Ai tempi delle lumachine di terra

lumachine

di Mimmo Ciccarese

 

Nel passato, durante le giornate di primavera, gli abitanti di una ridente località di Terra D’Otranto, si alzavano di buonora, per raggiungere in bicicletta i territori dell’Arneo, in località Monteruga, per raccogliere l’origano e le cuzzeddhe (euparypha pisana).

Al loro rientro, con il cesto colmo di cuzzeddhe, il passaggio obbligato dalla piazza del paese confinante, gli sfiniti raccoglitori che non avevano il tono da collezionisti, erano costretti ad accelerare il passo della ruota, solo per non sentire le parole degli schernitori seduti accanto alle osterie.

Si ribatteva in tono giocoso e non offensivo, alludendo alle estremità retrattili delle malcapitate chiocciole, che nel frattempo cercavano un’improbabile via di fuga dal cestello prima di finire bollite in padella.

Sembrava lo aspettassero al crocicchio: “Curnuti alle cozze! curnuti alle cozze!”, cui seguiva la secca replica del raccoglitore: “Tie ‘uardate la razza, se nu bbuei cacci le corne come ‘sta cozza!”.

Altri tempi perduti, altri costumi ormai in disuso, da quando la raccolta spontanea dei prodotti della terra si è inflazionata a causa anche dell’inquinamento. Gli habitat dove la raccolta spontanea si può fare sono davvero rari. Non c’è più la certezza che prodotti come funghi, cicorie selvatiche o appunto le lumachine, siano esenti dall’assorbire i metalli pesanti dello smog o da substrati tossici.

Toni burleschi a parte, le lumache sono state simbolo di movimenti lenti e antichi, ricchi di significati e profonde e serie metafore.

Anche le lumachine come le api dovrebbero essere protette dall’abuso dei pesticidi. Sono sgradite dall’agricoltura convenzionale perché ghiotte di lattughe e cavoli. Chi vuoi che se ne accorga del loro sterminio? Bisogna far sapere che esistono possibilità naturali per allontanarle senza ucciderle e senza ricorrere ad altri metodi.

Intanto godiamoci l’incredibile equilibrio di queste tre lumachine su un esile capolino di margherita, ricordando che la loro presenza/assenza è indice dello stato ambientale, di quei delicati equilibri in cui vive anche l’uomo.

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