L’Arte al tempo del fotoritocco con uno sguardo al Rinascimento. Intervista a Paolo Guido

Gianluca Fedele conversa con l'artista
Gianluca Fedele conversa con l’artista

 

 

di Gianluca Fedele

Ho conosciuto Paolo Guido circa un paio di mesi fa mentre passeggiavo per Lecce. Francesca, la mia ragazza, si è accostata al tavolino dove le stampe raffiguranti alcune opere dell’artista erano in bella mostra e lui, con sarcasmo disinvolto e ironico ci ha invitati a sfogliarle: “non mordono mica!”.

Sono immagini moderne e al tempo stesso pregne di classicismo, qualcosa che sin da subito mi appare come una novità. Prima di avere il tempo di domandare Paolo ci travolge con una infinita valanga di informazioni in merito alle rappresentazioni e all’inusuale tecnica artistica. Ne resto trasportato e al momento dei saluti ci scambiamo i contatti nella promessa di risentirci.

A distanza di qualche mese eccoci qui a chiacchierare nel salotto di casa sua. Anche in questa occasione sono in compagnia di Francesca. Appena giunti in casa si comincia a respirare Arte: ci sono quadri appesi ovunque ma non riconosco in nessuno di essi il tratto di Paolo. Chiedo. Sono opere della madre e del nonno, anch’essi artisti.

Ci accomodiamo nell’ampio salone, lui arrotola una sigaretta e io poggio il registratore sul tavolo.

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D.:

Dunque, Paolo, entrando in questa accogliente abitazione ho appurato immediatamente che l’Arte vibra rumorosamente sulle pareti e nel sangue della tua famiglia. Immagino tu l’abbia dentro come una sorta traccia genetica.

R.:

A parte mio padre, che è un geometra (razionalità pura), altre persone importanti nella mia famiglia hanno contribuito inequivocabilmente a sviluppare, consciamente o meno, la mia creatività; mia madre, come mio nonno prima di lei, ha sempre dipinto e lo ha fatto sino a poco tempo fa.

A loro devo il mio attaccamento alla rappresentazione figurativa.

In questo senso posso dire di possedere un percorso di studi che suffraga solo in parte la mia inclinazione artistica. Ho frequentato il liceo scientifico e dopo mi sono trasferito a Pescara per studiare Architettura. Nonostante gli apprezzabili voti a metà esami ho preferito rientrare a Lecce dove mi sono iscritto all’Accademia dei Beni Culturali facendomene convalidare alcuni. Anche in questo caso non ho terminato l’università, probabilmente perché questi ambienti di studio hanno disatteso le mie iniziali aspettative. Di certo c’è che ho sofferto molto il mondo dell’istruzione, con la sua organizzazione approssimativa nella quale l’individuo è prevaricato dall’istituzione stessa che lo dovrebbe forgiare.

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D.:

In che modo la scuola dovrebbe forgiare l’individuo?

R.:

In realtà esistono già istituti rientranti all’interno della tipologia a cui mi riferisco, scuole che esaltano e affinano le potenzialità del bambino affinché egli crescendo si immetta nel mondo del lavoro dopo avere preventivamente acquisito una certa manualità. È giusto che il ragazzo scelga fisiologicamente il proprio futuro e non gli venga quasi imposto come spesso accade. Ognuno al proprio posto, dico io: se da piccolo hai la passione di fare il calzolaio quel desiderio deve essere incoraggiato e sviluppato perché un giorno tu possa divenire il migliore del mondo.

Più pratica e meno teoria, quindi: l’intelligenza parte dall’abilità delle mani.

 

D.:

Forse azzardo ma credo di cogliere una connessione tra questo pensiero appena espresso e le giovani figure rappresentate nei tuoi quadri. È così?

R.:

Sì, hai colto in maniera esatta. I soggetti che io amo rappresentare sono bambini perché credo siano figure da recuperare. L’infante racchiude in sé una completezza che gli adulti hanno perduto crescendo e questi ultimi cercano di estirpargli a loro volta in un masochistico circolo vizioso.

Il secolo che viviamo ha coniato terminologie precise per circoscrivere questa delicata età: “infanzia” l’hanno chiamata, ne hanno curato i bisogni e fabbricato in poco tutte le strutture per poterla ‘contenere’ (istruzione, pedagogia, pediatria).

Nella maggior parte dei casi, questa attenzione è stata tutt’altro che disinteressata; si è voluto togliere più che dare poiché, quella del “bambino” è una figura confezionata in funzione del suo potenziale da “grande consumatore”.

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D.:

Potremmo dire che al “bambino interiore” non ci ha pensato nessuno?

R.:

A tal proposito a me piace ricordare un passo del Vangelo di Marco dove si narra di un misterioso ragazzino che scappa nudo al momento dell’arresto di Gesù. È un’immagine meravigliosamente evocativa, nella quale ci vedo lo spirito liberato, la parte spirituale che ognuno di noi possiede, quella che non può essere imprigionata in alcun modo… un exemplum da tenere presente nel portare avanti la propria arte.

