Castellaneta non è solo Rodolfo Valentino (1/2)

di Armando Polito

 

Se è comprensibile e scontato che un luogo diventi famoso (cioè, sostanzialmente, per associazione di idee, se ne parli) per aver dato i natali ad uno o più personaggi illustri, non sempre è agevole capire, soprattutto quando i candidati sono più di uno, le ragioni della scelta. Cercherò di farlo con Castellaneta, la graziosa cittadina in provincia di Taranto, famosa, come tutti sanno, per aver dato i natali a Rodolfo Valentino (1895-1926), in arte Rudy, uno dei divi internazionali del cinema muto e sex (o bisex …?) symbol dell’epoca. Basti pensare che la locuzione latin lover fu coniata proprio per lui; tutto bene, come sempre succede con l’antonomasia, finché si è in vita o, tutt’al più, per poco tempo pure dopo la morte. E così quella locuzione passò genericamente ad indicare chiunque col suo fascino di maschio (non dimentichiamo, però, il bisex precedente) riusciva a sedurre una donna dietro l’altra. Chiedo scusa per la rozzezza della definizione, perché, oltretutto, piuttosto variegata era la tipologia di  censo di questi autentici fenomeni, comprendendo tanto il multimiliardario (è la sottocategoria del playboy), quanto il muscoloso bagnino della costa romagnola, oggetto degli appetiti di bionde nordiche insoddisfatte dall’algido amante settentrionale. Ragioni culturali, climatiche, ormonali, magari interagenti fra loro? Siccome si è registrato (non so se con strumenti più seri di una semplice intervista) in questi ultimi decenni un calo spaventoso del desiderio, non mi meraviglierei che qualche estroso ricercatore universitario fosse stimolato (e sponsorizzato …) a cercarne la causa, concentrandosi, soprattutto, sul fattore culturale ed ormonale, visto che, per quanto riguarda quello climatico, il surriscaldamento del pianeta avrebbe dovuto provocare, specialmente qui in Salento, una deflagrazione di desiderio …

– Sì, ma chi sarebbero, per quanto riguarda Castellaneta, i concorrenti di Rodolfo Valentino ? – sbotterebbe a questo punto il lettore che mira al sodo. Se appartiene alla categoria degli amanti del gossip e del fatuo, assidui lettori di giornali scandalistici e di trasmissioni televisive che definire demenziali sarebbe un complimento, ha sbagliato sito e, se non vuole perdere tempo, gli conviene tornare al motore di ricerca e digitare una di quelle parole-chiave che sono la sua vita (gossip, Grande Fratello, corna, etc. etc.).

Agli altri dico subito che i concorrenti sono (anzi, sarebbero stati) tre e tutti  letterati del XVIII secolo, i primi due, addirittura, cugini, cioè Domenico Antonio e Vito Maria Giovinazzi. Mi limiterò a riportare di entrambi solo quelle notizie, paradossalmente meno note,  che sembrano gli elementi più adatti per avanzare candidature di quel tipo che poi si aggiudicherà (almeno fino ad ora …) il bel Rudy.

Domenico aiutò Johann Caspar von Goethe (1710-1782) nella stesura, direttamente in italiano, del suo resoconto del viaggio da lui compiuto in Italia alla fine degli studi. L’opera è una delle testimonianze di quella che nei secoli XVIII-XIX era una tappa obbligata della formazione dei giovani stranieri, naturalmente  di famiglia benestante, dell’epoca e che diede vita a quella vasta produzione letteraria celebrante il cosiddetto Grand tour. Il Viaggio in Italia (1740), questo è il titolo, sarà pubblicato per la prima volta nel 1932 a cura di Arturo Farinelli dalla Reale Accademia d’Italia a Roma. Domenico in casa Goethe insegnò pure l’italiano al figlio di Johann Caspar, destinato a diventare uno dei più famosi letterati tedeschi, Johann Wolfang, autore anche lui di un Italienische Reise (Viaggio in Italia) uscito in due volumi, il primo nel 1816, il secondo l’anno successivo. Ecco come Wolfang ricorda il suo maestro: Un italiano avanti negli anni e simpatico, maestro di lingua, di nome  Giovinazzi, lo aiutava in questo lavoro [la stesura del Viaggio in Italia]. Inoltre il vecchio cantava discretamente e mia madre aveva preso l’abitudine di accompagnarsi ogni giorno con lui  al pianoforte, sicché ben presto io venni a conoscere l’esistenza  di Solitario bosco ombroso, e lo imparai a memoria  prima ancora di capirne il significato.1

