L’iconografia araldica del portale della Collegiata di Manduria: ipotesi e indirizzi di ricerca

di Marcello Semeraro

 

In due articoli apparsi recentemente sulle pagine web di ManduriaOggi, lo studioso Giuseppe Pio Capogrosso ha avanzato alcune ipotesi di lettura sulla decorazione araldica presente sul magnifico portale rinascimentale della chiesa Matrice di Manduria, realizzato, com’è noto, da Raimondo da Francavilla nel 1532 (fig. 1).

Fig. 1 – Manduria, Chiesa Matrice della SS. Trinità, facciata, particolare del portale d’ingresso
Fig. 1 – Manduria, Chiesa Matrice della SS. Trinità, facciata, particolare del portale d’ingresso

 

Si tratta, lo ricordiamo, di un insieme formato da quattro stemmi litici disposti a coppie ai lati del portale, due sopra e due sotto. La coppia superiore, collocata alla base delle colonnine della sovrapporta, è costituita da due scudi sagomati con forme diverse; quella inferiore, visibile sotto i capitelli delle paraste, è invece composta da due scudi gemelli appesi a chiodi mediante guiggie. Ques’ultima coppia non pone particolari problemi interpretativi: si tratta della più antica raffigurazione a noi nota dell’arma dell’Universitas di Casalnuovo (oggi Manduria), recante il solo albero di mandorlo sradicato[1] (figg. 2 e 3).

Fig. 2 – Manduria, Chiesa Matrice, particolare del primo dei due stemmi dell’Universitas di Casalnuovo (foto di Giuseppe D’Angeli)
Fig. 2 – Manduria, Chiesa Matrice, particolare del primo dei due stemmi dell’Universitas di Casalnuovo (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Fig. 3 - Manduria, Chiesa Matrice, particolare del secondo dei due stemmi dell’Universitas di Casalnuovo (foto di Giuseppe D’Angeli)
Fig. 3 – Manduria, Chiesa Matrice, particolare del secondo dei due stemmi dell’Universitas di Casalnuovo (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Più problematica risulta, invece, la lettura della coppia di stemmi sovrastanti, caratterizzata, come si vede nelle illustrazioni (figg. 4 e 5), da abrasioni di notevole entità che ne rendono difficile l’immediata decifrazione.

Fig. 4 - Manduria, Chiesa Matrice, particolare del primo stemma della coppia superiore, recante il partito Bonifacio/Cicara (foto di Giuseppe D’Angeli)
Fig. 4 – Manduria, Chiesa Matrice, particolare del primo stemma della coppia superiore, recante il partito Bonifacio/Cicara (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Figg. 5 e 5a - Manduria, Chiesa Matrice, particolare del secondo stemma Bonifacio/Cicara (foto di Giuseppe D’Angeli)
Figg. 5 – Manduria, Chiesa Matrice, particolare del secondo stemma Bonifacio/Cicara (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Figg. 5 e 5a - Manduria, Chiesa Matrice, particolare del secondo stemma Bonifacio/Cicara (foto di Giuseppe D’Angeli)
Figg. 5a – Manduria, Chiesa Matrice, particolare del secondo stemma Bonifacio/Cicara (foto di Giuseppe D’Angeli)

 

Capogrosso ha identificato correttamente la prima di queste due armi (quella di sinistra, fig. 4), riconoscendo in essa uno stemma d’alleanza matrimoniale che riunisce, per mezzo di uno scudo partito, le insegne araldiche di Roberto Bonifacio (signore di Casalnuovo, fra alterne vicende, dal 1522 al 1536) e della moglie Lucrezia Cicara[2] (figg. 6 e 7).

Fig. 6 – Bayerische Staatsbibliothek (Biblioteca Nazionale Bavarese), BSB Cod.icon. 279 (1550-55), fol. 35r. Arma della famiglia Bonifacio: «d’oro, alla banda scaccata di due file d’argento e di rosso, accostata da due leoni illeoparditi dello stesso»
Fig. 6 – Bayerische Staatsbibliothek (Biblioteca Nazionale Bavarese), BSB Cod.icon. 279 (1550-55), fol. 35r. Arma della famiglia Bonifacio: «d’oro, alla banda scaccata di due file d’argento e di rosso, accostata da due leoni illeoparditi dello stesso»
Fig. 7 - Bayerische Staatsbibliothek (Biblioteca Nazionale Bavarese), BSB Cod.icon. 279 (1550-55), fol. 40r. Arma della famiglia Cicara: «d’oro, a due scaglioni d’azzurro, quello superiore troncato; al capo cucito del primo, caricato di un uccello di nero, posato sulla partizione»
Fig. 7 – Bayerische Staatsbibliothek (Biblioteca Nazionale Bavarese), BSB Cod.icon. 279 (1550-55), fol. 40r. Arma della famiglia Cicara: «d’oro, a due scaglioni d’azzurro, quello superiore troncato; al capo cucito del primo, caricato di un uccello di nero, posato sulla partizione»

 

Per il secondo stemma lo studioso manduriano propone, invece, un’ipotesi di lettura che a nostro avviso risulta priva di fondamento. A detta del Capogrosso, l’insegna riprodurrebbe «il simbolo araldico della chiesa parrocchiale SS. Trinità (all’epoca eretta in Arcipretura, ma non ancora in Collegiata, sebbene fosse già servita, per il culto, collegialmente) rappresentato così come più tardi comparirà miniato nel Librone Magno delle famiglie mandurine».

Tuttavia, un’osservazione attenta del contenuto blasonico dello scudo, condotta anche mediante l’ausilio di foto ad alta risoluzione, smentisce l’ipotesi di attribuzione proposta dall’autore manduriano. Malgrado le vistose abrasioni, nella parte sinistra (destra per chi guarda) dello scudo si intravedono chiaramente gli scaglioni e il volatile, vale a dire le figure araldiche dell’arma Cicara (figg. 5 e 5a).

Ciò significa che il partito d’alleanza coniugale Bonifacio/Cicara è rappresentato anche nel secondo scudo della coppia superiore[3]. In effetti, la disposizione delle armi sul portale suggerisce un ordine funzionale alla rappresentazione di una gerarchia di poteri: sopra gli stemmi dei feudatari (arma di dominio), sotto quelli della locale Universitas (arma di comunità).

Ricordando che in contesti simili la ripetizione delle stesse armi all’interno dello stesso scudo è una costante legata essenzialmente a ragioni di simmetria, osserviamo, tuttavia, che il secondo scudo della coppia superiore presenta una foggia diversa rispetto al primo e appare scolpito su una lastra rettangolare che risulta decisamente fuori contesto. Entrambi gli scudi, inoltre, sono applicati alla base delle colonnine mediante staffe metalliche, particolare che li distingue nettamente dagli stemmi sottostanti, che invece appaiono scolpiti direttamente sulle paraste e costituiscono parte integrante della ricca iconografia presente sul portale del 1532.

