San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di Spina di san Giovanni (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

I fichi, sapori d’altri tempi

fichi

di Maria Grazia Presicce

 

Tra non molto sarà tempo di fichi, di quei gustosi frutti che deliziano il palato di chi li predilige.Un vecchio proverbio recita quandu rria l’ua e la fica lu milone va s’impica[1] ed effettivamente quando giungono a maturazione i fichi, l’altra frutta estiva, almeno nei tempi andati, passava in secondo piano per privilegiare la gradevolezza dei nuovi arrivati.

Oggigiorno questi frutti sono un pò decaduti, molti giovani non li gustano  e anche le produzioni nei giardini sono scemate. Anticamente  tutti i giardini possedevano alberi di fichi di varietà differenti  e i possessori si vantavano delle specialità presenti nel loro giardino che spaziavano dai semplici fichi bianci, alla fica di San Giovanni, alla fica signura, la uttareddha, la fica milungiana,lu fracazzanu, la fica arnea, lu cascitieddhu, lu purgissottu[2]

Ricordo piacevolmente il grande giardino dei miei nonni a Donna Menga, con i filari di fichi ben distanziati: grandi alberi di fico  di molteplici qualità, bianche e nere.Veniva una squadra di donne per la raccolta settimanale. Si coglievano al mattino presto e già si cominciava a gustarne il delizioso sapore appena raccolti. Bastava alzare lo sguardo sui rami dell’albero e subito l’occhio individuava i più buoni: quelli singati e quiddhi cu la goccia ti mele ddretu [3] ,diceva la nonna erano i migliori e me li porgeva, mentre io svelta lo sbucciavo e lo divoravo in un boccone. Di fichi ne raccoglievano a canestri e dopo si portavano in terrazzo e si spaccavano, uno ad uno, adagiandoli sui cannizzi [4] che, in seguito, esponevano al sole per farli essiccare e poi vendere. Prima della vendita si sceglievano i migliori per  il fabbisogno familiare. Questa parte veniva accuratamente lavata e riesposta al sole per farla asciugare. Di questo prodotto  una parte veniva a sua volta differenziata per essere ripiena di mandorle. A questo procedimento, solitamente, potevano partecipare i bambini. La nonna, in un piatto, grattuggiava abbondante buccia di limone verde a cui aggiungeva della cannella e  dei chiodi di garofano macinati, mescolava tutto con abbondante zucchero. Questo miscuglio veniva, da noi bambini distribuito, in minima parte nell’interno del fico a cui poi s’aggiungeva la mandorla prima di chiuderlo ben bene. I fichi ripieni, venivano sistemati in grandi stanati [5] di rame e infornati insieme alla seconda scelta. Mi pare ancora di avvertire il profumo che emanavano quando uscivano dal forno! Davvero profumo d’altri tempi. Una volta cotti nel forno venivano sistemati nelle capase e capaseddhe [6]per essere consumati durante la stagione invernale.

fico

Questi “dolcissimi” ricordi sono in me sopravvenuti allorchè, in biblioteca, cercando  tra  vecchi quotidiani ho ritrovato, sul Cittadino Leccese, l’articolo dell’insigne cittadino  il dottor Cosimo de Giorgi, che tratta proprio di questo frutto “ paradisiaco”. Lo pubblico sperando faccia piacere a chi, come me, difende e predilige ancora quest’albero e i suoi frutti.

fichi1

 

“A chi di voi, o gentil lettori, nati sotto la cappa del sole, e sotto le insegne della lupa, non è occorso di sentirsi venir l’acquolina in bocca nel mirare, apprestati in un desco villereccio, quei cari globetti di mele dalla buccia varicolore, dal colletto strozzato, e da una fragranza tutta loro propria? Il nostro primo padre, dicesi, peccasse per codesti globetti; altri invece credette fossero stati i frutti della Musa Paradisiaca o di qualche Cactus; per me, non ritengo né l’una cosa né l’altra: – il fatto vero si è, che i fichi del Paradiso , serbano anche oggigiorno le loro forme vetuste e ammalianti. I pittori di genere han gareggiato in valentia nel ritrarre le sembianze fuggevoli, e nel loro costume attraente li hanno eternati sulle tele; i popoli di diversi paesi han gareggiato invece nel dar loro il dritto di cittadinanza; e le feste ricorrenti dei Santi hanno studiato nel Calendario dei Fichi. Di qui il fico Trojano – di Marsiglia – di Brianza – di Napoli – il Portoghese – il tarentino – eppoi i fichi di San Pietro, di S. Andrea, di San Nicola e via dicendo. Perfino i latini, nella loro serietà e nella loro aristocrazia, preferivano i fichi di Cartagine alle voluttuose figlie di Corinto; un piacere del gusto, ai dulces amores, che poteano snervare i loro corpi battaglieri.

Or bene, s’io ti dicessi, o lettore che tra i fichi e l’ortica si va come tra parenti d’una stessa famiglia, ti riuscirebbe forse nuova? Ed hai mai guardato all’interna composizione di essi, ch’è pur tanto graziosa?

Anzi, tratto il succo lattiginoso, rustico e corrosivo del fico ti avrà forse rammentato quei cari peli dell’umile erba bruciante, osservati altra volta; ed il fico appartiene di fatto alle Orticacee nella classe delle Artocarpee. Lo studio della loro intima compage, ne rivela che son tutti fiori, anco quelli che noi diciamo frutti a mo’ d’intenderci: e se li vediamo in due epoche diverse, ciò è perché vi sono delle varietà a fiori primaticci o fioroni, che maturano dal giugno al luglio; e delle altre a fiori serotini o settembrini che vanno dall’agosto fino ad ottobre,giunto questo mese, se la stagione si mantiene calda, prosieguono anch’essi a maturare; se i freddi fan disseccre e cader le foglie questi polmoni delle piante, si arresta la circolazione dei succhi ed anch’essi avvizziscono – apriamone uno presso a maturazione – i fiorellini maschi sono nella parte superiore del ricettacolo rappresentato dalla buccia, che li ha incarcerati, con un calicetto da 3 a 5 stami: mentre i feminei in numero maggiore, ne occupano tutta la capacità, con un calice e due stimmi. Avvenuta la fecondazione, ogni ovario rimane rappresentato da un piccolo seme, e tutto il resto si riempie d’una polpa melliflua, di colore e di sapore diverso nelle specie differenti. Nel giugno ridestandosi con maggiore attività l’elaborazione della pianta, i fioroni son più grossi; ma i fichi serotini, sotto l’aura dardeggiante del sole d’agosto maturano meglio e sotto forme più umili hanno mille profumi e mille attrattive; i settembrini poi, come gli ultimi a comparire, sono reputati i migliori.

fica-quagghia

Due parole sulla inoliazione dei fichi[7]. Non s’ha da credere, che codesta pratica sia roba moderna, per accellerarne la maturazione. Se ne parla nei libri dei nostri vecchi; ed il Gallesio accenna ad un’ipotesi tutta sua, che l’irritazione dell’olio vale a svolgere un fermento vegetativo, ed ammorbidire la buccia dei fichi. Quel che è bene che si sappia è, che in quell’orgasmo vegetativo l’elaborazione non si fa che incompleta, e lo stomaco poi se ne risente.Se avessi da destinare un posto a queste frutta nell’ordine igienico degli alimenti io le porrei tra le sostanze acido-dolei più zuccherine che acide. A differenza delle pesche, delle pere, delle albicocche e delle susine, il fico è il re dei frutti zuccherini, ed i racemi della vite giungono a stento a fargli concorrenza. Scarso d’alimento nutritivo, esso rappresenta invece un laboratorio di materia prima per l’ossidazione, e per la combustione organica, prima sorgente del calore animale. Non s’ha poi a dire che la stagione di comparsa di codeste frutta sia una vera antitesi igienica? I fichi secchi contengono il doppio di azoto, e più del doppio di carbonio dei freschi, e sono più nutritivi di questi, in 0,92 per 100, ed il carbonio da 15, 50 a 34 per 100. Però la digeribilità loro è molto diversa; ed io che non sarei alieno dal mangiarne, non appena colti dall’albero, freschi della brezza mattutina, li terrei da parte una volta disseccati e cotti al forno, riservandoli alle cupe e rigide vernate. Tutte le riflessioni igieniche che ho fatto altra volta sulle more dei gelsi anche qui possono applicarsi; quindi bisogna sempre cercar i fichi più maturi e colti al fresco: e conviene mangiarne di mattina piuttosto che di sera. Pessimo l’impasto che qui da noi suol farsi coi cocomeri( melloni d’acqua) coi fichi d’india e coll’uva; ottimo invece l’innesto dei fichi con qualche fettolina di prosciutto e di cacio parmigiano. Allora lo stomaco si sente rianimato da un cibo completamente rappresentato da parti nutritive o azotate, da parti grasse e da elementi zuccherini o idrocarbonati; e un calice di Bacco il dejunè mattiniero. Io conosco più d’uno e forse ne conosci anche tu, o lettore, che preferisce codesta refezione mattiniera alla nera bevanda di moca, o al gelo rappreso col limone, che fan languire d’inerzia il ventricolo; e nella sua età cadente non si lamenta di emorroidi, è vegeto, intelligente, attivo, né ha paura del Cholera?

