Chi è Elio? Sul libro di Gianni Ferraris

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di Pier Paolo Tarsi

Chi è il giovane Elio che presta il nome a questo libro? Ci sono più risposte a tale domanda, alcune sono immediate e manifeste, altre riposte con cura fraterna nelle pieghe più intime di pagine straordinariamente intense che danno luce a una sorta di lunga lettera che non giungerà mai al suo vero destinatario, scritta in cinque anni ma frutto di un percorso di elaborazione del distacco durato quasi una vita.

Sul palcoscenico della Grande Storia, quella in cui tutti interpretiamo inevitabilmente un ruolo da mera comparsa o ben più consistente, Elio è un giovane militante di Lotta Continua, attivo a livello internazionale sul finire degli anni Settanta. Seguiamone rapidamente le tracce.

Da Solero, il paesino della quieta provincia alessandrina in cui vivono i Ferraris, Elio giunge come geometra dapprima in Puglia, un Sud a portata di mano che gli donerà incontri molto significativi per la sua esperienza politica. In seguito, condotto dagli ideali della causa rivoluzionaria sposata, si spinge da combattente verso altri Sud del mondo, tra gli scenari remoti e, all’epoca, politicamente turbolenti e complessi del Sud America.

Da quelle terre Elio invia alla sua famiglia diverse lettere – talune riportate a stralci nel libro – che segnano le tappe tanto dei suoi spostamenti terrestri quanto del suo complesso itinerario umano.

Il militante scrive dal Brasile, dal Nicaragua e infine dal Salvador, ultima meta di un peregrinare inquieto ma lucidamente deliberato, conscio dell’imminente possibilità del sacrificio per la causa, delle sue motivazioni e del suo stesso valore. Da qui in poi segue solo un lungo silenzio, tanto sconfinato da confondersi con l’esistenza stessa di una intera famiglia a Solero, da distillarsi nel quotidiano di una casa, da impregnarne le mura e tramutarsi nella traccia persistente e dolorosa di una sorte comune sconvolta.

Fino al 1992, quando, per vie traverse, pervengono infine nelle mani dei parenti alcuni documenti personali del giovane e un laconico, conclusivo messaggio: «il compagno Elio è morto in appoggio al FLMN salvadoregno in luogo e data imprecisati…». Fin qua questo libro è soprattutto Grande Storia, una fonte importante del suo passaggio nella vita di alcuni uomini, testimonianza e documento vivo di un passato appena compiuto.

Abbandoniamo ora il palcoscenico storico, accantoniamo la funzione stereotipa e anonima dei ruoli che la inscenano e lasciamo dunque avanzare allo sguardo le singolarità essenziali degli interpreti, il loro unicum. Seguiamo il profilo che ci conduce alla visione di uomini nella pienezza irripetibile del loro vissuto: dalla prospettiva appena guadagnata domandiamoci allora, nuovamente, chi è Elio?

Questi appare ora anzitutto come il fratello mai più tornato di Gianni Ferraris, autore di questo incantevole libro. Elio è in questa luce assenza profonda che ha accompagnato l’esistenza dell’altro, costretto dalle dette vicende a dare vita, fiato e parola al fratello scomparso nella sola forma di un alter confidenziale: un interlocutore privilegiato che si affaccia nel mezzo delle esperienze quotidiane di Gianni attraverso stralci delle ultime lettere ricevute, pensieri, domande cui non sempre seguono delle risposte, ricordi degli anni sereni trascorsi a Solero e osservazioni dell’autore sul proprio presente vissuto.

Elio è divenuto così il “tu” di molti dialoghi interiori di Gianni, il protagonista di un palcoscenico assolutamente intimo e personale, proprio del secondo. Ogni pagina diviene sotto questa luce una meravigliosa manifestazione del modo in cui le persone che ci sono state strappate si fanno presenza pervasiva e quotidiana, tanto da con-fondersi nel vissuto soggettivo di chi ne patisce l’assenza.

La voce di Elio può allora risuonare nei soliloqui interiori del fratello, può inserirsi nella forma di un flusso di coscienza in circostanze e incontri casuali che la vita di Gianni ha continuato e continua a produrre, tramutandosi nella forma vivente di pensieri ed emozioni che tingono di sé tutto ciò che l’autore contempla di un mondo la cui visione è negata all’altro.

Si tratta, però, di un mondo quasi mai somigliante all’orizzonte utopico che faceva palpitare gli animi ai due fratelli cresciuti sotto il cielo di Solero. Ne nasce uno stridore malinconico che tutto pervade, una nostalgia in cui si fa strada e si alimenta il bisogno di Gianni, più o meno consapevole, di una ricerca di senso per il sacrificio del fratello e per il dolore patito.

