tema di anni, capita sovente che mi si accostino pensieri e piccole riflessioni sulla circostanza che mio padre se n’è andato a pochi passi (mesi) dagli ottanta; mentre, il suo  genitore, ossia mio nonno Cosimo, classe mille ottocento settantanove, arrivo fino al mille novecento ottantadue, dunque, con un bagaglio di oltre centodue primavere.

Ad ogni modo, non mi pongo neppure minimamente l’idea di elaborare termini di paragone o di congetturare scadenze alla luce dei suddetti riferimenti al livello di predecessori famigliari.

Del resto, come prima ricordato, sono uno senza età.

Ritornando brevemente alla figura dell’avo paterno ultra centenario, la mia amica Alba, nata da una Boccadamo, ha appena voluto gentilmente inviarmi l’albero genealogico, da lei realizzato con paziente lavoro di ricerca, concernente un determinato ramo della gente marittimese portante tale cognome.

In conclusione, per quel che la riguarda e, allo stesso modo, mi concerne, così come mio nonno Cosimo e il suo, Costantino, erano primi cugini, i rispettivi bisnonni, Generoso Silvestro e Antonio Maria, vantavano il legame di fratelli.

Grazie di cuore, Alba, per l’originale è prezioso documento, amabilmente passatomi.

Ecco, in estrema sintesi e secondo gli aspetti e le vicende essenziali, come si è rivelato e dipanato il 2016, sia nel mio sentire, sia sotto l’aspetto di concreto coinvolgimento.

Riprendendo il titolo, nella sfera del mio mondo più prossimo, famigliari e altre persone vicine, paragono il 2016 a una sorta di gerla (è la seconda volta che mi scorga quest’accezione), invero assai affollata di avvenimenti, per di più dai colori diversi e anche opposti e contrastanti.

In primo piano, purtroppo, non sono mancati problemi di salute: ove, fortunatamente, risolti e superati, ove, tuttora presenti sulla scena, con sfide che continuano. Di riflesso, confidenze e consuetudini con figure specialistiche e strutture addette ai lavori.

Una serie di prove, insomma, e non liete, rispetto alle quali, tuttavia, c’è una costante diffusa: la ragionata consapevolezza dei protagonisti chiamati a farsene carico, che il primo rimedio o presidio curativo si trova in loro stessi, nella loro volontà e determinazione di non rinunciare e, anzi, di tentare sempre.

Carichi di preoccupazioni su più versanti, insomma, e, però, con relativi pesi alleviati dalla gioia e dal piacere di vedere crescere, sane e belle, le giovanissime leve famigliari, idealmente frutti dei campi esistenziali che noi adulti abbiamo cercato di creare e coltivare al meglio.

Come dire, tirando le somme, preoccupazioni ma anche consolazioni autentiche.

Frattanto, prosegue la rotta del ragazzo di ieri, a 360 gradi, con o senza la barchetta a vela dondolante nel porticciolo e/o filante sulle distese che fronteggiano le amate scogliere.

acquaviva-marittima-salento-spiaggia-caletta

L’altro ieri, nel primo pomeriggio, sotto una temperatura rigida per queste plaghe e nella vivacità dei soffi di tramontana, ho compiuto una puntatina a Castro, mio conclamato luogo dell’anima, al pari dell’insenatura “Acquaviva” e della natia Marittima.

Bevuto un caffè ritemprante allo “Speran” sulla piazzetta, dietro il bancone tre carinissime ragazze di cui una moldava, ho imboccato lo scalo delle barche per l’immancabile occhiata di fine anno al vecchio e al nuovo porticciolo.

In una delle grotte che si trovano da secoli scavate nei lastroni di roccia sulla sinistra della discesa, ho trovato il giovane amico Luigi S., pescatore e artigiano tuttofare e, d’estate, “barquero” (socio della cooperativa che gestisce lo stazionamento delle imbarcazioni da diporto), in compagnia di Nzino, quest’ultimo quasi mio coetaneo, il quale stava sistemando il suo conzo in un grande cesto di vimini. Alla mia domanda se si accingesse a calarlo, Nzino ha risposto  di no, “l’ultima volta l’ho fatto prima di Natale”. Poi, l’uomo è di getto passato a ringraziarmi sentitamente e calorosamente per il dono, ricevuto a casa, del mio libro “A Castro con il cuore” ed è stato per me assai gratificante sentirmi da lui definire “u meiu casciaru” (il migliore degli abitanti di Castro).

Quando, io, ho visto i natali non a Castro, bensì nella contermine località di Marittima.

A un certo punto, è arrivato anche Nino, il mio mitico pescatore di saraghi, nella circostanza, però, vestito non da lavoro ma con abiti di festa; con il suo abituale sorriso, “ad aprile saranno novantatré” mi ha confidato, non senza aggiungere, a seguire, “anche a me è arrivato il tuo libro, grazie”.

Proseguendo, sulla banchina interna lato mare del porto nuovo, ho scorto tre persone, Antonio, comandante della “chianci” (barca consortile), Luigi S. e un’altra di cui non conosco o ricordo il nome, impegnate in una conversazione ad altissimo volume, vertente sul numero di reti o altri strumenti calati in mare e anche sui rispettivi più recenti risultati in fatto di pescato.

Oltre la diga foranea, mentre sulla distesa liquida si palesavano nitidamente i segni della tramontana, in barba ad essi, Antonio S., pure lui, d’estate, “barquero”, sul suo battello calava a più riprese e, con l’ausilio del “salpa rete”, tirava su il lungo attrezzo di pesca a maglie.

Dopo, ho scelto di restarmene per un po’ seduto al sole e riparato dagli spifferi della tramontana a ridosso dell’alto muraglione verso nord.

Lì, via ancora a snocciolare pensieri, ricordi, esperienze, incontri, storie, immagini, un rosario di tasselli di umanità e dintorni dei più svariati.

Il congedo da quel luogo tanto caro è stato sereno e all’insegna del sorriso e accompagnato, altresì, dallo scontato proposito di presto ritornarvi.

Finendo, statti bene e lungo sonno, 2016, nonostante tutto, senza rancore; quanto a te, anno nuovo, ti aspetto e, mi raccomando, sii buono e bravo!

Un mare di auguri a tutti.

Libri| Luca e il bancario

Copertina 2016_colore:Coprtina Il geco (boccadamo)

E’ appena  uscito, per i tipi di Spagine Fondo Verri Edizioni, il nuovo libro del giornalista e scrittore salentino Rocco Boccadamo “LUCA e il BANCARIO”, tredicesima raccolta di narrazioni  avente, al pari delle precedenti, il sottotitolo di “Lettere ai giornali e appunti di viaggi”. Prefazione di Ermanno Inguscio e postfazione di Giuliana Coppola.

