Iscrizioni latine a Spongano. Quando le epigrafi raccontano la storia.

INTERVISTA di Donato Nuzzaci a Giuseppe Corvaglia, Filippo G. Cerfeda, Giorgio Tarantino, autori del libro: ISCRIZIONI LATINE A SPONGANO

 

di Donato Nuzzaci

 

Come è nato il progetto di raccogliere le iscrizioni latine a Spongano?

Giuseppe C.: l’idea è nata tantissimi anni fa e si era arenata. Negli ultimi tempi l’Associazione Panara Antica ha pensato di riprendere un’iniziativa del passato e ridare vita a una Collana, “Nuove note di storia locale”, che riprende una vecchia iniziativa dell’Amministrazione comunale. Questo libro sulle iscrizioni latine ci è sembrato il viatico migliore per partire.

In questa prospettiva ci siamo ritrovati e abbiamo lavorato alacremente senza farci spaventare dai problemi di ognuno e dalle distanze: io a Loano, Filippo a Padova e Gino a Spongano, un triangolo dal perimetro di centinaia di chilometri.

È chiaro che la tecnologia ci ha aiutato molto: trent’anni fa questi supporti ce li saremmo sognati. D’altra parte, questa intervista stessa la stiamo realizzando con un incontro a distanza…

 

Quante iscrizioni avete raccolto?

Gino T.: Sono più di 70 iscrizioni raccolte in 58 schede corredate da 160 foto.  Ogni scheda riporta il testo, la data, la traduzione, la collocazione e ne racconta la storia e il significato o anche dettagli e particolarità raccolte attraverso i documenti e le testimonianze orali dirette.

Epigrafe Torre dell’orologio già Sedile

 

Che senso ha oggi scrivere un libro sulle epigrafi latine?

Giuseppe C.: Meglio di quanto potremmo dire noi ha scritto Salvatore Rizzello nella prefazione dicendo: “…proporre un libro sulle iscrizioni latine non è un’operazione anacronistica, ma una “missione” che ha un triplice merito: far emergere il percorso carsico della storia e la continuità della conoscenza comune nei mutamenti generazionali, mettere in luce il sottile legame con altre comunità, anche molto lontane, di profonde radici identitarie, farci riconoscere per ciò che realmente siamo, viandanti nel tempo su sentieri tracciati e già percorsi.”

 

Di solito, dove venivano collocate le iscrizioni?

Gino T.: Ne abbiamo trovate in diversi posti scolpite, segnate sulle facciate e all’interno di case, chiese e luoghi sacri, in edifici privati e pubblici, su muri o su dipinti, una addirittura su una scultura d’arte moderna.

 

E i proprietari hanno collaborato al progetto di raccolta delle iscrizioni?

Gino T.: Abbiamo sempre trovato disponibilità da parte di tutti che non hanno esitato a fornirci informazioni, dati e notizie, ma abbiamo riscontrato anche la disponibilità di amici che si sono messi a disposizione. Per esempio, un amico ci aveva detto che c’era una epigrafe su Palazzo Stasi (Arcana tua et aliena tace) e io sono andato a cercarla, anche con una certa insistenza e quasi irritando il proprietario. Poi un giorno un altro amico va in farmacia, alza gli occhi e vede l’epigrafe che stava nel palazzo di fianco al palazzo Stasi dove la stavamo cercando.

Come puoi vedere senza la collaborazione di tutti questo libro non avremmo potuto realizzarlo.

 

Qual è stata l’iscrizione che più vi ha colpito tra tutte?

Giuseppe C.: Potrei dire “Arcana tua et aliena tace”, posta sulla facciata di un palazzo in via Diso, perché è un modo elegante per suggerire di farsi gli affari propri e penso che potrei parlare a nome di tutti e tre gli autori, ma a parte questa mi ha colpito molto l’epigrafe posta sul lato ovest della torre dell’orologio di Spongano che è una dedica mariana ed è ricomparsa dopo i restauri di qualche anno fa e già oggi si sta perdendo di nuovo per gli agenti atmosferici. Ci fa capire che il recupero delle testimonianze non è una cosa rinviabile perché può andare perduto facilmente. La stessa cosa possiamo osservare per alcune formelle del timpano del Calvario.

Arcana tua et aliena tace

 

Filippo, qual è stata l’iscrizione che ti ha interessato particolarmente?

Filippo G. C.: Molte iscrizioni hanno suscitato interesse e curiosità, ma in particolare una iscrizione mi ha coinvolto particolarmente: quella collocata sul palazzo della famiglia Marzo, oggi palazzo Polimeno.

Nella iscrizione l’aggettivo MARTIUM è un attributo di EMBLEMA che è neutro.