Come spiegare, dunque, tutte queste anomalie? L’ipotesi più probabile, allo stato attuale delle ricerche, è quella di una collocazione successiva dei due stemmi superiori rispetto a quelli inferiori. È possibile, in particolare, che l’applicazione degli attuali scudi sulle colonnine della sovrapporta sia avvenuta utilizzando manufatti originariamente collocati altrove, reimpiegati, forse, per sostituire una precedente coppia di scudi gemelli Bonifacio/Cicara gravemente danneggiati o magari rimossi sotto i colpi della damnatio memoriae che colpì la figura di Giovanni Bernardino Bonifacio (*1517 †1597), figlio e successore di Roberto, sospettato di eresia e fuggito in modo rocambolesco nel 1557, con la conseguente confisca dei feudi di Oria, Casalnuovo e Francavilla.

Non è nemmeno da escludere che gli stemmi Bonifacio/Cicara appartengano allo stesso Giovanni Bernardino e che la damnatio memoriae abbia colpito proprio le sue insegne[4]. Nel testamento firmato il 16 gennaio 1534, Roberto Bonifacio dichiara il figlio erede universale, disponendo altresì che «se habbia finche vivera a cognominare del cognome nostro de Bonifatio, et Cicaro, cognome de la signora marchesa mia consorte». Quest’ultima circostanza può aver fornito a Giovanni Bernardino l’occasione per combinare all’interno di uno scudo partito le armi paterne con quelle materne, traducendo in tal modo araldicamente la volontà espressa dal padre di mantenere sempre vivi i cognomi Bonifacio e Cicara: ne avrebbe avuto, del resto, tutto il diritto.

Il fatto è che dell’arma usata dall’illustre umanista napoletano non resta oggi più alcuna traccia visibile. Mancano, infatti, altre attestazioni su monumenti, stemmari o altri manufatti con cui poter fare un raffronto, per cui la nostra resta solo una mera ipotesi, da prendere con le dovute cautele[5].

Come abbiamo già ricordato poc’anzi, quella con l’albero di mandorlo rappresentato a radici nude costituisce la più antica raffigurazione dell’arma civica di Manduria-Casalnuovo giunta fino a noi.

Si tratta di una testimonianza di notevole importanza perché documenta come agli inizi del Cinquecento l’Università di Casalnuovo – i cui primi statuti risalgono agli anni 1463-64, durante il periodo aragonese – fosse già dotata di una personalità giuridica e di un assetto politico-amministrativo tali da giustificare l’uso di un stemma. Quest’ultimo, infatti, trovava posto su tutta una serie di supporti (sigilli, monumenti, altri manufatti) atti a rendere visibili certi diritti e certe prerogative dell’amministrazione locale, separati, e a volte anzi contrapposti, a quelli dello Stato rappresentato dalla Corona e dal feudatario.

La presenza degli emblemi della municipalità sul portale rinascimentale voluto da Raimondo da Francavilla potrebbe allora essere messa in relazione con la funzione pubblica che la chiesa Matrice ebbe già nel Cinquecento come sede del Consiglio municipale[6], il che spiegherebbe anche l’eventuale presenza, ab origine o comunque entro il 1557, di un apparato araldico istituzionale composto da quattro armi, due del feudatario (sopra) e due dell’Università casalnovetana (sotto).

Un’altra ipotesi tira in ballo il giuspatronato detenuto dall’Universitas sulla stessa vhiesa Madre[7] e in tal caso gli stemmi ne rappresenterebbero il signum.

È innegabile, comunque sia, il fascino esercitato da questi documenti figurati che rappresentano visivamente i primi passi dell’autonomia amministrativa di Manduria-Casalnuovo nel senso moderno del termine.

L’iconografia complessiva del portale della chiesa Matrice attende ancora di essere debitamente studiata: l’auspicio è che la nostra ricerca, passibile di ulteriori sviluppi, rappresenti un primo passo in questa direzione.

 

BIBLIOGRAFIA

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P. Brunetti, Manduria: tra storia e leggenda, dalle origini ai giorni nostri, Manduria 2007.

G. Delille, Famiglia e potere locale: una prospettiva mediterranea, Bari 2011.

F. Filo Schiavoni, M. Annoscia, …Tra i segni di tanta vita e di tanta storia: Manduria in immagini e documenti fra 800 e 900, Manduria 1994.

S. Fischetti, Novità archivistiche su Manduria-Casalnovo: emblema civico e inediti, in «Cenacolo», Rivista storica di Taranto, n. s. XV (XXVII), 2003, pp. 89-114.

G. Jacovelli, Manduria nel Cinquecento, Galatina 1974.

N. Morrone, Nuovi documenti sul rapporto tra Giovanni Bernardino Bonifacio e l’Università di Casalnuovo, disponibile al seguente indirizzo: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/17/nuovi-documenti-sul-rapporto-tra-giovanni-bernardino-bonifacio-e-luniversita-di-casalnuovo/.

O. Neubecker, Araldica: origini, simboli e significato, Milano 1980.

N. Palumbo, Nobilitas mandurina, Manduria 1989.

M. Pastoureau, Traité dhéraldique, Picard, Paris 20085.

A. Savorelli, Araldica e araldica comunale. Una sintesi storica, in «Estudos de Heráldica Medieval», coordenação de M. de Lurdes Rosa e M. Metelo de Seixas, Lisboa, IEM-CLEGH-Caminhos Romanos, 2012, pp. 254-273.

L. Tarentini, Manduria sacra, ovvero Storia di tutte le chiese e cappelle distrutte ed esistenti dei monasteri e congregazioni laicali dalla loro fondazione fino al presente, Manduria 1899, rist. anast. Manduria 1999.

M. E. Welti, Dall’umanesimo alla riforma. Giovanni Bernardino Bonifacio marchese di Oria (1517-1557), Brindisi 1986.

 

[1] Riteniamo che Casalnuovo, come molti altri centri minori, si sia dotata di uno stemma civico fra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI. Il Cinquecento, in particolare, è il periodo della definizione dell’emblema civico casalnovetano, che si stabilizzerà solo a partire dal secolo successivo. Ci riproponiamo di parlarne più diffusamente in un apposito articolo di prossima pubblicazione.

[2] Altri due esemplari recanti il partito Bonifacio/Cicara si trovano scolpiti al lati del basamento del monumento sepolcrale dedicato ad Andrea Bonifacio (figlio di Roberto e Lucrezia, morto nel 1515, all’età di sette anni), situato nella chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli. Il sito Nobili napoletani ne fornisce una riproduzione fotografica al seguente indirizzo: http://www.nobili-napoletani.it/Bonifacio.htm.

[3] Dall’analisi degli ornamenti esterni emerge, inoltre, che gli scudi della coppia superiore avevano in origine il medesimo timbro, ovvero una corona composta da un semplice cerchio, probabilmente decorato con gemme, che appare ancora integro nel primo scudo e frammentario nel secondo: un altro particolare che accomuna i due manufatti.

[4] E in tal caso bisognerebbe spostare il terminus post quem per la datazione della collocazione degli stemmi superiori al 1536, data della morte del padre Roberto.

