Mosche, muschilli, muscugghiuni …

di Armando Polito

Sconsiglio vivamente la lettura del post di oggi a chi è debole di stomaco e non mi assumo responsabilità alcuna se qualcuno, fidando, invece, nel suo fegato come sufficiente compensazione, si farà sopraffare dalla curiosità.

In occasioni precedenti (https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/19/strinculu-c-metafore-animalesche-o-idiozia-umana/ e https://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/29/altro-che-gufo-ecco-a-voi-la-cuccuascia/) ho avuto occasione di fare qualche riflessione sul rapporto sovente contraddittorio tra noi umani e gli altri rappresentanti del mondo animale, le cosiddette bestie, tra le quali si annoverano, come si sa, anche gli insetti.

Tra questi probabilmente la mosca è il più ricorrente nel nostro linguaggio, sempre, poveretta, con riferimenti negativi. Una prima prova è data da locuzioni tipo andare a caccia di mosche, non sentir volare una mosca, rimanere con un pugno di mosche, far saltare la mosca al naso, non lasciarsi passare mosca davanti al naso, non far male ad una mosca. L’unica degna di rispetto appare la mosca bianca, che, però, non esiste ma mi auguro che la natura (o qualche mutazione genetica indotta, magari, da noi stessi) provveda al più presto per dare una bella botta alla nostra presunzione …

Una seconda prova è data dal numero veramente impressionante di proverbi in cui la mosca è protagonista involontaria. Quelli che seguono, e che non costituiscono certamente un elenco completo, sono tutti tratti da Raccolta di proverbi toscani nuovamente ampliata da quella di Giuseppe Giusti e pubblicata da Gino Capponi, Successori Le Monnier, Firenze, 1874. Il testo è datato ma non credo che molti di loro siano obsoleti, dal momento che il nostro insetto non costituisce, almeno per ora, una specie in via di estinzione. Per alcuni di loro ho segnato in parentesi quadre il corrispondente salentino.

I veri amici son come le mosche bianche. (p. 25)

Casa di terra, caval d’erba, amico di bocca, non vagliono il piede d’una mosca. (p. 39)

Si pigliano più mosche in una gocciola di mele che in un barile d’aceto. (p. 45) [Cu nnu cigghiu ti mele pigghi centu api]

Ai cani e ai cavalli magri vanno addosso le mosche. (p.56) [Li mosche vonu alla mula scurciata]

Le mosche si posano sopra le carogne. (p. 56)

Coda corta non para mosche. (p. 58)

Anche la mosca ha la sua collera. (p. 67).Avrà ispirato il titolo della fortunata serie di Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, di Gino & Michele(Luigi Vignali e Michele Mozzati), che ha visto la sua prima uscita per i tipi di Einaudi nel 1991?.

La mosca tira calci come può. (p. 67)

Chi fa mercanzia e non la conosce, i suoi denari diventan mosche. (p. 79)

Ognuno si pari le mosche con la sua coda. (p. 81)

Tanto va la mosca al miele che ci lascia il capo. (p. 87)

Coda corta non para mosche. (p. 89)

Ognun si pari le mosche con la sua coda. (p. 91)

Non si può avere il mele senza le mosche. (p. 99)

Non viene mai estate senza mosche. (p. 128)

Alla prima acqua d’agosto cadono le mosche. (p. 178)

Alla prim’acqua d’agosto cadono le mosche, quella che rimane morde come cane (p. 179)

Quando si senton morder le mosche le giornate si metton fosche. (p. 195)

Non si può aver il mele senza le mosche. (p. 201)

Pietra che va rotolando non coglie mosche. (p. 206)

Sasso che non sta fermo non vi si ferman mosche. (p. 206)

Ogni mosca ha la sua ombra.

Cappello di villano ombra di mosche. (p. 220)

In bocca chiusa non c’entran mosche. (p. 236) [A occa chiusa no ttràsinu mosche]

Chi si guarda dal calcio della mosca tocca quel del cavallo. (p. 238)

In cibo soave mosca spesso cade. (p. 245)

Non si vuol pigliare tutte le mosche che volano. (p. 268)

Un torso di pera cascata è la morte di mille mosche. (p. 246)

Uomo senza moglie, è mosca senza capo. (p. 271)

Val più un’ape che cento mosche. (p. 296)

Nel latte si conoscono meglio le mosche. (p. 322)

Chi uccella a mosche morde l’aria. (p. 329)

Qualcuno probabilmente si starà chiedendo come mai ancora non abbia fornito l’etimo della parola. Lo accontento subito, anche perché ciò mi darà l’occasione di approfondire e integrare l’argomento.

