I fichi secchi dei botanici greci e latini

Ficus si capisce, ma carica?

 

di Armando Polito

La tassonomia, si sa, è scienza relativamente recente e unanimemente ne è considerato il padre Linneo, naturalista svedese del XVIII secolo, inventore del metodo binomiale, basato cioè sull’attribuzione ad ogni pianta di un nome formato da due componenti, il primo riferentesi  al genere di appartenenza (comune alle specie che presentino alcune caratteristiche principali), il secondo alla specie. Era il superamento del sistema precedente, invalso fin dai tempi dei botanici greci e latini, basato su una descrizione più o meno dettagliata di ogni pianta (con una rozza applicazione del metodo comparativo in espressioni del tipo con le foglie simili a quelle della…) ma improntata, tutto sommato, a criteri arbitrari, vale a dire personali (il che rendeva operazione difficoltosa, anche per gli addetti ai lavori, la comparazione e il controllo). Anche se era fatale che alcune nuove denominazioni si sostituissero, aggiungessero o affiancassero a quelle di Linneo, non è un caso che il terzo componente più frequente in ogni nome scientifico è ancora oggi proprio l’abbreviazione del suo nome.

È il caso di un’essenza particolarmente diffusa nel mondo mediterraneo e che fino alla metà del secolo scorso ebbe una rilevante importanza economica nel nostro territorio: il fico.

Ficus carica L. è il suo nome scientifico e, tralasciando il primo componente già oggetto di ampia trattazione in più di un post su questo sito, soffermerò la mia attenzione su carica. La voce in latino ha il significato letterale di fico secco della Caria e quello traslato di fico secco in genere.

Plinio

Per il primo significato ecco la testimonianza di Plinio (I° secolo d. C.): “La Siria oltre a questo ha altri alberi peculiari. Nel genere delle noci sono conosciuti i pistacchi. Si dice che giovino contro i morsi dei serpenti come cibo e bevanda, Poi nel genere dei fichi quelli di Caria e altri dello stesso genere più piccoli che chiamano cottani1”; “Appartengono a questo genere [i fichi], come dicemmo, i cottani,  quelli di Caria e quelli di Cauno che furono di presagio a Marco Crasso mentre si apprestava ad imbarcarsi per la campagna contro i Parti quando un venditore pronunziò il loro nome2. Lucio Vitellio, che poi fu censore, li introdusse nel suo podere di Alba dalla Siria, quando era ambasciatore in quella provincia, negli ultimi anni dell’impero di Tiberio3”; “I datteri piacciono per la carnosità, quelli di Tebe per il guscio, le uve e certi datteri per il succo, pere e mele per la callosità, le more per la polpa, i noccioli per la cartilagine, certe in Egitto per i chicchi, i fichi di caria per la pelle. Questa viene tolta ai fichi verdi come scorza e invece è massimamente gradita nei secchi4”.

 

Ovidio

La voce compare pure in Ovidio (I° secolo a. C.): “Dissi: -Che pretendono per loro il dattero e il rugoso fico di Caria?-5; “Qui c’è la noce, qui c’è il fico di Caria misto ai rugosi datteri6”. La scarsa considerazione per il fico di Caria manifestato da Ovidio nel primo dei due brani appena citati viene ribadita per i cottani da Giovenale (I°-II° secolo d. C.): ”Io non dovrei evitare la porpora di costoro? Che prima di me firmi un documento e si riposi disteso sul letto migliore uno venuto a Roma spinto dallo stesso vento che porta prugne e cottani?7”. E il contemporaneo Marziale lo ribadisce a più riprese: “Nulla mi hai fatto avere in cambio del mio piccolo dono, e già son trascorsi cinque giorni dei Saturnali. Dunque, neppure pochi grammi di argento settiziano8, né la tovaglia inviatati dal cliente lamentoso? Neppure un piatto che rosseggia del sangue di tonno di Antipoli9? Neppure uno che contenga piccoli cottani?10”; “Mi hai mandato, o Umbro, tutti i regali che ti hanno portato in cinque giorni per i Saturnali: dodici tavolette a tre fogli per scrivere e sette stuzzicadenti; a questi si aggiunsero come compagni una spugna, un tovagliolo, un bicchiere e mezzo moggio di fave con un cesto di olive del Piceno e un nero vaso di mosto cotto di Laletania11; e vennero piccoli cottano con biondeggianti prugne e un vaso pieno pieno di fichi della Libia. Credo che questi doni a me recapitati da otto imponenti (facchini) di Siria a stento valgano tutti trenta nummi. Con quanto minore sforzo un tuo garzone avrebbe potuto recapitarmi cinque once d’argento!12”; “Questi cottani che ti giunsero riposti a forma di ritorta colonnetta sarebbero stati fichi se fossero stati più grandi13”.