[5] Sebbene non se ne conoscano esempi, Giovanni Berardino fece sicuramente uso di uno stemma, come dimostra la testimonianza de visu fornita dallo storico oritano Domenico Tommaso Albanese (*1638 †1685), contenuta in una pagina del manoscritto Historia Dell’antichità d’Oria. L’Albanese ricorda come ancora ai suoi tempi le armi del marchese di Oria decorassero gli stalli del coro della chiesa di San Francesco d’Assisi, stalli che lo stesso Bonifacio commissionò e dei quali, ahimè, si è persa oggi ogni traccia. Cfr. D. T. ALBANESE, Historia Dell’antichità d’Oria Città della Provincia di Terra d’Otranto. Raccolta da molti antichi e moderni Geografi, ed Historici Dal Filosofo e Medico Domenico Tomaso Albanese della stessa Città, nella quale anco si descrive l’origine di molti luoghi spettanti alla sua Diocesi, Brindisi, Biblioteca pubblica arcivescovile A. De Leo, Manoscritti, ms. D/15, c. 311v.

[6] Dall’inizio del XVI secolo fino alla fine del XVIII tutti i Consigli municipali di Casalnuovo erano composti da un sindaco e da quattro auditori (assessori), scelti fra i nobili viventi, e da otto eletti, scelti fra i popolari. I membri del Consiglio erano responsabili, sui loro beni patrimoniali, dell’amministrazione della loro carica.

[7] L’Università aveva l’obbligo di provvedere alla manutenzione della chiesa e ad altre spese necessarie al suo funzionamento.

Antonio de Ferrariis, detto il Galateo, l’antico proverbio e la propaganda augustea

di Nazareno Valente

Degli altri colleghi storici Tucidide faceva di tutta un’erba un fascio considerandoli dei semplici logografi («λογογράφοι»), vale a dire narratori che miravano al diletto degli ascoltatori e non certo alla verità1 con l’unico intento, pertanto, di produrre belle storie da declamare in pubblico, senza preoccuparsi della loro fondatezza. Sebbene non l’affermasse esplicitamente, egli ci metteva nel mucchio persino Erodoto, che pure aveva limitato al massimo i facili abbellimenti dovuti a fantasiosi interventi divini, ma che probabilmente non s’era emancipato dalla consuetudine di leggere le proprie storie nelle pubbliche piazze. E, che così fosse, se ne ha una prova evidente in un passo in cui lo storico di Alicarnasso parla della Scizia.

Ce lo possiamo infatti immaginare a Thurii, sua città d’adozione2, che s’affacciava sulla costa occidentale del golfo di Taranto, mentre cerca di spiegare ai suoi concittadini una particolarità dell’estrema propaggine della Scizia e che, per semplificare, utilizza come esempio l’Attica. Poi, temendo che quest’ultima contrada non sia molto conosciuta a chi l’ascolta, ritiene utile ricorrere ad un altro esempio («δὲ ἄλλως δηλώσω») che ha il pregio di non porre problemi interpretativi ai Turini, ovverosia la terra della Iapigia in cui abitano a stretto contatto di gomito i loro più acerrimi nemici (i Tarantini) ed i loro tradizionali alleati (i Brindisini). O, per dirla con le stesse parole di Erodoto, la penisola che inizia dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος3»).

Un passo stringato che non necessitava di ulteriori specificazioni, perché i Turini conoscevano perfettamente le due città ma al tempo stesso denso di significati, meritevoli di una descrizione a sé stante, se il nostro scopo non fosse circoscritto a decifrare un antico proverbio. In questa sede pare pertanto utile soffermarsi solo sugli aspetti funzionali alla nostra specifica trattazione.

Si può così rilevare che, quantunque entrambe le cittadine abbiano un porto rinomato, la sola Brindisi ne risulta di fatto caratterizzata, quasi che il porto fosse un’entità distinta dalla città. Erodoto specifica poi che si tratta di λιμήν che, in senso tecnico, è il termine portuale corrispondente al portus latino, con cui è definibile «uno specchio d’acqua chiuso naturalmente o artificialmente, accessibile dal mare, dove le navi possano rimanere sicure in caso di traversia4» e quindi con il requisito essenziale di costituire un sicuro ricovero nei momenti più tempestosi o di inattività invernali. Aspetto quest’ultimo di apprezzabile rilievo, considerato che a quel tempo si navigava quasi esclusivamente nelle belle stagioni.

In definitiva un porto d’eccellenza sin dal periodo classico dell’antichità greca e, pur tuttavia, nulla in confronto alla fama che acquisirà successivamente quando, a seguito della conquista romana, nella seconda metà del III secolo a.C. Brindisi diverrà colonia di diritto latino. Una fama che rivivrà negli scritti successivi pure nelle fasi di declino della città, così come avvenne nel De situ Iapygiae del Galateo.

Siamo all’inizio del XVI secolo, negli anni in cui l’impero ottomano, pur rivolgendo le sue attenzioni ad oriente, fa comunque sentire la propria nefasta presenza ad occidente, con rapide e feroci scorrerie che mettono in un stato di continua soggezione le città costiere. In assenza d’un governo forte, per i porti del basso adriatico l’unica difesa possibile è quella di precludere gli accessi alle rade, ed è per questo che il canale di collegamento al porto interno di Brindisi viene più volte ostruito, tanto che gli storici discutendo tra di loro lo qualificano «volgarmente… ciccato5». Eppure il Galateo6 giudica Brindisi città insigne «inclyta urbs» ed il suo porto famosissimo in tutto il mondo («toto terrarum orbe notissimus») tant’è che dà per coniato il proverbio: «tres esse in orbe portus: Iunii, Iulii et Brundusii», all’apparenza facile da tradurre ma dal significato alquanto oscuro (figura n. 1).

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Letteralmente potremmo tradurlo così: “tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi” e non ci sarebbero problemi, qualora ai tre nomi corrispondessero altrettanti porti noti dell’antichità; cosa che, invece, sicuramente non è nel caso di Giunio. Osservato però che Iunius e Iulius sono anche i nomi dei mesi rispettivamente di giugno e di luglio, potremmo adottare quest’altra traduzione: “tre sono i porti al mondo: giugno, luglio e Brindisi”, che mostra l’ulteriore difetto di comparare entità tra loro inconfrontabili.

A tutta prima, quest’ultima soluzione pare la meno soddisfacente, ciò malgrado, i principali cronisti brindisini del XVII secolo la danno per sicura.

Secondo il Moricino, il porto di Brindisi viene comparato ai mesi di giugno e luglio «quasi che a dispetto della natura del mare tale sia quel Porto in ogni stagione, quale suol essere in tutto nelle Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio7».

E, sulla stessa lunghezza d’onda, gli fa eco il Della Monaca: «Quasi ch’à dispetto della naturalezza del mare tal sia quel Porto in ogni staggione, qual essere suole in tutto il tempo il Mare nelle bonaccie di quei mesi Giugno e, Luglio8».

In definitiva, come a dire che nel porto di Brindisi le navi sono sempre al sicuro, al pari di quando solcano il mare nelle bonacce dei mesi di giugno e luglio.

Un’interpretazione già di per sé in contrasto con la mentalità pratica degli antichi romani, poco inclini a fantasticherie così ardite in cui si confrontano i periodi migliori per navigare con i luoghi più idonei ad ospitare i navigli, e che in aggiunta non tiene conto di agosto, vale a dire del mese più favorevole per affrontare il mare. Vanno poi ricordate le consuetudini di quei tempi, che erano strettamente coerenti con le possibilità tecniche dell’epoca.

