Andrea Peschiulli (1601-1691) da Corigliano d’Otranto: quattro ritratti e una traduzione galeotta …

di Armando Polito

Mi capita sempre più di frequente d’imbattermi in qualche esilarante trascrizione di un’epigrafe leggibilissima (magari il testo originale è una semplice, fedele citazione di un autore del passato, quindi facilmente reperibile e controllabile) e in sconvolgenti traduzioni, per non parlare, laddove ci sono, dell’interpretazione e del commento. Il fenomeno, prima limitato alla rete con il suo pullulare  di sedicenti esperti, ricercatori, divulgatori, opinionisti e critici letterari e non, di ogni risma, si è allargato da qualche anno a questa parte pure ai testi stampati. Non mi riferisco a quelli di natura divulgativa, nei quali sarebbe comunque richiesta una buona dose di rigore scientifico, ma ai veri e propri saggi, in cui per definizione l’acribia dovrebbe felicemente sposarsi con l’originalità. Cosa c’è, per esempio, di più originale di un saggio in cui l’autore corrobora, rispetto ad un tema o ad un singolo autore, un quadro già delineato oppure ne disegna uno totalmente nuovo sulla scorta di fonti da lui stesso rinvenute e puntualmente pubblicate?

È quel che avviene, rispetto al primo effetto, con il bel lavoro di Giuseppe Orlando D’Urso dal titolo 23 lettere inedite di Andrea Peschiulli ad Angelico Aprosio inserito in  Note di storia e cultura salentina, a cura di Fernando Cezzi, Società di storia patria per la Puglia, Sezione di Maglie-OtrantoTuglie “Nicola G. De Donno”, XIX, 2007. Il saggio è integralmente leggibile in http://www.academia.edu/16232474/23_lettere_inedite_di_Andrea_Peschiulli_ad_Angelico_Aprosio.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento debbo confessare che al link appena segnalato sono giunto casualmente nel corso di una ricerca iconografica, limitata al ritratto, sull’arcade di Corigliano. Non mi sembra fuori luogo, a questo punto, riportarne, in ordine cronologico, i risultati. Comincio con l’immagine a corredo della biografia scritta da Domenico De Angelis  (1675-1718), anche lui membro dell’Arcadia, ed inserita nel suo Le vite dei letterati salentini, parte prima, s. n. Firenze, 1710.

In basso si legge Andreae Peschiullio Corilian(ensi) Dominicus De Angelis D(onum) D(edit) che, tradotto, suona: Ad Andrea Peschiulli di Corigliano Domenico De Angelis di Lecce diede in dono.

Il secondo ritratto è a corredo della coeva, rispetto a quella appena citata, pubblicazione Le vite degli Arcadi illustri, a cura di Giovan Mario Crescimbeni, parte seconda, De Rossi, Roma, 1710.

In alto ANDREAS PESCHIULLIUS. A differenza della precedente tavola, questa è firmata: In basso a sinistra P(etrus) L (eo) Ghezzius del(ineavit), cioè Pietro Leone Ghezzi disegnò e a destra  D(ominicus) Franceschini scul(psit), cioè Domenico Franceschini incise.

La restante parte della tavola reca: C(OETUS) U(NIVERSI) C(ONSULTO)/MOERI PHOLOETICO P(ASTORI) A(RCADI) PHILOLOGO/ALTISCUS ROPHEATICUS P(ASTOR) A(RCAS)/AMICO B(ENE) M(ERENTI) P(OSUIT) OLYMP(IADE) DCXXI AN(NO) IV/AB A(RCADIA) I(NSTAURATA OLYMP(IADE) V ANN(O) III

Tradotta, suona così: Per decisione dell’intera assemblea a Meri Foletico filologo. Altisco Rofeatico pastore arcade pose all’amico benemerente nella seicentoventunesima Olimpiade, quarto anno. Dalla fondazione dell’Arcadia quinta olimpiade terzo anno. 1

Da notare all’inizio della seconda linea la lettera greca Θ, il cosiddetto theta nigrum (theta nero), abbreviazione di θάνατος (=morte). Non a caso, rispetto alla precedente tavola, la base su cui poggia il ritratto vero e proprio ha l’aspetto tipico di una stele funeraria.

