La maggiorana (lu zzànzicu)

di Armando Polito

immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Starr_070906-8857_Origanum_majorana.jpg?uselang=it

nome italiano: maggiorana

nome scientifico: Origanum maiorana L.

famiglia: Lamiaceae

nome dialettale neretino: zzànzicu

Etimologie: quella della voce italiana è incerta, per i più probabilmente è da connettere al nome latino (amàracus o amàracum), che è da quello greco (amàrakos o amàrakon).1 Lo stesso dicasi per la seconda parte (maiorana) del nome scientifico, la cui prima parte (origanum) è dal greco orìganos=origano. Zzànzicu è dal greco sàmpsucon (o sàmpsychon), altro nome, oltre a ad amàrakos o amàrakon, della maggiorana. Il nome della famiglia (Lamiaceae) è forma aggettivale di lamium, varietà di ortica di cui parla Plinio2 (I° secolo d. C.).

E proprio dal naturalista latino inizia, come di consueto, la carrellata delle testimonianze antiche: “… è lodato quello (l’unguento) di amaraco a Coo; poi lì fu preferito quello di martora.”3; “Il medico Diocle e i Siciliani chiamarono amaraco quello che in Egitto e Siria si chiama sampsuco. Si riproduce in entrambi i modi, per seme e per ramo, è più longevo delle piante citate prima e

Toponomastica/ Li ‘mpistàti: un caso simile a via Scapigliari?

di Armando Polito

Li ‘mpistati (gli impestati) fino a qualche anno fa era il nome di una località periferica di Nardò, adibita in passato a lazzaretto. Oggi è una via, sia pure periferica, e sulla tabella viaria si legge via S. Gregorio Armeno e, sotto, in caratteri più piccoli, già via Impestati; è un altro esempio (diverso nella procedura, ma analogo nella motivazione psicologica iniziale e negli effetti finali, dopo quello di via Scapigliari di cui ho parlato nel post La scapece e una, forse indebita, illazione toponomatica del 18 u. s.; l’assenza di qualsiasi replica mi autorizza

Ancora una volta la potenza creativa del dialetto salentino!

Un’insospettabile parentela: fricìre, frìzzulu, ‘nfrizzulàre e ‘nfrizzulisciàre

di Armando Polito

Ad essere sincero l’insospettabile del titolo anche a un non addetto ai lavori potrebbe sembrare poco discutibile, relativamente alla prima voce rispetto alle altre tre, per i modesti dettagli fonetici in comune (in pratica fri-) e per agganci semantici che, almeno a prima vista, non sono immediati.

Partiamo da quello che si rivelerà essere il capostipite: fricìre. Esso ha il suo omologo italiano in friggere, che è dal latino frìgere (superfluo far notare che si tratta di una radice onomatopeica). La forma dialettale ha comportato un normalissimo passaggio alla quarta coniugazione e relativo spostamento dell’accento (come in liggìre, italiano lèggere, latino lègere).1

Passiamo a frìzzulu che a Nardò indica le briciole della crosta del pane (in altre zone pezzetti di pane fritto) e, al plurale (li frìzzuli), le olive avvizzite e cadute. Prima di passare alla sua etimologia, per rendere di più immediata

Da Tricase a Civita Castellana: il racconto di Lutgarda Turco / Quarta ed ultima parte

LUTGARDA TURCO, LA PIETRA E IL PESCATORE

La costa di Tricase si estende per otto chilometri, con numerose grotte che il mare ha sapientemente scavato nei secoli tra le scogliere. Per raggiungerle si accede solo con le barche, il loro interno pullula di pipistrelli e colombi selvatici che vengono a nidificare.

La marina principale è quella di Tricase Porto. C’è la certezza che il porto, essendo un’insenatura naturale, esista da sempre. Per la sua bellezza, i signorotti del paese vi costruivano le loro ville in stile liberty, mimetizzate tra una magnifica e lussureggiante vegetazione. Il pittoresco porticciolo è incastonato tra le scogliere che finiscono a strapiombo nel mare limpido e azzurro, una vera medicina dell’anima.

Arrivata a Tricase, nonostante siano trascorsi tanti anni, mi sono ben ricordata della mia casa in Via della Carità: come avrei potuto dimenticarla? È là che ho visto la luce! Dalla strada si entrava in un grande cortile dove noi più piccoli giocavamo a campana e alle signore[1], oppure ci raccontavamo storie fantasiose. Dal cortile si accedeva all’abitazione, una stanza grande con annessa cucina e un camino al centro; dalle scale si accedeva al piano superiore con camera e bagno. Al di sopra, una grande terrazza dove in grandi vasi mia madre coltivava basilico, prezzemolo, rosmarino e peperoncini piccanti, detti da noi tiaulicchi, piccoli diavoli. Dalla terrazza si scopriva parte del centro storico, i giardini con le piante di limoni e arance, le piazze, i monumenti e le chiese. Nelle serate d’estate, quando la gente usciva per la passeggiata, si poteva udire il chiacchiericcio, quasi fosse una melodia, salire fin sulla terrazza. Ricordo anche quando insieme a mia sorella passavamo interi pomeriggi a giocare con le bambole di pezza che confezionavano le sorelle più grandi.

Ricordando tutto questo, a stento potetti trattenere le lacrime e il pensiero corse ai miei genitori e alla loro sofferenza nel lasciare la casa costruita con tanti sacrifici. Nel fare il giro del mio paese, mi fermai nella piazza principale dove delle persone sedute sulle panchine chiacchieravano del più e del meno e

Libri/ Quei ragazzi casa chiesa e pallone

Il Laboratorio Urbano THE FACTORY
invita a

THE FACTORY- book 2011
“I libri raccontano storie che non finiscono con loro…”

Venerdì 3 giugno 2011
ore 19:30

Laboratorio Urbano THE FACTORY
via Roma – Ex Casa Municipale – Palagianello (Ta)

con

CLAUDIO FRASCELLA

QUEI RAGAZZI CASA CHIESA E PALLONE
Scorpione Editrice

 

Venerdì 3 giugno alle 19.30, per la rassegna THE FACTORY-book 2011 ”I libri raccontano storie che non finiscono con loro…” presso il Laboratorio Urbano THE FACTORY di Palagianello, in via Roma (Ex Casa Municipale), si svolgerà la presentazione del volume “Quei ragazzi casa chiesa e pallone” di Claudio Frascella pubblicato da Scorpione Editrice (prefazione di Luigi Garlando, inviato della Gazzetta dello Sport).


“QUEI RAGAZZI CASA CHIESA E PALLONE”

Piccole storie quotidiane in una Taranto che non c’è più. Vittoriano, Pino, Franco e Claudio, quattro ragazzi inseparabili, ognuno con un carattere già ben definito, hanno nella mente e in ordine sparso: gli esami di quinta elementare, le

Dal clima, alle vicende politiche e ai prezzi: effemeride della quotidianità

di Rocco Boccadamo

L’estate è alle porte, lo scirocco e l’afa mordono, sfiancano, generano fastidio.

In siffatto contesto meteo – climatico, s’innesta, per di più, l’affanno al seguito di avvenimenti e scadenze altrettanto defatiganti, quali elezioni, ballottaggi, referendum: da parte della folta casta di sacerdoti e bramini addetti ai riti della politica, si sostiene che trattasi di momenti di alta e pura democrazia, da viversi senza se e senza ma, sermoni, invero, che suonano poco convincenti. Al di là, a prescindere dalla pletora di formazioni politiche e/o partitiche, di movimenti e di orientamenti, dai simboli e dai proclami che sembrano assicurare paradisi terrestri a ogni piè sospinto, sembra che sia giunta la stagione in cui, pur con gli occhi doverosamente rivolti al presente e soprattutto al futuro, è necessario guardarsi dentro, riandare alle essenze positive delle generazioni passate, alle pietre miliari solide che segnavano rapporti, dimensioni, misure, equilibri, in ogni campo.

Già, perché, ormai da lunga pezza, si ha la sensazione che numeri, valori e beni siano finiti in una sorta d’impazzimento senza regole e ragioni, in giro si capisce poco e niente.

Qualche spigolatura esemplificativa. Sulle vetrine di un elegante bar vicino casa, è stato da poco affisso un cartello, dal contenuto secco ma indicativo “NO self service!!! Ai tavoli, vi serviamo noi!!!” . Dice il gestore, qualche avventore ci marciava, al banco, il caffè si paga 70 centesimi, per chi lo desidera sorbire comodamente seduto ai tavolini fuori, il prezzo è invece di un euro.

Ma, prodotto e opzioni simili, a Roma, l’ordine delle cifre è di 95 centesimi /un

Parabita e lotte contadine del Sud

STORIE INTERROTTE, MEMORIE DIMENTICATE  … A PARABITA

 

di Paolo Vincenti

“Storie interrotte. La memoria dimenticata. Giuseppe Di Vittorio e l’eccidio di Parabita”. Di questo si è parlato nella casa comunale di Parabita, nel convegno organizzato dal locale Istituto Statale D’Arte “E.Giannelli” in collaborazione con l’Archivio Storico Parabitano. In quella sede, è stato presentato al pubblico un interessante lavoro portato a termine dalla Scuola D’Arte nell’ambito del progetto “La scuola per lo Sviluppo” (Programma operativo nazionale).

