Michelangiolo Ruberti di Alessano e il vitello a due teste

di Armando Polito

Figlio di Francesco, fu avviato dal padre alla carriera medica insieme col fratello Domenico. S’ignora la data di nascita che, comunque, dovrebbe collocarsi nel secondo decennio del XVIII secolo. Lo si deduce dal fatto che in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, a p. 555 si legge che Francesco convinse pure Lazzaro Presta ad avviare agli studi medici il figlio, Giovanni, che sarebbe diventato famoso1, nato a Gallipoli il 24 giugno 1720.

Michelangelo si trasferisce nel 1733 a Napoli per frequentare i Regi Studi e consegue il dottorato nel 1741, anno pure del suo matrimonio con Marianna Angela Geronima De Cristoforo, che gli darà otto figli, cinque maschi (Francesco, Domenico, Gaetano, Ferdinando e Giacinto) e tre femmine (Teresa, Agnese e Anna Maria). Morì nel 1776.

Già nel corso degli studi universitari aderì all’Accademia delle Scienze (o Accademia Reale) voluta e poi sostenuta dal re Carlo di Borbone, anche se eccessivamente desolante appare il quadro della cultura napoletana di quel periodo tracciato da Michelangelo Schipa in Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Luigi Pierro e figlio, Napoli, 1904. Certamente non antiquato, poi, cioè legato alle vecchie teorie, poteva essere definito il nostro, convinto gassendiano2 e tra i fautori della variolizzazione o vaiolizzazione3, metodo di protezione dal vaiolo adoperato prima della vaccinazione di Edward Jenner del 1796. Il re Carlo faceva sottoporre allo studio dei luminari dell’accademia alcuni degli esemplari più rari di animali che giungevano alla sua corte. Nel 1744 giunse dalla Calabria  un esemplare di vitello malformato nato morto. L’osservazione anatomica venne affidata proprio a Michelangelo ed essa divenne una lezione pubblicata l’anno successivo. Di seguito l’antiporta (un’incisione di Filippo De Gado4) e il frontespizio.

Nella Lezione il nostro  dopo un’accurata descrizione  (uno era il collo, uno il fegato, il pancreas, il cuore, una spina, e tutto uniforme, e proporzionato ad un solo compiuto animale. Tutta la mostruosità mecanica si osserva nel capo, quivi essendo perfettamente addoppiato5) e dopo aver rilevato l’impossibilità fisiologica della sopravvivenza (Di qui è, che somiglianti Mostri, o nascono estinti, come avvenne al nostro Vitello, o per poco tratto di tempo sogliono sopravivere6) si poneva una domanda e la relativa risposta (Ma qual erroneo, e vano disegno sarebbe stato quello della Natura, l’aver fatto macchine, che non possano conservarsi, che non reggono, o conducono a qualche fine, e che alle vere, ed armoniche leggi della medesima si ravvisa intieramente contrario? Sarebbe invero riputato stupido, e dappoco quell’Artefice, il quale sapendo a fondo il mestiere, che ha tra le mani, facesse ogni sforzo, ed impiegasse tutta la diligenza a fare artificiosamente scomposti, e mal connessi i quotidiani lavori.7). E subito dopo la conclusione (Rimane adunque a riguardare le macchine mostruose, come opere miserabili, ed imperfette della Natura da non poche accidentali cagioni attraversata, e interrotta …7).

La Lezione di Michelangelo dette subito vita ad un ampio dibattito con posizioni, prima ancora che scientifiche, filosofiche e, direi, nell’ultima testimonianza, religiose.

Dal Giornale de’ letterati per l’anno MDCCXLVI, Fratelli Pagliarini, Roma, 1746, riporto integralmente in formato immagine le pp. 26-29 perché il lettore prenda contezza, senza interferenze, di quella che è una recensione dettagliata ma che, secondo me, decisamente esagera nelle battute finali in cui svilisce la posizione del Ruberti riducendola sostanzialmente ad un plagio.

Da Novelle letterarie, Stamperia della SS. Annunziata, Firenze, tomo VII, 1746, colonne 406-407.

Se nella recensione precedente l’appunto finale è al Ruberti, qui ad essere accusato, tutto sommato, di presunzione e saccenteria è chi con lo pseudonimo di Lemuel Gulliver8 pubblicò l’opera, della quale segue il frontespizio (assenti nome dell’editore, del luogo e la data).

