Nardò: il Sedile l’altro ieri, ieri e oggi, con una nota pericolosa …

di Armando Polito

Anche una semplice panchina può essere oggetto di trattazione, specialmente se i segni lasciati dal tempo e dagli uomini offrono l’occasione di fare riflessioni di ordine anche antropologico, Tagli, abrasioni, ammaccature e mutilazioni in particolare dimostrano una diversa destinazione d’uso messa in atto da un dettaglio anatomico che non è certo quello legato allo stesso etimo di sedile, cioè il sedere, voce che nasce come verbo e che con l’aggiunta dell’articolo assume un valore sostantivato. Mi si farà notare che qualsiasi verbo preceduto dall’articolo assume tale valore. Vero, ma il nostro ha conservato la sua originaria autonomia; per esempio: il posto elevato da cui si gode un’ampia e suggestiva veduta si chiama belvedere, ma nessuno, dopo essersi sciacquato la vista ed essersi ripreso dalle palpitazioni, si sognerebbe di definire belsedere lo spettacolo cui ha assistito sulla spiaggia di Rio …

Sedile deriva, tal quale, dal latino sedile, sostantivo neutro che, però ha tutta l’aria di essere un aggettivo sostantivato dal verbo  sedere, così come habilis/habile lo è dal verbo habere. Sedile e sedere, poi, sono corradicali di sedes, da cui è derivato il nostro sede.

Il lettore avrà notato nel titolo Sedile con l’iniziale maiuscola. Non è manifestazione dell”antico vezzo, probabilmente legato alla dominazione spagnola, che ancora oggi ci spinge a fare abuso di maiuscole per un malinteso e stupido senso del rispetto. Io, per esempio, quando ero studente universitario, trovavo ridicolo scrivere in testa ad una domanda Al Magnifico Rettore dell’Università di Lecce e alla fine, nel rispetto della grammatica, le uniche iniziale maiuscole erano quelle della preposizione articolata Al e di Lecce, perché proprio quest’ultima indicazione geografica rendeva inutile la maiuscola in università (che, oltretutto, non poteva certamente riassumere il significato antico di governo cittadino o quello obsoleto di universalità) e, a cascata, in rettore (non è che in quell’università ce ne fosse più di uno …), per non parlare di magnifico, in cui l’iniziale maiuscola sarebbe stata senz’altro da ascrivere ad un residuo del condizionamento psicologico rimasto quasi a livello inconscio (in realtà frutto di pigrizia culturale) dalla dominazione di cui ho detto prima.

In Sedile, invece, l’iniziale maiuscola ha un carattere distintivo rispetto al nome comune, perché definisce la sede più antica, di regola collocata nella piazza principale,  del governo cittadino.

A questa regola non fa certamente eccezione Nardò il cui Sedile è in piazza Salandra. Nelle immagini che seguono i suoi altro ieri, ieri e oggi. Lascio al lettore cogliere le differenze, dopo aver fatto presente che la fedeltà rappresentativa di documenti visivi antichi (mappe, disegni, dipinti) è relativa.

La prima è costituita da un trittico che comprende la mappa di Nardò che Jean Blaeu pubblicò nel 1663 in Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum (Rappresentazione delle città nonché delle cose degne di ammirazione dei regni di Napoli e di Sicilia) e il dettaglio che ci interessa in due ingrandimenti progressivi.

La seconda risale a più di un secolo dopo ed è un disegno di Louis Ducros datato 1778  (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/).

La terza  è una cartolina edita da Ernesto Franchini, libraio in Nardò, sicuramente non anteriore al 1922, come provano il REX e il DUX che si leggono, rispettivamente a sinistra ed a destra, sulla facciata principale. Purtroppo la scarsa definizione non consente di leggere il contenuto delle sottostanti bacheche, anche se è legittimo supporre che vi fossero raffigurati Vittorio Emanuele III e Mussolini1. Da notare come l’arco frontale e quello laterale risultano, a parte i vuoti della porta in entrambi e il finestrone nel primo, murati.

La quarta a immagine è un fotogramma che ho tratto da un filmato custodito nell’ archivio storico dell’istituto Luce (http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=3079&db=cinematograficoDOCUMENTARI&findIt=false&section=/), dove risulta catalogato senza data. Tuttavia credo che il documento  dovrebbe risalire ai primi anni ’50.

