Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte terza)

Quando i Brindisini sbarrarono le porte a Marco Antonio

di Nazareno Valente

 

La sanguinosa decimazione di Brindisi divenne un esempio della durezza e degli atti eversivi compiuti da Marco Antonio, che Ottaviano aleggiò come un’ombra tra i contenuti della sua propaganda orientata a denigrare il rivale. E per quanto sia un episodio in genere trascurato dagli storici moderni, e del tutto ignorato dalla cronachistica locale, fu ritenuto all’epoca un tema di grande rilievo. Lo testimoniano gli epitomatori dell’opera liviana, che utilizzano le poche righe riassuntive degli avvenimenti di quel tragico autunno (44 a.C.) appunto per narrare la crudeltà di Antonio ed il conseguente atteggiamento ostile delle quattro legioni macedoniche, due delle quali defezionarono in blocco: «Le legioni Quarta e Marzia volsero le insegne da Antonio a Cesare [Ottaviano]; poi anche parecchi altri, per la crudeltà di M. Antonio, che massacrava nei propri accampamenti di qua e di là quanti gli erano sospetti, passarono a Cesare». Nonostante questa levata di scudi, è il caso di sottolineare che Antonio era formalmente dalla parte della legalità: da console era tenuto a mantenere ad ogni costo la disciplina dell’esercito. Ottaviano, invece, essendo un «privatus» (privato cittadino), non avrebbe potuto assoldare truppe, né tantomeno indurre alla ribellione le milizie assegnate ad un magistrato. Eppure la situazione era tale che il Senato accettava tali illegalità per esclusivo interesse politico, nella speranza che il giovane Cesare — ritenuto manovrabile — potesse contenere lo strapotere del ben più pericolo Antonio. Era però un calcolo destinato a rivelarsi errato: sotto l’apparente atteggiamento di salvaguardia delle istituzioni repubblicane, Ottaviano mascherava un proposito addirittura opposto e la volontà di sovvertirle per creare un potere personale. A livello più generale, occorre poi aggiungere che la lotta politica non era condotta in difesa di specifici ideali sociali, quanto piuttosto per dare supremazia alle singole fazioni politiche e, in particolare, ai loro leader.

L’episodio di Brindisi ufficializzò inoltre il conflitto, all’interno dei cesariani, tra Ottaviano ed Antonio; scontro che ebbe fasi alterne e che incluse pure periodi di pieno accordo. Fu in un clima di adesione politica che i due vendicarono l’assassinio di Cesare sconfiggendo i congiurati; conclusero, insieme a Lepido, gli accordi del secondo triunvirato; decisero le liste di proscrizione che includevano, non solo chi aveva partecipato alla congiura, ma anche nemici personali che si voleva eliminare. Fu quest’ultima un’operazione ben più spietata della decimazione di Brindisi, che portò, tra l’altro, all’esecuzione di Cicerone — che il futuro Augusto non difese, pur avendone goduto il sostegno — e a quella di altri illustri personaggi che con le idi di marzo non avevano nulla da spartire.

 

La resistenza repubblicana non era stata però del tutto domata e all’inizio dell’estate del 40 a.C. proprio un proscritto, Domizio Enobarbo, compiva scorrerie sull’Adriatico e, dopo aver preso Siponto, si dirigeva minaccioso verso il nostro porto. In maniera sorprendente, date le alleanze allora in vigore, lungo il tragitto si unì a lui Marco Antonio, proveniente dall’Oriente.

Per spiegare il perché di questo ribaltamento di campo, è necessario riannodare un po’ il filo della narrazione.

Dopo la sconfitta dei cesaricidi a Filippi (42 a.C.), i triunviri si erano divise le province del dominio romano: ad Antonio era toccata la Gallia e l’Oriente; a Lepido l’Africa; tutto il resto ad Ottaviano, che aveva anche il predominio sull’Italia, rimasta formalmente fuori dalla spartizione, non essendo una provincia. Le residue speranze repubblicane erano invece tutte riposte in Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, che con la sua flotta dominava di fatto il Tirreno, e in parte l’Adriatico, creando quindi grossi problemi ad Ottaviano, il quale aveva già altre gatte da pelare. Uscito alquanto ridimensionato dal conflitto con i congiurati, risolto soprattutto grazie alla sagacia militare di Antonio, aveva perso parte del consenso dell’esercito che si mostrava più disposto a seguire il rivale, ritenendolo a ragione il vero vincitore dello scontro. C’era poi il problema dei premi promessi ai legionari: Antonio s’era fatto carico di raccogliere le somme per i donativi; Augusto quello di acquistare le terre da distribuire. Ma, mentre Antonio non aveva avuto eccessiva difficoltà a raccogliere le somme necessarie, Ottaviano si trovò ben presto in crisi, per le tensioni sociali create dagli espropri compiuti per acquisire le terre. Ad aggravare la situazione c’erano poi Lucio Antonio e Fulvia, rispettivamente fratello e moglie di Marco Antonio, che lo contrastavano in ogni modo. Soprattutto il primo sfruttava la carica di console per ostacolare le confische e per strumentalizzare il malcontento diffuso tra gli Italici dell’Etruria e del Centro, aiutato in ciò dalla cognata, che forse era la vera mente del complotto. Spinta, a detta degli storici, da questioni di cuore, Fulvia utilizzava il suo acume politico per accentuare i contrasti con l’obiettivo d’indurre il marito, che in Oriente subiva il fascino della bella Cleopatra, a rientrare in Italia. Il conflitto che ne seguì — la cosiddetta guerra di Perugia — fu però risolto in maniera sbrigativa, e sanguinosa, da Ottaviano (inizio 40 a.C.).

