Brindisi e i brindisi

di Nazareno Valente

 

 Sono sempre più convinto che le fake sono come i grandi amori: finiscono, senza morire mai. Magari rimangono per anni sopite sotto la cenere ma basta un opportuno alito di vento perché riprendano vita, divampando poi con rinnovato vigore.

È appunto accaduto così per una delle più affascinanti dicerie costruite sul nome della nostra città, riesumata per l’occasione dal sito “Romano Impero”. Dopo aver definito brevemente il gesto conviviale del brindisi, l’autore del pezzo ci fa infatti sapere che sull’origine di tale termine vi sono varie interpretazioni ma che «la più plausibile potrebbe essere questa. Nel periodo di massimo splendore di Roma, Brindisi era forse il porto più importante. Quando i marinai attraversavano i mari impervi dell’Adriatico, di ritorno verso Brindisi, aspettavano con ansia l’avvistamento della terra ferma, del porto più vicino. Quindi al vedere la terra ferma, probabilmente gridavano “Brindisium”, dando il via alle libagioni di vino per la contentezza»1.

Il che, di là dell’ipotesi in sé, ci fa capire che, sebbene il latino, quello per intenderci di quando Roma era al suo massimo splendore, sia una lingua morta, il latinorun è invece un linguaggio tuttora vivo e vegeto, se sforna termini — in questa occasione, Brindisium — mai attestati nel periodo antico e tardo antico.

Naturalmente la notizia non è passata sotto silenzio e la parte dei “navigatori” più sensibili alle novità l’ha recepita come tale, dandole grande risalto e diffusione, a volte spacciandola pure per una primizia. Così, dopo anni di silenzio, è ritornata in voga la storia che il termine con cui si definiscono le bevute alla salute, vale a dire i brindisi, sia diretta derivazione del nome della nostra città.

Per ricostruirne la genesi, occorre riandare ai tempi eroici del Grand Tour (XVII – XIX secolo) quando appunto una simile ipotesi iniziò a circolare. Come sappiamo il Grand Tour era una specie di turismo d’elite che gli aristocratici europei intraprendevano per perfezionare la loro formazione culturale frequentando i luoghi più ricchi di opere artistiche. Tappa obbligata di questi lunghi viaggi era l’Italia, in cui si potevano anche riscoprire le tracce delle antiche civiltà, e quelle città che nel periodo classico avevano rivestito un ruolo di prestigio. Qui i sofisticati viaggiatori trovavano i loro agganci, ed i possibili ciceroni, negli ambienti eruditi cittadini dai cui racconti traevano spunto per i loro resoconti di viaggio che redigevano al termine del Tour e che, per lo più, riguardavano la storia, le tradizioni e le curiosità locali.

Sebbene a quei tempi non fosse neppure un pallidissimo ricordo dello splendido passato, Brindisi era spesso inserita nell’itinerario, tant’è che, sia pure un po’ di sfuggita, in un giorno di fine maggio del 1767 vi giunge il barone Johann Hermann von Riedesel  impegnato da un anno nel suo viaggio di studio. Con ogni probabilità fu questa una novità. Infatti, per quello che è dato di sapere, è il primo viaggiatore straniero che abbia visitato la nostra città in epoca moderna, mentre era impegnato a percorrere i centri della Magna Grecia o i paesi ad essa collegati, su consiglio di Johann Joachim Winckelmann, un colto e rinomato antiquario del Settecento,.

L’illustre ospite ebbe subito modo di constatare che la tanto celebrata Brundisium «non è più che un piccolo, e molto insalubre luogo, di circa nove mila anime, il di cui porto non può più dar ricetto che a barche di pescatori»2, in aggiunta impoverita dalla perdita di tutti i suoi monumenti antichi. Esaurita la descrizione della città di cui sottolineò per lo più la desolata situazione, causata dall’aria «cattivissima per tutto l’anno, ma principalmente in està» quando «essa è la più dannosa di tutta l’Italia»3, si lasciò andare ad una breve digressione su questioni secondarie. Incuriosito dalla parola «brindisi, adottata… per annunciare che una persona beve alla salute di un’altra»4,  desiderò  conoscerne le origini e, allo scopo, interpellò una persona del luogo «molto versata nelle antichità»5, don Ortensio de Leo, zio del più celebre Annibale de Leo.