Rianima pur la tua mensa con qualche piattello di fichi, ma ricorda – che siano maturi, colti di fresco, e nel mattino; che l’uso discreto riscalda e ravviva l’organismo e muove l’intestino; che l’abuso è la causa più frequente delle affezioni gastriche autunnali, e di  tormini, di dolori e di diarree nell’estate; non far che si ripeta più volte il semel in anno con quel che segue; e rammentati soprattutto, che le son frutta che forniscono alle tue perdite giornaliere un povero alimento nutritivo.

Questo detta la scienza e l’Esperienza di tutti i giorni; e se tu brami star lontano dai medici e dai farmacisti – e tel’auguro di cuore – fa tuo pro dei loro consigli, e cerca di star lontano da uno che può nuocerti molto più di loro….dall’intemperanza!

Dottor Cosimo De Giorgi

 


[1] Quando arriva l’uva e il fico l’anguria  può anche sparire.( letteralmente va ad impiccarsi)

[2] Varietà di fichi, fico signora, fico  botticella, fico melanzana, e altre varietà locali  con termini dialettali intraducibili

[3] Quelli segnati, cioè con delle venature biancastre sopra la buccia, e con la goccia gelatinosa color miele dietro

[4] graticci intrecciati di canne

[5] teglie

[6] Recipienti in terracotta

[7] FIMMG – alimentazione : […]  si sono tramandate alcune tecniche colturali peculiari del fico: la “caprificazione” e la “puntura” (o “untura” o “inolizione”). La prima consiste nell’assicurare la presenza dell’insetto pronubo ( Blastophaga psenes L) all’interno del ficheto. Questa tecnica è indispensabile solo per quelle cultivar che non sono in grado di evolvere a frutto se non in seguito all’impollinazione incrociata con il fico selvatico (detto caprifico).

La seconda tecnica, invece, consiste nel umettare i singoli siconi con olio di oliva, per accelerarne la maturazione. Oggi questa tecnica è in disuso e al suo posto è subentrata l’irrorazione con etilene. http://alimentazione.fimmg.org/articoli_cibi_stagioni/fico.htm

 

 

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di aspraggine (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

Una delle varietà di fichi in estinzione

QUANDO LA CHIMICA E LE MUTAZIONI GENETICHE ARTIFICIALI NON ERANO NEMMENO FANTASCIENZA…

La fica quàgghia

di Armando Polito

É una delle varietà1 di fichi, varietà innumerevoli fino alla metà del secolo scorso e di cui oggi sopravvivono, col nome, solo pochi esemplari. Non è di mia competenza indagare sulle cause, d’altra parte facilmente intuibili, che hanno portato all’estinzione, o quasi, di questa e di altre varietà e di altre specie di alberi da frutto. Indietro non si torna ma l’etimologia, essendo in fondo l’archeologia della parola, permette di non recidere completamente i rapporti col nostro passato e con le nostre radici.

I nomi dialettali delle varietà di fico sono generalmente legati anche nel Salento al luogo d’origine (indrisìnu= brindisino), al perido di maturazione con riferimento alla stagione  (arnèa=invernale), ad una data ben precisa (sangiuànni=San Giovanni, 24 giugno), all’eventuale proprietario o ad una persona cui si dedicava il frutto in segno di rispetto (ti la signura o signùra=della signora o signora, delabbate=dell’abate), alla forma e colore del frutto (milungiàna=melanzana).

E quàgghia? Chi se ne è occupato ha sempre pensato che il nome fosse collegato alla forma e al colore e che il frutto evocasse la quaglia. Io credo che le cose stiano diversamente e che quàgghia non sia altro che la terza persona singolare del verbo quagghiàre=cagliare.

De materia medica, IV, 96

É noto che anticamente, forse prima ancora  prima dell’uso  della sostanza estratta dall’abomaso di ruminanti lattanti, la cagliatura del latte prevedeva l’impiego di sostanze vegetali tra cui il latte di fico o un’erba del genere Galium, voce che è dal greco gàlion/gàllion=caglio o erba zolfina. Sul gàlion ecco la testimonianza di Dioscoride Pedanio (I° secolo d. C.)2:

 

Il galion alcuni lo chiamano gallerio, altri galapo; è chiamato così perché fa cagliare il latte3 al posto del caglio. Ha il ramoscello e le foglie simili a quelli dell’aparina [bardana]; il fiore in cima è giallo, piccolo, denso, molto profumato. Il fiore riscaldato viene applicato sulle ustioni, ferma le emorragie; mescolato con unguento di cera rosato, essiccato fino a diventare bianco, elimina la spossatezza. La radice è afrodisiaca. Nasce in luoghi paludosi.

Nel mondo romano veniva utilizzato il latte di fico, secondo la coeva testimonianza di Plinio: Naturalis historia, XVI, 72: Umor et corpori arborum est, qui sanguis earum intellegi debet, non idem omnibus: ficis lacteus – huic ad caseos figurandos coaguli vis…(Anche gli alberi hanno un liquido che deve essere inteso come il loro sangue, non uguale per tutti: latteo, quello del fico ha il potere di coagulazione per creare i formaggi…).

E, sempre in quel secolo (I° d. C.), Columella (De re rustica, VII, 8, 1-2), pur privilegiando il latte di fico (tratto, a quanto pare, dal ramo), integrava il quadro: Is porro si tenui liquore conficitur, quam celerrime vendendus est, dum adhuc viridis sucum retinet, si pingui et opimo, longiorem patitur custodiam. Sed lacte fieri debet sincero et quam recentissimo – nam requietum vel aqua mixtum celeriter acorem concipit – et id plerumque cogi agni aut haedi coagulo, quamvis possit et agrestis cardui flore conduci et seminibus cneci nec minus ficulneo lacte, quod emittit arbor, si eius virentem saucies corticem. Verum optimus caseus est, qui exiguum medicaminis habet. Minimum autem coagulum recipit sinum lactis argentei pondus denarii, nec dubium quin fici ramulis glaciatus caseus iucundissime sapiat.

(Se questo [il formaggio] è fatto con un latte leggero dev’essere venduto quanto prima, mentre ancora mantiene il colore di fresco; se è fatto con un latte grasso e ricco tollera una conservazione più lunga. Ma [il formaggio] dev’essere fatto da un latte genuino e quanto più possibile fresco – infatti [il latte] non fresco o misto ad acqua rapidamente diventa acido – e coagulato per lo più col caglio di agnello o di capretto, sebbene possa essere rappreso anche col fiore di cardo selvatico e con i semi di cneco [cartamo o zafferanone], nonché col latte di fico che l’albero emette se ne incidi la corteccia verde. A dire il vero è ottimo quel formaggio che ha meno caglio. Una minima quantità di caglio corrispondente al peso di un denario d’argento basta poi per un secchio di latte e non c’è dubbio che il formaggio cagliato coi rami del fico ha un sapore gradevolissimo).

La conferma della sopravvivenza fino a tempi più recenti della pratica attestata da Dioscoride viene dal Vocabolario siciliano di Michele Pasqualino, Palermo, Reale stamperia, tomo IV, 1790, pag. 203, in cui al lemma Quagghia leggo: “Latti o Galju, sorta d’erba così detta dal rapprendere il latte. Gallio. Gallium Inteura C.B.P. 335 e Tour. Inst. 115. Gallium verum L. Sp. Pl. pag. 155”.

