Un libro di Pietro Cavoti per un ministro delle Finanze

Pietro Cavoti

 

PREGIATO LIBRO DI PIETRO CAVOTI DI GALATINA CON LA MEDAGLIA E LA PERGAMENA IN ONORE DI AGOSTINO MAGLIANI, MINISTRO DELLE FINANZE DEL REGNO D’ITALIA*

di Maurizio Nocera

Andando per mercatini antiquari di Terra d’Otranto, non è raro, e comunque capita, di trovare preziosità bibliofiliche, che ti aiutano poi a comprendere la natura e la storia dei luoghi dove sei nato e vivi. Si tratta spesso di libri, i cui contenuti, una volta letti, ti fanno riemergere dal passato personaggi, storie e saperi ormai sopiti dal tempo e dalla dimenticanza. È quanto mi è accaduto in uno dei mercatini antiquari della domenica di ogni fine mese a Lecce, dove, tempo fa, mi capitò di trovare un libro che dal titolo della copertina nulla faceva trasparire del suo prezioso contenuto. Tuttavia, anche la coperta di questo libro mostrava un certo interesse bibliofilico, nel senso che si tratta di un volume in 8° grande, con coperta rigida rivestita di carta pergamenata, il cui calice indicativo recita così: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ G[iuseppe] Spacciante // MDCCCXXXIII.

Aldilà dell’indicazione del nome del tipografo, appunto G. Spacciante, rinomato stampatore leccese dell’Ottocento che, dopo diverse vicissitudini, divenne infine l’Editrice Salentina di Galatina, le indicazioni di copertina nulla dicono a proposito dell’autore. Quindi, per sapere qualcosa in più, cosa che sempre faccio quando mi capita per le mani un libro, sono andato al frontespizio, dove ho letto: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ Senatore del Regno/ Ministro delle Finanze// Cenni del Cav. Prof. Pietro CAVOTI// Tipo-Litografia Salentina Spacciante – Lecce.

Ecco scoperto un’interessante indicazione che mi immediatamente mi ha fatto decidere l’acquisto del volume. Sicuramente deve trattarsi di un unicum perché, molto probabilmente, accompagnava la succitata Medaglia. Francamente non riesco a capire come mai un volume così prezioso sia stato scorporato dal quadro eseguito dal Cavoti e che accompagnava la Medaglia, finendo così sulla bancarella di un antiquario di chincaglieria e prodotti affini.

Comunque, come scrivo poco sopra, si tratta di un libro curato da Pietro Cavoti (Galatina, 1819-1890) del quale, associandolo all’altro patriota galatinese Nicola Bardoscia, il compianto Antonio Antonaci scrive: «Il Cavoti era imparentato per vie diverse, con antiche casate galatinesi, […] Il contributo dato dal Cavoti e dal Bardoscia all’ideale unitario fu, non solo per Galatina ma anche per l’intero Salento, di grande efficacia, anche se di dimensioni diverse: più romantico e per certi aspetti audace e passionale, quello del Cavati, un tipo dalla fantasia accesa e dalle tendenze contraddittorie fino a sembrare talvolta strane, come accade nel mondo degli artisti […] Il Cavoti […] fu il tramite fisso di collegamento tra i patrioti galatinesi e quelli di Lecce. Fu segretario del Circolo patriottico comunale di Galatina, fondato subito dopo quello di Lecce» (v. A. Antonaci, Galatina Storia & Arte, Panico, Galatina 1999, pp. 605-6).

Ma di Pietro Cavoti abbiamo ancora qualche altra notizia fornitaci dall’enciclopedia libera Wikipedia, che riporta quanto segue: «è stato un artista, pittore e studioso dell’arte italiano. Compì i primi studi al Real Collegio dei Gesuiti a Lecce. […] Insegnò francese, disegno e calligrafia nel Collegio degli Scolopi, divenuto poi Liceo Convitto Colonna [Galatina], attuale sede del museo a lui dedicato./ Artista e ricercatore attento, fu nominato dal Ministro della Pubblica Istruzione nella commissione incaricata di censire e classificare i monumenti italiani, al fine di indicare quelli da considerare monumenti nazionali. Il suo lavoro iniziò dalla provincia di Lecce e precisamente dalla Chiesa di Santa Cristina a Galatina e della Chiesetta di Santo Stefano a Soleto. Furono questi gli anni del suo soggiorno fiorentino, durato 15 anni, dal 1861 al 1876, fino a quando le sue condizioni di salute non lo indussero a ritornare a Galatina./ Fu amico di Atto Vannucci, che gli affidò l’illustrazione della sua Storia dell’Italia Antica./ Nel 1876, tornato a Galatina dalla sua esperienza fiorentina, accettò l’incarico, affidatogli da Sigismondo Castromediano, di presidente della Commissione conservativa dei monumenti di Terra d’Otranto e di Ispettore dei monumenti.Ricevette l’incarico di rilevare gli affreschi del Palazzo Marchesale di Sternatia e di effettuare lo studio dell’edificio arcaico detto Le Cento Pietre di Patù. […] Scrisse inoltre alcuni saggi, tra cui si ricorda Saggio di lavori nelle pietre denominate carparo e pietra leccese delle rocce salentine./ Gran parte dei suoi lavori è conservata nel museo civico di Galatina a lui intitolato».

Ma adesso, vediamo com’è fatto questo libro, curato e per tre quarti scritto da Pietro Cavoti. Il frontespizio è un capolavoro d’arte tipografica con arabeschi e un disegnino dorato in cui cinque puttini lavorano in un ambiente tipografico (interessante la cassettiera con i caratteri mobili e il seicentesco torchio in legno); la carta è pergamenata; i caratteri usati sono gli aldini; gli incipit dei capitoli hanno testatine e grandi lettere iniziali colorate con foglia d’oro; due pagine fuori testo custodite da una carta sottile tipo velina, in una v’è la riproduzione della Medaglia, nell’altra la fotografia della Pergamena d’Indirizzo al Ministro delle Finanze Agostino Magliani; in tutto si tratta pp. 4 bianche + 37 + 5 bianche.

Qui di seguito viene riportato uno dei testi in esso presenti.

 

Pietro Cavoti

Copertina: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ G[iuseppe] Spacciante // MDCCCXXXIII.

Frontespizio: MEDAGLIA/ offerta/ DALLA PROVINCIA DI TERRA D’OTRANTO/ A S. E./ AGOSTINO MAGLIANI/ Senatore del Regno/ Ministro delle Finanze// Cenni del Cav. Prof. Pietro CAVOTI// Tipo-Litografia Salentina Spacciante – Lecce.