Ebbene è proprio Ortensio de Leo ad associare per la prima volta il termine “brindisi” al nome della nostra città. A suo parere infatti, dalle frequenti partenze dei Romani da Brundisium per la Grecia, dall’uso che si aveva di accompagnare i propri amici e i propri parenti sino a questo porto, o di venir loro incontro, «dal nome di questo luogo ove faceansi gli addii ed i voti per la prosperità del viaggio»6, s’è formata l’espressione «brindisi… che si è perpetuata sino ai nostri giorni per denotare i desideri che si è nell’abitudine di fare, bevendo alla salute delle persone  che ci circondano»7.

Analoga versione sempre accreditata ad Ortensio de Leo, sia pure solo in forma anonima, si ritrova nell’ottava lettera datata 20 agosto 1797 del resoconto “Lettres sur L’Italie” di un altro celebre viaggiatore, il francese Antoine Laurent Castellan. Anche se, nell’occasione, il Castellan ci aggiunge qualcosa di suo ed in nota ci fa sapere che  «Gli Italiani pensano che l’abitudine del dire “far brindisi”, bevendo alla salute di qualcuno, equivalga all’espressione “arrivederci a Brindisi” che si pronunciava lasciandosi»8. Egli ritenne invece che l’espressione “far brindisi” non potesse essere in uso in antichità in quanto il nome posseduto dalla città a quel tempo — appunto Brundisium, e non Brindisium — non avrebbe giustificato una simile locuzione. Concludeva che il modo di dire dovesse piuttosto aver avuto origine ai tempi dei crociati, i quali «consideravano il porto di Brindisi, come il luogo in cui avveniva il raduno generale»9, cioè a dire quando il nome della città s’era volgarizzato in quello attuale.

 

La questione venne ripresa più d’un secolo dopo dal canonico Pasquale Camassa, il quale animato da grande affetto per la  città di Brindisi non lesinava mezzi, anche quelli meno scientifici, per porla in tutti i modi al centro dell’attenzione. Per questo le sue argomentazioni erano talvolta viziate e piegate all’intendimento di portare acqua alla causa della nostra città, anche se occorre ricordare che c’erano anche motivi di opportunità che lo esortavano ad assumere una posizione del genere. In quel periodo si vivevano situazioni particolari e, tanto per citarne una, la “romanità” faceva tendenza. Sicché rientrava nella normalità che le città ripassassero le proprie antichità romane alla ricerca di storie e spunti per poter mostrare qualche quarto di nobiltà. Chi era stato «potente al tempo dell’Impero Romano» poteva infatti sperare di ottenere qualche spintarella, perché il ritorno «al suo antico splendore» era necessariamente scritto nel suo destino.. Questo era il messaggio, cui giocoforza ci si adattava e, il saper enfatizzare nelle giuste forme la propria passata romanità, finiva per essere un meccanismo utile per portare vantaggi alla propria città. Quindi c’erano ragioni più che valide per non formalizzarsi troppo ed introdurre, qualora necessario, espedienti narrativi utili ad aumentare il fascino delle antichità cittadine.

Così facevano un po’ tutti i cronisti. Non solo quelli brindisini.

Camassa, uomo di cultura, lo sapeva fare con pennellate fantasiose di classe. E non a caso, proprio per questo suo porsi sempre e comunque a tutela degli interessi di Brindisi che a noi brindisini piace citarlo, non già con il suo nome, quanto piuttosto con il nomignolo confezionato di proposito per lui, vale a dire papa Pascalinu.

In questo suo ruolo era certo avvantaggiato, visto che, all’ombra di Roma, Brindisi aveva vissuto i principali avvenimenti storici e godeva quindi di una posizione di privilegio, ma ciononostante, a scanso di equivoci e per non  lasciare nulla di intentato, ci metteva tutta la sua creatività per adornare con i dovuti fiocchetti i suoi racconti. L’estro lo accompagnò pure quando si mise a parlare dei brindisi conviviali creando, anche in questa circostanza, un ispirato quadretto.