 

D.:

Per riutilizzare quel termine che tanto mi è piaciuto, quali sono stati gli artisti che hanno “forgiato” la tua fantasia?

R.:

Intanto bisognerebbe capire cosa si considera con l’appellativo di “artista”.

Ho un tenero ricordo di Edoardo De Candia, pittore leccese negli ultimi periodi della sua vita terrena quando viveva emarginato, alienato dalla società.

Poi, tra i grandi maestri rinascimentali, Giorgione e Lorenzo Lotto rappresentano per me un solido riferimento. Mi piace fantasticare che tra le loro opere ce ne siano alcune ancora da scoprire.

E infine, ma non certo per importanza, ti sembrerà bizzarro ma le mie seduzioni artistiche erano anche a strisce. Mi hanno catturato e folgorato infatti i fumetti che leggevo da bambino: dall’intramontabile Topolino passando per Felix e Geppo, e perfino Jacovitti. Insomma, cose molto popolari e vintage. In quest’ultimo elemento si rintraccia certamente una connessione con ciò che faccio.

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D.:

Devo ammettere che conosco veramente poco di questa corrente artistica Pop nella quale ti identificano. Me ne parli?

R.:

La chiamano Pop Surrealism. Quest’arte giustappunto popolare e surreale nasce dal il pittore statunitense Robert Williams, fondatore della rivista-manifesto Juxtapoz. Si è sviluppata nella cultura underground dove fioriscono tra gli altri il graffitismo, i tatoo, il fumetto, ecc.; un’arte, almeno nella sua fase iniziale, non certa da galleria ma da strada. Infatti anche per questa ragione veniva definita “lowbrow art” proprio per evidenziarne lo stacco con quella che si considera “highbrow” e che deteneva quotazioni molto più elevate. Oggi, non è più così poiché opere come quelle di Mark Ryden, Joe Sorren e lo stesso Williams, tra i capostipiti della suddetta corrente, raggiungono prezzi oggettivamente poco accessibili all’uomo della strada.

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D.:

A proposito di grafica computerizzata: che valore ha un’opera realizzata con l’ausilio di PC e software?

R.:

Partiamo col mettere in evidenza che è sempre la creazione, l’idea, ad avere un valore e non il supporto sul quale essa viene espressa, oppure lo strumento con cui si elabora e si sviluppa.

Immagino che se Michelangelo si trovasse tra noi oggi, avendo a disposizione i nostri stessi mezzi, li userebbe tranquillamente come al suo tempo nella fase preparatoria di un dipinto si utilizzavano i cartoni per lo spolvero.

Ognuno nella propria epoca impiega ciò che ha a disposizione ma sempre con un occhio al passato perché non si può solo guardare in avanti, si deve anche necessariamente attingere dalle precedenti scoperte.

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D.:

E come la si gestisce la questione della facile riproducibilità?

R.:

Che un’opera possa essere clonata, per me come artista, non ha rilevante importanza.

Certo è che ci possano essere acquirenti interessati a possedere, diciamo così, il cliché ma questa è solo una questione di prezzo di mercato e di parametri prestabiliti.

Nel mio caso spesso le opere nascono da un progetto realizzato in digitale e così si concretizzano. Ci sono casi in cui questa fase è solo preparatoria terminata la quale le riporto su tela dipingendo con tecniche della tradizione pittorica classica come ad olio. tipiche del ‘500 e ‘600. Ma anche l’incisione a punta metallica (piombo, rame e argento) o la sanguigna sono tecniche che utilizzo con diletto.

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D.:

Le opere in digitale possono essere considerate come serigrafie?

R.:

Il termine esatto è giclée, sono delle stampe di fine art, eseguite con inchiostri Epson su carta d’archivio museale. Realizzazioni importanti che garantiscono un indice alto di durata nel tempo. Chiaramente per tributare prestigio all’opera una tiratura bassa è fondamentale.

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D.:

Il mercato come risponde di fronte a questa innovazione?

R.:

Il ‘mercato’ predilige ancora le opere uniche, meglio se pittoriche. Come per tutti i mutamenti culturali anche l’avvento del digitale ha bisogno del tempo necessario affinché possa essere compreso e accettato da chi acquista arte. Di certo però io non sono il primo né l’unico a muovermi in questa direzione ma al contrario mi trovo in ottima compagnia; per esempio nel 2011 i miei lavori sono stati esposti a Roma presso la Dorothy Circus Gallery durante la mostra “Would you be my Miracle” affianco a quelle del londinese Ray Caesar e della lituana Natalie Shau, due dei maggiori esponenti di questa contemporanea corrente artistica.

 

D.:

Quanto è importante la funzione della galleria per un artista?