 

Testi

Il Consiglio Provinciale di Terra d’Otranto volle, con unanime e spontanea cortesia, affidarmi l’incarico della Medaglia d’oro e dell’Indirizzo in pergamena, che, per sua speciale deliberazione del 1882, stabiliva doversi offerire al Ministro delle Finanze, AGOSTINO MAGLIANI, fautore di un contratto di mutuo colla Cassa dei depositi e prestiti, necessario ad agevolare, per l tempo e pel dispendio, la costruzione delle strade ferrate da Taranto a Brindisi, e da Zollino a Gallipoli, dalle quali s’impromette gran bene la Provincia e la nostra gran patria.

L’opera mia fu accolta con somma benevolenza; e con espressioni assai cortesi fui chiamato a pubblicare questi brevi cenni intorno alla mia idea ed al lavoro dei valenti esecutori. Io corrispondo con animo pronto e volenteroso a sì cortese invito, perché fu ispirato dall’amore del luogo natio, e perché, quale che siasi questo mio tenue lavoro, spero che servirà d’incoraggiamento ai giovani, mostrando che la loro Lecce, culta e gentile, smentisce l’antico, amaro e scoraggiante proverbio: Nemo Profeta in Patria.

Adunque verrò esponendo quale sia stato il mio studio per accordare l’idea colla forma, in modo che le onoranze della mia patria al celebre Ministro AGOSTINO MAGLIANI fossero quali si convengono alla dignità di chi le offre ed alla virtù dell’uomo cui spettano; poiché il suo sapere e i suoi fatti pel governo Italiano lo rendono degno di essere annoverato fra i pochi sommi, che in Italia hanno dato vigore a quella scienza, che cerca la ricchezza e la potenza de’ popoli, ed esige aumento e gloria da noi, ora che siamo liberati dal flagello delle male Signorie.

 

MEDAGLIA D’ORO AD AGOSTINO MAGLIANI

E. Maccagnani Mod. – G. Vagnetti Inc. in Roma.

Rovescio: La statua dell’Italia, con al fianco il leone con scudo crociato, che stringe la mano alla Provincia di Lecce con al suo fianco lo scudo col delfino. Sullo sfondo il treno con locomotiva sulla strada ferrata): «ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM – MCXXXII». Prof. P. Cavoti Int. – E. Maccagnami Mod. – G. Vagnetti Inc.

 

CONCETTO DELLA MEDAGLIA

Se il trovare l’epigrafi, i motti, le imprese e le medaglie è cosa difficile per se stessa, certamente cresce molto la difficoltà quando è sterile l’argomento. Ognuno vede quanto poco si porga alla plastica (specialmente per la numismatica) un contratto di mutuo: pur nondimeno è questo appunto il tema della nostra Medaglia.

Sarebbe stato ovvio e facilissimo il trattarlo, ponendo nel diritto l’effigie del celebre Ministro, e nel rovescio una breve iscrizione, che dicesse quello ch’egli aveva operato a pro della Provincia salentina: ma in tal modo si sarebbe ricorso alla epigrafia, quando era pregio dell’opera esprimere il fatto con una rappresentazione, come si conviene ad una medaglia. Imperciocché questo piccolo monumento, essendo di sua natura scultorio, è necessario che parli colla massima sobrietà e chiarezza per mezzo della imagine, alla quale l’epigrafe non deve servire ad altro che a determinare quello, che non si può col linguaggio della figura.

Meditando e rimeditando, trovai che in questo caso la Medaglia non doveva essere soltanto onoraria, ma altresì commemorativa. Primo, perché così la richiedeva un fatto di tanta importanza nella storia commerciale della Provincia salentina: fatto che tornerà a vantaggio della nostra gran patria comune. Secondo, perché così si eleva al suo giusto grado l’onore meritato dall’illustre Economista, imperciocché il suo nome, associato a quello di una Provincia, non resterà racchiuso entro i limiti personali e fra i ricordi di famiglia; ma si estenderà quanto la sfera del progresso contemporaneo delle provincie d’Italia. Terzo finalmente (e questo è più importante) perché questa Medaglia dirà ai nostri nepoti, che quando l’Italia riguadagnò fra le altre nazioni il suo posto d’onore, da tanti anni perduto, i reggitori di questa Provincia seppero, coi loro saggi provvedimenti, stendere queste strade ferrate sul suo terreno, posto come anello di congiunzione tra l’Oriente e l’Occidente, e così resero più comodi i commerci fra i due mondi, nell’epoca appunto in cui tutti i popoli si affaticavano a stringersi la mano, anche divisi dalle regioni più lontane.

Guardato da questo punto un tema sì sterile a primo sguardo, mi parve poi sì poetico e fecondo, che, studiandolo nella sua pienezza, vidi bentosto la necessità di premerne il sugo, e andai cercando un concetto che, coi mezzi della numismatica, si manifestasse chiaramente.

Quel concetto mi suggerì la leggenda del diritto, e quella del rovescio colla sua allegoria; m’ispirò l’indirizzo in pergamena, e mi fece immaginare la decorazione, che lo contorna. Cosicché tutto il mio tema altro non è che una sola idea incarnata in triplice forma, tradotta in triplice linguaggio. Si concentra nella Medaglia e nelle sue leggende col laconismo numismatico ed epigrafico; si sviluppa nell’Indirizzo colla libertà della prosa; e finalmente viene illustrato nel suo contorno colle iscrizioni, coi simboli e colle allegorie.

Ecco il concetto della Medaglia.

Nel suo diritto, intorno al ritratto del rinomato MAGLIANI, scrissi: AUGUSTINUS MAGLIANIUS D[‘]ECONOMIAE STUDIIS INSIGNIS; perché cola leggenda volli accennare intorno alla fisonomia il profilo, per così dire, della mente dell’uomo, nel quale l’Italia ha trovato il Ministro, che presiede alle Finanze col diritto, che gli viene dal suo valore nella scienza.

Ad esprimere nel rovescio il fatto, in cui egli ci fu sì vantaggiosamente fautore, e che ha per noi e per l’Italia quella importanza, che di sopra abbiamo accennato, mi parve che la forma più vivace sarebbe una rappresentazione allegorica. Per ciò disegnai la maestosa ed augusta figura dell’Italia, che abbraccia la nostra Provincia, e le stringe la mano, conducendola su di una strada ferrata, che va a perdersi nell’orizzonte della scena, in cui si vedono locomotive correnti in varie direzioni. La nostra Provincia pone il piede su di una delle due rotaie, e sull’altra ha posto il corno della prosperità e dell’abbondanza. Sul capo delle due donne splende la Stella d’Italia, e su di essa s’inarca la leggenda: ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM [Una sostiene all’altra].