Come già in parte riportato, tranne rare eccezioni, si prendeva il mare solo nelle belle stagioni mentre in quelle cattive si trovava un buon porto dove ricoverare le navi. Le difese naturali o artificiali del portus erano infatti essenziali per proteggerle da eventuali mareggiate che potevano avere effetti devastanti su imbarcazioni la cui stazza era contenuta. A scanso di equivoci, esse venivano tirate a secco ed a volte protette pure da palizzate e fossati, per cui la bonaccia o la buona stagione non erano condizioni strettamente essenziali per la loro salvaguardia. Al contrario erano proprio le burrasche dei mesi estivi ad essere potenzialmente pericolose in quanto, sopraggiungendo improvvise e inaspettate, potevano comportare effetti disastrosi sulle galee ferme in rade non sufficientemente protette, tant’è che Svetonio9 riferisce come la flotta di Augusto fosse stata distrutta per ben due volte dalla tempesta, e non durante la brutta stagione ma per l’appunto nel bel mezzo dell’estate.

L’ingegnoso collegamento tra mesi dell’anno e porti fornisce perciò una chiave di lettura suggestiva – probabilmente conveniente a stimolare la fantasia e l’adattabilità dei social, dove in effetti impazza sino a trovare ospitalità in un godibile sketch satirico in cui un’analoga esegesi è fornita nientemeno che da Cesare Ottaviano Augusto10 – ma al tempo stesso improbabile. Certo è che essa non trova accoglimento al di fuori del ristretto ambito locale e, di conseguenza, conviene piuttosto considerare l’ipotesi più scontata, vale a dire che Iunius e Iulius siano molto più banalmente dei porti che non si è stati in grado di individuare.

Il Galateo scrisse il De situ Iapygiae in un periodo imprecisato tra il 1508 ed il 1511 ma non era più in vita quando il suo manoscritto fu stampato nel 1558, grazie al marchese di Oria, Giovanni Bernardino Bonifacio che se ne accollò le spese. In quegli anni non esistevano porti con il nome di Giunio e di Giulio però, ai patiti di antichità romane quest’ultimo toponimo avrebbe potuto dire qualcosa. Del porto Giulio aveva infatti riferito Svetonio nella parte dedicata a Cesare Ottaviano Augusto della sua “Vita dei Cesari”, quando menziona l’inaugurazione presso Baia di un «portum Iulium» creato artificialmente facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno («inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari11»). La struttura portuale rendeva infatti comunicanti tra loro i laghi d’Averno e Lucrino, e quest’ultimo lago con il mare, previo taglio del cordone di sabbia che li separava (figura n. 2).

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Voluto da Vipsanio Agrippa, amico e fedele collaboratore di Augusto, per contrastare le scorrerie sul Tirreno della flotta di Sesto Pompeo, il portus Iulius (o portus Iulii) iniziò ad operare nel 37 a.C. nei pressi del vecchio e rinomato porto di Puteoli, nell’ampia area dei Campi Flegrei, che venne così soppiantato da questo nuovo doppio bacino portuale. Si ipotizza che inizialmente avesse prevalenti funzioni militari, essendo stato preventivato l’allestimento d’un arsenale e di strutture idonee per addestrare gli schiavi liberati per inquadrarli tra i rematori, ma che in seguito divenne però scalo commerciale d’una certa importanza. In ogni caso, ricoprì un ruolo strategico di rilievo, se Agrippa decise di intitolarlo al futuro Augusto che, come conseguenza dell’adozione da parte di Cesare, aveva appunto modificato il proprio nome da Octavius a Iulius, e se altri storici lo citarono diffusamente nei loro scritti. Il porto meritò anche una menzione poetica da parte di Virgilio12 che l’elenca («Iulia… unda») tra le laboriose opere («operumque laborem») compiute dalla mano dell’uomo.

Come il porto di Brindisi, anche quello Giulio visse i suoi anni di gloria in concomitanza con l’impero romano e declinò con esso; solo che non si riprese mai più. Anzi scomparve addirittura dalla faccia della terra, a causa dei fenomeni naturali che investirono la regione flegrea modificandone la struttura morfologica. Dapprima, tra l’VIII ed il X secolo, fenomeni bradisismici fecero sì che il mare sommergesse il Lucrino che poi finì quasi per sparire nel 1538, a seguito dei movimenti tellurici che crearono in quel sito il Monte Nuovo.

Al tempo di Moricino e Della Monaca, il porto Giulio non esisteva pertanto più, e non ne era rimasta traccia, se non nelle fonti letterarie antiche. Solo i ritrovamenti archeologici del secolo scorso lo posero nuovamente in luce.

Non c’è quindi dubbio alcuno che lo “Iulii” del Galateo identifichi il porto Giulio, e non il mese di luglio come ipotizzato dai cronisti brindisini; di conseguenza anche Iunii è di sicuro un porto, e non un mese del nostro calendario. Il problema però in questo caso è che non c’è indizio, né possibile accenno nelle fonti letterarie, che diano modo di individuare una città portuale con un tale nome. Il che appare strano, se esso era così famoso da diventare proverbiale.

L’unica ipotesi formulabile appare a questo punto che il passo sia errato; cosa plausibile, considerate le lamentele espresse a volte «ai lettori» dai curatori delle opere del Galateo per le «grandissime difficoltà» incontrate nella traduzione «per la scorrezione dei testi13».

Partendo pertanto dal presupposto che il Galateo (o qualche copista) ne abbia riportato in maniera imprecisa il nome, occorre cercare la città portuale, a quel tempo rinomata, la cui denominazione abbia maggiore assonanza con Iunii. Essendo le località di tal genere in numero limitato, la ricerca riconduce inequivocabilmente al portus Lunae che, tenendosi alla sinistra dell’allora ampia foce del fiume Magra, si affacciava ad est dell’attuale golfo di La Spezia, e che, in antichità aveva goduto di buona fama meritando pure le attenzioni del grande Ennio14 che invitava a visitarlo, perché ne valeva la pena («Lunai portus, est operae. cognoscite, cives»).

Naturale come quello brindisino, il porto di Luna fu probabilmente motivo di contesa tra gli Etruschi ed i Liguri, prima di giustificare le mire dei romani che, con questo scalo, ritennero di poter controllare le rotte dell’alto Tirreno.

La deduzione nel 177 a.C. d’una colonia di diritto romano (civium romanorum) nella città di Luna fu perciò un passo del tutto conseguente (figura n. 3). Tuttavia, il successivo declino della potenza cartaginese creò una situazione di diffusa tranquillità nella zona, che finì per limitare l’importanza della base militare lunense. Solo in periodo augusteo il porto riacquisì rinomanza, quando fu potenziato e trasformato a scalo commerciale per sfruttare appieno le potenzialità delle vicine cave di marmo il cui candore affascinava Roma e tutte le città italiane. Ed è proprio di questo periodo la descrizione più particolareggiata che le fonti letterarie ci hanno conservato.