Nel'incisione del 1775 di Michael Wachsmuth: in alto Johann Caspar Goethe e Katharina Elisabeth Textor; in basso Johann Wolfgang
Nell’incisione del 1775 di Michael Wachsmuth: in alto Johann Caspar Goethe e Katharina Elisabeth Textor; in basso Johann Wolfgang
La famiglia Goethe (padre, madre e i figli Wolfang e Cornelia in un olio su tela del 1762 di Johann Conrad Seekatz conservato nel Goethe-Nationalmuseum, Weimar
La famiglia Goethe (padre, madre e i figli Wolfang e Cornelia) in un olio su tela del 1762 di Johann Conrad Seekatz conservato nel Goethe-Nationalmuseum, Weimar

 

Se Domenico non pubblicò nulla (il che non esclude che abbia scritto qualcosa, magari andata perduta), folto è invece l’elenco dei titoli di Vito Maria. Lascio parlare i frontespizi.


L’opera, che ebbe nello stesso anno una seconda edizione e numerose altre negli anni successivi, se fosse stato per il suo autore, non avrebbe mai visto la luce. Il merito della stampa va al papa Clemente IV e .. ad una  diatriba (non tutto il male viene per nuocere …) , che all’epoca ebbe una risonanza vastissima, tra il Giovinazzi ed i più insigni filologi romani del tempo che contestavano l’attribuzione a Livio da parte del salentino di alcune righe in latino non perfettamente cancellate in un palinsesto ebraico  che P. J. Bruns, amico di Vito Maria, stava studiando e che aveva sottoposto alla sua attenzione. Il papa nominò un’apposita commissione che sconfessò l’attribuzione a Cicerone fatta dai dotti romani e confermò senz’ombra di dubbio quella di Vito Maria, autorizzandone la pubblicazione.

Sempre di natura filologica fu una delle pochissime opere stampate volontariamente (se, a parte l’intervento di Clemente IV, amici ed ammiratori non avessero insistito in altre occasioni, ben poco ci sarebbe rimasto di lui); di seguito il frontespizio, non senza prima aver sottolineato la ritrosia del letterato a mettersi in mostra, sia pure attraverso uno scritto (razza allora rarissima, oggi estinta).

Poteva un filologo del suo calibro evitare di comporre poesie in latino, sia pure di natura encomiastica, secondo l’aspetto dominante della cultura dell’epoca? Certamente no; e lo mostra il frontespizio sottostante. Il lettore non si faccia fuorviare da Iuvenati, che è la traduzione latina di Giovinazzi.


Mi piace chiudere questa prima parte con il giudizio che su Vito Maria, all’epoca trentenne, espresse Girolamo Lagomarsini, uno dei massimi eruditi e latinisti di quegli anni, nell’edizione da lui curata delle opere dell’umanista Giulio Pogiani, dal titolo Pogiani Sunensis Epistolae et Orationes, Salomonio, Roma, v. II, 1757, p. 34: Harum litterarum exemplum debeo singulari Viti M. Giovenazzi S. J. humanitati, in quo Homine, etiaimnum Adolescente, praeter humanitatem, uti dicebam, singularem, ita summum ingenium, ac potissimum memoriae vis incredibilis,cum mirifica discendi cupiditate, et acerrima studendi contentione certat; tantumque iam multiplicis doctrinae, atque eruditionis instrumentum apparet, ut nisi qua forte rex (quod omen Superi avertant) eius Studiorum institutos cursus retardarit, nihil in ullo praeclarae Litteraturae genere tantum sit, quod non cum brevi assequuturum putent, qui sunt ipsi praeclare, ac cumulate Litterati (Debbo un esempio di questi studi letterari alla singolare umanità di Vito Maria Giovenazzi della Società di Gesù, nel quale uomo ancora giovane, oltre all’umanità, come dicevo, singolare, l’ingegno così alto e soprattutto la forza incredibile della memoria gareggiano con uno straordinario desiderio di apprendere e con un eccezionale sforzo di applicazione; e appare già un possesso tanto grande di molteplice dottrina ed erudizione che a meno  che per caso qualche evento (gli dei tengano lontana questa possibilità) ritardasse il corso prefissato dei suoi studi, non c’è nessun risultato in nessun genere di illustrissima letteratura tanto difficile che in breve non possa conseguirlo secondo il parere di coloro che sono essi stessi chiarissimamente e pienamente letterati).

Per la seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/23/castellaneta-non-solo-rodolfo-valentino-12-2/

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1 Dichtung und Wahrheit, parte I, cap. I: Zeit verwendete er auf seine italiänisch verfaßte Reisebeschreibung, deren Abschrift und Redaktion er eigenhändig, heftweise, langsam und genau ausfertigte. Ein alter heiterer italiänischer Sprachmeister, Giovinazzi genannt, war ihm daran behülflich. Auch sang der Alte nicht übel, und meine Mutter mußte sich bequemen, ihn und sich selbst mit dem Klaviere täglich zu akkompagnieren; da ich denn das Solitario bosco ombroso bald kennen lernte und auswendig wußte, ehe ich es verstand.

