Emilio Rubino
LU CUNTU DI BELLA E DI ARTABELLA
(Una favola antica, buona per i piccoli, ma anche per gli altri)
Nc’era na fiata na mamma e na figghia; la mamma si chiamava Bella e la figlia Artabella.
Si usava dai giovanotti, anche nei tempi antichi, passeggiare per le strade del paese per farsi la ragazza. Ci fu uno di essi allora che adocchiò, per la sua beltà, una straordinaria fanciulla di nome Artabella ed a lei rivolse le sue calde attenzioni e non alla madre, di nome Bella, anch’ella in cerca di marito essendo ormai vedova.
Costei, però, davanti alle premurose insistenze del giovane innamorato, punta dalla gelosia, tentò in tutti i modi di distogliere il giovane ammiratore della figlia. Ne immaginò di tutti i colori, giungendo persino di impedire ad Artabella di affacciarsi alla finestra e, addirittura, di chiuderla in una stanza, lasciandola così con solo pane ed acqua.
In tal modo ella sperava che i giovanotti ora sarebbero passati di lì solo per lei.
Ma così non fu, perchè da quella strada non passò più nessuno. Nella speranza di attrarre su di sè l’attenzione degli uomini ella allora ridette ad Artabella la sua libertà. Anche stavolta dovette però accorgersi che gli sguardi innamorati erano tutti per la figlia e non per lei.
Presa ancora più dalla gelosia, Bella pensò di eliminare addirittura la figlia ed assoldati dei feroci manigoldi la fece rapire.
La giovane fu, quindi, portata in un bosco dove, secondo le istruzioni ricevute, essi l’avrebbero dovuta uccidere e, come prova, avrebbero dovuto portare gli occhi e una bottiglia di sangue della vittima. Data l’estrema bontà e bellezza di Artabella, i malfattori, però, non se la sentirono di ucciderla e si limitarono soltanto a cavarle gli occhi, mentre per il sangue scannarono un agnellino.
Artabella così rimase sola nel bosco, ormai completamente cieca, senza alcuna speranza e con tutto il suo dolore. Lì ella cercò di sopravvivere, riparandosi di notte nel tronco cavo di un grosso albero, cibandosi di foglie campestri e di bacche di quercia ed altro.
Un giorno nei pressi del suo albero ebbero a fermarsi due persone, le quali ogni anno si davano appuntamento in quel posto per raccontarsi reciprocamente le vicende accadute nei rispettivi paesi. Uno dei due ebbe, fra l’altro, ad informare l’amico del fatto, secondo la voce che ormai circolava in paese, di Artabella, dei suoi rapitori che, contravvenendo agli ordini della sciagurata mandante, l’avevano lasciata viva, anche se erano stati costretti ad accecarla. Rispose l’altro che se la giovane donna si fosse trovata lì con essi egli le avrebbe indicato un modo per riacquistare la vista, lavandosi cioè la faccia con l’acqua d’un pantano ch’era nei pressi.
Emozionata e con tanto di batticuore, Artabella ascoltò tutto in silenzio e non appena i due amici furono andati via, tentoni cercò disperatamente di trovare la portentosa pozzanghera finchè ce la fece e così, lavatisi il viso e gli occhi con quell’acqua, riebbe fortunatamente la vista.
Era ancora nel bosco quando un giorno vide passare nei pressi, l’un dietro l’altro, dodici uomini, che poi seppe essere dodici ladroni. Ella volle accertarsi da dove essi venivano. Seguì le orme dei loro passi e venne a trovarsi in una spelonca e di là in una grande stanza, nel centro della quale vi era una panca già tutta imbandita.
Che fece Artabella? prima ebbe a dare una pulitina, assaggiò un pò di tutto il ben di Dio lì esposto e poi andò via. Quando i ladroni tornarono si accorsero che qualcuno era entrato nella loro dimora. Decisero quindi che a turno ognuno doveva fare la guardia, ma nessuno fu capace di scoprire la bella intrusa per il fatto che ognuno si addormentava e così Artabella era libera ogni mattina di fare le pulizie, ristorarsi un pò e poi andar via.