Il lavoro di cui trattasi è un prodotto multimediale, destinato a scuole, docenti, studiosi e a tutti gli appassionati di storia patria, vale a dire un dvd nel quale il grande meridionalista Giuseppe Di Vittorio, indimenticato leader della CGIL nazionale degli anni Quaranta-Cinquanta, interpretato da un sorprendente Aldo D’Antico, qui anche nelle vesti di attore, ripercorre con la memoria gli anni del proprio impegno politico e sindacale e quindi un pezzo importantissimo della

Libri/ L’organo dell’Annunziata in Casarano

C’E’ ANCHE UN PO’ DI PARABITA NEL SUONO DEL RINATO ORGANO DELLA CHIESA MATRICE DI CASARANO
 

 

di Paolo Vincenti

In occasione del restauro dell’organo della chiesa Matrice di Casarano, avvenuto alcuni anni fa, fu pubblicato, dalla Edit Santoro, L’Organo di Maria SS.Annunziata in Casarano. Storia e restauro (2007. ) In quel maggio, infatti, furono presentati i lavori di restauro eseguiti sul settecentesco organo della città di San Giovanni e del Crocefisso a tutti i fedeli casaranesi che, alla presenza delle autorità civili e religiose, hanno potuto nuovamente godere del suono del rinato strumento musicale.

Il libro vuol testimoniare  questo momento così importante,  non solo per la comunità di Casarano, che si stringe intorno alla propria chiesa Matrice ed al  parroco, Don Agostino Bove, ma anche  per gli  studiosi e gli appassionati di tutto il Salento e non solo,  perché un pezzo significativo della storia sacra e  musicale della nostra terra viene restituito al suo splendore dopo lungo tempo. 

Nel libro, affidato alle cure di Elsa Martinelli, non solo esperta musicologa, ma anche casaranese di origine, dopo le “Presentazioni” del parrocco Don Agostino Bove, principale promotore dell’avvenuto intervento, del Presidente della Provincia di Lecce, Giovanni Pellegrino, e del Consigliere provinciale Claudio Casciaro, troviamo un saggio di Riccardo Lorenzini, artefice del

SALENTO, LU SULE LU MARE E L’INQUINAMENTO!

Le mine antiuomo che costellano il Salento

 

di Pier Paolo Tarsi

Il Salento è colmo e costellato ovunque di maledette mine antiuomo. Non ci credete, lo so, eppure è proprio così! Pensate forse che queste infernali trappole siano problemi non riguardanti noi abitanti del mondo “opulento”? Siete forse convinti che il nostro non sia un territorio di guerra? Sbagliato, tutto sbagliato! Non c’è in realtà posto al mondo in cui non vi sia una guerra in corso, poiché anche laddove si siano deposti i fucili e le divise, le guerre si devono condurre contro nemici ben più terribili di ogni esercito armato: uno di questi è l’ignoranza.

Grazie a questo mostro ognuno di noi è circondato da un numero incalcolabile di mine, pronte a scoppiare non una ma infinite volte, ovunque e per secoli, finché non si provvederà. Il problema riguarda TUTTI, nessuno escluso: nella vostra stanza da letto, nel vostro salone, nella vostra cucina, nelle lenzuola di vostro figlio, nel piatto in cui mangiate, nei panni che stendete al sole, ovunque si può nascondere una letale mina antiuomo. Se non avete ancora compreso di cosa sto parlando, basta semplicemente uscire di casa, fare due passi verso una qualunque periferia dei nostri comuni ed eccole là, quasi sempre, le trappole antiuomo, sul ciglio della strada, visibili a tutti: cumuli di amianto nella forma di Eternit, micidiale amianto abbandonato ad ogni angolo delle nostre campagne, in ogni sentiero, tra gli alberi, tra i cespugli, tra le pietre. Non scandalizzano più nessuno questi cumuli di morte. Forse ci siamo persino assuefatti a incontrarli nel corso delle nostre passeggiate primaverili, quasi fossero ormai elementi caratteristici del paesaggio tanto quanto gli ulivi, i fichi d’india, i fiori spontanei,  i muretti a secco…

Ma è davvero tanto pericoloso l’amianto? Non è forse esagerato ed allarmistico il paragone con le infami mine antiuomo? Per rispondere a queste domande bastano pochi dati scientifici su cui ragionare.

1) Lo IARC (International Agency for Research on Cancer), agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) cui spetta il compito di classificazione del rischio relativo ai tumori di agenti chimici e fisici,  include

SULU di Dario Muci

 

Centro servizi culturali e bibliotecari | Kurumuny | Anima Mundi
nell’ambito della rassegna Il maggio dei libri
 
organizzano
 
Giovedì 26 Maggio ore 19,30
Chiostro dei Carmelitani Nardò
Presentazione del libro con cd audio
SULU di Dario Muci
 

 
Dario Muci si fa cantastorie e usa la voce e il canto, strumento di socializzazione riconosciuto della tradizione orale salentina, per raccontare gli scenari in cui versa il Sud, le condizioni dei migranti, il razzismo e l’intolleranza, il peso delle politiche ingiuste nella distribuzione della ricchezza e delle risorse.
Con una voce che si fa dolce, rabbiosa, ironica, Dario narra storie senza nostalgie, senza rimpianti, in fuga da ogni luogo comune del folklore e dedica il suo canto a chi è partito per fame o per sogni mancati.
 

Erbe infestanti. La cramègna (la gramigna)

di Armando Polito

nome italiano: gramigna

nome scientifico: Cynodon dactylon (L.) Pers.

famiglia: Poaceae

Il nome dialettale e quello italiano sono dall’aggettivo latino femminile gramìnea(m)1=di erba, da gramen=erba. Cýnodon è un aggettivo che significa con denti di cane, modellato alla greca sul sostantivo greco kynòdus=dente canino, formato a sua volta da kyon=cane e odùs=dente; dactylon è dal greco dàktylos=dito2. Poàceae è forma aggettivale latina moderna dal greco poa=erba

È l’infestante più nota, diffusa e temuta sul globo; eppure, paradossalmente ha dato vita al nome della famiglia (Graminaceae) dell’essenza alimentare per eccellenza: il grano.

Nel mondo greco quest’erba era nota col nome di àgrostis3, da agròstes=selvatico, a sua volta da agròs=campo.

Per quello romano ecco la testimonianza di Plinio(I° secolo d. C.): “Proprio la gramigna è conosciutissima tra le erbe. Serpeggia con i suoi internodi a forma di ginocchio e frequentemente da essi e dalle punte sparge nuove radici. Le sue foglie nel resto del mondo assottigliandosi terminano a punta, solo sul Parnaso hanno l’aspetto di quelle dell’edera, più folte che altrove, dal fiore candido e profumato. Non c’è erba più gradita di questa agli animali, sia verde, sia seccata come foraggio purché sia data dopo averla spruzzata di acqua. Dicono pure che il succo si estrae da quella del Parnaso per la sua abbondanza. Esso è dolce. Nel resto del mondo al posto del succo si usa il decotto per cicatrizzare le ferite, al che è utile anche l’erba pesta e preserva le piaghe dall’infiammazione. Al decotto si aggiunge vino e miele, altri vi aggiungono pure un terzo di incenso,

Libri/ Architetture nel paesaggio

di Paolo Vincenti

 

Architetture nel paesaggio. Argomenti per un recupero ambientale di un’area del Salento (Martignano, Parabita 2002) è un volume, a cura di Cosimo Caroppo e Walter De Santis, edito dal Crsec Distrettuale Le/48 di Gallipoli.  Al libro, pubblicato con il patrocinio della Regione Puglia e dell’Ordine degli architetti della Provincia di Lecce, hanno collaborato Antonio Mastore, Maria Bonsegna, Lucia Ria, Marcella Mecca, Cosimo Perrone, Laura Letizia e Giorgina Simone.

Questa pubblicazione è destinata a biblioteche pubbliche e private, ricercatori, archivi e centri di documentazione. Si tratta di uno spaccato sulle antiche dimore gentilizie del circondario di Alezio, Tuglie e Sannicola, e viene documentata la trasformazione che, nel corso del tempo,  hanno subito questi beni architettonici, con uno sguardo rivolto al loro recupero e alla loro valorizzazione, perché i beni culturali non sono soltanto patrimonio dei loro proprietari o dei comuni di appartenenza ma di tutta l’umanità.

Il libro, con Prefazione di Enrico Ampolo, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Lecce, reca sul fronte copertina una foto di Villa Ravenna di Sannicola, e sul retro un acquerello di Villa Spirito sempre in Sannicola.

Caroppo e De Santis documentano le mutazioni del paesaggio agrario in quel di Alezio e come un nucleo abitativo si sia evoluto dal periodo tardo- medievale fino ai nostri giorni, con particolare attenzione al periodo compreso fra il Settecento e l’Ottocento, epoca in cui si sviluppa nel nostro territorio un nuovo processo di riqualificazione dei siti agrari, una matrice stilistica decisamente barocca e infine una serie di esempi, per lo più ottocenteschi e tardo -ottocenteschi, riconducibili ad un complessivo orientamento neoclassico.