Una sintesi profonda, puntuale e indicativa sull’ultimo lavoro di Boccadamo è offerta, in particolare, dalla postfazione di Giuliana Coppola, il cui testo si riporta di seguito:

“Sono arrivato al mondo una grossa gerla di calendari fa…”, pagina di diario 20 gennaio 2016.

Una “gerla” la vita; trovo inaspettato questo segno linguistico e mi fa tenerezza; la “gerla” appartiene a infanzie lontane, al passaggio di generazioni, al passo lieve di una Befana che scendeva da camini; si usa così poco oggi e invece è vocabolo denso di significato, così misterioso, stracolmo di speranze, di doni, di sorprese, di scoperte. Questo succede  quando ci si accosta alla gerla di Rocco. Si può attingere a piene mani e scoprire e ritrovare quello che ciascuno in cuor suo desidera.

Ed ecco la sorpresa… scopro che il narrastorie di mia conoscenza è stato anche e soprattutto bancario, il bancario Rocco Boccadamo; lo scopro nella pagina di diario 13 novembre 2015; ma prima scopro l’esito di un diploma con “tutti numeri tondi” e immagino occhi di padre a scrutare quadri e batticuore di diciannovenne che scruta volto di padre e quadri con impresso l’esito degli esami. Penso – e mi ritorna batticuore – che allora si studiava molto anche per non deludere padri e si sceglieva, sempre per non deludere alcuno, anche il lavoro che si afferrava subito in quei magici anni sessanta; onorava soprattutto il merito, eppure sembrava a portata di mano. E’ a volo d’uccello il racconto di Rocco sul periodo che intercorre da luglio a settembre del 1960; rapido il  ricordo di quei mesi, un salto dalle aule scolastiche alla scrivania della banca per iniziare “l’avventura di bancario che mi avrebbe coinvolto e avvinto per l’intera vita lavorativa”. Una nota di nostalgia ad inizio del viaggio per un collegio, il Berenini di Parma, che da matricola si abbandona perché il lavoro già attende, il primo giorno con le stesse attese e le stesse ansie del primo giorno di scuola, i primi alloggi e il primo stipendio…. l’inizio è così ma poi si va, gerla sulle spalle; segue Rocco da città a città mentre sale il  suo personale cursus honorum, mentre, passo dopo passo, conquista forza e fiducia; assapora il senso della realtà quotidiana non sempre facile da reggere, perché così densa di impegni e responsabilità; i colleghi, gli amici, i funzionari, i direttori, i superiori, i piccoli grandi gesti di amicizia condivisa, le contromarche di don Titino e l’orologio di Gino, le fisse di clienti da non deludere mai, la puntualità da rispettare, le attese di chi ripone in te fiducia…la gerla va su e giù per l’Italia, testimone e complice d’una vita da bancario, diventata oggi pagina di diario che racconta e descrive, coglie particolari di “sfumatura cromatica”, di un “fumo” traditore, di un ritardo, di un orologio che funziona a modo suo, di una libreria a Taranto lì dove c’era la prima sede di lavoro, un cerchio che si chiude. “Per coincidenza o ideale destino parallelo: una “vecchia” banca, ora sommersa dal mondo dei libri, come pure, un ragazzo di ieri, già giovanissimo bancario, anch’egli, ora, vicino e collegato al mondo dei libri”.

Certo, al mondo dei libri… perché un libro, a suo modo, è una gerla; oggi ha il passo di Luca, mentre s’apre il grande abbraccio, profumato di verde, di mare e di campagna, di volti e di storie che si ritorna a carezzare; ogni pagina una carezza su ricordi; quelli che non si assopiscono mai, che vanno e vengono come le onde luminose d’Acquaviva, che riemergono sempre; pagine di diario che sono pagine di biografia; Itaca attende, di Itaca si ritorna a raccontare; il passo cadenzato di Luca, così diverso, così fuori dalla norma, ha il ritmo della voce narrante delle comari, di quelle che, all’angolo delle strade o sugli scalini delle case, o all’uscita della messa, o lavorando a maglia, raccontavano…. Che c’era una volta un asino e c’erano una volta donna Elvira e comare Meris, sì c’era anche comare Meris e c’erano e ci sono proprio tutti i protagonisti di quest’angolo di Salento-Itaca che ormai, grazie alla scrittura di Rocco, ci appartiene; e c’è il miele dolcissimo delle api operaie di Vitale, li, a Torre Lupo, dove se soffia maestrale, fuggono via anche le ombre.

Ecco, delicatezza e dolcezza di storie che ritornano e oggi, ad ascoltarle, si è posata, tranquilla una rondine; un volo mentre in chiesa si celebra il saluto a chi non c’è più su questa terra, una sosta per non disturbare e poi via di nuovo.

Le metamorfosi esistono o no? Io credo che esistano; in questo momento, grazie a una rondine che si posa, ne sono ancora più convinta; le rondini ritornano, per raccontare ancora, d’una gerla che va sulle spalle di chi ha ancora tanta voglia di osservare, fissare immagini, specchiarsi nella umanità vera e nella natura che ci appartiene e poi raccontare, scriverne e comunicare.

E’ tornata anche una lucciola; è la speranza, sottolinea Rocco; certo che è la speranza; “lumicino tra l’azzurro e il verde… sommessamente luminoso nello scuro notturno, ha il significato di un ideale faro di speranza” per Rocco che lo regala a tutti.

Esistono le metafore? Ma certo che esistono. Basta crederci soltanto un po’ e affidarsi al miracolo della scrittura e della lettura.

Nardò. Una discutibile rampa a ridosso della chiesa dei Paolotti

di Marcello Gaballo

E’ stato subito allarme generale tra la popolazione più sensibile nel rilevare la rampa per i diversamente abili realizzata in questi giorni a ridosso del prospetto laterale della chiesa di San Francesco da Paola, nota come “Paolotti”, su Via Roma, nelle vicinanze del Castello e Municipio.

1

Il progetto, in cantiere da diversi anni, ha trovato i nulla osta necessari da poco tempo, tanto da consentire l’avvio dei lavori per la realizzazione della rampa, al fine di eliminare le cosiddette barriere architettoniche, e il rifacimento del piazzale antistante.

Nessun commento o parere per la sistemazione di quest’ultimo, che non mi compete e che saranno i cittadini a giudicare se in sintonia con il luogo e la storia del posto. Su questo comunque si affacciano il convento secentesco dei frati Paolotti, una attività commerciale (su preesistenze dell’antico convento) e la facciata della chiesa con la sua scala (degli inizi del secolo scorso).

Fatto salvo ogni rispetto e sempre auspicata la giusta attenzione per chi trova difficoltà motorie per accedere al luogo di culto, tuttavia è inevitabile porsi il dubbio se in questi casi occorre venire incontro alle necessità del diversamente abile o privilegiare la tutela e la conservazione dell’immobile, in tal caso deturpato nel suo aspetto esteriore a causa della costruzione che si sta effettuando a ridosso della chiesa. In parole povere, si deve tutelare il monumento o la persona?