«Crediamo opportuno investigare se il nome “brindisi”, che si dà al saluto od augurio, che suol farsi alzando e vuotando i calici nella letizia conviviale, … abbia potuto trarre origine dal nome di questa città»10. Così esordì il canonico, per poi nel seguito proseguire: «dal suo magnifico porto salpavano tutti coloro che si recavano in Oriente» e  «tutti i giovani patrizi romani [che] andavano per istudio in Atene», accompagnati al luogo dell’imbarco da amici, parenti e liberti11. E costoro, «prima di separarsi facevano auguri e libazioni alla buona fortuna del novello viaggiatore, il quale, alla sua volta beveva, ben augurando a coloro che restavano»12. Una volta vuotati i calici ed espresse le formule di rito, tutti «soggiungevano a coro: che gli Dei ci facciano rivedere qui a Brindisi, per rinnovare lietamente queste libazioni»13.

Senza dichiararlo espressamente, papa Pascalinu prese anche in considerazione il rilievo di Castellan: «È vero — egli afferma — che allora la città si chiamava Brundusium; ma la memoria di quella costumanza, col passare alle età moderne, ha potuto anche acquistare il nome moderno del luogo. E ciò dovette avvenire particolarmente in quel periodo, in cui la lingua del Lazio cominciava a sostituirsi al volgare»14.  Non negava però che c’erano eruditi che «vorrebbero dare un’altra origine alla parola “brindisi”»; malgrado ciò, lui ne ribadiva la puntuale provenienza «dai bacchici auguri, che frequentemente all’epoca romana in questa città [Brindisi] si scambiavano»15. E, a decisivo sostegno della sua tesi, citava l’autorità di Francesco Redi ed i versi del suo famoso ditirambo in cui Bacco è in viaggio verso Brindisi con la moglie Arianna16:

«Voga, voga, arranca, arranca;

Ché la ciurma non si stanca,

Anzi lieta si rinfranca,

Quando arranca verso Brindisi:

Arianna, brindis, Brindisi»17.

I quali versi, valutati di per sé, ponevano un evidente collegamento tra «brindis» e Brindisi chiarendo che, nello specifico contesto dei festeggiamenti augurali, i due vocaboli avevano lo stesso significato. E quindi in definitiva che Brindisi, oltre ad essere un nome di città, identificava anche i brindisi, al pari della voce spagnola «brindis».

Considerate le competenze linguistiche del Redi, personalità tra le più autorevoli del suo tempo e tra i principali artefici della terza edizione del celebre “Vocabolario della Crusca”, sarebbe quasi bestemmiare a non tener conto del suo illustre parere.

Ci sono però altri punti della narrazione del canonico che meritano d’essere commentati.

In particolare, andrebbe ricordato che in epoca romana un viaggio di andata e ritorno da Roma a Brindisi durava dalle tre alle quattro settimane, ed era cosa talmente poco banale che i più, prima di mettersi in cammino, facevano addirittura testamento, temendo di non poter ritornare a casa incolumi. Pertanto non dovevano essere molti i parenti, gli amici ed liberti disposti a sprecare così tanto tempo, e soprattutto a mettere a repentaglio la propria vita, per una semplice bevuta ed un saluto da dare al patrizio impegnato a partire da Brindisi per il suo viaggio di studio.

C’è da aggiungere che dalle fonti letterarie dell’epoca sono facilmente desumibili le forme augurali utilizzate nel bere alla salute di qualcuno18, e in nessuna di queste è possibile rintracciare, nemmeno alla lontana, il coro ricordato dal Camassa che rimetteva agli dèi la possibilità di rivedersi a Brindisi.

 

Considerazioni ancor più interessanti sono ricavabili da una breve analisi dell’evoluzione subita dal toponimo usato per identificare la nostra città, per individuare quando esso s’è volgarizzato nell’attuale denominazione.