Se questo secondo ritratto, al di là di alcuni elementi ornamentali più o meno simili, sembra essere indipendente dal primo (il volto mi sembra esprimere una pensosità meno sofferta), il terzo, a corredo di Biografia degli uomini illustri nati nel Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, tomo VI, 1819, incisione di Carlo Bianchi, si rifà chiaramente al primo.

Se questo secondo ritratto, al di là di alcuni elementi ornamentali più o meno simili appare indipendente dal primo (il volto mi sembra esprimere una pensosità più sofferta), il terzo, a corredo di Biografia degli uomini illustri nati nel Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, tomo VI, 1819, incisione di Carlo Biondi, si rifà chiaramente al primo.

Pure il quarto ed ultimo ritratto, custodito nella Biblioteca nazionale austriaca, appare derivato dal secondo, in ossequio al principio, abbastanza scontato, che le prime due testimonianze, probabilmente  fedeli perché più vicine cronologicamente alla persona ritratta, abbiano funto da modello per i ritratti successivi.

Torno ora all’assunto finale  del titolo ed al saggio di Giuseppe Orlando D’Urso. Una delle 23 lettere pubblicate, precisamente una del 19 novembre 1660, reca in calce a sinistra un componimento in distici elegiaci (non esametri, com’è detto nel saggio), evidentemente dedicato dal Peschiulli al destinatario, cioé Angelico Aprosio. Della lettera nel saggio c’è anche l’immagine originale e la trascrizione di gran parte del testo, non escluso il componimento. Ecco quest’ultimo.

Cur tantum exundat Tyberis Romamque sonorus/Invehitur, ripam ruptus utramque suam?/Flumina quae recipit, pelago non reddit hianti,/sic crepat et raptus undique spargit aquas./Hinc sua fata rapax instantia discat avarus;/effundet lacerus quas male cogit opes.

E subito dopo l’autore del saggio aggiunge. Si propone una traduzione letterale, ringraziando Rosy Rizzo per la preziosa collaborazione:

Perché tanto straripa il Tevere e rumoroso trascina la sua Roma, (avendo) rotto la sua riva da entrambe le parti? I torrenti che accoglie al mare aperto non restituisce così strepita e preso con impeto da ogni parte sparge le acque. Di qui l’ingordo avaro apprenda con applicazione costante le sue sorti lacero dissiperà quelle ricchezze che raccoglie con violenza.

A questo punto due tiratine d’orecchie sono d’obbligo ai danni di Rosy Rizzo, sorvolando sulle virgole assenti dopo restituisce e dopo sorti, pure presenti nell’originale.  La prima tiratina si riferisce a ripam ruptus utramque suus. La traduzione letterale, cioé rispettando i valori grammaticali della lingua d’origine, è rotto nell’uno e nell’altro argine. Ruptus è participio passato di rùmpere ed ha valore passivo, né può assumere il valore attivo non essendo un verbo deponente; utramque è aggettivo e non è necessario renderlo con un avverbio (dall’una e dall’altra parte) che in latino sarebbe stato utroque. Il non aver tenuto conto dei valori grammaticali originari ha tolto proprio a ripam utramque suam il valore di accusativo alla greca (costrutto particolarmente caro alla poesia classica, non solo latina e greca) retto da ruptus. La traduzione letterale,dunque, è rotto in entrambe le rive. Qualcuno mi obietterà che il senso di fondo non è compromesso. Ma il sentimento sì, purché si sia in grado di cogliere la differenza tra le due traduzioni: nella prima il fiume è l’elemento naturale  malvagio che rompe, soggetto attivo, nella mia un semplice corso d’acqua assume quasi sembianze umane e la sua immagine, passiva, rimane prevalente su quella delle rive (componenti essenziali della sua fisicità), così come in italiano sciolta le chiome  rispetto a con le chiome sciolte.

