I salentini a Civita Castellana / Ritorno alla Tenuta Terrano: le foto di ieri e di oggi.

Tenuta Terrano a Civita Castellana. La foto a colori è dell’aprile 2012, quella in b/n risale al 1968: le due foto con lo stesso scenario.

di Alfredo Romano

Nel 1965 la mia famiglia emigrò da Collemeto nel Salento a Civita Castellana per la coltivazione del tabacco. Si calcola che almeno cinque mila salentini a quel tempo siano emigrati nell’arco di 15 anni nel Viterbese. I primi due anni furono durissimi, l’alloggio cui ci aveva destinato il primo proprietario terriero era malsano, privo di servizi, praticamente una stalla. Dopo due anni ci trasferimmo nella Tenuta Terrano dove il nuovo proprietario ci fece alloggiare in una casa da cristiani. Nella Tenuta c’era un concentramento di almeno 500 salentini. Coltivammo tabacco per altri otto anni, fino al 1975, quando i miei genitori decisero di tornare a Collemeto. Noi figli restammo perché nel frattempo avevamo trovato un lavoro. Per tanti anni non sono più passato dalla Tenuta Terrano e questo benché dalla mia finestra scorgo ogni giorno in lontananza la torretta della villa dell’allora proprietario terriero. Negli anni Sessanta ero munito di un’irrisoria macchina fotografica in b/n grazie alla quale, però, ritrassi i miei e lo scenario che si presentava alle loro spalle che documenta la vita ordinaria nella Tenuta e alcune fasi della lavorazione del tabacco. Ma ecco che uno di questi giorni, munito di buona fotocamera stavolta, mi sono messo in cammino per arrivare alla tenuta. Il cuore mi batteva forte quando ho fatto ingresso nel viale che portava ai tanti caseggiati, compreso il mio: vi alloggiavano in ordine sparso tante famiglie salentine e alcune calabresi. Dall’ingresso della Tenuta la mia vecchia casa distava un chilometro. Non ero sicuro di riuscire a dirigermi verso il mio casolare: ero tentato di tornare indietro tale era l’emozione che mi assaliva. E sì, perché era come tornare sul luogo della triste avventura dei miei, come essermi messo in viaggio per trovare mio padre, mia madre, i miei fratellini. I casolari che avvistavo d’intorno ormai tutti abbandonati, né si vedeva anima viva all’orizzonte; un forte vento invece che ululava quale colonna sonora col sole che dardeggiava a picco. E quando sono arrivato alla casa dove abbiamo abitato e patito per tanti anni, nel silenzio che regnava d’intorno sono apparsi tutti i miei fantasmi. Sì, avevo bisogno di sfatare quel buio oltre la siepe. Ho ripreso quindi con la fotocamera gli stessi scenari di allora, poi ho sostato per un’ora circa davanti al mio casolare in un silenzio irreale immaginandomi visi e situazioni così remote. Intorno non più la terra battuta da uomini e mezzi, ma l’erba spontanea che dava l’idea del triste abbandono. Ho desiderato, per assurdo, di ritornare ad abitare nel mio casolare, quasi a farlo rivivere in una seconda puntata in compagnia di volti e scenari di un tempo. Ah, la nostalgia! E sì, perché non si stava da re, ma c’era un mondo semplice e vero che era la vita, quella che, a dispetto del falso progresso, valeva la pena di vivere. Con la mente carica di mille visioni e pensieri, mi sono incamminato poi sulla via del ritorno e, per l’ultima volta, mi sono voltato e m’è venuto spontaneo fare un saluto, quasi che in fondo, laggiù, mia madre stesse sventolando un fazzoletto. Tornato a casa, ho confrontato le nuove foto a colori della Tenuta Terrano con quelle in bianco e nero scattate negli anni ’60-’70. E allora m’è venuta un’idea, quella di porre a confronto gli stessi scenari corredati da didascalie che narrano una storia. Si tratta di un documento fotografico sull’emigrazione dei salentini a Civita Castellana anche attraverso la storia della mia famiglia. Per non dimenticare un periodo storico che appartiene non solo a Civita Castellana, ma a tutto il Salento e l’Italia tutta.

Ed ecco più di 60 documenti fotografici con le didascalie che narrano un paesaggio e una storia. Vai sul link: http://alfredoromano3.blogspot.it/2015/11/blog-post_73.html

 

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4 Commenti a I salentini a Civita Castellana / Ritorno alla Tenuta Terrano: le foto di ieri e di oggi.