Marco Antonio non aveva preso posizione ma, dopo poco, fu costretto a farlo quando, per circostanze fortuite, si vide sottratta la Gallia, assegnata con le truppe lì stanziate ad Ottaviano. Proprio per ristabilire la situazione, aveva preso accordi con Sesto Pompeo e, unitosi a Enobarbo, faceva pertanto rotta verso Brindisi.

Venuto a conoscenza delle intenzioni bellicose del rivale, Ottaviano non poté fare altro che raccogliere le milizie e incamminarsi per via terra verso la stessa destinazione. Ed era ancora lontano, quando Marco Antonio giunse nelle nostre contrade, trovando però con sorpresa le mura della città sbarrate: negli accordi, l’Italia non faceva parte dei domini di nessuno dei triunviri e non poteva quindi essere soggetta a blocchi del genere.

Chi decise la serrata, è un mistero tuttora irrisolto. A Brindisi si trovavano cinque coorti di Ottaviano, ed Antonio attribuì al rivale il sopruso subito; Appiano, però, nel suo resoconto, è esplicito nell’indicare che furono i Brindisini a «chiudere le porte». In effetti in città erano ancora evidenti i segni dei disastri compiuti da Cesare e Pompeo, quando pochi anni prima se l’erano contesa, ed era del tutto comprensibile che i nostri concittadini non volessero replicare un’esperienza così rovinosa. Appare però allo stesso tempo improbabile che la cittadinanza abbia potuto decidere in tutta autonomia, e contro la volontà dei legionari presenti.

Con tutta probabilità la verità è nel mezzo: i legionari ed i Brindisini si trovarono d’accordo nel vietare l’accesso ad Antonio con il pretesto che assieme a lui c’era un proscritto, Enobarbo, che non poteva entrare in città. Antonio lo considerò, in ogni caso, un atto ostile e «bloccò con un fossato ed una palizzata l’istmo della città» dando così l’avvio al bellum brundusinum, quarta guerra civile dall’assassinio di Cesare.

In tale occasione, lo storico Appiano ci ha lasciato in dono una preziosa descrizione, unica nel suo genere, facendoci intravedere la dislocazione dell’agglomerato brindisino. Egli racconta che l’abitato era collocato su una penisola «di fronte ad un porto a forma di luna e che non era possibile per chi provenisse dalla via di terra di avanzare verso la collinetta», se qualcuno avesse chiuso l’istmo che rappresentava l’unico possibile accesso. In pratica, a suo dire, l’abitato si concentrava per lo più su una lingua di terra, prospiciente il porto interno, in posizione elevata.

Antonio, che conosce la città, avendola presieduta qualche anno prima (48 a.C.), procede a fortificare l’istmo con un fossato e con un muro difensivo, garantendosi così da eventuali contrattacchi. Blocca poi tutt’intorno anche il porto esterno «e le isole che sono in esso, disponendo molti posti di guardia». In pratica rende difficile qualsiasi operazione di soccorso, tanto è vero che il futuro Augusto, pur disponendo di forze di gran lunga superiori, «trovando Brindisi bloccata, non può fare altro che accamparsi nei pressi ed attendere gli eventi».

Gli accorgimenti adottati consentono ad Antonio di tenere agevolmente la posizione e di allestire le macchine belliche necessarie per assalire i nostri concittadini, «con grande imbarazzo di Cesare [Ottaviano] che non era in grado di difenderli». La sue doti militare sono talmente superiori che, pur in una situazione di evidente inferiorità, si permette addirittura il lusso d’intercettare e di sbaragliare un reggimento di cavalleria mandato in soccorso della nostra città assediata.

Ai Brindisini non restano quindi che le proprie forze per difendersi dalle macchine d’assalto, ormai lì pronte ad entrare in azione.

(3 – continua)

Per la prima parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte prima)

Per la seconda parte:

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare (parte seconda)

 

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