2

Si è ben consapevoli che gli edifici di culto (chiese, moschee, sinagoghe o qualsiasi altro ambiente destinato al culto) devono essere visitabili o perlomeno prevedere una zona riservata facilmente accessibile per assistere alle funzioni religiose, come previsto dall’art. 3 del D.M. LL.PP. 236/1989). La normativa vigente prescrive, infatti, per i luoghi di culto il requisito della visitabilità. Ma è anche vero che l’art.19, comma 3, del D.P.R.503/96 recita: “la deroga è consentita nel caso in cui le opere di adeguamento costituiscono pregiudizio per valori storici ed estetici del bene tutelato; in tal caso il soddisfacimento del requisito di accessibilità è realizzato attraverso opere provvisionali ovvero, in subordine, con attrezzature d’ausilio e apparecchiature mobili non stabilmente ancorate alle strutture edilizie. La mancata applicazione delle presenti norme deve essere motivata con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio”.

5

Non voglio addentrarmi nello specifico, perché vi sono gli specialisti della materia che sanno bene cosa può essere fatto e cosa va evitato, vista anche l’abbondante letteratura in merito.

Nel caso specifico, fermo restando che non so quanti diversamente abili abbiano effettiva necessità di accedere proprio in quella chiesa, avrei immaginato una soluzione diversa. Mi viene in mente un’apparecchiatura mobile di limitate misure sul lato opposto della facciata o, più semplicemente, un accesso riservato ai soli impossibilitati dal retro della chiesa, in corrispondenza della sagrestia, da dove accede il parroco o altri parrocchiani.

La doppia rampa, posta sul già ridotto marciapiede (le foto sono eloquenti) mi pare di ostacolo ai pedoni. E dunque potrebbe nascerne un altro problema, che saranno i tecnici ad affrontare.

Lungi dalla polemica, anche perché conosco bene l’amico direttore dei lavori e il parroco, questa mia è solo per augurare una revisione immediata del progetto (mi riferisco alla sola rampa), studiando soluzioni alternative che comunque impediscano quelle non stabili, addirittura ancorate all’edificio settecentesco.

L’appello perciò al parroco e al consiglio pastorale, che immagino hanno voluto e predisposto questa soluzione, affinchè pensino a situazioni reversibili o ad una piattaforma elevatrice o ad altre soluzioni che i tecnici ben conoscono e che non dovrò certamente qui indicare. Purchè non siano contraria alla conservazione, al decoro e alla visibilità della Chiesa, quindi con pari dignità di rispetto per l’immobile e per tutti i possibili fruitori della chiesa.

Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò. La ristampa anastatica a cura di Massimo Perrone

Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò”, del 1735

Ristampa anastatica arricchita da preziosi contributi

Le origini di Nardò secondo Tafuri

 

In Cattedrale il 10 dicembre la presentazione del volume

con interventi di Alessandro Laporta e Sandro Barbagallo

copertina

Si terrà nella Cattedrale di Nardò, in Piazza Pio XI, sabato 10 dicembre 2016, alle ore 19,30, la presentazione della ristampa anastatica del libro “Dell’origine, sito ed antichità della Città di Nardò”, di Giovan Bernardino Tafuri, a cura di Massimo Perrone.

All’incontro porteranno il loro saluto il Vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna e il Sindaco di Nardò Giuseppe Mellone. Oltre a Perrone, saranno presenti Alessandro Laporta, direttore emerito della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce, Sandro Barbagallo, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani e direttore del Museo del Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano e Mons. Giuliano Santantonio, parroco della Cattedrale di Nardò e direttore dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali e l’Arte sacra.

  

  • RISTAMPA ANASTATICA DEL VOLUMETTO DEL 1735

La ristampa è una fedele riproduzione dell’opera del Tafuri apparsa nel raro libretto “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, tomo XI, pubblicato a Venezia nel 1735, fonte preziosa e insostituibile per una ricostruzione della società e dell’urbanistica neretina prima del terribile terremoto del 20 febbraio 1743. Giovan Bernardino Tafuri, dunque, nonostante sul valore delle sue opere la discussione sia vivace tra gli studiosi, ha dato un contributo unico con i suoi numerosi scritti che meritano di essere divulgati anche a distanza di secoli.

 

  • UN’EDIZIONE ARRICCHITA DA CONTRIBUTI PREZIOSI

Massimo Perrone, dottore commercialista, appassionato di cultura locale e della storia della Chiesa e delle sue istituzioni, ha attinto alla collezione personale per contribuire all’appassionante indagine storica e letteraria sulle origini di Nardò, arricchendo la ristampa dell’antico volume con i contributi di Laporta e Barbagallo, due autorevoli studiosi, le cui analisi aiutano a comprendere il lavoro del Tafuri, fornendo interessanti spunti per approfondimenti e nuove indagini.

La pubblicazione propone inoltre in copertina un acquerello inedito, riproduzione a colori di un’antica veduta di Nardò, realizzato dal fiorentino Giovanni Ospitali, recentemente scomparso. è, questa, una delle tre tavole fuori testo allegate all’opera originale, insieme alla moneta che raffigura San Michele Arcangelo e alla pianta della città. Il volume, fuori commercio, è stato stampato dalla Tipografia Biesse di Nardò.

 

SANDRO BARBAGALLO, curatore delle collezioni storiche dei Musei Vaticani e direttore del Museo del Tesoro della Basilica di San Giovanni in Laterano. Storico dell’arte, ha collaborato ad alcune grandi mostre organizzate dal Complesso del Vittoriano di Roma (Manet, Bonnard, Matisse) e curato monografie di artisti contemporanei (Baj, Tilson, Weller). Dal 2008 scrive di critica d’arte su “L’Osservatore Romano” e, come corrispondente dal Vaticano, su “Il Giornale dell’Arte”. Dal 2012 lavora per la Direzione dei Musei Vaticani dove ha riqualificato il Padiglione delle Carrozze, ha curato l’allestimento della Galleria dei Ritratti dei Pontefici e dell’appartamento privato del Santo Padre nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, che ha visto, tra l’altro, lo storico incontro di Papa Francesco con il Papa Emerito Benedetto XVI, recentemente aperto al pubblico. È autore di diversi libri editi da Libreria Editrice Vaticana, Utet, Ed. Musei Vaticani, Ed. Focus storia.

 

ALESSANDRO LAPORTA, direttore emerito della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce. Già docente di “Storia della stampa e dell’editoria” presso la facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, vice presidente della Società Storica di Terra d’Otranto, socio della Società di Storia Patria per la Puglia e del Centro Studi Salentini. Ha redatto le prefazioni a oltre 50 libri di autori salentini e attualmente sta curando la ristampa dei “Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nel 1480”, che non è solo il primo libro in assoluto pubblicato nella provincia di Lecce, a Copertino nel 1583, ma è stato uno dei testi base che ha portato alla santificazione dei Martiri d’Otranto.

