Il tarantismo nel Salento di ieri

 

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

 di Ermanno Inguscio

Sembra trascorso un secolo da quando lo studioso Ernesto De Martino, calato nel Meridione con la sua  équipe di studiosi, interessandosi con perizia scientifica al fenomeno del tarantismo, aveva finito col definire il Salento “terra del rimorso”. Egli aveva così inseguito e rintracciato gli ultimi esempi viventi, donne provenienti da ceti popolari, ma anche uomini,  che legavano i propri disagi psicofisici al mito dell’onnipotente  paterfamilias  e si rifugiavano nell’illusione della cappellina di San Paolo in Galatina (Lecce), per mezzo del ballo della pizzica pizzica,  che fosse l’unico strumento di sollievo e persino di guarigione dai propri mali. Ed era quasi impossibile avere testimonianze dirette  o riferite delle contraddizioni della vecchia civiltà contadina al cui interno, e sembra passato più di un secolo, esplodevano conflittualità di ruoli socio-familiari e di contesti economico-culturali di un tempo ormai svanito dietro la massificante opera dei mezzi della odierna comunicazione sociale.

Ma è proprio di ieri, in quel di Ruffano, dove oggi la locale biblioteca comunale “Don Tonino Bello” organizza un incontro culturale con l’Università del Salento dal titolo  Racconti di una tarantata. Ruffano e il tarantismo di Michela Margiotta, che mi è occorso di dover ascoltare una storia singolare di un mio vecchio compagno di scuola. Costui, non me ne aveva mai fatto cenno, nel ricordarmi di fare un salto in biblioteca ad ascoltare sul tema l’antropologo Eugenio Imbriani, moderatrice Monia Saponaro, mi riferisce di essere rimasto orfano di madre in tenerissima età, una tarantata con tipici disturbi ricorrenti, finita suicida in un pozzo d’acqua, dopo che le preghiere al Santo dei serpenti e della tarantola, San Paolo di Tarso, fatte ogni anno a Galatina, nella sua cappellina, accanto al “pozzo dei miracoli”, si erano tragicamente rivelate vane.

L’amico mi racconta con foga che lo scetticismo del padre lo aveva portato,  anche per dare un taglio all’appuntamento annuale con la visita al Santo,  da fare in traino col cavallo fino a Galatina, a cercare di dissuadere la povera moglie spesso in preda  alla micidiale trance: da un  muretto di pietre era sbucata una serpe nera, che si era attorcigliata attorno alle gambe della povera donna. Se n’era liberata soltanto dopo avere promesso di tornare a pregare il Santo dei tarantolati. L’allora bambino di tre anni, finito poi in collegio come conseguenza dell’orfanezza, solo da adulto aveva potuto più volte  ascoltare il racconto del triste destino della povera madre.

Sono rimasto di sasso  all’ascolto di tale tragica esperienza e ho dovuto rimarcare che il tema del convegno, il fenomeno del tarantismo nel nostro Salento, che mi ha visto impegnato in ottobre scorso  in un  Convegno Internazionale a Lisbona, non è poi una tematica tanto lontana dalla nostra vita.

In effetti spunto dell’incontro lo ha offerto un vecchio libro di Annabella De Rossi,  Lettere da una tarantata (De Donato Editore, 1970), che nel proprio nel1963, venendo a Ruffano, nel territorio dove insiste Torrepaduli , nota per la pizzica scherma del “ballo di San Rocco”, aveva conosciuto Michela Margiotta, anch’essa tarantata,  e ne aveva trascritto le lettere, appuntate dalla povera vecchia ormai quasi settantenne, tra errori grammaticali ed espressioni idiomatiche, che pure riuscivano ad aprire uno squarcio su  delicati dissidi interiori.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma “la Margiotta”, Michela Margiotta, per noi ragazzini terribili dissacratori di ogni cosa, al tempo della cosiddetta infanzia felice, era l’oggetto dello  scherno e degli schiamazzi nella vecchia piazza del paese ad ogni suo passaggio per recarsi in qualche suo podere. Faceva un po’ paura, di bassa statura, vestita di nero, scura in volto e baffuta, con una sporta di vimini dove qualche adulto vociferava albergassero aracnidi di ogni tipo e talvolta piccoli rettili, tagliava in un baleno lo slargo “Carmelitani”, dopo avere indicato le campane della vicina Confraternita e minacciando i più discoli di farli sparire nel sacco di iuta sulle sue spalle. Un vero terribile spauracchio, utilizzato dalle giovani mamme di fronte ai capricci dei più piccoli. Ma per  quegli scavezzacollo di ragazzini più grandicelli, il passaggio in paese della Margiotta costituiva una implacabile palestra dello sberleffo. Quel micidiale coraggio dello scherno gratuito non allignava in me, ragazzino, che osservava dietro le finestre di casa il passaggio di quello strano personaggio, nella centrale via San Rocco.