In epoca romana il nome più ricorrente era Brundisium e, in alternativa, Brundusium, che fu forse quello in origine assegnato al momento della fondazione della colonia latina. Nome che subì in seguito molte varianti, influenzate sia dalla pronuncia in uso nel latino tardo e medievale, sia dalle trasformazioni subite dalle lingue sviluppatesi dal latino. Tutto questo comportò che dal medioevo in poi siano state coniate diverse denominazioni per individuare la nostra città. All’inizio del Basso Medioevo andarono affermandosi, quali modifiche alle voci tradizionali, Brandisium, Brandosium e Brandusium. Termini che, forse a causa del dominio instaurato nella nostra città dapprima dai Normanni e poi dagli Angioini, furono successivamente volgarizzati in una sequenza di nomi di ispirazione gallica. I più ricorrenti dei quali nel XII e XIII secolo risultano essere: Brandisi19, Brandiz20, Brandis21Brandizia22, sino ad arrivare a Brandizio. Fu appunto Brandizio — termine peraltro utilizzato anche da Dante nel celebre passo in cui il sommo poeta fa esclamare a Virgilio: «Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto», e da Boccaccio nella quarta novella della seconda giornata del Decamerone, quando Landolfo Rufolo «montato sopra una barca, passò a Brandizio» — a prevalere sino a tutto il XIV secolo. Sebbene con minore diffusione, è riscontrata la contestuale presenza di altri nomi, quali ad esempio: Blandizo23, Brandizo24, Brundisia25 e Brandiço26. Nella seconda metà del secolo XV apparvero Brindese e Brindise, e poi finalmente Brindisi, la cui prima attestazione ritrovo nell’edizione del 1494 dell’opera “L’aquila volante” attribuita forse erroneamente a Leonardo Bruni. Tale toponimo però non prese subito tutta la scena, tant’è che la condivise per un secolo e più con Brindesi27.

Seguendo questo filone d’indagine, sembrerebbe pertanto alquanto improbabile che un termine, coniato non prima del XV secolo e affermatosi molto tempo dopo, abbia potuto influire sui modi di dire degli antichi romani e sul loro gergo. C’è quindi da capire la posizione degli etimologi che, non prendendo neppure in considerazione l’ipotesi cara ai nostri due studiosi, sono concordi nel credere che il termine brindisi, inteso come invito a bere alla salute, derivi dal ben più antico «bring dir’s» (“lo porgo a te”) di origine tedesca e che sia successivamente giunto a noi attraverso il vocabolo spagnolo «brindis». In altre parole, il vocabolo “brindisi” è un prestito linguistico e quindi, traendo origine da altra lingua, non può derivare dal nome assegnato alla nostra città.

Non è questo l’unico motivo che renderebbe evidente come da un punto di vista etimologico non ci sia storia: ci sono Brindisi e brindisi, e non c’è alcuna relazione tra i significati dei due termini. Tra le varie ragioni ce n’è una davvero sorprendente che, non essendo mai stata prima notata, rappresenta al tempo stesso una vera e propria curiosità, Nessuno infatti  s’era sinora accorto che il nome della città, coinvolto appunto da alcuni scrittori in una falsa etimologia con vocaboli che richiamavano le bevute, venne utilizzato in un stile comico di verseggiare sviluppatosi con successo nel Seicento.

Prima di affrontare questo nuovo ed originale aspetto, riepiloghiamo i termini della questione.

Ci sono ragioni più contro, che a favore, all’ipotesi che i brindisi fatti alzando i calici c’entrino qualcosa con il nome della nostra città.

L’unico punto di forza della tesi che pone un collegamento tra i due termini è costituito dai versi del Redi che associano a Brindisi la voce spagnola “brindis”, adottata appunto per quando si beve alla salute di qualcuno. Tutto il resto si pone  a sfavore, a partire dalla poco credibile processione di parenti, amici e liberti, intenti a sprecare tempo ed a mettere a repentaglio la propria vita per una bevuta ed un augurio, e dal fatto incontestabile che nessuna fonte letteraria primaria citi in alcun modo le formule proposte dagli eruditi brindisini. Senza contare quella ancor più consistente, basata sulla circostanza che solo dalla fine del XV secolo la nostra città incominciò ad essere identificata con l’attuale nome, che risulta quindi di certo non precedente ai vocaboli «bring dir’s» e «brindis» usati rispettivamente dalla lingua tedesca e spagnola per caratterizzare i brindisi.

A queste vanno aggiunte altre considerazioni.

La prima riguarda i significati dei vari termini utilizzati, i quali non sempre riproducono esattamente il concetto originario.