 

MASSIMO PERRONE, dottore commercialista, ha conseguito il diploma di Archivistica nella Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano e ha pubblicato diversi contributi in miscellanee e riviste specializzate. È Grand’Ufficiale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e ricopre dal 2012 la carica di Preside della Sezione Salento Lecce – Brindisi.

San Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale

6 dicembre 2016 – Inizio ore 17.30. Accoglienza ore 17.15.

Chiesa della Santissima Trinità o Santa Lucia (Via Santa Lucia, Brindisi)

XX Colloquio Laurenziano

San Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale

Presentazione del volume di A. Di Napoli,  La storia si fa preghiera. Litania pro serenissimo rege Maximiliano 2. contra Turcas (1566)Bari: Aurora Serafica, 2016

s-lorenzo-da-brindisi

 

È impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore può appena intuire.

Santa Teresa di Lisieux

 

L’iconografia laurenziana, come ebbe a rilevare Alberto Del Sordo in un suo scritto del 1959, rappresenta molto spesso Lorenzo da Brindisi sul campo di battaglia  mentre incoraggia i Cristiani a resistere e a combattere contro l’esercito ottomano, che  aveva invaso le terre d’Ungheria. Gli agiografi furono particolarmente colpiti da quel singolare episodio, collocato  quasi al centro della vita di Lorenzo e conseguentemente l’eroico cappuccino è  rappresento quasi come un generale alla testa del suo esercito  che, « Christiani nominis hostes, erecta Cruce, deterret ».  La vittoria, della quale Lorenzo da Brindisi era stato protagonista  arrise alle forze cristiane e ad Albareale, l’odierna Székesfehérvár, città fortificata nella bassa Ungheria ove s’erano incoronati i sovrani magiari, nell’ottobre del 1601, si ripeteva, dopo 30 anni, il miracolo del 1571 a Lepanto.  Quella figura di frate combattente rappresenta, però, soltanto un aspetto della personalità di Lorenzo da Brindisi, che insigni studiosi hanno cercato di mettere in luce.

 

Benedetto Croce ne tracciò un vivido profilo in  Vite di servi di Dio di beati e di santi napoletani. “Il  venerabile, e poi beato e poi santo, Lorenzo da Brindisi (1559-1619), che fu generale dei cappuccini, [… ] assai avrebbe da raccontare delle faccende politiche che maneggiò in varie parti d’Europa [… ]. Papa Clemente VIII lo mandò, tra l’altro, nel 1596, a richiesta dell’imperatore Rodolfo II, con tredici cappuccini a impiantare il loro ordine in Boemia, in Moravia, in Austria, in Ungheria, e a combattere gli eretici e convertirli. Le minacce, i maltrattamenti, le aggressioni, le insidie, che patirono dalla parte avversa, non li trattennero dall’aprire case cappuccine, nonostante che si riuscisse a far sì che venisse meno o vacillasse la protezione a loro promessa dall’imperatore, il quale era infermo di nervi, e perciò impressionabile e mutevole: sicché fu più di una volta sul punto di farli scacciare dai suoi stati. Un astrologo, che era alla corte dell’imperatore, che di astrologia si dilettava, vibrò, al dir del biografo, un grosso colpo, perché, dopo averlo persuaso del pericolo rappresentato da quei frati, scelti dal papa tra i più scaltri per usarli da spioni, dopo avergli rammentato che un frate, Jacques Clément, aveva pur testé assassinato Enrico III di Francia, gli promise di dargli presto una prova della minaccia che gli stava sopra. Fece in effetto dipingere un quadretto con l’ immagine dell’imperatore in mezzo a due frati armati di pugnali, e, andato a visitarlo e invitatolo a guardar fiso in uno specchio senza distornar la testa, levò a poco a poco il quadretto dietro le spalle di lui e fece riflettere la scena nello specchio, e l’imperatore vide e sbigottì e mandò subito all’arcivescovo di Praga l’ordine dello scacciamento dei cappuccini, che l’arcivescovo non eseguì preferendo di andar esso via da Praga. Intanto, – narra sempre il biografo, – l’astrologo o astronomo, lieto dell’effetto ottenuto, tornò alla sua casa, che era poco lungi dal convento dei cappuccini, e mangiò di buon appetito; senonchè, subito dopo il pasto, al pari di Giuda, crepuit medius et diffusa sunt omnia viscera eius: terribile castigo del cielo, che salvò i frati e produsse la conversione di un nipote dell’astrologo maledetto. Il quale, nativo, com’e detto, di Danimarca, chiamato presso Rodolfo II e in fama di peritissimo, s’identifica facilmente e sicuramente col gran Tycho Brahe, che del resto altre biografie nominano per espresso. Ma c’è un intoppo alla fanciullesca storiella architettata e propalata: che il fatto sarebbe accaduto ne1 1596 e Tycho Brahe si recò a Praga nel 1599 e colà mori nel 1601, alcuni anni dopo che fra Lorenzo era partito per altri lidi. Poi il nostro frate ricevé invito dall’imperatore a seguire l’esercito, comandato dall’arciduca Mattia, che andava in Ungheria alla guerra contro Maometto III, e ad assistere i soldati cattolici, al che il papa dié il consenso. Erano (racconta il biografo) non più di ventimila gl’imperiali e ottantamila i Turchi; ma, attaccata una grande battaglia, ecco fra Lorenzo che  monta a cavallo disarmato, e, precedendo a tutti, vibrava colla sua croce il segno di essa contro le palle delle artiglierie e dei moschetti spiccate dai Turchi a danno dei cristiani, e fu prodigio evidente che que’ globi di fuoco o tornarono indietro o morti a mezz’aria non ne penetrò un solo a offender gl’imperiali, li quali nel medesimo tempo facevano con l’armi proprie grande strage dei lor nemici, a segno che di questi ne caddero uccisi sul campo in diverse scaramucce e battaglie da trentamila e dei Cesarei solamente trenta soldati ordinarii, e forse tutti eretici, li quali ricusarono d’invocare il santissimo nome di Gesia conforme al consiglio suggerito ad ognuno dall’uomo di Dio. Questa prodigiosa vittoria, dovuta a fra Lorenzo, sarebbe accaduta ad Albareale, che i Turchi sgombrarono abbandonando tutto il loro bagaglio. Fra Lorenzo  non fu mai lasciato da gran principi quietare lungo . tempo nella solitudine dei suoi monasteri; ma, inviato più di una volta da Roma nella Germania, di qua in Ispagna, dalla Spagna fu fatto ripassare in Germania, nella Baviera e in più luoghi d’Italia per collegare o tenere uniti quei potentati a protezione e riparo del mondo cattolico dalla pestilenza dell’eresia, con quanti sudori, strapazzi, affanni della sua vita, Iddio lo sa, ed ognun lo può dedurre dall’aver egli contratto quella gravezza di gotta che lo teneva spesso immobile ,per lungo tempo a letto. Ma molti affari anche trattò, oltre quelli in cui interessi politici e interessi religiosi si mescolavano, e, per esempio, fu l’intermediario della pace tra il duca di Savoia e il governatore di Milano don Pietro di Toledo e persuase il duca di Mantova a restituire un feudo, che ingiustamente deteneva e che spettava a un gentiluomo dell’imperatore Rodolfo. E un negozio politico della città di Napoli fu l’ultimo che trattò e nel corso di esso morì, perché, essendo venuto a Napoli nel 1618 per recarsi a Brindisi, fu fermato dal contrasto che si era acceso tra i nobili, il popolo e il viceré duca di Ossuna e dai nobili inviato a rappresentare la città presso il re Filippo III, con molto dispetto del viceré che avrebbe posto impedimento a quell’ambasceria se il frate non fosse stato da alcuni nobili secretamente trafugato da Napoli e condotto a Genova, dove s’imbarcò per la Spagna. Ma, in Spagna non trovò il re, che si era recato nel Portogallo, ed egli gli tenne dietro a Lisbona, e da lui fu ascoltato in cinque udienze, finché, aggravatasi la sua infermità, mori in quella città nel 1619, a sessant’anni.

