Arte| L’intensismo di Antonio Caracuta. Il percorso, la missione

 

di Gianluca Fedele

Il Salento, si sa, è costituito da paesi e frazioni che, come piccoli scrigni, custodiscono storie di comunità e persone. Da qualche tempo vivo Carmiano, una realtà che nonostante la frenesia del presente, in alcuni luoghi ha saputo preservare la bellezza dei rapporti spontanei, di una quotidianità lenta ed anche di gioielli d’arte com’è la chiesetta dell’Immacolata.

Qui vive e opera da sempre il pittore Antonio Caracuta. Lo si può incontrare la mattina presto in piazza Cesare Battisti, quando consuma il suo primo caffè con un pezzo di sigaro toscano e che, non fosse altro per la sua folta e lunga barba bianca, è il prototipo dell’anziano saggio, quasi un mistico. Si fa presto ad entrare in confidenza. L’aria trasognata, si alterna a momenti di malinconico amarcord e ciò che traspare più di ogni altra cosa è la sua viscerale necessità di sentirsi parte di una storia, di segnare attraverso l’estro artistico il passaggio sul mondo.

  • Com’è sorta l’aspirazione all’arte?

La vocazione per l’arte nasce da bambino, anche se non comprendevo ancora il vero significato della creatività né tantomeno avevo gli strumenti per tradurre il tormento che mi portavo dentro. Bisogna sapere che provengo da una famiglia molto povera, ma ricca di affetto semplice. A quel tempo la scuola per me era diventata una prigione che mi costringeva a non poter contribuire all’economia della casa, economia vessata dai debiti e, conseguentemente, dai creditori. Non era infatti una scena isolata per me quella di vedere i miei genitori subire il sequestro in casa, persino di oggetti davvero modesti come poteva essere una sedia. A tal proposito ho ancora viva nella mente l’immagine di mia madre che, dopo essersi dovuta separare dalla sua macchina per il cucito, con la quale riparava i nostri indumenti logori, giustificò a noi figli l’episodio sostenendo che portavano via l’attrezzo per essere riparato. Salvo poi scoprirla in disparte a piangere.

È probabilmente quello l’episodio più emblematico e traumatico della mia infanzia, quello che mi ha scatenato la rabbia contro le oppressioni, in difesa dei più deboli, dei sofferenti, dei bisognosi che vorrebbero far fronte alle situazioni più difficili per riscattarsi, nella legalità e senza commettere crimini naturalmente, ma che purtroppo non hanno i mezzi.

In età adolescenziale crescevo irrequieto e a tratti molto violento: all’età di undici anni picchiai un coetaneo, un figlio di papà, che sputò un pezzo di pane imbottito di profumato affettato contro un ragazzino che moriva di fame. Mio padre, un uomo dignitoso nonostante la condizione economica, con autorevolezza mi fece capire che con la violenza si possono solo intraprendere strade senza uscita. Ed è così che ho trovato nella pittura la mia valvola di sfogo.

 

  • Quindi già dipingevi da ragazzino?

Sì ma all’epoca era un’attività che mi metteva in imbarazzo e che mi costringeva a nascondermi, probabilmente per quel senso di colpa causato del fatto che non ci fossero soldi per acquistare tele e colori. Allora utilizzavo carboni sui muri come remoti graffiti, oppure disegnavo sulla carta che si usava per avvolgere il pesce, più robusta e facile da reperire. Ma se vogliamo per un attino ritornare ancora alla mia infanzia, mia madre mi raccontava che per addormentarmi avevo bisogno di vedere delle carte dai colori sgargianti.

A dodici anni non riuscivo più a nascondere questa grande passione che mi scoppiava dentro e così iniziai a sottoporrei i miei disegni ad un pubblico sempre più ampio, tanto da essere premiato per la prima volta, al primo posto tra molti artisti più adulti ed esperti. Conservo ancora delle opere di quel periodo, e stiamo parlando di oltre mezzo secolo fa, visto che oggi ho settantaquattro anni.

 

 

  • Come si è evoluta nel tempo la passione che descrivi?

Dopo il matrimonio la mia vita ha subito mille disavventure umane, private e professionali. Terremoti che mi hanno obbligato ad abbandonare tutto per molto tempo: dapprima la separazione da mia moglie, poi il fallimento dell’industria di falegnameria e restauro che avevo creato. Da questa fase così complessa ho tratto però la nuova linfa, iniziando il mio vero percorso nel mondo dell’arte che non si è più concluso.

Da quel momento ho iniziato a visitare le carceri, circa 45 anni fa, gli ospedali, gli ospizi, tutti luoghi in cui si tocca il dolore più comune e allo stesso tempo nascosto alla società. Penso a quei figli che abbandonano i genitori nei ricoveri per anziani, condannandoli ad una incolpevole solitudine. Lì ho cercato coi miei colori di portare serenità nel cuore e nella mente di questa gente, di alleggerire la loro sofferenza e spero di esserci riuscito qualche volta.

 

  • Si avverte una profonda fede cristiana in quello che esprimi, quanto questo aspetto ha influenzato la tua produzione?