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Strabone15 ci informa infatti che la città di Luna non è grande mentre il porto è parecchio grande e assai bello, comprendendo più rade, tutte profonde («ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὑτῷ περιέχων πλείους λιμένας ἀγχιβαθεῖς πάντας»), circondate da alte montagne dove ci sono cave di marmo bianco («μέταλλα δὲ λίθου λευκοῦ») utilizzato per gli edifici più insigni costruiti a Roma e nelle altre città.

Durante la stesura del De situ Iapygiae, il porto di Luna era però da secoli scomparso: il graduale interrimento, causato dai frammenti depositati dal Magra, l’avevano infatti reso paludoso e malarico, sino a costringere i suoi abitanti ad abbandonarlo per spostarsi nell’entroterra. Così non c’è da stupirsi troppo se, tra una copia e l’altra del passo implicato, la del tutto sconosciuta Lunae possa essere stata sostituita da Iunii, magari proprio perché termine ritenuto più in armonia con Iulii, anch’esso non più riconosciuto come scalo portuale.

Comunque siano andate le cose, la stesura originale del proverbio doveva essere la seguente: «tres esse in orbe portus: Lunae, Iulii et Brundusii» stabilendo in definitiva che i porti di Luna, di Giulio e di Brindisi erano gli unici al mondo degni d’essere considerati tali.

Questo almeno nella forma; nella sostanza il messaggio che si voleva veicolare era però forse ben altro.

La citazione del prezioso marmo bianco lunense riportata da Strabone fa infatti venire alla mente il noto passo in cui Svetonio16 riferisce che Augusto si vantava senza sottintesi di lasciare di marmo la città di Roma che aveva ricevuto di mattoni («marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset»), facendoci così comprendere che la riorganizzazione del porto di Luna, e la conseguente notevole attività commerciale che vi era confluita, rientrava a pieno titolo nelle politiche economiche di ampio respiro che il princeps andava attuando. Lo stesso può dirsi a maggior ragione per il porto Giulio, creato praticamente dal nulla e che, come già riportato, Agrippa gli aveva persino intitolato perché ne rimanesse perenne memoria. Queste due imponenti iniziative rientravano pertanto, a dirla come il già citato verso di Virgilio, tra le «operumque laborem», vale a dire tra le opere esemplari che Augusto aveva compiuto per creare consenso. Il che fa sorgere il fondato sospetto che il proverbio facesse parte della minuziosa propaganda avviata da Mecenate, una specie di ministro della cultura e dell’informazione del governo augusteo, e che sia stato pertanto coniato ad arte per valorizzare i progetti portuali avviati in quel periodo.

In questa ottica anche la presenza nell’adagio del porto di Brindisi assume un significato diverso e ben più caratterizzante della sua del tutto ovvia notorietà.

Occorre infatti ricordare che il portus Brundusii rappresentava soprattutto una mirabile dimostrazione di opera compiuta dalla natura, come emerge ad esempio nei passi di Strabone17, quando lo qualifica porto spontaneo di grande pregio («εὐλίμενον»), oppure di Lucano18, quando lo descrive dotato di tutte quelle caratteristiche genuine che lo rendono approdo talmente sicuro che le imbarcazioni possono essere assicurate anche con una semplice tremula fune («ut tremulo starent contentae fune carinae»).

Nel proverbio il porto brindisino pare quindi piuttosto utilizzato come modello con cui confrontare i porti realizzati per mano dell’uomo.

A questo punto sembra evidente che, se nella forma il testo del proverbio stabiliva una semplice elencazione di porti importanti, nella sostanza intendeva far percepire che le attività promosse da Augusto sugli approdi portuali erano equiparabili alle migliori opere create dalla natura. In pratica, gli interventi compiuti per fare di Luna lo scalo commerciale che consentiva di sostituire nelle città al mattone il marmo e quelli eseguiti per realizzare dal nulla un bacino artificiale di sicuro ricovero, come avvenuto con il porto Giulio, erano paragonati all’approdo brindisino, ritenuto per l’appunto il portus per eccellenza.

Nella realtà, quindi, un riconoscimento di gran lunga superiore al banale accostamento alle «Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio» celebrato con convinta immaginazione dai cronisti brindisini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Tucidide (V secolo a.C. – IV secolo a.C.), La guerra del Peloponneso, I 21, 1.

2 Erodoto era nato ad Alicarnasso ma, avendo partecipato alla fondazione della colonia panellenica di Thurii, ne acquisì la cittadinanza.

3 Erodoto (V secolo a.C.), Storie, IV 99, 5.

4 G. Uggeri, La terminologia portuale e la documentazione dell’itinerarium Antonini, in Studi Italiani di Filologia Classica, N.S. XL, 1-2, pp. 225-254, Felice Le Monnier, Firenze, 1968, p. 241.

5 G. Antonini, La Lucania, Forni Editore, Sala Bolognese, 1984, ristampa dell’edizione Tomberli, 1794, p. 188.

6 Galateo, De Situ Iapygiae, per Petrum Pernam, Basileae, 1558, p. 63.

7 G.M. moricino, Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi, manoscritto ms_D12, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo”, Brindisi, 14v.

8 A. della monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, p. 30.

9 Svetonio (I secolo a.C.), Vita dei Cesari – Augusto, II 16, 1.

10 Tindilo: satira brindisina, Cesare Augusto imperatore, Brindisi, 2016.

11 Svetonio, cit., II 16, 2.

12 Virgilio (I secolo a.C.), Georgiche, II 154-163.

13 La Iapigia e varii opuscoli di Antonio de Ferrariis detto il Galateo, (collana diretta da Salvatore Grande), Tipografia Garibaldi, Lecce 1867, vol. I, p. I.

14 Ennio (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Annali I, in persio (I secolo d.C.), Satire VI 9.

15 Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, V 2, 5.

16 Svetonio, cit., II 28,5.

17 Strabone, cit., VI 3, 6.

18 Lucano (I secolo d.C.), Farsaglia, II 608-621.

Il marchese di Oria Bonifacio tra i seguaci di Pietro Valdo

Giovedì 15 dicembre 2016. Ore 19.00

Hotel Palazzo Virgilio – Brindisi

XLVIII Colloquio di studi e ricerca storica

Dal conflitto alla comunione.

