La “crianza”

di Armando Polito

 

 

Chiedo scusa per l’immagine di testa (foto dell’autore e non di autore …) che non è certamente il massimo della raffinatezza. Tuttavia consiglio anche ai delicati di stomaco di continuare nella lettura, perché mi auguro che essa possa essere come una sorta di vaccino che al posto di virus attenuati oggi propone piccole (nonostante le apparenze) dosi di lucida (nonostante le apparenze) rabbia in cui ognuno può riconoscersi e placare, per quanto è possibile, quel vomito metaforico che ci angustia ormai da troppo tempo, mentre i più sfortunati non possono permettersi neppure quello reale perché non hanno da vomitare più nemmeno i succhi gastrici …

Se la voce dialettale del titolo si fosse limitata ad essere trascrizione dell’italiano creanza, questo post non avrebbe avuto ragione di esistere. Il significato di base, infatti, coincide nell’uso delle due lingue, intendendo l’insieme dei modi di comportamento che si convengono a una persona ben educata nei rapporti con gli altri (la definizione  è tratta dal Dizionario italiano De Mauro).

Comune è, naturalmente, l’etimologia: dallo spagnolo crianza, da criar=allevare, educare, a sua volta dal latino creantia, participio presente neutro plurale sostantivato (alla lettera: cose che fanno crescere) di creare=far crescere, produrre, eleggere. Il primo significato (far crescere) mostra la sua stretta connessione con i concetti di allevare (da ad=verso + levare=innalzare) e di educare (da e=da + dùcere=guidare).

Succede spesso, però, che la parola dialettale rispetto all’omologa italiana acquisti un ulteriore significato traslato e che per associazione di idee ispirate dai tempi correnti travalichi i suoi consueti confini d’uso; la cosa avviene puntualmente nel nostro caso e, al di là della suggestività insita in ogni metafora, vedremo come qualsiasi retaggio possa diventare di un’attualità sconcertante piegandosi ad esprimere un nuovo modo di sentire.

Norma consolidata del galateo è che si pranzi gustando il cibo piuttosto lentamente, non solo perché, come sanciva il Regimen sanitatis Salernitanum (trattato latino in versi redatto nell’ambito della Scuola medica salernitana nel XII-XIII secolo) , prima digestio fit in ore (la prima digestione avviene in bocca), ma anche perché non ha certo un alto valore estetico una bocca umana in frenetica attività.

Non so poi se il galateo ufficiale raccomandi anche di lasciare nel proprio piatto una piccola porzione di cibo, cioè di abbandonare nel piatto l’ultimo boccone intonso e intatto, gesto che avrebbe, a parer mio,  la duplice funzione di non dare l’impressione ai commensali di essere reduci da un digiuno più o meno lungo e di non insinuare nei padroni di casa l’atroce sospetto che la porzione fosse piuttosto striminzita; però, a pensarci bene, potrebbe anche essere interpretato come un sintomo di scarso gradimento. Insomma, comu la faci la sbagli (comunque tu faccia, sbagli). Questo rischio interpretativo non si pone quando a restare desolato in un vassoio è, per esempio, un cioccolatino che nessuno prende perché il gesto gli appare scorretto; eppure, questo non succedeva in uno spot televisivo che ha imperversato per parecchio tempo e in cui il classico terzo, tornato dopo una festa sui suoi passi per recuperare le chiavi della macchina, godeva tra i due litiganti mancati, marito e moglie indecisi su chi dovesse far fuori l’unico cioccolatino sopravvissuto alla golosità degli invitati.

So, però, ed è un ricordo di quand’ero bambino, che quell’ultimo boccone si chiamava proprio crianza1 e il vocabolo, con riferimento un po’ ironico ad una realtà allora già del passato, ricorreva in nessi del tipo cce, ha llasatu la crianza? (che, hai lasciato l’ultimo boccone?). C’è da notare, comunque, che quell’espressione un po’ fuori moda contrastava con l’imperativo categorico la crazzia ti Ddiu no ssi mena! (la grazia di Dio non si butta!) riferito anzitutto al cibo per eccellenza, al pane; e poi c’era da augurarsi , nonostante certi scrupoli igienici allora non fossero particolarmente sentiti (oggi, invece, cambiamo, per esempio, il bicchiere nel corso dello stesso pranzo ad ogni nostra stessa bevuta … e il giorno dopo, sempre per esempio, ci ritroviamo in bocca un’afta), che l’insieme dei bocconi rimasti fosse destinato al cane …

Poi, col sopraggiungere del benessere materiale e poco dopo del consumismo, la crianza, da simbolo di buona educazione e di rispetto per gli altri, divenne segnale che lo strafogamento aveva raggiunto i massimi livelli; così venivano buttate nella pattumiera intere bistecche mentre contemporaneamente gli occhi si riempivano di lacrime (il cervello, invece, continuava a restare tragicamente vuoto) nel vedere al tg l’immagine di un bambino africano ridotto ad una larva a causa della fame.

