Gli orologi del vescovo e la donna del mistero…

di Armando Polito
Al lettore più avanti negli anni il titolo forse farà venire in mente La stanza del vescovo, il romanzo di Piero Chiara, da cui nel 1977 fu tratto l’omonimo film diretto da Dino Risi, con Ugo Tognazzi ed Ornella Muti interpreti principali. Lo stesso ambiente, poi, sarà più o meno protagonista ne La stanza del figlio del 2001 diretto da Nanni Moretti con lo stesso regista e Laura Morante interpreti principali.
Interrompo questa catena di associazione di idee e ritorno al vescovo che nella fattispecie è Fabio Chigi, personaggio del quale mi sono già occupato in https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/.
Lì chi ne ha voglia avrà sufficienti ragguagli storici, qui ripeterò solo che Fabio Chigi (1599-1667) fu vescovo di Nardò dal 1635 al 1652 e che nel 1655 fu papa con il nome di Alessandro VII. Spero che questa scarna informazione sia sufficiente ad evitarmi l’accusa che anch’io sono stato preso dalla frenesia della salentinità ad ogni costo (manco per titolo avessi scritto Quando nel Papato ci fu un pizzico di Nardò …), fenomeno che più volte (ometto il link perché non voglio esagerare …) su questo blog ho stigmatizzato quando ad essere toccato maldestramente o in modo mistificatorio (ora in buona fede, cioé per ignoranza, ora in malafede, cioé per un interesse editorial-turistico) è stato il passato; nello stesso tempo spero che il lapidario riferimento a Nardò basti ad evitare che qualcuno dica, com’è successo di recente in Facebook a proposito di un mio post (anche qui ometto il link perché non voglio esagerare …), che il mio contributo poteva stare su una bacheca personale di Facebook ma non sul profilo, sempre in Facebook, della Fondazione. Alla mia risposta (ve la lascio immaginare …) non è seguita replica, ma, ad ogni modo, ne approfitto per pregare chiunque mi leggerà e vorrà apporre il suo commento a farlo direttamente sul blog della fondazione. In fondo bisognerà accollarsi solo il fastidio di riempire l’apposito form con le proprie generalità e l’indirizzo di posta elettronica. Ne vale veramente la pena, lo assicuro a tutti, perché sarà come passare dalle chiacchere da bar (con tutto il rispetto per Facebook …) ad un ambiente attrezzato (Fondazione, non montarti la testa …) dove ognuno potrà dare, come tanti già da tempo fanno, il meglio di sé, culturalmente parlando, anche attraverso un semplice commento.
È tempo di tornare nell’alveo della trattazione dell’argomento del titolo.

Dato per scontato che nella cultura di un uomo del XVII secolo (fosse destinato o no all’esercizio di un qualsiasi potere) la conoscenza del latino e del greco era il patrimonio fondamentale, non c’è da meravigliarsi che nell’esercizio letterario l’uso di queste lingue fosse (un po’ ostentatamente, questo lo ammetto …) obbligato. A ciò non poteva certo sfuggire Fabio Chigi, le cui esercitazioni letterarie giovanili furono pubblicate col titolo di Philomati Musae Iuvenilesper la prima volta a Colonia nel 1645 per i tipi di Calcovio & c,, edizione integralmente fruibile da https://books.google.it/books?id=17s93n60RXAC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=falselink dal quale riproduco di seguito il frontespizio:


La seconda edizione uscì ad Anversa nel 1654 (di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=TAW7chhAcxEC&pg=PA86&lpg=PA86&dq=Philomathi+musae+iuveniles&source=bl&ots=4LVhoWE1vI&sig=ApH75PN3JumOCBYVSMpwvdKxhdk&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi4tYC-3abLAhXH7xQKHVQFBZ04ChDoAQgzMAM#v=onepage&q=Philomathi%20musae%20iuveniles&f=false).

La terza a Parigi nel 1656 (di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=Q3leAAAAcAAJ&pg=PA253&lpg=PA253&dq=Philomathi+musae+iuveniles&source=bl&ots=1AkKgo6fEy&sig=3awgaJzHskt-R7gpuzwkL85L-Vw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj206rj2abLAhWFQBQKHfShC9cQ6AEIVzAJ#v=onepage&q=Philomathi%20musae%20iuveniles&f=false).

La quarta ad Amsterdam nel 1660 (di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=U0255W4t2IwC&printsec=frontcover&dq=Philomathi+musae+iuveniles&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwifj9SJ4qbLAhVFTBQKHf78Bi8Q6AEIOzAE#v=onepage&q=Philomathi%20musae%20iuveniles&f=false)

 

Dalla prima edizione riproduco ora in formato immagine i testi che ci interessano con, di mio, la traduzione a fronte e in calce le note di commento.

Sul tema nell’edizione del 1660 risulta aggiunto quanto segue.