Note sul quinto centenario dell’inizio della Riforma

                                                              

«Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide»

                                                                  Giovanni XXIII

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Come Madre di Dio è elevata sopra tutti gli uomini, eppure rimane sì semplice e modesta che a questo riguardo non potrebbe tenere sotto di sé una piccola ancella. O poveri noi uomini, che quando abbiamo qualche bene, potere od onore, anzi se soltanto siamo un po’ più belli degli altri, non possiamo stare a fianco di uno minore di noi e le nostre pretese divengono smisurate, che cosa faremmo se ricevessimo dei beni tanto grandi e sublimi?“ Martín Lutero

Il dibattito sulla riforma coinvolse pienamente il mezzogiorno d’Italia anche sull’eco delle tesi di Juan de Valdés (1505 1541); la sua casa alla Chiaia divenne un circolo letterario e religioso, e le sue conversazioni e le sue opere, che circolarono manoscritte, stimolarono il desiderio di una riforma spirituale della Chiesa. Tra i frequentatori della sua casa si ricordano, fra i tanti, l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio di Capua, Galeazzo Caracciolo, Caterina Cybo, il vicario generale dell’ordine dei cappuccini Bernardino Ochino, il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo, Bartolomeo Spadafora, il vescovo di Cheronissa Giovanni Francesco Verdura, Pietro Martire Vermigli. Secondo la testimonianza resa il 7 marzo 1564 da Francesco Alois, condannato come luterano, fra i simpatizzanti di Juan Valdés bisogna includere anche Nicola Maria Caracciolo (1512-1568), vescovo di Catania, che nel testo del suo sinodo diocesano, scritto in lingua volgare, dimostra una spiritualità vicina agli “alumbrados”. Dalle armi della critica non di rado si passò alla critica delle armi, con uso della forza;   nota è, ricorrendo l’anno 1561, la persecuzione dei valdesi in Calabria, lì insediati da  circa duecentocinquant’anni. Si trattò di provvedimenti che miravano allo sradicamento culturale di queste comunità cui s’imposero matrimoni misti con cattolici e la proibizione dell’uso della lingua occitana. I seguaci di Pietro Valdo (1140-1206), erano giunti in Calabria circa il 1315 per sfuggire alle persecuzioni di cui erano fatti oggetto nelle valli piemontesi e nella Francia Meridionale. La situazione mutò quando si pose  in Europa la questione protestante e vi fu il timore di una deriva calvinista della comunità. Nel Salento è nota la vicenda del marchese di Oria Giovanni Bernardino Bonifacio (1517-1597), in gioventù tra i frequentatori della casa napoletana di Giovanni Maria Bernardo, che formavano un circolo valdesiano di letterati e colti gentiluomini. È ignota la data della sua partenza da Oria: nell’ottobre 1556 si trovava ancora nei suoi feudi, ma già pensava di stabilirsi definitivamente a Venezia. Soggiornò effettivamente sulla laguna, ma nell’estate del ’57 raggiunse Basilea insieme con due schiave berbere che lo servivano, due ex monaci, l’uno nativo di Oria, l’altro di Sicilia o di Puglia, e un francese che viaggiava anch’egli al suo seguito; il 15 agosto interveniva a un banchetto offerto dall’università di Basilea. Era l’inizio di un peregrinare attraverso l’Europa che l’avrebbe infine fatto approdare a Danzica ove terminò i suoi giorni. Il 1591, donò al Senato di Danzica la sua biblioteca, comprendente 1.043 opere in 1.161volumi, ricevendone in cambio un vitalizio di un fiorino d’oro mensile e un’abitazione nell’antico monastero francescano. La biblioteca, che rifletteva gli interessi religiosi e umanistici del marchese di Oria, fu aperta ufficialmente al pubblico il 1596.

 

 

Indirizzi di saluto

Corrado Nicola De Bernart

Presidente Rotary Club Brindisi Appia Antica

 

 

Interventi

Dario Stomati

Rotary Club Brindisi Appia Antica

 

Pastore Bruno Gabrielli

Chiesa Evangelica Valdese

 

Alfredo Di Napoli ofm cap

Storico della Chiesa

 

Giacomo Carito

Società di Storia Patria per la Puglia

 

 

Organizzazione:

Rotary Club Brindisi Appia Antica

Tra psicologia e storia: incontro con il prof. Manfred Welti

Il marchese Bonifacio
Il marchese Bonifacio

di Nicola Morrone

 

Tra le figure più affascinanti e controverse del ‘500 salentino vi è certamente quella di Giovanni Bernardino Bonifacio, marchese d’Oria (1517-1597) noto agli studiosi nel suo duplice aspetto di fine umanista e di precoce aderente alla confessione protestante augustana.

La sua vita fu per molti versi singolare: proprietario del feudo di Oria, e signore di Francavilla e Casalnuovo/Manduria, dopo la sua giovanile conversione al protestantesimo, che lo rese inviso all’Inquisizione, fu costretto ad abbandonare le residenze salentine (i castelli di Oria e Francavilla) e iniziò a vagare in esilio per l’Europa, alla ricerca di un luogo in cui poter professare liberamente la sua fede. Morì a Danzica, città alla quale donò la sua collezione di preziosi volumi a stampa, che egli era solito portare con sè nei continui spostamenti.

I testi di proprietà del marchese (che trattavano gli argomenti più vari e in cui non mancavano classici latini e greci) costituirono, di fatto, il primo nucleo librario della nascente Biblioteca Civica di Danzica, di cui l’esule oritano può considerarsi a pieno titolo il fondatore.

Tra i principali conoscitori della vita e del pensiero di Giovanni Bernardino Bonifacio vi è lo storico ed archivista svizzero Manfred Edwin Welti (1936), grande studioso del protestantesimo .Egli ha dedicato molti anni allo studio delle vicende dell’esule religionis causa, focalizzando la sua attenzione, in ultimo, perfino sulla psicologia e sulla vita privata del marchese, allo scopo di definirne meglio la non comune personalità. Lo storico svizzero si è avvalso, in questo senso, soprattutto dello studio dei componimenti poetici, delle lettere e delle note marginali che il Bonifacio soleva apporre ai volumi letti (diverse centinaia), dall’analisi delle quali emergono i dati principali relativi alle sue convinzioni in materia di morale e di fede.

Ne risulta una personalità complessa e ricca di sfumature, in continua evoluzione, orientata, come sottolineano gli studiosi, in direzione di un protestantesimo di marca melantoniana, con forti accenti moralistici.

Al fine di approfondire la nostra conoscenza di questo personaggio per più versi eccezionale (purtroppo sconosciuto al vasto pubblico) abbiamo contattato personalmente il Prof.Welti, con il quale abbiamo anche discusso del metodo utilizzato nelle sue ultime ricerche, fondato sull’approccio cosiddetto psicostorico.

In relazione alle vicende ed al pensiero di Giovanni Bernardino Bonifacio, Welti ha sostanzialmente richiamato le osservazioni fatte nei principali volumi da lui dedicati all’esule, vale a dire “G.B.Bonifacio, Marchese d’Oria, im Exil, 1557-1597”(Ginevra 1976); ”Dall’Umanesimo alla Riforma. G.B.Bonifacio, Marchese d’Oria, 1517-1557 (Brindisi 1986); “Un addio a G.B.Bonifacio Marchese d’Oria ,1517-1597 (Basilea 2011).

A questi contributi, oltre che alla vasta bibliografia sull’esule oritano, rimandiamo il lettore che volesse approfondire l’interessante argomento. Rispetto invece al metodo di indagine utilizzato, Welti ha sottolineato che esso risulta incentrato appunto sulla prospettiva psicostorica.

Dall'Umanesimo alla Riforma

La psicostoria costituisce un indirizzo storiografico che, per definizione, tende ad “integrare nell’indagine storica gli approcci metodologici propri delle discipline psicologiche” (cfr. PBM Storia, ad vocem). Si tratta di una prospettiva innovativa di ricerca storica, non di rado osteggiata dagli ambienti accademici, ma che possiede comunque una sua dignità scientifica. Essa si fonda appunto sull’ interpretazione dei dati documentari e filologici alla luce delle nozioni fondamentali della psicologia.