R.:

Gli atelier rappresentano un punto di passaggio per l’artista che vuole misurarsi col mercato e ritracciare un proprio spazio all’interno di esso.

Ovviamente ciascun artista racconta la propria esperienza. Io devo molto alla Dorothy Circus Gallery che citavo pocanzi per avermi permesso di uscire fuori dai confini locali e considerare il mondo come piazza di confronto. Una rivista settoriale l’ha recensita recentemente classificandola all’ottantesimo posto di una graduatoria… un bel risultato se consideri che al primo posto vi è il Louvre. Però non disdegno la strada dove torno col mio banchetto sotto braccio ogni volta che ne avverto il bisogno.

 

D.:

Che poi è proprio lì che ci siamo conosciuti. Cosa ti da in più l’esporre per strada?

R.:

Mettendomi per strada appago il personale bisogno di relazionarmi con la gente. È giusto ogni tanto abbassare il tono dell’Arte, per questo immagino sia più giusto di fare delle mostre in luoghi non esattamente deputati all’arte, dove in una mattinata le opere siano alla mercé della gente comune e non di critici esperti… c’è bisogno, oggi, che l’artista non sia dove te lo puoi aspettare, occorre trovare nuovi posti. C’è anche che nei weekend intercetto le famiglie che passeggiando per il centro storico di Lecce si fermano a osservare le stampe economiche che espongo. Assisto persino a scenette divertenti di bambini che vorrebbero avvicinarsi al banchetto e genitori che li trattengono dal farlo. Allora in questi casi un’immagine la regalo ben volentieri.

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D:

Com’è il rapporto tra l’Arte e il territorio?

R.:

Decisamente pessimo! Occorre che rifiorisca e maturi quel senso poetico dell’Arte che pare stia estinguendosi. In questo le istituzioni hanno colpe inespiabili. Bisognerebbe cominciare col ridisegnare le città secondo criteri a misura d’uomo e non solo per finalità economico-cementizie.

Si avverte la mancanza di figure competenti a ricoprire incarichi pubblici e istituzionali; magari, lo dico come esempio e a mo’ di provocazione, bisognerebbe tornare al tempo in cui si diventava professori dell’Accademia per merito acquisito all’interno della bottega.

 

D.:

Ti piacerebbe, come in un film di Woody Allen, tornare indietro nel tempo e vivere in un’epoca più confacente al tuo modo di intendere la società?

R.:

Chi vive bene la propria contemporaneità in qualche modo vive dentro di sé anche altre epoche. Qualcuno sostiene che si possa viaggiare attraverso il tempo. Io credo che lo si possa fare spiritualmente penetrando in questa maniera altri mondi e segnarne le mappe attraverso l’arte.

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D.:

Sono inquieti i mondi che rappresenti?

R.:

L’Arte dovrebbe produrre bellezza intorno ma io non ce ne vedo poi tanta. La situazione che viviamo non è delle più floride e certamente questa inquietudine si riflette e ripercuote nella struttura delle mie composizioni. Cerco di dirmi che l’inquietudine è movimento, una modalità con cui si può uscire dalla stasi… cerco di vederne il lato positivo. Solo i bambini ne sono immuni, custodi quali sono di una naturale purezza.

 

D.:

Si può sperare che l’Arte cambi questa cruda realtà?

R.:

Noi viviamo nell’epoca delle immagini e di esse siamo schiavi. Ho lavorato per alcuni anni nella grafica editoriale e pubblicitaria e credo estremamente nella simbologia e nei messaggi che una determinata raffigurazione può contenere e trasmettere. Bisogna solo cambiare il flusso dell’attenzione affinché sia la bellezza a sovrastare la bruttura del consumismo imperante. Spero di contribuire, con le mie opere, a questo auspicato cambiamento.

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2 Commenti a L’Arte al tempo del fotoritocco con uno sguardo al Rinascimento. Intervista a Paolo Guido

  1. Ogni tanto spunta una stella -nel ginepraio delle stelle- e delle dicotomie intrise di “saggia critica” (anche per i fiorellini) ma questo trovato postato è una vera bellezza, grazie!! Convalida un vecchio mio pensiero: non c’è tanto bisogno asservire o asservirsi degli studi d’arte -in arte se non si ha non si dà- certo le affinità vanno seguite, ma il discorso per questo è diverso!! Grande Jacovitti, si è formata una generazione nazionale, di buoni bravi ma anche brutti strimpellatori. Intriga comunque molto anche il manufatto, oltre le domande e le risposte. Complimenti per tutto – specialmente per il punto di vista sul Giorgione. Spero in un incontro.
    Peppino

  2. Non ci sono viaggi più formativi di quelli che si compiono intorno alle manifestazioni di un autentico artista, siano queste le sue parole o le sue opere. Grazie a entrambi, a chi ha saputo domandare e a chi sa saputo rispondere. Pier Paolo Tarsi

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