Quando nei contesti privati, invitiamo a “fare un brindisi”, di fatto chiediamo a tutti i presenti di alzare il calice per bere alla salute di qualcuno. In antichità il rituale era invece diverso. Chi invitava al brindisi, dopo aver bevuto dalla coppa, porgeva la stessa al solo festeggiato perché bevesse a sua volta. Infatti il «προπίνω» (propìno) greco, che è l’antesignano del nostro brindare, è in genere tradotto con “bere prima di un altro a cui si passa il calice” quindi più in linea con il «bring dir’s» tedesco che, infatti, è reso in italiano con “lo porgo a te”, sottinteso il bicchiere. Di fatto, salvo non fosse dedicata agli dèi  o ad un personaggio pubblico — ma in questi casi si parla più di libagioni che di brindisi — la «propinatio» (il brindisi) non coinvolgeva in genere tutti, ma solo il commensale alla cui salute di volta in volta si beveva. In aggiunta, ad ulteriore variante, il commensale era obbligato a bere il contenuto del calice che gli veniva passato, sino all’ultima goccia. Era quindi un gesto di grande affetto e simpatia che, non a caso, i greci chiamavano «φιλοτησία πόσις» (filotesia posis: bevanda che crea amicizia o che fa parte dell’amicizia)  o più semplicemente «φιλοτησία», ma che, visto in altra ottica, poteva anche essere un modo per far ubriacare qualcuno. In tal senso, celebre il brindisi fatto alla salute di Polifemo con cui Ulisse, forte del fatto che questi non poteva esimersi dall’accettare l’invito a bere, riuscì a far perdere il lume della ragione al ciclope.

In definitiva, l’espressione “far brindisi” non rispecchia in tutto e per tutto il rituale antico che era piuttosto un “invito a bere”, e questo aspetto è sottolineato da tutti gli autori dell’età moderna. Ad esempio il Sarnelli28 ed in particolare il Menochio quando riferisce appunto che «l’uso d’invitar a bere, che volgarmente diciamo far brindisi, è antico assai»29, intendendo con ciò che le due locuzioni non presupponevano immagini coincidenti. Una cosa è infatti il brindisi, in cui si beve insieme alla salute di qualcuno, senza però essere obbligati a farlo se non nella misura in cui si desidera, elevando e facendo tintinnare i calici; altro l’invito a bere rivolto al solo festeggiato che, tra l’altro, non aveva possibilità di rifiutarsi di brindare. Da questa constatazione è verosimile desumere che le due espressioni danno anche ragione dell’evoluzione che il rituale del brindare ha subito nel corso del tempo e, conseguentemente, che “far brindisi” o, in generale, i “brindisi” fanno riferimento ad una pratica privata più tarda. Esattamente per questo motivo tali formulazioni, essendo più recenti e del tutto estranee alle occasioni conviviali svolte in antichità, non sono rintracciabili nei resoconti letterari del tempo.

Altra possibile considerazione è che, a metà tra il termine antico (propìno), che caratterizza il classico “invito a bere”, e la locuzione “far brindisi”, che invece descrive meglio il nostro collettivo bere alla salute, c’è proprio il vocabolo tedesco «bring dir’s» (lo porgo a te) che dà ancora interpretazione di quel passaggio della coppa da chi avviava il festeggiamento a chi era festeggiato. Il che in altri termini fa capire che il nostro termine è successivo a quello tedesco che l’ha quindi necessariamente influenzato.

Menochio si sofferma con dovizia di particolari pure sulle ripercussioni negative dell’obbligo insito in questo rituale «che — come egli ricorda — anco oggidì prevale in molti luoghi, che l’invitato a bere sia tenuto a corrispondere all’invitante con la medesima misura, ancorché non ne habbia né voglia, né bisogno»30. In antichità, in effetti, era cosa disdicevole rifiutare l’invito a bere: aderirvi faceva parte del gioco di un qualsiasi banchetto. Ce lo riferisce Cicerone che, nelle Tusculane, riporta l’iscrizione che i Greci ponevano nelle loro sale da pranzo: «Aut bibas, aut abeas» (O bevi, o vattene). Come dire, se non hai intenzione di bere, tanto vale che non partecipi al banchetto.

Nelle peggiori evenienze, questi festeggiamenti potevano pertanto sfociare in veri e propri incitamenti ad alzare troppo il gomito. Se poi si pensa che c’era sempre un re del banchetto (simposiarca) che dirigeva il tutto, le bevute alla salute d’una volta assumevano, sia pure alla lontana, le sembianze d’un vecchio gioco brindisino parecchio biasimato, “la Calabbrisella”, che si praticava con l’intendimento di mandare a casa «‘ncilunatu» qualcuno lasciando al tempo stesso a «l’urmu» qualche altro. Cosa quindi alquanto diversa da un semplice brindisi.

Proprio a causa di queste possibili degenerazioni, il cristianesimo non vedeva di buon occhio la consuetudine dell’invito a bere e cercò in tutti i modi di ostacolarlo. Sebbene non ne sradicò l’uso, riuscì comunque a contenerne gli effetti in particolare nelle zone in cui poteva esercitare una maggiore influenza.