Lucio Anneo Seneca

Eppure, che tavolette da scrivere e cottani fossero tra i regali consueti in occasione di importanti festività è chiaro dalle parole di Seneca (I° secolo d. C.) : “Dal pranzo nulla potè esser tolto. Fu preparato in non più di un’ora, in nessun caso senza fichi di Caria, in nessun caso senza tavolette per scrivere. QuellI [i fichi] se ho il pane fungono da companatico, altrimenti, invece del pane, ogni giorno mi rinnovano il nuovo anno, che io rendo fausto e felice con i buoni pensieri e con la grandezza d’animo14”.

Lascio per ultima la testimonianza di Petronio (I° secolo d. C.) per la sua attualità estrema che da una parte, secondo me troppo sbrigativamente, può essere valutata come la solita laudatio temporis acti (nostalgia del tempo che fu) oppure, peggio, dall’altra  (non certo da quella dei poveracci e degli onesti…) come qualunquistica: “E così in quel tempo  approvvigionarsi era come raccogliere cicorie selvatiche. Se tu compravi un asse di pane non avresti potuto consumarlo interamente neppure con un altro. Ora ti tocca un panino che è più piccolo dell’occhio di un bue. Poveri noi, ogni giorno peggio! Questo paese cresce in senso contrario, come la coda di un vitello. Ma perché abbiamo un edile che non vale tre fichi di Cauno, il quale darebbe la nostra vita in cambio di un asse? E così se la gode a casa sua e in un giorno guadagna più nummi di quanto riesca a guadagnarne un altro in tutta una vita15. So benissimo donde ha arraffato mille monete d’oro. Ma se noi avessimo i coglioni16 non se la godrebbe così. Il fatto è che il popolo in casa è un leone, fuori una volpe17”.

Non sono un giocattolo a molla e nemmeno un cavalleggero, ma la carica si è esaurita…

_______

1Traduco così il còttana del testo originale (Naturalis historia, XIII, 10: Syria praeter hanc peculiares habet arbores. In nucum generepistacis nota. Prodesse adversus serpentium traduntur morsus, et potu et cibo. In ficorum autem caricas et minores eius generis, quae cottana vocant).  La variante còctana potrebbe facilmente indurre a supporre che il nome sia forma aggettivale neutro plurale dalla radice (coct-) del supino (coctum) del  verbo còquere, con riferimento al fatto che si trattava di una varietà particolarmente adatta all’essiccazione se non, addirittura, alla successiva cottura nel forno; nulla di tutto questo perché in latino nel suffisso aggettivale –ànus/-àna/-ànum la a è sempre lunga, per cui avremmo dovuto avere cottàna e non còttana come nel nostro caso. In realtà la voce pliniana è trascrizione del plurale del greco kòttanon (in cui la a è breve, per cui in latino l’accento risulta sulla sillaba precedente) attestato in Ateneo di Naucrati (autore del II°-III° secolo d. C., ma la sua opera contiene citazioni di poeti perduti di molto più antichi), Deipnosofisti, IX, 34 (385°): “Dicendo un altro che era un piatto gradevolissimo anche la gallina in salsa di olio e aceto, Ulpiano che ha sempre da dire la sua, il solo che se ne stava disteso mangiando poco e tenendo d’occhio quelli che parlavano, disse: -Che è mai la salsa di olio e aceto se voi non nominerete i cottani e il lepidio, cibi caratteristici della mia patria?-“.

2 Ne aveva parlato Cicerone (I° secolo a. C.), De divinatione, II, 40: Cum M. Crassus exercitum Brundisii imponeret, quidam in portu caricas Cauno advectas vendens, -Cauneas- clamitabat. Dicamus, si placet, monitum ab eo Crassum caveret ne iret: non fuisse periturum si omini paruisset (Mentre Crasso imbarcava a brindisi l’esercito, un tale che vendeva nel porto fichi importati da Cauno [città della Caria] andava gridando: -Fichi di Cauno!-. Diciamolo pure, se vogliamo: ammonito da questo fatto, Crasso si sarebbe dovuto ben guardare dal partire; non sarebbe morto se avesse dato retta al presagio). La predizione nefasta coinvolgerebbe i fichi di Cauno solo marginalmente perché sarebbe tutta imperniata su un gioco di parole in base al quale il Cauneas! gridato dal venditore non sarebbe altro che la contrazione della locuzione cave ne eas!=guardati bene dal partire!

Op. cit., XV, 21: Ex hoc genere sunt, ut diximus, cottana et caricae quaeque conscendendi navem adversus Parthos omen fecere M. Crasso venales praedicantes voce, Cauneae. Omnia haec in Albense rus e Syria intulit L. Vitellius, qui postea censor fuit, cum legatus in ea provincia esset, novissimis T. Caesaris temporibus.

4 Op. cit., XV, 34: Carne palmae placent, crusta Thebaicae, suco uvae et caryotae, callo pira ac mala, corpore mora, cartilagine nuclei, grano quaedam in Aegypto,  cute caricae. Detrahitur haec ficis virentibus ut putamen, eademque in siccis maxime placet.

5 Fasti, I, 185: -Quid volt palma sibi rugosaque carica?- dixi.

6 Metamorfosi, VIII, 674: Hic nux, hic mixta est rugosis carica palmis.

7 Satire, III, 77-79: Horum ego non fugiam conchylia? Me prior ille/ signabit fultusque toro meliore recumbet,/advectus Romam quo pruna et cottana vento?