Le due rotaie, passanti dinanzi ad una colonnetta miliaria, di forma moderna, presentano i loro estremi ricurvi in su, come si vedono al termine delle strade ferrate, per indicare con ciò in quale della Penisola stia la Provincia salentina. Sulla colonnetta si legge il numero di chilometri della distanza di Lecce dal mare.

 

PERGAMENA

INDIRIZZO

All’idea, così rappresentata nella Medaglia, mi pare che possa servire di sviluppo la prosa dell’Indirizzo, come alle parole dell’Indirizzo servono d’illustrazione i simboli, i motti e le iscrizioni del suo contorno. Ecco le sue parole:

AD AGOSTINO MAGLIANI

Senatore del Regno d’Italia e Ministro delle Finanze

L’Italia, già fatta nazione, si affretta, colle altre sorelle, alla grande opera della civiltà universale. Quindi è per noi sacro dovere il tramandare ai nostri figliuoli, come ammaestramenti di famiglia, i nomi degli illustri contemporanei, e specialmente di quelli che, con sapienza civile, seppero dare norma al nostro riordinamento, serbandosi intemerati in questa epoca, che per l’Italia è transito alla sua vita nuova.

Fra i nomi di questi sta scritto il vostro, o Signore; lo richiede la storia della Economia e delle Finanze; e la nostra Provincia vuole imprimerlo in una Medaglia, affinché resti come stampato in una pagina d’oro.

Voi sapeste riordinare secondo la giustizia sociale i tributi, e promuoveste i progressi della Nazionale Economia. Voi manteneste il credito Italiano in questa epoca fortunosa. Voi liberaste il Popolo dalla odiosa imposta sui cereali. Voi deste opera all’abolizione del Corso Forzoso. Voi, guardando sempre alla prosperità della nostra gran patria comune, faceste sì che la provincia idruntina avesse più presto, e con facile dispendio, le strade ferrate che saranno ravvivatrici di quella prosperità civile che da lunga età languiva, malgrado i doni che ne fece Iddio.

Se Taranto gioverà meglio all’Italia pei bisogni della guerra; se Lecce e Gallipoli feconderanno meglio di prima studii e i commerci della pace; se brindisi ed Otranto stenderanno più agevolmente di prima le nostre braccia all’Oriente ed all’Occidente coi paralleli delle strade ferrate e col mare; e se questi beni della Provincia messapica torneranno a vantaggio della nostra intera nazione, tocca a Voi, o Signore, il vanto di avervi efficacemente operato. E quando sorgerà il tardo, ma giusto giudizio della Storia, i nostri nepoti sapranno che mentre il Ministro della Istruzione Pubblica era intento a cavare dalla loro tomba le eloquenti reliquie della nostra antica cultura tarentina, il Ministro delle Fnanze, l’Illustre Economista AGOSTINO MAGLIANI, si adoperava a facilitare i mezzi, affinché potessimo renderci di quella degni eredi e continuatori.

Di tanta importanza è il fatto che Voi sì generosamente compiste, o Signore, e la nostra Provincia vuol tramandarlo ai posteri come un’altra fra le corone del merito civile vi tributa l’Italia.

Lecce 1882

 

Il Presidente del Consiglio Provinciale

GAETANO BRUNETTI

del fu Francesco

 

 

In queste parole vedesi chiaro che l’odierno stato d’Italia è il fondo, su cui si accennano i fatti principali del Ministro per la prosperità della nazione risorta. Fra quelli si annovera la sua cooperazione per le già dette strade ferrate, ch’è la giusta orazione di queste onoranze. Ecco la decorazione allusiva che lo contorna.

Nei quattro angoli della cornice, di gusto barocco, i quattro capoluoghi della Provincia di Terra d’Otranto sono indicati dai loro rispettivi stemmi, tenuti da genietti a gruppo, tra quali alcuni fanno svolazzare cartelle con leggende esprimenti i pregi caratteristici di ciascun luogo, sì morali come storici e geografici, ed anche la loro destinazione secondo il nuovo ordinamento della nostra nazione.

Lecce ha sulla sua targa il lupo passante da destra a sinistra sotto l’albero di leccio, e la sua leggenda Artes Ingenuae et Iura rammenta i suoi studii antichi e fiorenti tuttora.

Gallipoli ha il gallo che tiene colle zampe la storica divisa Fideliter excubat; e i suoi pregi geografici e morali sono compresi nell’ampio significato della scritta Terrae marisque dives.

Brindisi ha sulla sua impresa il massacro sormontato da due colonne coronate all’antica. La sua leggenda definisce il suo sito, dalla natura e dalla nazione fatto porto di molta importanza pei commerci fra l’Oriente e l’Occidente; Statio tutissima nautis.

La gloriosa ed antica Taranto ha in capo allo scudo la conchiglia intercalata col nome Taras, e il il corpo dell’impresa è il Taras sul delfino. La scritta Armamentarium Italicun accenna il suo nuovo destino, che ci desta le sue memorie di guerra nel mondo romano.

Gli spazi della cornice, che si avvicinano a questi gruppi, sono adorne di cose allusive alle rispettive leggende.

Pensando che i due stati supremi a cui si riduce la vita dei popoli sono la Pace e la Guerra (domi belliqua) collocai ne’ due centri dei lati verticali di questa cornice i due simulacri della Pace e della Guerra: la prima fra le parole di Silio Italico:

Pax optima rerum

Quas homini novisse datum…

… Pax custodire salutem

Et cives acquare potest

 

la seconda fra quelle di Epaminonda riferite da Plutarco:

Pax Bello paratur, nec tam eam tueri licet nisi cives… ad Bellum instructi.

 

Nel lato superiore è fissata da due borchette la pergamena coll’Indirizzo contornato da meandri d’oro, e adorno del piccolo mezzobusto dell’Italia miniato nell’iniziale.

Questa pagina è alquanto accartocciata nei due angoli del lato inferiore, sicché scuopre due paesi lontani in basso del quadro sul quale scende. In uno, le piramidi e le pagode indicano l’Oriente; nell’altro il Campidoglio e il Vaticano rappresentano l’Italia nelle due grandi epoche della sua storia. Fra queste due scene intercedono campagne, ponti e mare, e corrono locomotive e battelli.