I Paesi dell’Europa settentrionale rimasero più legati alla tradizione e tra i Tedeschi il rituale privato dell’invito a bere rimase parecchio diffuso.

Diversa la situazione dalle nostre parti.

Monsignor Della Casa, massima autorità nel campo dei costumi e delle buone maniere, nel suo manuale redatto nel Cinquecento (il celebre Galateo) in cui codificò le norme comportamentali nella vita di relazione, riferisce che «l’invitare a bere… nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso»31. Fornisce inoltre un’informazione per noi molto preziosa, vale a dire che, trattandosi di usanza inusuale nel nostro Paese, la «nominiamo con vocabolo forestiero, cioè “far brindisi”»32. Il fatto che un autore del Cinquecento affermi che l’espressione “far brindisi” era di evidente estrazione straniera, preclude la possibilità che derivi dal nome attuale della nostra città che, per altro, solo in quello stesso periodo incominciava a prendere piede. Al contrario, presupporrebbe che i “brindisi” esistevano ben prima dell’odierno toponimo.

In definitiva l’ipotesi degli etimologi prende sempre più spazio e, a mettersi di traverso, restano solo i versi di Francesco Redi, lì dove l’autore mette in evidenza il collegamento tra Brindisi e l’analogo vocabolo spagnolo «brindis». Considerato lo spessore del personaggio — arciconsolo dell’Accademia della Crusca e sempre impegnato a diffondere ed a salvaguardare il volgare toscano — desta grande stupore che abbia potuto propendere per una tesi così palesemente errata. Il che, a questo punto, fa sorgere il sospetto che sia stato papa Pascalinu a travisarne il pensiero, magari citandolo a sproposito.

In effetti una cosa è prendere in esame uno specifico passo di una opera staccandolo dal suo contesto; altro analizzarla nel suo complesso, valutandone anche la genesi.

Ebbene nel Seicento gli accademici della Crusca, da vere persone di cultura, non si prendevano sempre sul serio e, di tanto in tanto, trovavano l’occasione per accantonare la greve e imponente veste di custodi della lingua, per trasformarsi in festaioli scanzonati. Questo avveniva in occasione dei pranzi collegiali di rinnovo delle cariche direttive e di elezione di nuovi membri, chiamati stravizzi, dove lo spreco di buone pietanze e di buon vino si mescolava a composizioni poetiche inventate lì sul momento per accentuare il tono ludico della riunione.

Nello stravizzo della Crusca del 12 settembre 1666, alla presenza dei principi Leopoldo e Mattias de’ Medici, accadde qualcosa di speciale che entrò a far parte della storia letteraria nazionale. Mentre si brindava allegramente, in risposta ad una spiritosa composizione d’un partecipante che assegnava al vino, e non all’amore, il potere di far girare il mondo, Redi confezionò un ditirambo di quarantaquattro versi di sperticato encomio del vino toscano. Questi pochi versi, divenuti subito famosi tra i circoli esclusivi cittadini, originarono le novecentottanta righe finali del celebre “Bacco in Toscana” che Redi completò dopo un lavoro di cesello durato quasi vent’anni.

C’è da ricordare che l’allora segretario della Crusca era un medico affermato, tra l’altro salutista e (pare) astemio, che però in quella particolare occasione festosa, nelle vesti di poeta, assunse le difese del vino opponendosi alle stesse terapie che da scienziato usualmente consigliava. È quindi scontato che i versi del ditirambo non vanno presi alla lettera ma considerati dopo aver fatto la giusta tara. In essi, Redi racconta che Bacco, il dio del vino, nel corso d’un suo viaggio con la moglie Arianna, viene ospitato nella villa medicea di Poggio Imperiale, dove ha l’occasione di passare in rassegna tutti i principali vini toscani e italiani del tempo e, naturalmente, di servirsene in abbondanza. Inizia così un marcato elogio per il buon vino, al quale si contrappone la disapprovazione totale per le bevande allora esotiche, «l’amaro e reo caffè»33, il «cioccolatte»34, il «»35 e, soprattutto, l’acqua con cui «certi magri mediconzoli… ogni mal pensan di espellere»36. In definitiva, per stare bene, non bisogna seguire i consigli dei medici, ma «vino, vino a ciascun bever bisogna,/Se fuggir vuole ogni danno»37. Evidente il divertimento che l’autore si concede verseggiando in allegria con consumato virtuosismo linguistico, evidenziato ancor più nella parte conclusiva del ditirambo. Quella non a caso più celebre, e che vede Bacco impegnato a veleggiare verso la nostra Brindisi.