Non ho mai saputo, da bambino, che in Michela si celassero disagi e dissidi degni almeno di umana pietà e commiserazione. Oggi il convegno, voluto nella sua patria, all’interno della rassegna culturale “Librare tra storia, cultura e società”, mette sotto la lente dell’analisi storica un personaggio della nostra società di ieri. Non vi era certo il benessere di oggi, ma era tuttavia il tempo del vero focolare domestico, tra il calore del camino e i racconti dei nonni, tra le caldarroste di San Teodoro e una fetta di pane arrostito all’olio appena  prodotto nell’oliveto di famiglia.

Ricordi di adulti, ricordi di bambino, come quello mio personale quando, e fu l’unica volta della vita, in cui accompagnai mia madre, negli anni Sessanta, alla festa di San Paolo a Galatina. Tanto caldo, tanta gente sconosciuta, odore rancido di candele bruciate nella chiesa parrocchiale, ne riferii nel mio volume “La Pizzica scherma di Torrepaduli” (2007): ho visto donne, vestite di nero, strisciare con la lingua sul pavimento a chiedere la grazia ai Santi Pietro e Paolo, come le ho poi riviste soltanto a Madrid nel 2005 e piccoli venditori di nastrini colorati da utilizzare nelle danze delle tarantate.

Nella festa del Santo delle “pizzicate”, San Paolo, non ho visto serpi far capolino dal pozzo, né donne in cerca di guarigione né in trance né danzare né con violinisti, tantomeno con guaritori e parenti. Ma ho nelle orecchie, ancora oggi, il fremito assordante dei tamburelli, forse a mimetizzare tragedie sopite e da nascondere. Come mi nascondevo io al passaggio di Michela Margiotta, che per me non era certo una tarantata. E dire che pensavo di non averne mai conosciute: nell’anno Duemila, poi,  non potevano essercene.

Ma mi sbagliavo. Le tarantate erano tra noi, vicino alle nostre dimore. Ma quell’amico, che ha perso da bambino sua madre suicida nel pozzo,  la tarantata, l’essere che gli aveva dato la vita, glielo vedo negli occhi, ce l’ha ancora nell’anima.

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

Un curioso discorso sacro sul “salto” della Tarantola

 

Lo tenne a fine Seicento il gesuita Caspar Knittel

alla nobiltà e agli Accademici di Praga

Il caso del tarantino Roberto Santoro

di Rosario Quaranta

 

 

Sul finire del Seicento, a Praga, nelle fredde lande di Boemia, dispiegava tutto il suo valore nelle discipline teologiche, filosofiche, scientifiche e politiche un famoso predicatore della Compagnia di Gesù, padre Caspar Knittel (1644 – 1702).

La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie
La visita della Vergine Maria a Santa Elisabetta. Particolare dalla tela di Paolo De Matteis (1662 – 1728) conservata nella residenza dei PP. Gesuiti a Grottaglie

Questo erudito, già rettore dell’università praghese e procuratore provinciale presso la corte di Vienna, è noto per aver dato alle stampe un buon numero di opere di oratoria sacra, di teologia e di filosofia. Era pure un ammiratore di altri e più celebri  confratelli gesuiti come Atanasio Kircher, Cristoforo Clavio, Caspar Schott e Sebastian Izquierdo, per via del comune amore per la scienza che lo spinse a stampare una “Cosmographia elementaris propositionibus physico-mathematicis propo­sita” (“Cosmografia elementare presentata con proprosizioni fisico-matematiche”).

Ebbe anche un dichiarato amore verso il Lullismo e verso l’Arte combinatoria in cui ha lasciato traccia con l’opera “Via regia ad omnes artes et scientias” (“Via regia a tutte le arti e a tutte le scienze”), che conobbe molte edizioni a partire dal 1682.

Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.
Frontespizio delle Conciones Academicae di Caspar Knittel, stampate a Praga nel 1718.

Ma perché ci interessiamo di questo Autore, tutto sommato, così distante dal nostro tempo, dalla nostra terra e dalla nostra cultura? Non ci crederete, cari Lettori; ma a far da tramite in tutto ciò è la famosa Tarantola che tanto ha fatto, e fa parlare ancora da oltre mezzo millennio e a tutte le latitudini.

Una curiosa testimonianza di questo sforzo di ricondurre a unità il sapere teologico, filosofico e scientifico si può cogliere nelle opere di sacra predicazione del ricordato Knittel. In particolare  nel volume intitolato “Conciones Academicae in precipua totius anni festa” (“Discorsi accademici per le principali feste di tutto l’anno”) e stampato postumo nel 1718 a Praga, abbiamo ritrovato, con nostra grande meraviglia, un discorso dedicato alla “Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria” in cui egli, si serve con disinvolta arguzia (ma non sappiamo con quanta efficacia da un punto di vista spirituale e pastorale) appunto della nostra Tarantola per costruire un discorso strabiliante rivolto “a sollievo e a utile diletto per tutti gli amanti della parola di Dio”  e specialmente alla prima nobiltà e a tutti gli Accademici che si riunivano per ascoltarlo  nell’Auditorium.