E oggi? Limitato l’uso del caglio vegetale a prodotti di nicchia4, anche l’utilizzo dell’abomaso (che svuotato, essiccato e stagionato prende il nome di pelletta) è passato prima ad una fase meno naturale (caglio purificato, liquido, in polvere o in pastiglie, preparato industrialmente per estrazione della chimosina dalle pellette) e successivamente a quella artificiale (caglio chimico, cioè chimosina prodotta tramite le nuove tecniche del DNA ricombinante: in alcuni microrganismi, ad esempio l’Escherichia coli K 12, è stato inserito il gene che regola la sintesi della chimosina tramite l’inserzione di questo in un plasmide vettore che viene inserito poi in un microorganismo vivente5).     

Sulla scorta di quanto fin qui riportato è azzardato supporre che quàgghia costituisse la varietà privilegiata nell’uso del suo latte6 per cagliare quello animale e che non abbia niente a che a fare col volatile rispetto al quale, tra l’altro, presenta discutibilissima somiglianza di forma e colore?

_________

1 Era l’unica varietà di fico il cui frutto poteva essere conservato in alcol etilico.

2 Il testo greco è riprodotto dall’edizione parigina uscita per i tipi di Petrus Haultinus nel 1549, pag. 226 ; la traduzione, come quella dei brani latini  che seguono,  in parentesi tonde, è mia.

3 In greco gala.

4  I pochissimi che ancora adottano sostanze vegetali nel processo produttivo usano il succo di cardo selvatico (Cynara cardunculus) che, rispetto all’abomaso dell’agnello, conferisce minore stabilità alla cagliata e comporta una minore resa in formaggio e ricotta ma fa assumere un particolare, gradevolissimo profumo al prodotto che, nel caso di utilizzo dell’abomaso (si parla di produzione non industriale), è soggetto ad acquisire   un sapore e un olezzo di stallatico.

5 Fortunatamente, ma per quanto ancora?, i formaggi territorialmente tipici non possono essere prodotti con questa tecnica; per quanti vantaggi essa possa comportare (tra cui l’incremento del titolo che per il caglio naturale è di 1:5000 , passato, per il purificato, rispettivamente a 1: 10000 per  liquido, a 1: 100000 per quello in polvere e a 1:20000 per quello in pastiglia) valeva la pena rinunziare alle eventuali sostanze attive presenti nella pelletta e, magari, ancora non isolate?

6 Le  proprietà del latte di fico in genere (tratto dal frutto acerbo) erano ben note alla “medicina della nonna”, che lo usava, in alternativa alla cozza nuta (Tandonia Sowerby, Férussac, 1823) strofinata sulla parte, per eliminare li puèrri ( le verruche): il primo rimedio è già indicato da Plinio, Naturalis historia, XXIII, 63: Idem cum axungia verrucas tollit. (Lo stesso [il latte del fico] mescolato con sugna elimina le verruche).

Da una foto del 1911 ecco il Grande Laboratorio di fichi secchi di Neviano

di Armando Polito e Marcello Gaballo

La foto, gentilmente messa a nostra disposizione  dall’amico Cosimo Napoli, fondatore del gruppo di Facebook ” Neviano – Abbazia di San Nicola di Macugno – Ecomuseo delle serre” , costituisce un prezioso documento non solo sotto l’aspetto storico ma anche sotto quello artistico e del costume.

Cominciando dal primo, la didascalia ci fornisce dati preziosi sulla cronologia e sul soggetto: Grande Laboratorio di fichi secchi diretto dal proprietario Sig. Rocco Miccoli Neviano (Lecce) Ottobre 1911 Fot. Cosimo Greco – Nardò.

Non tutti sapranno e pochi potrebbero pure immaginarlo che fino agli anni ’50 dello scorso secolo il fico1 ha rappresentato un prodotto di spicco nell’economia del Salento. Chi oggi ha più di sessant’anni e da piccolo ha avuto l’opportunità di trasferirsi con la famiglia per la villeggiatura in una casa di campagna (casìnu2) avrà un ricordo, per quanto vago, della raccolta giornaliera dei fichi, operata di solito dagli uomini, mentre alle donne era per lo più riservato il compito di spaccarli e di collocarli sui graticci (cannìzzi3) perché seccassero. Al tramonto del sole, poi, i cannìzzi venivano di solito trasferiti in un locale coperto o, comunque, protetti dall’umidità della notte. Il giorno successivo, dopo che i fichi erano stati rivoltati, venivano riesposti al sole e quest’operazione si ripeteva finché il processo di essiccazione non era completato, il che richiedeva che trascorresse un tempo variabile in funzione delle condizioni atmosferiche, ma, comunque, non inferiore ad una decina di giorni. Quando tutto il prodotto era perfettamente essiccato i fichi venivano lavati e riesposti al sole ad asciugare; dopo di che avveniva un’operazione di scelta: i migliori, di solito quelli di pezzatura maggiore, venivano richiusi con all’interno una mandorla e pezzettini di scorza di limone e sistemati verticalmente uno a stretto contatto con l’altro in grandi teglie rettangolari a bordi bassi (stanàti4); gli altri, per così dire di seconda qualità, trovavano la stessa collocazione ma in

Il seme? Un fastidio, meglio eliminarlo!

di Armando Polito

L’apirenia, cioè la mancata formazione dei semi, è un fenomeno fisiologico, per esempio, nel banano; lo è anche nelle uve tipiche di certi vitigni (per esempio, l’uva sultanina), mentre è un’anomalia nei vitigni le cui uve sono normalmente fornite di semi, in quanto compromette il regolare accrescimento dell’acino.

Nella consumazione della frutta il seme obiettivamente costituisce un fastidio, probabilmente più della stessa buccia, che può essere eliminata più facilmente. Si poteva tollerare nei nostri schizzinosi tempi del tutto, subito e comodamente che un seme si permettesse di continuare a disturbare il nostro pasto? E poi: possiamo comportarci come l’uomo delle caverne che molto probabilmente nel mangiare un frutto ne eliminava i semi sputandoli a destra e a manca?

In attesa che l’ingegneria genetica ci consenta di cogliere frutti già digeriti, ecco, allora, il successo e la diffusione di sempre nuove varietà apireniche.

Sarebbe scorretto non dire, però, che tutto cominciò tanto tempo fa, un tempo molto più antico di quello cui pure risale la testimonianza di un agronomo di 1600 anni fa, Palladio Rutilio Tauro Emiliano (Opus de agricultura, III, 29, Teubner, Lipsia, 1898, pagg. 111-112):

De uva sine seminibus. Est pulchra species uvae, quae granis interioribus caret. Hinc efficitur ut summa iucunditate sine impedimento sorberi possit velut unum omnium corpus uvarum. Fit autem Graecis auctoribus hac ratione per artem succedente natura. Sarmentum, quod obruendum est, quantum latebit in terra, tantum findere debebimus et medulla omni sublata ac diligenter exculpta membra iterum divisae partis adunare et vinculo constricta deponere. Vinculum tamen papyro adserunt esse faciendum et sic in umida terra esse ponendum. Diligentius quidam sarmentum revinctum, quantum excisum est, intra squillae bulbum demergunt, cuius beneficio adserunt sata omnia comprehendere posse facilius. Alii tempore, quo vites putant, sarmentum frugiferum putatae vitis in ipsa vite, quam possunt de alto sublata medulla excavant non divisum et calamo adfixo alligant, ne possit inverti. Tunc opon cyrenaicon, quod Graeci sic appellant, in excavata parte suffundunt ex aqua prius ad sapae pinguedinem resolutum et hoc transactis octonis diebus semper renovant, donec vitis germina novella procedant. Et in granatis malis fieri hoc posse firmatur a Graecis et in cerasis. Opus est experiri.

L’uva senza semi. È bella quella specie di uva che è priva di semi. Da qui avviene che con sommo piacere senza impedimento il suo succo possa essere sorbito come sola essenza del frutto. Secondo gli autori greci avviene in questo modo, mentre la natura subentra attraverso l’artificio. Nel tralcio che dev’essere piantato dobbiamo fare uno spacco lungo quanto la parte che sarà interrata e, tolto e scavato tutto il midollo accuratamente, accostare i bordi e, dopo averli stretti con dei legacci, interrarlo. Affermano che il legaccio dev’essere fatto di papiro e che il tralcio debba essere così posto nella terra umida. Certi, legato accuratamente il tralcio per quanto è stato tagliato, lo conficcano in un bulbo di scilla che secondo loro favorirebbe in tutti gli innesti l’attecchimento. Altri nel tempo in cui potano le viti scavano il più possibile un tralcio a frutto della vite sulla stessa pianta, senza reciderlo, dopo averne tolto il midollo e lo fissano ad una canna perché non si pieghi. A questo punto versano nella parte scavata quello che i greci chiamano succo cirenaico preventivamente mescolato con acqua fino ad assumere la densità di mosto cotto e ripetono l’operazione ogni otto giorni finché non spuntano i nuovi germogli. I Greci affermano che lo stessa cosa può essere fatta per i melograni e per i ciliegi. Bisogna provare.

