Luigi Maria Personè (1902-2004): la leggerezza della letteratura

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

 

Cosimo Rizzo, Luigi Maria Personè (1902-2004): la leggerezza della letteratura

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno VI, n° 8, 2019, pp. 111-117.

 

ITALIANO

Lo studio prende in esame rapidamente l’attività critica, saggistica, narrativa, i contatti con i grandi personaggi della cultura, dello spettacolo e della politica del Novecento di Luigi Maria Personè, personalità di alta caratura morale e di vasti orizzonti letterari, storici e artistici. Viene riservata particolare attenzione alle sue ultime pubblicazioni in cui spiccano posizioni critiche nei confronti della modernità e di un mondo sempre più meccanizzato.

 

ENGLISH

The study takes into consideration the critical activity, the literary production as well as the relations with emblematic figures in culture, politics and entertainment of the twentieth century of Luigi Maria Personè, a personality with a high moral and a great understanding of literature, history and art. A great attention

is given to his last publications, characterized by brilliant critical positions towards modern times and a more and more automatic world.

 

Keyword

Cosimo Rizzo, Luigi Maria Personè, Amore e Morte, Una vita raccontata da un centenario

 

Un commento a Luigi Maria Personè (1902-2004): la leggerezza della letteratura

  1. Doc.: L’archivio scomparso di Luigi Maria Personè *

    Questa è una storia di disastri bancari, di archivi scomparsi, di eminenze da prima Repubblica e di silenzi. Non credo in molti ricordino Luigi Maria Personè. Era nato nel 1902 a Nardò, in Puglia: la famiglia di antica nobiltà, e in particolare il monaldiano padre, vengono descritti nel racconto autobiografico Rosso di mattina (1982). Studiò a Bologna e poi a Firenze, dove si laureò nel 1923 all’Istituto di Studi Superiori (ancora non era università); e da Firenze, l’“Atene d’Italia” come era chiamata al tempo in cui contava qualcosa, non se ne andò più: per trent’anni insegnò al conservatorio Cherubini, e prima ancora al liceo Dante e al Cicognini di Prato.

    Fu un conferenziere apprezzato, anche all’estero, e poi un critico letterario (Lo spirito di Antonio Fogazzaro, 1961; Scrittori italiani moderni e contemporanei, 1968), d’arte (Pittori toscani del Novecento, 1952), di teatro (Il teatro italiano della Belle Epoque, 1972), nonché narratore nel genere di quella che oggi viene chiamata non-fiction (Il demonio muto, 1993). Ma soprattutto fu un prolifico ed eclettico giornalista da terza pagina. Non c’è quasi quotidiano su cui non abbia scritto: il “Popolo d’Italia”, “La Stampa”, il “Corriere della Sera”, “La Nazione”, “Il Resto del Carlino”, il “Mattino”, il “Piccolo”, e fino a pochi giorni prima di morire, a ben 102 anni, “L’Osservatore Romano” (perché fu cattolico osservante, e vicino ai potenti).

    La sua vena migliore è quella del memorialista. Aveva una vera e propria frenesia di conoscere (“collezionare”, è stato detto) i personaggi più notevoli della sua epoca, scrittori, politici, uomini e donne di teatro, senza fare troppo conto delle qualità assolute e delle idee relative, ma badando solo a che fossero famosi e che avessero, come diceva, una “scintilla”: riusciva immancabilmente a farsi accogliere nei loro salotti o a incontrarli in qualche modo, e da queste frequentazioni distillava elzeviri brillanti, in una lingua che in cent’anni sembra non cambi mai, piacevole perché nitida e leggera, con poca retorica, soprattutto per la media degli anni in cui si era formato. Gli piaceva l’aneddoto signorile, mai volgare, raccontato con la sprezzatura e il disincanto di chi osserva e descrive fatti e vicende umane un po’ dall’alto, ma con simpatia umana, senza giudicare. Il suo sguardo è quello del mondano aristocratico: amante del teatro, considerava, si può dire, la vita stessa uno spettacolo al quale voleva assistere dalle prime file, accontentandosi della superficie, come se alla fine contasse solo quella (ed era del resto equanime: anche di sé stesso, alla pari degli altri, faceva un oggetto di osservazione curiosa e distaccata). La sua produzione è tutta nel segno della frammentarietà; però alla fine, da questa messe di articoli (vantava di averne scritti cinquemila) si ricompone una fenomenologia della borghesia intellettuale specialmente italiana non disprezzabile, e qualcosa rimane [….] *

    * Cfr. Dino Baldi, “L’archivio scomparso di Luigi Maria Personè” (ripresa parziale da “Nazione Indiana” del 12.05.2019: https://www.nazioneindiana.com/2019/05/12/larchivio-scomparso-di-luigi-maria-persone/).

    Federico La Sala

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