 

Indirizzi di saluto

Alfredo Marchello

Ministro Provinciale Frati Minori Cappuccini di Puglia

 

Interventi

Antonio Mario Caputo

Centro Studi per la storia dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni

 

Ruggiero Doronzo ofm cap

Direttore della Biblioteca dell’Istituto Teologico Santa Fara,  Bari

 

Vito Petracca

Latinista. San Cassiano di Lecce

 

Conclusioni

S.E. Mons.Domenico Caliandro,

Arcivescovo di Brindisi – Ostuni

 

Coordina e introduce i lavori

Giacomo Carito

Responsabile Cattedra Laurenziana, Brindisi

 

Sarà presente l’autore del volume, edito in occasione del 90. anniversario della titolazione della Provincia dei cappuccini di Puglia a s. Lorenzo da Brindisi (1926-2016),  Alfredo Di Napoli ofm cap. In apertura dei lavori Giancarlo Cafiero  (Società di Storia Patria per la Puglia)   darà lettura dei versi composti da Pasquale Camassa in onore di san Lorenzo da Brindisi.

Organizzazione: 

Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.Cattedra Laurenziana

Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Brindisi

Aderisce all’iniziativa l’associazione “San Lorenzo da Brindisi”.

Eventi nell’ipogeo Bacile – Teatro Sotterraneo a Spongano

Con i primi due incontri di “Per adesso resto nel Salento” presso il Castello di Corigliano D’Otranto e Sante Le Muse – agriturismo a Morciano, La Scatola di Latta continua a crescere e a navigare tra storie di imprese, associazioni resilienti, ascoltando con piacere le numerose storie di ritorni ed esperienze dirette, conoscendo le realtà che animano il nostro territorio. E’ sempre più convinta che questa sia la strada giusta e vi invita ad un nuovo incontro che si terrà domenica 11 dicembre all’interno di Ipogeo Bacile – Teatro Sotterraneo a Spongano.
Già dichiarato luogo di interesse storico-artistico dalla Sovrintendenza ai Beni Artistici e Culturali di Puglia, l’Ipogeo di Palazzo Bacile ospita eventi culturali di diverse forme ed espressioni di creatività che in questo luogo ricco di storia trovano relazione e creano dialogo: esposizioni d’arte, rappresentazioni musicali e teatrali, rassegne letterarie.  Il frantoio come custode dell’anima del nostro Paese, torchio di molitura, luogo di sperimentazione e di raccolta delle idee racchiuse nella nostra terra.
Camminando nel frantoio ricco di storia, tra le ombre e le volte dolcemente illuminate, ci è sembrato di attraversare la pancia di una nave. E’ forse da qui che deriva la parola Nachìro, dal greco “padrone, conduttore della nave” nonché colui che dirigeva tutti i lavori del frantoio. E da qui “Nachìria – idee ipogee”, una nave di idee, perché tutti noi siamo nachìri: chi ha deciso di restare, di prendere in mano il proprio timone, cambiare rotta e tornare in Salento dedicando tutto il proprio tempo. Proprio come Bacile, che con “intraprendenza, impegno e intuizione” trasformò per primo il suo frantoio, lo rese funzionale e ne ricavò un olio buono, un’innovazione all’epoca. Sulle sue orme oggi Fabio Bacile immagina lo stesso frantoio come “contenitore culturale” e gli da forma passo dopo passo, una sfida per nuovi nachìri.
Domenica 11 dicembre, dalle ore 16.30 fino alle 21 l’Ipogeo si trasformerà in un “mercatino delle idee“ che accoglierà agricoltori, artigiani, artisti, associazioni e imprese. Ogni partecipante al mercatino avrà modo di esporre e presentare le proprie opere materiali ed immateriali in modo creativo.

Ingresso libero per chi porterà con sé entusiasmo, libri, strumenti musicali e idee da condividere.
Sarà presentata la mostra fotografica sulle “Grotte del Salento” a cura di Giorgio Nuzzo. L’evento rientra nella programmazione @Fortezza in Opera a cura di Salvatore Della Villa.

Per info contattateci via facebook o via mail a: scatoladilatta2014@gmail.com

A tutti gli agricoltori, artigiani, artisti, associazioni e imprese: 

PER ESPORRE E PRESENTARE LE PROPRIE OPERE O PROGETTI scriveteci o contattateci entro sabato 3 dicembre a scatoladilatta2014@gmail.com .

APS La Scatola di Latta

Custodiamo storie e sensazioni dei paesaggi, paesini e paesani del Salento. Promuoviamo azioni di CulTurismo Sociale ed Ambientale

https://associazionelascatoladilatta.wordpress.com (iscriviti alla newsletter)
https://www.facebook.com/apslascatoladilatta (clicca mi piace)

scatoladilatta2014@gmail.com  –  cell. 3395920051

 

I paesaggi dell’olivo pugliese e le minacce dei tempi moderni

           

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

 

              I paesaggi dell’olivo pugliese e le minacce dei tempi moderni

Mostra – fotografica
Campi Salentina 25-28 novembre 2016 Istituto Calasanzio
La diffusione dell’infezione di Xylella fastidiosa in Salento sta portando nel volgere di pochi anni, alla trasformazione del paesaggio, attraverso la perdita di una coltura caratterizzante per la storia del Salento, della Puglia e dell’intero Mediterraneo. Le minacce del paesaggio dell’olivo non provengono solo dalla diffusione del batterio Xylella fastidiosa, ma vi sono altre minacce non di minore importanza: la costruzione d’infrastrutture spesso troppo invasive, il consumo indiscriminato di suolo agricolo per nuove costruzioni, una tecnica agricola non sempre rispettosa del paesaggio e dell’ambiente.
 