San Giovanni Battista nella tradizione popolare salentina

di Giorgio Cretì

In illo tempore, nel Salento che fu, quando la gente viveva sulla terra che coltivava e da essa traeva il proprio sostentamennto, si faceva grande uso di piante spontanee res nullius che prendevano il nome di foje creste ossia di erbe agresti, che non avevano bisogno di essere seminate e coltivate. Era la sapienza della tradizione che permetteva di ricavare da esse alimenti squisiti e anche salutari.

Tra queste erbe erano compresi anche i cardi prima che indurissero e sviluppassero le loro durissime spine. Molto apprezzato era il Rattalùru, ossia il Cardo scolimo (Scolimus hispanicus), che sulle Murge quando muore genera i funghi carduncielli. Ed anche il cardo mariano (Silybum marianum) che veniva impiegato in cucina ed era pure apprezzatissimo per suoi principi attivi riitenuti ancora oggi molto efficaci per l’apparato cardio-vascolare e per la sua funzione epatica.

A Ortelle, ed anche a Vitigliano, che un tempo di Ortelle era frazione, così pure a Vaste che è frazione di Poggiardo, il cardo mariano si chiamava, e si chiama ancora, Spina de San Giuvanni. In altri paesi, come per esempio Spongano, è detto Cardune.

Rosetta basale e capolino di Spina di san Giovanni (ph Antonio Chiarello)

E’ simile ad una delle tante specie del genere Carduus con foglie spinosissime che avvolgono il fusto ed i suoi capolini isolati di colore purpureo che somigliano ai fiori del carciofo. E’ diffuso nell’Italia Centrale e Meridionale e nelle Isole, più raro è nell’Italia settentrionale dove sopravvive come relitto di antiche colture un tempo tenute solo a scopo medicinale. Nei ricordi della signora ‘Maculata di Vitigliano se ne facevano anche dicotti.

Era credenza molto antica che il cardo mariano, in occasione della festa di San Giovanni dimostrassse particolari virtù divinatorie.

Santina di Vignacastrisi ricorda che la sera della vigilia di San Giovanni gli uomini al ritorno dalla campagna tagliavano gli steli fioriti e li portavano a casa. Le donne li bruciacchiavano alla fiamma del camino e poi li mettevano in un seccchio pieno d’acqua; c’era anche chi lasciava le spine bruciate, o anche altre erbe, semplicemente sulla lamia a prendere la rugiada della notte che così guariva da certe malattie. La mattina dopo, comunque, le spine rifiorivano e questo era sempre e comuque buon segno. Le giovani donne innamorate per sapere se si sarebbero sposate entro l’anno, o per sapere se l’uomo verso il quale spasimavano si sarebbe dichiarato, mettevano le spine bruciaccchiate dentro un bicchiere e le lasciavano sul davanzale a prendere il fresco della notte. Dalla loro posizione traevano i buoni auspici.

Nella notte del 24 giugno in cui gli antichi celebravano il solstizio d’estate, anche nel Salento cristiano, si festeggiava San Giovanni Battista ed era una festa di purificazione in cui si dava fuoco alle stoppie secche. Ma qualcuno per conto suo faceva festa anche con focareddhe vere e proprie ad imitazione dei grandi falò propiziatori fatti in piazza in altri posti e in altre occasioni. Niente a che vedere, comunque, con la “Festa delle Panare” di Spongano che si tiene il 22 dicembre di ogni anno e dove si bruciano le paddhotte, le zolle della sansa dei frantoi.

Focareddha di arbusti

Nella tradizione popolare San Giovanni era venerato come taumaturgo capace di guarire qualsiasi male, ma gli  venivano accreditati soprattutto gli attribuiti del fuoco e dell’acqua ed era a Lui che il popolo si rivolgeva per scongiurare il pericolo dei temporali che incutevano sempre grande paura per i danni che potevano arrecare ai raccolti e alle persone. Ancora a Immacolata De Santis di Vitigliano (‘Macculata) dobbiamo la momoria di alcune invocazioni recitate per scongiurare l’arrivo del maletiempu di ogni genere.

San Giuvanni meu barone

Ka ‘ncoddhu purtavi nostru Signore,

Lu purtavi e lu nucivi

u maletiempu tu  sparivi.

 

E nulla cambiava se a volte era chiamato ad intervenire assieme ad altri santi. In quest’altra composizione il richiedente si rivolge prima a Santa Barbara per poi affidare la parte operativa del miracolo richiesto a San Giovanni.

 Santa Barbara ci sta’  ‘menzu ‘li campi

Nu time acqua, nè troni nè lampi,

Azzete Giuvanni e duma tre cannile 

Ka visciu tre scère(1) ‘quarrittu vinire:

De acqua, jentu e maletiempu.

A mare a mare lu maletiempu,

Addhurca nu  canta gallu,

Addhunca nu luce luna

Addhunca nu passa anima una.

 

(1) Scèra era detta il cumulonembo

E a San Giovanni Battista era affidata anche la responsabilità di proteggere il contratto sociale detto del comparaggio, che non aveva niente a che vedere con il reato previsto dal nostro Diritto, ma era quello del battesimo, in cui i contraenti – di solito parenti o amici – assumevano, appunto, l’appellativo di compari di San Giovanni. Al santo profeta  che aveva battezzato Gesù veniva dedicato un rapporto speciale che si creava e rimaneva sacro per tutta la vita. Tra il padrino e la famiglia del bambino tenuto a battesimo, si instauravano speciali rapporti di amicizia che avevano un valore quasi uguale a quello di parentela. Il bambino figlioccio, fin dalla tenera età, era educato a rivolgersi con affetttuoso rispetto al proprio padrino facendo precedere sempre il suo nome dall’appellativo di nunnu/nunna, anche nell’età adulta. Il padrino/madrina si rivolgeva al figlioccio chiamandolo semplicemente sciuscettu (lat. filius susceptus, figlio adottato) e sullo stessso esercitava quasi la stessa autorità del padre/madre naturale.

Per ultimo non è da dimenticare uno squisiito fico precoce, la cui maturazione avviene a cavallo del soltizio d’estate ed è una varietà di Ficus carica detta fica de San Giuvanni. I suoi fioroni, fichi di primo frutto, puntualmente sono pronti per il 24 di giugno  ed hanno forma di trottola con polpa granulosa, dolce ma non mielosa, ottimi per il consumo fresco. Ed essendo la cultivar bifera produce anche un fòrnito, un fico di secondo frutto, di forma globosa a fiasco allungato con buccia gialla, costoluto e con polpa giallo verdastra. Come per tutti gli altri fichi, se al solstizio di giugno sofffia vento di Scirocco i frutti si gonfiano ed essendo i primi sono molto attesi. Se invece persiste vento di Tramonata la loro maturazione diventa difficoltosa e ntaddhene, fanno il callo, cioè, e sono da buttare.

Fichi di San Giovanni

Fichi di Puglia. Storia, paesaggi, cucina e conservazione del fico in Puglia

 

di Antonio Bruno

 

Conoscete Francesco Minonne? Questa è la domanda che rivolgerei agli amici oggi, giorno in cui ho ripreso in mano “Fichi di Puglia storia, paesaggi, cucina e conservazione del fico in Puglia”.  Francesco Minonne è un bel tipo: chi lo conosce lo sa. Voglio dire un tipo interessante. Io con Francesco Minonne ho fatto conoscenza anni or sono (una conoscenza parziale, s’intende, come del resto, or più or meno, ogni conoscenza).

Così com’è stato pubblicato, solo in parte lo si può dire un libro di Francesco Minonne (il che d’altronde, or più or meno, può dirsi dei libri di molti autori, forse di tutti) infatti insieme a lui firmano l’opera il fotografo Paolo Belloni e il giornalista Vincenzo De Leonardis. Questo lo sapeva anche Francesco Minonne, anche se non lo dice, credo per modestia. Ascrivo a merito dell’editore il CUIS Consorzio Universitario Interprovinciale Salentino presieduto dal Presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone averlo pubblicato. In una nota preliminare del libro il prof. Silvano Marchiori Ordinario di Botanica Sistematica ed Ecologia Vegetale presso l’Università del Salento avverte: “L’opera, scritta a più mani da professionisti del settore, mette a disposizione del lettore un enorme quantità di informazioni su una delle più antiche piante da frutta coltivate dall’uomo.”