Ricordiamo che nella festa della Visitazione si esalta la Vergine Maria che con grande umiltà non disdegna di recarsi a Gerusalemme e di prestare aiuto alla cugina Elisabetta che, in età avanzata, stava per partorire il piccolo Giovanni, precursore del bambino che la stessa Maria portava in grembo.

L’oratore sacro pone subito in evidenza quanto scrive l’evangelista Luca narrando il momento dell’incontro fra le due donne: “Esultò il bambino nel seno”. Questa espressione, osserva Knittel, viene riportata nella “Catena” di San Tommaso in maniera diversa; non “esultò”, bensì “saltò” nel seno. Da questa premessa e con una lunga argomentazione, condotta in dialogo serrato con gli Accademici, l’oratore sacro deduce (ovviamente in senso metaforico e spirituale) che questo “salto” del piccolo Giovanni nel seno di Elizabetta fosse stato causato dal morso della Tarantola.

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

Ma ascoltiamo qualche sprazzo della sua oratoria dal quale traspare l’evidente bravura dell’Autore:

“Avete per caso sentito qualche volta parlare, illustri Accademici, della Tarantola? Ascoltate. Questa è in breve la sua storia. C’è una città che gli Italiani chiamano Taranto, in quella parte del regno di Napoli che si chiama Puglia. In quel distretto pullula nei tempi caldi un grandissimo numero di ragni che appunto dalla città di Taranto si chiamano Tarantole. Ora, quelle tarantole sono solite avvicinarsi agli ortolani, ai pastori, ai mietitori e ad altri che dormono  all’aperto con le mani e con i perdi nudi; li mordono e infondono col loro morso un veleno tale da causare nei Tarantati tanti sintomi strani che sembrerebbero incredibili se un’esperienza quotidiana non le rendesse degne di fede. Quel veleno fa diventare gli uomini stupiti, attoniti, fuori di sé, immobili e insensibili come morti.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma la cosa più straordinaria del Tarantismo è che coloro che sono morsicati dalla tarantola non possono essere curati che con la sola musica.  Si chiamano pertanto i suonatori perché in questa gioconda miseria  suonino con degli strumenti ed emettano delle melodie proporzionate alla qualità del veleno. Ascoltando queste, i Tarantati subito si muovono, si alzano, corrono quasi rianimati, vanno di qua e di là come matti, con festosa agitazione delle mani e dei piedi, saltano così a lungo finché tutti i pori si aprono ed evaporano con copioso sudore i veleni della tarantola.

Sentite questo esempio chiarissimo. Una tarantola aveva morso un nobile tarantino chiamato Roberto Santoro e lui non lo sapeva; intanto si ammalava così gravemente da essere condotto quasi a morte. Si tenne consiglio dai medici, ma nessuno riusciva a far fronte alla malattia. Alla fine arrivò uno che esclamò: “E se fosse stato morso da una tarantola?”

Questa congettura piacque: si chiana un bravo suonatore, un “citaredo” che con il suo strumento si ferma davanti al letto in cui il povero Santoro giaceva immobile come morto.  Il citaredo vola sulle corde suonandole di qua e di là…e che succede? Repentinamente il mezzo morto apre gli occhi. Il citaredo con dita velocissime suona tumultuosamente “taratantara” per tutto il tempo necessario alla futura commedia… E che succede? Il mezzo morto comincia tutto a tremare e a muoversi…Il suonatore percuote ansioso lo strumento, va di qua e di là, si interrompe improvvisamente …E che succede? Il mezzo morto, preso quasi dalla contentezza, alza le braccia dopo aver rizzato il collo. Il citaredo di nuovo riprende a suonare le corde, le percuote e ripercuote, le pettina e ripettina, le scandisce e riscandisce; leggermente, gravemente, velocemente, faticosamente…e che succede?  Il mezzo morto improvvisamente si drizza e, tremante per la gioia,  si siede sul letto.

Il suonatore è attonito: per poco non gli cade la cetra: la blocca e tenta cose ancor più grandi; alterna le corde, leggerissimo negli acuti, amoroso nei suoni medi, lento in quelli gravi; insiste graziosamente nei suoni forti, picchia tumultuosamente in quelli rauchi come se andasse in battaglia con clangore marziale… e che succede? Il mezzo morto, tra lo stupore di tutti si alza dal letto e rimane quasi attonito in piedi. Il suonatore insiste ancora. Eccolo che strepita, tintinna, aumenta l’intensità del suono, la ferma, torna di nuovo a suonare, raddoppia, triplica i suoi sforzi sudando, gesticolando e affaticandosi… e che succede? Il mezzo morto agita le mani, solleva i piedi, si lancia, esita, si blocca, corre, saltella elegantemente alle melodie musicali fino a che, apertisi i pori, non si evapora tutto il veleno della tarantola e recupera quella sanità che ormai disperava di riavere. O cosa mirabile!..”