8 Di bassa lega, da saeptum=recinto, con riferimento al luogo dove i Romani contrattavano e vendevano a peso.

9 Oggi Antibes.

10 Epigrammi, IV, 88, vv. 1-6: Nulla remisisti parvo pro munere dona,/et iam Saturni quinque fuere dies./Ergo nec argenti sex scriptula Sepriniani,/missa nec a querulo mappa cliente fuit?/Antipolitani nec quae de sanguine thynni/testa rubet? Nec quae coctana parv gerit? Il motivo, però, era comparso un secolo prima in Stazio, Silvae, IV, 9, 27-28: Nusquam turbine conditus ruenti/prunorum globus atque coctanorum? (In nessun caso [hai da mandarmi] un ammasso informe di prugne e di cottani buttati giù da un vento rovinoso?).

11 Regione della Spagna.

12 Op. cit., VII, 53: Omnia misisti mihi saturnalibus, Umber,/munera, contulerant quae tibi quinque dies: bis senos triplices et dentiscalpis septem;/his comes accessit spongia, mappa, calix/semodiusque fabae cum vimine Picenarum,/et Laletanae nigra lagena sapae; parvaque cum canis venerunt coctana prunis,/et Libycae fici pondere testa gravis./Vix puto triginta nummorum tota fuisse/munera, quae grandes octo tulere Syri./Quanto commodius nullo mihi ferre labore/argenti potuit pondera quinque puer!

13 Op. cit., XIII, 29: Haec tibi quae torta venerunt condita meta,/si maiota forent coctana, ficus erant.

14 Epistole, 87: De prandio nihil detrahi potuit. Paratum fuit non magis hora, nusquam sine caricis, nusquam sine pugillaribus. Illae, si panem habeo, pro pulmentario sunt; si non, pro pane quotidie mihi annum novum faciunt, quel ego faustum et felicem reddo bonis cogitationibus  et animi magnitudine.

15 Si direbbe, tanto per fare un esempio già citato nel pregevole post di Gianni Ferraris Ahi Alessano, terra di Tonino Bello! del 13 gennaio u.s., il “trota” ante litteram. Vallo a spiegare all’interessato quello che ho appena finito di dire…; credo, però, che la spiegazione sarebbe complicata anche per i destinatari dei benefici di cui ci dà notizia Rocco Boccadamo nel suo contributo Pugni nello stomaco alla crisi del 14 gennaio u.s….

16 Mai traduzione dell’originale sed si nos coleos haberemus fu così doverosamente letterale.

17 Satyricon, 44: Itaque illo tempore annona pro luto erat. Asse panem quem emisses, non potuisses cum altero devorare. Nunc oculum bublum vidi maiorem. Heu heu, quotidie peius! Haec colonia retroversus crescit tanquam coda vituli. Sed quare nos habemus aedilem trium cauniarum, qui sibi mavult assem quam vitam nostram? Itaque domi gaudet, plus in die nummorum accipit quam alter patrimonium habet. Iam scio unde acceperit denarios mille aureos. Sed si nos coleos haberemus, non tantum sibi placeret. Nunc populus est domi leones, foras vulpes. Nel volpe (puntualmente, arbitrariamente e erroneamente, per quanto dirò, trasformato dai traduttori in pecora) contrapposto a leone, un’amara autocritica, con la citazione della favola di Esopo che così riassumo: La volpe la prima volta che vide il leone morì quasi dallo spavento, la seconda si spaventò di meno, la terza divenne così coraggiosa da attaccarci bottone. Morale: l’abitudine rende tollerabile ciò che prima ci turbava profondamente.

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di Spina di san Giovanni (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di aspraggine (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

Alla ricerca dell’ anagrafe dei fichi del Salento

Investigazione sulla collezione Guglielmi

“Fichi del leccese” (Ficus carica L.)

 

di Antonio Bruno

fichi

Il fico era molto importante nel Salento leccese tanto che il segretario perpetuo della Società economica di Terra d’Otranto, signor Gaetano Stella, nel suo rapporto letto nella adunanza generale del 30 maggio dell’anno 1841 afferma: “ ….L’industria dei fichi secchi nella Provincia di Lecce è molto diffusa, ed è oggetto di esteso commercio, cosicché somma è la cura che dell’albero di fico bisogna avere. Laonde di molta utilità è stata una memoria dello stesso signor segretario perpetuo tendente a dimostrare, non esser necessaria la caprificazione, come volgarmente credesi, per molte varietà di fichi, imperocchè coloro i quali vorranno seguire i suoi precetti, conformi a quelli dei migliori agronomi di tutta Europa, otterranno non solamente risparmio di spese e fatica, ma innestando anche a fichi gentili il gran numero di caprifichi che il pregiudizio conserva, si verrebbe di molto a crescere la raccolta di questo frutto.

Che curiosità! A quale pratica si riferisce il segretario perpetuo della Società economica di Terra d’Otranto, signor Gaetano Stella?