Collettiva fotografica di: Fernando Bevilacqua, Carlo Bevilacqua, Pino Cavalera, Mauro Minutello, Giovanni Resta, Rosanna Merola, Antonio Ottavio Lezzi, Francesco Tarantino.
 
 
     
Incontro di presentazione della  mostra fotografica
 
Sabato 26 novembre 2016, ore 11.30-13,30 
Sala Consiliare Comune di Campi Salentina
 
Saluti Egidio Zacheo Sindaco di Campi Salentina
             Cosimo Durante Presidente Fondazione città del Libro
 
Interventi
 
La tutela e valorizzazione dei paesaggi dell’olivo Pugliese 
Anna Maria Curcuruto -Regione Puglia Assessore alla Pianificazione territoriale-
– Urbanistica, Assetto del Territorio, Paesaggio, Politiche abitative
 
Gianni Ippoliti  in video messaggio
 
Paesaggio dell’olivo ed agricoltura
Vittorio Marzi –Accademia dei Gerorgofili Firenze –Presidente Sezione Sud- Est 
Giovanni Mercarne  Olivicoltore Agronomo
 
Tutela del paesaggio ed infrastrutture
Lorenzo Ciccarese, in video messaggio, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).  
 
Coordinamento
Francesco Tarantino, Agronomo paesaggista

“Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo. A Lecce

di Tore Scuro

Fra problematiche sociali e diversità culturali, due giornata con “Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo. Appuntamento internazionale per l’edizione 2016-17 di “Strade Maestre”, la stagione teatrale promossa da Koreja e realizzata con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Regione Puglia, e con il contributo del Comune di Lecce, venerdì 18 e sabato 19 novembre ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, in via Guido Dorso 70. Gli spettacoli sono in lingua italiana. Biglietto intero 15 euro, ridotto 8 euro (under 30 e over 60) e 12 euro (convenzioni). Info e prenotazioni: 0832.242000.

Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja
Le foto sono fornite dall’ufficio stampa dei Cantieri Teatrali Koreja

 

L’internazionalizzazione rappresenta da molti anni un punto fermo del progetto artistico di Koreja che, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne e con un occhio sempre attento alle problematiche sociali e alla diversità culturale, ospita “Cuore di Persia”, un progetto tutto al femminile sull’Iran Contemporaneo realizzato in collaborazione con Teatri di Vita (Bologna). Oggi la Persia è diventata Iran, un grande paese, carico di storia millenaria e di un’attualità dalla notevole vivacità culturale, in forte slancio internazionale, ma al tempo stesso frenata da un sistema pieno di vincoli. L’Iran Contemporaneo rivela una complessità dura da districare, dove si alternano fascino e rigetto. “E in questo Iran vogliamo guardare, dandogli la parola. Ascoltando gli artisti e cercando di capire. Senza dimenticare i punti nodali delle sfide attuali della società iraniana, senza pregiudizi di sorta, ma con la consueta curiosità volta a scoprire un mondo ben più complesso e più vicino di quel che si pensa”.

moj-theater-la-signora-5

Il Moj theater (Iran) sarà in scena venerdì 18 (ore 20.45) con “Madri, padri e figli”. La guerra e i conflitti, passando dalla Siria per arrivare alla terza generazione di migranti a Parigi. Un grande affresco attraverso la voce di diverse donne: una madre che ha perso tutto in un naufragio, una figlia che ritrova il padre dopo tanti anni dalla parte del nemico, una madre che cerca di convincere la figlia ad abbandonare la jihad… Lo spettacolo scritto e diretto da Arash Abbasi e interpretato da Sanam Naderi e generalmente da Ladan Mostofi (uno dei volti di punta del nuovo cinema iraniano). Ciò che ultimamente preoccupa Abbasi è la situazione disagiata dei profughi siriani Lui stesso afferma: “è un obbligo per noi che facciamo parte di quella zona, di quella terra, parlare di questa situazione” E poi aggiunge: “il nostro sguardo non è uno sguardo politico ma sociale.” Il teatro non è soltanto uno strumento per divertirsi. Fare teatro è un impegno molto preciso e ha un ruolo fondamentale nel contesto sociale in cui si vive. Testo e regia Arash Abbasi, con Daniela Scarpari, Sanam Naderi, scenografia e costumi Arash Abbasi, aiuto regista Hamed Shafiee.

Sabato 19 novembre (ore 20.45), Moj theater proporrà “La Signora”, dedicato a un tema attualissimo in Iran come in occidente. Lo spettacolo racconta la storia di una donna che si guadagna da vivere affittando il proprio utero alle famiglie che non possono avere dei figli. Una donna sui 40, incinta, ripone delle cose in una piccola valigia. Qualcuno bussa alla porta selvaggiamente. Le leggi del Corano vietano rapporti al di fuori del matrimonio, ed essendo lei una donna rispettosa della religione, utilizza il matrimonio temporaneo per sposare i mariti delle donne sterili per un breve periodo, e poter quindi concepire con loro dei figli. La Signora ha fatto nascere nove bambini in venti anni, ma proprio l’ultima volta che può rimanere incinta una coincidenza drammatica riapre vecchie ferite e conflitti. Ancora una volta la figura femminile è la cartina di tornasole di una complessità sociale in cui modernità e tradizione si fondono e confrontano. Testo e regia Arash Abbasi, con Sanam Naderi, scenografia Arash Abbasi, aiuto regista Ali Jenaban.

In entrambi i giorni di spettacolo (dalle ore 18.30), il foyer del teatro di via Dorso ospita “All About Me, Nicknamed Crown Giver”, mostra video-fotografica di Tahmineh Monzavi. Da sempre impegnata nella rappresentazione della condizione femminile, Monzavi affronta la centralità della donna, anzi la sua assolutezza, trasformando la figura femminile in figura regale, all’interno di ambienti in rovina: un contrasto potente che, attraverso l’allusione e la fascinazione evocativa dell’immagine, si impone per la sua capacità di raccontare un’intera società. Monzavi è tra le più importanti e significative rappresentanti della fotografia a livello mondiale. Ha ricevuto premi internazionali e ha realizzato mostre personali in Iran, Turchia, Olanda, Francia e Usa. Questa è la sua prima mostra in Italia.