Il campione di indagine, riportato nel Capitolo “La pianificazione urbanistica”, spiegano gli autori, si riferisce agli “Edifici rurali e ville sub urbane nel territorio di Alezio”, e “rappresenta un primo passo verso una valutazione e decifrazione sistematica, che consenta di colmare quei vuoti conoscitivi che hanno costituito le secche sulle quali, in passato, si è arenata ogni iniziativa di tutela attiva”.

Ecco, allora, che gli autori passano in analisi splendide dimore come Villa Pasca,La Casa del Doganiere, Villa Spirito di Sannicola, Casino Cava, Villa Renna, Villa Prandico, Villa Fedele e Casino Astuto di Alezio, e ancora Casino Motta, Casino Stracca, Casino Mosco, Casino Garzia, Villa Capani, Casino Senape, Casino Passaby, Casino Stajano, ecc., sempre in agro di Alezio.

In Appendice, vengono riportati: il brano “La custodia dell’ambiente inanimato”, del prof. Guido Angiulli, Docente di Diritto Agrario Comunitario dell’Università di Bari;  i testi della Carta di Aalborg, dell’Appello di Hannover e della Carta di Ferrara, che rappresentano l’insieme dei principi e piani d’azione a lungo termine, per uno sviluppo durevole e sostenibile delle città europee; gli interventi del prof. Franco Selicato e del dott. Carmelo Torre sulla gestione e pianificazione del paesaggio rurale in Puglia, dell’arch.Ugo Cassese sul processo di piano nelle province meridionali e del dott. Nicola Giordano, coordinatore del settore urbanistica della Regione Puglia; questi testi sono tratti dalla  pubblicazione dell’INU ( Istituto Nazionale Urbanistica), “ Pianificazione d’area vasta; sguardi dal Sud”, a cura di Francesca Calace. Un lavoro molto interessante, che presenta anche una accurata Bibliografia, ed utile non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti i conoscitori e gli amanti dei beni architettonici e culturali salentini.

Cefalea in camice

di Raffaella Verdesca

Era quasi tutto pronto per il convegno internazionale sulle cefalee.

L’avevano preparato in gruppo per ben quattro mesi, collaborando con i più famosi specialisti del campo: Zimmermann, Devor, Zhang e una copiosa schiera di addetti ai lavori provenienti da ogni parte del mondo.

Squallida storia quella dei ‘cervelli in fuga’ dall’Italia: studiosi, ricercatori, scienziati divenuti famosi in Stati capaci e felici di rendere onore e merito alla loro intelligenza. Lui, Salvatore Bensi, era rimasto stoicamente in Italia ad esercitare la professione di neurologo e neurochirurgo, naturalmente non di ricercatore.

Aveva lavorato duro e ogni giorno era riuscito a guadagnarsi un gradino in più in fama e potere, tanto da essere stato scelto come coordinatore del convegno in assoluto più prestigioso nel campo delle emicranie e delle cefalee.

Oltre questo, dov’era il merito?

Sicuramente quello di aver portato un simile clamore scientifico fino al suo paese piccolo e sconosciuto: Algìa.

Ridete?

Algìa era l’unico luogo degno di fare da spalla a un convegno sul dolore.

Heng Zhang, esimio rappresentante della Repubblica Popolare Cinese, saputa la traduzione del nome del paese, non aveva smesso di ridere per giorni, convinto che gli italiani fossero davvero insuperabili a creare scherzo e buonumore da tutto.

E se quel simpatico luminare cinese avesse scoperto che proprio lui, il dottor Bensi, ideatore e relatore della convention, nonché illustre cittadino di Algìa, proprio quel giorno era portatore di una cefalea all’ultimo stadio?

“Italiani mattacchioni, ih, ih, ih!”

Eh no, il viso stravolto e tumefatto di Bensi faceva capire lontano un miglio che non c’era proprio niente da ridere! Salvatore non era nuovo a forti mal di testa in seguito ad esplosioni di ansia incontrollata, ma in quell’occasione,

Diciannove anni. Di ieri e di oggi

Albert Anker – Passeggiata scolaresca

 

di Pino de Luca

Il tempo inesorabilmente prosegue il suo cammino. Costante, ritmico, senza che alcuno lo faccia flettere o riflettere. Il tempo passa e noi lo misuriamo, secondo calendari inventati ai quali tendiamo ad attribuire significati magici, mistici, esoterici. Un maggio all’anno ci tocca, il mese delle tasse e delle proteste tardive, delle rose e della Madonna.

Il tempo passa per ciascuno di noi, costante e imperturbabile, ma ciascuno di noi, quel tempo lo elonga e lo comprime secondo i suoi ricordi e secondo le sue speranze. Mi ritrovo a scuola con ragazzi che hanno 19 anni. Qualcuno anche di più ma ognuno ha i suoi tempi di maturazione. Diciannove anni, pronti per l’università, il lavoro, le forze armate.

Mi rivedo a diciannove anni, e il paragone è immediato. Quanto siamo diversi e quanto uguali. Portavo capelli lunghi a diciannove anni e tutto quel delirio di onnipotenza che ormoni impazziti e energia giovanile riescono ad esprimere.

E voglia di conoscere, di fare, di esser e di esserci, ovunque, dormire una perdita di tempo. Forza, coraggio, lealtà e voglia di giustizia erano i miti che ci avevano insegnato.

I fumetti ad esempio: Topolino e compagnia, poi quelli da uomini: Tex Willer, Blek Macigno e Capitan Miki, il bene trionfava sempre e la buona educazione veniva insegnata e valorizzata.

Di nascosto, circolavano fumetti meno “etici” come Kriminal e Diabolik oppure più ose’ come Isabella o il pornospinto di Sukia. Ma anche questi eticamente non devastanti.

Poi le strips americane dei Supereroi o dei Peanuts ci addestrarono ad apprezzare i fumettari italiani come Bonfa, Paz, Manara, Altan e compagnia.

I miei diciannove anni erano il prodotto di quella mistura. Oggi son tanto diversi. Social Forum e alcool, musica a palla e consumismo. In fondo il loro eroi dell’infanzia sono stati Pumba e Shrek, campioni di rutti e scorregge anche in chiave di performance. E poi i Simpson e strips anche più crude.

Non giudico se siano peggio o meglio, non mi permetterei mai. Ma trovo grande diversità, quasi antropologica e mi chiedo sempre se sono adeguato a continuare a insegnare, a quanto senso ha continuare ad essere portatore di un modo di vedere le cose così diverso e così divergente.

Scrivo queste cose il 21 di maggio 2011, è di sabato. Lunedi andrò a scuola ancora, in una scuola arruffata tra scadenze di fine d’anno, pastrocchi per i finanziamenti da richiedere (sempre troppo pochi e sempre più legati a furbizie e clientele piuttosto che a ragioni concrete e impieghi utili), in una scuola nella quale la cosa più positiva che ritengo di aver prodotto quest’anno è stata quella di apprendere che un ragazzo ha imparato a giocare a briscola. E nemmeno per merito mio.

Lunedi torno a scuola, una scuola che mi sopporta e che provo a sopportare, luogo nel quale tutti si sorridono e si salutano con grande simpatia, ma son pronti al concorso di Giuda. Lunedi torno nella scuola della frantumazione, di chi da Pumba e Shrek ha imparato solo rutti e scorregge, e di chi, per Pumba e Sherk, ha dimenticato la sua data di nascita, ammalandosi del giovanilismo gerontocratico tanto diffuso in questo mondo nel quale c’entro sempre di meno.

Scrivo queste cose il 21 maggio 2011 e mi chiedo cosa ho fatto io per dire ai miei ragazzi che non è esistito solo il mondo che loro hanno vissuto dalla nascita. Per dir loro che il mondo non è così, che loro sono nati in un altro mondo un mondo che proprio il 23 maggio è stato ferito la prima volta, nell’anno in cui loro nascevano si è consumato l’assassinio della speranza. Il 23 maggio il primo colpo e il 19 luglio il secondo, mortale, definitivo.

Mani luride hanno agito, menti raffinatissime le hanno guidate. È giusto che i miei ragazzi sappiano che gli assassini hanno perduto, ma che i loro mandanti e ispiratori no, sono tra noi, hanno facce comuni, sono tutti coloro che del 23 maggio e del 19 luglio hanno preferito e preferiscono dimenticare.

Torno a scuola il 23 maggio, perché non possiamo abbandonare la lotta. La lotta non ci appartiene, siamo noi che alla lotta apparteniamo.

I cento laghi del Salento leccese

 

CONVEGNO INTERNAZIONALE SUL TEMA

I CENTO LAGHI DEL SALENTO LECCESE
IL RIUSO DELLE ACQUE REFLUE DEPURATE NEI TERRITORI DEI CONSORZI DI BONIFICA

 

La Confederazione Italiana Agricoltori di Lecce in collaborazione con il Centro Internazionale di Cooperazione Culturale e Scientifica ( CICC ), l’Associazione Dottori in Scienze Agrarie e Forestali della Provincia di Lecce (Adaf Lecce) il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi”, quest’ultimo Ente che opera attivamente in Puglia sulla base del Codice Ambientale predisponendo progetti per il riuso delle acque reflue, consapevoli che la sfida a cui si deve rispondere è l’incremento delle risorse idriche disponibili, in considerazione della circostanza che l’A.N.B.I. (Associazione Nazionale delle Bonifiche) insiste nel richiedere un Piano nazionale di invasi medio-piccoli collinari e di pianura , hanno inteso riflettere insieme sul tema del riutilizzo delle acque reflue .
Prendendo atto che è stato proposto, in più sedi, il progetto “Invasi dalle cave del Salento leccese” la Confederazione Italiana Agricoltori di Lecce, il

Le inferriate delle cappelle in S. Francesco d’Assisi di Gallipoli

 

 

1740: Giuseppe Mirone e le inferriate “ritrovate”.