Non so cosa quale sarà il nostro futuro ma nel presente mi piace chiudere riflettendo sul nesso ci t’ha ccriatu! (chi t’ha creato!), usato bonariamente  (l’uso offensivo prevede la sostituzione del verbo originale con un altro sempre iniziante per c, connesso con la creazione sì, ma di letame …) all’indirizzo di una persona della quale ci ha colpito, magari, un’elegante stilettata affettuosamente ironica.

Non saprei dire se in quest’uso criatu equivalga alla sua origine etimologica più antica (latina) che lo renderebbe sinonimo di generato oppure alla più recente (spagnola) come sinonimo di allevato, educato. In un caso e nell’altro, comunque, direi che la categoria genitoriale sia direttamente coinvolta, sia pur con gradazioni diverse non solo temporalmente.

Quando, però, uso la stessa espressione nei confronti, per esempio, di un presidente del  consiglio (la strana scrittura è dovuta al fatto che le subminuscole non sono ancora state inventate ma il pedice o deponente rende perfettamente il mio pensiero …) che annunzia, per esempio, in ridicolo ossequio all’urgenza del fare, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti a rate o, come dicono i burocrati ghiotti di Nutella probabilmente mai pagata …,  spalmata o, termine, forse, più consono alle condizioni in cui si è ridotta quella che continuiamo a chiamare democrazia, a regime, come faccio a non operare la sostituzione del verbo di cui ho parlato prima ed usare la nuova espressione, per come è stata data la notizia, anche nei confronti della tv di stato (meglio, di regime) che, tra i tanti diversivi, ultimamente s’è inventato anche una questua benefica al giorno (per il periodo natalizio prevedo un incremento del fenomeno per cui al mattino, al mezzogiorno e alla sera bisognerà inviare un sms a tre numeri diversi …), volendo far credere che stia assolvendo ad una nobile funzione di solidarietà e di servizio?

Eppure, resistendo anche io ai conati di vomito, dovrei apprezzare in questo caso la coerenza, sia pure anacronistica, di chi decide del nostro destino, visto che anche gli aumenti contrattuali (quando ero ancora in servizio, tredici anni fa) venivano erogati a me e agli altri lavoratori, per giunta a contratto abbondantemente scaduto, a rate, a regime o spalmati. Perché, allora, pretendere che non obbedisca allo stesso canone la soppressione, se mai ci sarà …, di questo come degli altri privilegi?  Ho definito, però, anacronistica questa  coerenza perché attualmente le retribuzioni e pensioni dei comuni mortali (parlo dei fortunati che continuano a percepirle …), non delle loro, sono da tempo bloccate; e la coerenza, quando è anacronistica, diventa privilegiata incoerenza.

E che dire, poi, dell’altrettanto ridicola vicenda della legge finanziaria con l’indecoroso e demenziale balletto di gabelle decise poco prima della tradizionale data di scadenza con gli annessi codici e modelli regolamentari, tra i quali spicca l’F24 più inquietante e pericoloso di un F35, diventato famigerato, quest’ultimo, prima ancora di entrare in servizio?  Se i responsabili della gestione di una famiglia si comportassero anche nell’affrontare e risolvere i problemi più semplici come gli attuali politici (tutti, dico tutti, perché anche chi con faccia da prostituto si atteggia a verginello invitando a non fare di ogni erba un fascio, se resta nella fogna o non fa nomi e cognomi o non si dimette, è come tutti gli altri, anzi peggiore , perché ancor più ipocrita di loro), dovrebbero essere immediatamente dichiarati interdetti (altro che interdizione perpetua dai pubblici uffici per chi ne ricopre già uno! Scommetterei che è già pronto un disegno di legge per comminarla sì all’interessato, ma post mortem). Perché, allora, il logoro paragone dello stato con una grande famiglia non si spinge fino alle estreme conseguenze?

Come si fa ad avere fiducia in uno stato che non onora tempestivamente i suoi debiti ma pretende alla scadenza i suoi crediti da parte del cittadino? Ѐ giusto, ammesso che il principio sia applicabile al caso appena prospettato,  che l’interesse pubblico prevalga su quello privato (lo diceva pure Machiavelli); allora perché si parla, senza puntualmente fare nulla, di conflitto d’interessi?