Nel centro di questo lato siedono due putti tenendo lo stemma della città di Otranto, che dà il nome a tutta la Provincia; la quale cole nuove strade ferrate avvicinerà più comodamente di prima Alessandria d’Egitto a Roma. La leggenda di questa parte è:

Distantia jungunt.

Finalmente il quarto lato superiore, che chiude il quadro, ha nel centro un piccolo monumento, in cui vedesi in bassorilievo il ritratto del rinomato Ministro, ed intorno tre genietti che mostrano i fatti principali della sua vita pubblica, scritti in cartelle: la Quistione della Moneta, l’Abolizione della tassa sui cereali, l’Abolizione del Corso Forzoso. Sul piccolo imbasamento vi è questa epigrafe in lettere di oro:

AUGUSTINUS . MAGLIANIUS

Aerarii . Italici

Serbator . et . Auctor

MDCCCLXXXII

 

La composizione di questo gruppo è tratta dalle parole dell’Indirizzo, che sono queste:

«Di tanta importanza è il fatto che voi sì generosamente compiste, o Signore, e la nostra Provincia vuole tramandarlo ai posteri, come un’altra fra le corone del merito civile che vi tributa l’Italia.»

 

Quindi vedesi la Provincia di Terra d’Otranto, che pone una ghirlanda d’alloro sul ritratto del Ministro, il quale, secondo l’epigrafe, rammenterà nella storia un’era prosperevole delle finanze del Regno d’Italia.

Su questo lato della cornice, ch’è il principale, vi è la scritta dedicatoria:

Sunt heic suae praemia laudi.

 

Mi pare conveniente che la cornice di legno, che racchiude il quadro, non fosse un ornamento senza significato, e per gli angoli mi giovai del delfino che morde la mezzaluna, e che, posto sui pali di rosso e d’oro, è lo stemma della Provincia.

 

ESECUZIONE

Posciacché ebbi determinata l’idea e la forma, pensai che le opere d’arte, quando giungono ai nepoti, manifestano la mente degli avi non solo, ma anche il grado della loro cultura; imperciocché parlano (a chi sappia bene intendere) direttamente per mezzo della rappresentazione, e con vivacità maggiore nel loro linguaggio estetico, ed anche coi mezzi tecnici, senza bisogno di alcuna parola, absque ulla literarum nota. Quindi cercai, per quanto mi fu possibile, che l’esecuzione fosse tutta lavoro del paese che l’offriva; affinché come pianta indigena mostrasse quale fosse la nostra natural disposizione, e quale lo stato di cultura quando si fecero queste memorie. E però, giovandomi dell’assoluta libertà, che cortesemente mi era data per compiere l’incarico, mi parve giusto e bello scegliere giovani leccesi; tanto più che ben sapeva come dell’opera loro mi sarei giovato con felice affetto.

È vero che quanto io richiedeva era ben poco a mostrare tutto il loro valore; ma tanto bastava al mio intento: varcare i limiti sarebbe stato per lo meno inopportuna abbondanza.

 

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Eugenio Maccagnani, già conosciuto in Italia per opere premiate e di grandi proporzioni, modellò la Medaglia colla grandiosità scultoria, che anche in piccolo ti fa vedere il colossale; ciò ch’è mirabile pregio della glittica e della cultura.

Questo valente giovine, per lunghi e severi studii fra i tesori antichi di Roma, sa giovarsi della forma greca, sicché ne veste l’idea senza sforzo e senza pedanteria. Lo Spartaco, il Mirmillone, l’Aspasia, il Primo Bagno sono opere sue che ciò provano abbastanza.

Nella Medaglia al Ministro MAGLIANI egli ci fa vedere come la stessa mano, che tratta il mazzuolo e la gradina nei monumenti colossali, sappia pure maneggiare la stecca delicata per modellare le piccole forme di una medaglia e di una gemma.

Egli ha ritratto il MAGLIANI colla massima somiglianza, ricercando con sommo giudizio tutti quei minuti e vivaci particolari, di cui si compiace il naturalismo; ma conservando sempre la larghezza della forma scultoria: e ciò non riesce facile a chi non sia nato col sentimento della scultura.

 

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Egli è facile intendere che quando l’opera dello scultore vien trasportata nelle piccole proporzioni del conio dall’incisore, deve subire tutti i pericoli di un testo che passi alla traduzione. Se l’incisore non è artista capace, d’interpretare bene il modello può avvenire che, malgrado la somma diligenza del suo lavoro, faccia sì che lo scultore non vi riconosca più l’opera sua.

Il calco del Maccagnani fu inciso da Giovanni Vagnetti artista degno della sua Firenze. Se fosse mestieri rilevare un ignoto, mi basterebbe apporre qui il catalogo delle medaglie da lui eseguite per celebrare uomini e fatti memorandi della nostra storia: ma il Vagnetti è omai noto abbastanza. A noi occorre dire che il tipi del Ministro MAGLIANI è stato inciso da lui con giusta lode per altre simili onoranze. Ecco perché egli ha saputo capire ogni piano ed ogni piccola modellatura del bassorilievo dello scultore, sicché l’opera sua ha tutto quel pregio che noi qui accenniamo di volo, perché senza la Medaglia non può gustarsi cola sola fotografia.

Sono lieto di avere avuto fra i miei concittadini un distinto valentuomo della mia direttissima Firenze; ma mi duole che l’arte d’incidere le medaglie non si trovi fra noi; e vorrei che sorgesse alcuno ben disposto a coltivare questo ramo dell’arte scultoria severo e difficile quanto necessario ai lumi della storia; cosicché queste mie parole restassero a provare che, quando la nostra Provincia coniava la prima medaglia commemorativa, cominciava allora a coltivarsi quest’arte da tanta età spenta fa noi, dopo i conii bellissimi delle antiche medaglie Tarentine.

 

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L’ornamento della pergamena cercai che avesse un carattere ricco ma serio, e lo volli monocromo, eccetto nei festoncini dei fiori, procurando l’effetto nel giuoco dei piani e della luce. A questo si porge benissimo il barocco elegante della decorazione della nostra architettura del secolo XVII; ed io mi attenni a quel gusto, anche per dare con ciò il tipo dell’arte nostrana.

Questa parte fu da me affidata al signor Pietro De Simone, giovine anch’esso, e leccese come il Maccagnani.