La seconda tiratina, molto più prolungata, riguarda instantia reso con un liberissimo (altro che traduzione letterale!) quanto errato con applicazione costante, come se instantia fosse un ablativo strumentale da instantia/instantiae. Detto che instantia/instantiae esiste e significa pure applicazione costante, aggiungo che quello della poesia non è ablativo del sostantivo appena detto ma nominativo plurale neutro (con valore di attributo di fata) del participio presente di instare, cioè instans/instantis. Sarebbe bastato dare uno sguardo  alla voce instans che in qualsiasi vocabolario latino precede immediatamente instantia, oltre che alla metrica per rendersi immediatamente conto che la  a finale lunga del presunto ablativo instantia renderebbe impossibile qualsiasi scansione, cosa che, invece non avviene con instantia participio plurale, in cui la –a è breve.

Ecco lo schema della corretta scansione:

Dimenticavo la traduzione, letterale e …  corretta, che è: di qui l’ingordo avaro apprenda il suo destino incombente.

L’autore dell’interessante lavoro fa seguire poi la traduzione poetica del suo amico avvocato Franco Melissano. Se la precedente letterale ha suscitato il mio disappunto, quella poetica mi spinge, invece, a congratularmi con l’avvocato non solo per la traduzione in sé ma anche per il commento al testo originale. Consiglio vivamente al lettore di leggere l’una e l’altro al link segnalato.

Riprendo la riflessione iniziale e concludo. La parcellizzazione del sapere oggi rende impossibile quella preparazione integrale nelle discipline più disparate che i grandi del passato, pur senza essere geni assoluti alla Leonardo,  hanno mostrato. Il che fa di ogni ricerca un lavoro di squadra e comporta l’utilizzo di competenze specifiche all’altezza. Diventa, perciò, fondamentale, volta per volta, la scelta accurata del collaboratore, per così dire, settoriale, per evitare ombre ad un lavoro, se non perfetto (sfido chiunque a trovarne o a realizzarne uno), almeno, come quello che ho citato oggi, molto pregevole.

Tutto questo non vale per la serie ormai sterminata di geni di nomina e consacrazione politica, una caterva di esperti e consulenti capaci di svolazzare disinvoltamente da un settore ad un altro con risultati catastrofici, senza correre alcun rischio grazie al paracadute, in alcuni casi anche direttamente malavitoso, che li protegge. E la morte decretata del liceo classico, vera e propria palestra neuronale, consegnerà, anzi, sta già consegnando, con la annunciata botta finale dell’eliminazione della traduzione dal latino e dal greco, a chi verrà dopo di noi una società di stupidi, sempre più diretta, con i risultati che è facile immaginare, da una massa di presuntuosi incompetenti e di furbastri  che, pur non riuscendo a far di conto senza usare una calcolatrice …, non smetteranno di considerare l’economia ed il profitto immediato come unico totem. E la furbizia è la forma più perversa d’intelligenza, della quale qualsiasi dio, per chi ci crede, anche quello indiano, avrebbe fatto meglio a non dotarci.

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1 Ogni arcade assumeva un nome evocante in qualche modo il mondo classico, soprattutto pastorale.  Meri Foletico fu quello assunto da Andrea Peschiulli (Moeris e Lycidas sono i due pastori che interloquiscono nella IX ecloga di Virgilio, Pholoeticus in latino significa del monte Foloe, in Tessaglia, abitato dai Centauri) e Altisco Rofeatico (Altiscus sembra trascrizione imperfetta, mi sarei aspettato Althiscus, del greco ἀλθίσκον, nome di una specie di malva, da ἀλθαίνω=guarire; Ropheaticus appare come formazione aggettivale latina sul tema ῤωπ- del sostantivo greco ῤώψ/ῤωπός=cespuglio, questa volta con aggiunta dell’aspirazione, che era stata eliminata in Altiscus) quello assunto da Michele Angelo Albrizio, estensore della dedica. Sulla struttura dell’Arcadia ed altri dettagli anche su un altro arcade salentino, non escluso il riferimento alle olimpiadi, vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/06/antonio-caraccio-nardo-1630-roma-1702-note-iconografiche/.

