Egidio Lanoce, maestro di arte, di lavoro e di vita

di Marcello Gaballo

Ricordare Egidio Lanoce significa entrare nella storia di una Maglie che, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, seppe costruire attorno al lavoro, all’arte e alla formazione professionale una parte importante della propria identità. Significa, soprattutto, incontrare la figura di un uomo che fece della scuola non soltanto una professione, ma una missione civile, convinto che l’istruzione dovesse essere messa concretamente al servizio di coloro che, per condizione sociale, ne erano più lontani.

Tracciare un profilo di Lanoce non è semplice. Il rischio, come osservava Emilio Panarese, è quello di cadere nell’encomio, perché davanti a una vita tanto ricca di iniziative, riconoscimenti e benemerenze si finisce quasi inevitabilmente per scegliere tra troppe cose.

Eppure, al di là delle onorificenze e dei successi personali, ciò che più colpisce della sua vicenda è la coerenza di un’intera esistenza dedicata all’idea che anche i figli delle classi lavoratrici dovessero avere accesso a una formazione capace di unire sapere e mestiere, disegno e manualità, cultura e lavoro.

Egidio Lanoce nacque a Maglie il 9 agosto 1857, da Luigi e Chiara Zara. Il padre, caffettiere, intuì nel figlio una particolare inclinazione per il disegno e ne favorì la formazione, iscrivendolo al Regio Istituto di Belle Arti di Napoli. Qui Lanoce conseguì l’abilitazione all’insegnamento del disegno nelle scuole tecniche, normali e magistrali, dando già prova di quelle qualità artistiche che avrebbero accompagnato tutta la sua vita.

Ma la sua vera opera cominciò a Maglie. Nel 1881, dopo il servizio militare, riuscì a fondare una scuola serale e domenicale di arte applicata all’industria, iniziando per i primi anni a insegnarvi gratuitamente.

Era una scelta tutt’altro che marginale. In una società nella quale l’offerta scolastica era ancora largamente rivolta ai ceti aristocratici e borghesi, Lanoce intuì che occorreva creare un luogo nel quale il giovane artigiano potesse formarsi senza dover rinunciare al proprio lavoro.

La scuola nacque modestamente, con appena trenta alunni, ospitati nell’aula della prima ginnasiale della vecchia costruzione a tetto. Ma la crescita fu rapida. Gli iscritti aumentarono, i corsi si moltiplicarono, e la scuola dovette trasferirsi prima in via San Giuseppe e quindi, alla fine dell’Ottocento, nei locali di via Cesare Vanini, dove furono organizzate le sezioni diurne e serali. Nel frattempo vennero realizzate anche un’officina per i lavori in ferro e nuove aule per il disegno maschile e femminile. Quella scuola era profondamente legata alla realtà produttiva della città. Muratori, falegnami, ebanisti, fabbri, sarti e calzolai costituivano una parte importante del mondo del lavoro magliese.

A loro Lanoce offriva una formazione che non pretendeva di separare la cultura dal mestiere, ma di rendere il mestiere più consapevole, più qualificato, più aperto all’innovazione.

Si insegnavano il disegno a mano libera, quello geometrico e professionale, la plastica, le esercitazioni di officina, l’intaglio del legno, l’ebanisteria, la scultura sulla pietra da costruzione, il ferro battuto. La scuola divenne così un vero laboratorio di arti e mestieri, nel quale la tradizione artigiana del Salento poteva incontrare nuove tecniche e nuove forme espressive. Particolarmente frequentata era la sezione di ebanisteria, affidata a maestri intagliatori di esperienza, mentre la plastica aveva tra i suoi insegnanti lo scultore Giuseppe Manzo di Lecce.

Lanoce comprese inoltre che l’istruzione artistica non doveva essere esclusivamente maschile.

Nel 1906 fu istituita una sezione femminile, frequentata inizialmente da quaranta alunne, alla quale veniva impartito l’insegnamento serale del disegno applicato alla lavorazione delle trine e dei merletti. Fu un’esperienza destinata a lasciare un segno profondo nella tradizione del ricamo magliese, contribuendo alla formazione di numerose giovani e alla valorizzazione di un patrimonio di abilità manuali che sarebbe divenuto uno dei tratti caratteristici della cultura artigiana locale.

I risultati non tardarono ad arrivare. La scuola crebbe fino a essere classificata di primo grado nel 1919 e raccolse negli anni una lunga serie di riconoscimenti nelle esposizioni di Torino, Monza, Firenze, Napoli, Palermo, Roma, Parigi e Saint Louis. Ma forse più significativi delle medaglie furono i suoi allievi: uomini che, attraverso quella formazione, riuscirono a costruire un proprio percorso professionale e artistico, portando nel mondo il nome di Maglie e dimostrando concretamente la funzione sociale della scuola.

Tra loro troviamo artigiani, artisti, costruttori, scultori, mosaicisti, specialisti del ferro battuto e della lavorazione del legno.

Alcuni raggiunsero importanti traguardi anche fuori d’Italia. Paolo Piccinno, per esempio, dopo aver frequentato il corso di un maestro sarto della scuola, vinse nel 1907 a Parigi un concorso internazionale per il taglio da uomo, donna e militari. Salvatore De Gioia conquistò nel 1904 una delle borse di perfezionamento messe in palio dal Concorso Nazionale di Disegno. Altri allievi divennero industriali, artisti e maestri artigiani, contribuendo alla fortuna delle attività produttive locali.