Il De Simone pittore, miniatore e calligrafo ha molto lavorato in Roma per distinte ed onorevoli commissioni. Egli condusse questa pergamena con quel grado di esecuzione che si richiedeva, secondo quel ch’egli ha appreso da pregevoli modelli, lasciando, cioè, quel tormentoso meccanismo che talora raffredda e distrugge l’effetto per la noiosa lisciatura. Che il De Simone abbia ciò fatto con lodevole accorgimento, si vede bene, osservando che, dove l’arte lo richiedeva, egli è stato minuto e diligente miniatore.

Merita lode anche la sua fermezza di mano, e la nitidezza del carattere; che io scelsi di forma latina, come è nei codici del buon secolo, perché la leggiera eleganza, e le bizzarrie e la destrezza di mano nei ghirigori della calligrafia moderna male si addirebbero alla serietà dell’Indirizzo ed alla severa maestà della lingua latina delle epigrafi che accompagnano le figure.

 

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L’intaglio della cornice è lavoro del signor Giuseppe De Cupertinis, anch’esso leccese, giovine distinto con premii riportati per opere d’intaglio in legno. Egli è il primo che fa risorgere fra noi quest’arte decorativa, già spenta coi nostri arcavoli, che ci hanno lasciato pregevoli lavori qua e là in alcune chiese ed in qualche antica mobilia. Quel poco che finora ha fatto qui il De Cupertinis ne assicura ch’egli impianta la sua scuola con prosperi auspicii. Così possano i ricchi persuadersi del sapiente consiglio del Venosino:

Nullus argento color est avaris

Abdito terris, inimice lamnae

… nisi temperato

Splendeat usu;

 

e intendano una volta che l’uso più bello, e più nobile dell’argento è quello che giova ad incoraggiare le arti e le industrie del proprio paese.

 

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Queste mie schiette e libere parole ai valenti giovani, che condussero con tanto amore questo lavoro, valgano ad argomento dell’affetto con cui la loro patria corrisponde a quelli che seppero attuare gloriosamente le speranze che le fecero concepire nei loro primo anni.

Intanto io vorrei che ciò fosse grato anche a tutti gli altri loro confratelli d’animo e d’ingegno eletto, dai quali si spera che sieno ravvivate, a seconda dei nostri tempi, non solo le Arti del Bello, ma altresì tutti i rami delle arti fabbrili, che solo da quelle possono ricevere grazia, bellezza, e quindi aumento di valore.

Così la cura e il dispendio della nostra Provincia, adoperati a facilitare colle strade ferrate il commercio dei nostri lavori, non saranno sprecati per un popolo infingardo, che non sappia offrire altro che i prodotti del suo terreno, fecondo non tanto per opera dell’uomo quanto per sua natura.

Grave danno e somma vergogna sarebbe certamente se i mezzi commerciali che andiamo procurando, invece di servire ad un florido scambio delle nostre opere industriale cin quelle de’ nostri vicini, non servissero ad altro che a renderci più facile il viaggio per pagare, quale tributo della nostra ignoranza, il prezzo dei prodotti dell’altrui cultura, restando noi sempreppiù oppressi dalla ignavia e dalla sonnolenza.

Pensiamo che se noi Italiani fummo forti e longanimi nel cospirare; se fummo coraggiosi e fieri nel combattere, e riconquistammo l’indipendenza politica, non però abbiamo fin  qui riguadagnato la nostra antica indipendenza dalle arti, e dalle industrie dello straniero. Pur troppo siamo ancor scoperti da questo lato agli assalti di quelle: assalti assai più funesti delle armi, perché non uccidono di un colpo solo, ma fanno morire nella fame, dopo averci fatto lungamente agonizzare nella corruzione.

Intanto gli è certo che oggigiorno il progredire ci costa assai meno di quel che ci costava prima; imperciocché la nostra attività non è più rannicchiata e costretta entro la cerchia di una città o di una provincia, come quando ci univa la comune sventura.

In quello stato miserando divisi, spogliati, collo straniero sul collo, e costretti a diuturne umiliazioni, eravamo quasi per perdere ogni speranza di far bene e perfino la coscienza del nostro ingegno. Ma ora lo sviluppo delle nostre forze morali non ha nessuno impedimento. Al regno che premiava gl’ingegni coll’esilio, col carcere, colla ghigliottina, è succeduta la Patria che si adopera sollecita con ogni studio a favorirli.

Quindi è che per non vi ha più scusa, e siamo responsabili in faccia all’Italia, come l’Italia alla presenza delle altre nazioni.

Ed a me pare che la responsabilità di noi Italiani moderni abbia questo di proprio: ch’essa è tanto più grande in confronto di quella degli altri popoli, quanto sono più gloriose in confronto delle altrui le nostre antiche tradizioni. Se gli altri rivolgono lo sguardo al loor passato possono sempre vantarsi di avere progredito riguardo ai primi passi del loro incivilimento; ma noi non potremo mai vantarci di camminare avanti se prima non saremo tornati quelli che fummo quando gli altri si affaticavano a raggiungere la nostra cultura.

Ma speriamo ed operiamo fermamente. Egli è certo che non è spento in noi «il fondamento che natura pone». Egli è certo che vi è la libertà della stampa, e che si vanno sempreppiù stendendo ed incrociandosi per tutto il Bel Paese le fila de’ telegrafi e le rotaie delle strade ferrate.

 

* pubblicato su Il Filo di Aracne

Giustiniano Gorgoni e la vita politica a Galatina dopo l’Unità

Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma
Piccoli patrioti, di Gioacchino Toma

 

Giancarlo Vallone

La figura del galatinese Giustiniano Gorgoni (1825-1902) torna non di rado nelle pagine di storia regionale ed anche risorgimentale, e direi che si sente ormai l’esigenza d’una messa a punto, che qui non può essere, naturalmente, tentata, ma solo indicata. Si sente cioè l’esigenza di porlo nella giusta posizione se non altro della storia politica cittadina. Il compianto Zeffirino Rizzelli ha dedicato, nel 1999, un saggio al nostro personaggio, che resta il contributo più informato su di lui; ma scritto, come Rizzelli stesso si definisce, da un non-storico, i profili d’errore sono tutt’uno con quelli d’utilità che però è larga, per dovizia di date e per ricerca di precisione.

Che Gorgoni sia stato patriota ed uomo del Risorgimento lo si ricava da vari indizi e da alcuni riscontri; intanto da una lettera sua del 1843 a Rosario Siciliani, sacerdote, e fratello anziano del filosofo Pietro, che fu edita da Aldo Vallone, e che dimostra chiari segni di passione italiana e di sacrificio per la causa. Inoltre nel museo cittadino, si conserva (ed io ho potuto leggerla per la cortesia dell’amico L. Galante) un’importante memoria del gennaio 1886 che Gorgoni scrive per difendersi dalla accuse rivoltegli in un foglio a stampa dall’ex sindaco Viva.