Ricostruzione storica sulle inferriate delle cappelle in S. Francesco d’Assisi di Gallipoli

 

di Antonio Faita

 

Ci sono momenti in cui un po’ tutti ci sentiamo “folgorati” come Saulo sulla via per Damasco. Vi sono opere indimenticabili nella storia dell’arte e l’incontro con il capolavoro diventa anche un momento importante per mettere a fuoco la nostra stessa percezione dell’arte e la capacità che abbiamo di comprenderla, anche nei suoi risvolti più misteriosi. Eppure molti di questi segni della memoria subiscono le dissennate offese dell’uomo e del suo ambiente di vita.

Ciò accadde alla nostra chiesa di San Francesco d’Assisi di Gallipoli che, dopo lunghi e travagliati anni di restauro e a due anni dall’apertura al culto, la vediamo nella sua originaria bellezza.

Una piena informazione storica sull’originario assetto architettonico e decorativo della chiesa[1] ci viene data dallo studioso e amico Elio Pindinelli, grazie ad un’attenta ricostruzione storiografica, di storia e arte, che con grande passione ha voluto tracciare nel suo libro “Francescani a Gallipoli”, offrendo a noi lettori diversi spunti notevoli di riflessione[2].

Da alcune mie recenti indagini presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli e, precisamente, consultando alcuni documenti del 1740, concernenti il Banco del Salvatore, è emersa una polizza con la “causale” riconducibile al tempio francescano di Gallipoli. Da quanto ci riferisce Pindinelli, per la chiesa di San Francesco d’Assisi iniziò un lungo e lento calvario[3], dagli anni critici del Risorgimento[4] con la soppressione generale degli ordini religiosi possidenti, fino agli anni cinquanta. In quest’ultimo periodo si vide uno “smembramento” totale di tutte le opere d’arte da parte del Genio Civile che ritenne opportuno,

Libri/ Il grande sogno di Parabita

 

di Paolo Vincenti

Edito dal Laboratorio, è stato pubblicato Il grande sogno. Dalla vecchia cappella al nuovo tempio  di Daniele Greco (2007), nella Collana di studi e ricerche “La Meridiana”. Il libro, con Prefazione di Aldo D’Antico, fa luce su alcuni aspetti secondari, ma non per questo meno importanti, del culto della Madonna della Coltura di Parabita. Per l’esattezza, Daniele Greco, attraverso una analisi condotta nell’Archivio della Basilica Maria SS. della Coltura, nell’Archivio Storico del Comune e nell’Archivio Storico Parabitano, non trascurando le precedenti pubblicazioni che sono state fatte sull’argomento, come dimostra la “Bibliografia delle fonti consultate”, ricostruisce un periodo storico determinante per le sorti della devozione mariana a Parabita e forse per le sorti della stessa comunità parabitana che, ab antiquo, si stringe intorno alla propria venerata Patrona, in una osmosi raramente riscontrabile in altre micro-realtà municipali del nostro Salento.

“Il grande sogno” del titolo è quello del popolo parabitano dell’inizio del secolo scorso, che anelava dare alla propria amata protettrice un tempio  più degno

Una doverosa rettifica

di Armando Polito

Una doverosa rettifica

Avrei preferito che fosse stato un altro a farmi un’energica tirata d’ orecchi perché, come recita il famoso detto, l’importante, con riferimento ad una persona, è che se ne parli, anche male. Eccomi, invece, a recitare il mia culpa e a restituire a Cesare, anzi a Pasquale Oronzo Macrì, quanto gli spetta o, almeno, una parte…

Mi riferisco ai due presunti errori di metrica da me messi in luce nel post Cinque poesie dedicate a Gallipoli…del 29 gennaio u. s. Non è un espediente per incrementare i contatti, perciò riporto sinteticamente in rosso quanto allora ebbi ad osservare:

1) rūděrĭ|būs cōn|strūcta||hīs|iām tōl|lōr īn|āltŭm.

nel penultimo verso il penultimo piede che dovrebbe, così come io ho scandito, essere lōr īn in realtà nel latino classico, considerando la corretta quantità delle sillabe,  sarebbe stato lŏr ĭn, combinazione (˘˘) non prevista nella formazione di nessun piede.

2 nāmquě Să|lēntī|||tōllĭtŭr|āltă să|lō.

la a di Salentini non è, come pure ho segnato nella scansione, breve, bensì lunga; e un piede ˉ˘ˉ non è assolutamente previsto.

RETTIFICA

Per quanto riguarda il punto 1 la lettura dell’opera a stampa (che solo qualche giorno fa ho potuto consultare) ha comportato una nuova corretta lezione del verso, che, questa volta, non pone alcun problema di scansione:

rūděrĭ|būs cōn|strūctă|||īs iām| tōllŏr ĭn|āltŭm.

CONFERMA

Per quanto riguarda il punto 2 nulla è cambiato; l’esametro rimane difettoso, anche perché non può fruire dei benefici della correptio iambica (possibilità di una sillaba breve di rendere breve la successiva originariamente lunga), perché non ricorre il rispetto delle condizioni previste.

Da Tricase a Civita Castellana: il racconto di Lutgarda Turco / Seconda parte.

LUTGARDA TURCO, LA PIETRA E IL PESCATORE

 

Da quel giorno la nostra vita cambiò radicalmente. Eravamo abituati ad abitare nella nostra comoda casa, e d’estate trascorrere i mesi in una casetta giù al porto di Tricase, quasi stessimo in villeggiatura. Ora invece eravamo isolati da tutti, in aperta campagna, in compagnia di serpi e di vipere. La delusione dei miei genitori fu grande: l’abitazione era piccola, un tugurio, e non era adatta per una famiglia di nove persone. Ma ormai ci dovevamo rassegnare: c’era un contratto firmato e si doveva rispettare. I miei genitori, al contrario di altre famiglie salentine, non erano pratici del tabacco, e così dovettero imparare in fretta le varie fasi della lavorazione, cosa che richiedeva non solo fatica, ma anche un corredo di saperi: era un’arte quella del tabacco. Così si buttarono a capofitto su quella nuova impresa e ben presto divennero bravi come gli altri. Però mio padre, in cuor suo, giurò che il suo mestiere sarebbe rimasto sempre quello del pescatore, una volta tornato a Tricase. Con molta pazienza e voglia di fare (sempre per migliorarci), papà e mamma trasformarono quel posto in un’oasi del deserto, facendo piazza pulita di sassi e di sterpi in modo che le serpi non trovassero nascondigli. Un pezzo di terra lo destinarono a piantare un orticello e al mercato comprarono delle gallinelle e un bel gallo. Al mattino era il gallo a svegliare noi piccoli e il coccodè delle galline sembrava un invito a correre per ritirare le uova fresche. Mi ricordo che quando stavamo a Tricase, tra noi piccoli si pensava che a Roma[1] fosse tutto facile, che lì si trovava di tutto, perfino le uova sotto terra: bastava scavare. Così, io e mia sorella, mentre

Libri/ Di tanto tempo (Questi sono i giorni)

DI TANTO TEMPO (QUESTI SONO I GIORNI) di Paolo Vincenti

 

di Elio Ria

I temi trattati nel libro di Vincenti  sono molteplici tanto da non rendere esaustiva una connotazione critica all’opera “Di tanto tempo (Questi sono i giorni)”.

Si ha comunque l’impressione che l’autore abbia  voluto coinvolgere l’uomo nelle molteplici condizioni dettate dal tempo e dalla società. Non indica ovviamente  una via d’uscita per le problematiche trattate ma  vi è una seria trattazione dell’animo umano che osa confrontarsi ogni giorno non solo con le cose visibili ma anche invisibili  dell’anima. E allora tutto è oggetto di attenzione e di riflessione interiore: un tramonto, la noia, la città, la natura, l’uomo.

L’uomo alle soglie della modernità è un essere carente, tranne che di quel tempo che gli è dato come patrimonio costitutivo della finitudine della sua

Libri/ Canti allo specchio di Cosimo Corvaglia

di Paolo Vincenti

“Certo, si può vivere senza musica, senza poesia, senza amore. Ma mica tanto bene!”:  questa citazione, da Vladimir Jankelevitich, è messa in epigrafe a Poesia, liminare lirica di “Canti allo specchio”, nuova silloge poetica di Cosimo Corvaglia, edita da Besa (2006).

“Nel dilagare di tanta (pseudo) poesia dilettantistica e rozza, le sue non facili composizioni, così raffinate e sofferte insieme, riconciliano con l’arte moderna”: così scriveva Carlo Prato, nel 2000, di Corvaglia. 