Al dodicesimo giorno fu il turno del capoladrone e neppure questi, addormentatosi, sarebbe riuscito a scoprire la estranea se costei, nell’andar via, non avesse fatto rumore con la veste impigliatasi alla maniglia della porta, sicchè fu facile al ladrone agguantarla.
Tremante di paura, a costui ella raccontò la propria dolorosa vicenda ed egli, impietositosi ed interpellati gli altri suoi dodici compari, decise, con il consenso di lei, di trattenerla con loro. Tutti presero l’impegno di rispettarla e di trattarla come una sorella, non prima le fecero dono di ori e gioielli in abbondanza. E così, nel mentre i ladri fuori compivano le loro scorribande, Artabella nella grotta attendeva ai servizi domestici.
Intanto, Bella una notte ebbe a sognare che la figlia era ancora viva e a conoscere nel sogno dov’ella era e cosa faceva. Temendo la sciagurata madre che un giorno la figlia venisse a conoscere la verità, mandò da lei una vecchia, cui dette uno spillone ed un anello. Le insegnò che, incontratala, avrebbe dovuto pettinarla e, quindi, ucciderla infilzandole lo spillone in testa; se non fosse riuscita in ciò avrebbe dovuto regalarle l’anello che, infilato al dito, l’avrebbe immediatamente pietrificata.
Si presentò la vecchia alla giovane raccontandole di essere stata inseguita da cani e poi, lodandola per la bellezza, le chiese se poteva pettinarle i bellissimi capelli. Al rifiuto di Artabella le domandò di accettare l’anello in ricordo di lei e, così dicendo, glielo infilò nel dito. D’un colpo Artabella diventò di marmo.
Tornati, i dodici ladroni ebbero, esterrefatti, a constatare la misteriosa pietrificazione. Nonostante ciò, essi vollero egualmente serbare la costante visione della giovane donna e, perciò, costruirono una nicchia fuori la spelonca nella quale sistemarono la statua di Artabella, in modo che sia nell’uscire che nel rientrare potessero vederla, inginocchiarsi vicino a lei ed adorarla come una santa.
Non lontano dal bosco vi era il palazzo reale ed un giorno un principino, nell’inseguire una lepre, andò a scovare la nicchia con la statua di Artabella. Incantato per la sua bellezza, portò via la statua e, nascostamente, la sistemò nella sua stanza, ov’egli si rinchiudeva spesso ad adorarla nascostamente. Dopo tre giorni, preoccupata, la Regina madre andò ad origliare presso la porta della stanza del figlio ch’era solito lì richiudersi e lo sentì dire:
Ci comu è morta, questa era ia
iò facia cu bbessa la sposa mia.
La Regina, allora, con un sotterfugio, fece uscire il principino e recatasi nella sua stanza, scoprì meravigliata la statua della bellissima giovane donna. Propose al figlio di sistemarla, quindi, in un salone del palazzo e così fu fatto, chè anzi furono messe due guardie per impedire che la rubassero. Le guardie, però, notando addosso ad Artabella tutti gli ori e i gioielli che le avevano donato i dodici ladroni, pensarono di appropriarsene e cominciarono a derubarla, ma quando le sfilarono l’anello, la giovane prese subito a rivivere emettendo però un terribile grido che fece scappare le guardie per lo spavento.
Tutti, allora, nel palazzo reale corsero per capire quel ch’era successo e quando videro viva la bella Artabella tutti, paggi, dignitari, lo stesso Re e la Regina furono lieti dell’improvvisa trasformazione, ma più felice fu il principino, al quale la giovane ebbe a raccontare le sue amare vicende, della madre che ora era morta,
della vecchia e dei dodici ladroni che, perdonati, furono introdotti nel palazzo reale col titolo di cavalieri e, infine, ad Artabella egli parlò così:
Ti osce e di sta tia
tu sarai la sposa mia;
e di osce e di domani
tu la sposa mia rimani.
E cusì si sposara e campara filici e cuntenti e di lu cuntu no ssi ndi seppe nienti.