Mi viene in soccorso il Rendiconto della adunanze e de’ lavori della Reale Accademia delle Scienze di Napoli di quatto anni dopo ovvero del 1845. In queste adunanze Vincenzo Semmola a proposito della maturazione del fico cita Teofrasto e Plinio i quali scrissero: “i fichi piantati accosto le vie non aver bisogno di caprificazione” E a questo proposito cita “la pratica tenuta da que’ di Lecce che spargono a bel proposito sopra i fichi immaturi la polvere delle strade ove sia passata la processione del Corpus Domini”.

Insomma la mia curiosità ha avuto soddisfazione perché la mia ricerca ha trovato dei documenti che contenevano una risposta.

Ma sempre a proposito di fichi ho una curiosità che non ha trovato soddisfazione perché rimasta senza risposta; riguarda la citazione da parte del prof. Giacinto Donno, degli studi di Giuseppe Guglielmi. Donno riferisce che il Guglielmi ha studiato il fico nel leccese e riporta i dati di produzione, che si presume facciano parte di una pubblicazione curata dallo stesso Guglielmi, e che riporto qui di seguito

 Produzione in Kg per ogni albero

Varietà           Produzioni annuali     5anni Kg      20 anni Kg     da 20 anni in poi Kg

Fico Nero     due per ogni albero       8                        50                      100

Fico Pazzo     una per ogni albero       9                        55                    75 – 80

Fico ottato     una per ogni albero       8                        45                       80

Fico peloso    una per ogni albero      10                      40                        80

 

Ho cercato nella Biblioteca Provinciale la pubblicazione succitata senza successo. Ma soprattutto ho cercato di sapere chi sia Giuseppe Guglielmi, perché avesse intrapreso lo studio del Fico nel leccese ma non ho trovato davvero nulla e, nessuno dei colleghi che ho interpellato ne ha mai sentito parlare, anche se una parziale risposta viene da un brano del prof. Donno riportato in un’altra pubblicazione. Il prof Donno a proposito di Giuseppe Guglielmi scrive: “Il Guglielmi, che si prefigge lo studio della coltivazione industriale (del fico n.d.r) del leccese, trascura di mettere in evidenza il biferismo delle varietà studiate”.

La parola biferismo deriva da bìfero che a sua volta deriva dal latino Biferum che è composto  dalla parola bis (due volte)  e dalla parola fèr-re (portare) . Dicesi di pianta che produce il frutto due volte l’anno come nel caso di alcune varietà di fico che oltre  alla produzione dei fichi ha anche quella dei fioroni.

Sempre continuando nella lettura delle note del prof. Donno in esse si trova scritto che Giuseppe Guglielmi ha studiato il Fico Fracazzano Bianco, il Fico Nero, il Fico Ottato, il Fico Albanega, il Fico Borsamele, il fico Coppa, il Fico dell’Abate e il Fico Fara. Ma lo stesso Donno non riporta gli studi del Guglielmi sul fico pazzo e sulla varietà fico peloso.

Ho fatto una ricerca e leggendo la pubblicazione Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura) redatta da Antonino De Natale, ho appreso che solo una parte della collezione Guglielmi, denominata Fichi del leccese e datata 1908, è a Portici, mi chiedo chi abbia la parte mancante, inoltre nella pubblicazione curata dalla facoltà di Agraria dell’università di Napoli si legge:

Della collezione di Giuseppe Guglielmi non si possiedono indicazioni, né riguardo alla data di acquisizione da parte della Regia Scuola di Agricoltura di Portici, né sull’autore delle erborizzazioni.

La collezione Guglielmi dovrebbe risalire agli inizi del 1900, a quel periodo risalgono anche altri studi condotti dai botanici di estrazione agronomica della Regia Scuola di Agricoltura, come lo studio sulla storia, la filogenesi e la sistematica delle razze del Fagiolo comune di Orazio Comes, i cotoni di Angelo Aliotta, le razze di olivo coltivate nel meridione d’Italia di Mario Marinucci, i fieni delle praterie naturali del Mezzogiorno d’Italia di Alfredo Pugliese, lo studio sul frumento e quello sulle varietà di mandorlo italiane di Vincenzo Barrese.

La collezione dei Fichi del leccese è sicuramente parte integrante di uno studio teso a definire le caratteristiche anatomiche delle varie cultivar di fico presenti nel territorio di Lecce. Per ogni campione, oltre all’essiccato, è riportato il disegno dei contorni di una foglia tipo e della sezione longitudinale del frutto con le relative misure, come ad esempio la larghezza massima della foglia e dei lobi fogliari. Il nome della pianta coltivata non segue le regole di nomenclatura scientifica, ma è espresso in italiano, come ad esempio Fico napoletano. D’altra parte in passato soprattutto per le piante coltivate, che non rappresentano delle entità specifiche, molto spesso si adoperava il nome italiano. Lo stesso Francesco Dehnhardt, capo-giardiniere del Real Orto Botanico di Napoli, direttore dei Reali Giardini di Capodimonte, della Villa Floridiana e del giardino botanico del Conte di Camaldoli al Vomero (Villa Ricciardi), nella stesura del catalogo delle piante che venivano coltivate nell’ Horti Camaldulensis riporta i nomi delle cultivar in italiano.