Solitario bosco ombroso è un’ode per musica del poeta e librettista Paolo Rolli (1687-1765).

 

3 Commenti a Castellaneta non è solo Rodolfo Valentino (1/2)

  1. GOETHE, SULLE TRACCE DI RODOLFO VALENTINO: “Anche il padre di Goethe aveva compiuto (…) un viaggio in Italia che più tardi, con l’aiuto di un maestro di lingua, aveva accuratamente descritto in italiano; un grosso volume “in quarto” in cui si trovano le più strane anticipazioni delle tendenze del figlio: l’interesse per le scienze naturali, i minerali, con precisa enumerazione delle specie di pietra che a Verona vengono impiegate nell’edilizia, considerazioni sull’evoluzione di tutti fenomeni naturali, dal granello di polvere al Creatore, e,persino in appendice, una storia d’amore con una bella milanese, con la quale egli comunica “telegraficamente”, dalla finestra della locanda, mediante grandi letter dipinte su un foglio di carta: “Quando potrei venirvi ad adorare più da vicino?”. Ma questa maggior vicinanza egli non la conquista, più di quanto non riuscisse, tanti e tanti anni più tardi, al figlio, nella sua relazione con la milanese Maddalena Riggi” (R. Friedenthal).

    NEL BICENTENARIO DELLA PUBBLICAZIONE DEL PRIMO VOLUME DEL “VIAGGIO IN ITALIA” (1816) DEL FIGLIO, Johann Wolfang Goethe, UNA OTTIMA PRECISAZIONE (NON SOLO PER CASTELLANETA, PENSO) SUL “VIAGGIO IN ITALIA” (1740) DEL PADRE, Johann Kaspar Goethe, E SULL’IMPORTANTE RUOLO GIOCATO NELLA VICENDA (SIA SUL LATO DEL PADRE SIA SUL LATO DEL FIGLIO) DALLA FIGURA DELLO STUDIOSO PUGLIESE, DOMENICO ANTONIO GIOVINAZZI.

    Federico La Sala

  2. P. S.

    DOC.: Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 56 (2001)

    ****** GIOVINAZZI, Domenico Antonio ***** di Franco Pignatti (http://www.treccani.it/enciclopedia/domenico-antonio-giovinazzi_(Dizionario-Biografico)/ )

    GIOVINAZZI, Domenico Antonio. – Nacque a Castellaneta (presso Taranto), da Andrea e da Felice Antonia Mazaracchio, poco prima del 14 apr. 1693, data alla quale il suo nome figura nel registro parrocchiale dei battezzati.

    Nel 1717 era già ordinato sacerdote, nell’Ordine domenicano, con il grado di collegiale, cioè studente scelto dai superiori affinché completasse gli studi, in vista di un incarico di lettore. Si trovava allora nel convento di Putignano ed era coinvolto in una questione disciplinare di non piccola entità, dato che era stato chiuso nel carcere del convento. Il carteggio tra i suoi superiori e il generale dell’Ordine riguardo questo episodio non tramanda il motivo della punizione. Fatto sta che il G., verso la fine del 1717, fuggì dal carcere e abbandonò la Puglia per rifugiarsi a Napoli, resistendo alle intimazioni a ripresentarsi al convento. Chiese invece di recarsi a Roma per essere lì assolto dalle censure in cui era incorso, ma il permesso gli venne negato. L’ultimo accenno su di lui nel carteggio data 26 marzo 1719 e si tratta di un’esortazione al provinciale di Puglia a richiedere al capitolo dell’Ordine un castigo severo nei confronti del G. e di altri frati responsabili delle stesse colpe.

    Il G. maturò così la decisione di lasciare l’Ordine e su di lui non abbiamo notizie fino al 1723, quando si trovava nel Cantone dei Grigioni e poi a Zurigo. Qui chiese di essere ammesso nella religione riformata, dichiarando nella supplica alle autorità cittadine di avere maturato la decisione di abbandonare la religione cattolica già durante il soggiorno napoletano. Le ragioni profonde di questa conversione restano oscure, ma il G. fu accolto nella nuova fede, si stabilì a Zurigo e prese moglie. Il gran numero di proseliti che abitavano nella città rendeva, però, difficile procacciarsi qualche aiuto, cosicché il G. si trasferì presto, in condizioni economiche modestissime, a Francoforte, dove era una florida comunità italiana e una vita culturale vivace. Qui egli sperava di trovare una sistemazione come insegnante di lingua. Indirizzò una supplica alle autorità cittadine per ottenere il permesso di stabilirsi nella città e di esercitarvi l’insegnamento, ma il 2 marzo 1724 la richiesta venne respinta; stessa sorte ebbero una seconda richiesta, esaminata il 16 maggio dello stesso anno, e una terza, del 30 maggio. Ciononostante, il G., grazie alla protezione di personaggi influenti e in virtù della sua buona formazione culturale, cominciò a dare lezioni e riuscì a ottenere la sospirata autorizzazione alla fine del 1725, o all’inizio del 1726. Ciò accrebbe la sua reputazione e il G. poté migliorare la sua condizione economica. Nel 1735, mortagli la moglie, prese in sposa una trentenne, figlia di un gioielliere olandese, godendo quindi dell’appoggio della fiorente comunità olandese di Francoforte.