Qui tento di descrivere il libro, grazie allo stesso Francesco Minonne che me ne donò una copia fresca di stampa  consentendomi di vedere la complessità del lavoro di “creazione”.

Il libro stampato nel dicembre 2011, in copertina porta il titolo: Fichi di Puglia storia, paesaggi, cucina e conservazione del fico in Puglia. Uno degli elementi fondamentali che concorrono alla creazione dell’opera, l’elemento cognitivo, è mirabilmente espresso dal Presidente Antonio Gabellone che scrive: “Ancor più ampio è il territorio raccontato in questa pubblicazione; è infatti l’intera Puglia che, attraverso il filo conduttore del fico, esprime la sua storia, la sua cultura, la sua biodiversità”

L’elemento affettivo del libro di Francesco Minonne è l’amore per il fico, albero e frutto, e per il paesaggio che del fico è sede naturale, il paesaggio della Puglia che è il Paesaggio del Mediterraneo.

Il volume di Francesco Minonne ha anche il pregio di stigmatizzare l’importanza del consumo di fichi all’interno di un’alimentazione equilibrata e sana, un concetto ormai acquisito e consolidato tra tutti quelli che si occupano a vario titolo di nutrizione e, per fortuna, anche tra molti consumatori.

Questo libro, tuttavia, non è nato per propagandare le sue innumerevoli qualità nutrizionali, ci sono testi ben più prestigiosi e qualificati che ne evidenziano al meglio le prerogative, piuttosto si prefigge di gettare una luce nuova sui fichi e sull’uso che di questo frutto si può sia nel Paesaggio della Puglia che in cucina.

Dal punto di vista del cuoco, infatti, il fico rappresenta una straordinaria opportunità di alleggerire, rinfrescare e rinnovare sapori e aromi, valorizzare al meglio prodotti serviti sempre allo stesso modo, scoprire combinazioni inusuali e intriganti.

In un suo articolo Francesco Minonne scrive: “Il radicale cambiamento dei mercati e dei consumi ed il conseguente crollo delle coltivazioni ha posto il fico, in pochi anni, tra i cosiddetti “frutti minori”; lo ha relegato ai margini dell’agricoltura produttiva, sottraendolo anche alle cure e attenzioni di cui un tempo godeva e confinandolo spesso ad un abbandono colturale e alimentare“.

Ma è lui stesso in questo libro di 161 pagine ben scritte e illustrate che ci accompagna convincendoci che progetti scientifici, iniziative di promozione e l’azione dei Parchi Naturali pugliesi fanno una parte importante nel rilancio della coltivazione e del consumo dei fichi in Puglia. Ma soprattutto per Francesco Minonne “….all’interno di un grande progetto di agricoltura sostenibile e creativa il fico trova il suo spazio ideale per esistere e continuare a fare la sua parte sulle tavole di questa terra. “

 

E oggi tutti a scuola di… fichi fracazzani

 

FRACAZZÁNU, DA CARTAGINE E DA NARDÒ, È STATO LEI A PROVOCARE LA TERZA GUERRA PUNICA?

   

di Armando Polito

Nello sfruttare, non senza una punta di ironia, il leitmotiv di un programma televisivo attualmente in onda per dare un titolo a questo mio post,  mi illudo che il fine giustifichi i mezzi.

Tra le varietà di fichi ancora presenti nel territorio neretino un posto di rilievo occupa il fracazzànu, di cui esistono tre tipi: iàncu, russu e gnoru (in sequenza nelle foto).

Il Rohlfs sulla scorta di panni serici africazzani tres de altare del Codice diplomatico Cav.1 considera la voce, sia pure in forma dubitativa, deformazione di africano; di varietà genericamente africane di fichi riporto la testimonianza di vari autori latini:

a) Catone (III-II secolo a. C.), De re rustica, 8: Ficos mariscas in loco cretoso et aperto serito; Africanas et Herculaneas, Sacontinas, hibernas, Tellanas atras pediculo longo, eas in loco crassiore aut stercorato serito.

(Pianta i fichi marisci in luogo ricco di creta e aperto; gli africani ed ercolanesi, i sacontini, gli invernali , i tellani neri dal lungo picciolo piantali in un luogo più fertile o concimato.)

b ) Varrone (I secolo a. C.), De re rustica, I, 1: Sic genera ficorum, Chiae ac Chalcidicae et Lydiae et Africanae, item cetera transmarina in Italiam perlata.

(Così le varietà di fichi, quelle di Chio, di Lidia e dell’Africa, allo stesso modo le altre di oltremare introdotte in Italia.)

c) Columella  (I secolo d. C.), De re rustica, V, 10-11: Ac semper conveniet, simul atque folia agere coeperit ficus, rubricam amurca diluere, et cum stercore humano ad radicem infundere. Ea res efficit uberiorem fructum et fartum fici pleniorem ac meliorem. Serendae sunt autem praecipue …Africanae… hibernae…

(E sempre converrà, non appena il fico avrà cominciato ad avere le foglie, sciogliere terra rossa in morchia e spargerla presso le radici insieme con sterco umano. Ciò rende più abbondante il frutto e più pieno e migliore l’interno del fico. Bisogna piantare poi soprattutto le varietà africane…le invernali…).

d) Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XV, 74-75: Sed a Catone appellata iam tum Africana admonet Africae ad ingens documentum usi eo pomo. Namque perniciali odio Carthaginis flagrans nepotumque securitatis anxius, cum clamaret omni senatu Carthaginem delendam, adtulit quodam die in curiam praecocem ex ea provincia ficum ostendensque patribus: Interrogo vos, inquit, quando hanc pomum demptam putetis ex arbore. Cum inter omnes recentem esse constaret: Atqui tertium, inquit, ante diem scitote decerptam Carthagine. tam prope a moeris habemus hostem! Statimque sumptum est Punicum tertium bellum, quo Carthago deleta est, quamquam Catone anno sequente rapto. Quid primum in eo miremur, curam ingeni an occasionem fortuitam, celeritatemque cursus an vehementiam viri?

(Ma la varietà già allora da Catone chiamata africana ci dice che ci si serviva di quel frutto come prova importante. Infatti, tormentato da un funesto odio di Cartagine e ansioso per la sicurezza dei nipoti, mentre strillava in ogni adunanza del senato che Cartagine doveva essere distrutta, portò un giorno nell’assemblea un fico precoce2 proveniente da quella provincia e, mostrandolo ai senatori, disse: “Vi chiedo quando pensate che questo frutto sia stato raccolto dall’albero”. Siccome tutti convenivano che era stato raccolto di recente, disse: “Sappiate che è stato colto due giorni fa da Cartagine”. E immediatamente venne decisa la terza guerra punica, con cui Cartagine fu distrutta, nonostante Catone morisse nell’anno successivo. Cosa potremmo ammirare  in lui per prima, l’inquietudine di una mente o l’occasione fortuita e la celerità della carriera o l’energia dell’uomo?) 

Ma, quella varietà di fico africano può identificarsi col nostro fracazzànu? La domanda costituente il titolo, perciò, difficilmente sarà inserita in un quiz televisivo di prossima generazione, in cui i protagonisti non siano persone reali ma frutti, a meno che i cosiddetti autori (per lo più di nomina politica, diretta o per subappalto) non individuino (ma come ?) la risposta esatta.

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1 Aggiungo che si tratta di un codice salernitano del 1049 e che varianti compaiono pure in altri codici sempre salernitani e dello stesso periodo: cortine due, planete due…panni serici africati, zani due da coperire altare (1043); planete due de serico de panni de Africa(1057); sindonem unam ad acum, sindones africactianas  sericas quinque, sindonem de zendato auro textam (1058); sindones africaczanas sericas quinque (1065); infine, in un codice di Amalfi del 1058: sindones quinque de serico afreaczano.

2 La qualifica di precoce escluderebbe la possibilità di identificarlo col nostro fracazzànu, a meno che Catone non abbia mostrato un fiorone (che matura entro giugno) e non un vero fico o pedagnuolo o fornito (che matura da agosto).