Mosca è dal latino musca(m), voce di origine onomatopeica, così come la greca μυῖα (leggi mùia). A questo punto la gamma di proverbi si arricchisce con aquila non capit muscas o aquila non captat muscas. Esso è registrato negli Adagia di Erasmo da Rotterdam (XV-XVI secolo) nella prima formula nell’edizione del 1519:

Trascrizione: Aquila non capit muscas. ἀετὸς οὐχ ἁλίσχει τὰς μυίας. Significat summos viros in rebus leviculis labi nonnumquam, non quod parum assequantur, sed quia negligant.

Traduzione: L’aquila non cattura le mosche. [la traduzione della proposizione in greco non la riporto perché è assolutamente coincidente con quella appena fornita per la latina; da un punto di vista grammaticale, però, c’è da notare l’utilizzo del presente indicativo ἁλίσχω (leggi alischo) in forma e significato attivi mentre nel greco classico è attestata solo la forma medio-passiva ἁλίσχομαι (leggi alìschomai) con significato passivo]. Significa che gli uomini grandissimi mai si affaticano in cose di poco conto non perché le seguono poco, ma perché le ignorano (cioè non ritengono opportuno perdere tempo a tener loro dietro).

La seconda forma, che poi sarà quella definitiva, in quella del 1536:

Trascrizione: Aquila non captat muscas. Ἀετὸς οὐκ θηρέυει τὰς μυίας. Summi viri negligunt minutula quaepiam. Animus excelsus res humiles despicit. Effertur et citra negationem adagium. Aquila venatur muscas, quoties magnis minima sunt curae.

Traduzione: L’aquila non tenta di catturare le mosche [da notare la sostituzione di capit (da càpere) con captat (da captare, forma conativa di càpere); nella locuzione greca, probabilmente accortosi dell’errore, Erasmo ha sostituito ἁλίσχει con θηρέυει (leggi therèuei)]. I sommi uomini trascurano qualsiasi cosa di poco conto. L’animo eccelso guarda dall’alto (in ultima analisi disprezza) le cose basse. Il proverbio è tramandato anche senza negazione. L’aquila va a caccia di mosche ogni volta che le cose minime sono di interesse per le grandi.

Premesso che Erasmo diligentemente annota ai margini la fonte quando essa è disponibile, debbo aggiungere che essa è assente per il nostro proverbio.

Credo però che la sua paternità sia da attribuire proprio ad Erasmo che ha tradotto nel latino umanistico ciò che secondo me ha letto in un testo in volgare di dubbia attribuzione degli inizi del XIV secolo, cioè il Fiore di virtù. Riproduco la parte che ci interessa da un incunabolo del 1477 (https://archive.org/stream/ita-bnc-in2-00000964-001#page/n113/mode/2up):

Sancto Augustino dice: lo Lione non fa guerra cum le formiche e l’aquila non pia mosche: la citazione dell’anonimo non trova conferma da una ricerca fatta sulle opere del santo che, tuttavia, adopera l’immagine della mosca nel De duabuas animabus contra Manichaeos, IV: Atque hic si forte turbati a me quaererent, num etiam muscae animam huic luci praestare censerem: responderem: Etiam; nec me terreret musca quod parva est, sed quod viva firmaret. Quaeritur enim, quid illa membra tam exigua vegetet, quid huc atque illuc pro naturali appetitu tantillum corpusculum ducat, quid currentis pedes in numerum moveat, quid volantis pennulas moderetur ac vibret. Quod qualecumque est, bene considerantibus, in tam parvo tam magnum eminet, ut cuivis fulgori perstringenti oculos praeferatur (E ora se per caso sconcertati mi avessero chiesto se pensavo che anche l’anima di una mosca fosse superiore a questa luce, avrei risposto: – Anche; né mi avrebbe condizionato la mosca per il fatto che è piccola, ma l’avrei confermato perché è viva. Ci si chiede infatti che cosa dia vigore a queste membra così piccole, che cosa guidi qua e là un così piccolo corpuscolo secondo la tendenza naturale, che cosa muova con armonia i suoi piedi che corrono, che cosa regoli e faccia vibrare le sue piccole ali mentre vola. Checchè sia ciò, a chi ben considera in una cosa così piccola splende una cosa così grande da essere preferita al fulgore che abbaglia gli occhi di chiunque).