Orazio Comes annovera (1906) inoltre, tra le varie collezioni presenti nell’erbario, quella di Giuseppe Celi riguardante le varie cultivar di fichi coltivati nel meridione d’Italia. Attraverso un confronto tra i reperti della Collezione Guglielmi con il lavoro scientifico pubblicato dal Celi (1908) si è accertato che, il fascicolo custodito nell’Erbario Comes, costituisce una parte dei campioni che Celi esaminò ed utilizzò per la stesura della suddetta pubblicazione scientifica. La collezione Guglielmi è, quindi, l’unica porzione superstite dei reperti appartenenti alla ben più grande collezione delle razze dei fichi che si coltivavano nell’Italia meridionale.”

So che ci sono tanti scienziati che leggono le mie note e a cui chiedo umilmente di illuminarmi, lo faccio perché in questo modo la mia curiosità avrà finalmente soddisfazione. Se la mia curiosità è destinata a rimanere insoddisfatta è perché, così come l’autore Antonio De Natale, anche gli scienziati del Salento leccese e della Facoltà di Agraria di Bari non possiedono indicazioni, né riguardo alla Collezione Guglielmi delle Razze di fico del leccese visionabile presso la facoltà di Agraria di Portici, né sullo stesso Giuseppe Guglielmi autore delle erborizzazioni.

In quest’ultimo caso mi auguro che, l’aver messo nero su bianco le risultanze delle mie ricerche su Giuseppe Guglielmi, sia un incitamento agli studiosi per “andare a cercare laddove io non saprei dove andare a cercare” al fine di ottenere le risposte a tutte queste domande che sono sparse in questo mio scritto che definirei “investigativo”.

Ma come dicono i miei amici avvocati vi è di più. Ricordo a me stesso che la giunta regionale pugliese, su proposta dell’allora Assessore alle risorse agroalimentari, Dario Stefano, ha approvato  il disegno di legge “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, forestale e zootecnico” che potrebbe dare agli scienziati dell’Università del Salento le risorse finanziarie necessarie per poter trovare e studiare la Collezione delle varietà di Fichi del Leccese fatta da Giuseppe Guglielmi nel 1908.

La riscoperta dell’ anagrafe dei fichi del Salento leccese fatta da Giuseppe Guglielmi costituirà un baluardo importante contro la progressiva erosione della biodiversità del fico e sarà uno strumento fondamentale per la ricostituzione di boschi di fico delle varietà autoctone del Salento leccese!

Sarebbe interessante il confronto tra la collezione Guglielmi e il lavoro svolto dall’Orto Botanico dell’Università del Salento che ha individuato 100 (cento) cultivar di Fico (Ficus carica L.).

A questo proposito ho un’altra curiosità che spero di soddisfare presto, che è quella di visionare il documentario “La via delle fiche” a cura di Carlo Cascione e Francesco Minonne, dove il termine fiche rinvia alla variante dialettale che il prelibato frutto del “fico” assume nella parlata salentina. Il film è la storia di un viaggio in bicicletta attraverso il Salento che parte da Casarano alla scoperta delle numerose varietà di fico presenti sul territorio. Ce n’è lavoro da fare, vero? E allora che aspettiamo? Rimbocchiamoci le maniche e ….cominciamo!

 

Bibliografia

Annali Civili del Regno delle Due Sicilie Fascicolo XLIX Gennaio e Febbraio 1841

Rendiconto della adunanze e de’ lavori della Reale accademia delle scienze di Napoli numero 24 del 1845

Giacinto Donno, Il Fico nel Salento

Giacinto Donno, Alcune varietà bifere di fico coltivate in Provincia di Lecce

Giacinto Donno, Alcune varietà unifere di fico coltivate in Provincia di Lecce

Antonino De Natale, I musei delle scienze agrarie – Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura)

Rita Accogli, Un Orto Botanico a Lecce per la difesa della biodiversità del Salento – Il Bollettino n. 9; 2 febbraio 2009

Alberto Nutricati,Tanti giovani filmano «la via delle fiche, Gazzetta del Mezzogiorno del 8/09/2009.

Fin da Teofrasto e Plinio è nota la caprificazione, vero prodigio della natura

NOMI DI PIANTE ISPIRATI DAL MONDO ANIMALE (1/6)

Lu brufìcu

 

di Armando Polito

Nome italiano: caprifico

nome scientifico: Ficus carica var. caprificus

nome della famiglia: Moraceae

 

Etimologie:  tralasciando per un attimo il nome dialettale dirò che caprifico è dal latino caprifìcu(m), composto da caper=capro1 e ficus=fico; passando al nome scientifico il primo componente (ficus) è di origine preindoeuropea (cfr. il greco sukon che, oltre al significato di fico, ha anche quello di vulva), per carica vedi sul sito il mio post Ficus si capisce, ma carica? del 16 gennaio u. s. http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/01/16/i-fichi-secchi-dei-botanici-greci-e-latini/; per caprificus vale quanto detto per la voce italiana; Moraceae è forma aggettivale dal latino morus=gelso.