La campagna salentina verso la fine di giugno…

SALENTO FINE OTTOCENTO

  

                      LA CCOTA TI LI CULUMMI

 

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain 

contadina salentina e fichi al sole (coll. priv. Nino Pensabene)

Verso la fine di giugno, la campagna era all’apice della sua fruttificazione, tant’è che reclamava l’impegno di tutta la famiglia colonica, assorbendone le forze per ogni ora del giorno e, non di rado, per buona parte della notte. I legumi, già secchi, andavano liberati dai loro baccelli, cioè battuti sull’aia nelle ore calde del meriggio e affannosamente ventilati con lo staccio quando, verso il crepuscolo, a interrompere l’afa, s’insinuava un provvidenziale filo di vento marino. Nei maggesi le piante dei melloni  cominciavano a stendere le braccia invocando acqua; acqua che in quella stagione il cielo non elargiva, costringendo gli uomini a vincolarsi per lunghe ore alle carrucole dei pozzi e stabilire interminabili processioni di secchi: dal pozzo alla piantagione, dalla piantagione al pozzo. Nei frutteti le maturazioni si accavallavano esigendo tempismi di raccolta, soprattutto nei ficheti che, a quell’epoca, nel Salento, erano a coltivazione intensiva. I fioroni per i padroni, o per i regali che questi dovevano fare ai loro amici, si raccoglievano all’alba, ancora intrisi dei succhi della notte, ma quelli da avviare al mercato occorreva coglierli nelle ore del vespro, sfidando i bollori del giorno rimasti aggrumati sotto i pampini ed esalanti fuoco nel lattice dei frutti.

Parlando di mercato non s’intendeva quello dello stesso paese, troppo  limitato per      assorbire l’intera produzione: occorreva spostarsi verso i paesi costieri (la cui terra rocciosa non permetteva coltivazione di  fiche culummare  [fichi da fioroni=culùmmi]) e soprattutto contare sul mercato leccese che pur se servito dai vari paesi limitrofi non si saturava facilmente.

Date le distanze per Lecce (da Copertino erano diciotto chilometri) e tenuto conto che si doveva viaggiare ad andatura lenta, per non dare sobbalzi  al carro e quindi maltrattare i fioroni sistemati nelle ceste, era necessario partire a sera inoltrata, in modo da completare il viaggio nell’arco della notte ed essere all’alba già sulla piazza, pronti alla vendita.

La raccolta doveva perciò essere completata prima del tramonto, per consentire al capofamiglia poche ore di riposo prima della partenza. Dopo aver aiutato a sistemare le ceste sul carretto, elargito all’asino o al cavallo doppia razione di biada, preparata una scodella di capunata (pane bagnato condito con cipolla, pomodoro, olio, sale e origano) per tutta la famiglia, ogni brava moglie contadina obbligava il suo uomo ad andare a dormire, rassicurandolo che sarebbe stata lei stessa a svegliarlo a llu mmasunu ti la stèddhra ti la muttura, cioè verso le ventitrè-ventitrè e trenta, ora in cui tramontava la stella Arturo, chiamata stèddhra ti la muttura perché – si diceva – il suo tramonto coincideva col cominciare a scendere della rugiada.

Chiusa la porta sul riposo del marito, di solito la donna si premurava di accendere un lumino, posandolo sulla soglia della casa a propiziazione del viaggio  e della vendita che da questo ne sarebbe derivata; poi, fiduciosa nelle buone virtù del suo gesto, tornava nel folto del ficheto, dando voce e chiamando al raduno. Da quel momento, per lei e per tutti gli altri membri della famiglia – figli, nipoti, nonni – che rimanevano in campagna, aveva inizio un altro lavoro, forse più allegro, certo più poetico, ma non meno faticoso. Per prima cosa  occorreva sgombrare lo spiazzo antistante la casa colonica, liberandolo da tralicci, panieri o altri arnesi di lavoro rimasti in disordine; poi, con  l’aiuto di paletti e lettiere di canne spaccate, si approntavano dei rustici tavolini, sui quali, a mo’ di decorazione, si posavano due cipolle e un cetriolo, spiritosamente allusivi nella loro studiata composizione. In verità, la loro

Fiche pacce o fiche jette

 

di Giuletta Livraghi Verdesca Zain

…prudenza voleva che i frutti anomali non venissero spiccati con le mani ma staccati a colpi di ruéccu (bastone a uncino usato per abbassare i rami più alti in sede di raccolta) e, per sani e succosi che fossero, buttati nella concimaia o più scrupolosamente interrati in uno dei punti marginali del campo. Se poi l’anomalia non era limitata al singolo frutto ma – caso rarissimo e perciò più inquietante – la si riscontrava nell’intera produzione dell’albero, paura e relativo comportamento venivano a sistemarsi su un ben diverso registro.

L’esempio più emblematico lo si aveva quando un fulmine, colpendo un ciliegio, un susino o un giuggiolo, ne incideva verticalmente un tronco, intaccandolo nel midollo pur senza provocarne il completo disseccamento: sorretto dalle linfe periferiche, l’albero continuava a vegetare e a fruttificare, ma a causa del depauperamento midollare non era in grado di illegnire l’endocarpo, per cui le ciliegie, le susine o le giuggiole, al posto del regolamentare nocciolo, presentavano solo un nucleo mucillaginoso.

Ora, per i contadini, psicologicamente calati nel grande meccanismo delle riproduzioni e perciò particolarmente sensibili alla pienezza delle semenze, constatare che la caduta di un fulmine – già di per sé archetipico simbolo di punizione divina  – aveva provocato una così drastica manifestazione di sterilità era come ritrovarsi a mmienzu a nnu zzunfiòne  (in un turbine) che, stando alla simbolica del seme, li avrebbe di certo mminisciati o an siccu ti terra o a mmuzzàta ti razza (sbattuti nella disgrazia o di una carestia o dell’estinzione della loro discendenza).

A loro criterio, infatti, la minaccia espressa dall’inconcepibile assenza del nocciolo veniva a colpire quelle che erano le ragioni fondamentali della presenza contadina nel mondo – procreazione e fertilizzazione della terra -, funzioni l’una di supporto all’altra e ambedue vincolate alla dominante del seme, visto quale privilegiato mezzo di partecipazione creaturale ai superiori disegni di Dio.

Il biblico “Crescete e moltiplicatevi” trovava pertanto traduzione in un “Siate molti per accudire alla terra”, quasi che al concetto della natura posta al servizio dell’uomo corrispondesse, per logica, quello dell’uomo posto al servizio della natura.

Una convinzione che, affiorando nei gesti e nelle parole in genuinità di proposizione, sembrava allargare un orizzonte di segni e avventi sacrali, nella cui orbita nascite e germinazioni venivano a trovarsi sullo stesso piano, preziosi tasselli di un unico mosaico di fronte al quale i contadini erano sempre pronti a scoprirsi la testa.

Per comprendere quanto profondamente vivessero il connubio uomo-natura, bastava osservarli mentre con enfasi soppesavano la spigatura delle erbe marzaiole per trarre, dalla minore o maggiore pienezza, i pronostici dell’annata; sorprenderli mentre in auspicio di crescita posavano sul sesso del loro primo nato maschio un germoglio di grano fogliato; oppure ascoltarli quando, vestendo i panni di padri-patriarchi interessati alla perpetuazione della razza, raccomandavano a figli e nipoti di prediligere, fra le tante varietà di fichi, li fiche pacce o li fiche jétte, che per essere a riddhru chinu (quelli con i semi più grossi) si riteneva fossero di benefico apporto alla virilità. “Ricurdatibbe ca la purpa ete femmina e llu riddhru ete màsculu!…”  (“Ricordatevi che la polpa è femmina e il seme è maschio!…”), ripetevano con didattica premura, e se figli o nipoti erano  in età di prendere moglie, non mancavano mai di concludere in tono ambiguo: “Màsculu ete lu riddhru… e cchiù cchinu ete, cchiù mmàsculi bbi face!”  (“Maschio è il seme… e più grosso è, più maschi vi fa!..”), sottintendendo in quel “più maschi vi fa” e il dono di una maggiorata  potenza virile e la caratteristica di far generare figli maschi.