Egli vi narra della sua giovinezza liberale, condivisa col Cavoti, con letture proibite dal Giusti, dal Rossetti e dal Berchet; ricorda che, studente a Lecce, aveva frequentazioni liberali, ed aveva festeggiato in casa dell’ avv. Luigi Falco, con altri giovani, la costituzione del 1848; inserito, perciò, nella lista degli attendibili dalla polizia borbonica, gli è negato il visto per recarsi a Napoli, ed iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza.

G. Toma, O Roma o morte
G. Toma, O Roma o morte

Solo nell’ aprile 1852 gli è concesso di partire, e ottenuta dal Rettore, Gerardo Pugnetti, l’esenzione dall’obbligo di frequenza, è ammesso agli esami, dalla fine di aprile al settembre, e si laurea. Tutto questo dimostra anche altro: se Giustiniano, di antica famiglia del patriziato cittadino, è liberale, c’è anche una frattura dall’osservanza borbonica, che invece resta pertinace ad esempio nel ramo baronale della famiglia, e nel retrivo Giacomo (1780-1858), il teorico dell’ordine sociale o nei parenti baroni Calò; una frattura che spiega il suo legame con esponenti emergenti del ceto mercantile e professionale, come il Siciliani a Galatina, o i Falco, a Lecce. In altri termini, questa antropologia della libertà comincia a creare colleganze intanto ideali in ceti di diversa origine e lo fa proprio quando la diversità cetuale non condiziona più la via al potere: è questo il terreno sul quale va esaminata la continuità o la novità della guida della società in ordine alla sua antica e rigida partizione cetual-giuridica che, l’ho già detto, nell’esser tale, riponeva anche l’assetto del comando e il predominio patrizio.

C’è un altro elemento della vita giovanile di Gorgoni che va posto al centro del quadro: dal novembre del 1852 (e forse prima), già laureato in giurisprudenza, entra nel famoso studio legale, a Napoli, di Liborio Romano, che ne apprezza la capacità tecnica, la conoscenza della lingua francese, l’abilità. Resterà in quello studio pare per sette anni. La notizia era di uso comune, allora, e lo stesso Gorgoni la richiama nella sua memoria; in seguito la ricorda solo un elogio funebre di Giuseppe Panico (Fra i cipressi del camposanto) edito nel 1912. Invece la cosa è di vitale importanza, perché Liborio Romano, oltre ad essere un civilista importante, è una personalità politica di rilievo nazionale.

Nell’estate del 1860 è Ministro degli Interni nel governo costituzionale borbonico, destituisce il 23 luglio 1860 tutti i sindaci eccezion fatta per quello di Napoli, e nomina con decreto quelli nuovi. Aiuta Garibaldi nell’unione di Napoli all’Italia, sarà suo ministro e poi deputato a Torino, ed uno dei capi della Sinistra (storica) fino al 1867, quando morì. Romano nomina sindaco di Galatina, pare al 5 settembre 1860, un Antonio Dolce, suo largo parente (proprio attraverso i Gorgoni) e destinato a restare in carica, come molti dei sindaci romaniani, a lungo. Con grande confusione di idee s’è sostenuto che questa nomina (controfirmata dal Borbone) del 1860 e le successive ratifiche di età sabauda sono “segno di continuità e non di novità democratica”. Intanto questa continuità tra due regimi nella carica di sindaco, è una continuità nell’adesione liberale ed unitaria come mostra la nomina romaniana, e, se pur nasconda profili di opportunismo, si tratta comunque di una novità nel regime costituzionale e politico; certo non una novità “democratica”, chi mai potrebbe dirlo? ma una novità liberale, e, come si vedrà, sociale. Non ogni costituzione né ogni elezione significa democrazia: il suffragio censitario è sinonimo del liberalismo ottocentesco. Non può dirsi propriamente democratico neanche il voto plebiscitario a suffragio universale maschile che si tenne nell’ottobre del 1860 e decise l’annessione italiana dell’antico Regno, con un esito in Galatina schiacciante a favore dell’Unità, grazie all’intervento del medico Nicola Vallone.

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Inizia qui il corso elettorale della nuova Italia. Tra Gorgoni e Dolce, non dovevano esserci rapporti costruttivi: nelle elezioni provinciali del maggio 1861 viene eletto, da Galatina, Nicola Bardoscia, amico e affine di Dolce, proprio contro Gorgoni. Poco dopo, in previsione delle elezioni al Parlamento nazionale del 1865 si progetta la candidatura in area romaniana del filosofo Pietro Siciliani, certo sostenuta dai Vallone, suoi parenti (anche se una polemica ci sarà, nel 1867, al tempo del colera, tra lui e il canonico Carmine Vallone, da me descritta altrove), e dal Gorgoni, ma senza successo, per evidenti resistenze galatinesi, proprio del gruppo Dolce e Bardoscia ( e dei loro amici Mezio, Calofilippi, Angelini, Garrisi, Papadia, come rivela in una lettera il filosofo); ma ognuno di questi gruppi e di questi uomini, in lotta tra loro, si annoda a Liborio Romano.

Ho esposto in ordine cronologico queste vicende perché se ne possono trarre valutazioni poco discutibili: gli uomini capaci di guidare la società galatinese nell’ottobre 1860 (Gorgoni, Dolce, Vallone) sono tutti per l’Unità, qualunque siano state le loro motivazioni. Di più, sono tutti appartenenti all’area politica romaniana, cioè alla Sinistra storica. Tuttavia, come dimostrano le elezioni successive, c’è in corso tra loro una lotta per l’egemonia cittadina: da un canto un gruppo anzitutto mercantile e professionistico raccolto intorno al Gorgoni, e al nucleo parentale Siciliani e Vallone e ad altri. Dall’altra parte il nucleo parentale Dolce e Bardoscia, di cospicua ricchezza agraria, ed altri amici e parenti. E certo si tratta di una duplicità e di un antagonismo destinato a restare dominante, anche se, com’è ovvio, l’ondeggiare della vita amministrativa mostra smagliature e ricollocazioni nelle due aree. La comune adesione romaniana, destinata a dissolversi, ha alle spalle un più profondo elemento comune, perché Vallone, Siciliani, Dolce o Bardoscia, non esprimono storie sociali molto diverse, anche se son diverse le vie di formazione della loro ricchezza: tutti estranei, a differenza del Gorgoni, all’antico patriziato, lo hanno in realtà soppiantato nel corso dell’Ottocento alla guida della città. Per questo fu detto nel 1992, e non può esser detto diversamente, che nel Plebiscito dell’ottobre 1860 la spinta unitaria fu data da “uomini sostanzialmente nuovi alla direzione sociale come Antonio Dolce, Nicola Bardoscia e Nicola Vallone”: uomini nuovi rispetto al secolare dominio patrizio. E questo corrisponde al quadro dell’intero Mezzogiorno, perché la storiografia da tempo sostiene che il vero ricambio sociale della classe dirigente meridionale si concretizza appunto con l’Unità.