Con la sua traduzione vediamo la volontà di opposizione tra 2 stemmi gentilizi diversi: l’Ancora (simbolo di attività legata al mare o cognome di un’altra famiglia) e la Palma simbolo della vittoria (specie in battaglia perché Marte è il dio della guerra). Quindi la Palma è simbolo/ornamento di Marte, marziale e, per associazione di idee, dei Marzo, visto che vuole essere l’arme della famiglia Marzo.

 

Forse una competizione con un’altra famiglia di Spongano?

Epigrafe di Palazzo Marzo ora Polimeno

 

Gino, qual è stata l’iscrizione che ti è rimasta più impressa?

Gino T.: Dobbiamo dire che le epigrafi raccolte ci sono piaciute tutte e tutte hanno suscitato un vivo interesse in noi. Ogni epigrafe è stata una scoperta sia per informazioni che ritrovavamo, sia per il ritorno a maneggiare il latino che nel caso mio e di Giuseppe non si basava su una frequentazione consueta.

A me poi è piaciuta molto quella di Casina Stasi, “Pusilla domus…” perché esprime manifestamente il senso di ospitalità, di giorno e di notte, verso persone a cui si tiene molto ed evoca uno dei valori più belli che ci siano: l’amicizia. La casa, per quanto piccola è a disposizione degli amici, con generosità e affetto. Un motto che mi sentirei di fare mio.

Epigrafe Casina Stasi

 

Filippo, perché venivano realizzate queste epigrafi-iscrizioni?

Filippo G.C.: Un’epigrafe è un manifesto: dichiara una scelta di vita, una filosofia. Può essere anche ostentazione di ricchezza; a volte appare quasi come un comizio contro avversari veri o presunti; oppure è una preghiera, o una maledizione: è tante cose.

Nel momento in cui si edificava la casa o il palazzo, la massima che il proprietario voleva scolpita sull’architrave equivaleva ad un blasone di nobiltà intellettuale e morale, un blasone che diventava uno stimolo categorico a bene operare per sé e per i propri discendenti, per i vicini, per i parenti, per coloro che di là passavano e la leggevano, per la propria e le future generazioni. Essa aveva un valore assoluto in quanto nasceva da una profonda convinzione e da lunga esperienza di vita vissuta.

Le società del passato amavano ostentare il sapere, e non solo, ma anche il “fare”. Tutte le opere di misericordia materiale, le pie istituzioni, a vantaggio dei poveri, orfani, vedove e maritande: tutto ciò veniva “inciso su pietra”, come a perpetuare nei secoli la presenza e l’esistenza di quelle generazioni.

 

Gino, chi erano – di solito – i committenti?

Gino T.: Sicuramente nobili, borghesi e benestanti, ma anche la popolazione, attraverso il Comune e la Chiesa, per fissare nel tempo un evento importante per la comunità.

Quindi le iscrizioni spesso esaltavano nobili o possidenti, giammai singoli cittadini, vero? Oppure vescovi o uomini di chiesa, o ancora riportavano passi di testi religiosi particolarmente significativi?

Gino T.: Non sempre erano celebrative di nobili. Ricordo una iscrizione in lingua italiana su un vaso scolpito del cimitero che celebrava una bimba, figlia di un artigiano, morta prematuramente che esprimeva il dolore dei genitori. (“A GRAZIA RIZZELLO I GENITORI” “a soli tre anni ti perdemmo, chi ne consolerà”)

Inoltre, ne abbiamo trovata una che diceva MOLIRE UT MOLAM che poteva essere addirittura uno slogan pubblicitario di un frantoio o di un mulino.

Epigrafe chiesa madre

 

Filippo, qual è la differenza tra epigrafi e araldica? Entrambi possono o potevano andare spesso a braccetto?

Filippo G. C.: L’epigrafe è una iscrizione scolpita su pietra o vergata a mano mentre l’araldica è una disciplina, una materia specifica che studia gli stemmi e i blasoni nobiliari o vescovili. Quasi sempre negli edifici pubblici o residenze nobiliari le epigrafi erano sempre accompagnate con il blasone di famiglia, con lo stemma gentilizio o nobiliare che ostentava ricchezza e affermazione sociale. Soprattutto sugli altari o sui dipinti la presenza dello stemma di famiglia era indicativa della committenza della stessa opera d’arte.

 

Quali erano le funzioni delle iscrizioni?

Gino T.: Potevano avere una funzione informativa, didascalica, ma anche morale, dove l’epigrafe diventava un monito per il lettore.

Tuttavia, non mancava fra gli scopi anche quello di un tributo alla memoria di personaggi particolarmente importanti ed amati dalla collettività.

 

Quale tipo di pietra veniva usata?