Come si fa a restare indifferenti rispetto alla pletora di pseudodirigenti , pseudomanagers e pseudoconsulenti (dico pseudo pensando ai risultati …) di nomina politica, parecchi dei quali, visto il numero di incarichi ricoperti contemporaneamente o alternativamente, costituiscono sì un colossale scandalo, ma solo perché … gli si sarebbero dovuti assegnare altrettanti premi Nobel?

Tutto ciò angustia e penalizza, anche psicologicamente, soprattutto chi, allergico ad ogni riflettore, a manifestazioni esibizionistiche (altro che uomo dell’impermeabile!) e a reciproche complicità autoreferenziali, ha fatto sempre il suo dovere di cittadino e  contribuente, con l’orgoglio  del merito, per quanto modesto, e non con quello fasullo, peraltro spesso esibito senza pudore, della raccomandazione, dell’intrallazzo, dell’imbroglio, della conoscenza e dell’ammanicamento. Sarei un ipocrita se non confessassi di riconoscermi nel primo modello che credo di aver sempre personalmente rispettato e lascio a chi è in grado di farlo l’onere della prova del contrario; spetterà, poi, a me, se ne sarò capace, sconfessare il mio accusatore.

Può darsi che oggi sia stato più presuntuoso e screanzato del solito ma, se moriremo civilmente  (quanta speranza ed ottimismo in un semplice se, pur essendo il baratro vicino!), quelli di noi che ancora conservano in corpo un minimo di spirito critico e, in fondo, di libertà, almeno non morranno come vittime inconsapevoli, e perciò contente, dell’interessata coerenza altrui. E il loro ultimo grido non sarà un vaffa!, voce ormai inflazionata; non sarà neppure ci t’ha ccriatu! (in cui criatu, magari, sia usato nel senso di eletto,  in conformità al significato di eleggere che, come ho detto all’inizio, può assumere il latino creare) omologo, un tantino più rispettoso, del romanesco li mortacci tua!; il loro ultimo grido sarà la variante coprologica, che prima ho ricordato, di ci t’ha ccriatu!, in attesa che l’italico stellone (lo stallone appartiene ormai alla preistoria …), volgarmente detto culo, non a caso comune denominatore di due degli improperi ipotizzati, manifesti i suoi benefici effetti.  E ora, se qualcuno volesse dirmi che mi manca la creanza, si faccia avanti e lo dichiari pubblicamente con il suo nome autentico. Gli risponderò, firmandomi, a breve giro di post …

Debbo confessare, comunque, che la crianza della foto, anche se costituita da un boccone di “umilissimi” fagioli,  è sparita nelle mie fauci qualche secondo dopo lo scatto. In vista della mia partecipazione alle prossime, immancabili manifestazioni di protesta, non essendo mai stato abile a fare le pernacchie, ho intrapreso un allenamento intensivo con i fagioli …

__________

1 Si tratta di una metonimia (l’effetto per la causa o, se si preferisce, il concreto per l’astratto). Il napoletano, invece, in questo caso non mostra con il suo muorz r’a crianza (morso della creanza) la stessa sinteticità.

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2 Commenti a La “crianza”

  1. Bella considerazione che la dice lunga riguardo agli insegnamenti dei nostri genitori di una volta,ricordo anche il non camminare con tutte e due le mani in tasca,non spezzettare il pane,non lasciare luci accese durante i passaggi nelle camere,spostarsi dal bancone al bar per far accomodare altri avventori,far entrare prima donne ed anziani,non disturbare le altre famiglie dalle 13,30 alle 16,30 ecc.questi erano insegnamenti del codice del Buon Padre di Famiglia oltre a quelli della solidarieta’ tra familiari e tra le famiglie,a non fare il passo piu’ lungo della gamba permettendosi voluttuarieta’ che non collimavano con le possibilita’.Ecco perche’ il suo ragionamento non fa una grinza ed anch’io resto turbato da affermazioni smentite dai comportamenti che tirano in ballo il “buon padre di famiglia”

  2. Regione che vai, modo diverso di interpretare le situazioni. Qui in Piemonte, non era buona “crianza” quella di lasciare qualcosa nel piatto, almeno ai miei tempi, infatti si chiamava “bocon dla vergògna” (boccone della vergogna) quello che si lasciava nel piatto: il fatto è che non c’era molto da mangiare e quindi sprecare era una vergogna.
    Sergio

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