Agli anni  ’60 dovrebbe risalire la cartolina che segue. Quanta rabbia in quel dovrebbe, per non essere riuscito a leggere il titolo del film, il cui manifesto è visibile nella bacheca oscenamente appesa all’angolo!

E siamo ad oggi (immagine tratta ed adattata da GoogleMaps). Da notare, una volta tanto, il recupero dell’aspetto più antico documentato. Chiudo con una raccomandazione: si vedono entrambi, ma lasciatevi sedurre dal Sedile e non dal sedile …,  anche se fra qualche decennio qualcuno manifesterà lo stesso rammarico da me espresso a proposito del manifesto dell’immagine precedente, ma questa volta il disappunto riguarderà l’impossibilità di individuare l’identità di chi occupa la panchina.

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1 DUX e REX, uno dei tanti giochi di parole con cui il potere ha tentato, tenta e tenterà di suggestionare i cervelli e favorire l’adesione. Ieri, almeno, si scomodava il latino per ricordare, strumentalmente e, quindi, non culturalmente,  i fasti (e, aggiungo io, le nefandezze dell’impero romano), oggi si utilizza l’inglese per apparire moderno e alla moda. Debbo aggiungere che il giochetto DUX/REX, pur riuscito abbastanza bene grazie al fatto che entrambi sono formati da tre fonemi costituenti un’unica sillaba e l’ultimo, in Omune,  è X (dal suono maschio e secco, a parte la forma di croce), potrebbe (uso il condizionale per non attribuire a chi creò questo slogan pubblicitario un acume che, magari, non possedeva) essere non originale e blasfemo (detto da un ateo come me …). Lo slogan potrebbe essere stato ispirato dal motto DUX LUX REX LEX (Guida Luce Re Legge), riferito a Cristo, che si legge, con un ordine diverso che nulla cambia nel significato,  in parecchi testi religiosi; uno per tutti: Gaspare Druzbicky, Sublimitas perfectionis religiosa uscito a Praga per i tipi dell’Università Carlo Ferdinandex, 1713, p. 163, dove si legge: Est enim sui ipsius Lux, Rex, Dux, Lex (È infatti Luce, Re, Guida, Legge. Adottato da più di un collegio religioso, è visibile anche, con diverse soluzioni grafiche, su alcune tombe; nell’immagine che segue un dettaglio della tomba di  Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) nel cimitero di Mount Auburn a Cambridge (quella americana, nel Massachusetts).

 

Non mi meraviglierei se tutto questo fosse sufficiente per essere incriminato di apologia del fascismo, non fosse altro che per la lunghezza di questa nota . .. È questo il pericolo cui si allude nel titolo.

 

 

Un commento a Nardò: il Sedile l’altro ieri, ieri e oggi, con una nota pericolosa …

  1. L’ITALIA, IL SEDILE, LA SELLA CURULE, LA “X” DI “REX” E “DUX”, HENRY W, LONGFELLOW, E IL “DVX” DEL FASCISMO….

    AD AMPLIARE e contribuire a rendere più comprensibili ed evidenti i nessi tra i vari livelli del brillante lavoro di Armando Polito (cfr. http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/27/nardo-sedile-laltro-ieri-ieri-oggi/) sul SEDILE di Nardò (Lecce), è bene tenere presente ricordare cosa era la SELLA CURULE nella società dell’antica Roma:

    “La sella curule (in lat. sella curulis) era un sedile pieghevole a forma di “X” ornato d’avorio, simbolo del potere giudiziario, riservato inizialmente ai re di Roma e in seguito ai magistrati superiori dotati di giurisdizione, detti perciò “curuli”.

    I magistrati solevano portare con sé la sella curulis assieme agli altri simboli del loro potere (fasci, verghe e scuri) e ovunque disponessero questi simboli, lì era stabilita la sede del loro tribunale.

    Durante il periodo della Repubblica, il diritto di sedere sulla sella curule era riservato a: consoli, pretori, edili curuli, sacerdoti massimi, dittatori e al magister equitum. In epoca imperiale l’uso della sedia curule fu ampliato anche all’imperatore, al praefectus urbi e ai proconsoli.