E qui il bravo oratore si ferma suggerendo agli astanti di ricorrere, per saperne di più e per vedere quasi quasi dal vivo la tarantola che salta, alla “Musurgia” del padre Kircher o alla “Magia Universale” del padre Scotto dai quali egli dipende strettamente (in ambedue, peraltro, si può leggere il caso di Roberto Santoro).

Riprende poi a trattare gli aspetti, per così dire, teologici e spirituali con altri argomenti relativi all’assunto evangelico,  non senza aver chiarito che la Tarantola altro non è che il Peccato Originale, anzi ogni peccato mortale, perché, come afferma San Giovanni Crisostomo “il peccato lascia nell’anima un veleno”.

 

Frontespizio della Magia Universalis (1674)    del p. Gaspare Schotto
Frontespizio della Magia Universalis (1674) del p. Gaspare Schotto

D’altra parte, questa virulenta tarantola – commenta egli – non ha forse colpito col suo morso nel Paradiso terrestre il primo ortolano (cioè Adamo) inoculandogli un veleno così penetrante da corrompergli il cuore e da renderlo stupito, attonito, immobile, insensibile…? Un veleno che la Vergine Maria col suo “Magnificat” riuscirà alla fine a neutralizzare, come avvenne nell’incontro con Elisabetta, quando anche Giovanni che “saltava” a causa della tarantola nel grembo di Elisabetta, riuscì alla fine a liberarsi dal peccato avvicinandosi a quel Gesù che Maria portava in grembo?

Questo di Knittel è un interessante e rarissimo esempio di utilizzazione del fenomeno del Tarantismo nell’omiletica. Un vero e proprio esercizio di bravura che consente comunque all’oratore di concludere, parafrasando quasi il Salve Regina e l’Ave Maria, con queste parole: “…è stato scritto che alcuni dei morsicati dalla tarantola si mettono a ridere; altri si mettono a piangere in quella danza tragico-comica.

O Maria! Ecco, noi miseri peccatori a Te saltiamo ridenti e piangenti. Ridenti quando abbiamo seguito la vanità del mondo: piangenti quando abbiamo seguito la nostra cecità. O Maria, rifugio de peccatori! Prega per noi miseri peccatori ora e nell’ora della nostra morte. Amen”.


[1] Nostra traduzione

Il Salento delle leggende. Tarante e tarantate

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Si può dire tutto della gens salentina, meno che non ami la propria terra.

Siamo, sostanzialmente, un popolo d’irriducibili nostalgici, forse anche perché siamo a lungo stati (e in parte lo siamo ancora) un popolo di emigranti. Anche chi scrive lo è. Pur potendo convintamente affermare che “risiedo” da molti anni a Roma, ma “vivo” nella mia Galatina.

Tra la fine dell’800 e il preludio all’orribile tragedia della Grande Guerra, un’immensa legione di disperati compatrioti, giovani e meno giovani, per lo più meridionali – da Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia –, ma anche piemontesi, veneti e friulani, invase il Nord e Sud America, imbarcandosi sugli accidentati piroscafi che salpavano dai porti di Napoli, Genova o Palermo, stipati fino all’inverosimile. Un movimento globale di decine di milioni di persone!

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A quella prima ondata ne seguì un’altra, negli anni ’50 del secolo scorso, questa volta sui cosiddetti “treni della speranza”, caracollanti verso i Paesi più emancipati del Nord Europa: Svizzera, Belgio, Francia, Germania. Un’autentica epopea, che investì anche le nostre province, e che molti ricordano ancora.

Di questi nostri fratelli salentini, non pochi tornavano periodicamente nei propri paesi (a volte in estate, più spesso a Natale), per partire nuovamente all’estero col cuore sospeso tra gioia e malinconia. Il nuovo addio era, se possibile, più cocente del primo, ma intanto quei pochi giorni del ritorno, rivissuti tra mani e occhi conosciuti, e affetti riacquisiti, e desideri finalmente appagati, ‘ricostruivano’ rapidamente l’amore per la propria piccola patria, evidenziato anche attraverso romantiche e ingenue esternazioni di fierezza. Come quella di sfoggiare orgogliosamente la nuova automobile (spesso affittata a caro prezzo, pur di fare bella figura), o regalando in abbondanza a parenti e amici pacchetti di sigarette e stecche di cioccolato.

Difficile, poi, che si mancasse alla festa del Santo Patrono – in luglio e agosto per lo più –, mossi da devozione sincera per il proprio Protettore: da Santu Roccu a Santa Cristina, da Sant’Antoniu a li Santi Medici, o alla Madonna dellaLizza, e Santu Ronzu, e innumerevoli altri… Per secoli, e per un preciso motivo, sconfinante tra il religioso e il pagano, la più importante di tutte è stata sicuramente la festa de Santu Paulu, a Galatina: il Santo delle tarantate.

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Il fenomeno delle tarantate – ampiamente studiato (e illuminato) da Ernesto De Martino – è rimasto per almeno mille anni avvolto nel mistero e nella leggenda.

