Piccole storie nascoste di ceramisti neretini: I Perrone

di Riccardo Viganò

Non è facile raccontare la storia di una famiglia mitica,  interprete e protagonista dell’ultima stagione delle produzione ceramiche neretine, della  quale nulla si conosceva  tranne qualche notizia estrapolata dal Catasto onciario e per di più mal riportata.

Giuseppe Domenico Perrone, al secolo Domenico, nasce a Nardò il 18 luglio del 1714 da Giovanni Battista Perrone e Rosa Rutigliano, entrambi provenienti dal  famoso centro di produzioni ceramiche di San Piero della Lama, conosciuto anche come San Pietro degli èmbrici. Essi arrivano  a Nardò intorno al 1711,  cavalcando l’onda migratoria che percorse la Puglia e non solo,  tra la seconda metà del XVII  e il primo ventennio del XVIII secolo, probabilmente richiamati  dall’opportunità di prendere il posto che le vecchie famiglie di ceramisti neretini avevano lasciato libero.

Poco si sa, ma la famiglia era certamente  molto numerosa  e per brevità non faremo l’elenco di tutti i componenti. Certamente i due coniugi dovevano essere molto giovani. Il primogenito della famiglia,  il nostro Domenico,  sposa, il 23 novembre 1728 la  neretina Cristina Marangella, come lui quattordicenne; due anni dopo, il 6 giugno 1731, nasce il primo dei suoi dieci figli, quasi in contemporanea con l’ultimo dei suoi fratelli, Francescantonio, che ritroveremo in seguito a lavorare con lui.

Che il clan familiare fosse teso ad affermarsi nel tessuto sociale neretino, lo si  coglie nello stesso anno della morte del patriarca Giovanni, avvenuta   il 22 Marzo 1741, quando Domenico prende le redini della famiglia, dimostrando di essere un personaggio dinamico e dotato di un vero e proprio spirito imprenditoriale. In quello stesso anno infatti tale Giovanni Lisi chiede, davanti al Mastro di mercato, o Magister nundinarum, dai fratelli, Donato e Domenico Perrone, il pagamento di una somma per il pagamento di “alcuni colori per l’arte loro”. I Perrone vennero condannati, dal Magister, a versare  cinquanta ducati, una somma veramente notevole, peraltro del tutto risarcita, che dimostra il volume degli affari della famiglia.

Ma questo non bloccò la loro attività, anzi, dopo dieci anni,mentre uno dei fratelli,Giuseppe, tornò  nella città di origine a portare avanti la tradizione di famiglia, Domenico divene una figura sempre più di rilievo nel panorama produttivo neretino. Dal  Catasto Onciario del 1750-55,  in cui per la prima volta compare la specializzazione di “faenzaro”,  Domenico, affiancato dal figlio Michele, risulta essere affittuario di molte botteghe appartenute a famiglie di  ceramisti oramai decadute. Domenico era soggetto ad una  tassazione di 14 once, che era la tassazione degli artigiani mentre di dodici once era quella dei prestatori d’opera.  Gli altri “faenzari” presenti nel catasto, il fratello Francescoantonio  e Nicola Rocca, socio e compare di battesimo, risulterebbero dunque essere  dipendenti di Domenico.

A dimostrazione poi di una forte coesione familiare, Domenico ospita il fratello Francescantonio  e la madre Rosa Rutigliano, ormai sessantenne, in una casa acquistata all’uopo dall’arcidiaconato.

I Perrone erano anche impegnati nella confraternita della Santissima Annunziata, confraternita che doveva costituire una vera corporazione dei ceramisti; impegno che continuerà peraltro anche nell’ Ottocento. E nella chiesa dell’Annunziata furono sepolti tutti i ceramisti, sia tutti quelli della famiglia  Perrone, sia quelli dei secoli precedenti. Anche il nostro Domenico vi fu sepolto il giorno della sua morte avventa all’età di  68 anni, il 4 novembre 1782 e il figlio Michele lo seguì con la madre l’anno dopo.

Quello che avvenne dopo non ci è dato saperlo, poiché la documentazione torna a tacere per cui non si può dire  se qualcuno portò avanti la tradizione familiare. Si sa solo che l’erudito geografo Lorenzo Giustiniani, nel suo Dizionario geografico edito nel 1804, afferma che  della gloriosa ceramica di Nardò, rimane solo “qualche figulo che modella sul tornio delle stoviglie grossolane”.  Dopo solo silenzio e oblio.

Per approfondimenti vedere.

Matteo S. Viganò R. : Primi dati sulla ceramica di Nardò, in  “Museo della Ceramica Di Cutrofiano” quaderno 11, Galatina 2008.

Viganò Riccardo: Ceramisti di Nardò tra XVI e XVIII secolo, in  “Museo della Ceramica Di Cutrofiano” quaderno 12, Galatina 2009

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