La notte della taranta, ovvero la pizzica che ti scàzzica

di Armando Polito

Non ho la minima velleitaria intenzione di depositare il titolo che ho voluto dare a questo post, per proteggerlo da futuri abusivi sfruttamenti di natura promozionale o, se si preferisce, pubblicitaria. Metto pure in guardia lo sciagurato imbecille che fosse tentato a riciclarlo come suo comunicandogli che l’associazione tra pizzica e scazzicare non è nemmeno mia. Essa ha avuto l’onore di entrare nella saggistica di argomento antropologico nel 1961, quando Ernesto De Martino la introdusse a proposito del tarantismo nel suo La terra del rimorso (Il Saggiatore, Milano).

Scazzicare è un esempio di quella che in linguistica si chiama polisemia, cioè la capacità che una parola ha di assumere un’ampia gamma di significati, uno o più dei quali si possono spingere a traslazioni tanto lontane dal significato di partenza da renderlo quasi irriconoscibile e in alcuni casi creare anche dubbi di natura etimologica.

Nello specifico è quanto avrà provato perfino il Rohlfs, che tra i lemmi del suo vocabolario a scazzicare dedica lo spazio forse più ampio ma, paradossalmente, non avanza alcuna proposta etimologica. Per questo, una volta tanto, ho rinunziato alla riproduzione del dettaglio, anche se non posso fare a meno di sottolineare che l’antropologo italiano s’incontrò idealmente con il filologo tedesco qualche pagina dopo il primo uso scientifico di scazzicare, di cui ho detto. Il De Martino, infatti, vi riassume in pratica i significati registrati dal Rohlfs, citandolo espressamente. Nulla la competenza specifica dell’italiano poteva aggiungere a quella altrettanto specifica del tedesco, ma l’autorevolezza universalmente riconosciuta di quest’ultimo e l’accuratezza di ricerca del primo sono dimostrate dal fatto che La terra del rimorso uscì, come ho detto, nel 1961 e l’edizione italiana (Congedo, Galatina) del Vocabolario dei dialetti saletini nel 1976, il che significa che il De Martino si servì dell’edizione tedesca (Bayerischen Akademie der Wissenschaften, München), che era uscita nel 1956. Per il resto ribadisco che era quasi fatale che la competenza specifica dell’antropologo nulla potesse aggiungere, tanto meno sul piano etimologico, dove  un’altra competenza specifica non era stata in grado di dare risposta di sorta.

Prima di continuare mi pare opportuno illustrare questa polisemia di scazzicare tramite alcuni fondamentali esempi d’uso.

1) Tocca cu scazzicamu li fiche ti intr’alla capasa  (Dobbiamo scazzicare i fichi dentro la capasa)

Le due parole rimaste in corsivo nella traduzione in parentesi tonde denotano la difficoltà di tradurle e, se con capasa me la cavo rinviando a https://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/03/capasone-e-il-capofamiglia-capasa-la-mamma-capasieddhu-il-figlio/, con scazzicare sono costretto ad una rapida immersione nel passato mio e di quanti appartengono alla mia generazione, prima che il progresso, la scarsa disponibilità al sacrificio e l’odierno consumismo progressivo scaraventassero nell’oblio l’abitudine delle annuali provviste alimentari, prime fra tutte quella della conserva  (il nome non è casuale) di pomodoro e dei fichi secchi. Quesii ultimi nella capasa tendevano ad appiccicarsi fra loro e per questo era consigliabile procedere al loro scollamento, cioè a scazzicarli. Solo soffermandoci sull’etimo di scazzicare possiamo comprendere la difficoltà di trovare un suo sinonimo in italiano, nonostante l’esistenza di una radice comune.

Scazzicare, infatti è forma iterativa di scazzare, che ha il suo esatto corrispondente fonetico e semantico nell’italiano scalzare, nel doppio significato generico di rimuovere con forza e quello specifico di rimuovere dal piede la calzatura.  Il nostro scazzicare riflette il primo significato, ma proprio il suffisso iterativo sembra lenire la forza, se non la violenza insita nel primo  significato del primitivo scazzare, quasi un atto di amorevole cura nei confronti dei fichi, per quanto strumentale, visto che il beneficiario finale effettivo era per lo più, allora, il consumatore familiare, mentre oggi lo sono le multinazionali con l’amore cura del massimo profitto protetto dall’osceno scudo dei paradisi fiscali …

Se i fichi vengono scazzicati a freddo, la stessa azione avviene a caldo con la cenere: Scàzzica la cènnire, ca mi serve ‘nnu picchi ti ròscia (Rimuovi la cenere perché mi serve un po’ di brace).

2) Sta’ ddici ca nònnuma ‘mbrugghiò nònnuta? Ce sta scàzzichi! (Stai dicendo che mio nonno imbrogliò tuo nonno? Che stai riesumando!). Qui è uno dei due nipoti  a rimproverare all’altro lo scazzicamento e a questo punto qualcuno osserverà che questo secondo punti potevo risparmiarmelo dopo quello da nonno brontolone operato nel primo. Gli consiglio, comunque, dato l’argomento, di non perdersi il terzo ed ultimo, anche perché mi sono volutamente astenuto da qualsiasi commento.

