Spigolature natalizie

di Paolo Vincenti

Simbolo di felicità, il vischio è considerato un portafortuna. Secondo una tradizione di origine anglosassone, baciandosi sotto il vischio ci si sposerà entro l’anno seguente.

Il vischio era considerato una pianta apportatrice di fecondità, dato che le sue bacche schiacciate davano un liquido molto simile al seme umano.

I Druidi, i sacerdoti degli antichi Celti, consideravano questa pianta sacra perché le attribuivano particolari virtù come quella di allontanare le epidemie. Questa  pianta veniva recisa dall’albero su cui nasceva con una solenne cerimonia che si svolgeva, secondo il racconto di Plinio il Vecchio, il sesto giorno della luna e veniva tagliata con un falcetto d’oro. Questo utensile univa in se le opposte energie solari (l’oro è infatti un metallo legato al sole) e lunari (la falce ha la forma di una mezzaluna), ed era quindi simbolo della riunione dei due principi, maschile e solare con quello femminile e lunare.

Il  vischio è considerato come una panacea di tutti i mali poiché esso cresce sui rami degli alberi e non ha quindi contatti con la terra. Virgilio, nell’Eneide, lo cita per le sue virtù magiche.

Il Vangelo apocrifo Armeno assegna loro i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre Una antica consuetudine era anche quella di preparare le focare cioè accendere dei fuochi ai crocicchi delle strade del paese ai quali si dava fuoco la vigilia di Natale.

La famosa “stella di Natale”, che da secoli si lega agli allestimenti tipici del Natale, nasce dal regalo di un bimbo. Narra la leggenda che il 25 dicembre di un anno imprecisato,  un bimbo povero entrò in una chiesa per offrire un dono a Gesù nel giorno della sua nascita. Si trattava di un esile mazzo di frasche ed il bimbo, triste e vergognoso per il suo magro regalo, cominciò a piangere. Ma le sue lacrime, che bagnavano quei ramoscelli, li resero ben presto il fiore più rosso e bello che il bimbo avesse mai visto.

Il ceppo di Natale, generalmente di quercia, veniva acceso la notte di Natale dal capofamiglia. Si pensava che fosse di buon auspicio e anche le ceneri venivano conservate in quanto rimedi contro le malattie e le calamità. Ma ancora altri poteri venivano attribuiti al ceppo: per esempio, le sue ceneri venivano sparse per le campagne per renderle più fertili, oppure si traevano presagi dalle sue scintille e si credeva che sarebbero nati tanti capretti quante fossero le scintille saltate fuori dal fuoco.

E proprio dal rito pagano del ceppo, deriva la tradizione cristiana dell’albero di Natale.

La consuetudine di scambiarsi i doni deriva dagli antichi romani, i quali si scambiavano le “strenne”, alle calende di Gennaio, come augurio di abbondanza e prosperità per l’anno nuovo. Queste strenne erano dei rami sacri di un albero, generalmente un alloro o un ulivo, raccolti nel bosco consacrato alla Dea Strenia, da cui il nome “strenna”. Il cenone della vigilia di Natale ha un carattere purificatorio e molte delizie che allietano questa cena o anche il pranzo di Natale hanno un valore simbolico: per esempio, il torrone ed i dolci fatti con mandorle e nocciole si credeva, in passato, che avrebbero garantito la nascita della prole e la fecondità della terra; così l’uva passa dei panettoni è augurio di ricchezza, proprio come le lenticchie mangiate il primo dell’anno.

Il colore rosso, colore natalizio per eccellenza, è anch’esso ritenuto portatore di fortuna.

Anche l’agrifoglio e il pungitopo sono considerate piante portafortuna, buon auspicio di abbondanza e fecondità per il nuovo anno che inizia.

Il ginepro: la leggenda vuole che da questi rami venne ricavata la croce di Gesù ed allora la tradizione cristiana ha attribuito al ginepro un potere di purificazione dei peccati.Simboli del Natale sono anche l’arancia, frutto invernale, dal colore rosso prettamente natalizio, e la melagrana che simboleggia la rigenerazione della terra e quindi la resurrezione di Cristo e la rigenerazione dell’umanità dal peccato.