Nel suo insistere sulla mascolinità del seme, chiaramente decantandone la potenzialità riproduttiva, la frase viene a elucidare quelli che, di contrasto, erano i termini di valutazione della sterilità, cioè come questa, odiata e disprezzata nella sua manifestazione femminile, diventasse addirittura inaccettabile se rapportata all’uomo, elargitore di seme – emblematico principio di vita – e perciò da ritenersi infallibile nella sua capacità riproduttiva. Una conclusione assolutistica che in un certo qual modo veniva riaffermata anche in sede di coltivazione, dove il mancato germoglio raramente si addebitava a un difetto congenito del seme, preferendo puntare su un negativo di concorrenze esterne: erano state di certo le formiche a portarsi via i grani seminati e non germogliati; lu mandràle (grosso bruco) aveva nottetempo rusicàtu lu cìgghiu  (rosicchiato il germoglio ); ladre com’erano, li mite (le gazze) avevano approfittato ti la terra pésule (della terra da poco sarchiata, leggera) per fare buco col becco e riempirsi lu quazzu ti simiénti (lo stomaco di semi); o, a seconda dell’andamento stagionale, la colpa era da addebitare a lla gnofa ntustàta (all’indurimento della zolla) o a un’improvvida nfucata t’acqua (marcitura del seme per la troppa pioggia).

Detto questo, si può ben comprendere quale fosse lo stato d’animo dei contadini di fronte a un’abnorme fruttificazione: il nucleo mucillaginoso riscontrato al posto dei semi altro non era che l’impronta inequivocabile di una maledizione divina, stando alla quale – in trasparente suggestione biblica – c’era da aspettarsi un severo castigo, quello appunto di una carestia o di una estinzione della razza. E poiché il grado di punizione implicitamente  stabiliva l’entità della colpa, per cui una sventura a largo raggio – quale poteva essere una carestia – denunciava una pluralità di peccatori, a mettersi in  allarme non era soltanto il diretto interessato, ossia il coltivatore del campo dov’era piantato l’albero, ma tutti quelli che venivano a conoscenza dell’accadimento, in ognuno dei quali sorgeva il sospetto di aver concorso all’aggravio con le proprie trasgressioni e quindi di trovarsi annoverato fra i punibili. Né diversamente si poneva il discorso circa la paventata estinzione della discendenza, il cui mezzo di attuazione poteva essere quello di un’epidemia, di un terremoto o di chissà quale altra calamità o coinvolgimento collettivo.

Partecipare all’estirpazione e alla bruciatura del famigerato albero era pertanto, più che atto di solidarietà, preciso interesse a misura individuale e comunitaria, intendendo compiere, attraverso i due tempi dell’azione, e il riconoscimento-pentimento (estirpazione dell’albero come estirpazione del peccato-causa) e il respingimento dell’annunciato castigo (bruciatura come annullamento degli effetti,  ovverosia depurazione dal male)…

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 245-248).

Questo brano, corredato da immagini, è stato successivamente pubblicato – su una pagina intera – da “LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO”, martedì 28 ottobre 1997.

Note di ferragosto: fichi, brufichi e zampagnuli

di Rocco Boccadamo

Perché pensare al Ferragosto solamente come culmine del rito modaiolo delle vacanze estive, con oceaniche migrazioni verso spiagge e monti e interminabili rosari di sagre eno –  gastronomiche e feste varie, stile vip e non?

La ricorrenza, a parere di chi scrive, merita considerazione anche sotto l’aspetto di sintesi, di celebrazione intensa e di sublimazione dei sapori, dei gusti e dei piaceri, che la stagione più attesa dell’anno reca con sé.

Fra le godurie per la soddisfazione del palato, occupano certamente un posto d’eccellenza i fichi, senza, beninteso, tralasciare, in parallelo, gli omonimi frutti di genere femminile.

Fra le due apparentemente identiche accezioni di specialità, mette ovviamente conto di fare non pochi distinguo, fra cui uno con sfaccettature del tutto particolari.

I primi, ossia i fichi, risultano, ormai da molti anni, portatori di un handicap non indifferente: ancora prima di raggiungere lo stadio di maturazione, diventano, purtroppo in notevole quantità, verminosi, marciscono dentro e cadono in un poltiglioso guazzetto ai piedi dell’albero.

Provvidenzialmente, una iattura analoga, non si verifica, nemmeno un po’, per le “gemelle” dell’altro genere, le quali tengono e campeggiano bene in auge, proprio specialmente d’estate.

Ritornando alla precipitazione dei fichi, sembra che la relativa causa vada ricercata nell’abbandono da parte dell’uomo – contadini, agricoltori o semplicemente proprietari di detti alberi da frutta – di una vecchia, buona abitudine, consistente nel proteggere e cautelare l’ingrossamento e la maturazione dei succulenti frutti, mediante il ricorso ad un sistema naturale, quello dei “brufichi”, in corretto termine agricolo – tecnico, caprifichi.

Nelle campagne, crescevano e, per la verità, tuttora crescono esemplari di piante di fichi selvatici (maschi?), i cui frutti, in dialetto “scattareddri” o “brufichi” , non arrivano mai a piena maturazione, registrando appena un

Biodiversità. Le cento cultivar di fico del Salento

marcello gaballo

di Antonio Bruno

 

La biodiversità a modo mio
Posso parlare di Biodiversità a modo mio? Non userò il compassato e puntuale piglio dello studioso, né quello pratico e poco suggestivo del tecnico pratico che ha l’urgenza di finire il lavoro, lo farò con le mie parole, quelle stesse parole che ti hanno accompagnato nelle avventure che ti ho scritto sino ad adesso e che tu impunemente hai potuto leggere.

Ho ascoltato tante spiegazioni sulla Biodiversità davvero dottissime, solo che hanno relegato la parola “Biodiversità” dietro alle cattedre delle aule universitarie o scolastiche e nei libri aperti sui banchi di scuola. Avete notato che non c’è una discussione su una chat di facebook che abbia per tema la biodiversità? Sapete che non c’è una discussione davanti alle scuole, tra gli studenti, che tratti di biodiversità? Ma la circostanza che da l’esatta dimensione del problema è che soprattutto non ne parlano “le donne”. Già, le donne! quelle che ancora utilizzano la narrazione di ogni giorno per raccontare le crisi matrimoniali e le piccole vittorie familiari che nessun giornale di gossip pubblica ma che grazie alla loro narrazione della realtà occupa interi pomeriggi al telefono o al bar davanti a una tazza di the con la

A proposito di alcune varietà di fico coltivate in provincia di Lecce

Investigazione sulla collezione Guglielmi “Fichi del leccese” (Ficus carica L.)

 
di Antonio Bruno


Il fico era molto importante nel Salento leccese tanto che il segretario perpetuo della Società economica di terra d’Otranto, signor Gaetano Stella, nel suo rapporto letto nella adunanza generale del 30 maggio dell’anno 1841 afferma “ ….L’industria dei fichi secchi nella Provincia di Lecce è molto diffusa, ed è oggetto di esteso commercio, cosicché somma è la cura che dell’albero di fico bisogna avere. Laonde di molta utilità è stata una memoria dello stesso signor segretario perpetuo tendente a dimostrare, non esser necessaria la caprificazione, come volgarmente credesi, per molte varietà di fichi, imperocchè coloro i quali vorranno seguire i suoi precetti, conformi a quelli dei migliori agronomi di tutta Europa, otterranno non solamente risparmio di spese e fatica, ma innestando anche a fichi gentili il gran numero di caprifichi che il pregiudizio conserva, si verrebbe di molto a crescere la raccolta di questo frutto.”

 

 

Che curiosità! A quale pratica si riferisce il segretario perpetuo della Società economica di terra d’Otranto, signor Gaetano Stella?
Mi viene in soccorso il Rendiconto della adunanze e de’ lavori della Reale Accademia delle Scienze di Napoli di quatto anni dopo ovvero del 1845. In queste adunanze Vincenzo Semmola a proposito della maturazione del fico cita Teofrasto e Plinio i quali scrissero: “i fichi piantati accosto le vie non aver bisogno di caprificazione” E a questo proposito cita “la pratica tenuta da que’ di Lecce che spargono a bel proposito sopra i fichi immaturi la polvere delle strade ove sia passata la processione del Corpus Domini”.
Insomma la mia curiosità ha avuto soddisfazione perché la mia ricerca ha trovato dei documenti che contenevano una risposta.
Ma sempre a proposito di fichi ho una curiosità che non ha trovato soddisfazione perché rimasta senza risposta; riguarda la citazione da parte del prof. Giacinto Donno, degli studi di Giuseppe Guglielmi.