3) Queddha femmina m’ha fattu scazzicare (Quella donna mi ha fatto eccitare).

Dopo questa parentesi, che mi auguro abbia chiarito le idee sull’uso di scazzicare anche a chi salentino non è, ritorno al problema etimologico. Eravamo rimasti al Rohlfs e, data la caratura dello studioso, è inimmaginabile che nella sua mente non si siano affacciate più ipotesi; solo che, avendo tutte o la maggior parte lo stesso tasso di plausibilità, avrà deciso di non riportarne alcuna, sia pure accompagnata da un forse o probabilmente.

Nel frattempo non sono mancate per la nostra voce proposte etimologiche. Qualche decennio fa per serietà avrei passato in rassegna solo quelle, per così dire, firmate, cioè pubblicate a stampa, trascurando quelle sparate al bancone o al tavolino di qualche bar, locale del quale, fra l’altro, sarò stato frequentatore occasionale non più di cinque volte in tutta la mia vita ed è facilmente intuibile che, giunto agli ottanta anni, questa quota non subirà variazioni.

Comincio col Dizionario leccese-italiano di Antonio Garrisi (Capone, Cavallino, 1990):

 

Risulta incomprensibile la distinzione in due lemmi, come se le due voci non fossero chiaramente unificate dalla semantica. Sul piano etimologico, poi, per scazzicare1 è messo in campo, arma preferita in questo vocabolario, il fenomeno dell’incrocio che, con l’analogia, in linguistica rappresenta l’ultima, disperata spiaggia. E la maledizione dell’incrocio, sulla suggestione della metafora sessuale, continua a manifestarsi con effetto comicamente osceno, anche se è del tutto naturale che quello messo in campo dal Garrisi si incontri, anzi si incroci, per legge di natura col significato metaforico assunto anacronisticamente nella vignetta da quello letterale del frutto che un tempo si era soliti scazzicare nella capasa

Continuo con Il vulgare neritino. Vocabolario etimologico del dialetto di Nardò di Enrico Carmine Ciarfera e Mario Mennonna (Congedo, Galatina, 2020). Ritenendo inutile la riproduzione diretta, mi limito a dire che, come l’autore precedente, anche quelli di quest’opera registrano per scazzicare due lemmi diversi, ma con lo stesso etimo: ” dal latino quassàre col prefisso s-“.

Non basta che scazzicare mostri un’indiscutibile affinità semantica con quassare per proporre quest’ultimo come etimo, pur con tutta la prudenza che casi come questo richiedono e, dunque ipoteticamente, cosa del tutto  sconosciuta a questo vocabolario, a parte i casi in cui ci si rifugia in un diplomatico e mai motivato e/o. Ancor meno basta, anzi può essere ancor più fuorviante, una presunta labilissima affinità fonetica, probabilmente suggerita dal neritino squazzare=sbattere violentemente. Senza spiegare l’evoluzione fonetica perfino i dialettali omografi (ma non omofoni per pronunzia, come tra poco vedremo) cazzu=cazzo e cazzu=calzoni hanno un etimo diverso.

Prima ho detto che avrei tenuto al di fuori di ogni considerazione ciò che non fosse stato pubblicato a  stampa e non ho risparmiato, così, il mio consueto strale lanciato non alla rete in sé ma ai rischi che il suo utilizzo comporta, in primo luogo la diffusione di fesserie. Queste pure in passato sono state propalate e, quel che è peggio accettate e diffuse, anche se con una velocità e per un bacino d’utenza che sembrano dei nani in confronto a quelli mostruosamente giganti della rete.

Bisogna, però, riconoscere che, anche se piuttosto raramente, essa ospita lavori pregevolissimi, che tanto per l’umiltà dell’autore quanto per la mancata sponsorizzazione anche degli enti locali impegnanti per motivi facilmente intuibili in promozioni culturali di ben altro spessore, non hanno avuto l’onore della stampa, a differenza di tanto osceno (magari si trattasse di semplice pornografia…) ciarpame anche autoprodotto, frutto di esibizionistico narcisismo, sul quale si sono buttati come avvoltoi (quelli veri, almeno, beccano i morti …) sedicenti scopritori di talenti ed improvvisati imprenditori editoria con un nugolo di strombettanti recensori …

È il caso di Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/a_1.html, dizionario da cui traspare fin dalla prima consultazione la sicura competenza dell’autore. Per quanto poco possa valere questa  mia affermazione, non si vorrà certo sottovalutare il fatto che l’opera si è classificata al secondo posto nell’edizione 2023 del Premio “Tullio De Mauro”, ma tant’è …  Dall’opera appena citata riproduco il trattamento di scazzicare e di cazzare.

 

Trovo condivisibile nella prima scheda solo il valore iterativi attribuito al suffisso. Per quanto riguarda il prefisso credo che proprio esso abbia indotto l’autore a mettere in campo il cazzare della seconda scheda. Spogliando, infatti, scazzicare del prefisso e del suffisso mi rimane cazz– e il passaggio a cazzare più che obbligato.