Attraverso il metodo psicostorico si sono indagate personalità eminenti quale , ad es., quella di Martin Lutero (Cfr.E.Rivari, La mente e il carattere di Lutero, 1914), nonchè aspetti fondamentali della mentalità, delle istituzioni e del costume degli uomini dei secoli passati.

Rispetto all’approccio psicologico, con cui Welti ha indagato anche le vicende dell’esule Bonifacio, lo storico svizzero sottolinea che esso deve fondarsi comunque sempre su una solida base filologico-documentaria , al fine di evitare di ricadere nel romanzo storico, con i suoi inevitabili caratteri di finzione letteraria. Anche se lo scopo della ricerca storica resta quello di giungere ad una ricostruzione verosimile della realtà dei fatti, fondata sui documenti, un utile contributo può comunque venire , come già detto, anche dalle discipline psicologiche, che possono rivelare aspetti delle personalità e dei popoli del passato spesso non sufficientemente illuminati dalla tradizionale documentazione d’archivio.

Il ricercatore che si avvale del metodo psicostorico non esita ad indagare anche gli aspetti più reconditi delle figure del passato, come, ad esempio, la vita sessuale ed i rapporti familiari e sentimentali, allo scopo di fornire un quadro più esaustivo delle personalità studiate.

Il prof.Welti ha già prodotto una serie significativa di pubblicazioni sull’argomento, che, redatte in tedesco, attendono solo di essere tradotte in lingua italiana e diffuse presso il grande pubblico. E se è vero che un romanzo come Anna Karenina può fornire una serie di indicazioni più che attendibili sulla società russa dell’Ottocento, al pari di ogni ricerca storica puntuale condotta sull’argomento, è prevedibile che gli studi psicostorici avranno ancora lunga vita.

Nuovi documenti sul rapporto tra Giovanni Bernardino Bonifacio e l’Università di Casalnuovo

IL MARCHESE E LA CITTA’

 Nuovi documenti sul rapporto tra Giovanni Bernardino Bonifacio e l’Università di Casalnuovo

di Nicola Morrone

Nello scorso mese di luglio ci siamo recati presso l’Archivio di Stato di Napoli, allo scopo di reperire nuove fonti documentarie relative alla storia di Manduria. Oltre ad una serie di sondaggi in alcuni fondi archivistici già noti agli studiosi di storia locale, abbiamo effettuato una ricognizione in alcuni faldoni che costituiscono il cosiddetto “Archivio imperiali”.

Preliminarmente al nostro sondaggio archivistico, necessariamente selettivo, abbiamo consultato i regesti dell’Archivio Imperiali, compilati dalla dott.ssa V. Minniti e cortesemente messi a nostra disposizione dal personale della Biblioteca civica di Francavilla Fontana. Lo spulcio dell’ingente materiale documentario, al di là delle carte più direttamente collegate alla famiglia genovese, non ha mancato di riservare alcune sorprese.

Nel fascio n. 98 del fondo “Giunta degli Allodiali, I serie” è infatti collocato un documento di estremo interesse, utilissimo a chi voglia ricostruire su basi più certe la storia della nostra comunità, e che trova tra l’altro termini di confronto in una serie di documenti consimili, redatti nello stesso periodo.

Il documento in questione è un fascicoletto cartaceo, manoscritto, costituito di 9 fogli numerati, compilati sul “recto” e sul “verso” (per un totale di 17 facciate di testo) e di varie altre carte bianche. In queste pagine sono contenuti i “capitoli”(o grazie, o privilegi) concessi negli anni 1538-1540 alla città di Casalnuovo dal Marchese d’Oria Giovanni Bernardino Bonifacio (1517-1597). Il documento da noi consultato non costituisce l’originale, ma una copia tarda, estratta in un’epoca imprecisata dal XXXII quinternione della Regia Camera della Sommaria e  autenticata dal notaio casalnovetano Giovanni Tommaso Pasanisi nel 1634. I capitoli originali, redatti su carta pergamena, muniti di sottoscrizione del feudatario e provvisti di sigillo pendente, sono probabilmente andati perduti.

morrone

Il documento, finora ignoto agli studiosi [cfr. M.Welti, Dall’Umanesimo alla Riforma.Giovanni Bernardino Bonifacio Marchese d’Oria (Brindisi 1986), p.27] è tanto più importante, in quanto getta una luce significativa sui rapporti intercorrenti, di diritto e di fatto, tra i principali attori politici del tempo: la Corona reale, il feudatario, il Comune (o “universitas”). Nel 1538 Giovanni Bernardino Bonifacio aveva concesso vantaggiosi capitoli alla città di Oria [cfr.M.Welti, ibidem, p.26], e nello stesso periodo anche Francavilla Fontana era stata beneficiata degli stessi provvedimenti [Cfr.P.Palumbo, Storia di Francavilla Fontana (Lecce 1870), pp.437-447].

Siamo ora in grado di dimostrare concretamente, dopo la nostra scoperta nell’Archivio di Stato di Napoli, che anche Casalnuovo ottenne importanti privilegi dal Marchese d’Oria, peraltro nello stesso torno di tempo (1538-40). I capitoli concessi alla nostra città furono redatti parte in latino e parte in volgare. Le parti in latino, se si eccettuano alcune importanti  indicazioni di carattere storico e cronologico, sono comunque piuttosto ripetitive, impostate sulle formule tipiche degli atti ufficiali redatti nel sec.XVI. Decisamente più interessanti sono le parti redatte in volgare, che costituiscono, nella sostanza, il corpo delle 20 “grazie” richieste (ed ottenute) dall’Università di Casalnuovo.

Come è ricordato nello stesso documento, la comunità di Casalnuovo, al pari di tante altre di Terra d’Otranto, godeva fin dal tempo di Re Ferdinando I d’Aragona di particolari privilegi, che il Re aveva concesso tra la fine del 1463 e i primi del 1464 [Cfr. G. Papuli, Documenti editi ed inediti sui rapporti tra le Università di Puglia e Ferdinando I….(Galatina 1971), pp.375 e segg.]. Dai tempi di Re Ferrante erano comunque passati molti anni e la comunità, more solito, decise di farsi confermare i privilegi fino ad allora posseduti, ed impetrò le grazie al feudatario, che, da parte sua, gliele concesse.

Alcuni studiosi hanno giudicato la concessione dei capitoli alle “universitates” di Oria, Francavilla e Casalnuovo un atto di debolezza politica del nuovo feudatario: non sempre, infatti, i capitoli erano concessi con facilità. In ogni caso, in quell’occasione le comunità la spuntarono e il documento che di seguito esamineremo ne costituisce la prova.

Come già detto, i privilegi concessi alla comunità casalnovetana, che allora contava 700 fuochi, cioè circa tremila abitanti [Cfr. G. Jacovelli, Manduria nel ‘500 (Galatina 1974), p. 22] sono 20 e sono scrupolosamente elencati ai ff. 2-6 del fascicolo, con un richiamo numerico sul margine sinistro del foglio, che ne favorisce l’identificazione. Si tratta di provvedimenti che riguardano vari aspetti della vita cittadina (amministrativi, economici, giuridici): ne forniamo brevemente l’elenco, con una sintesi del contenuto, lasciando ad altri il compito di esaminarli nello specifico, e di confrontarli con quelli concessi da Giovanni Bernardino Bonifacio alle città di Oria e Francavilla Fontana.