Nell’ambito della comunità contadina, la manifestazione dell’evento, com’è noto, nasceva dalla credenza popolare che in campagna, nel mese di giugno, ed in particolare durante la mietitura del grano, un ragno velenoso (la tarantola o taranta) potesse “pizzicare” le persone – peraltro quasi esclusivamente di sesso femminile – provocando con il suo morso una serie di crisi isteriche, espresse poi in balli frenetici, e prolungati fino allo sfinimento. Queste danze convulse erano accompagnate ed esorcizzate con la musica (prodotta soprattutto da tamburelli e violini), e infine guarite bevendo l’acqua miracolosa del pozzo della cappella di San Paolo, in Galatina.

Perché San Paolo? Semplicemente perché l’Apostolo, durante i suoi viaggi, fermandosi nell’isola di Malta, fu qui morso da un serpente, ma sopravvisse al veleno, protetto dalla fede e dall’intercessione divina.

Le tracce più remote del tarantismo si perdono nei culti dionisiaci e nella mitologia greca, con varie leggende, delle quali s’interessò anche Ovidio. In una delle sue suggestive narrazioni, il poeta racconta di Arakne, una giovane e bellissima fanciulla, nota in tutta la Lidia per la sua arte della tessitura: produceva infatti tele ricamate di straordinaria bellezza, tanto che la stessa Pallade Athena, scesa dall’Olimpo, la sfidò a misurarsi con lei. Quasi inutile aggiungere che la gara fu vinta alla grande da Arakne, provocando naturalmente l’invidia e le ire della dea, che in un moto di stizza la tramutò in ragno, destinandola così a tessere in eterno i suoi fragili (ma pur sempre meravigliosi) lavori.

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Strettamente collegata alla devozione per San Paolo è anche quella per San Donato,

al quale peraltro molti paesi della Penisola sono dedicati: da San Donato Milanese a San Dona’ di Piave, San Donato Val di Comino, San Donato di Ninea, e altri ancora, fino al nostro San Donato di Lecce…

L’elemento che in qualche modo accomuna i due Santi è per l’appunto la danza convulsa ed eccitata, il ballo di natura isterica, che si manifesta sia con le tarantate –, di competenza, per così dire, di San Paolo –, sia con i soggetti fragili o malati di mente, generalmente colpiti da nevrastenia e epilessia, che sono devoti a San Donato. Non va infatti dimenticato che, essendo morto per decapitazione il 7 agosto 304, su ordine personale dell’imperatore Diocleziano (altri spostano l’evento ai tempi di Giuliano l’Apostata), San Donato vescovo e martire è il protettore dell’epilessia: malattia un tempo assai diffusa, e popolarmente conosciuta come ”male di San Donato”.

Più in generale, la protezione di San Donato (che nel nostro territorio è patrono anche di Montesano Salentino) riguarda tutti i danni e le complicazioni che interessano la testa e la mente. Tant’è che nei mercatini della festa patronale si usava, e in parte si usa anche oggi, comprare come talismano una piccola chiave benedetta, che porta riprodotta l’effigie del Santo: chiave da custodire gelosamente, in quanto capace di “aprire” la mente per liberarla dal demonio e preservarla da ogni male.

Si dice, infatti, che in tempi non lontani, i malati di epilessia fossero considerati invasati da spiriti maligni, per scacciare i quali si procedeva talvolta al seguente rituale di espiazione ed esorcismo: il malato e un suo accompagnatore (di solito la madre, un fratello o una sorella) entravano in chiesa inginocchiandosi, e sempre in ginocchio, baciando continuamente per terra e recitando le orazioni, procedevano fino alla statua del Santo, chiedendogli la grazia.

Nel Medioevo, invece, per curare l’epilessia si faceva uso di una rara erba selvatica, vagamente somigliante alla rùcola o al taràssaco (in dialetto chiamato pisciacane), che veniva disposta su un letto di foglie di fico o di piccole canne, sulla quale, a sua volta, veniva posato il Vangelo, mentre le donne, sedute in circolo, recitavano brevi preghiere e invocazioni. Dopo il rituale, si riprendeva l’erba e la si lavorava fino a formarne una collana, destinata ad essere sistemata al collo del malato, e da questi indossata dall’alba al tramonto per nove giorni, in attesa che dal decimo acquisisse i primi segni di guarigione.

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Tornando alle tarantate, resta da chiedersi per quale ragione gli abitanti di Galatina – loro, e soltanto loro! – non siano mai stati morsicati dal ragno fatale, mantenendosi così immuni dalle conseguenti crisi epilettiche.

Ebbene, tale miracoloso privilegio risale al tempo della predicazione di Gesù Cristo, allorché i discepoli Pietro e Paolo giunsero nel Salento, e si fermarono ad evangelizzare, fra le altre, anche le popolazioni del luogo dove sarebbe poi sorta Galatina. Qui, grazie alla generosità di una donna, che offrì loro del cibo e un giaciglio per dormire, i due affaticati Apostoli si poterono rifocillare, e san Paolo, come ringraziamento, benedisse la donna e i suoi familiari, esentandoli – anche per tutte le generazioni future – dalla contaminazione di qualsiasi genere di veleno, e concedendo altresì il potere di aiutare a guarire chiunque fosse stato morso da ragni, scorpioni o altri pericolosi animali.