Anzi proprio in questi brani il tono scherzoso si accentua perché, come raccontava lo stesso Redi, Bacco «comincia ad essere briaco, o per dir meglio è tutto briaco»38. Per cui più che navigare realmente verso la nostra città, Bacco immagina di farlo, visto che l’ebbrezza lo rende poco saldo sulle gambe, quasi fosse su una nave scossa dalla tempesta. E si deve a questo suo particolare stato se il dio finisce per bisticciare con i termini “brindis” e Brindisi, assegnando loro lo stesso significato, mentre in realtà si riferiscono ad entità ben distinte: quello al vino; questo ad una città. C’è così l’aspetto comico che accomuna il “brindis” avvinazzato, generato dal vino, ad un vocabolo quasi con lo stesso suono — la città di Brindisi — che niente ha in comune in termini concettuali. In definitiva, i linguisti lo chiamerebbero un gioco paretimologico, in cui il termine Brindisi viene reinterpretato sulla base  della sua somiglianza formale con “brindis” assumendo un valore diverso da quello suo originale. E dando in pratica luogo ad una falsa etimologia.

Il bisticcio scherzoso che l’alto esponente dell’Accademia della Crusca con quel suo «brindis, Brindisi» desiderava creare, male interpretato, trascinò nell’equivoco il nostro papa Pascalinu. Al tirar delle fila, non ci furono mai amici, parenti e liberti convenuti nel nostro porto a bere alla salute dei viaggiatori,  gridando in coro: «che gli Dei ci facciano rivedere qui a Brindisi, per rinnovare lietamente queste libazioni»39. Anche perché, a quei tempi, la nostra città aveva ben altro di più consistente da offrire d’una banale bevuta.

Ma c’è di più. Occorre infatti rilevare che Francesco Redi non è stato il primo ad accostare, per gioco, manifestazioni ludiche al nome della nostra città. La primogenitura, per quello che mi è stato possibile appurare, va assegnata a Giovan Battista Lalli che qualche decennio prima, nel suo poema scherzoso “La Moscheide,  overo Domiziano il moschicida” — e già il titolo è tutto un programma — fa risalire appunto l’origine della locuzione far brindisi a Brindisi, sia pure per motivi ancor più esilaranti.

Siamo presumibilmente attorno al primo ventennio del Seicento, quando la nostra città non ha ancora assunto il suo nome definitivo e viene chiamata in vari modi. Nel suo poema Lalli la chiama Brindesi e la presenta come un porto franco, dove chi vi risiede non subisce le attenzioni del fisco o dei creditori.

 

«Brindesi già Brandizio, ov’hor volando

Concorron genti addolorate, e meste,

Mentre le pon dalla lor Patria in bando

Il creditor con cedule funeste

O dolce asilo, o porto venerando

Delle birresche orribili tempeste,

 Ov’huom per privilegio siede,

E perso ottien vittoria, a nessun cede»40.

Per questo, i brindisi, intesi come bevute, traggono il loro nome dalla città di Brindesi perché “far Brindisi” è un invito ad andarvi ad abitare per non avere più pensieri di carattere fiscale.

 

«Brindesi bella, s’io m’appongo al vero,

Da te son messi i Brindisi in usanza,

Quasi l’uom dica: Lascia ogni pensiero,

Beviamo allegri e rinfreschiam la panza:

Che se poi il creditor duro e severo

Ci fa da i birri apparecchiar la stanza,

Brindisi habbiamo, Brindesi diletta,

Che quanto più si bee, via più n’alletta»41.

Quindi i giochi burleschi impiantati sul nome della nostra città non erano inusuali nel Seicento, e vertevano sempre sulla sua assonanza con il termine usato per le occasioni gioiose delle bevute alla salute. Ed ai momenti d’ebbrezza che ne seguivano.