 

Con il cazzare, però, della seconda scheda subentra un’evidente forzatura semantica, giacché si passa da un concetti di sollevamento, scollamemto, liberazione, vita a quelli opposti di pressione, oppressione, distruzione e, come se non bastasse, il valore intensivo attribuito ad s– rende ancora più profonda quella che mi appare più una contraddizione che una nemmeno parziale incongruenza semantica. Anch’io parto da scazzicare, spogliandolo del prefisso e del suffisso. Pure a me, così facendo, resta cazz– col successivo obbligato passaggio a cazzare. A questo punto del nostro viaggio la strada presenta un bivio con la segnaletica che indica con due tabelle cazzare (con –zz– in pronunzia sorda)=pestare e cazzare (con –zz– in pronunzia sonora)=calzare. Il viaggio fin qui è stato gradevolissimo ma, mentre conoscete tutto il percorso fatto dal Presicce, se vi incuriosisce sapere quale sarà il mio con il mio cazzare, dovete essere disponibili a perdere con me più tempo di quanto ne avete perso finora.

Cazzare ha il suo esatto corrispondente italiano in calzare, il quale e connesso  con calza, che, a sua volta è, con cambio di genere dal latino càlceus. A differenza  dell’italiano il salentino si mostra fedele al genere latino con il càusi citato dal Presicce nella seconda scheda e con il neritino cazzi (-zz– con pronunzia sonora); a Nardò è anche in uso di minore frequenza anche il singolare cazzu1 (sempre con –zz– sonoro). Tornando a cazzare e restituendogli il prefisso che avevo tolto a scazzicare, vien fuori scazzare (-zz– sempre sonora) col significato letterale di togliere una o entrambe le scarpe e quello traslato di sradicare (esatto corrispondente italiano in scalzare) e vien subito in mente la pianta separata dalla sua metaforica calzatura, la terra. è evidente come il prefisso s- abbia un valore privativo, cioè l’opposto di quello attribuito dal Presicce a scazzicare.  Ne approfitto per osservare che, se scazzicare fosse connesso con cazzare=pestare, sarebbe piuttosto strano che la s- intensive non entri in composizione in uno scazzare=pestare ripetutamente.

Non sarebbe corretto, però, da parte mia, dopo queste osservazioni che non spostano di un micron la mia stima per il Presicce, se sorvolassi su un dettaglio fonetico che a prima vista sembrerebbe una metaforica frana sul percorso autonomo iniziato dopo il fatidico (!) bivio. Dopo aver ribadito in tutte le voci da me citate la pronunzia sonora di –zz-, mentre in scazzicare pure a Nardò essa è sorda, sarebbe come darmi con la zappa sui piedi se non ne dessi giustificazione. Lo faccio prima che lo stesso Presicce, del cui riscontro sarei onorato, o qualche attento lettore mi muova il giusto rimprovero.

Lasciando da parte le spesso quasi impercettibili differenze di pronunzia da luogo a luogo perché non è questo il nostro caso, l’incongruenza fonetica potrebbe avere spiegazione in una originaria esigenza distintiva, che è stata poi costretta a cedere alla regola generale. La distinzione semantica tra cazzu=calzoni e cazzu=cazzo, affidata alla pronunzia sonora del primo e a quella sorda del secondo non aveva ragione di esistere quando da cazzare>scazzare (in cui –zz– sonoro ancora sopravvive) è nato scazzicare, in cui –zz– ha dovuto cedere il passo all’usuale e generalizzata pronunzia sorda.

Mi piace  chiudere con un detto mai da me sentito prima che Marcello Gaballo me ne desse tempo fa notizia:

A ddò scera li fumi tua Caitanu/quandu facivi lu ballu otrantinu?  [Dove andarono (a finire) i tuoi fumi (le tue arie), Gaetano, quando facevi (eseguivi) il ballo otrantino (la pizzica)?]

In due endecasillabi perfetti con assonanza finale (Caitabu/otrantinu)  quello che si direbbe essere un commento nostalgicamente ed affettuosamente ironico all’indirizzo di chi a suo tempo fu un instancabile (e consapevole della sua abilità) ballerino  di pizzica.

Io e Marcello saremo grati a chi vorrà dare notizie sulla diffusione del detto, nonché confermare, integrare o correggere l’interpretazione qui data. Siamo consapevoli che sarà difficile, quasi impossibile riaccendere i riflettori  sul mitico Gaetano, ma non si sa mai …

______

1 A tal proposito va notato parallelamente come l’italiano calzone (accrescitivo di calza) teoricamente sarebbe meno corretto di calzoni, essendo l’indumento per buona parte costituito da due calze più lunghe e meno strette del normale (salvo che la moda non prescriva diversamente …), prive della parte terminale che nella calza normale copre il piede. Se penso, poi, che pantaloni (plurale di un nome proprio!) è più usato di pantalone (da Pantalone, maschera veneziana), quel teoricamente iniziale diventa, è il caso di dire, teorico.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: cognome, email e nome
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com

error: Contenuto protetto!