“Canti allo specchio”  non reca alcuna prefazione o postfazione, ma si presenta così, scabra, essenziale, senza nessun apparato critico, se non fosse per alcune sparute note esemplificative ed un breve profilo biografico dell’autore in terza di copertina. Ciò è dovuto, forse, al fatto che l’autore vuole che queste sue poesie giungano ai lettori senza alcuna mediazione, cosicché ognuno possa dare ai testi una propria interpretazione. L’ambiente della formazione dell’autore  è del tutto estraneo al Salento, avendo egli studiato prima ad Agropoli e poi  a Genova.

Un “salentino di ritorno”, quindi, Corvaglia, poeta classico, nel senso più nobile del termine, e moderno, per certi versi addirittura sperimentale, al tempo stesso.Egli ha pubblicato numerosi saggi critici, nel corso della sua

I “Soffi” di Lillino Casto

 I “SOFFI” DI LILLINO CASTO

 

di Paolo Vincenti

Sono solo Soffi queste poesie di Lillino Casto, “frammenti che non vogliono dire ma suggerire”, come spiega Gino Pisanò, nella Prefazione del libro. L’autore   è molto noto nella sua città, soprattutto per i suoi trascorsi politici (è stato Sindaco di Casarano per alcuni anni). In effetti, non di una pubblicazione vera e propria si tratta, essendo questo libro fuori commercio.  L’autore ha voluto stampare un limitato numero di copie, a proprie spese, per  farne dono a parenti, amici e compagni di una lunga vita di lavoro e impegno politico. La forma poesia è l’approdo di Casto dopo questa lunga esperienza. Non che alcun condizionamento ideologico faccia ostacolo alla totale onestà di questi versi, attraverso i quali i Casto si fa osservatore del mondo, delle sue gioie e dolori, dei suoi guasti, delle sue bellezze; sempre con un  approccio leggero, ma intimo e non superficiale, anche quando coglie la realtà nella sua dolorosa drammaticità (Libertà, Nassiriya, Sharm El Sheik) . E poi, l’idea della vita e della morte e l’amore, che è una componente fondamentale della vita di noi tutti, sono le altre tematiche presenti in questa silloge. “Dal ramo/ si stacca/ una foglia/. Incerta/ vacilla,/ lenta /scende, /stanca/ si posa/ sul giaciglio/ dell’oblio/” (La foglia).  Oppure, ancora: “Scuro/ il cielo/ greve/ Secchi/ gli alberi/ nudi/ Forte/ il vento/ noioso/ Triste/ l’autunno/ imbronciato/”(Autunno).

Come spiega Gino Pisanò, “Il linguaggio di Casto è naif, naturale, spontaneo, eppure analogicamente modellato sull’incudine dell’officina letteraria del Novecento. Vi si sospetta, in filigrana, la lezione del sillabato di Ungaretti e Cardarelli, ad esempio. Ed essa riposa in quella struttura paratattica della frase nominale (non solo nel verso libero) che espunge completive, subordinate, fino a farsi soffio”. Non c’era titolo più adatto, infatti, per esprimere quella sensazione di leggerezza e di armonia che affiora dalla lettura di questi versi. “Riposare/ come allodola/ recisa/ sull’alido strame/” (Quiete). Il linguaggio, che si presenta sobrio e asciutto, senza inutili orpelli retorici (eccetto, forse, in un paio di occasioni), non cede al lirismo, eppure quanto è fortemente poetico. Anche l’idea della morte, degli amici perduti, non è cupa ed angosciosa, perché i legami con la vita non si recidono del tutto, ma rimangono intatti nel ricordo e nel pianto di chi è ancora qui. “Una lapide/ e una croce/ testimoniano/ che tu moristi./ Una rosa/ e un pianto/ testimoniano/ che tu vivi./” (All’amico).  Si tratta, quindi, di una manciata di componimenti che non hanno nessuna pretesa; poesia semplice e diretta, lontana da complicati ed arditi giochi linguistici, sicuramente vera, leggera come l’aria, tanto leggera che può “con le ali del tempo/ fuggire lontano/”, come nella poesia a chiusura  della raccolta, “lontano, lontano”/ (Bianco cavallo).

Indovinelli equivoci salentini

di Salvatore Calabrese

Ai nostri giorni i diversivi e i passatempi per trascorrere le ore libere in modo spensierato sono tanti, quasi tutti figli dei costumi moderni, della tecnologia elettronica e dell’informatica che invadono le nostre menti e condizionano le nostre abitudini.

Oggi ci si ritrova nei bar, nei circoli, nelle piazze,  si parla di calcio, di politica, di cronaca e d’altro, si commentano notizie quasi tutte, o per la maggior parte, diffuse dalla stampa, dalle televisioni e da internet.

In tempi più remoti, invece, questo non poteva accadere. I momenti di relax si vivevano tra parenti e amici parlando dei pettegolezzi che accadevano nel vicinato e per rendere piu’ frizzanti e distensivi  quei momenti, spesso ci si intratteneva raccontando INDOVINELLI, più o meno simpaticamente pepati,  che quando erano ancora inediti e sconosciuti rappresentavano un simpatico e cervellotico rompicapo per chi cercava di trovare una giusta e adeguata risposta.

Normalmente gli indovinelli erano presentati e proposti dagli anziani, i

Lecce. Il Sedile illuminato rosa fucsia

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

Solitamente nei miei articoli evito di fare considerazioni personali. In questo caso non è stato proprio possibile, perché sono veramente indignata a causa del restauro a cui è stato sottoposto un monumento tra i più rappresentativi di Lecce.

Da mesi aspettavo che fossero tolte le impalcature al Sedile in piazza Sant’Oronzo. La mia idea era quella di scattare qualche foto da pubblicare su “LECCE SI’ – LECCE NO (immagini dal Salento), la mia pagina su Facebook ideata come un raccoglitore di immagini di Lecce e provincia.

Tempo fa ho avuto la fortuna di vedere il Sedile privo delle vetrate, pur se ancora intrappolato dai ponteggi: l’armonia tra i volumi interni ed esterni riconduceva al momento della realizzazione dell’opera, concepita come loggia aperta. Spiccavano gli affreschi già citati nel 1634 da Giulio Cesare Infantino nella sua Lecce Sacra, riportati alla luce grazie alla pulitura delle pareti.

Sabato 5 maggio finalmente è stato inaugurato[1]. Qualche giorno dopo sono andata a vederlo, ma arrivata in piazza Sant’Oronzo mi sono chiesta “Chi ha rubato il sole al Sedile?”. Mi sono trovata davanti ad un parallelepipedo di pietra leccese senza alcuna anima, denudato e intrappolato da fredde doppie lastre di vetro trattenute da graffe d’acciaio. Il monumento non ha più quel caldo colore tipico del materiale lapideo nostrano, eppure, a pochi passi da

Una statua in cartapesta di Giovanna d’Arco a Nardò

la statua di Giovanna d’Arco rinvenuta a Nardò (ph Raffaele Puce)

Jeanne d’Orléans (Giovanna d’ Arco)

 una spiritualità stupendamente adatta al nostro tempo

di Marcello Gaballo

È sotto gli occhi di tutti la riscoperta dell’ eroicità della pulzella d’ Orleans, Giovanna d’ Arco (1412-1431), che ha sfidato i tempi e gli uomini della sua epoca con incredibile audacia, tanto da ispirare diversi registi per buoni films che di tanto in tanto vengono proiettati nelle sale cinematografiche. La recente proposta anche in televisione di uno di essi ha ridestato il giusto riconoscimento a Giovanna d’ Arco, l’ eroina che si crede scelta da Dio per compiere il miracolo della liberazione della Francia dall’ Inghilterra e della riconsacrazione della monarchia.

Le “voci” mai rinnegate di S. Michele, S. Caterina e S. Margherita, consiglieri celesti della santa, la sostennero a credere nel potere di Dio, al quale aveva voluto far voto della sua verginità, per essere degna della scelta divina ricaduta su di lei, umile fanciulla della Lorena incredibilmente attaccata alla sua patria e interamente abbandonata all’ azione di Dio.

Dichiarata venerabile nel 1904 e beatificata il 18 aprile 1909, fu canonizzata il 9 maggio 1920 e proclamata santa da Pio XII il 13 maggio 1944, dichiarandola patrona secondaria della Francia.

Tralasciando ogni dettaglio sulla vita e sulle gesta della prode guerriera processata per eresia, comunque meritevoli di opportuna conoscenza, specie tra i più giovani, è nostro intendimento narrare di piccole storie che ci hanno permesso di ricordare una spiritualità più che mai adatta al nostro tempo.

Qualche anno fa il direttore dell’ Uffico Beni Culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, don Santino Bove Balestra, ci informava, entusiasta, del rinvenimento di una statua depositata nel camerino situato alla base del

Dove mangiare è arte pari a quella del cucinare

di Pino De Luca

Lo scarpinare tra luoghi nei quali si discetta sulla nobile arte di nutrire il corpo e lo spirito, ove mangiare è arte pari a quella del cucinare, permette di conoscere storie piccole di umanità varia che arricchiscono per davvero la mente e il corpo.