Il castello di Corigliano d’Otranto (Lecce)

di Maurizio Nocera

 

Il Castello di Corigliano d’Otranto (Lecce, Edizioni del Grifo 2009, pp. 290, euro 28), a firma di Giuseppe Orlando D’Urso e Sabrina Avantaggiato.

Si tratta del primo volume della collana Helios, diretta da Harvé A. Cavallera. Il libro come prodotto in sé è ben confezionato con numerose illustrazioni ed una copertina cartonata stampata, “vestita” da una sovraccoperta similare. La grafica editoriale e la copertina sono di Federico G. Cavallera, mentre le immagini provengono dalla Foto Video Serra di Corigliano d’Otranto. Hanno patrocinato l’edizione: la Sezione di Maglie, Otranto e Tuglie della Società di Storia Patria per la Puglia, della quale il D’Urso è socio; e la Cartolibreria di Gino Giannachi di Corigliano d’Otranto.

Chi sono i due autori? Giuseppe Orlando D’Urso, «attivo e presente nella vita e sociale del territorio […] ha animato diversi gruppi teatrali e culturali, per poi rivolgere la sua attenzione alla ricerca storica»  con diverse pubblicazioni, alcune con la stessa casa editrice, come “Corigliano d’Otranto. Memorie dimenticate” (2000); “Le strade del Signore sono ferrate. Corigliano d’Otranto 1901-2001. Significatività Sociale dell’Opera Salesiana” (2001); “Corigliano d’Otranto. L’Arco Lucchetti, il Castello, la Chiesa Matrice” (2005); mentre con la Casa editrice EditSantoro ha pubblicato “Corigliano d’Otranto. Famiglie (Comi-Maggio-Gervasi-Peschiulli”) (2005); “Gaetano Papuli e le Sette Antichità di Corigliano d’Otranto” (2005). Sabrina Avantaggiato invece è architetta ed è alla sua prima pubblicazione.

In quarta di copertina c’è l’abstract del volume che così commenta: «Con

Libri/ Note di Storia e Cultura Salentina

 

Dedicato a Don Grazio Gianfreda il volume «Note di storia e di cultura salentina» (1)

Il 26 giugno scorso, nel suggestivo atrio del Castello di Corigliano d’Otranto, è stato presentato, da Dario Massimiliano Vincenti (presidente della sezione magliese della Società di Storia Patria per la Puglia) e da Giuseppe Orlando D’Urso (segretario della stessa Società), il volume «Note di Storia e Cultura Salentina» (Argo Editrice, XX, Lecce 2009, ma stampato giugno 2010), annuario a cura di Fernando Cezzi, ed organo della Società di Storia Patria per la Puglia (Sezione di Maglie – Otranto – Tuglie “Nicola G. De Donno”), al cui interno è pubblicata una miscellanea di Studi dedicati a Mons. Grazio Gianfreda. Il volume è introdotto da un ricordo di mons. Grazio Gianfreda di Maurizio Nocera, che riproponiamo qui.

«La Cattedrale di Otranto [è un tesoro] che racchiude il paleocristiano, il bizantino, il romanico, ed elementi di rinascimento e di barocco». La Cattedrale di Otranto, scrive ancora don Grazio, è «simbolo di mistero» nella fede, che noi umani dobbiamo sforzarci di capire

Le care pietre

di Maurizio Nocera

Negli anni ’70 insegnavo alla scuola alberghiera di Otranto e, come spesso capita agli insegnati, gli orari, a volte, risultano essere a fisarmonica, nel senso che si chiudono e si aprono lasciando spazi di tempo di disimpegno. Quasi sempre, passavo queste ore fuori orario scolastico con don Vittorio

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