Per quanto riguarda la voce dialettale Il Rohlfs si limita a registrare le varianti bbrufìcu (Alessano) e mbrufìcu (Vernole) con in coda il significato di caprifico. L’illustre studioso fa sempre così quando per lui la voce dialettale è una semplice deformazione di quella italiana, con la quale, dunque, avrebbe in comune l’etimologia. Se fosse vero bisognerebbe immaginare questa trafila: caprifico>prifìco (sincope di ca– di problematica spiegazione)>prufìco>profìco>brofìco> brufìcu. Credo che le cose stiano diversamente e per me la spia ne è proprio la variante mbrufìcu: se, infatti, le cose stessero come nella trafila prima supposta, non si capisce perché dopo la sincope di ca– la voce di Vernole avrebbe dovuto aggiungere in testa m– che, di regola, è ciò che rimane di un’originaria preposizione in, preposizione che semanticamente mal si legherebbe con fico del capro che è la diluizione concettuale di caprifico.

Una conferma sembra venire dal napoletano mprofecare registrato nel Vocabolario napoletano-toscano degli Accademici Filopatridi3 da cui è

I fichi secchi dei botanici greci e latini

Ficus si capisce, ma carica?

 

di Armando Polito

La tassonomia, si sa, è scienza relativamente recente e unanimemente ne è considerato il padre Linneo, naturalista svedese del XVIII secolo, inventore del metodo binomiale, basato cioè sull’attribuzione ad ogni pianta di un nome formato da due componenti, il primo riferentesi  al genere di appartenenza (comune alle specie che presentino alcune caratteristiche principali), il secondo alla specie. Era il superamento del sistema precedente, invalso fin dai tempi dei botanici greci e latini, basato su una descrizione più o meno dettagliata di ogni pianta (con una rozza applicazione del metodo comparativo in espressioni del tipo con le foglie simili a quelle della…) ma improntata, tutto sommato, a criteri arbitrari, vale a dire personali (il che rendeva operazione difficoltosa, anche per gli addetti ai lavori, la comparazione e il controllo). Anche se era fatale che alcune nuove denominazioni si sostituissero, aggiungessero o affiancassero a quelle di Linneo, non è un caso che il terzo componente più frequente in ogni nome scientifico è ancora oggi proprio l’abbreviazione del suo nome.

È il caso di un’essenza particolarmente diffusa nel mondo mediterraneo e che fino alla metà del secolo scorso ebbe una rilevante importanza economica nel nostro territorio: il fico.

Ficus carica L. è il suo nome scientifico e, tralasciando il primo componente già oggetto di ampia trattazione in più di un post su questo sito, soffermerò la mia attenzione su carica. La voce in latino ha il significato letterale di fico secco della Caria e quello traslato di fico secco in genere.

Plinio

Per il primo significato ecco la testimonianza di Plinio (I° secolo d. C.): “La Siria oltre a questo ha altri alberi peculiari. Nel genere delle noci sono conosciuti i pistacchi. Si dice che giovino contro i morsi dei serpenti come cibo e bevanda, Poi nel genere dei fichi quelli di Caria e altri dello stesso genere più piccoli che chiamano cottani1”; “Appartengono a questo genere [i fichi], come dicemmo, i cottani,  quelli di Caria e quelli di Cauno che furono di presagio a Marco Crasso mentre si apprestava ad imbarcarsi per la campagna contro i Parti quando un venditore pronunziò il loro nome2. Lucio Vitellio, che poi fu censore, li introdusse nel suo podere di Alba dalla Siria, quando era ambasciatore in quella provincia, negli ultimi anni dell’impero di Tiberio3”; “I datteri piacciono per la carnosità, quelli di Tebe per il guscio, le uve e certi datteri per il succo, pere e mele per la callosità, le more per la polpa, i noccioli per la cartilagine, certe in Egitto per i chicchi, i fichi di caria per la pelle. Questa viene tolta ai fichi verdi come scorza e invece è massimamente gradita nei secchi4”.

 