Ribadisco quanto prima ipotizzato: Erasmo ha espresso in latino ciò che in volgare aveva detto l’anonimo, il quale, a sua volta, aveva sintetizzato con parole e similitudine sue il pensiero del santo.

Facciamo ora un salto indietro nel tempo dal latino rinascimentale di Erasmo a quello classico della Naturalis historia di Plinio (I secolo d. C.), alla ricerca di brani interessanti sul nostro insetto:

X, 41 Romae in aedem Herculis in foro Boario nec muscae, nec canes intrant (A Roma nel tempio di Ercole nel foro Boario non entrano né mosche né cani).

XI, 143: Muscis humore exanimatis, si cinere condantur, redit vita ([Nei pressi del fiume Ipani nel Ponto] tornano in vita le mosche morte per l’umidità se vengono ricoperte di cenere).

XXIX, 34 Et muscarum capita recentia, prius folio ficulneo asperatas. Alii sanguine muscarum utuntur. Alii decem diebus cinerem earum illinunt cum cinere chartae vel nucum , ita ut sit tertia pars e muscis. Alii lacte mulierum eum brassica cinerem muscarum subigunt. Quidam melle tantum. Nullum animal minus docile existimatur, minorisve intellectus: eo mirabilius est, Ollympiae sacro certamine, nubes carum immolato tauro, deo quem Myiodem vocant, extra territorium id abire ([Sono efficaci contro la tigna] anche le teste fresche delle mosche prima strofinate con foglia di fico. Alcuni utilizzano il sangue delle mosche. Altri per dieci giorni applicano come cataplasmo la loro cenere con cenere di papiro o di noce in modo che quella delle mosche sia un terzo. Altri applicano la cenere delle mosche con latte di donna e con cavolo. Altri solo col miele. Si creda che non ci sia nessun animale meno docile e di minore intelligenza: per questo è abbastanza strano che nei giochi sacri d’Olimpia interi nugoli di mosche se ne vanno via da quel territorio dopo che è stato immolato un toro al dio che chiamano Miiode).

Quest’ultima testimonianza di Plinio con il dio Miiode mi consente di fare due considerazioni partendo proprio dall’etimo. Myiodes (di cui il Myiodem del testo è nominativo) è trascrizione del greco μυιοειδής (leggi miuioeidès)=simile a mosca; la voce  [composta dal già citato μυῖα=mosca+εἶδος (leggi èidos)=immagine] è attestata in Cassio Iatrosofista (nulla si sa su di lui e gli studiosi sono tutt’altro che concordi sulla cronologia, che va dal II al VII secolo d. C.), Problemata, XIX, quando parla dei sintomi di una malattia degli occhi:  Διὰ τί ἐπὶ τῶν μελλόντων ὑποχεῖσθαι, συμβαίνει ὁρᾶσθαι κωνωποειδῆ καὶ μυιοειδῆ καὶ μυρμηκοειδῆ, καὶ ὅσα παρακολουθεῖν πέφυκεν; ἢ δῆλον, ὅτι ὁποίαν τὴν πῆξιν λάβοι τὸ ὑγρόν, τοιαῦτα καὶ ὑποπίπτειν ἀνάγκη ἅμα τῷ ἄρξασθαι πήγνυσθαι τὸ ὑγρόν. Καὶ ἔτι, κατὰ τὴν αὐτὴν ἐπιβολὴν ἐνεργεῖ τὸ ὁρατικὸν διὰ παντὸς τοῦ ὁρατικοῦ· ἀλλὰ γὰρ ἐμποδίζεται κατ ‘ἐκεῖνα τὰ μέρη, καθ’ ἃ μάλισταἡ πῆξις γίνεται. Οἷον οὖν ἂν συμβῇ τὸ πρωτοπαγὲς τοῦ ὑγροῦ σχῆμα, τοιαῦται καὶ αἱ ἀντιλήψεις γίνονται τῶν ἐκτὸς ὑποκειμένων (Perché a quelli che sono in procinto di soffrire di cataratta accade di vedere cose simili a coni e a mosche e a formiche e a quanto per natura è portato ad accompagnarsi? O è chiaro che a seconda  della solidificazione assunta dall’umore è necessario che si verifichino siffatti fenomeni man mano che l’umore comincia a solidificarsi. E ancora: sotto questa condizione agisce la capacità visiva nel suo espletarsi, ma viene impedita in alcune parti, soprattutto quelle in cui si verifica la solidificazione. A seconda dunque della figura che dell’umore si formò per prima, nascono anche siffatte percezioni di cose come se si trovassero all’esterno).