Il Gorgoni, reso esperto anche in questo dal magistero romaniano, dal 1862 al 1863 pubblica a Lecce, dove tiene una scuola privata di diritto, e dove per certo ravviva i contatti con Libertini, e con Brunetti, il periodico La Riforma: giornale rarissimo, del quale non si conoscono che un paio di numeri, ma che certamente era ricco di corrispondenze da Galatina. Una lacuna che aggrava la larghissima disinformazione sul periodo, e del resto, di Galatina sappiamo ancor meno per il decennio dal 1866 al 1876: si parla, per quel periodo, di sindaci di “buona fede adamitica”. Il 1876 segna l’avvento alla guida nazionale del Depretis e della Sinistra storica; nello stesso anno ci sono le elezioni amministrative in città; dopo qualche tempo, la nomina a sindaco di Giacomo Viva, genero del Bardoscia, non fa che consolidare nel paese un potere familiare che continua a riconoscersi nell’area della Sinistra e ora si avvale anche di riscontri governativi, mentre in sede provinciale il punto di riferimento è il Brunetti.

Pare sia stato questo un momento di riavvicinamento tra i gruppi: con Viva sono i Vallone e lo stesso Gorgoni, che poi il Viva asserirà, forse infondatamente, eletto in Consiglio comunale (dove sarà anche assessore, come ha ricostruito Rizzelli) per accordo con lui. Tuttavia è proprio il sindaco Viva, che resta a lungo in carica nonostante varie sospensioni ad opera dei Prefetti, a minare la coalizione. Certo è il suocero a sostenerne le sorti: Nicola Bardoscia sarà eletto al Parlamento nazionale nel 1880 contro Oronzio De Donno di Maglie; Gorgoni riesce ad essere eletto al Consiglio provinciale nel 1881.

I due gruppi comunque sono ancora uno contro l’altro nelle elezioni politiche del 1882, quando si candida Pietro Siciliani col sostegno di Gorgoni, di Pietro Cavoti (del quale conosciamo qualche dissapore proprio con Gorgoni), dei Vallone (defilati, ma partecipi): lo stesso gruppo del 1865, ma Bardoscia prevale ancora. La frattura si ripercuote in Consiglio comunale, dove è il sindacato di Viva a non tenere, ad isolare il gruppo familiare, nonostante si conosca, in questo torno di tempo, forse all’inizio dell’estate del 1884, un tentativo di fusione tra i due “partiti”. Nella drammatica sessione consiliare del 21 novembre 1884, per le malversazione del Viva, si dimettono cinque consiglieri comunali: Giovanni Gorgoni, Raffaele Papadia, Giuseppe Venturi, Luigi Vallone senior e Pietro Vallone (in seguito se ne dimetterano altri quattro); dopo pochi giorni viene edito il primo numero del periodico locale lo Sbarbarino (edito dalla fine del 1884 al 29 luglio1886) sul quale non si sa chi abbia scritto: non Giustiniano Gorgoni che apparentemente ne dissente; nemmeno un galatinese dalla penna netta ed incisiva come Antonio Romano (del quale posseggo importanti carte manoscritte); forse Pietro e forse anche Luigi Vallone (don Luigino) ed altri. Viva deve subito dimettersi dalla carica di sindaco, pur restando in giunta; in breve il prefetto Vincenzo Colmayer (poi senatore), nomina una commissione d’inchiesta, insabbiata, si sospettò, dal Brunetti. L’altro gruppo si rafforza costantemente di adesioni significative; nelle elezioni comunali suppletive per 12 consiglieri del (31 luglio ?)1885 sono eletti 12 avversari del Viva (al quale resta una risicata maggioranza) come Luigi Vallone, Giuseppe Siciliani, Antonio Romano, Celestino Galluccio, e poi Venturi, Santoro,Tanza, Mezio, Micheli, Consenti, Capani e Raffaele Papadia, che è indicato come sindaco dal prefetto Colmayer pare ad inizio del 1886. Viva non accetta la sconfitta. Il 25 agosto 1885 diffonde un foglio a stampa, che purtroppo non ho rinvenuto (ma che si legge, per un brano, nel volume del Bernardini sui giornalisti leccesi), nel quale attacca tutti, in particolare i Vallone, il Papadia, Giustiniano Gorgoni: i primi replicano a stampa (fogli del 12 e del 28 settembre, presso di me), il Gorgoni con la memoria citata, e con una querela. Perciò è inevitabile che in prossimità delle elezioni politiche del maggio 1886, si divarichino ancora di più i legami alti: sempre Brunetti (salvo un voltafaccia all’ultimo minuto) per Bardoscia e Viva; mentre non sorprende che l’altro gruppo si appoggi a Giuseppe Romano, fratello minore di Liborio e parlamentare autorevole della Sinistra. Poi nelle elezioni amministrative dell’ estate 1886 il successo di questo gruppo è pieno e definito. Per certo in un volantino del 1894, che fa parte di una mia collezione che definirei importante, Celestino Galluccio indica il 1886 come data della svolta.

L’antico fronte romaniano della Sinistra non esiste più, spaccato nettamente in due parti che si collocano su posizioni politiche del tutto distinte ed articolate, ormai, in una Destra, di nuovo modello “chiusa ed arroccata nell’ amministrazione, di fronte ad una Sinistra aperta socialmente” orientata nel futuro ad una professione socialista, con Paolo Vernaleone, e ad una repubblicana con Antonio Vallone, che è destinato a divenire il leader indiscusso della sua area, ormai, dal 1886, vincente, e del paese. Dopo un salto informativo di un altro decennio, con la tornata amministrativa del 1897, Gorgoni e Vallone sono insieme assessori; quasi a simbolo del passaggio di testimone.