Questo alternare termini di diverso significato, che iniziavano però con le stesse lettere ed a cui si dava pur tuttavia lo stesso contenuto semantico — nel caso del “Bacco in Toscana”, brindis e Brindisi; in quello della “Moscheide”, Brindesi e Brindisi — era un modo di parlare scherzoso, detto ionadattico. Un marchingegno poetico allora in voga che rappresentava una vera e propria esperienza letteraria. Il che fa capire che il collegamento tra i brindisi e Brindisi era un espediente letterario alla moda, adottato per riscuotere credito tra i lettori amanti di quel genere.

A questo punto, si potrebbe dare per certo che ci sono brindisi e Brindisi.

Il condizionale è però d’obbligo.

Dicono infatti che una fake, quand’è più d’un semplice “tarocco”, è come un grande amore non corrisposto.

Non ha capo, né coda.

Eppure è difficile da abbandonare, e farsene una ragione.

 

Note

[1] https://www.romanoimpero.com/2019/03/il-brindisi-romano.html (consultato il 4 novembre 2021)

2 RIEDESEL J. H. von (1740 – 1785), Viaggio in Sicilia del signor barone di Riedesel diretto dall’autore al celebre signor Winkelmann, Tipografia Francesco Abate, Palermo 1821, p. 159.

3 Ibidem, pp. 162-163.

4 Ibidem, p. 163.

5 Ibidem, p. 162.

6 Ibidem, p. 163.

7 Ibidem, p. 164.

8 CASTELLAN A. L. (1772 – 1838), Lettres sur L’Italie, Nepveu, Parigi 1819, p. 67.

9 Ibidem, p. 68.

10 CAMASSA P. (1858 – 1941), La Romanità di Brindisi attraverso la sua storia e i suoi avanzi monumentale, Tipografia Vincenzo Ragione, Brindisi 1934, p. 129.

11 Ibidem, p. 130.

12 Ibidem.

13 Ibidem.

14 Ibidem, p. 131.

15 Ibidem.

16 Ibidem.

17 Ibidem, p. 132.

18 Una delle formule più usuale era: «bene vos, bene nos, bene te, bene me», PLAUTO (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Stichus, v. 709.

19 Carta Pisana (XIII secolo).

20 Chronica magistri Rogeri de Houedene (fine XII secolo).

21 Le chevalier au cygne et Godefroid de Bouillon (XIV secolo); Ex Historiis ducum Normanniae et regum Angliae (XIII secolo).

22 Libro Fiesolano (tra il XIII e XIV secolo).

23 VESCONTE P., Carta Nautica (XIV secolo).

24 VESCONTE P., Atlante (XIV secolo).

25 Volgarizzamento dell’imago mundi (XIV secolo).

26 Manoscritto mercantile  (XV secolo).

27 BUONACCIOLI A., La prima parte della Geografia di Strabone, tradotta in volgare italiano, Francesco Senese, Venezia 1562.

28 SARNELLI P. (1649 – 1724), Lettere ecclesiastiche di monsignor Pompeo Sarnelli vescovo di Biseglia, tomo VII, Bortoli, Venezia 1716, p. 17.

29 MENOCHIO G.S. (1575 – 1655),  Dell’uso antico e moderno d’invitare a bere che volgarmente diciamo far brindisi, in Stuore, III, Roma 1689, p. 485.

30 Ibidem.

31 DELLA CASA G. (1503 – 1556), Il Galateo, Francesco Andr, Venezia 1795, p. 75.

32 Ibidem.

33 REDI F. (1626 – 1698), Bacco in Toscana, v. 190.

34 Ibidem, v. 184.

35 Ibidem, v. 185.

36 Ibidem, vv. 763-764.

37 Ibidem, vv. 792-793.

38 Lettera a Egidio Menagio del 6/1/1684.

39 CAMASSA P., Cit., p. 130.

40 LALLI G.B. (1572 – 1637), La Moscheide,  overo Domiziano il moschicida, G.B. Bid, Milano 1626, I 59, p. 28.

41 Ibidem, I 61, p. 29.

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2 Commenti a Brindisi e i brindisi

  1. Manco da Brindisi da vari decenni, per cui non so se Brinnisi faccia parte dell’attuale dialetto. Ai tempi di quand’ero ragazzino, nessun brindisino l’usava. Figuriamoci in epoca romana o nel XV e XVI secolo. Nei miei ricordi, erano i mesagnesi a pronunciare ‘nd’, ‘nn’. Non i brindisini. Per cui, a mio avviso, Brinnisi non è un termine locale. Buona serata.

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