    Tra gli allievi del G. fu Johann Kaspar Goethe, padre di Wolfgang, che si fece aiutare dal G. a redigere, in italiano, il suo Viaggio in Italia, resoconto del viaggio compiuto a Venezia, Roma e Napoli nel 1740. Il G. frequentò casa Goethe a lungo e insegnò l’italiano anche al giovane Wolfgang e alla sorella Cornelia: nei registri domestici nel triennio 1753-55 (quando il poeta era tra i quattro e i sei anni) è segnata per il G. una spesa di 10 fiorini per semestre, passati a undici dopo il 1760. In Poesia e verità Goethe ricorda il “vecchio sorridente maestro d’italiano”, che si faceva apprezzare per le sue doti canore: “il vecchio cantava anche non male, e mia madre doveva adattarsi ad accompagnarlo tutti i giorni al piano: così imparai a memoria Solitario bosco ombroso ancora prima di capirlo” (p. 580; il testo cui Goethe si riferisce è una celebre canzonetta di P. Rolli).

    Dopo il 1762 non si hanno più notizie del G. e nel 1771 il magistrato di Francoforte che si occupava degli stranieri residenti lo ricorda negli atti come morto da tempo, in miseria.

    è difficile valutare l’influenza che il G. ebbe sul grande scrittore tedesco, che in effetti continuò anche dopo la sua scomparsa a coltivare l’italiano, componendovi versi e lettere e addirittura vagheggiando un libretto d’opera, La sposa rapita. Elisabeth Mentzel ha ipotizzato che il G. possa avere ispirato a Goethe, negli Anni di noviziato di Wilhelm Meister, il personaggio di Agostino l’arpista, padre della piccola Mignon, il quale conduce una vita errabonda per la Germania, ma proviene da un convento italiano a seguito di una tragica storia d’amore.

    Fonti e Bibl.: J.W. Goethe, Opere, Firenze 1956, p. 580; E. Mentzel, Wolfgang und Cornelia Goethes Lehrer, Leipzig 1909; B. Croce, Putignano in Terra di Bari e il maestro d’italiano di V. Goethe (D. G.), Bari 1938.

    ____

    Federico La Sala

  3. P. S. – «Dalla mia vita. Poesia e verità» di Goethe, in una nuova versione. La recensione di Piero Boitani….

    Goethe: «Sono nato quasi morto»

    L’«Autobiografia», redatta dal 1809 al 1832, copre l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza e la prima maturità.

    Il racconto è una amabilissima conversazione non solenne, attenta all’atmosfera che circonda gli eventi, alla congerie storica nella quale un uomo si trova a vivere

    Gli anni dello Sturm und Drang e gli intensi amori della giovinezza e della prima età matura colorano tutta l’autobiografia. Ed emerge la venerazione per Shakespeare. Mentre la scrive, lo scrittore diviene un mito

    di Piero Boitani (Il Sole-24 Ore, Domenica, 03.06.2018) *

    La prima versione italiana di «Dalla mia vita. Poesia e verità» di Goethe, l’autobiografia che percorre gli anni dalla nascita nel 1749 alla vigilia della partenza per Weimar nel 1775, venne pubblicata da Sonzogno nel 1886. Da allora è stata periodicamente tradotta o riproposta. Ora esce una nuova versione nella collana einaudiana de «I Millenni» (a cura di Enrico Ganni, introduzione di Klaus-Detlef Müller, traduzione di Enrico Ganni, Einaudi, Torino, pagg. LX-762, € 85).

    Piero Boitani, lavorando sulle bozze, ha scritto in anteprima questa recensione dell’opera che sarà in libreria il 5 giugno. Dai primi amori alle passioni per l’alchimia o le marionette, queste pagine di Goethe appartengono a uno dei testi fondamentali della letteratura moderna.

    http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2018-06-04/goethe-sono-nato-quasi-morto-155104.shtml?uuid=AEYWjwvE

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