Per rafforzare tale potere, san Paolo consacrò infine l’acqua di un pozzo adiacente alla casa della donna, proclamando che alle persone “pizzicate” sarebbe bastato bere quell’acqua, per annullare definitivamente ogni malefico effetto di tossicità. E intorno a quel pozzo, secondo una vecchia leggenda, fu poi costruita quella che è ancora oggi la Cappella de Santu Paulu de le tarante.

Tarantate, di Luigi Caiuli
Tarantate, di Luigi Caiuli

Va per ultimo aggiunto che alla fenomenologia della pizzica molti artisti si sono variamente ispirati, primo fra tutti, io credo, il maestro Luigi Caiuli, con il suo impetuoso e sanguigno ciclo pittorico sul tarantismo, donato al Museo Cavoti di Galatina; ed anche letterati come il poeta dialettale lizzanese Salvatore Fischetti, che in una sua appassionante poesia dedica alla pizzica versi di grande incanto: «…Ttacca, viulinu, tàgghia cu llu suènu / tagghiènti comu filu ti rasùlu, / la tantazziòni e la malincunia! / A sta carusa mia talli rifìna, / falla ballà cu ccàccia fuècu e raggia! / A bballa, beddha, comu mai facisti, / no ti ppuggiàri: bballa, bballa, bballa! / ddurmisci la taranta tantatrici,/ a cantu e suènu: bballa, bballa, balla!… (Attacca, violino, taglia con il suono, / tagliente come filo di rasoio, / la tentazione e la malinconia! / A questa ragazza mia ridona pace, / falla ballare, ché scacci fuoco e rabbia! / Balla, mia bella, come mai facesti, / non ti fermare: balla, balla, balla! / Addormenta la taranta tentatrice, / a canto e suono: balla, balla, balla!…».

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

 

I cinquant’anni della spedizione etnografica di Ernesto de Martino in Salento

di Gino L. Di Mitri

 

Il cinquantenario della spedizione etnoantropologica di Ernesto de Martino a Galatina, avvenuto nel 1959, è annunciato dall’arrivo nelle librerie della quinta edizione italiana de La terra del rimorso. Si tratta della prima volta che la casa editrice il Saggiatore ricorre a una soluzione redazionale ex novo dopo le precedenti che furono, in realtà, delle ristampe anastatiche della princeps pubblicata nel 1961.

Il volume è sapientemente prefato da Clara Gallini, insigne antropologa già allieva di de Martino, la quale ricostruisce dal suo punto di vista il dibattito passato e recente sul tarantismo alla luce della letteratura specifica. Il volume è accompagnato da un cd che ripropone sia le raccolte musicali effettuate in Salento da Diego Carpitella al seguito della spedizione di de Martino, sia le immagini scattate nel 1960 dallo stesso etnomusicologo e facenti parte del documentario Meloterapia del tarantismo.

Questa decisione di una riedizione de La terra del rimorso si accompagna a una serie piuttosto lunga e articolata di seminari – organizzati dalla stessa Gallini all’Università La Sapienza – che nella fase del loro avvio hanno conosciuto anche una tappa leccese coordinata da alcuni docenti delle’ateneo salentino. In realtà, questa rievocazione di de Martino non nasce sotto il segno della tarantola, bensì in occasione del centenario della nascita dello studioso napoletano: essa era cominciata nel 2008, a un secolo dalla nascita di de Martino avvenuta nel 1908, ed è proseguita per tutto il corso dei colloqui organizzati dalla Gallini toccando, di volta in volta, temi fra loro molto diversi, quali la teoria delle apocalissi culturali, le basi teoretiche di un pensiero spesso ambivalente se non ambiguo e compreso fra crocianesimo e marxismo, il taglio delle indagini sulla magia nel Sud, il significato di storia religiosa relativo al Mezzogiorno d’Italia e molte altre cose. In ogni caso, a mio modo di vedere, l’iniziativa di riflettere su de Martino da parte dei demartiniani è stata talmente differita in tutti questi anni, da giungere verosimilmente in ritardo rispetto a più di un calendario di studi già fittamente costellati di riflessioni e riconsiderazioni critiche su de Martino a partire dal 1998.

Qualunque sia stata la ragione di questo incredibile ritardo che si aggiunge alla negligenza con cui l’opera preziosa di de Martino e la sua ricerca sul tarantismo è stata diffusa nel mondo anglosassone, va lodato invece l’impegno profuso da Dorothy Louise Zinn, un’americana che ha scelto di vivere a Matera e che dunque conosce bene i luoghi di de Martino, per la sua scientificamente accurata e letterariamente apprezzabile traduzione de La terra del rimorso per la Free Association Books di Londra. Giunge quindi finalmente in porto un’operazione editoriale attesa per decenni dal pubblico dei lettori anglofoni.