Qui si proverà a narrare di una Vecchia Casa e di un nuovo Carpaccio. Due storie d’amore a modo loro, tanto diverse e tanto simili. L’incontro di una donna a radice salentina e di un tosco innesca una grande passione, di quelle per le quali gli innamorati sembrano bastarsi vicendevolmente tanto da immaginarsi un eremo solingo nelle terre di Ghino di Tacco. E lì, per pochi mesi l’anno ospitare turisti e vacanzieri, e trascorrere il resto in solitudine estrema, a contatto tanto stretto con la natura quanto rado con gli altri bipedi implumi.

Poi la passione si trasforma, può esser che svanisca o che diventi più sobria e si consolidi, e in questo caso non ha paura di immergersi nel mondo, diventa motore di relazione e punto di forza e fondamenta. Ed ecco che Antonella e Augusto giungono in Salento. Antonella alla sua radice, Augusto di rapido ambientamento. Una ventina di giorni or sono hanno dato aria alla

Grottaglie/ La gravina di Riggio

Grottaglie, gravine di Riggio (ph Carmen Santantonio) 

 

di Santantonio Carmela

 

Molto interessante dal punto di vista paesaggistico-naturalistico ed estremamente importante per la testimonianza archeologica è la Gravina di Riggio, il cui toponimo rievoca la scomparsa Rudiae. Situata all’estremità settentrionale del territorio grottagliese, è la più profonda delle incisioni e presenta dei salti di quota che, in alcuni periodi dell’anno, in conseguenza di abbondanti precipitazioni, danno luogo a piccole cascate, raccogliendo le acque che provengono dagli spalti tufacei a quote superiori.

La gravina di Riggio, a Nord-Ovest dell’abitato di Grottaglie, è una profonda forra che si sviluppa con andamento sinuoso in direzione Nord- Sud per poco più di un chilometro, a partire dal punto dove un corso d’acqua torrentizio, che ha attraversato un affioramento di Argille, incontra le Calcareniti di Gravina. Qui, dopo un breve tratto, in cui le piene erano costrette in un alveo angusto che ne determinava una forte turbolenza, è

Libri/ I dialetti del Capo di Leuca

I DIALETTI DEL CAPO DI LEUCA: ALLA SCOPERTA DEL NOSTRO PASSATO

 

di Paolo Vincenti

 

I dialetti del Capo di Leuca (Panico editore), è un fortunato vocabolario dei dialetti del Basso Salento, giunto alla terza edizione. L’autore, il salvese Gino Meuli, insegnante in pensione, da molti anni si dedica alla  ricerca di termini dialettali, in uso od anche usciti dall’uso comune, che annota puntualmente sul suo prezioso taccuino, fedele compagno di viaggio dei suoi spostamenti , nella indefessa ricerca sul campo che, con tenacia e amor patrio, svolge nei paesi del Capo di Leuca.  Chè , in effetti,  grande amore ci vuole  per la propria storia, per le proprie origini e per la terra che ci ha visto nascere e crescere, per svolgere  l’attività del ricercatore: una attività che non dà  soddisfazioni immediate (a  volte nemmeno per tutta la vita) , non solo nell’ambito del proprio campo di ricerca, ma anche dal punto di vista economico ; infatti, non a caso, essa è appannaggio (se non si ha la fortuna di intraprendere la carriera accademica)  di chi ha molto tempo  a disposizione: giovani laureandi o  laureati in cerca di prima occupazione, disoccupati,  archivisti o bibliotecari i quali, grazie al loro impiego, possono unire “l’utile al dilettevole”, oppure professionisti in pensione, come Meuli,  che si è ritirato dal mondo della scuola, dopo averla servita per oltre quarant’anni di onorato insegnamento.

Il libro, con un disegno di Vito Russo in copertina, reca una Prefazione di Donato Valli e una Introduzione dell’autore, in cui egli spiega le motivazioni

Una birra artigianale salentina

LA BIRROZZA identifica una birra artigianale salentina, prodotta a  Martano, primo stabilimento per la produzione di birra del Salento.

Rappresenta una novità nel mondo delle birre artigianali e la grafica di etichetta mira a colpire un target giovanile, come si può notare dalla scelta del nome, la scrittura carattere colori ecc…, contrariamente alle altre birre artigianali presenti sul mercato, che solitamente si presentano con una etichetta e una bottiglia molto elegante e “seriosa”.
Il prezzo di vendita di 3 euro al pubblico sta consentendo alla BIRROZZZA di acquistare quote di mercato, giorno per giorno, sempre maggiori, andandosi a confrontare con i grandi brand di birre nazionali e non.

Oltre a questi due punti di forza, prezzo di vendita accessibile ed etichetta giovanile ed accattivante, la BIRROZZA si caratterizza per essere:
• una birra a km zero!
• non filtrata
• non pastorizzata
• senza conservanti
• senza coloranti.

Gallipoli. Una vivace ed animosa disputa per una usurpazione

Convivenza e buoni rapporti di vicinato.

Una  vivace ed animosa disputa per una usurpazione

 

di Antonio Faita

 

Gallipoli, centro storico (ph Antonio Faita)

Il centro storico di Gallipoli è stato sempre caratterizzato da strette e tortuose viuzze e data la scarsità di spazio, per far fronte alle necessità abitative, vennero adottate nei tempi andati soluzioni ingegnose, come le corti e le case a corte che ormai fanno parte del patrimonio architettonico di Gallipoli[1].

In questo articolarsi di spazi, scrive  Antonio Costantini, «si perde il controllo dei confini tra pubblico e privato. Non si capisce mai se è la strada che entra nella casa o se la corte e la casa sono continuazione della strada»[2]. Infatti, se si entra in una di queste corti, «non si riesce mai a definire i contorni di ogni singola proprietà»[3].

In questo spazio polifunzionale, fulcro della corte, si svolgeva parte dei lavori domestici e in quanto nucleo base di socializzazione interpersonale tra il vicinato, era luogo di ritrovo e di amori ma anche di litigi. Non sempre infatti è stato facile (come non lo è tuttora) mantenere buoni rapporti di vicinato ed è capitato spesso che per litigi scoppiati tra vicini, si finisse davanti a un giudice.

A volte però succedeva anche che nonostante le proprie ragioni si rinunciava ad aver giustizia, per  timore di rappresaglie da parte del sopraffattore o dei suoi accoliti.

A tal proposito riporto qui di seguito l’interessante documento di un singolare e curioso litigio, avvenuto in una Gallipoli di fine ‘600 e inizi del ‘700, dove il fenomeno di una produzione edilizia residenziale e religiosa cresceva sempre di più.

A fare da scenografia è ovviamente una corte, di cui non si conosce il nome, e ubicata nel vicinato chiamato San Benedetto[4]seu la Chiana delli Pacella[5], ed i protagonisti del diverbio che li contrappose come vicini erano il Reverendo Don Nicolò Tricarico e la vedova Elisabetta de Dominico assieme al figlio Nicolò Corrado.

Il giorno 24 marzo dell’anno 1702, davanti al Notaio Carlo Megha[6] e alla

Puglia, porta d'Oriente (prima parte)

Ambiente, paesaggi e natura di Puglia

 

di Francesco Lacarbonara

Introduzione

Fosso di Cigliano – Crispiano (TA)

“Siticulosa Apulia”, Puglia sitibonda: così doveva apparire la nostra regione al poeta Orazio (Venosa 65 a.c. – Roma 8 a.c.) allorquando, scendendo dai monti lucani, si apprestava ad attraversare le terre, già allora assetate, del Tavoliere o della Murgia.
E al viaggiatore moderno il paesaggio pugliese non dovrebbe mostrarsi molto diverso da allora, con i suoi quasi ventimila chilometri quadrati di territorio per lo più pianeggiante, povero di acque e di copertura boschiva, a tratti arido e desolato, immerso in un’abbacinante luce mediterranea.
L’immagine dominante della regione può suggerire al visitatore distratto l’idea di una terra povera di emergenze floro-faunistiche, ma allo sguardo attento di un appassionato naturalista non sfuggirà la ricchezza e la varietà degli ambienti pugliesi, di notevole interesse, in virtù di quei frammenti di natura che, nonostante la pressante e millenaria azione dell’uomo, sono giunti intatti fino a noi.
Spesso caratteristici, se non unici, essi portano impresso il segno di un remoto ma indissolubile legame con il mondo mediterraneo orientale,

Le farfalle ammazzate dalla nostra vanità. Riflessioni per un consumo alimentare appropriato

 

Il riuso degli avanzi in modo che la produzione agricola plachi la fame di tutti

di Antonio Bruno

 
Mia padre all’arrivo dei primi caldi di maggio mi diceva “Maggio adagio!” quando gli chiedevo se potevo togliermi finalmente la maglia di lana. Solo che lui continuava con “Giugno adagio”, “luglio adagio” tanto che alla fine io gli chiedevo: “Ma papà, quando potrò togliermi la maglia di lana?”
Ma a parte il rituale della maglia di lana maggio è il mese che decreta la fine dell’inverno, che che ne dicesse mio padre, insomma un mese che annuncia la stagione dei raccolti, la stagione dell’estate.
Certamente è la stagione delle produzioni che la terra ci regala, per la vita delle donne e degli uomini che sono sulla faccia della terra.
La produzione della terra, del globo, è un inno contro lo spreco a cui siamo costretti ad assistere perché non vediamo più i campi pieni di spighe che piegate dal peso dei semi aspettano di essere raccolte. Mi verrebbe da dire che c’è necessità di tenere presente la povertà e la crisi per impedire a tutti i costi che 4.000 tonnellate di cibo buono da mangiare siano buttate via ogni giorno nella nostra Italia.
Eppure mia madre non buttava nulla, ciò che avanzava veniva utilizzato sempre. Siamo in tempo di crisi; è vitale essere parsimoniosi con il cibo. Ma attenti! La prima cosa che dobbiamo fare è riconquistare il rapporto con quello che diventerà la pasta o il pane oppure la pietanza che ci verrà servita fumante a tavola.