    Il simbolo di potere rappresentato dalla sedia curule affonda le sue radici nell’antica Etruria; infatti già gli Etruschi consideravano lo scranno pieghevole a forma di sella una prerogativa di chi poteva esercitare il potere (giudiziario ed esecutivo) sul popolo. Fu portato a Roma dal quinto re, Tarquinio Prisco.[1]

    (LA)

    « Rebus divinis rite perpetratis vocataque ad concilium multitudine quae coalescere in populi unius corpus nulla re praeterquam legibus poterat, iura dedit; quae ita sancta generi hominum agresti fore ratus, si se ipse venerabilem insignibus imperii fecisset, cum cetero habitu se augustiorem, tum maxime lictoribus duodecim sumptis fecit. Alii ab numero avium quae augurio regnum portenderant eum secutum numerum putant. Me haud paenitet eorum sententiae esse quibus et apparitores hoc genus ab Etruscis finitimis, unde sella curulis, unde toga praetexta sumpta est, et numerum quoque ipsum ductum placet, et ita habuisse Etruscos quod ex duodecim populis communiter creato rege singulos singuli populi lictores dederint. »

    (IT)

    « Compiute secondo il rito le cerimonie sacre e riunita in assemblea la massa che non avrebbe mai potuto unificarsi in un unico organismo popolare se non con leggi, Romolo dettò norme giuridiche. Dunque, stimando che esse sarebbero apparse inviolabili a un materiale umano ancora rozzo solo se egli stesso si fosse reso venerabile per mezzo di segni esteriori dell’autorità, si fece più maestoso con fasto dell’abbigliamento e particolarmente con la guardia dei dodici littori. Alcuni ritengono che egli abbia considerato il numero degli uccelli che gli avevano presagito il potere. A me non dispiace l’opinione di coloro che pensavano che anche questo tipo di guardie derivasse dai vicini Etruschi da cui fu ricavata anche la sella curule e la toga pretesta, e pensano che anche il numero dei littori venisse di là e che tale fosse presso gli Etruschi per il fatto che, dopo che i dodici popoli avevano eletto in comune il re ciascuno di essi gli assegna un littore. »
    (Liv. Hist. I, 8) “( cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Sella_curule).

    RICORDARE CHI ERA HENRY W. LONGFELLOW:

    “Henry Wadsworth Longfellow (Portland, 27 febbraio 1807 – Cambridge, 24 marzo 1882) è stato uno scrittore e poeta statunitense, tra i primi letterati americani ad assurgere alla fama mondiale.

    Longfellow fu il più famoso poeta della scena del New England nell”800 e scrisse numerose opere tra cui Evangeline e Il faro.

    Fu un acceso promotore dell’abolizione della schiavitù negli anni prima e durante la Guerra Civile Americana insieme ad altri intellettuali che gravitavano nell’orbita di Harvard e soprattutto insieme all’allora Governatore del Massachusetts John Andrew.

    Intorno al 1862 insieme ai letterati James Russell Lowell, Oliver W. Holmes e George Washington Greene diede vita al cosiddetto “Circolo Dante”, atto a promuovere la conoscenza della Divina Commedia di Dante Alighieri negli Stati Uniti. Insieme ai suoi colleghi del circolo, Longfellow ne portò a termine la prima traduzione statunitense in inglese nel 1867.

    Da allora il successo dell’opera di Dante in America fu costante ed in seguito il Circolo diventò la “Dante Society”, una delle più famose associazioni di dantisti nel mondo […]” (cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_Wadsworth_Longfellow).

    LE PAROLE (“DVX, LVX, REX-LEX”) SCRITTE SULLA “CROCE” INSCRITTA NEL “CERCHIO” SULLA TOMBA DI LONGFELLOW sicuramente – via Dante Alighieri (e probabilmente anche via Dante Gariele Rossetti) – si ricollegano al filo della tradizione religiosa (anche esoterica) cristiana, e sono riferite a CRISTO, concepito come LUCE, LEGGE, RE, DUCE.

    E, ANCORA, per capire come e perché sia apparsa le scritte “REX” e “DVX” sulla parete del SEDILE di Nardò (Lecce), bisogna RICORDARE chi era MARGHERITA GRASSINI SARFATTI e rileggere il suo “DVX” (sul tema, mi sia consento, cfr IL MITO DELLA ROMANITÀ E IL FASCISMO: MARGHERITA SARFATTI E RENZO DE FELICE – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5890).

    E, INFINE, PER CAPIRE MEGLIO, E ALLA LUCE DEL SOLE (“INVICTUS”), IL SENSO DELLE “QUATTRO PAROLE” (LVX, LEX, REX, DVX), LEGGERE E RILEGGERE E ANCORA RILEGGERE LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA ….

    Federico La Sala

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