Concludo notando che l’ elenco delle opere a stampa del Gorgoni è certamente incompleto, e contiene forse degli errori; sorprende che non si conoscano sue allegazioni almeno del periodo napoletano, che invece dovrebbero esserci, proprio per la sua riconosciuta capacità, che del resto si riscontra anche nell’attività di amministratore comunale, di cui l’impegno per il Ginnasio e poi Liceo Colonna è solo un aspetto. L’opera più importante è il suo notevolissimo Vocabolario Agronomico…della Provincia di Lecce edito a dispense dal 1891 al 1896, e poi unitariamente a Lecce, con data, forse anticipata, del 1891, e ristampato infine da Forni, a Bologna, nel 1973. Rizzelli si affanna a dire che non è opera di agronomo e nega questa qualifica anche al suo raro scrittarello del 1858 sull’uso dello zolfo in agricoltura, ma se l’agronomia è “scienza e studi dell’agricoltura”, come egli scrive, anche Gorgoni è un agronomo, con inclinazione magari lessicografica, ma anche di scienza applicata, com’è facile riscontrare non solo nello scrittarello, ma in tante pagine dello stesso Vocabolario. In fondo essere stato avvocato, agronomo, giornalista, politico ed amministratore non è ancora aver segnato il massimo della versatilità. Gorgoni muore in Galatina, nel suo palazzo di via Cavour, il 10 marzo del 1902; ma di lui dovremmo cercare di sapere di più.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

21 ottobre 1860: Galatina vota per il sì

 

di Tommaso Manzillo

Mentre l’Italia intera si appresta a tagliare il traguardo del 150.mo dall’Unità (17 marzo 2011), la data del 21 ottobre 1860 è, per Galatina, storica, in quanto qui, come in altre città, si tenne il referendum per decidere l’annessione al Piemonte, riconoscendo Vittorio Emanuele II come Primo Re d’Italia. Nonostante le polemiche sorte verso un’unificazione poco desiderata dalle masse popolari, in cui a beneficiarne è stato soprattutto lo Stato sabaudo, occorre ricordare questa data, quanto meno perché oramai fa parte della storia locale o microstoria, come si voglia chiamare.

Su quello che successe dopo questa data, è in atto un processo di ricostruzione storica che abbraccia anche il fenomeno del “brigantaggio”, ma il tutto è racchiuso in quell’espressione che prese piede sul finire dell’Ottocento e che è la questione meridionale.

Fu con l’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli e la conseguente fuga del re Francesco II, che si arrivò al 21 ottobre 1860, grazie anche all’intervento del decurione Nicola Bardoscia per costringere il sindaco, Antonio Dolce, ad indire il referendum per l’annessione al Regno sabaudo. L’amministrazione galatinese aveva faticosamente soffocato le manifestazioni d’entusiasmo dovute alla notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli, mentre le forze liberali, rappresentate dallo stesso Bardoscia, da Innocenzo Calofilippi e da Nicola Vallone, non riuscivano a vincere la morsa reazionaria del patriziato filo-borbonico, radunato attorno ai Padri Scolopi, molto influenti e seguaci del vecchio governo. Per sconfiggere l’inerzia e l’indifferenza dei galatinesi, determinante rimane l’intervento del medico Nicola Vallone, per richiamare gli elettori alle urne, mentre bivaccavano in piazza San Pietro.

Le elezioni si svolsero presso il Corpo di Guardia dei Vigili Urbani, situato alla Torre dell’Orologio, fatta costruire all’indomani della proclamazione del

La situazione di Galatina nell’Italia post-unitaria

di Tommaso Manzillo

Con la battaglia del Volturno e l’ingresso di Garibaldi a Napoli, il re Francesco II fu costretto alla fuga, ma i galatinesi non mostrarono mai grande entusiasmo per questo passaggio reale, perché le radici filo borboniche, nella nostra città, erano ancora molto profonde.

Ci volle l’intervento del decurione Nicola Bardoscia, affinché il sindaco, Antonio Dolce, indicesse la data degli scrutini il 21 ottobre 1860, presso il Corpo di Guardia dei Vigili Urbani, situato presso la Torre dell’orologio (costruita nel 1861 come simbolo dell’Italia Unita).

L’amministrazione galatinese aveva faticosamente soffocato le manifestazioni d’entusiasmo dovute alla notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli, mentre pochissimi avevano espresso il loro voto, nonostante gli interventi di Nicola Bardoscia, Fedele Albanese (che fu uno dei primi ad entrare, come giornalista, nella  “breccia di Porta Pia” del 20 settembre 1870, insieme a La Marmora) e Innocenzo Calofilippi.

particolare di palazzo nobiliare nel centro storico di Galatina

 

Per sconfiggere l’inerzia dei galatinesi, determinante rimane l’intervento del medico Nicola Vallone, per richiamare gli elettori alle urne, mentre bivaccavano in piazza San Pietro. Nicola, figlio più giovane di Donato e morto in giovane età, ebbe una brillante carriera di medico e scienziato, spesso lontano dalla sua città: a Napoli, per conseguire la laurea in medicina; a Vienna, entrò in contatto con gli ambienti accademici e culturali approfondendo gli studi professionali e la ricerca e la sperimentazione in una branca importante della scienza medica, ossia l’anatomia patologica; alla Sorbona di Parigi, dove seguì le lezioni di Claude Bernard, considerato tra i più grandi scienziati del tempo; a Berlino dove subì l’influenza delle idee democratiche del suo maestro e deputato parlamentare Rudolf Virchow, uno dei più autorevoli esponenti dell’anatomia patologica. Nicola Vallone rappresentò un modello di cultura politica e un prestigioso referente nelle relazioni sociali, proiettando la famiglia nella politica attiva, grazie anche al forte influsso che subiva dall’ambiente liberale galatinese, nel quale erano influenti le figure di  Pietro Cavoti, Berardino Papadia, Giustiniano Gorgoni e Rosario Siciliani.

Ritornando al 21 ottobre 1860, il voto si esprimeva con l’uso dei legumi, dato l’alto tasso di analfabetizzazione: le fave erano per i sì, mentre i fagioli per il no. Il responso fu di 1257 sì, più 1253 voti favorevoli espressi dai forestieri che stavano a Galatina per il mercato.

Dopo la proclamazione del regno d’Italia (17 marzo 1861), la carta fondamentale o Statuto cui fare riferimento era quello Albertino, varato e concesso al popolo in fretta e in furia nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, il quale rimase in vigore, seppur con opportune modifiche, fino al 1846, quando fu adottato un regime costituzionale provvisorio, in attesa

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