Cassio ha appena finito di descrivere l’eziologia di quella che con parola moderna è detta miodesopsia [da μυιοειδής+ il segmento –opsìa (dal greco ὄψις (leggi opsis=vista)]. Direi che l’individuazione della causa nell’alterazione del corpo vitreo è perfetta. Il lettore non si meravigli se Cassio non fa parola di terapia: a distanza di tanti secoli la nostra sofisticatissima microchirurgia oculistica che si avvale anche di laser di millesima generazione non offre la soluzione definitiva del problema.

Il dio Miiode mi consente pure di ipotizzare il culto di un dio-mosca e che gli insetti non entrassero nel suo tempio non perché i sacerdoti vi spruzzassero essenza di piretro o simili ma per la presenza di un amuleto rappresentato dalla stessa immagine del dio, cioè quella di una mosca. La presenza di amuleti nei templi è cosa accertata e nota e nella fattispecie ci potrebbe essere una conferma nella leggenda della mosca di Virgilio tramandataci dal vescovo inglese Giovanni di Salisbury nel Polycraticus, I, 4 scritto nel 1159: Fertur vates Mantuanus interrogasse Marcellum, cum depopulationi avium vehementius operam daret, an avem mallet instrui in capturam avium, an muscam conformari in exterminationem muscarum. Cum vero quaestionem ad avunculum retulisset Augustum, consilio eius praelegit ut fieret musca, quae ab Neapoli muscas abigeret, et civitatem a peste insanabili liberaret. Optio quidem impleta est (Si dice che il poeta mantovano abbia chiesto a Marcello, mentre questi era impegnato a fare strage di uccelli, se preferiva che fosse fatto un uccello per la cattura degli altri uccelli o una mosca per sterminare le altre. Dopo aver riferito della cosa allo zio Augusto, Marcello su suo consiglio scelse che si realizzasse una mosca perché scacciasse da Napoli le mosche e liberasse la città dall’insanabile flagello. Il suo desiderio venne esaudito).

Siccome non è mia intenzione fare concorrenza a Luciano di Samosata (II secolo d. C.) e al suo Elogio della mosca, faccio una piccola pausa con alcune citazioni, due moderne, una contemporanea, lasciando al lettore di condividerle o meno (io contesterei solo la seconda che, detta da uno scienziato, mi sembra di una gravità inaudita).

Tommaso Campanella (XVI-XVII secolo): Et in vero dov’è freddo l’amore dal senno vien svegliato, perché l’amore non desidera le mosche et le formiche: ma quando il senno considera l’arte con chi et a chi son fatte, fa amar tanto magistero. (Epilogo Magno, 182); Io imparo dalle formiche, dalle mosche e da tutte le minutezze naturali sempre qualche cosa, e V. S. può vedere ch’aborrisco l’imparar dagli huomini (Lettere 1595-1638; lettera del 2 luglio 1635).

Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon (XVIII secolo): Une mouche ne doit pas tenir dans la tête d’un naturaliste plus de place qu’elle n’en tient dans la Nature (Histoire naturelle, générale et particulière, avec la description du Cabinet du Roi, tomo IV) (Nella testa di un naturalista, una mosca non deve occupare più posto di quanto ne occupi in natura).

Alda Merini: Le mosche non riposano mai perché la merda è davvero tanta. (da Alla tua salute, amore mio, Acquaviva, Acquaviva delle Fonti, 2007, p. 45).   