  1. Mi complimento per l’eccezionale perizia di Alfredo nell’impostare graficamente pagine e immagini al pari delle riviste culturali e dei volumi scientifici più pregiati.
    Perchè ci vuole capacità per far rivivere anche al lettore più distratto il proprio viaggio. Alfredo aiuta la nostra immaginazione prestandoci la sua, quella supportata da vecchie fotografie scaltre, quasi consapevoli della funzione che in futuro avrebbero avuto: materializzare la memoria.
    Quella di Romano non è una memoria qualsiasi, ma una memoria storica al pari di quella che nuota fra le pagine dei testi storici ufficiali. La mia mente vola d’istinto alle splendide e tristi immagini dell’emigrazione del popolo italiano verso l’America, alle vicende drammatiche degli Italiani in Crimea, dei deportati di ogni tempo, e si perde nei reportage fotografici dei casermoni di Aushwitz. Già, quei fabbricati austeri, quelle casupole documentate tra il 1968- ’75 e oggi da Alfredo mi iniettano una sensazione di solitudine, di abbandono, di confinamento. Certo, a Civita Castellana non c’era prigionia se non nel cuore, nè vessazioni crudeli se non nella diffidenza e nel disprezzo della gente del posto verso gli intrusi salentini o nello sfruttamento da parte dei proprietari terrieri di questa mano d’opera bisognosa e disperata. Ma c’era dolore e lo si legge a chiare lettere nelle parole e nei ricordi dell’autore, in quelle emozioni struggenti, nel rimpianto della vita di allora, vita semplice, ma solo attraverso gli occhi dell’adolescente Alfredo e non dell’uomo. L’uomo, infatti, rimpiange i tempi della famiglia unita, degli affetti più cari ancora in vita ad attendere il suo ritorno sulla strada bianca o a svegliarlo all’alba per anticipare i compaesani nella raccolta del tabacco, ma non può accettare l’ingiustizia di una vita da reclusi nè di una madre malata di nostalgia. L’uomo Alfredo sente la mancanza della spensieratezza dei suoi diciott’anni, quando ogni sacrificio non conosceva strade traverse o scorciatoie e quando la famiglia e il suo benessere occupavano ogni settimana di tutti quegli otto anni il primo posto in classifica. L’amore vince sempre, cambia sempre, cresce sempre.
    Alfredo Romano dimostra con la propria vita e il proprio passato che l’amore è l’unica motivazione valida per accettare rinunce, pesi e sofferenze, per trovare il bello anche nel brutto e l’accettabile perfino nell’impossibile. Quando oggi il nostro scrittore si volta indietro a lanciare l’ultimo sguardo lucido a Terrano e al suo passato, infinita è la dolcezza che lascia e si riprende da quelle coccole materne rimaste a vagare fra le pietre del casolare antico, dalle immagini rassicuranti dei suoi cari, presenze poste da Dio a segnargli la via che l’ha portato a noi oggi e a se stesso in ogni attimo della sua vita.
    Credo fermamente che la testimonianza di Alfredo Romano, come quella di tutti coloro che hanno messo a disposizione di tutti i ricordi e le esperienze vissute, possa essere annoverata come Patrimonio dell’Umanità e fiore all’occhiello della cultura salentina perchè non esiste pietra o mattone che non racconti una storia nè vita che non lasci un insegnamento.
    Quanto sarebbe bello e giusto osservare, a questo punto, un minuto di silenzio per i nostri predecessori coraggiosi! Facciamolo per onorare i Romano e tutte le famiglie di nostri conterranei e connazionali che hanno sbancato montagne per lasciare a noi una strada più larga e un cammino più facile. Facciamo in modo che non sia stato un sacrificio inutile!

  2. Mi chiedo a volte: ma come faremmo noi spigolatori senza Raffaella Verdesca? Devo ammettere che i suoi commenti hanno il pregio del tocco magico non dissimile da quello di un grande chef che, con un’ultima spolverata geniale, rifinisce un piatto che appaga non solo il palato, ma anche il naso e la vista. Raffaella insomma ce l’ha mandata qualche angelo buono per dispensare grazie a noi poveri mortali. Lei stessa è un dono e perciò guai a chi ce la tocca!

  3. Si, sono emozioni forti che anch’io ho provato quando sono tornato in Vico Trieste a Polistena, dopo tantissimi anni, a vedere la casa dove avevo abitato da piccolo per alcuni anni prima di essere ritornato a Reggio Calabria, mia città natale. Mio padre era invece salentino di Galatina (vicino casa tua a Collemeto quindi). L’emozione che si prova è fortissima e le lacrime sincere. Ma chi può capirci? Solo quelli come noi che vanno via dalla propria terra (io sono andato via per spirito di avventura) e dopo, col passar degli anni, li assale forte il desiderio di tornare indietro. Siamo uguali, Alfredo, le nostre emozioni sono quelle delle persone sensibili ed io ti ammiro.

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