Giuseppe C.: La pietra poteva essere la più diversa anche se la maggior parte veniva vergata su pietra locale, ma epigrafi si trovano su marmo e anche su tela o targhe di metallo o scritte su stucco o su intonaco.

 

La lingua latina era capita dal popolo oppure erano messaggi per le persone colte e pochi eletti?

Giuseppe C.: Il popolo non comprendeva la lingua latina, anche nelle preghiere spesso le ripeteva senza comprenderne il senso e addirittura nel ripeterle le corrompeva con elementi di dialetto o di volgare.

Il messaggio delle epigrafi era un messaggio solenne e autorevole e doveva servirsi della lingua istituzionale perché doveva essere tramandato a futura memoria.

 

Si può affermare che le iscrizioni erano i manifesti, i giornali o i “social network” del passato? E viceversa gli attuali social possono avere la funzione delle iscrizioni del passato?

Giuseppe C.: Il messaggio dei social network vuole dare visibilità a chi lo scrive, ma non dà l’eternità per via del fatto che i messaggi arrivano dappertutto, magari hanno una risonanza maggiore, ma sono effimeri, mentre l’epigrafe era destinata a perpetuarsi ben oltre la vita di chi l’aveva scritta. Pensa all’epigrafe per antonomasia, la scritta che Dante trova sulla porta dell’inferno “…io etterna duro…” ecco quello era lo scopo dell’epigrafe, i post dei social va ancora bene se durano qualche giorno.

 

Come mai oggi si realizzano sempre meno iscrizioni durature?

Giuseppe C.: Non direi. Pensiamo ai murales o alle iscrizioni dei writers che usano l’italiano, l’inglese, talvolta un loro lessico particolare e criptico… anche la strofa di una canzone o il verso di una poesia può diventare una epigrafe nell’ambito di un murales. Anche loro hanno una loro ragione e una loro efficacia comunicativa e anche quelle possono durare per sempre o per lungo tempo.

Si potrebbe fare un paragone tra le iscrizioni del passato e i tatuaggi sulla pelle?

Anche i tatuaggi sono un messaggio forte e inequivocabile, a volte esplicito ed a volte criptico, che riguarda la persona che lo porta e fa parte della sua identità, ma non è destinato a durare nel tempo, ma dura soltanto per la durata della vita di chi lo porta.

 

Come mai sono piuttosto rare le iscrizioni in lingua italiana? Ne esistono in lingua dialettale?

Giuseppe C.: Io credo che epigrafi in italiano ce ne siano tantissime. Pensa ai monumenti, alle lapidi dei cimiteri, alle lapidi commemorative… Abbiamo poi esempi di epigrafi in volgare anche molto antichi come quella di Minervino del 1473 (COMO LU LIONE ET[E] LO RE DELLA NIMALI CUSI MENERBINO ET[E]LO RE DE LI CASALI A.D. MCCCCLXXIII regnante Rege Ferdinamdos) e il distico di Corigliano d’Otranto del primo ventennio del ‘500 (HUMILE /SO/ ELLHUMELTA / MABBASTA/ DRACON/ DEVE(N)TARO/ SALCHU(N)/ ME/ TASTA), sono certamente le prime due testimonianze epigrafiche volgari più antiche del Salento.

Il dialetto non è usuale, ma anche quello viene usato, io stesso, per l’epigrafe della tomba di mio padre ho usato il dialetto sponganese.

 

Filippo, qual è la funzione delle iscrizioni nelle chiese e nei luoghi sacri come, ad esempio, nel Calvario di Spongano?

Filippo G. C.: Le iscrizioni nelle chiese o all’interno delle cappelle, pubbliche o private, quasi sempre mettevano in evidenza i diritti di patronato laicale (Jus patronatus laicorum) delle famiglie più influenti e cospicue, oppure le committenze. Le chiese parrocchiali e confraternali erano costruite publico sumptu (con denaro dei cittadini) e con la loro fatica e sacrificio: tutto ciò veniva “inciso su pietra”, perché Scripta manent, come a perpetuare nei secoli la presenza e l’esistenza di quelle generazioni.

La simbolicità del Calvario di Spongano (a forma di tempio circolare) ci dice che il cielo e la terra sono collegati con questo Calvario, dove Dio si è abbassato fino alla morte per risollevare l’uomo fino al cielo. Inoltre, nel Calvario, ci sono altri due elementi che fanno di questo monumento un’autentica mistagogia ecclesiale, che introduce chi vi legge, nella comprensione più profonda del mistero stesso di Cristo; questi due elementi sono le epigrafi e le icone.

Nella tradizione della Chiesa cattolica i gesti dei sacramenti si esprimono “per ritus et preces”. Per “ritus”, ossia gesti simbolici, possiamo intendere le icone, mentre per “preces” possiamo qualificare le epigrafi.