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CAPITOLI CONCESSI DAL MARCHESE D’ORIA ALL’UNIVERSITA’ DI CASALNUOVO (1538-40)

Capitolo 1: Si chiede al feudatario che i cittadini di Casalnuovo vengano giudicati, sia per le cause civili che per quelle penali, esclusivamente entro la loro città, e da ufficiali in essa presenti.

Cap.2: Si chiede che i delinquenti di Casalnuovo e qualsiasi individuo ristretto nel carcere cittadino, non possa essere trasferito in altro carcere fuori dalla città.

Cap.3: Si chiede che il capitano (cioè il rappresentante del feudatario) sia sostituito ogni anno, come prevede la prammatica del Regno di Napoli.

Cap.4: Si chiede che il Marchese d’Oria provveda la comunità di persona idonea ed atta all’esercizio della amministrazione della giustizia, e che eserciti l’ufficio personalmente e non attraverso sostituti, e che, in caso la giustizia sia amministrata da un sostituto, la comunità non debba pagargli lo stipendio.

Cap.5: Si chiede che l’università resti, secondo l’antica consuetudine, nel possesso dei proventi delle pene pecuniarie rivenienti da tutte le condanne impartite dai tribunali cittadini, con la facoltà di deputare due o tre cittadini, che intervengano allo scopo di evitare che si commettano frodi sui proventi a danno dell’Università.

Cap.6: Si chiede che i cittadini di Casalnuovo non siano costretti ad alloggiare nelle loro case gli ufficiali del Marchese, ne’ a consegnare loro panni, letti e qualsivoglia altra masserizia, ne’ gratuitamente, ne’ a pagamento, ma che, all’opposto, i cittadini abbiano facoltà di decidere se ospitarli o meno.

Cap.7: Si chiede che l’erario cittadino debba dar conto al Marchese esclusivamente delle entrate feudali e baronali.

Cap.8: Si chiede che, come è antica consuetudine, la decima dello zafferano si debba pesare in frutto, e non in fiore, e che le stesse piante possano entrare nella città attraverso tutte le porte, e non solo dalla porta grande.

Cap.9: Si chiede che i cittadini di Casalnuovo possano vendere liberamente frutti, frumenti, vini, olii, legumi senza licenza del Marchese o del suo ufficiale, e che non siano obbligati ad attendere che prima vengano venduti i generi alimentari di proprietà della corte baronale, come anche a vendere nelle loro botteghe gli stessi, ne’ a pagare la decima delle cipolle.

Cap.10: Si chiede che il castellano di Casalnuovo, che alloggia nel castello con la sua famiglia e che, oltre ad affittare il castello a persone di sua conoscenza, pretende di essere esente dal pagamento dei dazi, debba all’opposto, come è vecchia consuetudine, pagare anch’egli dazi e gabelle, poichè è anch’egli un cittadino come tutti gli altri.

Cap.11: Si chiede che ogni cittadino di Casalnuovo porti il peso del pagamento da effettuare presso la Regia Corte, per impedire che i poveri sopportino il peso fiscale di coloro che, per essere esenti dal pagamento delle tasse, presentano al Marchese lettere di raccomandazione.

Cap.12: Si chiede che il Marchese non si intrometta nei fatti relativi al governo dell’Università, nè nelle cause che sono di competenza di quest’ultima.

Cap.13: Si chiede, come è antica consuetudine, di poter creare liberamente il sindaco, gli auditori, gli ordinati e i camerlenghi, e gli altri ufficiali del governo cittadino, sulla base del consenso popolare, evitando altre modalità di elezione, per impedire che vengano elette persone non idonee, o che uno stesso cittadino si ritrovi più volte eletto.

Cap.14: Si chiede che il Marchese permetta che il sindaco, e gli ufficiali di Casalnuovo possano conservare i libri e le scritture redatte in passato dagli ufficiali dell’università, come è antica consuetudine, e che nè il Marchese nè i suoi ufficiali possano sottrarle, e che, infine, le medesime restino depositate esclusivamente presso gli ufficiali cittadini.

Cap.15: Si chiede che, come è antica consuetudine, la decima del mosto si paghi davanti alla porta della città, quando il vino viene introdotto in essa, e non quando lo stesso si trova già nel palmento.

Cap.16: Si chiede che il Marchese non ordini a nessun cittadino, nè a pagamento, nè gratuitamente, di effettuare prestazioni di lavoro personale, nè attraverso il proprio bestiame, se non a coloro che di diritto possono essere comandati dal Marchese ad effettuarle.

Cap.17: Si chiede che i capitani, e gli ufficiali del Marchese, nell’ingresso del loro ufficio in Casalnuovo giurino di osservare i privilegi e le consuetudini della città.

Cap.18: Si chiede che il Marchese ratifichi tutti i privilegi, le grazie, le consuetudini, i costumi che sono stati concessi alla città da re Ferdinando I d’Aragona. Si chiede che lo stesso li confermi, e non li  impedisca, ne’ contraddica in alcun momento, ne’ direttamente, ne’ indirettamente.

Cap.19: Si chiede che, come è antica consuetudine, si possa proibire la vendita del vino al taverniere della corte baronale, prima che i cittadini di Casalnuovo non abbiano venduto tutto il loro.

Cap.20: Si chiede che, come è antica consuetudine, l’università possa eleggere ogni anno un cittadino con l’incarico di mastro d’atti.

Il Marchese d’Oria Giovanni Bernardino Bonifacio, dopo aver accordato il suo “placet” a tutte le richieste dei casalnovetani, promette solennemente, giurando con la mano posta sul Vangelo, di osservare, e di fare osservare dai propri eredi, e successori, e dai suoi ufficiali e ministri, tutto ciò che è contenuto nei capitoli, sottoscritti ad Oria, e che il Marchese spedisce poi a Napoli per ottenere il “regio assenso”, cioè la ratifica dei capitoli stessi da parte del Re. Infine, il Marchese stabilisce in mille ducati la pena pecuniaria da somministrare a quegli ufficiali che non osserveranno, ne’ faranno osservare i provvedimenti contenuti nei capitoli.

Con la sottoscrizione del Marchese, del suo segretario Antonio Vinciguerra e di un auditore si conclude il lungo documento, ricopiato da mano anonima in un’epoca imprecisata, e da noi recentemente riportato alla luce. Come già detto, esso costituisce uno dei pochi testi sulla base dei quali lo studioso può tentare di ricostruire alcuni aspetti del funzionamento dell’università (o comune) di Casalnuovo nel sec. XVI, e della sua modalità di relazionarsi con la Corona e il feudatario.

Si auspica che, in futuro, anche con l’apertura alla consultazione degli archivi privati, possano essere prodotte altre testimonianze documentarie sulla vita di questa importante istituzione, che, in fondo, ha rappresentato e rappresenta tutti noi.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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