Ovidio

La voce compare pure in Ovidio (I° secolo a. C.): “Dissi: -Che pretendono per loro il dattero e il rugoso fico di Caria?-5; “Qui c’è la noce, qui c’è il fico di Caria misto ai rugosi datteri6”. La scarsa considerazione per il fico di Caria manifestato da Ovidio nel primo dei due brani appena citati viene ribadita per i cottani da Giovenale (I°-II° secolo d. C.): ”Io non dovrei evitare la porpora di costoro? Che prima di me firmi un documento e si riposi disteso sul letto migliore uno venuto a Roma spinto dallo stesso vento che porta prugne e cottani?7”. E il contemporaneo Marziale lo ribadisce a più riprese: “Nulla mi hai fatto avere in cambio del mio piccolo dono, e già son trascorsi cinque giorni dei Saturnali. Dunque, neppure pochi grammi di argento settiziano8, né la tovaglia inviatati dal cliente lamentoso? Neppure un piatto che rosseggia del sangue di tonno di Antipoli9? Neppure uno che contenga piccoli cottani?10”; “Mi hai mandato, o Umbro, tutti i regali che ti hanno portato in cinque giorni per i Saturnali: dodici tavolette a tre fogli per scrivere e sette stuzzicadenti; a questi si aggiunsero come compagni una spugna, un tovagliolo, un bicchiere e mezzo moggio di fave con un cesto di olive del Piceno e un nero vaso di mosto cotto di Laletania11; e vennero piccoli cottano con biondeggianti prugne e un vaso pieno pieno di fichi della Libia. Credo che questi doni a me recapitati da otto imponenti (facchini) di Siria a stento valgano tutti trenta nummi. Con quanto minore sforzo un tuo garzone avrebbe potuto recapitarmi cinque once d’argento!12”; “Questi cottani che ti giunsero riposti a forma di ritorta colonnetta sarebbero stati fichi se fossero stati più grandi13”.

Lucio Anneo Seneca

Eppure, che tavolette da scrivere e cottani fossero tra i regali consueti in occasione di importanti festività è chiaro dalle parole di Seneca (I° secolo d. C.) : “Dal pranzo nulla potè esser tolto. Fu preparato in non più di un’ora, in nessun caso senza fichi di Caria, in nessun caso senza tavolette per scrivere. QuellI [i fichi] se ho il pane fungono da companatico, altrimenti, invece del pane, ogni giorno mi rinnovano il nuovo anno, che io rendo fausto e felice con i buoni pensieri e con la grandezza d’animo14”.

Lascio per ultima la testimonianza di Petronio (I° secolo d. C.) per la sua attualità estrema che da una parte, secondo me troppo sbrigativamente, può essere valutata come la solita laudatio temporis acti (nostalgia del tempo che fu) oppure, peggio, dall’altra  (non certo da quella dei poveracci e degli onesti…) come qualunquistica: “E così in quel tempo  approvvigionarsi era come raccogliere cicorie selvatiche. Se tu compravi un asse di pane non avresti potuto consumarlo interamente neppure con un altro. Ora ti tocca un panino che è più piccolo dell’occhio di un bue. Poveri noi, ogni giorno peggio! Questo paese cresce in senso contrario, come la coda di un vitello. Ma perché abbiamo un edile che non vale tre fichi di Cauno, il quale darebbe la nostra vita in cambio di un asse? E così se la gode a casa sua e in un giorno guadagna più nummi di quanto riesca a guadagnarne un altro in tutta una vita15. So benissimo donde ha arraffato mille monete d’oro. Ma se noi avessimo i coglioni16 non se la godrebbe così. Il fatto è che il popolo in casa è un leone, fuori una volpe17”.

Non sono un giocattolo a molla e nemmeno un cavalleggero, ma la carica si è esaurita…

_______

1Traduco così il còttana del testo originale (Naturalis historia, XIII, 10: Syria praeter hanc peculiares habet arbores. In nucum generepistacis nota. Prodesse adversus serpentium traduntur morsus, et potu et cibo. In ficorum autem caricas et minores eius generis, quae cottana vocant).  La variante còctana potrebbe facilmente indurre a supporre che il nome sia forma aggettivale neutro plurale dalla radice (coct-) del supino (coctum) del  verbo còquere, con riferimento al fatto che si trattava di una varietà particolarmente adatta all’essiccazione se non, addirittura, alla successiva cottura nel forno; nulla di tutto questo perché in latino nel suffisso aggettivale –ànus/-àna/-ànum la a è sempre lunga, per cui avremmo dovuto avere cottàna e non còttana come nel nostro caso. In realtà la voce pliniana è trascrizione del plurale del greco kòttanon (in cui la a è breve, per cui in latino l’accento risulta sulla sillaba precedente) attestato in Ateneo di Naucrati (autore del II°-III° secolo d. C., ma la sua opera contiene citazioni di poeti perduti di molto più antichi), Deipnosofisti, IX, 34 (385°): “Dicendo un altro che era un piatto gradevolissimo anche la gallina in salsa di olio e aceto, Ulpiano che ha sempre da dire la sua, il solo che se ne stava disteso mangiando poco e tenendo d’occhio quelli che parlavano, disse: -Che è mai la salsa di olio e aceto se voi non nominerete i cottani e il lepidio, cibi caratteristici della mia patria?-“.

2 Ne aveva parlato Cicerone (I° secolo a. C.), De divinatione, II, 40: Cum M. Crassus exercitum Brundisii imponeret, quidam in portu caricas Cauno advectas vendens, -Cauneas- clamitabat. Dicamus, si placet, monitum ab eo Crassum caveret ne iret: non fuisse periturum si omini paruisset (Mentre Crasso imbarcava a brindisi l’esercito, un tale che vendeva nel porto fichi importati da Cauno [città della Caria] andava gridando: -Fichi di Cauno!-. Diciamolo pure, se vogliamo: ammonito da questo fatto, Crasso si sarebbe dovuto ben guardare dal partire; non sarebbe morto se avesse dato retta al presagio). La predizione nefasta coinvolgerebbe i fichi di Cauno solo marginalmente perché sarebbe tutta imperniata su un gioco di parole in base al quale il Cauneas! gridato dal venditore non sarebbe altro che la contrazione della locuzione cave ne eas!=guardati bene dal partire!