Ormai padre e uomo maturo, seguendo a modo suo l’antica direzione tracciata dal fratello, Gianni si lascia alle spalle il Piemonte, con i suoi affetti, per giungere nel suo personale Sud: il Salento. (Ancora un viaggio di sola andata?). Qui, si sa, i treni s’arrestano, la terra finisce, e per procedere oltre, più a Sud del Sud, verso il fratello, egli ricorre allora al mezzo della scrittura, a questa lunga missiva, al racconto.

Nasce così, finalmente, “Elio”. Tutto il libro, scritto proprio nel corso del lustro vissuto dall’autore a Lecce, poggia su una struttura dialogica tra Elio e Gianni: ne viene fuori una confessione a due voci che si fanno spesso unisono e danno vita a un particolare soliloquio malinconico su ogni cosa narrata. Chi è Elio allora?

Elio è ora Gianni, e Gianni è Elio. L’ombra dell’alter si affaccia in molte forme nella pagina, spesso in controluce: è una figura sullo sfondo della narrazione alla quale l’autore riporta il proprio angolo di Sud, una variopinta e attenta descrizione di vicende, memorie e persone, tutte legate a una terra lambita ma non solcata in vita dal militante. Leggendo il libro di questo amico crediamo di averlo potuto conoscere meglio e più intimamente, il che significa di averlo ri-conosciuto in altri aspetti del suo modo complessivo di essere quella realtà emergente, unitaria e tuttavia molteplice, cui alludiamo sempre col nominare qualcuno. Gianni. Per far ciò abbiamo dovuto incontrare anche il suo alter, emozionandoci fortemente. Elio. Una conoscenza questa che ha preso unicamente la forma dignitosa della scrittura delle pagine che andavano componendo gradualmente questo lavoro e che non ci era, pertanto, mai stata concessa prima, nei pur vari incontri e discorsi che generano e sostengono un’amicizia.

La scrittura di Gianni emana come una conseguenza immediata della sua personalità: è diretta, piacevole, briosa, equilibrata, sempre al confine e alla congiunzione di emozioni contrastanti. Questa non travalica mai nel tragico anche quando si fa più imponente e seria, l’ironia la sovviene quando occorre; il suo tono, anche intorno alle ferite, è pur sempre vivace e incalzante. La mancanza, il disincanto, la nostalgia per ciò che sarebbe il mondo se le rivoluzioni portassero almeno una volta “all’isola che non c’è” si ricompongono in dignità e si vestono di un abito totale dal sapore agrodolce e dal colore emotivo delicato: Saudade.

Elio e Gianni si riconciliano e si ritrovano in questo stato d’animo indefinito come fossero nuovamente in una stanza a Solero a sognar di cambiare il mondo, nonostante tutto. Mancanza e presenza si ricompongono e danno vita a una scrittura leggera ma penetrante, scorrevole e tuttavia capace di scuotere a fondo chiunque. Il testo è tutto costruito in equilibrio sulla linea in cui letteratura e memoria di vita collimano senza scadere nella reciproca confusione: ogni pagina è lucido riferimento a circostanze e fatti reali, mentre la scrittura costituisce il luogo ideale in cui il senso personale dell’esistenza dei due fratelli, le connessioni dei fatti storici e biografici, i legami tra i percorsi dei due, le assonanze tra il Sud incontrato da Gianni e quelli attraversati dal fratello Elio sono ricercate, raggiunte e finalmente fissate in una cornice definitiva, incise sul foglio.

Quel lungo silenzio che giungeva da lontano non ha avuto l’ultima parola, ci accorgiamo a questo punto che vissuti e pensieri di Gianni lo hanno riempito e colmato sino alla completa elaborazione che ci porta a queste pagine. Una riconciliazione questa che ha preso la forma impressa nell’inchiostro, materia prima di un rituale d’addio finalmente celebrato che predispone ora al possibile compimento, a un sereno distacco.

Con uno sforzo a trovar negli anni le parole con cui rompere lo sconfinato silenzio, attraverso un percorso di ricerca e una sofferta esteriorizzazione del senso sfociato nelle pagine che oggi ci dona, l’autore è riuscito, crediamo, a conferire un significato personale al martirio del fratello e all’atroce sofferenza della sua famiglia, consegnando alla memoria degli uomini il testimone, ossia un frammento di ciò che è stato e il dovere della ricerca di un suo significato condiviso.

Un significato quest’ultimo che spetterà nuovamente alla Grande Storia restituire, esplicitare e preservare: «La morte – scrive un Gianni dai capelli qua e là brizzolati – è una strada senza ritorno. Quello che so è che se non ne conserviamo memoria, se non se ne parla, è stato tutto veramente inutile».

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