Prima di tutto dobbiamo cercare i cibi genuini e non risparmiare sul prezzo che è la paga giusta del lavoratore che li ha ottenuti; la paga del contadino

Avventura di un pescatore ubriaco e di una seppia

di Raffaella Verdesca

Ogni giorno, di buon mattino, Corrado si levava dal letto per correre sulla spiaggia a pescare, cosa che credeva di saper fare meglio di chiunque altro.

E così sarebbe stato, se solo non si fosse messa di mezzo la bottiglia!

Corrado, pescatore maturo di quarant’anni, aveva da tempo il vizietto di fare colazione con tre dita di grappa in un goccio di caffè, di pranzare annegandosi nel vino rosso e, dulcis in fundo, di chiacchierare lungamente, a sera fatta, con un amabile d.o.c. del ’99.

Una vita perfetta, senza pensieri.

A dirla tutta, però, il poveretto faticava un po’a trovare il letto di notte e la porta di casa al mattino, ma niente lo faceva sentire in imbarazzo.

Anche le disgrazie erano un motivo per ridere di sè e brindarci sopra.

Sentiva fissa da anni una forte pressione sul capo, il classico ‘cerchio alla testa’, qualcosa di simile a una pesante corona. Perciò si era convinto di essere la reincarnazione di un re di qualche pezzo di terra, o il lontano parente di un pianeta col suo anello attorno.

Nessuno dei suoi mali poteva ricondursi all’alcool, a suo avviso, meno che mai questa terribile emicrania capace di rinchiuderlo fuori dal mondo.

Non ricordare date, nomi e avvenimenti era la sua fortuna, la stessa che gli aveva lasciata intatta l’area del cervello preposta a maneggiare lenze e ami.

La sua pesca preferita era quella di cefali, merluzzi, saraghi e orate.

Era lo stesso pescato che adorava Sandra, l’unica nella ‘Locanda del molo ’ disposta a intrattenersi con lui il giovedì dalle sette alle nove di sera, a fine

Libri/ L’ultima fatica di Paolo Vincenti

di Gianni Ferraris

Il tempo  scorre, incombe. È la prima sensazione che ho avuto guardando le copertine di Paolo Vincenti. “L’orologio a Cucù (good times)” lo porta nel titolo e in copertina, in un collage di immagini che erano il mito di un adolescente degli anni 70/80, quando Fonzie e l’uomo ragno si mischiavano con De Gregori e Vasco Rossi, e dove svetta la foto di un campanile con orologio.

La seconda opera “Danze moderne (i tempi cambiano)” ha come immagine di copertina un grande orologio da parete.

“Di tanto tempo (questi sono i giorni)” è l’ultima fatica di Paolo. In questa copertina c’è una vera e propria orgia di orologi. Addirittura cinque, tutti a  segnare ore diverse. Ed è un vero e proprio viaggio attraverso il tempo (o i tempi?) “Il filo che tesse la sua scrittura produce riverberi misurabili con qualche cronometro da vecchio ferroviere, col metronomo di un vecchio insegnante di pianoforte…” come dice bene nell’introduzione Vito D’armento.

Non è un libro di poesia, non è prosa, non è un saggio, non è un romanzo. Nulla di catalogabile con i cliché classici. In realtà si sta leggendo poesia, un romanzo, un saggio, una prova di prosa.

Sono acquerelli, prove d’autore o, forse meglio, impressioni.

Il viaggio nel tempo, nella fantasia, nella memoria, nella realtà. Sembra di sentire   Vecchioni che canta: “io sono l’uomo della pioggia, niente è impossibile per me”. Ed ogni paragrafo/ capitolo, è liberamente ispirato, o, per dirla con l’autore, è una camminata  “in compagnia di…”    compagni di viaggio che si chiamano: Gerard de Nerval, William Blake, Anchiloco, Alceo, Capitan Black, Socrate, Platone, Celentano, Guccini, De Gregori e altri, e ancora altri. Uno squarcio delle sue letture e passioni, una ripresa ad amplissimo raggio delle cose lette, imparate, ascoltate. E traspaiono i   poeti salentini.

Così non ci si stupisce di nulla, neppure di leggere  un “De Profundis” camminando assieme a Virgilio. E non si resta basiti leggendo (contrapposto al signore della pioggia di prima)  “Il signore del Fuoco”: “Ardano i musei

Come sporcarsi con un termine dialettale…

“llappisciàrsi”: più facile farlo che individuarne l’etimo

 

di Armando Polito

* E quando mangi la pasta col sugo sta’ attento come faccio io a non sbrodolarti tutto!

Se dovessi indicare un sinonimo italiano della nostra voce di oggi direi sbrodolarsi, ma, come succede quasi sempre in casi del genere, per dare l’esatta definizione della voce dialettale dovrei usare la circollocuzione sporcarsi di macchie di unto.

Si tratta, come ben si comprende, di un inconveniente frequente non solo tra i bambini e i vecchi, ma l’inconveniente maggiore è che non è facile dire con certezza qual è il suo etimo; tuttavia, rientra tra le stranezze, probabilmente apparenti, della lingua il fatto che per parole indicanti fenomeni rari l’individuazione dell’etimo non presenti ostacoli e che succeda il contrario per altre che si riferiscono a qualcosa di più o meno abituale, come nel nostro caso.

La nostra voce non compare nel vocabolario del Rohlfs che, tuttavia, rimane strumento formidabile per chi abbia voglia e capacità di sfruttarne i contenuti.

Alla voce llampisciàre, che lo studioso tedesco riporta come attestata per San Cesario di Lecce nel vocabolario manoscritto di Fernando Manno, leggo: “macchiare di grasso; v. lampa”. E a lampa21 (attestato a Casarano, San

Libri/ Vincenzo Ampolo tra politica e letteratura

 

VINCENZO AMPOLO, POETA SURBINO DELL’OTTOCENTO

 

di Paolo Vincenti

La Societàdi Storia Patria-Sez.di Lecce, in collaborazione con il Comune di Surbo, ha pubblicato gli Atti del Convegno di Surbo del 2004 Vincenzo Ampolo tra politica e letteratura tomo II, edito, per la collana “Cultura e storia”, a cura di Antonio Lucio Giannone.

La parabola di Ampolo si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento, un periodo di grandi trasformazioni politiche, sociali ed anche culturali in Italia. Ampolo rientra a Surbo nel 1871, dopo aver completato gli studi universitari a Napoli e stringe amicizia con importanti esponenti del ceto intellettuale salentino, collaborando con alcune riviste locali come Don Ortensio, Il Pungiglione, Il Progresso, Cronaca letteraria.

Ma chi era Vincenzo Ampolo? Il libro prende le mosse dal Convegno di studi, svoltosi nella Sala consiliare del Comune di Surbo, nel novembre del 2004, in occasione del centenario della morte del poeta e politico Ampolo, nato a Surbo nel 1844 ed ivi morto nel 1904. In questo libro, si vuole approfondire la figura del poeta e letterarato Ampolo, mentre nella precedente pubblicazione, sempre a cura della Società di Storia Patria-Sez.Lecce (che, da molti anni, pubblica la rivista  L’Idomeneo), si analizzava la figura del politico e dell’amministratore Ampolo.

Antonio Lucio Giannone (del quale è stato recentemente pubblicato, sulla Rivista di letteratura italiana, 2006, un contributo sul Futurismo ed i rapporti fra lo scrittore di San Cesario Michele Saponaro, alias Libero Ausonio, e Filippo Tommaso Marinetti), traccia, nella Prefazione, un profilo d’insieme del libro. Prima d’ora, l’Ampolo era conosciuto grazie al volume di Donato Valli, Ampolo, Nutricati, Rubichi (1980), inserito nella “Biblioteca Salentina di cultura” edita, all’epoca, da Milella e diretta da Mario Marti; al libro Surbo di Angelo De Masi (Capone 1981), che pure si occupava della figura di questo illustre concittadino di Surbo; e soprattutto grazie a Notizia

Il fiuto dei salentini…

Billy che “òsima” e il buco dell’ozono.