Cupola interna del Calvario

 

Come continua oggi e come continuerà la tradizione delle iscrizioni in questa epoca di “social” dove sempre meno si lasciano segni scritti tradizionali e sempre più emergono rappresentazioni nella realtà internettiana, virtuale?

Giuseppe C.: La rete sarà la principale destinataria dei messaggi, ma credo che l’epigrafi non smetteranno mai di esistere, certo, non in latino, con modalità diverse, ma resisteranno perché chi passa da un luogo ricordi una persona, un evento, una lezione.

 

Cosa ha lasciato a voi tre questa esperienza?

Gino T.: Abbiamo imparato che è possibile lavorare in équipe anche in questo ambito. Lavorando insieme con pazienza e tenacia, mettendo in comune le proprie competenze e le risorse, rinunciando alle gelosie e agli interessi personali, un’idea è diventata un progetto fatto e finito che ha raggiunto uno scopo nobile, quello di offrire la conoscenza agli altri.

Abbiamo imparato che la lontananza fisica viene azzerata dalla tecnologia e la vicinanza dello spirito conta davvero, che chiedendo per scopi buoni, le porte si aprono e gli amici ci sono. Infine, abbiamo scoperto che lavorando si cresce e si può raggiungere una sana soddisfazione.

 

Avrete occasione di incontrare il pubblico? Quando?

Gino T.: Domenica 14 agosto 2022 nella bella cornice di Parco Rini a Spongano io e Giuseppe dialogheremo con Salvatore Rizzello dell’Università del Salento, e Dario Vincenti presidente della Società di Storia Patria Sezione Sud Salento “N.G. De Donno”. Filippo, che sarà assente, manderà un messaggio per i lettori.

 

Quale potrebbe essere l’iscrizione latina adatta per questo vostro libro?

Giuseppe C.: DONEC FERETRUM SEMPER DISCIMUS… AC FORTASSE ETIAM POSTEA , fino alla bara sempre si impara… e forse anche dopo.

 

Intervista a cura di Donato Nuzzaci

Agosto 2022

 

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3 Commenti a Iscrizioni latine a Spongano. Quando le epigrafi raccontano la storia.

  1. Ringrazio Donato Nuzzaci per l’interessante intervista, pubblicata su questo lodevole sito, riguardante le iscrizioni in latino rinvenute a Spongano. Il mio plauso và a Giuseppe Corvaglia, Filippo Cerfeda e Gino Tarantino perchè hanno il merito di aver raccolto queste testimonianze di tempi e persone del passato che costituiscono una parte importante della nostra storia, della nostra identità di Salentini. Quando ricordo che con uno dei più recenti interventi di ri-pitturazione del Calvario di Spongano (credo fosse la fine degli anni ’80 del secolo scorso) erano state ricoperte con della pittura bianca le scritte nere in latino presenti sin dalla sua edificazione all’interno della cupola del tempietto, allora mi rendo conto che certe volte, oltre alle ingiurie del tempo e degli elementi atmosferici, si aggiungono quelle più assurde e certamente inaccettabili portate più o meno inconsapevolmente dall’uomo. E’ un fatto riprorevole che però ci dimostra con quale superficialità e leggerezza in passato siano state considerate queste testimonanze. Auguro a voi tutti una buona festa dell’Assunta.

  2. CI MORE LU GIURNU DE LA FESTA DE L’ASSUNTA…

    …TRASE RITTU RITTU A MPARADISU! Ovvero il giorno in cui le porte del Paradiso sono spalancate.
    Ricordo che a proposito della festività dell’Assunzione di Maria Santissima al cielo che ricorre il 15 agosto di ogni anno e che tante persone impropriamente definiscono “ferragosto”, mia nonna Addolorata Polimeno (uccèra a Spongano sin dai primi decenni del secolo scorso, un vero e proprio archivio umano di proverbi, stornelli, cunti e culacchi salentini) sorridendo mi raccontava che l’anima di chi moriva quel giorno aveva diritto di libero accesso in cielo perchè per l’intera giornata di festa le porte del paradiso rimanevano aperte in quanto doveva entrare la Madonna Assunta. E gli Angeli, gli Arcangeli, tutti i Santi ed il Padre Eterno in quel particolare ed unico giorno dell’anno erano tutti in gran festa e attendevano gioiosi l’Assunzione di Maria. Persino san Pietro cessava temporaneamente il suo servizio alle porte del Paradiso che pertanto quel giorno di grande festa rimanevano spalancate permettendo così di entrare liberamente a tutte le anime dei defunti di quel fausto giorno.
    Buona festa dell’Assunzione di Maria Santissima a tutti voi!
    Marino Miccoli

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