La Francia ancora patria d’adozione del vignettista salentino Paolo Piccione

Il vignettista Paolo Piccione, per la 8^ volta ospite al Salon International du Dessin de Presse

brexit

La Francia continua ad essere patria d’adozione artistica del vignettista salentino Paolo Piccione, il quale per la 8^ volta è stato tra i protagonisti del 35° Salon International de la Caricature du Dessin de Presse et d’Humour di Saint Just Le Martel. L’evento, consolidato rendez-vous planetario delle più appuntite matite satiriche provenienti da ogni parte del mondo, si è tenuto durante il mese di ottobre. La kermesse – impreziosita dalla presenza di circa 150 disegnatori, da convegni ed eventi tematici – quest’anno ha registrato un numero di visitatori molto superiore alle precedenti edizioni, confermando la sensibilità e l’affetto dei francesi verso questa forma d’arte e di comunicazione. Anche quest’anno, dopo la strage di Charlie Hebdo, trattandosi di un evento a rischio terroristico, si è notata la presenza di un nutrito contingente di Gendarmerie.

statua-liberta_130-anni_fts

Quest’anno, Piccione, ha esposto quattro tavole: tre satiriche ed una illustrazione. Le prime tre hanno toccato i seguenti punti: le Paralimpiadi di Rio 2016, i 130 anni della Statua della Libertà e la Brexit. L’illustrazione, invece (ritraente il Palazzo dei Commendatori di Maruggio con i cavalieri di Malta e i Templari), è una tavola estratta da L’Acino e l’Oliva, favola illustrata delle Terre del Primitivo , progetto a cura di Paolo Piccione e Sisto Sammarco, finanziato dal GAL Terre del Primitivo.

calendario-associazione_sgura_2_fts

Tra gli altri artisti italiani presenti alla manifestazione vi erano Claudio Puglia (il quale, realizzando caricature tramite l’uso delle lettere del nome e cognome, rappresenta la massima espressione nazionale di “callicaturista”), Marilena Nardi (vignettista de Il Fatto Quotidiano) e Marzio Mariani (freelance). Un altro ospite italiano è stato il dott. Paolo Moretti, collezionista e presidente dell’Associazione Culturale Fondo Paolo Moretti per la Satira Politica.

Piccione, insieme agli altri vignettisti, si è esibito al cospetto del pubblico, realizzando vignette e caricature in estemporanea.

15_maruggio_palazzo-dei-commendatori_cavalieri

paolo-piccione

L’impianto di illuminazione della Cattedrale di Nardò in mostra a Parigi

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

 

Il “Salon du Patrimoine Culturel” di Parigi, importante evento in Europa, è senza dubbio, l’appuntamento annuale al quale non possono mancare i maggiori partner del settore quali professionisti coinvolti nel ripristino e conservazione del patrimonio tangibile e intangibile.

Ebanisti, orefici, restauratori di beni mobili, in vetro e dipinti, esperti artigiani del metallo e della pietra, gestori del patrimonio architettonico, associazioni dedite alla conservazione, autorità locali … circa 340 espositori tra francesi e stranieri si incontreranno nell’atmosfera accogliente del Carrousel du Louvre, in rue de Rivoli, prestigioso centro di relazioni nel cuore di Parigi.

Ogni anno il Salone pone l’attenzione su un tema specifico e l’edizione del 2016 sarà incentrata su “Progetti significativi dedicati al patrimonio culturale”.

Rappresenterà un’ottima occasione per svelare i luoghi d’arte e i lavori portati a termine dagli espositori presenti. La loro esperienza contribuisce alla salvaguardia del patrimonio culturale attraverso la rinascita di luoghi straordinari ed allo stesso tempo dei beni mobili ivi contenuti.

Quest’anno Studio AERREKAPPA S.R.L., Società di Ingegneria di Lecce, presenterà i propri lavori all’interno della collettiva di Assorestauro: oltre ai progetti realizzati e in corso di realizzazione in Italia e all’estero (Turchia e Cuba), avrà un ampio spazio il progetto dell’impianto di illuminazione a gestione domotica della Cattedrale Maria SS.ma Assunta di Nardò (Lecce), un lavoro delicato e complesso che ha richiesto un grande impegno ideativo e una grande attenzione nella fase esecutiva. L’obiettivo raggiunto di trasformare la Cattedrale in uno smart building è stato reso possibile dalla volontà congiunta dei progettisti, l’Arch. Cristina Caiulo e l’Ing. Stefano Pallara, e della Committenza, nella persona del Parroco Mons. Giuliano Santantonio, di sfruttare al meglio quanto di più innovativo ci offre oggi la tecnologia, nel pieno rispetto della sacralità e dell’incommensurabile valore artistico e architettonico dell’edificio.

Per scoprirne di più e iscriversi alla Newsletter del Salone, collegarsi al sito: www.patrimoineculturel.com, per scaricare il press kit.

Maggiori informazioni:

Carrousel du Louvre

99 rue de Rivoli

Paris – 1er arrondissement

www.patrimoineculturel.com

 

3 – 6 novembre 2016

  1. 10.00 – 19.00 (Domenica 10.00 – 18.00)

 

Biglietto di ingresso:                        11 €

gratuito per bambini sotto i 12 anni

ridotto: 5 € (studenti, gruppi con minimo 10 persone).

 

General introduction

The International Heritage Show, a Europe leading event, is no doubt, the annual appointment not to be missed by the major players of the sector, such as professionals involved in restoring and preserving built or not built, tangible or intangible heritage.

Cabinetmakers, goldsmiths, furniture, stained-glass or painting restorers, skilled metalworkers, stonemasons, built heritage suppliers, heritage preservation associations, local authorities … about 340 French and foreign exhibitors will meet in the cozy atmosphere of the Carrousel du Louvre, a prestigious venue located in the heart of Paris.

During 4 days, this event will be the major and unique place for exchange and business appointments of the sector. There will be many opportunities to make new contacts with a large number of trendsetters, seeking to establish new business relationships. Among them, there will be sector professionals, property owners but also connoisseurs and enthusiast visitors.

Every year, the show focuses on a specific topic and the 2016 edition will be focusing on the remarkable cultural heritage projects.

This will represent a great opportunity to unveil the sites and works carried out by the exhibitors. Their expertise contributes to the safeguarding of cultural heritage, through the restoration of exceptional sites, as well as of movable heritage.

Find out more and subscribe to the newsletter of the show on www.patrimoineculturel.com

Useful information:

Carrousel du Louvre, 99 rue de Rivoli, Paris 1st district (1er arrondissement)

3-6 November 2016, 10 a.m. – 19 p.m. (Sunday 10 a.m. – 18 p.m.)