Come ho già detto io non ho alcuna formazione scolastica, tutto quello che sono è frutto di un dono che sento di aver ricevuto da Dio, il minimo che posso fare è ricambiare con gesti di generosità. Tante energie le ho profuse combattendo la violenza, la tossicodipendenza, la pedofilia, l’ho fatto anche entrando nelle scuole, cercando di parlare ai cuori dei più piccoli. Ma anche nelle prigioni perché credo profondamente che si possano correggere e salvare adulti e ragazzi caduti nel gioco di una società a volte disattenta, che emargina anziché includere.

Nel periodo in cui raccontavo il dramma della droga, gli abissi nei quali sprofondavano intere famiglie, subii persino delle minacce, ma nulla mi ha fatto mai desistere dai propositi di denuncia che avevo intrapreso attraverso questa attività.

 

  • Mi hai raccontato che hai iniziato molto presto, ma quando hai capito di essere apprezzato come artista?

In realtà gli esordi sono stati travagliati e proprio il mio paese mi ha dato tanto dispiacere.

Le malelingue avevano diffuso la voce che i quadri non fossero frutto delle mie capacità e in tanti, persino tra i notabili, avevano aderito a questa versione crudele. L’apice della follia avvenne il 25 dicembre del 1985 quando un gruppo di giurati autoproclamatisi alla soluzione del caso mi “invitarono” a chiudermi in una stanzetta dietro la piazza con all’interno solo cavalletto, pennelli e colori. Avrei potuto declinare l’offerta, invece accettai. Quel pomeriggio i miei bambini scapparono da casa di mia madre per lasciarmi un biglietto sotto alla porta con su scritto: “coraggio papà”. Era struggente ma allo stesso tempo con quel messaggio mi diedero la forza per superare una prova assurda. Cancellai dalla tela l’opera dipinta sino a quel momento e realizzai un Natale di neve, come augurio ai miei concittadini, segno che non serbavo rancore.

Opera collocata presso la casa paterna di San Giuseppe da Copertino

 

Con Mons. Fernando Filograna, vescovo di Nardò-Gallipoli
  • Il tempo comunque ti ha riscattato.

Non certamente grazie a critici o galleristi! La notorietà raggiunta la devo esclusivamente alle persone umili di ogni ceto sociale che ho incontrato lungo il mio articolato cammino.

Oggi posso vantare otto medaglie d’oro, alcune delle quali vinte in concorsi internazionali, persino in America. Ho donato opere a tre pontefici, altre sono esposte in diverse basiliche e cattedrali. A Copertino una rappresentazione di San Giuseppe trova collocazione all’interno della casa de il Santo dei voli.

Ma tra gli episodi che conservo nel mio cuore con maggiore orgoglio c’è l’aver conosciuto Don Tonino Bello, il quale mi indirizzò un sentito augurio a seguito di una visita presso una mia mostra allestita a Santa Maria di Leuca. Un incontro che ha marchiato indissolubilmente la mia indagine sulla pace.

 

  • Quando dipingi ci sono dei colori che prediligi rispetto ad altri?

Per me i coloro sono creature che mi sbocciano dentro, l’emozione che mi provocano mentre si generano è paragonabile all’amore che si può provare per un figlio. In tutte le sfumature cerco di infondere uno spirito gioioso, capace di penetrare senza grandi fatiche nel cuore umano e nella mente.

E se talvolta un colore non viene armonioso più mi lego a quello, proprio come un genitore che sorregge la debolezza di un figlio.

Opera collocata presso la casa in cui ha vissuto don Tonino Bello

 

 

  • È stato coniato il termine Intensismo per raccontare la tua recente fase stilistica, in cosa differisce dal più diffuso Astrattismo?

Metto in conto che ci siano artisti migliori e più capaci di me, ma alcuni eventi che ho qui raccontato mi hanno spinto a perseverare all’interno di una ricerca intima, personale, del tutto originale.

Intensismo è uno stato d’animo, si serve delle emozioni del fruitore per esprimere un messaggio che è già dentro sé. Ma è anche il suono che mette in comunicazione un mondo mio sconosciuto con tutti coloro che dimostrano una spiccata sensibilità d’ascolto. Non nascondo che talvolta, alla loro ultimazione, alcune immagini nate sopra le tele abbiano sorpreso persino me.

 

  • Intendi dire che dipingi in uno stato di incoscienza?

È capitato in effetti molte volte di perdere la cognizione del tempo e della realtà circostante mentre ero assorto nella pittura, e non solo nell’intimità del mio studio. Passavano le ore, un’intera giornata addirittura, mentre al “risveglio” a me sembravano trascorse solo poche decine di minuti.

Fenomeni simili li ho vissuti anche sui palchi dove periodicamente vengo invitato per esibizioni estemporanee, tra centinaia di spettatori. Situazioni in cui respiro un’emozione indescrivibile.

 

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Se Dio mi donerà la forza per continuare quest’opera non smetterò di divulgare il mio messaggio di pace, specialmente di questi tempi in cui si avverte la grandissima necessità di trasmettere pensieri positivi, di amore e fiducia verso il prossimo.

Opera della corrente di Intensismo
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Un commento a Arte| L’intensismo di Antonio Caracuta. Il percorso, la missione

  1. Leggere di primo mattino le piccole storie umane che ci appartengono è il miglior caffè che possiamo prendere per affrontare la giornata. Grazie all’articolista ma innanzitutto all’Artista creatore della sua storia ben condivisa – una tantum – da quella parte sana dell’ecclesia.

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