 

di Armando Polito

Può sembrare, è proprio il caso di dire, una bufala ma è accertato da tempo che il gas metano emesso dagli escrementi dei bovini contribuisce in percentuale significativa alla creazione dell’effetto serra. Per la par condicio sarebbe corretto fare indagini pure sul nefasto contributo che nella fattispecie dà la specie umana con i suoi quasi sette miliardi di individui, ma soprattutto bisognerebbe chiedersi chi ha inventato l’allevamento puro e semplice prima e intensivo poi. Se le  mucche, poi, potessero parlare, sicuramente osserverebbero: “Con tanti ovini che ci sono, proprio noi dobbiamo essere il capro espiatorio?”. E gli altri animali dove li mettiamo? Forse che nel loro piccolo non scorreggiano anche le cavallette (non ne sono al corrente, ma forse qualche ricercatore ha già pubblicato qualcosa sull’argomento…)? Forte di queste considerazioni e indifferente all’analisi  premonitoria fatta da Marx  quasi un secolo e mezzo fa1, ho cominciato a guardare con sospetto il mio cane (i miei gatti no, il loro sguardo mi mette in soggezione…) e ho scoperto quanto segue.

È notorio che tutti i cani (e Billy non fa, purtroppo, eccezione) hanno, chi più chi meno, un olfatto straordinario e che tutti, comunque, annusano o, come si dice in dialetto neretino, òsimanu, terza persona plurale del presente indicativo attivo (bisogna essere precisi per poter fare un’accusa circostanziata…) di usimàre.

La voce (l’indagine è appena agli inizi e a qualcuno sembrerà procedere, come quando gli investigatori hanno le idee molto chiare, a 360°…) deriva2 dal verbo greco osmàomai che significa percepire un odore. Osmàomai, a sua volta deriva dal sostantivo osmè (che significa odore) e questo dalla radice del verbo ozo che significa mandare odore, puzzare. Il colpevole ha le ore contate, anzi il cerchio si è chiuso se dico che ozono deriva dal francese ozone e questo dal tedesco Ozon, che è dal citato verbo greco ozo.

La brillante indagine appena condotta mi consente di concludere che Billy (e tutti i rappresentanti della specie canina) è doppiamente colpevole non solo per il fatto che defeca e scorreggia ma, filologicamente parlando, perché òsima.

Però, quando al mio cane ho confidato l’esito di questo mio studio, aggiungendo che al suo padrone molto probabilmente sarebbe stato conferito il premio (Ig)nobel per le scienze, mi ha risposto con un’espressione (ho tagliato la foto perché non apparisse la mia…)  che, forse, tanti umani vorrebbero usare nei miei confronti.

Ma a Billy concedo questo ed altro, per i miei simili ho già pronta la controrisposta…

**Ma va’ a c…!

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1 Il capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, 1975, pagg. 617 e 618 (traduzione di Delio Cantinori): ll modo di produzione capitalistico … turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo. … Ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di questa fertilità.

La mia amara indifferenza nasce dall’abisso, confermato dalla storia, che esiste tra il dire e il fare, tra il potere inteso come privilegio di pochi (un po’ meno nel capitalismo…) e quello inteso come servizio per il bene comune.

2 Il Rohlfs registra per Ostuni la variante jusemà e rinvia ad usimàre che, però, manca. Certamente l’illustre studioso, se non se ne fosse dimenticato, avrebbe registrato l’etimologia che ho indicato, anche perché è di una semplicità estrema per me (figurarsi per lui!).

Galatina. Dove regnano i piccioni

di Massimo Negro

Domenica scorsa visitando un paese del leccese accompagnato da un signore del posto ho appreso una cosa che non conoscevo (una delle tante). Nel passato le torri colombaie avevano un’importante funzione; servivano per la raccolta del guano utilizzato per …la concia delle pelli. Più grandi erano le torri colombaie, più ricca e fiorente era l’industria conciaria del posto.

A Galatina il guano si continua a raccogliere ma l’antica industria conciaria non vi è più. Non si usano le poche torri colombaie presenti nel depauperato territorio galatinese, ma la facciata della chiesa dei SS. Pietro e Paolo.

Qualcuno qualche tempo fa coniò l’espressione “barocco minore”. A Galatina abbiamo il “barocco minorato”. Ma non a causa delle antiche

Il variopinto Colombo selvatico, compagno irrinunciabile delle nostre città!

di Oreste Caroppo

Quando i Corvi abbandoneranno la Torre di Londra – ammonisce una leggenda – l’Inghilterra cadrà sotto la mano di un invasore straniero”.

E cosa accadrà anche al Salento quando avremmo sterminato ogni cosa?!
Quando invece bastava applicare il motto latino “est modus in rebus”, “in media stat virtus”, anche nei confronti dell’eventuale eccesso dei variopinti Colombi selvatici (Columba livia), nelle nostre città!

Palmariggi (Lecce). Festeggiamenti per la Madonna della Palma

di Luigi Panico

7-8-15 MAGGIO 2011

FESTA DELLA MADONNA DI MONTEVERGINE

Palmariggi. Altare del Santuario di Montevergine (ph. Luigi Panico)

PALMARIGGI: TERRA MARIANA

La protettrice di Palmariggi è la Madonna della Palma. I festeggiamenti religiosi in onore di Maria Santissima della Palma si svolgono, per antica tradizione, quindici giorni dopo la festa di Pasqua.
È importante ricordare, allora, che l’8 maggio (quindici dopo Pasqua) la comunità di Palmariggi farà festa per un evento finora mai verificatosi: la coincidenza della festa della Madonna di Montevergine con i solenni festeggiamenti in onore della Nostra Protettrice.

Avvenimento unico – per trovare una Pasqua il 24 aprile bisogna riandare indietro al 1859 – che si ripeterà nel 2095.

 

Palmariggi. Santuario di Montevergine (1707) (ph. Luigi Panico)

La Madonna di Montevergine: la Storia.
L’origine del Santuario e l’intensa religiosità per la Madonna di Montevergine fu originata dall’apparizione, nel 1595, della Vergine ad un pastorello piangente per aver smarrito il temperino, unico passatempo durante le interminabili ore di pascolo. Porgendogli il temperino, la Vergine, gli affida un messaggio: «Va’ dall’Arciprete di Palmariggi e da parte mia gli dirai che io qui l’attendo e venga col suo popolo a me». Il sacerdote don Francesco Antonio Federici, Dottore in Sacra Teologia, comprese subito che il racconto del pastorello aveva dello straordinario e si recò in processione sul luogo dell’apparizione, una località distante 2 km da Palmariggi e volgarmente chiamata “‘u munte” – da cui il nome di Montevergine (Vergine del Monte), dove alcuni fedeli si misero ad allargare una buca finché, raggiunto il fondo, con immensa meraviglia trovarono una grotta su una parete della quale vi era un affresco raffigurante la Madonna con il Bambino. In quello stesso luogo gli abitanti di Palmariggi vollero costruire una chiesetta per custodire degnamente la sacra immagine.

Nel 1707, crollata la prima chiesetta costruita sulla grotta, i devoti della Madonna, stimolati da una donna di Cursi di nome Giulia, costruirono l’attuale chiesa, peculiare nella sua struttura architettonica.

 

Palmariggi. Statua della Madonna di Montevergine (ph. Luigi Panico)

La Madonna di Montevergine: il programma
04 – 05 – 06 MAGGIO: Ore 06:00 partecipato Pellegrinaggio, dalla Chiesa Parrocchiale al Santuario, a piedi: Rosario – Canti – Santa Messa con lodi.

SABATO 7 MAGGIO alle ore 17.30 i fedeli, muovendosi in processione dalla Chiesa Parrocchiale intitolata a San Luca Ev., portano la statua della protettrice Madonna della Palma fino al Santuario di Montevergine, dove alle ore 18.30 viene celebrata una Santa Messa. Dopo la Messa, alle ore 19.30, con gran partecipazione di popolo, la statua della Madonna di Montevergine (come da tradizione portata a spalla dalle donne di Palmariggi), insieme alla statua della Madonna della Palma, viene portata processionalmente, per “l’antico cammino”, alla chiesa parrocchiale.
La strada di campagna tra ulivi secolari e muretti a secco che dal Santuario conduce a Palmariggi è illuminata ogni anno da migliaia di fiaccole e flambeaux.
Ad accoglierle: un grande spettacolo pirotecnico, curato dalla ditta DITTA “MEGAFUOCHI S.r.l di Francesco & Figli” – Scorrano e l’accensione delle luminarie della ditta MANCA da Monteroni di Lecce.

A seguire: esibizione musicale a cura dell’Associazione culturale-musicale “LA CITTADELLA DEI RAGAZZI” – Associazione Culturale Musicale di Nardò, diretta dal maestro concertatore Giovanni Greco

DOMENICA 8 MAGGIO: Festa della Madonna di Montevergine.
Tutto si svolge a Palmariggi: alle ore 8.00 S. Messa. Alle ore 10.30, processione per le vie del paese. Al termine della processione: S. Messa solenne. IL GIORNO 08 MAGGIO PRESTERÀ SERVIZIO IL CONCERTO LIRICO SINFONICO “GRECÌA SALENTINA” – MAESTRO DIRETTORE E CONCERTATORE SALVATORE TARANTINO.

La statua della Madonna di Montevergine rimarrà in Parrocchia e dal 9 al 14 maggio, dopo la Messa del mattino (ore 7:00) verrà portata in alcuni rioni del paese, ove sosterà durante il tutto giorno.

DOMENICA 15 MAGGIO
Alle ore 9.45, dopo la celebrazione della S. Messa, la statua della Madonna è ricondotta al Santuario perla S. Statale 16 Maglie – Otranto, dove all’arrivo sarà celebrata una S. Messa.

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