Donno riferisce che il Guglielmi ha studiato il fico nel leccese e riporta i dati di produzione, che si presume facciano parte di una pubblicazione curata dallo stesso Guglielmi, e che riporto qui di seguito

Varietà      Produzioni annuali     5anni Kg     20 anni Kg     da 20 anni in poi Kg
Fico Nero  due per ogni albero       8                     50                         100
Fico Pazzo  una per ogni albero      9                     55                          75   80
Fico ottato una per ogni albero      8                     45                           80
Fico peloso  una per ogni albero    10                   40                          80

Ho cercato nella Biblioteca Provinciale la pubblicazione succitata senza successo. Per caso sei in possesso di questa pubblicazione? Ehi, dico proprio a te, mi basta sapere se l’hai letta e dove l’hai letta! Se la tua risposta è si, allora chiamami, perché sono curioso di leggerla! Ma soprattutto ho cercato di sapere chi sia Giuseppe Guglielmi, perché avesse intrapreso lo studio del Fico nel leccese ma non ho trovato davvero nulla e, nessuno dei colleghi che ho interpellato ne ha mai sentito parlare, anche se una parziale risposta viene da un brano del prof. Donno riportato in un’altra pubblicazione.

Il prof Donno a proposito di Giuseppe Guglielmi scrive: “Il Guglielmi, che si prefigge lo studio della coltivazione industriale (del fico n.d.r) del leccese, trascura di mettere in evidenza il biferismo delle varietà studiate”.
La parola biferismo deriva da bìfero che a sua volta deriva dal latino Biferum che è composto  dalla parola bis (due volte)  e dalla parola fèr-re (portare) . Dicesi di pianta che produce il frutto due volte l’anno come nel caso di alcune varietà di fico che oltre  alla produzione dei fichi ha anche quella dei fioroni.
Sempre continuando nella lettura delle note del prof. Donno in esse si trova scritto che Giuseppe Guglielmi ha studiato il Fico Fracazzano Bianco, il Fico Nero, il Fico Ottato, il Fico Albanega, il Fico Borsamele, il fico Coppa, il Fico dell’Abate e il Fico Fara. Ma lo stesso Donno non riporta gli studi del Guglielmi sul fico pazzo e sulla varietà fico peloso.
Ho fatto una ricerca e leggendo la pubblicazione Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura) redatta da Antonino De Natale, ho appreso che solo una parte della collezione Guglielmi, denominata Fichi del leccese e datata 1908, è a Portici, mi chiedo chi abbia la parte mancante, inoltre nella pubblicazione curata dalla facoltà di Agraria dell’università di Napoli si legge:
“Della collezione di Giuseppe Guglielmi non si possiedono indicazioni, né riguardo alla data di acquisizione da parte della Regia Scuola di Agricoltura di Portici, né sull’autore delle erborizzazioni.
La collezione Guglielmi dovrebbe risalire agli inizi del 1900, a quel periodo risalgono anche altri studi condotti dai botanici di estrazione agronomica della Regia Scuola di Agricoltura, come lo studio sulla storia, la filogenesi e la sistematica delle razze del Fagiolo comune di Orazio Comes, i cotoni di Angelo Aliotta, le razze di olivo coltivate nel meridione d’Italia di Mario Marinucci, i fieni delle praterie naturali del Mezzogiorno d’Italia di Alfredo Pugliese, lo studio sul frumento e quello sulle varietà di mandorlo italiane di Vincenzo Barrese.
La collezione dei Fichi del leccese è sicuramente parte integrante di uno studio teso a definire le caratteristiche anatomiche delle varie cultivar di fico presenti nel territorio di Lecce. Per ogni campione, oltre all’essiccato, è riportato il disegno dei contorni di una foglia tipo e della sezione longitudinale del frutto con le relative misure, come ad esempio la larghezza massima della foglia e dei lobi fogliari. Il nome della pianta coltivata non segue le regole di nomenclatura scientifica, ma è espresso in italiano, come ad esempio Fico napoletano. D’altra parte in passato soprattutto per le piante coltivate, che non rappresentano delle entità specifiche, molto spesso si adoperava il nome italiano.

Lo stesso Francesco Dehnhardt, capo-giardiniere del Real Orto Botanico di Napoli, direttore dei Reali Giardini di Capodimonte, della Villa Floridiana e del giardino botanico del Conte di Camaldoli al Vomero (Villa Ricciardi), nella stesura del catalogo delle piante che venivano coltivate nell’ Horti Camaldulensis riporta i nomi delle cultivar in italiano.
Orazio Comes annovera (1906) inoltre, tra le varie collezioni presenti nell’erbario, quella di Giuseppe Celi riguardante le varie cultivar di fichi coltivati nel meridione d’Italia. Attraverso un confronto tra i reperti della Collezione Guglielmi con il lavoro scientifico pubblicato dal Celi (1908) si è accertato che, il fascicolo custodito nell’Erbario Comes, costituisce una parte dei campioni che Celi esaminò ed utilizzò per la stesura della suddetta pubblicazione scientifica.

La collezione Guglielmi è, quindi, l’unica porzione superstite dei reperti appartenenti alla ben più grande collezione delle razze dei fichi che si coltivavano nell’Italia meridionale.”

So che ci sono tanti scienziati che leggono le mie note e a cui chiedo umilmente di illuminarmi, lo faccio perché in questo modo la mia curiosità avrà finalmente soddisfazione. Se la mia curiosità è destinata a rimanere insoddisfatta è perché, così come l’autore Antonio De Natale, anche gli scienziati del Salento leccese e della Facoltà di Agraria di Bari non possiedono indicazioni, né riguardo alla Collezione Guglielmi delle Razze di fico del leccese visionabile presso la facoltà di Agraria di Portici, né sullo stesso Giuseppe Guglielmi autore delle erborizzazioni.

In quest’ultimo caso mi auguro che, l’aver messo nero su bianco le risultanze delle mie ricerche su Giuseppe Guglielmi, sia un incitamento agli studiosi per “andare a cercare laddove io non saprei dove andare a cercare” al fine di ottenere le risposte a tutte queste domande che sono sparse in questo mio scritto che definirei “investigativo”.
Ma come dicono i miei amici avvocati vi è di più. Ricordo a me stesso che la giunta regionale pugliese, su proposta dell’Assessore alle risorse agroalimentari, Dario Stefano, ha approvato  il disegno di legge “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, forestale e zootecnico” che potrebbe dare agli scienziati dell’Università del Salento le risorse finanziarie necessarie per poter trovare e studiare la Collezione delle varietà di Fichi del Leccese fatta da Giuseppe Guglielmi nel 1908.

La riscoperta dell’ anagrafe dei fichi del Salento leccese fatta da Giuseppe Guglielmi costituirà un baluardo importante contro la progressiva erosione della biodiversità del fico e sarà uno strumento fondamentale per la ricostituzione di boschi di fico delle varietà autoctone del Salento leccese!

Sarebbe interessante il confronto tra la collezione Guglielmi e il lavoro svolto dall’Orto Botanico dell’Università del Salento che ha individuato 100 (cento) cultivar di Fico (Ficus carica L.). A questo proposito ho un’altra curiosità che spero di soddisfare presto, che è quella di visionare il documentario “La via delle fiche” a cura di Carlo Cascione e Francesco Minonne, dove il termine fiche rinvia alla variante dialettale che il prelibato frutto del “fico” assume nella parlata salentina. Il film è la storia di un viaggio in bicicletta attraverso il Salento che parte da Casarano alla scoperta delle numerose varietà di fico presenti sul territorio. Ce n’è lavoro da fare, vero? E allora che aspettiamo? Rimbocchiamoci le maniche e… cominciamo!

Bibliografia

Annali Civili del Regno delle Due Sicilie Fascicolo XLIX Gennaio e Febbraio 1841
Rendiconto della adunanze e de’lavori della Reale accademia delle scienze di Napoli numero 24 del 1845
Giacinto Donno, Il Fico nel Salento
Giacinto Donno, Alcune varietà bifere di fico coltivate in Provincia di Lecce
Giacinto Donno, Alcune varietà unifere di fico coltivate in Provincia di Lecce
Antonino De Natale, I musei delle scienze agrarie – Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura)
Rita Accogli, Un Orto Botanico a Lecce per la difesa della biodiversità del Salento – Il Bollettino n. 9; 2 febbraio 2009
Alberto Nutricati, Tanti giovani filmano «la via delle fiche» Gazzetta del Mezzogiorno del 8/09/2009.

 

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