Si tratta di un caso librario in cui si coniugano le ragioni del cuore (l’amore di una cittadina straniera residente in Italia meridionale per l’opera di un autore italiano) con quelle della cultura (la volontà di donare alla scena culturale anglosassone un testo preziosissimo e finora noto solo a chi conosceva l’italiano o, attraverso un edizione del 1966, il francese). Purtroppo il volume è privo delle musiche originali, tornate invece a corredare il libro del Saggiatore.

Nell’estate del 1959, in un contesto civile e socioeconomico dai connotati così diversi da quello attuale, Ernesto de Martino compiva la sua spedizione etnografica in Salento alla scoperta del misterioso fenomeno del tarantismo. Da allora, mezzo secolo è volato in un soffio. A ricordarsi di questo particolare capitolo del suo magistero furono per primi, nel 1998 e dopo un lungo silenzio da parte del mondo accademico, gli “outsider” che organizzarono a Galatina il gremitissimo convegno internazionale “Quarant’anni dopo de Martino”. Ma, si sa, le riconsiderazioni intellettuali sovente viaggiano di ricorrenza in ricorrenza: se il decennio intercorrente tra quel primo e questo secondo colloquio ha talora risuonato dell’attrito fra due idee di de Martino e del tarantismo (quella dei fedeli seguaci demartiniani e quella degli “eretici” fautori di una nuova antropologia storica), l’anno appena iniziato si apre in un clima di maggiore rispetto teoretico dovuto a fattori quali l’attenuarsi del glamour mediatico attorno al fenomeno etnomusicale derivato dal tarantismo, il consolidarsi di una letteratura tematica meno improvvisata e più scientifica, l’instaurarsi di una solida codisciplinarità nella ricerca in cui nessuna scienza è ancillare all’altra. Proprio quest’ultimo elemento sembra essere il portato più genuino de La terra del rimorso, libro scaturito da una ricerca sul campo in cui diversi esperti operavano sotto la guida di uno storico delle religioni che aveva saputo reinventarsi etnologo. Concepita in assenza di una antropologia italiana, l’indagine demartiniana sul tarantismo dovette consumarsi in appena tre settimane di residential research. Essa, per quanto all’epoca ben preparata, alla luce delle acquisizioni successive si mostra oggi debole nella ricostruzione del contesto storico. De Martino, per esempio, ignorava il recente passato bizantino della spiritualità e della devozione popolari in quel territorio estremo della Puglia: se gli fosse stato noto, avrebbe avuto ben chiaro il perché della sopravvivenza di un tale rituale sincretico di possessione per così lungo tempo.

Inoltre, la formazione culturale personale di de Martino, da un lato ancorata a Benedetto Croce e dall’altro protesa verso la richiesta politica di una legittima emancipazione e modernizzazione di quelle genti e di quei luoghi, in parte non gli fece tener conto di elementi che la sua acerba scienza antropologica riteneva che fossero “indegni” di studio, in parte lo spinse a sottovalutare – molto più di quanto non farebbe un antropologo contemporaneo – aspetti e indizi attraverso cui operare una riuscita lettura del fenomeno. Ma al di là di questi e altri punti deboli della sua spiegazione del tarantismo, resta fondamentale in de Martino la brillante intuizione che il tarantismo fosse una voce – la più eclatante e fragorosa – della complessa storia religiosa del Mezzogiorno italiano e non un mero fatto di folklore. Se non avessimo un po’ tutti recepito da lui questo concetto, le stesse nozioni di transe e di possessione probabilmente sarebbero rimaste confinate alla letteratura etnologica francese di stampo coloniale: quella dei Marcel Griaule e dei Michel Leiris.

Grazie invece al sapiente apporto dell’etnomusicologo Diego Carpitella che vi scorse i caratteri di un “esorcismo coreutico-musicale”, l’universo caotico e inquietante del tarantismo acquisì nell’opera di de Martino i lineamenti di una creatura chimerica per metà figlia dell’irrazionale degli antichi greci e per metà evocatrice di primitivismi extraeuropei. Dal suocero e antichista Vittorio Macchioro a Ernesto de Martino pervenne l’interesse per il sistema magnogreco del sacro: una suggestione niente affatto peregrina se in precedenza aveva calamitato l’attenzione di Alfred Maury e di Aby Warburg. Ma de Martino non parlò mai esplicitamente di transe né di possessione. Fu piuttosto per tramite di Diego Carpitella che il raffinato etnomusicologo e africanista Gilbert Rouget inserì il tarantismo nello schema generale dei rituali di transe afromediterrai; benché sia stato Georges Lapassade il vero mediatore culturale tra le acquisizioni di de Martino, le scienze etnoantropologiche europee e il grande pubblico di studenti, studiosi, lettori puri e appassionati estemporanei che ha decretato l’inarrestabile fortuna editoriale de “La terra del rimorso”, il libro che da cinquant’anni spinge turbe di viaggiatori provenienti da ogni luogo d’Italia e d’Europa a compiere ogni estate il pellegrinaggio ai luoghi della tarantola sulle orme di Ernesto de Martino.