 

Integralmente leggibile al link https://books.google.it/books?id=oDpfAAAAcAAJ&pg=PA40&lpg=PA40&dq=lezione+su+d%27un+vitello+a+due+teste&source=bl&ots=zrxfIBRSuF&sig=ACfU3U32SlZ0sYArCWWVaax1R27PFn74lA&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwj77LGK8J3mAhWHjKQKHa3oA1IQ6AEwAHoECAUQAQ#v=onepage&q=lezione%20su%20d’un%20vitello%20a%20due%20teste&f=false, riporto l’inizio dell’opera dell’alessanese e di seguito di quella del suo critico perché il lettore si renda subito conto di qual è il registro di quest’ultima (a meno di una riga della prima, puntualmente citata, corrispondono, a mo’ di commento, ben tredici della seconda, delle quali la prima è in latino (citazione da Orazio, Ars poetica, 139: Parturient montes, nascetur ridiculus mus=Partoriranno i monti, nascerà un ridicolo topo).

L’opposizione più decisa al pensiero dell’alessanese , senza, però, che nome ed opera fossero citati, venne da un illustre collega napoletano ma oriundo calabrese: Gioacchino Poeta (1685 circa-1752), che ricoprì per quasi vent’anni la prestigiosa cattedra primaria di medicina pratica, ma si distinse anche nella poesia (fu membro dell’Accademia dell’Arcadia col nome pastorale di Clealgo Argeateo) e la filosofia.

Lo fece in Che la natura nell’ingeneramento de’ mostri non sia né attonita, né disadatta né i poeti gli finsero per calda, ed altera fantasia ma per uso d’artificiose allegorie, Naso, Napoli, 1747.

Dopo essersi soffermato su diversi esempi di esseri mostruosi (tra cui il vitello a due teste giunto dalla Calabria), il Poeta osserva genericamente: Ver’è ch’a noi, che non abbiamo la mente a guisa della volontà, ch’è infinita nelle sue voglie, ma corta, e picciola, e non molto feconda nel concepire, non è permesso il conoscere, se l’addoppiamento delle macchine simili, e di struttura, e d’usi uniformi nel corpo dell’uomo, e degli animali sia fatto dalla stessa natura per miglioramento d’alcune azioni, ed usi di quelle, ed il diminuimento per minore speditezza, e perfezion delle di lor particolari azioni9. E questa concezione finalistica emerge ancor più chiaramente quando conclude: Dico, che per le cose dianzi dimostrate non puossi corpo d’uomo, o d’animale chiamar deforme, e mostruoso, avendo gli organi, o macchine simili, ed uni formi di struttura sddoppiate, o diminuite nel lor numero, e non secondo la consueta sua organizzazione rizzate per colpa, o mal’oprare dell’imperfetta natura; ma ‘l difetto è nostro di non saper di sì strane macchine comprender’il mirabil magistero10.

Con tutto il rispetto per l’illustre medico (ma, non citando il nostro non si mostra più spocchioso del sublime Lemuel Gulliver?), mi chiedo se oggi, tornando in vita e prendendo atto delle mostruosità (comprese, a monte, le mutazioni genetiche) indotte dall’inquinamento ambientale, si schiererebbe, magari, a fianco di chi nega spudoratamente, anche di fronte a dati statistici schiaccianti, il rapporto causa-effetto, scaricandone la responsabilità su quel Dio in cui crede e mettendone in campo l’imperscrutabilità della volontà.

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1 Vedi https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/27/giovanni-presta-ovvero-quando-eravamo-noi-a-chiedere-alleuropa/

2 Pierre Gassendi (1592-1655) combattè l’aristotelismo ed in generale il pensiero metafisico, rivalutando il metodo sperimentale  come unico processo di conferma di qualsiasi teoria scientifica.

3 Inoculazione nel soggetto da immunizzare di materiale prelevato da lesioni vaiolose di pazienti non gravi.

4 Il più famoso di una famiglia di incisori. Suoi, fra gli altri, sono in Giovanni Pietro Bellori, Le vite de’ pittori, scultori ed architetti moderni, Successore al Mascardi, Roma, 1728, i ritratti e le due tavole anatomiche di seguito riprodotte.

5 p. 3.

6 p. 4.

7 p. 13.

8 È il nome del protagonista de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (1667-1745); il nome del personaggio venne a lungo scambiato per quello dell’autore.

9 p. 33.

10 p. 35.

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