Op. cit., XV, 21: Ex hoc genere sunt, ut diximus, cottana et caricae quaeque conscendendi navem adversus Parthos omen fecere M. Crasso venales praedicantes voce, Cauneae. Omnia haec in Albense rus e Syria intulit L. Vitellius, qui postea censor fuit, cum legatus in ea provincia esset, novissimis T. Caesaris temporibus.

4 Op. cit., XV, 34: Carne palmae placent, crusta Thebaicae, suco uvae et caryotae, callo pira ac mala, corpore mora, cartilagine nuclei, grano quaedam in Aegypto,  cute caricae. Detrahitur haec ficis virentibus ut putamen, eademque in siccis maxime placet.

5 Fasti, I, 185: -Quid volt palma sibi rugosaque carica?- dixi.

6 Metamorfosi, VIII, 674: Hic nux, hic mixta est rugosis carica palmis.

7 Satire, III, 77-79: Horum ego non fugiam conchylia? Me prior ille/ signabit fultusque toro meliore recumbet,/advectus Romam quo pruna et cottana vento?

8 Di bassa lega, da saeptum=recinto, con riferimento al luogo dove i Romani contrattavano e vendevano a peso.

9 Oggi Antibes.

10 Epigrammi, IV, 88, vv. 1-6: Nulla remisisti parvo pro munere dona,/et iam Saturni quinque fuere dies./Ergo nec argenti sex scriptula Sepriniani,/missa nec a querulo mappa cliente fuit?/Antipolitani nec quae de sanguine thynni/testa rubet? Nec quae coctana parv gerit? Il motivo, però, era comparso un secolo prima in Stazio, Silvae, IV, 9, 27-28: Nusquam turbine conditus ruenti/prunorum globus atque coctanorum? (In nessun caso [hai da mandarmi] un ammasso informe di prugne e di cottani buttati giù da un vento rovinoso?).

11 Regione della Spagna.

12 Op. cit., VII, 53: Omnia misisti mihi saturnalibus, Umber,/munera, contulerant quae tibi quinque dies: bis senos triplices et dentiscalpis septem;/his comes accessit spongia, mappa, calix/semodiusque fabae cum vimine Picenarum,/et Laletanae nigra lagena sapae; parvaque cum canis venerunt coctana prunis,/et Libycae fici pondere testa gravis./Vix puto triginta nummorum tota fuisse/munera, quae grandes octo tulere Syri./Quanto commodius nullo mihi ferre labore/argenti potuit pondera quinque puer!

13 Op. cit., XIII, 29: Haec tibi quae torta venerunt condita meta,/si maiota forent coctana, ficus erant.

14 Epistole, 87: De prandio nihil detrahi potuit. Paratum fuit non magis hora, nusquam sine caricis, nusquam sine pugillaribus. Illae, si panem habeo, pro pulmentario sunt; si non, pro pane quotidie mihi annum novum faciunt, quel ego faustum et felicem reddo bonis cogitationibus  et animi magnitudine.

15 Si direbbe, tanto per fare un esempio già citato nel pregevole post di Gianni Ferraris Ahi Alessano, terra di Tonino Bello! del 13 gennaio u.s., il “trota” ante litteram. Vallo a spiegare all’interessato quello che ho appena finito di dire…; credo, però, che la spiegazione sarebbe complicata anche per i destinatari dei benefici di cui ci dà notizia Rocco Boccadamo nel suo contributo Pugni nello stomaco alla crisi del 14 gennaio u.s….

16 Mai traduzione dell’originale sed si nos coleos haberemus fu così doverosamente letterale.

17 Satyricon, 44: Itaque illo tempore annona pro luto erat. Asse panem quem emisses, non potuisses cum altero devorare. Nunc oculum bublum vidi maiorem. Heu heu, quotidie peius! Haec colonia retroversus crescit tanquam coda vituli. Sed quare nos habemus aedilem trium cauniarum, qui sibi mavult assem quam vitam nostram? Itaque domi gaudet, plus in die nummorum accipit quam alter patrimonium habet. Iam scio unde acceperit denarios mille aureos. Sed si nos coleos haberemus, non tantum sibi placeret. Nunc populus est domi leones, foras vulpes. Nel volpe (puntualmente, arbitrariamente e erroneamente, per quanto dirò, trasformato dai traduttori in pecora) contrapposto a leone, un’amara autocritica, con la citazione della favola di Esopo che così riassumo: La volpe la prima volta che vide il leone morì quasi dallo spavento, la seconda si spaventò di meno, la terza divenne così coraggiosa da attaccarci bottone. Morale: l’abitudine rende tollerabile ciò che prima ci turbava profondamente.

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di Spina di san Giovanni (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

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