 

 pubblicato su Spicilegia Sallentina n°5

Saverio Lillo e i dipinti di San Paolo “te le tarante” di Galatina

di Stefano Tanisi

Uno l’ho visto io camminare col capo in giù sul soffitto, altri bevevano a un pozzo di scorpioni e di serpi, non senza gridi, nel viola acido e sporco d’una cappella, mentre fuori era il chiaro giorno steso coi piedi avanti come il Cristo del Mantegna. V.  Bodini

 

Già dalle prime luci dell’alba del 29 giugno, giorno in cui ricorre la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, per le vie e nella piazza grande del centro storico di Galatina, si avvertiva nell’aria, fino a qualche anno addietro, quell’agitazione che prendeva tutti: era l’arrivo dei tarantati da tutto il Salento per recarsi alla piccola cappella di S. Paolo “te le tarante”, chiesa

Tarantolismo, il più noto esorcismo salentino

di Raimondo Rodia

ll tarantismo (o tarantolismo) è una sorta di esorcismo popolare che, sin dal lontano dal medioevo, spinge uomini e donne, che si ritengono morsi dalla tarantola ( grosso ragno ancora esistente nel territorio), a recarsi il 29 giugno in pellegrinaggio al pozzo presso la chiesetta di San Paolo a Galatina per essere liberati definitivamente dagli effetti del veleno che provoca nel malcapitato un languore mortale da cui si può essere liberati solo per mezzo della musica e dei colori.

Da qui l’uso di nastrini colorati (chiamati zagarelle) da legare al polso e di una musica ossessiva (la pìzzica) che induce ad una danza sfrenata intorno al pozzo la cui acqua è considerata simbolo di purificazione. La musica è suonata da un’orchestrina con chitarra battente, mandolino, violino e tamburello. Gli orchestrali ingaggiati dai familiari dell’invasato recano normalmente a casa del tarantolato, per suonare e fargli venir fuori il veleno del ragno con la danza. Verso la soluzione della crisi la musica che accompagna il tarantolato ha suoni ora cupi, ora struggenti, che culminano in un crescendo di straordinario effetto.

Le tarantolate un tempo, si recavano di buon`ora nella cappella di S. Paolo vestite di bianco e bevevano, almeno fino a quando il pozzo non è stato chiuso per ragioni igieniche sanitarie, l’acqua del pozzo dove c’erano anche dei serpenti.

Si lanciavano in una danza sfrenata al suono del tamburello fina a stramazzare al suolo vinte dalla fatica. La cura poteva durare anche diversi giorni. Il ricorso a S. Paolo è effetto della sovrapposizione del culto cristiano a quello molto più antico pagano dei serpenti.

Anche la tarantola rappresenta un animale totemico le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono anteriori al menadismo, al coribantismo ed alle feste dionisiache a cui il tarantismo rimanda per gli aspetti orgiastici. Il tarantismo è un fenomeno che emerge su tutti.

Nella storia della medicina popolare salentina, esiste una connessione tra tarantati e i santi Pietro e Paolo che ricorda le visite ai templi asclepei dell’antica Grecia: anche in quel caso i malati si recavano al tempio dei protettori per essere guariti.

L’analogia non è casuale: profonda deve essere stata l’influenza della medicina greca nel Salento. Sotto l’aspetto diagnostico è difficile definire il tarantismo come fenomeno, anzi si è riusciti a classificarlo. E’ forse una specie di isteria, oppure la sua origine è da ricercarsi non in lesioni organiche neurologiche, ma in elementi antichi che hanno logorato e distrutto una psiche già debole a causa di fattori storico-sociali.

Gli attacchi si manifestano in maniera molto simile all’isteria e, secondo la leggenda, sarebbero provocati dal morso della tarantola. Non si riesce a spiegare però la periodicità delle crisi che durano anche decine di anni.

Si può dire che il tarantìsmo è un male culturale. Una volta, infatti, le donne che subivano frustrazioni per eccesso di fatica, povertà o tabù sessuali, non potevano fare altro che rivolgersi a S. Paolo per liberarsi dal male.

San Paolo, in particolare, era considerato il Santo dei poveri e il protettore dagli animali striscianti (serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola).

Similare nel Salento, la danza delle spade un antico duello rusticano, un tempo eseguito con coltelli che oggi viene riproposto. I duellanti, mimando i coltelli con l’indice della mano nella piazza di fronte al santuario di San Rocco a Torrepaduli di Ruffano, si mettono in cerchio formando le cosiddette ronde e si fanno accompagnare dal sottofondo incalzante della pizzica. Si suona e si balla dal tramonto del 15 agosto per tutta la notte fino all’alba del 16 giorno dedicato al santo.

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