In questo quadro si comprende anche il significato dei lavori realizzati dalla scuola per la Cattedrale di Nardò.

Tra essi spicca il monumentale trono episcopale in legno di noce, commissionato dal vescovo Giuseppe Ricciardi. Lanoce stesso ricordò nel suo Memoriale di aver preparato uno dei due progetti sottoposti al giudizio di Camillo Boito, il quale avrebbe scelto il suo come quello più adatto all’architettura della Cattedrale. L’opera, realizzata dagli allievi della scuola, fu oggetto di grande ammirazione e venne giudicata degna di appartenere a un monumento nazionale.

Quel trono, ancora oggi nella Cattedrale neritina, porta incisa la firma della scuola e del suo direttore: “Scuola d’Arte – Maglie – 1903. Dis. E. Lanoce”.

È una firma che vale più di una semplice attribuzione. Racconta il rapporto tra un maestro e i suoi allievi, tra una scuola e una comunità, tra la formazione professionale e la produzione di opere capaci di entrare a pieno titolo nel patrimonio artistico del territorio.

Non fu, del resto, l’unico lavoro destinato alla Cattedrale di Nardò. La scuola realizzò anche la porta di comunicazione tra il tempio e l’Episcopio e l’armadio delle reliquie. Sono manufatti nei quali l’abilità degli allievi si confrontò con la committenza ecclesiastica e con un repertorio decorativo che guardava al Medioevo, al Rinascimento e alla tradizione ornamentale pugliese. La documentazione relativa a questi lavori permette così di riconoscere nella scuola di Lanoce non soltanto un istituto didattico, ma una vera officina artistica.

Egidio Lanoce, tuttavia, non fu soltanto un educatore e un direttore di scuola.

Fu artista versatile e curioso: eseguiva ritratti su pergamena di vitello con inchiostro di china e acquerello, dipingeva paesaggi, praticava la scultura e la calligrafia, teneva conferenze e collaborava alla stampa.

Fu per molti anni corrispondente del “Corriere Meridionale” e seppe stabilire rapporti con personalità politiche e istituzionali di primo piano, ai quali si rivolse più volte quando la scuola rischiava di essere ridimensionata o soppressa.

I suoi ritratti su pergamena gli procurarono riconoscimenti prestigiosi. Ne realizzò per Francesco Crispi, per Umberto I, per la regina Margherita, per la Repubblica di San Marino e per papa Pio X. Proprio l’incontro con Pio X, al quale aveva donato un ritratto, rappresentò per Lanoce una delle soddisfazioni più profonde della sua vita. Nel suo Memoriale ricordò quella udienza con parole che restituiscono qualcosa anche del suo carattere: davanti al pontefice, scrisse, ebbe la sensazione di trovarsi di fronte non a un sovrano della Chiesa, ma a un amico.
I riconoscimenti ufficiali furono numerosi: medaglie d’argento, d’oro e di bronzo, premi nelle esposizioni nazionali e internazionali, la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia nel 1893 e, successivamente, quella a Ufficiale dello stesso Ordine.

Ma vi fu anche un riconoscimento di natura completamente diversa, forse ancora più significativo per definire l’uomo: nel 1887 Lanoce salvò un operaio travolto dalle macerie di due volte crollate, mettendo a rischio la propria vita e ottenendo per questo la medaglia d’argento al valor civile.

È difficile non vedere in quell’episodio un riflesso della stessa concezione che animava la sua opera scolastica.

Lanoce sembra appartenere a quella generazione di uomini che intendevano l’istruzione come uno strumento concreto di elevazione sociale. Non una scuola astratta, dunque, ma una scuola capace di dare dignità al lavoro, di fornire strumenti ai giovani, di migliorare la qualità delle produzioni e, attraverso tutto questo, di modificare lentamente la condizione delle classi popolari.

Per questo la sua battaglia per la scuola fu lunga e non sempre facile. Il materiale ricorda anche le tensioni politiche locali che ne minacciarono l’esistenza:

Lanoce dovette difenderla dalle contrapposizioni dei gruppi cittadini e dalle iniziative di quanti, per ragioni politiche, avrebbero voluto sopprimerla. Egli non si tirò indietro. La difese con una tenacia che lo portò a rivolgersi direttamente a ispettori, deputati, senatori e ministri, cercando ogni volta di ottenere per la sua creatura le condizioni necessarie per continuare a vivere.

E quella “creatura”, come viene definita, finì per sopravvivere al suo fondatore. Le denominazioni cambiarono nel corso del tempo: Scuola Serale e Domenicale di Disegno per Artigiani, Scuola d’Arte Applicata all’Industria, Regia Scuola Operaia di Arti e Mestieri, Regio Laboratorio Scuola per Fabbri e Scalpellini, Scuola Tecnica Industriale Biennale e, dal 1957, Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato. Oggi porta il nome di Egidio Lanoce.

È forse questo il modo più autentico di ricordarlo.

Egidio Lanoce fu un uomo profondamente moderno. In un Mezzogiorno nel quale l’istruzione professionale era ancora agli inizi, comprese che il riscatto economico e sociale non poteva prescindere dalla formazione. E comprese anche che il patrimonio artistico e artigianale del territorio non doveva essere considerato soltanto come una sopravvivenza del passato, ma come una risorsa da coltivare, perfezionare e trasformare in occasione di crescita.

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