Tutti i componimenti fin qui passati in rassegna sono in distici elegiaci di buona fattura. Se sul piano formale nulla può essere rimproverato, lo stesso dev’essere fatto su quello poetico in genere, trattandosi di mere esercitazioni letterarie, senza pretesa di originalità nemmeno nella scelta del tema (l’orologio) come pretesto per parlare del trascorrere inesorabile del tempo e della vita, all’epoca quasi un luogo comune. Basta dare un rapido sguardo a due componimenti di Girolamo Aleandro il giovane(1574-1629 inseriti in Trium Fratrum Arnaltheorum Hieronimi, loannis Baptistae, Cornelii Carmina. Accessere Hieronymi Aleandri Iunioris Amaltheorum cognati Poematia, Venetiis, 1627. Riproduco, anche qui con la consueta procedura,  dalla  p. 50 del testo integralmente scaricabile da https://books.google.it/books?id=gxcJhz-YW08C&pg=PA90&lpg=PA90&dq=Trium+Fratrum+Amaltheorum+Hieronimi,+lo.+Baptistae,+Cornelii+Carmina&source=bl&ots=v2jQHxkm-e&sig=hRdKA-G9rOzLbPlflcsRbUJk3Ps&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi1vcaatqfLAhVB_g4KHViYBZcQ6AEIMTAD#v=onepage&q=Trium%20Fratrum%20Amaltheorum%20Hieronimi%2C%20lo.%20Baptistae%2C%20Cornelii%20Carmina&f=false.

Ove non bastasse la testimonianza appena esibita, aggiungo quella di Giovanni Battista Bargiocchi, Epigrammata sacra, moralia et demonstrativa, Robletto, Roma, 1644.

E l’orologio come simbolo ricorre fin dal titolo in parecchi trattati scritti ad edificazione di questo o quel principe. Basti citare il Libro aureo de Marco Aurelio di Antonio De Guevara uscito per la prima volta a Siviglia nel 1529, che ebbe grandissima diffusione fino a tutto il XVII secolo e numerose edizioni anche in traduzione dallo spagnolo (di seguito il frontespizio di un’edizione veneziana del 1560 tratto da http://www.philobiblon.org/lotto/aureo-libro-di-marco-aurelio-con-l-horologio-de-principi-in-tre-volumi-1 https://books.google.it/books?id=-LsKZIKm-tkC&printsec=frontcover&dq=DE+HOROLOGIO&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjc_dbbz7XLAhXH7xQKHdaTBdAQ6AEIUzAG#v=onepage&q=DE%20HOROLOGIO&f=false)

e l’Horologio spirituale de Prencipi di Giovanni de Guevara Mascardi, Roma, 1624 (di seguito il frontespizio tratto da http://www.philobiblon.org/lotto/aureo-libro-di-marco-aurelio-con-l-horologio-de-principi-in-tre-volumi-1).

Se la presenza di ben quattro poesie dedicate all’orologio dal nostro buon Fabio (chi segue Striscia la notizia non si illuda che a breve parlerò pure di Mingo …) potrebbe spingere qualche critico piuttosto fantasioso ad immaginare interessi di natura collezionistica  (non fuori luogo per il personaggio e per l’epoca, ma tutti da dimostrare), quella che segue conferma la natura di pura esercitazione, quasi una moda, di tanta produzione di quel tempo e chiarirà i connotati de la donna del mistero del titolo che, sempre nel lettore di una certa età, avrà evocato l’ omonima telenovela argentina andata in onda in Italia dal 1990 e, con un pizzico (ora …) di nostalgia, quell’incomprensibile frenesia che prendeva le donne della sua famiglia non appena si approssimava l’ora della messa in onda …

Ciò che leggeremo, pur risalendo alla giovinezza del Chigi, non è incluso in Philomati Musae iuveniles, ma ci è stato tramandato come modello della sua poesia da Giovanni Mario Crescimbeni nella sua Istoria della volgar poesia uscita a Roma per i tipi di Chracas nel 1698. Riproduco in formato immagine  il testo che ci interessa, datato a margine al 1625, con l’aggiunta del mio solito corredo, dalla pagina 218 del libro in questione integralmente scaricabile da https://books.google.it/books?id=77NU9udZy8kC&pg=PA409&dq=fabio+chigi+sonetto&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjKhJ-_nqTLAhVBXBQKHXsCCEk4ChDoAQgyMAQ#v=onepage&q=fabio%20chigi%20sonetto&f=false.

A merito del Chigi va sottolineato il carattere moderatamente barocco della composizione, in cui la contrapposizione tempesta meteorologica/tempesta d’amore è giocata senza l’introduzione di ulteriori espedienti retorici , senza allusioni mitologiche, con un lessico che non evoca echi oscuri e complicati, meno ancora teso a procurare ammirazione o, meglio, in conformità con la poetica di quel tempo, meraviglia2. Solo Donna assume il significato etimologico di signora, dominatrice, assurgendo ad innocente ma tragica personificazione dl quello che è l’oggetto del canto: il male di vivere, per dirla alla Montale.

________

1 Poesie giovanili di Filomato (pseudonimo, adattamento latino del greco φιλομαθής (leggi filomathès)=avido di conoscenza.

2  È del poeta il fin la meraviglia:/parlo dell’eccellente e non del goffo; / chi non sa far stupir, vada alla striglia! (Giambattista Marino, Murtoleide, XXXIII fischiata, vv. 9-11).

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Un commento a Gli orologi del vescovo e la donna del mistero…

  1. Molto belle sono le incisioni visibili sui frontespizi, con stemmi e simboli vari.

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