A tavola, tra le tradizioni natalizie, ve ne sono di prettamente salentine ed altre più genericamente italiane.

 

pìttule durante la frittura

Fra le tradizioni salentine, una delle specialità più note sono le pìttule. La leggenda vuole che, in provincia di Lecce, una donna, dopo aver impastato la farina per fare il pane e averla messa a lievitare, venne chiamata da una vicina di casa. Le donne non si vedevano da diversi giorni e si misero a chiacchierare così fittamente che non si accorsero del tempo che passava. Quando la massaia tornò a casa, si accorse che la pasta messa a lievitare si era accresciuta oltre misura e non poteva essere utilizzata per il pane; allora, per non sprecare l’impasto, pensò di fare un esperimento e spezzettò la pasta in tante formine uguali e le mise a friggere. Vennero fuori delle frittelle gustosissime che vennero assaggiate da tutto il vicinato. Nacquero così, dall’errore di quella massaia, le pìttule, che vennero poi conosciute e apprezzate in tutto il Salento e oltre.

Tra le tradizioni importate, quella del panettone, del pandoro e del torrone. Non si conoscono con precisione le origini del panettone: secondo Ludovico Antonio Muratori, scrittore del XVII secolo, il panettone era già presente in Lombardia nell’anno Mille. Era una specie di pane che per Natale il capofamiglia intingeva nel vino, in memoria del sangue di Cristo; ne mangiava un po’ e offriva il resto ai presenti. I pani, anzi, erano tre, a simboleggiare la Santissima Trinità. Il passaggio da questo grosso pane al panettone vero e proprio si può forse attribuire, nel Quattrocento, ad un certo Toni, garzone della corte di BernabòVisconti (da cui “pan de Toni”). Secondo altri, questo dolce sarebbe nato nella panetteria Della Grazia, a Milano, ai tempi di Ludovico il Moro, e si sarebbe chiamato Toni il panettiere che ne fu l’artefice, e che diede al dolce la tipica forma del Duomo di Milano. La sua preparazione artigianale è molto laboriosa e richiede un impasto a base di farina, acqua, lievito, uova, zucchero, burro, uvetta, scorze di arancia e di cedro candite. Se il panettone tipicamente lombardo è morbido e alto, quello piemontese, altrettanto tradizionale, sebbene di più recente creazione, è invece basso e ricoperto di glassa, ottenuta miscelando nocciole piemontesi, albume d’uovo, zucchero a velo e bacche di vaniglia. Questo strano ma ottimo impasto ebbe tanto successo che, nel Settecento, travalicò i confini dell’Italia, diffondendosi in tutta Europa.

Il pandoro, invece, è nato nel Veneto, nel Cinquecento, ed era un dolce consumato dalle classi nobiliari; infatti, era un dolce di forma conica, ricoperto da uno strato di foglie d’oro, da cui il suo nome “Pan de oro”. La sua origine viene da un antico dolce veneto, a forma di stella, che i veronesi consumavano a Natale, il “nadalin”, di cui il pandoro conserva ancora oggi la forma di stella. Secondo un’altra tesi, però, questo dolce sarebbe nato nel 700-800, alla corte degli Asburgo: infatti, i pasticceri veronesi si recavano alla corte austriaca per apprendere le tecniche di lavorazione del Pane di Vienna e, nel tentativo di riprodurlo, venne fuori il pandoro.

L’origine del torrone, invece, risale agli antichi romani che amavano delle speciali focacce chiamate “turundae”, ottenute impastando miele, pinoli e noci. Ma il torrone come lo conosciamo oggi  venne propriamente inventato a Cremona, nel 1441, in occasione del sontuoso banchetto di nozze di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. In quella occasione, fu offerto a tutta la città questo dolce speciale fatto con albume d’uovo, miele e mandorle, dalla forma del Torrazzo di  Cremona, da cui prese il nome di “torrone.  Nell’Ottocento, esso divenne molto popolare e drogherie e farmacie lo producevano artigianalmente.

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