È giunto il tempo di dare spazio a quel poco di bambino che mi auguro sia rimasto in ciascuno di noi. Trai giochi dell’infanzia di un tempo un posto privilegiato occupavano quello del nascondino e della mosca cieca. Sono sopravvissuti per millenni, come fra poco dimostrerò, e la loro morte recente testimonia, a mio avviso, il livello di abbrutimento cui abbiamo ridotto la nuova generazione, senza che io scomodi per questo qualche suo criminale (ma ancor più criminali sono i genitori …) rappresentante, che per combattere la noia dà fuoco ad un barbone o dileggia un omosessuale senza rendersi conto che lui è più anormale del da lui presunto anormale …

Sull’antichità del nascondino basta e avanza questo affresco (Amorini giocano a nascondino) da Ercolano, custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (immagine tratta da http://www.sed.beniculturali.it/getImage.php?id=314&w=1229&h=601):

Per la mosca cieca, invece, la più antica attestazione che conosco è in due passi di Polluce (grammatico greco del II secolo d. C.), Onomasticon, IX 113 e 123: Ἡ δὲ μυίνδα, ἤτοι καταμύων τις φυλάττου βοᾷ, καὶ ὃν ἂν τῶν ὑποφευγόντων λάβῃ ἀντικαταμύειν ἀναγκάζει· ἢ μύσας τοὺς κρυφθέντας ἀνερευνᾷ μέχρι φωράσῃ· ἢ καὶ μύσας, ἂν τις προσάψεται ἢ ἐάν τις προσδείξῃ, μαντευόμενος λέγει, ἐστ’ ἂν τύχῃ (La mosca cieca: uno tenendo gli occhi chiusi grida: –  Attento! – e se cattura uno di quelli che fuggono questi è obbligato a subentrargli ad occhi chiusi; ovvero dopo aver chiuso gli occhi cerca quelli che si sono nascosti finché non li scopre, oppure indovinando dirà il nome di chi lo toccherà o lo mostrerà a dito).

Ἡ δὲ χαλκῆ μυῖα, ταινίᾳ τὼ ὀφθαλμὼ περισφίγξαντες ἑνὸς παιδὸς, ὁ μὲν περιστρέφεται κηρύττων χαλκῆν μυῖαν θηράσω, οἱ δ’ἀποκρινόμενοι θηράσεις, ἀλλ’οὐ λήψει σκύτεσι βυβλίνοις αὐτὸν παίουσιν, ἕως τινὸς αὐτῶν λάβηται (La mosca di bronzo: dopo aver coperto gli occhi di un fanciullo con una benda, questi grida: – Andrò a caccia della mosca di bronzo -, mentre gli altri rispondono: – Ne andrai a caccia, ma non la prenderai -; lo percuotono con corde di papiro finchè non cattura uno di loro).

A questo punto, per chi volesse prendersi una piccola pausa nella lettura segnalo, sulla  μυίνδα, il seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=FMN6C6PRq5M.  

Numerosi sono i derivati di mosca e tra loro mi piace ricordare: l’accrescitivo moscone molto usato anche metaforicamente in passato per indicare i corteggiatori di una bella ragazza, nonché come sinonimo di pattino, il notissimo tipo di piccola imbarcazione; i diminutivi moscerino (formatosi come ballerino da ballo), moschetta (piccolo dardo da balestra e poi pezzo d’artiglieria di piccolo calibro), moschetto (specie di fucile) e da questo l’accrescitivo moschettone (in origine solo gancio per assicurare il moschetto alla bandoliera): moschito o mosquito, dallo spagnolo mosquito (denominazione di varie specie di zanzare tropicali, aereo impiegato dall’aviazione inglese durante la seconda guerra mondiale, pinza di piccole dimensioni utilizzata negli interventi di microchirurgia, bicicletta a motore [il mitico antenato del mitico Ciao]. Tutti già schierati nell’immagine di testa.

Per fare onore completo al titolo e per chiudere dirò che il dialetto neretino accanto a mosca (tal quale la voce italiana) annovera i derivati muscone (moscone), muschillu (moscerino) e muscugghione (moscerino un po’ più grosso). Muschillu è un diminutivo (sul tipo di pupu/pupiddhu, con mancato passaggio  –ill->-iddh-), muscugghione (è l’accrescitivo di un diminutivo sul tipo di scuèffu(lu)>scuffugghione).

E con quest’ultimo etimo per muscugghione  è scongiurato il pericolo di mettere in campo una seconda componente che, al plurale, è pari pari ciò che mi auguro di non aver rotto con questo post. Meno male che il rischio è da escludersi a priori con le gentili lettrici …

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