General admission: 11 € – Reduced rate: 5 € (students, groups of 10 people or more) – Free for children under 12.

www.patrimoineculturel.com

 

Libri| Litanie dell’acqua

liyanie

Dell’acqua che scava, dell’acqua che spezza, dell’acqua che sazia…della lotta e del simbolo nella poesia di Daniela Liviello

 

di Stefano Donno

 

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare la poesia di Daniela Liviello già in un volume edito da Manni e dal titolo “Il rovescio delle foglie”. Classe 1955, nasce a Taviano ma vive per molti anni in Lombardia, sentendo costantemente nel trascorrere del Tempo il richiamo della sua terra, il Salento, terra madre ancestrale, magica, archetipica, oscena ed obliqua, che con le sue seduzioni lascia nella poetessa un non so che di amaro, relegando la sua nostalgia in una dimensione narcotica di desiderio e abbandono, per un ritorno forse impossibile, ma decisamente sentito per ogni suo centimetro di pelle. La poesia della Liviello ti rimane impressa e non puoi dimenticarla, non ne puoi fare a meno, se sai di cosa stai parlando, se conosci tutto quel retroterra simbolico, poetico, di cui si è nutrita e che fa parte di una memoria collettiva lirica che appartiene non a un sud del sud del mondo generico, no…tutt’altro! Esso è l’esplodere ritmico del veleno della ragna tarantolante e del mare di Idrusa, è l’avvelenata di Antonio Verri che s’aggrappa tenace al sogno del “fate fogli di poesia poeti…”, della rabbia demonicamente barocca di una Claudia Ruggeri, di un odio benevolo di un immenso Salvatore Toma verso la creaturalità bestiale e blasfema che si annida nelle notti di luna piena sulle scogliere di Badisco, sulle menzogne dei vicoli e delle chiese di Lecce. Questa poetessa i suoi versi li scrive col sangue, questa poetessa sa gestire con garbo le bizze della nostalgia vigliacca che colpisce alla schiena, gioca con furia dolente al mortale piacere della Poesia, di quella che si fa a muso duro, cha sa quanto sia splendido un poeta che non balbetti e che sicuro s’aggiusta le vesti sul palco della vita, e comincia a dirla tutta, scegliendo le parole, misurando le pause, perché nulla sfugga di ciò che bisogna dire, di quanto occorra fornire sul piatto della bilancia, prima che il Destino chieda il conto, senza porsi il problema se salato o meno. Dunque Daniela Liviello a oggi sembrava aver scelto quella purezza della scrittura incarnantesi nello spazio invisibile dell’oblio e dell’inconscio, quasi che fosse ancora aperta la “battuta di caccia” verso un percorso identitario, non perché lacunosamente mancante, ma perché per stessa consistenza dell’oblio impossibile a definirsi. Potrebbe forse trattarsi di una strizzata d’occhi a Freud, ma gli psicologismi della metrica, è bene lasciarli ai salotti. Questo offriva un tempo la poetessa. Ora in un distillato per versi Daniela Liviello presenta al lettore una preziosa raccolta dal titolo “Litanie dell’acqua”. E non perde tempo a gridare con fierezza le sue radici, non perché si senta così lontana dalla sua terra

 

 

 

da sembrare addirittura straniera in patria, anzi è una questione di sangue che ribolle e schiuma: “Sono nata qui//sulla pietra in fondo alla via//sul ramo più alto di gelso//maturo//o sulla foglia d’ulivo in mezzo ad un campo//e nel vicolo stretto//che porta alla croce//all’incrocio fuori dal centro//in mezzo alla piazza più grande//nel cortile tra gerani//canzoni//sui gradini della chiesa più vecchia//sul campanile di quella abbattuta//sul fiore di cappero//appeso al muretto//sul filo pesante di panni che asciugano//”. Detta così sembrerebbe un affresco degno di una cartolina, di una foto ricordo. Non è un caso che precedentemente si sia parlato di una poesia che guarda alla tradizione antropica del Salento in maniera precisa, che respira e rende la costellazione di senso dei contesti a queste latitudini in maniera magistrale, perché lo fa con la stessa dignità di un canto di lotta, di emancipazione, di oltrepassamento dal metallo vile all’oro. Insomma un salto di paradigma. Già perché sui gradini della chiesa più vecchia nel cortile tra i gerani, c’é il lavoro etno-antropologico di Ernesto de Martino, e il verso oblungo di Vittorio Bodini. Il Bodini che canta il suo sud, quello della Liviello, il nostro, estremo lembo di terra dove la luce o acceca o succhia vitalità. Ma questa poetessa si lascia alle spalle Bodini, e tutti gli altri, si lascia alle spalle persino Rina Durante e Flora Russo, quasi a voler sottolineare che siano gli altri a dire se ne vale la pena o no resistere alla calura di queste latitudini. Perché nel torpore dell’immemorialità, nel caldo della dimenticanza, forse una via di fuga, una scappatoia, per quanto angusta e difficile possa essere, sta nel fatto che prima o poi il mare lo si incontra, o meglio lo si affronta. L’esito dipende da quanta voglia di vivere scorra in corpo, perché la posta in gioco è alta, ma il premio enorme: “La fortuna di essere nati vicino al mare//è pietra che affiora//nel terreno spietrato//. Ostinazione://sentirmi congiunta al tutto.// Come la macchia qui intorno//inerpicata nella lieve salita//mediterranea//poi discesa a toccare l’acqua//nel motore spento della mia generazione//”. E ancora:”Qui ci sono voci d’acqua//e scivolano piano://sarà il fiato della sera//o la nera linfa del giorno//che si spegne//nell’ora che tentenna dubbia//e incerta.// Se la notte intanto incardina//origlio ombre del dormiveglia//accudita da nebbiose forme//dell’andare incontro a qualcuno//che mi chiama.// Voci d’acqua scivolano piano//a tratti// un canto scorre.// […]”. La poesia di Daniela Liviello non si nutre di finezze o sfarzi nella scelta del ritmo, si basa più che altro su un’attenta calibratura del respiro, che pare tanto naturale da accordarsi repentino al battere d’un cuore indomito, mai pago di desiderio e passione. Non ci troviamo dinanzi all’elencazione pedissequa di stati d’animo che s’ingrigiscono col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, e che ammazzano, soffocano, uccidono la gioia, uccidono la voglia di creare e ri-crearsi. La poesia di Daniela Liviello non si nutre di bagliori, lei trasforma i bagliori in temporali, la

 

 

 

poesia di Daniela Liviello è luminosità incandescente, fatale, sacra difficile da dimenticare, difficile da perdonare!

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi e testi di narrativa sono apparsi su riviste e lavori collettanei; sue poesie sono state pubblicate nell’antologia alchimie poetiche tra memoria e sogno ( Pagine )

e dalla rivista internazionale <poeti e poesia>

Per Piero Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e

Il rovescio delle foglie. E’ presente nelle antologie poetiche Parole Sante 2015-2016 per Kurumuny edizioni e nell’antologia A sud del sud dei santi per LietoColle edizioni, che raccoglie la poesia pugliese più rappresentativa degli ultimi cento anni. Le sue prime raccolte sono state recensite su Poesia, rivista di Nicola Crocetti, dal critico Fabio Simonelli e da L’immaginazione, rivista di letteratura diretta da Anna Grazia Doria.

Il suo ultimo lavoro è Litanie dell’acqua per LietoColle edizioni.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com